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In Pakistan ai cristiani vengono negati gli aiuti contro il Coronavirus

Posted by fidest press agency su domenica, 17 maggio 2020

ONG e leader musulmani in Pakistan rifiutano aiuti di emergenza contro il Coronavirus ai cristiani e alle altre minoranze religiose, nonostante questi ultimi siano fra quelli più gravemente colpiti dalla pandemia. Cecil Shane Chaudhry, Direttore Esecutivo della Commissione Nazionale Giustizia e Pace, organizzazione cattolica per i diritti umani, in un colloquio con Aiuto alla Chiesa che Soffre riferisce di annunci di organizzazioni religiose e moschee rivolti ai cristiani affinché non si presentino per chiedere cibo e altri aiuti di emergenza. Chaudhry racconta in particolare il caso dei cristiani di un villaggio nei pressi di Lahore sulla Raiwind Road, ai quali sono stati negati aiuti alimentari, e quello di 100 famiglie cristiane escluse della distribuzione di cibo nel villaggio di Sandha Kalan, nel Punjab, distretto di Kasur. Chaudhry cita resoconti relativi a staff incaricati di distribuire sul territorio aiuti di emergenza contro la COVID-19, i quali rifiutano di fornire aiuto ai non musulmani poiché le donazioni sono frutto della zakat, l’elemosina rituale prevista dalla sharia, la legge islamica. Secondo gli ultimi rapporti in Pakistan ci sono 32.819 casi confermati di COVID-19, nonostante Chaudhry ritenga che molti altri non siano refertati. Il capo della Commissione Giustizia e Pace fa appello al Governo affinché si consulti con le minoranze per fare un miglior uso dei dati censuari al fine di destinare gli aiuti ai più vulnerabili. «Nonostante si lavori a dei programmi, per adesso non siamo a conoscenza di alcuna iniziativa che includa i membri di minoranze religiose per garantire che i loro bisogni non siano ignorati», conclude Chaudhry.

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Pakistan: Bambine date in matrimonio legalmente

Posted by fidest press agency su martedì, 4 febbraio 2020

«È l’ennesima sconfitta della giustizia e l’ennesima riprova che lo Stato non considera i cristiani dei cittadini pachistani». È il commento addolorato rilasciato ad Aiuto alla Chiesa che Soffre da Nagheena Younus dopo l’udienza sul caso della figlia Huma tenutasi stamattina alle ore 11 locali presso l’Alta Corte del Sindh a Karachi.
I due giudici dell’Alta Corte, Muhammad Iqbal Kalhoro e Irshad Ali Shah, hanno stabilito che, anche qualora Huma fosse minorenne, il matrimonio tra la ragazzina cristiana e il suo rapitore Abdul Jabbar resterebbe comunque valido perché secondo la sharia, la legge islamica, una volta avuto il primo ciclo mestruale una bambina di qualsiasi età può contrarre matrimonio. Nessun valore è stato dato dunque al Child marriage restraint act, la legge che vieta i matrimoni con minori entrata in vigore nel 2014 in Sindh e finora mai applicata. «Speravamo che la norma potesse essere applicata per la prima volta in questo caso – afferma l’avvocatessa Tabassum Yousaf – ma evidentemente in Pakistan queste leggi vengono formulate e approvate soltanto per accreditare il Paese agli occhi della comunità internazionale, chiedere fondi per lo sviluppo e commerciare gratuitamente i prodotti pachistani nel mercato europeo».Vi erano molte aspettative da parte dei genitori della quattordicenne cattolica rapita il 10 ottobre scorso e della comunità cristiana in generale. Huma avrebbe dovuto presentarsi in aula, come richiesto dai giudici durante la precedente udienza del 16 gennaio al poliziotto incaricato delle indagini Akhtar Hussain. Interrogato sull’assenza della ragazza, stamattina l’agente si è limitato a dire che la giovane era stata convocata. Sin dall’inizio della vicenda Hussain ha mantenuto un atteggiamento ambiguo destando forti sospetti di una sua complicità con il rapitore Jabbar.
Nonostante ciò, proprio al poliziotto è stato dato mandato dai giudici di far effettuare una visita medica per attestare l’età di Huma, come richiesto ancora una volta stamattina dalla Yousaf. «È chiaro che essendo Hussain l’incaricato – afferma l’avvocatessa – vi è un’alta probabilità che i risultati del test vengano contraffatti. Ma la nostra speranza è di riuscire comunque a provare la minore età della ragazza così da farla almeno affidare ad un centro, allontanandola così dal suo aguzzino».La prossima udienza è fissata per il 4 marzo, purtroppo però anche qualora fosse attestato che Huma è minorenne, la decisione dei giudici di ritenere il matrimonio valido, annulla qualsiasi possibilità che Jabbar venga punito per i reati di rapimento e matrimonio forzato.Aiuto alla Chiesa che Soffre continua a sostenere la famiglia e l’avvocato di Huma. «La sentenza di stamattina getta un’onta sul sistema giudiziario pachistano – commenta Alessandro Monteduro, direttore di ACS-Italia – È inimmaginabile che si possa far prevalere la sharia sulla legge di Stato. Noi esprimiamo tutta la nostra indignazione, ma al tempo stesso non ci arrendiamo. Per Huma e per le oltre mille ragazze e perfino bambine che in Pakistan ogni anno vengono rapite, stuprate, convertite con la forza all’Islam e costrette a sposare il loro rapitore. Ma apprendiamo oggi che tutto è lecito, perché in Pakistan anche una bambina di otto o nove anni che ha già avuto le mestruazioni, può essere legalmente data in moglie».

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Difficile ottenere giustizia in Pakistan

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 dicembre 2019

«Non è che io non abbia paura per la mia vita, ma considero assistere i cristiani perseguitati come una missione ed un servizio reso a Dio e alla mia Chiesa. E non saranno delle minacce a fermarmi». Così dichiara ad Aiuto alla Chiesa che Soffre Tabassum Yousaf, avvocato dell’Alta Corte del Sindh, la provincia pachistana che ha come capoluogo Karachi. La giovane avvocatessa cattolica pachistana, 38 anni e madre di due figli, difende i genitori di Huma Younus, 14enne cristiana rapita e costretta a convertirsi all’Islam e a sposare il proprio aguzzino. Recentemente, il sequestratore di Huma, Abdul Jabbar, ha minacciato i genitori della ragazza e l’avvocato di accusarli di blasfemia. «Non è raro che ciò avvenga – spiega la Yousaf, che ha già seguito molti altri casi di conversioni e matrimoni forzati – Gli aggressori musulmani spesso minacciano genitori e avvocati, servendosi della legge anti-blasfemia. Dicono: “se non smettete di cercare vostra figlia, strappiamo delle pagine del Corano, le mettiamo davanti casa vostra e diciamo che avete profanato il libro sacro”».
Difficile ottenere giustizia in Pakistan, se si appartiene ad una minoranza religiosa. «Molti cristiani non sanno di avere dei diritti al pari dei musulmani. La povertà e la mancanza di educazione dei nostri fratelli nella fede permette ai fondamentalisti islamici di abusare dei loro poteri sociali, politici, economici e religiosi per perseguitare i cristiani. E la magistratura subisce una forte pressione da parte dei partiti politici, i quali non assicurano alle minoranze il giusto sostegno a livello giuridico».«Ecco perché è fondamentale – continua – che Aiuto alla Chiesa che Soffre si faccia carico delle spese legali. Questo ci consentirà di avvalerci del sostegno di un avvocato musulmano di grande esperienza con il quale, se necessario, porteremo il caso dinanzi alla Corte Suprema».La giovane avvocatessa difende pro bono numerosi cristiani e lavora a stretto contatto con l’arcidiocesi di Karachi guidata dal Cardinale Joseph Coutts e con la Commissione Giustizia e Pace diocesana. Inoltre collabora frequentemente con Aiuto alla Chiesa che Soffre, per tenere alta l’attenzione mediatica internazionale sulle gravi difficoltà vissute dai cristiani in Pakistan. «La liberazione di Asia Bibi è stata una vittoria, ma le condizioni dei cristiani in Pakistan non sono cambiate. Per questo non dobbiamo spegnere i riflettori su casi come quello di Huma. Soltanto così riusciremo a far intervenire le alte cariche politiche locali. E se vinceremo e riporteremo Huma a casa, una simile sentenza aiuterà molto anche le tante altre ragazze cristiane rapite e convertite con la forza all’Islam. Ma per farlo c’è bisogno della pressione internazionale, perché nonostante i nostri sforzi per attirare l’attenzione sul caso, in Pakistan tutto è fermo».

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Pakistan: Conversioni forzate all’Islam

Posted by fidest press agency su sabato, 10 agosto 2019

«L’Occidente e media internazionali possono fare molto per tutelare le minoranze religiose in Pakistan». Ad affermarlo è l’avvocatessa cattolica Tabassum Yousaf che domani, 8 agosto, alle ore 11 locali al Press Club di Karachi, Pakistan, organizzerà assieme ad Aiuto alla Chiesa che Soffre una conferenza per porre l’attenzione sul drammatico fenomeno delle conversioni forzate all’Islam di giovani donne e perfino adolescenti appartenenti alle minoranze religiose. «Ogni anno almeno mille delle nostre ragazze vengono rapite, violentate, obbligate a convertirsi all’Islam e costrette a sposare i loro aguzzini», denuncia la Yousaf notando come questa sia una piaga che affligge tutte le minoranze religiose, in primis cristiani e indù. La conferenza promossa anche da ACS è realizzata anche in occasione della prossima giornata per le minoranze, che in Pakistan ricorre l’11 agosto. All’evento prenderanno infatti parte esponenti delle diverse religioni, inclusi il cardinale Joseph Coutts e alcuni leader religiosi islamici.Oltre a denunciare il dramma di queste donne e perfino bambine le cui famiglie si trovano spesso totalmente indifese di fronte al sistema giuridico pachistano per il quale una conversione all’Islam è comunque inoppugnabile, la conferenza intende approfondire il tema delle misure che in Pakistan potrebbero consentire non soltanto la tutela delle minoranze, ma anche il loro sviluppo. «I nostri ragazzi non hanno accesso ad un’istruzione adeguata e pertanto sono penalizzati anche nella ricerca di un impiego», afferma la Yousaf la quale ha steso – con la collaborazione del cardinal Coutts e di leader di diverse fedi – una risoluzione in 10 punti per la promozione delle minoranze che sarà firmata dai partecipanti alla conferenza.Al primo punto, si chiede di fissare a 18 anni l’età minima per contrarre matrimonio, mentre al punto n. 9 si richiedono tutele legali contro i rapimenti e le conversioni forzate che – come ha notato in un discorso ufficiale per la giornata delle minoranze lo stesso primo ministro Imran Khan – non sono consentite dalla stessa religione islamica. Il premier ha invitato a proteggere i non musulmani come fece Maometto a Medina, ma le minoranze del Pakistan non si accontentano di essere tutelate. Desiderano contribuire attivamente allo sviluppo del Paese e chiedono di avere un ministro federale per le minoranze, un vuoto ancora non colmato dalla morte di Shahbaz Bhatti nel 2011. È anche questo uno dei punti della risoluzione in cui si chiedono inoltre leggi atte ad evitare discriminazioni e la destinazione alle minoranze di una quota delle borse di studio offerte dal governo pachistano e da quelli di altri Paesi.«Gli stessi governi esteri dovrebbero assicurarsi che i loro aiuti giungano anche ai non musulmani. In special modo le nazioni occidentali, almeno sulla carta cristiane, che dovrebbero avere a cuore noi fratelli nella fede. Alla comunità internazionale e in particolare all’Occidente chiediamo altresì di dare voce alla nostra richiesta di giustizia e di diritti, come fa da sempre ACS che ringraziamo per aver sostenuto anche questa nostra iniziativa. Il caso di Asia Bibi mostra quanto la visibilità internazionale sia cruciale per la tutela delle minoranze pachistane. Quindi continuate ad accendere i riflettori sulla difficile condizione in cui viviamo».Infine l’avvocatessa esprime a Papa Francesco tutta la gratitudine dei cristiani del Pakistan. «Siamo profondamente grati al Santo Padre per la vicinanza nella preghiera a noi cristiani pachistani e a tutto il nostro Paese».

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In Pakistan vi sono attualmente 187 cristiani detenuti in carcere per blasfemia

Posted by fidest press agency su sabato, 16 febbraio 2019

Quasi 200 casi come quello di Asia Bibi di cui nessuno parla. . Così riferisce Cecil Shane Chaudhry, direttore esecutivo della Commissione Nazionale Giustizia e Pace pachistana (Ncjp), ad una delegazione di Aiuto alla Chiesa che Soffre in visita nel Paese asiatico. Se la vicenda giudiziaria della madre cristiana si è definitivamente conclusa il 29 gennaio scorso, per tanti altri suoi fratelli nella fede non è così.Con “legge antiblasfemia” si intendono principalmente due commi dell’articolo 295 del codice penale pachistano (i commi B e C). L’articolo 295B prevede l’ergastolo per chi profana il Corano, e il 295C la pena di morte per chi insulta il Profeta Maometto.«La legge anti-blasfemia è un potente strumento nelle mani dei fondamentalisti e ai danni delle minoranze, spesso usato impropriamente per vendette personali – aggiunge Chaudhry – E quando viene accusato un cristiano è tutta la comunità a pagarne le conseguenze».È esattamente quanto è successo nel marzo 2013 nel quartiere cristiano di Joseph Colony a Lahore, dopo che il giovane cristiano Sawan Masih è stato accusato di aver insultato Maometto. «Il 9 marzo, dopo la preghiera del venerdì una folla di tremila musulmani ha dato fuoco all’intero quartiere distruggendo quasi 300 abitazioni e due chiese», racconta ad ACS padre Emmanuel Yousaf, presidente dell’Ncjp durante una visita all’insediamento che oggi è stato ricostruito grazie agli aiuti del governo e restituito alle famiglie cristiane.Ma se gli 83 uomini ritenuti colpevoli del rogo sono stati tutti liberati, Sawan Masih è stato condannato a morte nel 2014 e attende ancora oggi il processo di appello. «Le udienze vengono continuamente rinviate – spiega ad ACS l’avvocato Tahir Bashir – L’ultima era stata fissata per il 28 gennaio scorso, ma il giudice non si è presentato. Ora una nuova udienza è fissata per il 27 febbraio».Come per Asia Bibi, anche per Sawan non mancano delle irregolarità. La denuncia è stata presentata da un suo amico musulmano, Shahid Imran, in seguito ad una lite. Ma soltanto due giorni dopo sono stati presentati due testimoni che in realtà non erano presenti al momento delle presunte offese a Maometto. «Le accuse a Sawan sono strumentali – spiega padre Yousaf ad ACS – in realtà il vero scopo era di cacciare i cristiani da questo quartiere, che è piuttosto ambito perché vicino a fabbriche siderurgiche».Intanto, da quasi sei anni, la moglie di Sawan, Sobia, cresce da sola i loro tre figli. «Non so perché abbiano incolpato mio marito – dice ad ACS – so soltanto che l’uomo che lo accusa era un suo amico con il quale aveva litigato. Sawan è innocente!».

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Asia Bibi libera

Posted by fidest press agency su mercoledì, 31 ottobre 2018

«Non vedo l’ora di riabbracciare mia madre. Finalmente le nostre preghiere sono state ascoltate!». Con la voce rotta dal pianto Eisham Ashiq, la figlia minore di Asia Bibi, commenta ad Aiuto alla Chiesa che Soffre la notizia dell’assoluzione della madre, decisa dalla Corte Suprema e resa nota questa mattina alle 9.20 circa ore pachistana.
«È la notizia più bella che potessimo ricevere – dichiara il marito di Asia, Ashiq Masih – è stato difficilissimo in questi anni stare lontano da mia moglie e saperla in quelle terribili condizioni. Ora finalmente la nostra famiglia si riunirà, anche se purtroppo dubito che potremo rimanere in Pakistan».Sin dall’udienza dell’8 ottobre scorso i fondamentalisti hanno messo in atto manifestazioni e campagne attraverso i social, contro l’assoluzione della «maledetta» Asia, invocandone l’impiccagione e minacciando di morte i giudici e chiunque l’avesse difesa.«Abbiamo molta paura di quanto potrà succedere. In questo paese ci sono molti fondamentalisti», dichiara ad ACS Saif ul-Malook, a capo del collegio difensivo di Asia. A Malook non è stato permesso di informare personalmente la sua assistita. «È stato un ordine della corte Suprema, ma ho potuto chiamare la prigione in cui è detenuta Asia e chiedere che lei fosse informata». Come spiega l’avvocato ci vorranno alcuni giorni prima che la donna venga liberata. «Il verdetto deve essere consegnato all’Alta Corte di Lahore e poi alla prigione di Multan». Intanto si teme anche per la sicurezza dei familiari di Asia e di chiunque ne abbia favorito l’assoluzione. «Io e la mia famiglia siamo in grave rischio – continua Maloof – specie perché io sono un musulmano che difende una cristiana che ha commesso blasfemia».Le autorità pachistane hanno intensificato la sicurezza in tutto il Paese, soprattutto nelle aree dove vivono i cristiani e le altre minoranze. Si temono massacri anticristiani come quelli avvenuti a Gojra nel 2009 e a Joseph Colony nel 2013.«La situazione è tesa – afferma l’avvocato – ma oggi ringraziamo Dio per questo momento storico in cui Asia Bibi, dopo 9 anni e mezzo, ha finalmente avuto giustizia!».

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First Solar to Power Zorlu Enerji’s 100MW Solar Power Plant in Pakistan

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 dicembre 2017

istanbulTEMPE, Az./ISTANBUL, Turkey, First Solar, Inc. (Nasdaq: FSLR) today announced that it is supplying over 860,000 high-performance thin film modules to power a 100 megawatt (MW)AC utility-scale photovoltaic (PV) solar power plant developed by Zorlu Enerji in Pakistan. The Independent Power Producer (IPP) facility, part of the Quaid-e-Azam Solar Park in the country’s Punjab province, is expected to be completed and connected to the electricity grid by the first half of 2018.
When completed, the plant will increase Zorlu Enerji’s installed capacity in the country to 156.4MW, a portfolio that includes a 56.4MW wind farm completed in 2013. The facility will generate an estimated 180 million kilowatt-hours of electricity per year – sufficient to power approximately 140,000 average homes – for Pakistan’s Central Power Purchasing Agency, under a 25-year Power Purchase Agreement (PPA).“We are confident that First Solar’s advanced PV modules will thrive in Bahawalpur’s desert conditions, delivering over eight percent more energy than conventional crystalline-silicon panels, and enabling our successful bid for a PPA,” said Sinan Ak, Chief Executive Officer of Zorlu Enerji. “We are also confident that we will set a new benchmark for solar energy in Pakistan, replicating the standards we set with our award-winning Jhimpir wind power plant. There is no doubt in my mind that this project will be a new milestone for the development of utility-scale solar in the country.”
“This project is part of a pivotal move by Pakistan to secure its energy independence by harnessing its solar resource, and we are proud to be playing an enabling role,” said Stefan Degener, First Solar’s Head of Business Development for Europe and Africa.In February this year, First Solar and Zorlu Holding signed a collaborative sales agreement under which Zorlu Solar became a major distributor of First Solar’s modules in Turkey, Afghanistan, Albania, Bosnia, Bulgaria, Cyprus, Georgia, Kosovo, Macedonia, Pakistan, Romania, Serbia, Turkmenistan, the Ukraine, and the Commonwealth of Independent States. In addition to selling PV modules in these markets, Zorlu Solar is undertaking its own project development activity, powering its successful projects with First Solar technology.“This deal demonstrates Zorlu Group’s ability to enable our sales strategy by expanding First Solar’s installed capacity well beyond our existing markets. It also proves that our high-performance technology and Zorlu Group’s commercial expertise makes for a winning combination in any of the 26 markets covered by our agreement,” Degener added.

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In Pakistan alcuni leader evidenziano l’urgente necessità di armonia fra le religioni/Leaders in Pakistan highlight urgent need for harmony of religion

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 dicembre 2016

bahaiLAHORE, Pakistan, (BWNS) — La Baha’i International Community (BIC) ha sottolineato la necessità di una più profonda comprensione dell’unità del genere umano per promuovere la convivenza pacifica tra le varie religioni.Parlando durante un evento organizzato dal governo del Pakistan per promuovere l’armonia interreligiosa — il Convegno internazionale Seerat a Lahore — un rappresentante della BIC Chong Ming Hwee ha dichiarato: «Nel corpo umano, la cooperazione assicura il funzionamento del sistema… Allo stesso modo, la civiltà può essere vista come il risultato di un insieme di interazioni tra parti componenti strettamente integrate, seppure diverse — componenti che hanno trasceso lo scopo limitato di pensare solo alla propria esistenza.«E come la vitalità di ogni cellula e di ogni organo dipende dalla salute del corpo nel suo complesso, così la pace e la prosperità di ogni persona, di ogni famiglia e di ogni popolo devono essere cercate mediante il benessere dell’intera razza umana».Il convegno ha avuto luogo l’11 e il 12 dicembre 2016, nell’anniversario della nascita del Profeta Muhammad. Alcuni leader pakistani, riconoscendo l’urgente necessità di armonia fra le religioni, hanno colto l’occasione per richiamare l’attenzione sul ruolo della religione nella creazione dell’unità. Il convegno , al quale ha partecipato il primo ministro pakistano Nawaz Sharif, è stato arricchito anche dalla presenza di rappresentanti delle diverse comunità religiose e di diversi funzionari governativi. «È stato molto incoraggiante partecipare a questo storico convegno convocato dal governo del Pakistan, che ha accolto e accettato i contributi delle minoranze religiose», ha detto il signor Chong. «Questo incontro non ha solo attestato che gli insegnamenti e l’esempio del Profeta Muhammed raccomandano l’armonia interreligiosa, ma ha anche ribadito verità fondamentali che sono comuni a tutte le religioni, vale a dire l’unicità di Dio e dell’umanità».
LAHORE, Pakistan — The Baha’i International Community (BIC) has emphasized the need for a deeper understanding of human oneness in fostering peaceful coexistence between different religions.Speaking at an event organized by the government of Pakistan to promote interfaith harmony—the International Seerat Conference in Lahore—BIC representative Chong Ming Hwee stated “In the human body, cooperation ensures the functioning of that system… Similarly, civilization can be seen as the outcome of a set of interactions among closely integrated, yet diverse components—components which have transcended the narrow purpose of tending to their own existence.””And just as the viability of every cell and every organ depends upon the health of the body as a whole, so should the peace and prosperity of every individual, every family, and every people be sought in the well-being of the entire human race.” The Conference was held on 11 and 12 December 2016, taking place on the anniversary of the birth of the Prophet Muhammad. Leaders in Pakistan, recognizing the urgent need for interfaith harmony, used the occasion to draw attention to the role of religion in creating unity. The conference, which was attended by Pakistani Prime Minister Nawaz Sharif, also included representatives of different religious communities and government officials.
“To be a part of this historic conference convened by the government of Pakistan, where contributions of religious minorities were welcomed and embraced, was very heartening,” said Mr. Chong. “Not only did the gathering attest to how the teachings and example of Prophet Muhammed emphasized interfaith harmony, but it also affirmed foundational truths that are common to all religions, namely the oneness of God and of humanity.”

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Rif Line apre il nuovo ufficio in Pakistan e sviluppa ulteriormente la sua presenza internazionale

Posted by fidest press agency su lunedì, 1 agosto 2016

flaminio rizziUno dei leader italiani nel trasporto merci ed uno dei player più in crescita in Europa apre una nuova sede in Pakistan dopo Bangladesh, Cina e Giappone. Rif Line ha deciso di investire in questo mercato dalle grandi prospettive di sviluppo con l’apertura di un ufficio a Karachi, antica capitale del Paese e cuore economico e finanziario del Pakistan.“Come le precedenti aperture in Bangladesh, Cina e Giappone, l’inaugurazione del nuovo ufficio di Karachi risponde al crescente bisogno delle aziende italiane che quotidianamente lavorano in questo Paese. L’obiettivo della nostra azienda è quello di diventare per queste aziende un vero e proprio partner di riferimento. Continuano così il nostro piano di sviluppo all’estero che ci conferma come uno dei player più dinamici del settore trasporto merci import/export.” così Flaminio Rizzi, Business Development manager di Rif Line.Sesto paese più popoloso al mondo, oggi il Pakistan presenta rappresenta una delle economie con maggiori tassi di crescita di tutto il continente Asiatico. Con un’economia che si è dimostrata inaspettatamente forte durante una serie d’eventi potenzialmente distruttivi come la crisi finanziaria asiatica, la recessione globale, la carestia, l’azione militare in Afghanistan dopo l’11 settembre, e le tensioni con l’India.Ultimamente il settore manifatturiero pakistano ha avuto tassi di crescita in doppia cifra, con la manifattura su larga scala cresciuta negli ultimi anni ad un tasso del 18%. L’Italia è considerata un partner privilegiato per quanto riguarda le relazioni economiche e commerciali. Siamo il terzo partner commerciale nell’UE, dopo Regno Unito e Germania ed il decimo in assoluto. Secondo i dati dell’Ufficio statistico pakistano, l’Italia è attualmente al nono posto come Paese importatore di prodotti pakistani. (foto: flaminio rizzi)

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Pakistan: Joseph Coutts sull’aiuto della chiesa che soffre

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 aprile 2016

fontana di trevi«È molto importante che il mondo sappia che anche nel XXI secolo i cristiani sono perseguitati e finanche martirizzati per la loro fede, esattamente come accadeva secoli fa». Così monsignor Joseph Coutts, arcivescovo di Karachi e presidente della Conferenza episcopale del Pakistan, esprime il suo apprezzamento per l’iniziativa di Aiuto alla Chiesa che Soffre, che il 29 aprile alle 20 illuminerà di rosso Fontana di Trevi, in ricordo del sangue dei martiri cristiani.«Questo evento – continua monsignor Coutts – invita noi tutti di essere uniti nella preghiera e a non dimenticare quanti hanno perso la vita in ragione della propria fede e quanti sono perseguitati a causa della loro religione». Attraverso tale inedita iniziativa ACS intende infatti richiamare l’attenzione sul dramma della persecuzione anticristiana.Durante la serata, inaugurata dal Presidente internazionale di Aiuto alla Chiesa che Soffre, il cardinale Mauro Piacenza, ACS darà voce ad alcune storie e testimoni del martirio cristiano, a cominciare dal vescovo caldeo di Aleppo, monsignor Antoine Audo, in quei giorni in Italia ospite della Fondazione pontificia. Nell’occasione sarà ricordato anche Shahbaz Bhatti, ministro pachistano per le minoranze religiose, ucciso nel 2011. «Bhatti – continua monsignor Coutts – ha dato la sua vita per proteggere le minoranze religiose in Pakistan e rappresenta un modello per tutti noi. Specie chi gode della piena libertà di credere e praticare la propria religione ha il dovere di pregare per i nostri fratelli e sorelle che soffrono e sono disposti a dare la propria vita per Cristo».Numerose le adesioni all’evento da parte di realtà associative cattoliche.«Sono molto felice dell’adesione dell’Associazione Pakistani Cristiani in Italia – afferma monsignor Coutts – anche noi dal Pakistan ci uniremo nella solidarietà, nella fede e nella preghiera a quanti parteciperanno a questa lodevole iniziativa di Aiuto alla Chiesa che Soffre. Così noi tutti saremo forti nella nostra fede e continueremo ad essere testimoni, non dell’odio, ma dell’amore». (foto: fontana di trevi)

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Strage cristiani

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 marzo 2016

lahore pakistanLahore (Pakistan) “Questa per i cristiani è una Pasqua di sangue, un’altro massacro che colpisce una comunità pacifica, colpevole solo di praticare la propria fede”. Lo ha affermato la vicesegretaria dem Debora Serracchiani, esprimendo “profondo cordoglio” per le vittime dell’attentato suicida che in Pakistan ha causato oltre 60 morti e 200 feriti in gran parte cristiani.
“Oggi le parole del Santo Padre che chiedono con forza pace e tolleranza – ha aggiunto Serracchiani – assumono un significato universale, e dovrebbero essere ascoltate in primo luogo dagli assassini che istigano all’odio religioso”.
“La condanna per questi atti mostruosi è fermissima: nulla può giustificare chi semina morte e odio. Non c’è alcun Dio – ha concluso- nel cui nome si possono commettere stragi di donne e bambini”.

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Invito del Papa in Pakistan

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 marzo 2016

pakistan«Siamo venuti a Roma per invitare il Santo Padre in Pakistan e lui ha accettato». Così il ministro federale per la navigazione del Pakistan, Kamran Michael, ha dichiarato ieri al fondatore dell’Associazione Pakistani Cristiani in Italia, il prof. Shahid Mobeen, durante un incontro informale in Vaticano in occasione del quinto anniversario dell’assassinio di Shahbaz Bhatti. Michael, unico ministro cristiano dell’attuale governo, è venuto a Roma assieme al ministro per gli Affari Religiosi, Sardar Muhammad Yousaf, appositamente per consegnare al Santo Padre una lettera di invito da parte del Primo Ministro del Pakistan Nawaz Sharif. L’invito al Papa è avvenuto ieri durante l’udienza generale in Piazza San Pietro. Questo pomeriggio Michael e Yousaf incontreranno anche il Segretario di Stato, il Cardinale Pietro Parolin, per ribadire l’invito e discutere di eventuali dettagli. La visita non è ancora certa, ma il probabile viaggio del Papa a settembre in India, per la canonizzazione di Madre Teresa, è stato visto dal governo pachistano come un’occasione preziosa. L’ultimo viaggio apostolico di un Pontefice in Pakistan è stato quello di Giovanni Paolo II nel 1981. Il Papa Santo si fermò soltanto un giorno nel paese.
Michael e Sardar hanno raccontato al prof. Mobeen la grande attesa in Pakistan per un possibile arrivo di Papa Francesco. «Il Premier Sharif stima molto il Pontefice e desidera fortemente riceverlo in patria». Un desiderio che si estende all’intera comunità pachistana. Bergoglio è infatti molto apprezzato anche dai musulmani, che in Pakistan rappresentano circa il 96% della popolazione. «Siamo sicuri che il Papa potrà dare anche un importante contributo al dialogo interreligioso». Un ambito, quello dei rapporti tra le fedi, nel quale il governo pachistano ha intenzione di investire maggiormente in futuro e per questo ha chiesto espressamente il contributo del prof. Mobeen, docente di Pensiero e religione islamici presso la Pontificia università Lateranense.
Come già avvenuto in Repubblica Centrafricana, la visita del Pontefice in Pakistan favorirebbe certamente un nuovo corso nel dialogo tra le religioni in un paese fortemente afflitto dal terrorismo e dal fondamentalismo islamico. La piccola minoranza cristiana – appena il 2% della popolazione – che affronta quotidianamente discriminazioni e persecuzioni soprattutto a causa della cosiddetta legge antiblasfemia, trarrebbe dalla visita del vescovo di Roma grande forza per continuare a testimoniare la propria fede nonostante le gravi difficoltà. «Per noi cristiani del Pakistan – ha detto Michael a Mobeen – sarebbe una vera e propria benedizione».
Nell’occasione ieri a Roma il ministro cristiano ha ricordato assieme all’Associazione Pakistani Cristiani in Italia il ministro Shahbaz Bhatti. «Shahbaz era come un fratello per me – ha affermato il politico – Era un vero leader carismatico, votato alla causa di rendere il Pakistan un Paese in cui regnino pace e armonia. E noi continueremo sul cammino da lui iniziato».

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Conferenza Pakistan: In ricordo di Shahbaz Bhatti

Posted by fidest press agency su martedì, 1 marzo 2016

aula senatoRoma «Ricorderemo ufficialmente Shahbaz Bhatti in aula mercoledì, nel quinto anniversario del suo assassinio». Così Pier Ferdinando Casini ha aperto la conferenza Pakistan: a cinque anni dall’assassinio di Shahbaz Bhatti la persecuzione continua, organizzata dalla Fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre e dall’Associazione Pakistani Cristiani in Italia oggi a Palazzo Madama. «Non dobbiamo dimenticarci di sostenere le minoranze cristiane come quella pachistana», ha affermato Alessandro Monteduro, direttore di Aiuto alla Chiesa che Soffre, raccontando come la fondazione pontificia abbia voluto invitare in Italia Monsignor Joseph Coutts, arcivescovo di Karachi e presidente della conferenza Episcopale Pachistana, proprio per rendere omaggio a Shahbaz Bhattii.Lo stesso Monsignor Coutts ha poi preso la parola, notando come «Shahbaz Bhatti fosse un uomo giusto e rappresenta un modello per tutti noi» ha dichiarato il presule ricordando la figura del ministro pachistano ucciso il 2 marzo 2011. «Lui ha dedicato la sua vita a proteggere le minoranze religiose in Pakistan e a migliorare le loro condizioni affinché potessero contribuire pienamente alla creazione di una società in cui tutti potessero convivere in pace e armonia».Monsignor Coutts ha descritto la realtà dei cristiani in Pakistan, un paese che ha visto negli ultimi anni aumentare esponenzialmente l’estremismo. A tal proposito il presule ha ricordato due recenti attentati contro delle istituzioni cristiane. L’attacco suicida avvenuto nella Chiesa di Ognissanti di Peshawar nel settembre 2013 e quello del marzo 2015 a Lahore nelle due Chiese del quartiere cristiano di Youhanabad.L’arcivescovo ha inoltre descritto le gravi discriminazioni subite dai cristiani nel paese asiatico. «I non-musulmani non sono considerati cittadini al pari degli altri e devono subire discriminazioni in molti modi, specialmente quando si tratta di trovare lavoro oppure ottenere promozioni. Inoltre, nei programmi scolastici i libri di testo non preparano i ragazzi a vivere in una società moderna, multi-religiosa e multi-etnica. I non-musulmani vengono descritti in modo negativo. Nelle scuole statali, gli alunni non-musulmani si trovano spesso a dover affrontare la discriminazione nei loro confronti. E capita di frequente che agli studenti sia assegnato un tema dal titolo: “Invita un tuo amico non musulmano a convertirsi all’Islam”».
Monsignor Coutts ha poi parlato della legge antiblasfemia: tra le principali cause di sofferenza dei cristiani e delle minoranze religiose. «Uno strumento che è molto efficace, specie se la persona contro la quale si punta il dito è un cristiano. In diverse occasioni la “caccia al blasfemo” ha scatenato veri e propri massacri».Anche Shahbaz Bhatti è stato assassinato a causa della “legge nera” perché ne aveva auspicato una revisione. «Si era appellato al Parlamento per modificare la Legge sulla Blasfemia. Lui non aveva commesso blasfemia, voleva soltanto impedire che la norma fosse utilizzata in modo improprio come spesso accade, ma per i fanatici anche solo il criticare la legge significa commettere blasfemia». Monsignor Coutts ha sottolineato anche il grande desiderio da parte della Conferenza episcopale per l’avvio della causa di canonizzazione.In chiusura è intervenuto il prof. Shahid Mobeen, Fondatore dell’Associazione Pakistani Cristiani in Italia, che ha rimarcato la necessità di ripristinare il ministero per le minoranze religiose, il dicastero guidato da Shahbaz Bhatti, a livello federale. «Nel quinto anniversario della morte di Shahbaz chiediamo che vi sia nuovamente un ministero federale dedicato alle minoranze religiose. Soltanto così sarà possibile proteggere i non musulmani e consentire loro di contribuire allo sviluppo del paese»

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Pakistan: almeno 43 morti

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 maggio 2015

KarachiIn seguito all’attentato compiuto a Karachi contro un autobus di fedeli ismailiti da parte di estremisti sunniti e nel quale sono state uccise almeno 43 persone e ferite gravemente altre 13, l’APM chiede maggiore e migliore tutela per gli appartenenti alle minoranze religiose in Pakistan. Far parte oggi di una qualsiasi minoranza religiosa in Pakistan, che si tratti di Hazara sciiti, Ismailiti, Ahmadiyyah, Sikh, Cristiani o Hindù è di per sé pericoloso.In Pakistan vivono circa 2 milioni di Ismailiti. Gli Ismailiti sono una minoranza sciita ma da molti Musulmani vengono considerati degli eretici. Si stima che i fedeli ismailiti al mondo siano circa 18 milioni, sono seguaci di Aga Khan, sono famosi per il loro impegno sociale e vivono in maggioranza in Medio oriente, negli stati del Golfo e nel subcontinente indiano. Per molti Ismailiti benestanti è obbligo morale versare un quinto delle proprie entrate in una cassa comune con la quale vengono poi finanziati progetti di sviluppo.In Pakistan gli Ismailiti sono spesso vittime di estremisti sunniti che rifiutano l’interpretazione liberale religiosa degli Ismailiti. Lo scorso 21 marzo 2015 diverse decine di fedeli ismailiti sono rimasti feriti in seguito ad un attentato con bombe davanti a una moschea di Karachi mentre il 13 agosto 2013 due fedeli ismailiti sono stati uccisi e altri 30 feriti quando delle granate a mano sono state lanciate su due luoghi di preghiera.I fedeli sciiti sono le vittime principali della violenza politico-religiosa in Pakistan. Tra luglio 2013 e giugno 2014 vi sono stati almeno 54 attacchi a Sciiti, 22 a Cristiani e 10 aggressioni contro fedeli ahmadiyya. Nello stesso periodo 222 Sciiti sono stati uccisi da atti di violenza a sfondo politico: di questi la maggioranza apparteneva al gruppo etnico degli Hazara.

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Parlamento per lo stop alla pratica di “beaching” per rottamazione di vecchie navi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 ottobre 2013

Le misure concordate con i ministri europei per porre fine alla pratica dell’arenamento sulle spiagge dei paesi emergenti per rottamare le vecchie navi e per assicurare che queste siano invece riciclate in impianti riconosciuti, sono state approvate martedì dal Parlamento. Per i deputati, l’arenamento delle navi finalizzato allo smantellamento mette a rischio la salute dei lavoratori, la sicurezza e l’ambiente.
Il relatore Carl Schlyter (Verdi/ALE, DE) ha dichiarato: “Vorrei sottolineare che questo non è un attacco contro l’India, il Bangladesh o il Pakistan – paesi che attualmente praticano l’arenamento – ma contro la stessa pratica di arenamento pericolosa e altamente inquinante.” Questo regolamento, ha proseguito, “incoraggia questi paesi a compiere i necessari investimenti per impianti di riciclaggio adeguati, sopratutto a vantaggio di posti di lavoro sicuri ed ecocompatibili nei loro paesi”.
Un elenco comunitario d’impianti di riciclaggio delle navi. In futuro, le navi registrate nell’UE dovranno essere smantellate in impianti di riciclaggio approvati dall’UE, che dovranno soddisfare requisiti specifici, essere certificati e sottoposti a regolari ispezioni.Durante i negoziati, il Parlamento ha rafforzato i requisiti proposti, obbligando tra l’altro le società di riciclaggio navale a operare in strutture permanenti, che devono essere progettate, costruite e gestite in sicurezza e rispettando l’ambiente. Le imprese di riciclaggio dovrebbero limitare i materiali pericolosi in tutto il processo di smantellamento e manipolare i materiali e i rifiuti pericolosi unicamente su suoli impermeabili con un efficace sistema di drenaggio. I quantitativi effettivi di materiali pericolosi dovranno essere documentati e il loro trattamento autorizzato solo presso impianti di trattamento dei rifiuti o di riciclaggio.Sia le navi comunitarie, sia quelle non comunitarie, saranno oggetto del regolamento poiché dovranno produrre un inventario dei materiali pericolosi quando entrano nei porti dell’UE. Saranno gli Stati membri a stabilire le misure di esecuzione, comprese le sanzioni in caso di violazione delle norme.Inoltre, la Commissione dovrà presentare uno studio sulla fattibilità su uno strumento finanziario che agevoli un corretto riciclaggio delle navi all’insegna della sicurezza e, se del caso, presentare una proposta legislativa entro 3 anni dall’entrata in vigore del presente regolamento.

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L’ospedale gonfiabile

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 settembre 2013

Rispondere a un’emergenza umanitaria è una corsa contro il tempo. Le équipe di Medici Senza Frontiere (MSF) lo sperimentano direttamente ogni volta che nel mondo una catastrofe naturale o un conflitto armato mettono a rischio la vita di intere popolazioni. Uno degli strumenti più innovativi che MSF utilizza nelle emergenze è l’Ospedale gonfiabile, una struttura unica e immediatamente operativa. Per la prima volta l’organizzazione medico umanitaria lo presenta in Italia, con l’obiettivo di avvicinare al grande pubblico modalità di lavoro che fanno la differenza in contesti di estrema complessità. I visitatori – al fianco degli operatori umanitari – possono condividere l’esperienza di MSF nella lotta quotidiana per garantire cure mediche di qualità durante guerre e catastrofi naturali. “L’Ospedale gonfiabile di MSF nasce per dare una risposta concreta e soprattutto immediata”, dichiara Gabriele Eminente, Direttore generale di Medici Senza Frontiere Italia. “Lo proponiamo in Italia per far capire al pubblico che cosa vuol dire garantire cure mediche in contesti di emergenza come il terremoto ad Haiti o il conflitto in Siria. Proprio questi due scenari sono quelli proposti ai visitatori che, vestendo i panni dei nostri operatori umanitari, potranno immergersi nella realtà di MSF, un’organizzazione in grado di intervenire nelle emergenze umanitarie grazie alla propria capacità logistica, alla professionalità del proprio staff e all’esperienza maturata in oltre 40 anni di attività”. Cosa significa allestire un sistema di potabilizzazione e distribuzione dell’acqua? Cosa significa avere, poche ore dopo un terremoto, tutto il materiale necessario per allestire ospedali da campo ed effettuare interventi chirurgici? Cosa significa avere le persone formate per intervenire in un’emergenza? Quali sono le priorità mediche dopo una catastrofe naturale? A questi e altri interrogativi vuole dare risposta l’ospedale gonfiabile di MSF che toccherà varie città d’Italia. Creato per essere utilizzato in contesti di crisi, nell’immediato periodo post-emergenza, l’ospedale gonfiabile è composto da una serie di tende pneumatiche. L’assemblaggio di diverse tende permette, con un approccio modulare, di comporre un vero e proprio ospedale, provvisto di tutti i servizi, dal pronto soccorso alla sala operatoria alla farmacia, necessari al suo corretto funzionamento. Si tratta di una struttura pensata per essere completamente indipendente da fonti locali di energia e dal sistema idrico locale. E’ stato utilizzato per la prima volta da MSF nel terremoto del Pakistan del 2005, e poi con successo in altri contesti, tra cui il terremoto di Haiti del 2010 e ora nell’emergenza in Siria.

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UNICEF / OMS: un nuovo piano per affrontare polmonite e diarrea che potrebbe salvare 2 milioni di bambini ogni anno

Posted by fidest press agency su sabato, 13 aprile 2013

Un nuovo Piano d’Azione mondiale lanciato oggi dall’UNICEF e dall’OMS può salvare ogni anno 2 milioni di bambini da morti per polmonite e diarrea, due delle malattie killer per i bambini sotto i cinque anni di età. Nel 90% dei casi, queste morti avvengono nell’Africa subsahariana e nell’Asia meridionale.Il Piano d’Azione Mondiale Integrato per la Prevenzione e il Controllo della Polmonite e della Diarrea richiede una maggiore integrazione degli sforzi per prevenire e curare queste due malattie, stabilire obiettivi ambiziosi per ridurre il tasso di mortalità ed aumentare i livelli di accesso ad interventi salva vita dei bambini.
«Troppo spesso, le strategie per contrastare la polmonite e la diarrea sono condotte in parallelo, senza sinergie”, ha dichiarato Elizabeth Mason, Direttore per il Programma della Salute Materna, neonatale, infantile e giovanile dell’OMS. Ma come dimostrano paesi come Bangladesh, Cambogia, Etiopia, Malawi, Pakistan e Tanzania, integrare sempre più strettamente queste strategie ha senso sia dal punto di vista sanitario che economico».Molti fattori contribuiscono ad entrambe le malattie, per cui nessun intervento singolo può efficacemente prevenire, curare o controllare la polmonite o lo diarrea. Tuttavia, come i paesi più ricchi hanno dimostrato, ci sono degli elementi chiave per ridurre il numero di infezioni e morti causati da entrambe le malattie. Per esempio, una buona nutrizione e un ambiente pulito aiutano a proteggere i bambini da polmonite e diarrea. Si stanno testando nuovi vaccini per proteggere i bambini da entrambe le malattie. Un buon accesso ai servizi sanitari e i farmaci giusti possono garantire che i bambini ricevano le cure necessarie. Ma molti degli sforzi che si realizzano nei Paesi a basso e medio reddito per contrastare la polmonite e la diarrea devono ancora fare tesoro di questi elementi comuni.«È un problema di equità. I bambini poveri nei paesi a basso reddito sono più esposti al rischio di morire a causa di polmonite o diarrea, ma sono anche quelli che hanno meno possibilità di accedere agli interventi di cui necessitano”, ha detto Mickey Chopra, Responsabile per i programmi sanitari dell’UNICEF.
“Sappiamo cosa occorre fare. Se, nei 75 Paesi con il più alto tasso di mortalità applicassimo all’intera popolazione la stessa copertura di interventi di base dei quali godono il 20% delle famiglie più ricche, potremmo prevenire la morte di 2 milioni di bambini già dal 2015, la data finale degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio”, ha detto Chopra.
Il nuovo Piano d’Azione UNICEF/OMS stabilisce obiettivi globali chiari da raggiungere entro il 2025: riduzione del 75% dell’incidenza di polmonite acuta e diarrea rispetto ai livelli del 2010 tra i bambini sotto i 5 anni di età, e l’eliminazione virtuale delle morti causate da entrambe le malattie nella stessa fascia di età. Il piano punta anche a una riduzione del 40% nel numero di bambini sotto i 5 anni che soffrono di malnutrizione cronica. Gli obiettivi del Piano di Azione sono significativamente più elevati rispetto agli attuali livelli di cura. Ad esempio, esso richiede che il 90% della popolazione infantile mondiale abbia accesso ad antibiotici contro la polmonite e ai sali per la reidratazione orale contro la diarrea, rispetto ai livelli attuali (rispettivamente del 31 e del 35%). Come obiettivo intermedio, almeno metà di tutti i neonati sotto i 6 mesi dovrebbero essere allattati esclusivamente al seno, rispetto al livello attuale del 39% (dato 2012). Tutti i bambini dovrebbero avere accesso a servizi igienici adeguati e ad acqua potabile sicura, che oggi sono garantiti rispettivamente al 63% e all’89% della popolazione infantile globale.Inoltre, il Piano prevede che si continui a lavorare sui progressi già realizzati in quei Paesi che hanno introdotto nuovi vaccini contro il pneumococco e il rotavirus, in modo da raggiungere il 90% della copertura vaccinale contro questi patogeni entro la data fissata.

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World failing Pakistan flood victims

Posted by fidest press agency su sabato, 22 ottobre 2011

Caritas, Karachi, Pakistan

Image by 350.org via Flickr

Caritas says a poor response by the international community to major floods in Pakistan in 2011 is endangering lives.
The Catholic aid network is urging donors to devote more resources to provide food, shelter and clean water to millions of people in need. Heavy monsoon rains began to inundate large areas of southern Pakistan in late July 2011. As the months wore on, the floods swamped villages across the province of Sindh. According to the United Nations, more than five million people are affected. In September, the U.N. called on the international community to donate $357 million US (258 million euros) to the crisis. Despite the scale of the need, the UN appeal has received only 20 percent of the required funding as of mid-October. A Caritas Internationalis appeal for $4.7 million US (3.4 million euros) for food aid, shelter, and medical help is also underfunded with only 25 percent of the appeal covered . Caritas Internationalis Secretary General Michel Roy said, “The desperate situation in Pakistan needs to be addressed by the international community quickly otherwise we will face an even greater humanitarian crisis. Caritas is providing food, shelter, medical care and other aid to families in Pakistan through the national member Caritas Pakistan, as well as Catholic Relief Services (CRS is a US Caritas member) and Trócaire (Caritas Ireland).

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Pakistan Express: Vivere e cucinare all’ombra dei talebani

Posted by fidest press agency su martedì, 5 luglio 2011

Edizioni Lindau Collana «I Draghi» pp. 176 euro 13,50 ISBN 978-88-7180-926-7 «Oggi il Pakistan è sinonimo di terrorismo e talebani. Ma come vive quotidianamente la cosiddetta gente normale, tra il lavoro e gli svaghi, i problemi di ogni giorno e i divertimenti? Sembra incredibile, ma il fondamentalismo islamico e la normalità convivono nelle strade, nelle case, nei luoghi pubblici. Ho incontrato studenti, lavoratori, professionisti, giornalisti. Hanno sogni e aspirazioni uguali alle nostre, nonostante vivano sotto la minaccia dei talebani. Le ricette che ho inserito dicono molto della vita di tutti i giorni in Pakistan, sono un mix irresistibile di sapori arabi, indiani, persiani: odori e profumi di una terra affascinante, sconosciuta.» Anna Mahjar-Barducci
Anna Mahjar-Barducci è una giovane giornalista e scrittrice italo-marocchina. È cresciuta tra la Versilia, il Marocco e la Tunisia; ha trascorso parte della sua infanzia in Zimbabwe, Senegal, Guinea Conakry e Gambia. Ha vissuto, a lungo, in Pakistan, dove ha studiato. La mamma è musulmana, il padre cristiano e il marito ebreo. Vive tra Washington e Gerusalemme. I suoi articoli sono apparsi su varie testate mediorientali, nonché italiane ed europee. Ha incontrato e intervistato leader politici internazionali; in particolare figure chiave della cultura e della politica pakistana, tra cui l’ex premier Benazir Bhutto, pochi mesi prima del suo assassinio. È presidente dell’Associazione Arabi Democratici Liberali, che ha sede a Roma. È autrice di «Italo Marocchina. Storie di immigrati marocchini in Europa» (Diabasis, 2009).
Anna Mahjar-Barducci ha vissuto e studiato in Pakistan, ad Abbottabad, nella stessa città, di più, nello stesso quartiere, a pochi metri di distanza dalla villa dove viveva Osama bin Laden e dove è stato ucciso il 2 maggio scorso. E questo libro, Pakistan Express, è ambientato proprio lì, ad Abbottabad, in quelle strade, quelle case, tra le persone che vivono lì e che l’Autrice ha incontrato e frequentato per tanti anni. La foto della modella pakistana in copertina è di Yousuf Khan

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