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Posts Tagged ‘palestinesi’

No al TTIP. No a chi vuole mettere sotto silenzio il sostegno ai diritti dei palestinesi

Posted by fidest press agency su domenica, 13 settembre 2015

palestinaUn gruppo di associazioni mostrano tutta la loro contrarietà a quello che considerano un negoziato pericoloso pericoloso sul Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (TTIP) ed ai tentativi di alcuni politici statunitensi di utilizzare il TTIP per limitare sia la libertà di espressione politica che le campagne di solidarietà con la lotta del popolo palestinese per libertà, giustizia e uguaglianza.
Il TTIP, attualmente in corso di negoziazione tra l’Unione europea e gli Stati Uniti, potrebbe comportare un trasferimento di potere senza precedenti alle corporation allo scopo di salvaguardare i loro interessi e rappresenta un grave attentato alla democrazia, agli standard sociali, ai diritti dei lavoratori e alle normative sull’ambiente. Esso porterebbe all’irreversibile privatizzazione e frammentazione dei servizi pubblici e pregiudicherebbe seriamente l’attuazione di provvedimenti a tutela dell’ambiente.Inoltre, sono molto preoccupanti la segretezza e la mancanza di democrazia, che sono le caratteristiche fondamentali del negoziato, e il meccanismo proposto dello “Investor State Dispute Settlement” (ISDS), che permetterebbe alle multinazionali di avviare azioni legali nei confronti dei governi secondo un sistema giudiziario parallelo riservato esclusivamente ad esse.Come organizzazioni che si oppongono a qualsiasi trattato UE-USA sul commercio che non privilegi l’interesse pubblico, ci preoccupa molto l’introduzione nella legislazione del Congresso degli Stati Uniti di norme che potrebbero permettere di usare il TTIP nella repressione di campagne per i diritti umani in solidarietà con il popolo palestinese.
Il 29 giugno 2015, il presidente Barack Obama ha firmato il Bipartisan Congressional Trade Priorities and Accountability Act, che gli concede l’autorità di procedere attraverso una “corsia veloce” (fast track) sui negoziati commerciali, come il TTIP. La sezione 20 di questa legge stabilisce gli “obiettivi negoziali principali” per i partner commerciali nel TTIP e vi è compresa una clausola che “scoraggia azioni politiche tese a boicottare, disinvestire o sanzionare Israele e mira ad eliminare barriere non tariffarie ed imposte con motivazioni politiche su beni, servizi o altri scambi con lo Stato di Israele”.La definizione di tali azioni specifica inoltre che vi sono incluse non solo quelle mirate a chi svolge attività in Israele, ma anche quelle verso chi opera “in territori controllati da Israele “. La legge, quindi, ha lo scopo di proteggere gli insediamenti illegali di Israele da misure che in futuro li gravino di responsabilità, nonostante che l’Unione europea e le Nazioni Unite li considerino illegali, secondo il diritto internazionale.L’inclusione di tali disposizioni nella legislazione ‘fast track’ è una risposta al crescente successo delle campagne di solidarietà con il popolo palestinese in tutta Europa e negli Stati Uniti, essa potrebbe richiedere all’UE di rivedere le misure esistenti già adottate sulla base degli obblighi previsti dal diritto internazionale. Questi includono la fine di un trattamento preferenziale per le esportazioni provenienti da insediamenti israeliani illegali nella Cisgiordania occupata e l’attuazione delle linee guida che impediscono la concessione di fondi pubblici europei a tali insediamenti.L’UE ha anche adottato misure per mettere in guardia le imprese dall’avere rapporti economici con gli insediamenti israeliani illegali; le principali banche europee hanno disinvestito da banche ed imprese israeliane a causa del ruolo di queste nelle violazioni israeliane del diritto internazionale; grandi aziende europee come G4S e Veolia sono ritenute responsabili per il loro coinvolgimento nelle infrastrutture dell’occupazione israeliana della terra palestinese.
A seguito dell’aggressione di Israele alla Striscia di Gaza nel 2014, che ha provocato la morte di più di 2.200 persone con attacchi deliberati contro i civili, considerati crimini di guerra dall’ONU e da altri organismi, in tutto il mondo è sceso in strada un gran numero di persone per esprimere sostegno alla lotta palestinese per la libertà, la giustizia e l’uguaglianza. Non accetteremo alcun tentativo legislativo di tacitare queste espressioni di solidarietà.

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l Semiti Palestinesi

Posted by fidest press agency su domenica, 17 maggio 2015

palestinaDi Abou Roxas (nome palestinese di Rosario Amico Roxas) L’Italia che conta, quella che rappresenta la nazione a livello mondiale, quella che guarda altre il presente e aspira al futuro; l’Italia del Presidente della Repubblica, l’Italia del Sommo Pontefice, riconosce il mondo Palestinese come meritevole di avere uno Stato per pacificare quell’area che rischia di diventare l’esca per una nuova guerra.Abbiamo mai cercato di indossare i panni di un palestinese, di guardare il mondo con i suoi occhi, di sentire il pulsare del nostro cuore con i suoi sentimenti ?Abbiamo mai cercato di comprendere prima di giudicare, di conoscere prima di condannare?
Certo sono più comode le vesti degli opulenti sionisti israeliani; è più rassicurante la loro forza politica ed economica; ci suggestiona molto di più la loro arroganza. Siamo tutti disponibili e pronti a “soccorrere” il vincitore o il potente di turno, a saltare sul carro del più forte per ottenerne briciole di prebende; nessuno osa contrastare il più forte e dare voce a chi è costretto a subire, senza neanche il diritto di far valere le sue ragioni, anche se sono evidenti sotto gli occhi di tutti; si arriva anche a mentire pur di non scontentare chi fa valere più la forza che la ragione. Il più forte comanda su tutto e su tutti, impone la sua legge e condanna o assolve a suo piacimento, scatena guerre o concede la pace, ma sempre e solo nell’ottica del proprio tornaconto. Le guerre non sono una “Ordalia”, un “Giudizio di Dio”, le vince il più forte, non chi ha ragione. Il popolo ebraico ha subito un atroce olocausto, ma da un popolo occidentale, che si riteneva superiore; ha patito la tragedia delle persecuzioni e ha cercato e trovato finalmente una Patria, promessa loro dal Dio di Abramo, lo stesso Dio dei Palestinesi. Il popolo ebraico, divenuto Stato sionista di Israele, ha, arbitrariamente, presentato il conto dei loro patimenti e delle loro persecuzioni, agli incolpevoli Palestinesi, con azioni analoghe a quelle che hanno subito.La mia vecchia e collaudata ritrosia a ubbidire all’ordine: tutti avanti, e lasciate il cervello all’ammasso! , mi ha convinto a indossare i panni del perdente, per dare voce a chi non può averne….. per capire. Uso le parole che ho sempre usato, che per me rappresentano le parole della mia verità, in un famelico amore verso quanti non hanno nemmeno la possibilità di amare, verso quanti stanno subendo una condanna che non potranno mai espiare, una condanna inappellabile perché scritta con il sangue e propagata da untori interessati, da pennivendoli prezzolati, da mistificatori della Storia, da sostenitori abusivi che “Abele si è suicidato !” Privati di ogni aggancio concreto con la realtà presente, che ogni giorno muta il panorama della loro vita, senza prospettive possibili verso il futuro, i Palestinesi, profughi da sempre, non hanno altro ancoraggio che nel passato, dove gli incubi affollano la memoria e i fantasmi di ricordi antichi acquistano la sola concretezza concessa, la sola speranza; costretti a veleggiare velocemente indietro nella storia, verso un futuro incerto. La protesta che sfocia nella violenza è il grido di chi si sente escluso da tutto ciò che l’opulento mondo occidentale propaganda come sviluppo.Limitare l’analisi alla violenza islamica, identificando dentro tale fenomeno tutto un popolo e una religione, conduce inevitabilmente alla strategia dell’abbattimento, paragonabile ad un nuovo olocausto, generando una perversa spirale involutiva priva di ogni soluzione. Imporre una verità unilaterale, trascurando altre e, a volte, più gravi responsabilità, non serve alla causa della Pace, anzi, inasprisce gli animi e allontana ogni ipotesi di incontro. In questo contesto germoglia il seme dell’odio, della vendetta, terreno assai fertile per coltivare e stimolare antichi rancori o attualissimi interessi. Torno a insistere che l’Europa può seguire un itinerario alternativo, accettando e denunziando le cause che sono all’origine di questi effetti devastanti.
Perché non riconoscere che la formazione dei volontari della morte è avvenuta l’indomani della strage di Sabra e Shatila, con i suoi morti carbonizzati dai lanciafiamme e dalle bombe al napalm fornite dal governo israeliano alle truppe mercenarie di Addad ? Perché non riconoscere che l’escalation terroristica in Russia da parte dei patrioti ceceni trova la sua origine nel bombardamento di Grozni che provocò, secondo dati della stessa Russia, almeno 40.000 morti ? ll terrorismo è un gesto indifendibile, nessuno può tentare una qualsiasi difesa d’ufficio; lo spargimento di sangue di vittime innocenti non può trovare nessun alibi; bisogna solamente identificare tutti i terrorismi, senza effettuare selezioni di comodo, distinguendo quello buono da quello cattivo. Tutti i terrorismi appartengono alla categoria negativa dell’umanità e non basta la potenza delle armi o la forza del denaro per pretendere attenuanti generiche se non, addirittura, l’assoluzione perché il fatto non costituisce reato.Il livello di disperazione cui sono arrivate intere popolazioni assoggettate allo sfruttamento, all’occupazione abusiva, alla mancanza dell’indispensabile, supera il confine stesso tra la vita e la morte, così sono morti dentro e più nulla può più ucciderli, tranne i marosi che travolgono le carrette del mare che trasportano quello che resta degli esseri umani disgregati nel corpo e nell’anima, annientati da una storia sempre avversa: la storia dei vinti.
I palestinesi vogliono esistere così come esiste Israele, ma senza diventare quello che è diventato Israele: vassallo dell’arroganza occidentale; popolo che ha rinnegato la propria storia che li vuole inseriti nel mondo arabo in quanto semiti. Il paradosso è che uno stato palestinese può o potrà esistere se e in quanto continuerà ad esistere lo Stato di Israele; se crollasse lo Stato di Israele non potrebbe esistere uno Stato palestinese, perché i palestinesi non troverebbero più alcun appoggio nel resto del mondo arabo, o almeno in quello che più conta sotto il profilo economico, alleato o complice dell’espansionismo americano. Non potrebbero attendersi aiuti dall’Arabia Saudita, dal Kuwait, dagli Emirati Arabi Uniti, dalla Giordania, ormai stretti nella morsa economica del capitalismo americano. Si ritroverebbero isolati, come lo sono stati per tanti di secoli. Questo sarebbe il compito storico e politico di Israele: innanziutto ridiventare uno Stato Ebraico, quindi aiutare i fratelli palestinesi a realizzare il loro sogno, il loro diritto, la loro patria.Analizzare la violenza per comprendere le ragioni che l’ hanno generata e alimentata, porterebbe a un dialogo di confronto tra chi è soggiogato dalla propria angoscia e chi tale angoscia ha provocato.
L’angoscia stritola ogni forma di progettualità, ma nessuno esamina tale angoscia, preferendo puntare l’indice sulla violenza e sulla strategia per abbatterla. Non si cerca nemmeno di analizzare quell’angoscia che genera tale violenza: la paura di essere dimenticati e cancellati dalla storia della conoscenza, malgrado quest’ultima sia una delle promesse della nuova civiltà, che si trasforma in un banchetto riservato solo ai potenti.La guerra è una immane e bestiale tragedia per l’intera Umanità, per questo è giusto che sia gestita dai Generali; ma la Pace è una cosa troppo seria per essere affidata agli stessi Generali che hanno fatto la guerra.
I Palestinesi, il popolo palestinese aspira ad avere la sua Patria, dove poter vivere in aperto dialogo con i fratelli semiti appartenenti al popolo ebraico; non desiderano vincere una guerra senza fine, vogliono solamente non-perdere il diritto che spetta a tutti i popoli, senza distinzioni di razze o, peggio, senza distinzioni basate sulla maggior potenza di fuoco, il diritto ad un patria, in nome del quale i sionisti hanno invaso la Palestina.Le cariatidi del servilismo, dell’omertà remunerata, della complicità in un nuovo e programmato sterminio di un popolo hanno scritto la parola fine: non deve mai esistere uno Stato palestinese, mai una Patria, solo mal tollerate presenze di profughi senza presente, senza futuro, accomunati dalla memoria di un passato che si ripete e si rinnova. L’emarginata costrizione dei Palestinesi, di ieri, di oggi … di domani non serve a spiegare, a far comprendere, specie quando non si vuole capire; essa è destinata a trasformarsi in una torre inespugnabile, dentro la quale proteggere una cultura e una Storia millenaria, che nessuno potrà mai cancellare, neanche con un nuovo olocausto. Queste sono solo le povere parole di uno sperduto viandante in una foresta infestata da lupi famelici: se non si può essere la farina per impastare il pane, si deve cercare, almeno, di esserne il lievito per dare vita alla Verità e riempire le pagine bianche della Storia, divenute tali perché si è tentato di cancellare gli eventi nefasti per costruire tutto un itinerario adeguato alle esigenze di quel popolo dei vincitori, che non accetta neanche il giudizio della Storia.
Povera e martoriata Storia, che, per farsi, per divenire, necessita di essere scritta con il sangue.
Non c’è pace per i deboli e i vinti. Ho provato a indossare i panni del Palestinese, a pensare con la sua testa, a sentire con il suo cuore,….ho capito; ho capito che non viene lasciato spazio per parlare, che per farsi sentire bisogna urlare, urlare e ancora urlare…..fino ad esplodere. Ho vissuto insieme ai Palestinesi, li ho incontrati spesso a Tunisi, quando una loro colonia era ospitata in un campo profughi di Hammam Liff, a pochi Km. a Sud della capitale; lì furono bombardati dagli aerei israeliani, anche in violazione dello spazio aereo della Tunisia, una nazione che si è sempre prestata a svolgere opera di mediazione equilibrata alla ricerca di quella che inevitabilmente dovrà evolvere in una convivenza pacifica o in una reciproca autodistruzione. Fu una frequenza molto significativa, perché mi hanno insegnato a capire prima di esprimere giudizi; fu allora che mi dettero il nome Abou Roxas (padre dei Roxas)
Ho visto il terrore nei loro occhi mutarsi in un fiero atteggiamento ben lontano da quello di chi mendica un diritto. Resta, inalterato, il sogno della Patria, mentre il ricordo dei patimenti subiti diventa ossessivo e offusca l’ipotesi di un’alba migliore, l’alba del giorno della civile e possibile convivenza.Il rastrello della memoria rinnova i ricordi, anche se si vogliono seppellire sotto cumuli di gramigna; i ricordi acquistano sempre nuova linfa e rinnovano l’itinerario di una mai sopita sete di Giustizia. (Rosario Amico Roxas)

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UNICEF/Libano: 11,5 milioni di dollari in forniture invernali per aiutare i bambini colpiti dalla tempesta

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 gennaio 2015

Giacomo_Guerra_UnicefI bambini della Siria sfollati in Libano che vivono in tende ad elevate altitudini devono affrontare la tempesta invernale Zina che ha portato venti gelidi, forti piogge e neve. L’UNICEF e le organizzazioni partner stanno distribuendo abiti invernali per i bambini, coperte, teli e biscotti ad alto valore energetico, raggiungendo 75.000 bambini siriani, libanesi e palestinesi rifugiati in una delle aree fino ad ora tre le più colpite. Le squadre mobili sanitarie di emergenza, insieme alle Mobile Medical Units hanno curato oltre 1.600 pazienti presso insediamenti informali.
“Le nostre squadre e i partner locali stanno lavorando ora dopo ora per aiutare i bambini e le famiglie più vulnerabili ad affrontare la tempesta,” ha dichiarato Annamaria Laurini, Responsabile UNICEF in Libano. “Ogni singolo sforzo deve essere fatto subito per scongiurare tragedie non necessarie che potrebbero essere evitate”.
Nelle ultime 72 ore l’UNICEF con il Ministero della Salute Pubblica e le organizzazioni e associazioni locali ha sostenuto le Mobile Medical Units che stanno raggiungendo ogni insediamento informale, dove l’accesso è possibile. Almeno 1.600 pazienti sono stati visitati, tenda per tenda, e molti bambini, colpiti da malattie causate dalle temperature fredde – come influenza, febbre e malattie cutanee – sono stati curati.
Quest’inverno l’UNICEF impiegherà 11,5 milioni di dollari nell’assistenza per 456.500 bambini siriani, libanesi e palestinesi rifugiati: 160.000 bambini riceveranno kit con abiti invernali; 135.000 bambini riceveranno voucher per acquistare vestiti invernali; 583 scuole riceveranno carburante per i riscaldamenti a beneficio di 155.000 bambini; 6.500 bambini beneficeranno di misure per limitare i danni causati dalle inondazioni negli insediamenti informali.
A causa della tempesta di questa settimana, le strade principali e le autostrade sono state bloccate dalla neve, ostacolando i camion pronti con gli aiuti e le unità mediche mobili nel raggiungimento delle aree colpite. La distribuzione è ricominciata e saranno consegnati aiuti per i freddo durante il weekend e la settimana prossima, mentre le squadre mediche mobili hanno ripreso le loro attività.
L’UNICEF Libano si sta preparando all’inverno da Ottobre e ha preposizionato 28.000 kit per l’inverno nella Valle della Bekaa, ad Aarsal e ad Akkar. Ad oltre 20.000 persone saranno distribuiti kit per il drenaggio per limitare i danni causati dalle inondazioni negli insediamenti informali, insieme a teli di plastica in risposta all’emergenza.
ll numero di bambini vulnerabili sta crescendo giorno dopo giorno. Sempre più sfollati siriani non hanno risparmi e stanno ricorrendo a misure disperate – spingendosi verso gli insediamenti informali come ultima possibilità.
Dalla metà di dicembre l’UNICEF Libano e i suoi partner hanno distribuito circa 70.000 kit invernali che comprendono abiti per tenere al caldo 22.000 bambini ad Aarsal, 42.000 nella Valle della Bekaa, così come quelli che si trovano nel Nord e nel Sud del paese. Inoltre sono stati distribuiti anche 8.000 teloni e 400 kit per il drenaggio per circa 20.000 persone.
Oggi e domani saranno distribuiti ulteriori kit per l’inverno, coperte, teloni, scatole di biscotti al alto valore energetico, taniche, kit igienici e per il drenaggio e abiti femminili.

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Violenza ai bambini

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 marzo 2012

Gaza Beach

Image via Wikipedia

L’UNICEF ha denunciato ieri l’uccisione in Siria di bambini e donne, i cui corpi sono stati trovati domenica nella città di Homs. Secondo i resoconti dei media siriani ed internazionali, i bambini sono tra le vittime trovate nel quartiere di Karm el-Zeytoun. Alcuni corpi erano stati sgozzati. Altri portavano segni di torture. “E’difficile venire a patti con una tale ferocia soprattutto quando sono i bambini a pagare il prezzo più alto per eventi su cui non hanno alcun controllo” ha dichiarato il Direttore regionale dell’UNICEF Maria Calivis. “Chiediamo con urgenza a tutte le parti coinvolte in questa crisi di non venire meno alla loro responsabilità di salvaguardare i bambini”. L’UNICEF ha espresso grande preoccupazione per la recente escalation di violenza nella Striscia di Gaza e a Israele e l’impatto sui bambini. Lunedì, un ragazzo palestinese di 15 anni è stato ucciso e altri quattro bambini sono stati feriti in un’esplosione nella Striscia di Gaza. Domenica scorsa, un bambino palestinese di 12 anni è stato ucciso a seguito di un attacco aereo su Gaza. Finora 14 bambini palestinesi – di età compresa tra 1 e 17 anni- risultano feriti a seguito di attacchi aerei. Due scuole a Gaza hanno subito danni. Domenica scorsa in Israele, un razzo ha colpito una scuola, che in quel momento era vuota. Le lezioni sono state annullate nel sud del paese, con problemi per oltre 200.000 studenti israeliani. “Deve essere fatto tutto per proteggere la sicurezza e la vita dei bambini innocenti”- ha detto Jean Gough, Rappresentante speciale dell’UNICEF nel Territorio Palestinese Occupato- “Chiediamo a tutte le parti di fare il possibile per proteggere i bambini e per mettere fine alla violenza”. Lo scorso anno, 20 bambini palestinesi e 5 bambini israeliani sono stati uccisi a seguito di incidenti legati al conflitto, altri 448 bambini palestinesi e 2 bambini israeliani sono stati feriti.

 

 

 

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Rilascio minorenni palestinesi detenuti

Posted by fidest press agency su martedì, 20 dicembre 2011

UNICEF and Fairy

Image by HowardLake via Flickr

L’UNICEF ha accolto con favore il rilascio da parte del governo israeliano di 55 minorenni palestinesi detenuti, come parte di un accordo con scambio di prigionieri; l’UNICEF ha auspicato ulteriori progressi sulla questione dei bambini e degli adolescenti detenuti. “Accogliamo con favore questo rilascio di minorenni da parte delle Autorità
Israeliane e ci aspettiamo ulteriori progressi nella vicenda dei minorenni detenuti”, ha dichirato Jean Gough, Rappresentante Speciale dell’UNICEF nel Territorio palestinese occupato.I 55 ragazzi liberati sono di età compresa tra 14 e 17 anni. Al 1° dicembre erano complessivamente 161 i palestini sotto i 18 anni di età detenuti nelle carceri militari israeliane.

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Assalto israeliano, c’è un precedente

Posted by fidest press agency su martedì, 1 giugno 2010

Credo che il tragico, inammissibile assalto, in acque internazionali, delle forze speciali israeliane contro la nave della solidarietà che portava viveri e medicine alla popolazione assediata di Gaza, sia un altro punto all’attivo dell’attuale governo di Netanyahu per giungere… al completo isolamento d’Israele in M.O. e nel mondo. Tuttavia, non è un commento che qui vorrei fare, piuttosto ricordare una precedente, analoga iniziativa organizzata, ai primi di febbraio del 1988, dall’Olp di Yasser Arafat e sostenuta da un vastissimo schieramento internazionale di forze politiche, culturali, sindacali e associazioni pacifiste: “la nave dei ritorno” dei palestinesi esiliati che doveva partire dal Pireo con destinazione il porto israeliano di Haifa. Per una serie di oscure e drammatiche circostanze, quella nave, alla fine, non partì né dal Pireo né dal porto di Limassol (Cipro) e così fu evitata una tragedia forse più grave di quella attuale. Ad Atene erano convenute circa 1500 persone, la gran parte vecchi rifugiati palestinesi e famiglie cacciati dalle loro case dopo la prima guerra arabo-israeliana del 1948 e dispersi nei campi profughi di Giordania, Siria, Libano ed Egitto.  Ad accompagnarli in questa pericolosa missione, che il governo di Shamir considerava “una compagnia di assassini” da bloccare con ogni mezzo, c’erano centinaia di rappresentanti di partiti, sindacati, giornalisti, di associazioni umanitarie e pacifiste di molti paesi in gran parte europei e occidentali.
La delegazione italiana era composta: dal sottoscritto (per il PCI), da Raniero La Valle (per Sin. Indipendente), La Chiara (per PSI), Nordio (Acli), Ferrucci (Ass. giuristi democratici). Vi erano anche diversi giornalisti fra i quali ricordo: F. Isman, (Messaggero) L. Tersini (Tg3), I. Gagliano (Tg2), G. Berenson (Repubblica) e un giornalista dell’Ansa. Con noi viaggiò anche mons. Hilarion Cappucci, da lungo tempo esiliato a Roma per imposizione del governo d’Israele al Vaticano, che- come altri profughi palestinesi- desiderava ritornare nella sua terra.  Ci era stato assicurato che la nave (noleggiata dall’armatore Vassiliké) era pronta a salpare l’indomani (il 10 febbraio). Giunti in hotel, non disfacemmo le valigie per tenerci pronti per l’imbarco. Invece, nessuno ci convocò per la partenza. L’attesa cresceva e si propagava, tramite i media, nell’opinione pubblica internazionale. Alla fine Abu Sharif, il portavoce dell’Olp, annunciò che la “nave del ritorno”, ancorata nel porto di Limassol, era stata fatta saltare in aria dagli israeliani qualche ora prima. La nave non era stata noleggiata, ma addirittura acquistata dall’Olp con l’aiuto dei sauditi. Fu a questo punto che ci convincemmo che la missione era decorosamente fallita e decidemmo di prendere il primo aereo per Roma. (on. Agostino Spataro in sintesi)

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Un anno fa operazione piombo fuso

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 dicembre 2009

“Un parroco all’inferno” il libro di Nandino Capovilla Operazione Piombo Fuso. Secondo un documento dell’ONU, in questa campagna militare dell’esercito israeliano contro la popolazione palestinese sono morti 1387 palestinesi: 773 di loro non hanno preso parte al conflitto, 320 erano minorenni e 111 erano donne. Delle altre 614 vittime solo 330 hanno preso parte alle ostilità mentre 248 erano agenti della polizia palestinese, uccisi nei primi giorni dell’offensiva israeliana.  ll libro di Nandino Capovilla – Coordinatore nazionale di Pax Christi Italia, un movimento pacifista da anni impegnato in Palestina soprattutto attraverso esperienze di peace-building – Un parroco all’inferno (Paoline) racconta quei giorni attraverso l’intervista a abuna Manuel Musallam, fino a qualche mese fa parroco palestinese della Chiesa Cattolica a Gaza e testimone della crudele condizione in cui i palestinesi sono costretti a vivere. Una testimonianza diretta sulle difficoltà nel reperire generi alimentari anche di prima necessità, nonché servizi indispensabili come l’assistenza sanitaria o l’elettricità per uso domestico, già notevoli per effetto dell’embargo israeliano e della sospensione delle sovvenzioni europee. Questa offensiva, infatti, ha causato più di cinquemila feriti e circa milleseicento morti, di cui quattrocento bambini. Un parroco all’inferno è, dunque, testimonianza e denuncia, appello e risposta, che vince l’indifferenza dei media e i complici silenzi della comunità internazionale, in una situazione sempre più grave che mette alla prova da sempre la resistenza di un popolo, come scrive senza peli sulla lingua Padre Manuel: «Mi chiedo perchè dobbiamo accettare di essere umiliati fino a questo punto. Io sono convinto e ripeto che nessuna nazione, nessun popolo e nessun uomo accettano di essere sottomessi a tal punto da un altro popolo. Gli schiavi stessi, la storia lo dimostra, ad un certo punto non lo hanno accettato più»

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Un anno fa: “operazione piombo fuso”

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 novembre 2009

Roma 27 novembre – ore 12,00 via dei Banchi Vecchi, 57 Libreria Odradek  Operazione Piombo Fuso. Secondo un documento dell’ONU, in questa campagna militare dell’esercito israeliano contro la popolazione palestinese sono morti 1387 palestinesi: 773 di loro non hanno preso parte al conflitto, 320 erano minorenni e 111 erano donne. Delle altre 614 vittime solo 330 hanno preso parte alle ostilità mentre 248 erano agenti della polizia palestinese, uccisi nei primi giorni dell’offensiva israeliana. Il libro di Nandino Capovilla – Coordinatore nazionale di Pax Christi Italia, un movimento pacifista da anni impegnato in Palestina soprattutto attraverso esperienze di peace-building – Un parroco all’inferno (Paoline) racconta quei giorni attraverso l’intervista a abuna Manuel Musallam, fino a qualche mese fa parroco palestinese della Chiesa Cattolica a Gaza e testimone della crudele condizione in cui i palestinesi sono costretti a vivere. Di tutto questo si parlerà venerdì 27 novembre alle ore 12.00 alla conferenza stampa di presentazione del volume. Insieme a Nandino Capovilla si confronteranno su questi temi Paola Caridi, giornalista di Lettera 22; Silvio Tessari dell’Ufficio Medioriente di Caritas Italiana. Una testimonianza diretta sulle difficoltà nel reperire generi alimentari anche di prima necessità, nonché servizi indispensabili come l’assistenza sanitaria o l’elettricità per uso domestico, già notevoli per effetto dell’embargo israeliano e della sospensione delle sovvenzioni europee. Questa offensiva, infatti, ha causato più di cinquemila feriti e circa milleseicento morti, di cui quattrocento bambini. Un parroco all’inferno è, dunque, testimonianza e denuncia, appello e risposta, che vince l’indifferenza dei media e i complici silenzi della comunità internazionale, in una situazione sempre più grave che mette alla prova da sempre la resistenza di un popolo, come scrive senza peli sulla lingua Padre Manuel: «Mi chiedo perchè dobbiamo accettare di essere umiliati fino a questo punto. Io sono convinto e ripeto che nessuna nazione, nessun popolo e nessun uomo accettano di essere sottomessi a tal punto da un altro popolo. Gli schiavi stessi, la storia lo dimostra, ad un certo punto non lo hanno accettato più»

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Gerusalemme, discriminazione israeliana

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 maggio 2009

A causa della politica discriminatoria israeliana, la maggioranza dei bambini e delle famiglie palestinesi di Gerusalemme vivono in condizioni di povertà, senza accesso a sussidi e servizi elementari.  La denuncia arriva dalla Associazione per i diritti civili in Israele (Acri), che nei giorni scorsi ha pubblicato un rapporto sulla questione. Oltre il 74 per cento dei bambini palestinesi della città santa vivono al di sotto della soglia di povertà, afferma l’ong, sottolineando che tra la popolazione ebrea la percentuale di ferma al 47,4 per cento.  Estendendo l’indagine, viene rilevato che al di sotto della soglia minima vive il 66,8 per cento delle famiglie della parte araba di Gerusalemme; di queste, solo il 22 per cento riceve sussidi dallo Stato ebraico, che occupa l’area dal 1967.  Secondo l’organizzazione umanitaria, gli abitanti palestinesi (circa 250mila persone) sono vittime della politica discriminatoria di Tel Aviv, in particolare per quanto riguarda le questioni della casa, delle infrastrutture e dei servizi municipali.  A subire le conseguenze sono soprattutto le fasce più deboli della popolazione, come gli anziani, i portatori di handicap e i bambini. “Queste – afferma Acri – sono le manifestazioni concrete di una politica israeliana che mira a garantire una maggioranza ebraica a Gerusalemme e a spingere gli abitanti arabi fuori dai confini della città”. Per i palestinesi, continua l’ong, “la vita a Gerusalemme può essere descritta come un circolo di negligenza, di discriminazione, di povertà e di penuria. Ciò, aggiunto alla barriera di separazione che divide Gerusalemme dalla Cisgiordania, ha causato un collasso sociale ed economico della parte araba della città”. (fonte. Agence France Presse)

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