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Posts Tagged ‘pandemia’

Elezioni USA e pandemia: oro e bond cinesi per difendersi dalla volatilità

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 ottobre 2020

Analisi di Jean-Marie Mercadal, CIO di Ofi Asset Management. Rispetto alla calma vissuta durante l’estate, il mese di settembre si è distinto per un aumento della volatilità e per un deciso ribasso sui mercati azionari. L’indice S&P 500 ad oggi ha perso quasi il 10% rispetto al suo picco più recente, e il Nasdaq il 15%. L’azionario europeo, che da marzo ha guadagnato meno poiché include un minor numero di titoli del comparto tecnologico, è sceso di circa il 7%, arrivando ai minimi registrati a maggio.Questa fase di maggiore volatilità potrebbe perdurare, per due ragioni in particolare: le elezioni statunitensi e, ovviamente, la pandemia di Covid-19. Queste a loro volta sono inserite in un clima geopolitico turbolento, senza contare il nuovo capitolo nella soap opera Brexit, ancora irrisolta nonostante l’avvicinarsi della scadenza.Questa elezione presidenziale pare essere una delle più polarizzanti della storia contemporanea. In generale, le elezioni presidenziali americane non turbano particolarmente i mercati, ma ci sono comunque dei settori che oscillano di più in base ai programmi dei candidati. Storicamente, tra i due maggiori partiti americani le differenze sono minime, e i fondamenti ideologici e i principi riguardanti l’organizzazione sociale sono ampiamente condivisi.Tuttavia, stavolta i programmi dei due candidati divergono in maniera significativa. Come dimostrato negli ultimi 4 anni, Donald Trump è piuttosto orientato verso il libero mercato, mentre il piano di Joe Biden è diverso e punta a espandere la regolamentazione, ad alzare l’aliquota sul reddito dei più ricchi dal 21% al 28%, ad aumentare il salario minimo e a imporre condizioni migliori nelle assicurazioni sanitarie dei lavoratori dipendenti. Questo programma è relativamente nuovo per gli Stati Uniti, e sarà probabilmente mal recepito da Wall Street. Lo scenario migliore sarebbe quello di una vittoria di misura di Biden, che gli impedisca di ottenere la maggioranza in Senato; in questo caso, le misure proposte dovrebbero subire modifiche o saranno difficili da approvare. Un altro fattore che preoccupa i mercati è il fatto che le elezioni USA cadono in un momento atipico, con l’economia che è stata duramente colpita dal Covid-19 e che richiede una risposta governativa a stretto giro. Tuttavia, le possibilità che un piano strutturato venga approvato in tempi brevi sono poche.La ripresa economica della fase post-lockdown è stata robusta fino ad ora. L’attività manifatturiera e i consumi sono decollati di nuovo, nonostante il tasso dei risparmi individuali sia rimasto precauzionalmente alto, sia negli Stati uniti che in Europa. Ai ritmi attuali il Pil globale del 2020 dovrebbe attestarsi attorno al 2% in meno rispetto al 2019, mentre per il 2021 è previsto un rimbalzo del 3,5% per gli USA, del 5,5% per l’Eurozona e dell’8% per la Cina.Ma vista la ripresa dei contagi, le certezze da questo punto di vista si stanno affievolendo. Le imprese e i consumatori per investire hanno bisogno di un orizzonte sicuro, cosa attualmente impossibile dato che potrebbero essere imposte nuove restrizioni. È difficile fare previsioni su questo argomento; ci sembra però che negli ultimi mesi i sistemi sanitari abbiano fatto dei progressi, che il distanziamento sociale sia ormai in larga misura messo in atto e, soprattutto, che i governi non dovrebbero imporre nuovi lockdown generali, viste le potenziali conseguenze economiche. Allo stesso tempo, la pandemia ha dato un forte impulso ai programmi di ricerca medica, e cure o vaccini dovrebbero essere scoperti in tempi ragionevoli.La fiducia degli investitori è calata leggermente, ma il quadro complessivo non è variato molto. Pertanto, manteniamo la nostra posizione neutrale per il breve periodo sull’azionario, al fine di preservare alcune cartucce da sparare durante la fase di maggiore volatilità che vediamo avvicinarsi. Ma, in generale, il quadro complessivo è sostanzialmente lo stesso, caratterizzato ancora da un forte intervento delle banche centrali che manterrà i tassi d’interessi a livelli estremamente bassi per molti mesi a venire, congelando di fatto i mercati obbligazionari. Inoltre, le stesse banche centrali non esiteranno a intervenire nuovamente in caso di un secondo crollo economico o finanziario.In un mondo che appare sostanzialmente binario, gli asset in grado di garantire diversificazione sono diventati piuttosto rari, ma ne individuiamo comunque due su cui puntare nel lungo periodo: i bond cinesi e l’oro.Riteniamo infatti che i titoli di stato cinesi a 10 anni possano avere un ruolo importante nei portafogli strategici. In una certa misura potrebbero rimpiazzare i Treasury americani, che storicamente hanno fatto da copertura macro, aumentando di valore nei periodi di recessione o di crisi. Tuttavia, adesso il loro margine di rialzo è piuttosto limitato, con i rendimenti si aggirano attorno allo 0,65%, e allo stesso tempo difficilmente scenderanno, dato che la Fed ha escluso uno scenario di tassi negativi. Il rendimento dei bond cinesi, invece, è quasi del 3%, e sono ora anche più liquidi e internazionalizzati, data la loro inclusione nei principali indici. Allo stesso modo, anche l’oro sembra essere un asset promettente per i prossimi anni. Esso trarrà beneficio dai tassi d’interesse reali negativi e dalla diffidenza nei confronti delle valute, così come dalle sue proprietà di diversificazione nei portafogli tradizionali. L’attuale debolezza, dunque, è una buona opportunità per aumentare gradualmente la propria esposizione.

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“La pandemia è destinata ad accelerare le tendenze sottostanti”

Posted by fidest press agency su giovedì, 15 ottobre 2020

A cura di Francis Ellison, Gestore di portafoglio clienti di Columbia Threadneedle Investments. Durante gli incontri con i clienti mi si chiede spesso di formulare una prognosi sulle economie europee: una richiesta logica, poiché questi stessi clienti sono spesso responsabili dell’asset allocation incaricati di prendere decisioni sulla base dei meriti relativi delle classi di attivi, per cui l’analisi macroeconomica gioca un ruolo importante. Tali discussioni sono parte integrante della collaborazione che offriamo ai clienti: il nostro rapporto non si limita alla vendita dei prodotti.Per me, tuttavia, domande come questa costituiscono una sfida. In primo luogo, vi sono numerose ricerche utili e intelligenti condotte da terzi in ambito macroeconomico, molto più che nella microeconomia e nell’analisi dei modelli di business; ma torneremo su questo più avanti. Pertanto, i miei consigli e le mie conoscenze competono con una miriade di altre fonti. In secondo luogo, in un contesto “normale” i miei giudizi potrebbero non discostarsi molto dal consensus: potremmo essere un filo più ottimisti o pessimisti, ma la differenza non sarà molto pronunciata, né lo sarà per molti altri che si trovano sulla stessa barca. Le previsioni di solito convergono. Quest’anno l’economia nel suo insieme subirà una grave battuta d’arresto, e la ripresa non sarà simmetrica. Ovvero, come ha affermato Silvana Tenreyro, membro del Monetary Policy Committee della Bank of England, avremo una ripresa a V “interrotta” o “incompleta”. Le parti dell’economia che si muovono a una velocità diversa – molto più rapidamente – sono settori come la tecnologia e la sanità, e ciò si riflette inevitabilmente sull’andamento delle borse. Dato che questi settori hanno un peso importante negli indici, si parla molto dello scollamento tra mercato azionario ed economia. In effetti, a dire il vero, i problemi della via principale del mio quartiere, per quanto drammatici dal punto vista sociale, hanno un impatto trascurabile su gran parte dei listini. Un ristoratore locale che chiude e il suo personale di un tempo non sono in alcun modo operatori del mercato azionario. I loro problemi sono un esempio della crescente tendenza dei poveri a diventare sempre più poveri, delle fasce svantaggiate ad essere nuovamente penalizzate. Possiamo angosciarci per loro, possiamo – o dovremmo – sentirci a disagio per le inadeguatezze sociali e politiche. Ma non per questo dovremmo inveire contro i successi delle aziende più forti e più solide su cui si concentrano i nostri portafogli – non solo quest’anno, ma da decenni – poiché i loro successi sono giustificabili e non hanno causato o aggravato i problemi degli altri.Vi sono naturalmente altre imprese che sono state trasformate, ma che non sono particolarmente penalizzate né avvantaggiate dagli effetti del virus. Le aziende di servizi, come la nostra, e quelle di molti investitori wholesale nostri clienti hanno spostato la propria attività online. Per noi si è trattato di una sfida inaspettata, ma non del tutto sgradita. La mia conclusione, forse inaspettata, è che si prospetta uno scenario sostanzialmente immutato, non perché il Covid-19 e i suoi effetti non cambieranno drasticamente le economie e l’occupazione per molti anni a venire, ma perché le tendenze sottostanti nel mercato azionario sono in atto da diversi anni e nel 2020 hanno semplicemente subito un’accelerazione. I brillanti risultati dell’ingegno umano in ambito scientifico e tecnologico, efficacemente commercializzati in diversi settori, in particolare nella sanità e nella tecnologia, hanno dato vita ad aziende solide e investibili caratterizzate da una crescita realmente sostenibile a lungo termine, spesso con effetti positivi anche sull’ambiente. La nostra ricerca e selezione dei titoli hanno avuto grande successo nell’individuare queste imprese, permettendoci di porre le domande giuste e di generare rendimenti per i nostri clienti. E questo non è destinato a cambiare. http://www.columbiathreadneedle.com

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Pandemia ed equilibrio mentale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 ottobre 2020

In che modo la pandemia e gli interventi messi in campo per contenerla – il lockdown in primis – hanno inciso sull’equilibrio mentale dei singoli? C’è stato un aumento della sofferenza o, al contrario, le persone hanno gestito in modo resiliente la situazione, benché del tutto inedita e fonte di stress? A parlarne oggi al Festival della Scienza Medica di Bologna, i cui eventi saranno trasmessi on line fino al prossimo 17 ottobre, è stato Giovanni de Girolamo, uno dei più accreditati esperti di epidemiologia dei disturbi mentali, Direttore dell’Unità Operativa di Psichiatria Epidemiologica e Valutativa all’IRCCS Fatebenefratelli di Brescia. “Sono state molte le ricerche condotte in questi mesi, anche in Italia – ha detto de Girolamo – ma la loro stessa modalità di somministrazione on line e l’assenza di serie strategie di campionamento o protocolli di studio ne ha falsato gli esiti, mostrando percentuali altissime di persone, circa il 40%, che denunciavano malessere emotivo o veri e propri disturbi mentali. Si è infatti appurato che a rispondere sono state prevalentemente persone con situazioni di malessere già forte, più predisposte a partecipare alla ricerca, in condizioni di forte stress, come gli infermieri e le infermiere, o di disagio economico che li rendeva più esposti psicologicamente. Un campione dunque non generalizzabile: al di là del fatto che non possiamo pensare di fare diagnosi di disturbi mentali online, non ci è dato sapere se il malessere denunciato non fosse condizione preesistente”. Diverso il rigore dello Studio Lora condotto in Germania per 8 settimane durante il picco pandemico su un campione di 523 persone già analizzato nei tre anni precedenti: “in questo caso l’84% degli intervistati non ha riferito nessun malessere, anzi un miglioramento dello stato psicologico nei mesi del lockdown; l’8% ha denunciato un iniziale disagio poi rientrato; solo il restante 8% si è mostrato vulnerabile di fronte alle mutate condizioni di vita”. Risultati che non sorprendono, secondo de Girolamo: altri studi condotti in passato su popolazioni sottoposte a gravi eventi traumatici (uragani, guerre, attacchi terroristici come quello alle Torri Gemelle) dimostrano che non necessariamente le popolazioni di fronte a tali accadimenti soffrono di malessere psicologico, con la sola ovvia eccezione dei disturbi post traumatici da stress che riguardano chi è stato più esposto, per aver sperimentato lesioni fisiche o la morte dei propri cari. “A far male non è la quantità di stress a cui si è esposti, bensì il modo in cui esso viene processato mentalmente – ha detto de Girolamo. – Anzi, le situazioni stressanti possono rinforzarci psicologicamente – la cosiddetta “stress-related growth” – e il confronto con una condizione collettiva di stress può rafforzare un sentimento di appartenenza e destino comune e riorientare i nostri rapporti, a partire da nuove priorità e atteggiamenti più positivi”. La resilienza insomma è una reazione più naturale di quanto si possa pensare: “uno studio condotto in 6 dipartimenti della Lombardia ci ha mostrato una diminuzione dei ricoveri psichiatrici nei mesi del lockdown, numeri che possono sì essere legati alla paura dei contagi in ospedale, ma anche alla diminuzione dei fattori di stress quotidiano che scatenano il malessere”. Un malessere che de Girolamo lega alla cosiddetta “infodemia”, l’eccesso di informazioni, non sempre vere o verificate, cui in questi mesi siamo stati sottoposti: “l’esplosione di pubblicazioni scientifiche ha reso difficile l’orientamento sia ai professionisti che tanto più, al pubblico “laico”, diventando fonte di ansia”. La vera sfida del presente e del futuro è, secondo de Girolamo, “da parte delle autorità governative e sanitarie battersi per un’informazione sobria, accurata e verificabile: lì si devono orientare gli sforzi per evitare che l’informazione, invece di produrre effetti benefici, ad esempio promuovendo l’adozione di comportamenti di cautela, diventi fonte di panico. Credo sia una delle prossime frontiere verso cui la ricerca si deve orientare, anche nella prospettiva di nuove possibili pandemie”.

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Glocal 2020: Il ruolo dell’informazione in epoca di pandemia

Posted by fidest press agency su domenica, 11 ottobre 2020

Varese Il festival si apre il 12 novembre mettendo subito a fuoco il tema: all’incontro “Emergenza Covid: le fonti, le testimonianze, le fake news, la deontologia dei giornalisti” sono attesi gli interventi di Valerio Staffelli (Striscia la notizia), Michele Vitello, Vito Romaniello (LaPresse), Luca Viscardi (Radio Number One), Alessandro Politi (Le Iene) e Alessandro Galimberti (presidente Ordine dei Giornalisti della Lombardia). Sarà importante ascoltare le testimonianze dei giornalisti che hanno contratto il virus e che per alcune settimane hanno vissuto in prima persona quello che poi hanno raccontato sul loro giornale. Modera Paolo Pozzi, portavoce del presidente dell’Ordine lombardo dei giornalisti. Inizio alle 9 in sala Campiotti a Varese.Il programma prosegue affrontando la “scienza in prima pagina”, ovvero: come comunicare correttamente dati e ricerche scientifiche, trasmettendo anche il grado di incertezza che, per sua natura, la circonda? Spazio inoltre al mondo dello sport, dal campo da gioco al business, con le competizioni ferme le testate sportive sono state costrette a reinventarsi. La pandemia ha significato anche smartworking. Quindi, la riorganizzazione delle redazioni, la continuità produttiva e gli scenari futuri. Tra i relatori degli incontri previsti venerdì 13 novembre in Sala Campiotti: Roberta Villa, giornalista e divulgatrice scientifica, diventata celebre sui social grazie al suo modo di spiegare la pandemia in tutti i suoi aspetti, sociali e medici, anche attraverso le stories su Instragam; Isaia Invernizzi, datajournalist dell’Eco di Bergamo: è colui che nei giorni in cui i dati venivano diffusi spesso in maniera acritica ha contribuito a dare un ordine alle informazioni e a combattere l’infodemia; Umberto Rosini Technical Project Manager alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, l’esperto che ogni giorno ha compilato il bollettino sui contagi, la notizia più attesa dagli italiani. Anche quest’anno Festival Glocal porta con sé i due premi giornalistici che dal 2018 accompagnano il festival. Il primo, riservato ai video maker e dedicato alla memoria di Angelo Agostini, chiede ai partecipanti di candidare progetti che raccontano il locale che incontra il globale, un concetto ben riassunto dal nome del festival. Possono partecipare i lavori pubblicati dopo il 31 ottobre 2019. In palio per il vincitore un premio di 1.000 euro. Il secondo è invece riservato invece ai giornalisti che lavorano con i dati. Per partecipare, i candidati devono proporre un lavoro di data journalism pubblicato su una testata giornalistica riconosciuta dopo il 31 ottobre 2019. In palio un premio da 500 euro. A corollario degli incontri, tre le serate previste: il 12 novembre, il direttore di Avvenire Marco Tarquinio intervista Gianfranco Fabi, giornalista e professore dell’Università Carlo Cattaneo di Castellanza; il 13 novembre, Michele Mezza presenta una serata dedicata al ricordo del filosofo Giulio Giorello scomparso lo scorso giugno, sarà presente anche la compagna di una vita del filosofo Roberta Pelachin. Il 14 novembre al centro congressi Ville Ponti la compagnia teatrale di Valentina Maselli metterà in scena le memorie dei lettori di Varesenews, raccolte durante il periodo di lockdown. Testimonianze di vita quotidiana, racconti emozionanti e storie di sorrisi e lacrime. La maggior parte degli eventi Glocalnews dà la possibilità di ottenere crediti per la formazione professionale continua (FPC)A causa dell’attuale situazione di emergenza sanitaria da Covid-19 gli ingressi agli incontri saranno contingentati e a numero chiuso. Sarà obbligatorio registrarsi su Eventbrite e sulla piattaforma Sigef. http://www.luccamuseum.com

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Le misure di contrasto alla pandemia non inficiano il nostro orientamento nel credito

Posted by fidest press agency su venerdì, 9 ottobre 2020

A cura di Christopher Hult, Paul Smillie e Rosalie Pinkney. Nel quarto trimestre 2019, avevamo illustrato i motivi per cui ritenevamo che le obbligazioni bancarie SP fossero un’opportunità interessante nella fase avanzata del ciclo, rappresentando altresì l’ultimo grande elemento di una ristrutturazione del quadro normativo bancario durata un decennio. Da allora molte cose sono cambiate nel mondo, in particolar modo per quanto riguarda la regolamentazione bancaria, come conseguenza della pandemia di Covid-19.A nostro avviso, l’impatto netto delle misure implementate supporta la nostra tesi e, per quanto ci riguarda, continuiamo a prediligere le obbligazioni SP rispetto alle SNP, nonostante la recente sovraperformance . Se l’attuale rapporto SNP/SP fosse esistito nel 2019, saremmo stati probabilmente tentati di liquidare molte delle nostre posizioni in SP per investire in titoli SNP. Tuttavia, considerando quanto sia cambiato rispetto ad allora il contesto normativo ed economico, riteniamo che questo rapporto possa rimanere elevato per un certo tempo e abbiamo quindi deciso di orientarci su obbligazioni SNP con un approccio rigorosamente selettivo, andando a scegliere i casi in cui il suddetto rapporto è ben al di sopra della media storica, e dunque ampiamente remunerativo rispetto ai rischi supplementari associati alle SNP, e muovendoci prevalentemente in regioni con un solido quadro fiscale.Le garanzie di prestito e i pacchetti fiscali plasmano la distribuzione delle perdite tra bilancio pubblico e bilanci del settore bancario. Ad esempio, i programmi di cassa integrazione consentono alle famiglie e alle piccole/medie imprese (PMI) di continuare a rimborsare i propri debiti bancari a spese dei contribuenti. Dato che circa un quarto della forza lavoro nelle grandi economie europee è attualmente in cassa integrazione, questo meccanismo sta contribuendo in misura notevole a proteggere le famiglie, le imprese e, indirettamente, il settore bancario.Le garanzie pubbliche su prestiti offrono fonti di finanziamento al mondo delle imprese.Abbiamo la sensazione che le moratorie dei pagamenti e le misure di sostegno fiscale potrebbero continuare fino al prossimo anno in molti paesi, soprattutto per i settori più colpiti. I governi di Francia, Germania e Spagna, ad esempio, stanno valutando una proroga della cassa integrazione. La ripresa potrebbe essere già ben avviata prima che questi programmi vengano cancellati del tutto e le banche inizino ad elaborare le perdite.Tuttavia, prevediamo anche oneri per crediti inesigibili a carico delle banche europee nel 2020/21 simili a quelli registrati all’apice della crisi finanziaria globale, nonostante una crescita del PIL molto più debole rispetto ad allora. Ci aspettiamo che le perdite vengano riconosciute lentamente nei paesi europei, con solo un terzo circa rilevate nell’esercizio finanziario 2020, poiché le banche si avvalgono delle misure di sostegno e della semplificazione degli obblighi normativi previste dai governi.Nell’ambito delle misure di semplificazione degli obblighi normativi, alle banche è stato concesso più tempo per rafforzare la quota di obbligazioni SNP necessaria a soddisfare il requisito minimo di fondi propri e passività ammissibili (MREL). Sono soprattutto le banche italiane e spagnole ad avvalersi di questa semplificazione. A nostro avviso, ciò potrebbe comportare un aumento della quota di emissioni SP rispetto alle SNP nel corso del prossimo anno circa. Ne consegue un fattore tecnico sfavorevole per il nostro posizionamento.L’operazione su obbligazioni SP è stata effettuata per ragioni difensive e in un’ottica di fine ciclo: eravamo posizionati per un’inversione del ciclo e il deterioramento del credito. Naturalmente non avevamo previsto il fattore catalizzante, ma le nostre posizioni in SP hanno sovraperformato le SNP (il rapporto illustrato nella Figura 1 è aumentato). A seguito della pandemia di Covid-19 nonché dei vari pacchetti di sostegno e delle modifiche alle normative, siamo stati costretti a riesaminare l’impatto di questi sviluppi sulla nostra tesi.Da un lato avevamo un rapporto SNP/SP elevato, la proroga delle scadenze per adeguarsi al requisito MREL e un rischio minore di bail-in delle obbligazioni SNP dal momento che le autorità di regolamentazione hanno sostanzialmente protetto le obbligazioni bancarie subordinate: tutti questi elementi facevano propendere per un riorientamento verso le SNP.

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Dopo 65 edizioni la pandemia ferma gli Antiquari del Belgio

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 ottobre 2020

Bruxelles. E’ ufficiale: i soci della Foire des Antiquaires de Belgique che da 65 anni organizzano a Bruxelles il BRAFA, hanno deciso di rinviare l’edizione al Gennaio 2022 a causa dell’incertezza ancora legata alla pandemia di Covid-19. Come prima manifestazione d’arte internazionale del calendario, Brafa riunisce negli spazi del Tour&Taxis di Bruxelles 130 espositori, due terzi dei quali provenienti dall’estero.L’anno scorso a Gennaio ha accolto un numero record di 68.000 visitatori tra collezionisti, professionisti e appassionati d’arte. E’ stata forse una delle pochissime fiere che hanno potuto avere luogo nell’anno tristemente segnato dal virus.”E’ la decisione più difficile che abbiamo dovuto prendere nella nostra storia” spiega Harold t’Kint de Roodenbeke, Presidente di BRAFA “Abbiamo aspettato finora per raccogliere tutte le informazioni possibili in modo da evitare rischi per espositori e visitatori. Ci hanno sostenuti in questa lunga ricerca l’entusiasmo dei galleristi e il desiderio di ‘normalità e contatto’ che tutti hanno espresso. Ma se la lista degli espositori è quasi completa non è ad oggi possibile eliminare i rischi di cancellazione forzata a qualche settimana prima dell’apertura. L’organizzazione di un evento come il BRAFA richiede infatti diversi mesi di preparazione e comporta l’intervento di molti attori. Decidere ora ci è sembrata la scelta più ragionevole, se pure davvero sofferta. Colgo dunque l’occasione per ringraziare, insieme a tutti i colleghi, il nostro sponsor principale, la Delen Private Bank, per la comprensione e il sostegno”.Il direttivo BRAFA si è dunque messo al lavoro sull’edizione che si terrà dal 23 al 30 gennaio 2022 per dare vita a una manifestazione davvero “indimenticabile”.

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Turismo: è stato tra i più colpiti dalla pandemia

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 ottobre 2020

Le conseguenze più preoccupanti sono quelle sull’occupazione: solo ad agosto e solo per alberghi e ristoranti sono state autorizzate 44 milioni di ore di cassa integrazione, corrispondenti a 254mila mensilità a tempo pieno. Ancora più allarmante è quanto riportato nella relazione di accompagnamento al decreto agosto: da gennaio a maggio 2020 le assunzioni nei settori turismo e terme si sono ridotte dell’80% per i contratti di lavoro stagionale e del 60% per quelli a tempo determinato. Per i prossimi mesi, le previsioni non migliorano, infatti, da agosto a fine anno, il Governo stima una riduzione delle assunzioni nell’ordine del 70%. Durante il lockdown pressoché tutte le aziende del settore hanno dovuto sospendere l’attività per quasi tre mesi per legge o sono state costrette a reinventarsi l’attività. Solo gli alberghi avevano la possibilità di rimanere aperti ma, non avendo ospiti, molti hanno dovuto chiudere. Da marzo a maggio 2019 la media mensile dei lavoratori dipendenti nel turismo è stata di 1.262.921 unità. Di queste il 59,8% aveva contratti a tempo indeterminato, e quindi tutelata dal blocco dei licenziamenti, ma il restante 40,2% erano lavoratori con contratto a termine o stagionali. Chi ha visto scadere il proprio contratto difficilmente ha trovato altre occasioni d’impiego, specialmente all’interno del settore. Da qui un ulteriore elemento di preoccupazione: la dispersione di competenze e professionalità che rischia di impoverire il settore e compromettere le capacità di ripresa. Sebbene gli italiani non abbiano rinunciato del tutto alla vacanza ed abbiano avuto modo di scoprire meglio i propri territori, preoccupa l’approssimarsi dell’autunno. Con la riapertura delle scuole, la stagione estiva è ufficialmente conclusa e il settore non può sostenere i costi di un intero anno con i proventi di appena tre mesi di lavoro. Senza contare poi che mancano all’appello i turisti stranieri, cioè il segmento di mercato a maggior valore aggiunto in termini di spesa. Dall’esame dettagliato della situazione occupazionale del 2019, fotografata dal XII rapporto “Osservatorio sul mercato del lavoro nel turismo” redatto da Federalberghi e FIPE per conto dell’Ente Bilaterale Nazionale Turismo, si possono comprendere le enormi ricadute che l’emergenza Covid ha avuto e avrà. Nel 2019 gli occupati dipendenti nel settore turistico sono stati nella media dell’anno 1.300.512, con un aumento rispetto al 2018 del 4,7%. In particolare, si trattava di donne 2 (52,6% sul totale) e i giovani (il 60,1% ha meno di 40 anni). Il turismo, infatti, riesce in quello che nessun Governo riesce mai a fare: far entrare nel mondo del lavoro due delle categorie che storicamente hanno più difficoltà a trovare un’occupazione.

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Rifugiati e pandemia di COVID-19

Posted by fidest press agency su sabato, 3 ottobre 2020

La pandemia di COVID-19 ha causato seri disagi a tutti gli studenti e, in particolare, ai rifugiati, la maggior parte dei quali – l’85 per cento – vive nei Paesi in via di sviluppo o in quelli meno sviluppati. Nel caso della chiusura delle scuole, i programmi di apprendimento a distanza non sempre sono disponibili e anche quando lo sono, telefoni cellulari, tablet, laptop, tv, apparecchi radio, nonché connessione a internet sono spesso non accessibili a coloro che sono stati costretti alla fuga. Le conseguenze socioeconomiche della pandemia non solo limitano le opportunità, ma possono anche costringere gli studenti costretti alla fuga o indigenti ad abbandonare gli studi e a dover lavorare, chiedere elemosina o contrarre matrimoni precoci, nel tentativo di sostenere le proprie famiglie. Nel 2017 solo l’uno per cento dei rifugiati risultava iscritto all’istruzione superiore. Dalla fine del 2018, il dato è salito al tre per cento, in larga parte grazie al maggiore riconoscimento dell’importanza di tale livello di istruzione per i rifugiati da parte degli Stati, degli istituti d’istruzione e dalle organizzazioni partner.Anche il 2019 è stato un anno che ha fatto registrare numeri record per lo schema di assegnazione di borse di studio universitarie promosso dall’UNHCR, noto come DAFI (iniziativa tedesca Albert Einstein per l’accesso dei rifugiati all’università), finanziato in larga parte dal Governo tedesco col supporto del Governo danese in qualità di nuovo partner. Alla fine del 2019 il numero di studenti rifugiati iscritti attraverso questo programma era di 8.347 in 54 Paesi partecipanti, a testimonianza della crescente domanda dei rifugiati in tutto il mondo e della forte risposta assicurata da governi e partner in merito alla necessità di migliorarne l’accesso all’istruzione.Nel 2019, i beneficiari delle borse di studio DAFI provenivano da 45 Paesi. Gli studenti rifugiati siriani costituivano il gruppo più numeroso (29 per cento), seguiti da quelli provenienti da Afghanistan (14 per cento), Sud Sudan (14 per cento), Somalia (10 per cento) e Repubblica Democratica del Congo (6 per cento).Questi e altri dati relativi alla frequenza dell’istruzione universitaria dei rifugiati sono messi in evidenza nel rapporto dell’UNHCR Refugee Students in Higher Education.Per non soccombere all’impatto della pandemia di COVID-19, l’UNHCR si appella a governi, settore privato, società civile e altri attori chiave affinché contribuiscano a rafforzare e migliorare i livelli di inclusione e accessibilità ai sistemi di istruzione nazionali nei Paesi di accoglienza e a garantire e tutelare finanziamenti destinati all’istruzione. In assenza di tali interventi, il futuro di innumerevoli studenti sarà a rischio.

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Durante la pandemia la televisita è stata più usata

Posted by fidest press agency su giovedì, 1 ottobre 2020

“Il servizio piu’ utilizzato durante l’epidemia da Covid-19 e’ stato quello della televisita (45%), che ha permesso di sopperire all’imposta distanza tra medico e paziente. Seguono, poi, il monitoraggio (32%), la teleconsulenza (9%), il teleconsulto (5%), l’assistenza da remoto, compresa quella svolta per e all’interno delle RSA (7%) e, infine, la telecompagnia (2%)”. È quanto emerge dal rapporto annuale sull’innovazione in campo sanitario e farmaceutico condotto dall’Istituto per la Competitivita’ (I-Com) e presentato oggi nel corso di un webinar a cui hanno preso parte accademici, esperti e rappresentanti delle istituzioni, della politica e del mondo produttivo. Titolo del rapporto: ‘Riportare la sanita’ al centro. Dall’emergenza sanitaria all’auspicata rivoluzione della governance del SSN’. La crisi innescata dalla pandemia da Covid-19, dunque, ha impresso una significativa accelerazione alla semplificazione amministrativa nel settore della e-health e incoraggiato un impiego piu’ diffuso, snello ed efficiente, di soluzioni digitali gia’ da tempo disponibili. Tra tutte, la telemedicina, il cui importante contributo nel rafforzamento della rete ospedale-medici-territorio e’ emerso chiaramente nel corso della crisi sanitaria degli ultimi mesi. “La necessita’ di predisporre e utilizzare strumenti digitali e di telemedicina nella gestione dell’emergenza ha accelerato processi che sembravano fermi da tempo e dato vita a diverse soluzioni virtuose nelle regioni italiane”, ha commentato il presidente dell’Istituto per la Competitivita’, Stefano da Empoli, che poi ha indicato gli interventi prioritari da mettere in campo da questo punto di vista: “È necessario continuare ad agire per lo sviluppo dell’agenda digitale, con particolare riferimento alla dematerializzazione delle ricette, alla telemedicina, al Fascicolo sanitario elettronico e al digital therapeutics, mettendo a sistema le procedure attivate durante l’emergenza sanitaria”. (Fonte Agenzia Dire)

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Cancro del colon-retto: le possibili conseguenze del rinvio degli screening dovuto alla pandemia di Covid-19

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 settembre 2020

I risultati di uno studio guidato da ricercatori dell’Università di Bologna, dell’Università di Parma e IRCCS Humanitas, pubblicati sulla rivista Clinical Gastroenterology and Hepatology, stimano le conseguenze che il rinvio degli esami di screening per il cancro del colon-retto, dovuto alla pandemia di Covid-19, potrebbero avere sulla ritardata diagnosi di malattia e sull’aumento della mortalità. Lo studio stima che ritardi nello screening di oltre 4-6 mesi aumenterebbero significativamente la diagnosi di casi più avanzati di cancro colorettale, e se i ritardi superassero i 12 mesi, sarebbe destinata ad aumentare anche la mortalità. Dopo i mesi di sospensione dovuti al lockdown, l’attività di screening è spesso ripresa in misura ridotta, ma in alcune realtà si sta cercando di trovare percorsi alternativi. «Qui a Bologna il programma di screening, in collaborazione con le associazioni delle farmacie, ha riorganizzato l’accesso al test del sangue occulto fecale facilitando l’adesione. Questa modalità evita l’accesso nelle strutture sanitarie e aumenta il numero dei punti di riconsegna», aggiunge Ricciardiello. «È necessario continuare a lavorare per aumentare ancora il numero degli utenti che aderiscono al programma». Pubblicato sulla rivista Clinical Gastroenterology and Hepatology con il titolo Impact of SARS-CoV-2 pandemic on colorectal cancer screening delay: effect on stage shift and increased mortality, lo studio è stato coordinato da Luigi Ricciardiello (Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche, Università di Bologna – U.O. Gastroenterologia, Policlinico di Sant’Orsola) e Luigi Laghi (Università di Parma, IRCCS Humanitas), con la collaborazione delle statistiche Clarissa Ferrari (IRCCS Fatebenefratelli di Brescia) e Michela Cameletti (Università di Bergamo). Lo studio è stato realizzato anche grazie al sostegno di Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro: i due ricercatori Luigi Ricciardiello e Luigi Laghi sono titolari di Investigator Grants AIRC quinquennali.

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Diventano misurabili gli effetti della pandemia sulla cura dei tumori nel nostro Paese

Posted by fidest press agency su giovedì, 24 settembre 2020

Nei primi 5 mesi del 2020, in Italia, sono stati eseguiti circa un milione e quattrocentomila esami di screening in meno rispetto allo stesso periodo del 2019. Ritardi che si traducono in una netta riduzione non solo delle nuove diagnosi di tumore della mammella (2.099 in meno) e del colon-retto (611 in meno), ma anche delle lesioni che possono essere una spia di quest’ultima neoplasia (quasi 4.000 adenomi del colon-retto non diagnosticati) o del cancro della cervice uterina (circa 1.670 lesioni CIN 2 o più gravi non diagnosticate). Queste neoplasie non sono scomparse, ma saranno individuate in fase più avanzata, con conseguenti minori probabilità di guarigione e necessità di maggiori risorse per le cure. Per questo, l’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) chiede alle Istituzioni di destinare più fondi per la lotta contro il cancro, non solo per le terapie ma anche per potenziare la telemedicina e per creare percorsi definiti di collaborazione con la medicina del territorio. L’impatto del Covid-19 sull’oncologia e l’individuazione di nuovi strumenti per far fronte alle conseguenze del virus sono fra i temi centrali del Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO), al via da domani al 21 settembre in forma virtuale. “Le nuove armi come l’immuno-oncologia e le terapie a bersaglio molecolare hanno cambiato la storia naturale di molte neoplasie e oggi in Italia il 63% delle donne e il 54% degli uomini sono vivi a 5 anni dalla diagnosi – spiega Giordano Beretta, Presidente AIOM e Responsabile dell’Oncologia Medica all’Humanitas Gavazzeni di Bergamo -. La pandemia però sta modificando gli scenari. Le incertezze riguardano in particolare la prevenzione secondaria, cioè gli screening. Le neoplasie, non rilevate in questo periodo, verranno comunque alla luce prima o poi, ma in stadi più avanzati e con prognosi peggiori. In base a stime del National Cancer Institute (NCI), negli Stati Uniti, nei prossimi 10 anni, vi saranno circa 10.000 morti in più per tumore del seno e del colon-retto, proprio a causa dell’effetto del Covid-19 sugli screening e sul trattamento. Si tratta di numeri che, in termini relativi, possono sembrare piccoli, riferendosi all’1% del totale dei decessi per queste due neoplasie negli USA, ma in termini assoluti sono tutt’altro che trascurabili, perché parliamo di 10.000 decessi in più per grandi malattie, che in questi anni hanno beneficiato dell’effetto positivo dello screening sulla mortalità”. Nel Regno Unito, inoltre, è stato stimato che il ritardo diagnostico causato dalla interruzione e dal rallentamento dei servizi sanitari possa essere la causa di aumento della mortalità (rispetto al periodo pre Covid-19) nei prossimi 5 anni fino al 16,6% per i tumori del colon-retto e al 9,6% per la mammella. “L’allarme lanciato nel Regno Unito e negli USA si può applicare anche in Italia – afferma Saverio Cinieri, Presidente eletto AIOM e Direttore Oncologia Medica e Breast Unit dell’Ospedale ‘Perrino’ di Brindisi -. A oggi, il ritardo diagnostico accumulato è limitato, ma sta crescendo anche per le modalità organizzative necessarie per garantire il distanziamento fisico dei cittadini che si sottopongono agli screening”.Nel nostro Paese, nel 2019, sono stati stimati 371mila nuovi casi di tumore e il costo dei farmaci anticancro è in costante crescita. In cinque anni (2014 – 2019) la spesa per le terapie è passata da 3,9 a circa 6 miliardi di euro. I farmaci antineoplastici rappresentano la prima categoria terapeutica a maggior spesa pubblica per il 2019 (26% della spesa totale). Non solo. Nel 2019, il tetto del Fondo per i farmaci oncologici innovativi, stabilito in 500 milioni di euro, è stato sforato, superando i 584 milioni.“L’oncologia è una delle discipline in cui il contributo della telemedicina può essere più prezioso, non solo durante l’emergenza, ma anche nella nuova normalità post Covid-19 – continua Saverio Cinieri -. I contatti telefonici e telematici non hanno la pretesa di sostituire le visite fisiche, ma consentono una tempestiva discussione degli esami di laboratorio e strumentali e di eventuali segni e sintomi di malattia. Nell’ambito del potenziamento della telemedicina, è opportuno sfruttare al meglio anche l’opportunità offerta dai patient-reported outcomes (PROs) elettronici. Sono questionari che consentono di raccogliere preziose informazioni sulla qualità di vita dei pazienti, sui sintomi, sugli eventi avversi in corso di trattamento e sull’aderenza alla terapia, anche nella pratica clinica. I risultati dei questionari, compilati elettronicamente dai pazienti e ricevuti dal personale sanitario, possono essere discussi telefonicamente, consentendo una valutazione sistematica dell’andamento dei sintomi e degli effetti collaterali, indipendentemente dall’accesso fisico del paziente in ospedale. È documentato il beneficio di un approccio proattivo nella gestione dei sintomi, in termini di riduzione degli eventi avversi severi che richiedano accesso in pronto soccorso e ospedalizzazione. L’adozione dei PROs elettronici comporta però varie sfide, tra cui la formazione e la consapevolezza da parte del personale sanitario della loro utilità ed efficacia e la necessità di educare il paziente alla corretta compilazione dei questionari”.

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Capire quali saranno i modelli di business vincenti dopo la pandemia

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 settembre 2020

By Kirk Moore Responsabile globale della ricerca. Per valutare i vincitori e i vinti dell’emergenza Covid-19, lo studio dei modelli di business sottostanti fornisce spunti più utili rispetto all’analisi dei settori tradizionali. L’evoluzione dei modelli di business delle società ha ridotto il potere informativo delle classificazioni (o codici) standard delle attività economiche. Ad esempio, Amazon è una società tecnologica, un venditore al dettaglio o entrambe le cose? Inoltre, il Covid-19 è destinato ad alterare il comportamento dei clienti sul lungo periodo e a modificare la natura delle operazioni.A grandi linee, le tre categorie sono:
1. Impatto negativo – si prevede che il modello di business non tornerà ai livelli pre-Covid, come nel caso delle vendite al dettaglio tradizionali.
2. Impatto nullo – si prevede che il modello di business tornerà ai livelli pre-Covid, come nel caso dell’industria farmaceutica.
3. Impatto positivo – si prevede che il modello di business supererà i livelli pre-Covid, come nel caso delle vendite al dettaglio online.
Una cosa è certa: il Covid-19 rappresenta un importante punto di svolta e avrà ripercussioni a lungo termine, alterando con tutta probabilità i comportamenti delle persone per molti anni a venire e trasformando le dinamiche di interazione e transazione dei consumatori, in misura variabile a seconda dell’eventuale sviluppo di un vaccino. Tuttavia, le ripercussioni non riguardano unicamente la relazione tra aziende e clienti. La capacità di tenuta e la flessibilità delle catene produttive sono diventate cruciali ben oltre la mera efficienza. Le società che riusciranno a non rimanere imbrigliate nell’attuale infrastruttura o che saranno capaci di trasformarsi rapidamente potrebbero espandersi.L’esplorazione delle opportunità e delle sfide sottovalutate dal mercato non sarebbe completa senza un’adeguata ricerca sotto il profilo dell’investimento responsabile (IR) o dei criteri ambientali, sociali e di governance (ESG), soprattutto alla luce del fatto che la pandemia ha esacerbato le problematiche sociali. I fattori ESG rappresentano un indicatore non finanziario della qualità di una società che, oltre a integrare l’analisi finanziaria, rivela la capacità o meno di riflettere su determinati aspetti delle operazioni aziendali, tra cui la validità della dirigenza e il rigore della struttura di governance. Tali criteri illustrano il potenziale di crescita organica di un’azienda, nonché le sue capacità di adattamento e innovazione.
Raramente in passato si è sentita l’esigenza di informazioni analitiche tanto quanto oggi. Nei prossimi due anni, le società dovranno fare i conti con un contesto economico estremamente difficile a cui non tutti i modelli di business sopravviveranno. Siamo dell’idea che il percorso di ripresa più plausibile sia quello a U, con un possibile riproporsi del virus in autunno, una contrazione della crescita del PIL statunitense del 6-8% nel 2020 e una ripresa economica solo nel 2022. Il team di ricerca azionaria fondamentale statunitense di Columbia Threadneedle Investments ipotizza una ripresa dei ricavi e dei proventi netti aggregati più rapida rispetto all’economia, poiché le società più grandi ed esposte a una crescita duratura dovrebbero avanzare più velocemente rispetto al contesto economico più ampio, con un ritorno ai livelli del quarto trimestre 2019 entro i mesi centrali del 2021.Tuttavia, come evidenziato dai team dedicati al reddito fisso investment grade e high yield, non si prevede una ripresa omogenea per tutti i modelli di business: infatti, quelli colpiti negativamente dal Covid-19 faticheranno a recuperare terreno nei prossimi tre anni.
Questa pandemia rappresenta un momento topico per il contesto economico, un evento raro che merita a tutti gli effetti di essere descritto come una crisi. Ed è proprio nell’analisi rigorosa del suo impatto sui vari modelli di business che risiede l’opportunità di individuare valore. Il Covid-19 costituisce un vero e proprio punto di svolta: per i gestori attivi è una sfida ma al contempo anche un’occasione per identificare le diverse ripercussioni e posizionare i portafogli di conseguenza. Ora più che mai, una ricerca originale, lungimirante e indipendente è fondamentale per ottenere rendimenti regolari dagli investimenti.

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La pandemia di COVID-19 riduce i rifugiati nicaraguensi alla fame e alla disperazione

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 settembre 2020

Prima che la pandemia si manifestasse, e grazie alle efficaci iniziative di integrazione locale attuate in Costa Rica, solo il tre per cento dei rifugiati si trovava in condizione tale da potersi permettere un solo pasto al giorno, o meno. Oggi, tale percentuale è più che quadruplicata arrivando al 14 per cento. Si tratta dei dati rilevati in seguito alle attività di valutazione umanitaria condotte dall’UNHCR a luglio e agosto, al fine di supportare le autorità costaricane nella risposta alle esigenze di oltre 81.000 nicaraguensi che hanno cercato protezione internazionale.La maggior parte dei rifugiati e richiedenti asilo nicaraguensi presenti nel Paese, il 63 per cento, oggi riferisce di consumare solo due pasti al giorno.Le comunità di accoglienza si trovano ad affrontare condizioni analoghe e la contrazione economica che ha colpito i Paesi della regione renderà ancora più complicata la possibilità che queste, e i rifugiati da loro accolti, si riprendano.La Costa Rica accoglie con generosità quasi l’80 per cento di tutti i rifugiati e richiedenti asilo fuggiti dal Nicaragua a causa di violazioni di diritti umani e persecuzioni, ovvero circa 81.000 persone. Rientra tra i dieci Paesi che hanno ricevuto il numero più elevato di domande di asilo su scala mondiale nell’arco dello scorso anno, circa 59.200.Considerato che una vasta proporzione di persone costrette alla fuga in America Latina fa affidamento sull’economia informale, specialmente all’inizio del processo di integrazione nelle comunità di accoglienza, è evidente come le misure di quarantena imposte dal COVID ora stiano producendo i propri effetti sui mezzi di sostentamento causando insicurezza alimentare. Alla fine di luglio, solo il 59 per cento delle famiglie rifugiate in Costa Rica riferiva di percepire regolari redditi da lavoro, un calo impressionante rispetto al 93 per cento registrato prima che si manifestasse la pandemia. È una situazione che espone molti anche al rischio di sfratto e di restare senza dimora. Un quinto dei rifugiati nicaraguensi intervistati mediante sondaggio in Costa Rica ha dichiarato di non sapere dove vivrà il prossimo mese. Le difficoltà a cui fanno fronte rifugiati e richiedenti asilo nicaraguensi, tra cui perdita di mezzi di sussistenza, sfratto e fame, sono state segnalate anche in altri Paesi della regione, compresi Panama, Guatemala e Messico.Il 21 per cento dei rifugiati e dei richiedenti asilo nicaraguensi intervistati ha dichiarato che almeno un membro della propria famiglia sta ora considerando di fare ritorno in Nicaragua, soprattutto per la mancanza di reddito o di cibo. Ciò avverrebbe nonostante i pericoli da cui avevano dichiarato di essere fuggiti. Ad oggi, sono oltre 3.000 le domande di asilo ritirate in Costa Rica, principalmente da parte di cittadini nicaraguensi.L’UNHCR continua a fornire informazioni imparziali a quanti stanno considerando se fare ritorno in Nicaragua, dove la crisi sociale e politica ha spinto più di 102.000 persone a cercare protezione oltre i confini nazionali.Di fronte all’aggravarsi della situazione, l’UNHCR sta lavorando con governi e partner affinché richiedenti asilo e rifugiati — per i quali fare ritorno in patria non rappresenta un’opzione — ricevano il supporto e l’assistenza di cui hanno bisogno nei Paesi di accoglienza.Dall’inizio della pandemia, l’UNHCR ha intensificato in tutta l’America Centrale i programmi di assistenza in denaro contante volti a supportare le persone in fuga in condizioni vulnerabili. In Costa Rica, l’UNHCR ha assicurato assistenza a 1.221 famiglie vulnerabili e a rischio.Grazie al partenariato col Sistema di sicurezza sociale costaricano, l’UNHCR, inoltre, sta assicurando assistenza sanitaria a 6.000 richiedenti asilo che presentano patologie gravi e croniche. A Panama, mediante i partner, l’Agenzia ha supportato quasi 700 persone fornendo aiuti in contanti e ha sostenuto decine di famiglie coprendone le spese di affitto o mediando affinché non fossero sfrattate.Tuttavia, la grave carenza di fondi sta ostacolando le capacità di rispondere alle urgenti esigenze umanitarie. Le operazioni dell’UNHCR in Costa Rica, i cui requisiti finanziari per il 2020 sono pari a 26,9 milioni di dollari, ad oggi risultano essere finanziate solo per il 46 per cento.
Nell’ambito del Quadro comprensivo regionale per la protezione e la ricerca di soluzioni agli esodi forzati in America Centrale (Marco Integral Regional para la Protección y Soluciones/MIRPS), l’UNHCR continua a sostenere gli sforzi profusi dagli Stati per rispondere alle esigenze delle persone costrette a fuggire. L’Agenzia, inoltre, rivolge un appello a tutti gli Stati membri MIRPS affinché incrementino i livelli di coordinamento e supporto a fronte delle nuove criticità correlate alla diffusione del COVID-19.Per un quadro completo degli esodi forzati in corso in America Centrale e in Messico è possibile consultare il portale dati dell’UNHCR.

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Pandemia al confronto con imprese, organizzazione e risorse umane

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 agosto 2020

La pandemia ha messo a nudo una realtà con la quale convivevamo lasciandola galleggiare in una sorta di limbo mentale. Ha toccato un nervo sensibile che ci siamo ingegnati a tenerlo assopito per non farlo emergere in tutta la sua crudezza. Ora l’incantesimo si è spezzato e ci siamo resi conto che non tutti i governanti del mondo hanno mostrato la stessa sensibilità nella tutela della salute pubblica in specie se andava a configgere con gli interessi economici e produttivi delle loro rispettive macchine industriali. L’esempio più eclatante lo abbiamo avuto negli Stati Uniti e in una certa misura nel Regno Unito. Dovremmo meravigliarcene se anche in Italia più di qualcuno ha cercato di mestare nel torbido negando o sottovalutando la pericolosità sociale di questa pandemia? No di certo se pensiamo che il nostro sistema è più orientato ad una visione mercantilistica e in forma più ridotta alla cura delle persone in specie se sono meno abbienti. L’essere umano, diciamocelo pure senza perifrasi, in questo assetto geopolitico mondiale, sta mostrando tutti i suoi limiti, è diventato l’ultimo anello della catena produttiva. Il suo ruolo fondamentale sta sempre più diventando quello che deve adeguarsi per dare risposte per risolvere la potenziale dicotomia tra imprese e organizzazione e l’uomo per privilegiare le prime e non come dovrebbe, il suo contrario.
Se diamo un taglio politico a questa dialettica uomo-imprese-organizzazione dobbiamo avere la consapevolezza che la contesa si proietta nel modo come i partiti, che hanno una guida ideologica, ne interpretano le scelte di campo o nelle peggiori situazioni si asservano ad esse. Significa, in altre parole, che quando noi andiamo ad esprimere il nostro voto nel segreto dell’urna dovremmo renderci conto che la contesa va oltre un partito o il suo leader perché è in gioco qualcosa di più. È la nostra dignità di esseri umani. (Riccardo Alfonso)

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Report “Stipendi negati in pandemia”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 agosto 2020

Analizza i mancati pagamenti e i tagli salariali avvenuti ai danni dei lavoratori tessili nei mesi di Marzo, Aprile e Maggio in seguito all’imposizione di aspettative non retribuite, a tagli pubblici, all’interruzione dei rifornimenti e alla cancellazione di ordini da parte dei brand. Sulla base di dati raccolti sul campo e di altre ricerche pubblicate, l’inchiesta rivela che in tutti i Paesi del sud e sud-est asiatico i lavoratori hanno ricevuto strutturalmente il 38% in meno di quanto gli spettasse. In alcune delle regioni dell’India, si supera addirittura il 50%. Rapportando questi numeri all’industria mondiale dell’abbigliamento, escludendo la Cina, un’ipotesi prudente attesta tra 3.19 e 5,78 miliardi di dollari la cifra dei salari dovuti ai lavoratori.La Campagna Abiti Puliti, insieme ai partner della Clean Clothes Campaign, chiede ai marchi e ai distributori di assumersi le loro responsabilità garantendo ai propri lavoratori e lavoratrici il versamento di tutti i salari che gli spettano in accordo con il diritto del lavoro e gli standard internazionali. “Chiediamo che questo impegno sia pubblico attraverso la sottoscrizione di una “assicurazione salariale”. Questo significa utilizzare la propria capacità di influenza quali committenti delle catene globali di fornitura per sollecitare fondi, fornire contributi diretti e collaborare con altri attori – ad esempio con l’ILO – per garantire i pagamenti dovuti ai lavoratori interessati dalla crisi” aggiunge Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti. Dal lancio di questa proposta lo scorso giugno, la Clean Clothes Campaign ha già contattato decine di marchi, iniziando in alcuni casi un dialogo costruttivo.Christie Miedema, della Clean Clothes Campaign ha dichiarato: “Accogliamo con favore le azioni intraprese da alcuni marchi in questi mesi. Stiamo chiedendo a ciascuno individualmente un impegno pubblico per evitare che in una situazione in cui tutti hanno delle responsabilità, nessuno se ne faccia carico aspettando che sia qualcun altro ad occuparsene. Solo così saremo in grado di porre fine alla malsana abitudine di scaricare i rischi e le responsabilità lungo la catena di fornitura lasciando che alla fine a pagare siano sempre i lavoratori”.

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Pandemia in Usa

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 agosto 2020

“Siamo tutti nella stessa tempesta ma ovviamente non siamo tutti nella stessa barca”. Ecco come David Saunders, il Direttore dell’Ufficio di Equità Sanitaria della Pennsylvania, ha spiegato la differenza degli effetti del Covid-19 sui diversi gruppi etnici e sociali in America. La pandemia ha colpito tutti i segmenti della società ma ovviamente i più poveri e i gruppi minoritari sono stati puniti più severamente.All’inizio della pandemia si credeva che i focolai si sarebbero concentrati su alcune regioni degli Stati Uniti. Il Nordest ha avuto effetti devastanti ma nelle ultime settimane gli Stati del Sud, quelli dell’Ovest e adesso anche nel Midwest ne risentono di più. Il problema è stato aggravato dalla politica nazionale largamente assente che ha lasciato agli Stati la responsabilità di affrontare il Covid-19. Donald Trump e i suoi collaboratori credevano che tutto si sarebbe risolto senza grandi sforzi, sottovalutando il pericolo. Poi quando il problema sembrava essere isolato al Nordest del Paese, zona governata dai liberal, la Casa Bianca ha deciso, secondo un articolo di Vanity Fair, di stare alla larga e assegnare la colpa ai Democratici per la pandemia. Un grosso sbaglio non solo umano ma anche politico perché i contagi si sono poi trasferiti anche al Sud e Midwest, la roccaforte dei sostenitori di Trump.Se la pandemia non ha discriminato dal punto di vista geografico lo ha fatto però dal punto di vista sociale ed economico. I più poveri in tutte le parti del Paese hanno sofferto in proporzioni maggiori. A differenza dei professionisti che sono riusciti a continuare a lavorare da casa mediante l’Internet, i ceti più bassi sono stati costretti a presentarsi ai luoghi di lavoro che richiedono la presenza fisica. Spesso questi lavori non permettono il distanziamento sociale e il ritorno a casa di solito non include spazi domestici molto vasti per stare distanti dai propri cari in caso di sospetti che qualcosa non va bene. Questi individui spesso fanno lavori essenziali nella sanità, cliniche, fattorie, fabbriche, supermercati e trasporti pubblici. Sono ovviamente esposti al pubblico e gli inevitabili rischi di contagio. Un’analisi della NPR (National Public Radio) ci informa che il possibile contagio degli afro-americani è due volte maggiore di quello che ci si aspetterebbe tenendo in conto la proporzione di popolazione. In quattro Stati la cifra è quattro volte maggiore.Al livello nazionale i bianchi rappresentano il 61 percento della popolazione, seguiti dagli afro-americani col 17 percento e i latinos col 12 percento. Le vittime dei decessi causati dalla pandemia sono rispettivamente 52 per cento bianchi, 22 percento afro-americani e 17 percento latinos. In alcuni Stati le cose sono molto più gravi. In Alabama gli afro-americani rappresentano il 27 per cento della popolazione ma il 45 percento dei decessi. In California, lo Stato più popoloso con 40 milioni di abitanti, i latinos rappresentano il 39 percento della popolazione ma hanno sofferto il 55 percento dei contagi. Queste dolorose cifre non riflettono la completa realtà poiché non pochi ospedali escludono la razza e l’etnia dei pazienti nei loro rapporti.
Le morti dei contagiati dei gruppi minoritari sono anche molto più alte di quelle dei bianchi per ovvie ragioni. I decessi di Covid-19 sono spesso determinati da malattie croniche dei quali gli anziani soffrono di più. Ma ne risentono di più anche i gruppi minoritari poiché la loro assicurazione medica è spesso precaria e se devono scegliere fra andare dal medico o pagare l’affitto spesso rimandano le cure mediche che si accumulano. Questi ritardi di cercare cure basiche causano serie conseguenze specialmente in questo clima di pandemia. La situazione è stata anche peggiorata dal fatto che non pochi “red states” (stati conservatori) si sono rifiutati di ampliare l’assicurazione ai ceti bassi sancita da Obamacare, la riforma sanitaria del 2010, approvata dall’ex presidente Barack Obama.La pandemia ha messo a nudo che il quando il governo si lava le mani, come ha fatto il presidente Trump, tutti ne soffrono ma specialmente i meno abbienti. Ciò è avvenuto in America, un Paese ricco, dove Trump si è preoccupato più della rielezione invece della salute dei cittadini. Ma questa politica del 45esimo presidente si è sentita anche a livello internazionale perché le risorse degli Stati Uniti non sono disponibili ad alleviare le sofferenze in Paesi sottosviluppati. La politica di “America First” dell’attuale inquilino della Casa Bianca ha abdicato la leadership americana nel mondo con l’isolamento del Paese. Le conseguenze sono disastrose poiché le notevoli risorse economiche e scientifiche degli Stati Uniti potrebbero apportare contributi sostanziosi al bene mondiale.Gli americani hanno notato la pessima qualità della leadership di Trump e tutti i sondaggi lo danno perdente alle elezioni del 3 novembre. Andando avanti in un’eventuale presidenza di Joe Biden bisognerà fare molto per ridurre il gap fra benestanti e poveri non solo dal punto di vista della sanità ma anche da quello sociale ed economico. Dopotutto è difficile separare la sanità dal resto delle altre attività umane. Ci vorrà anche un cambiamento di rotta al livello internazionale. Biden non sarà il perfetto presidente ma la pandemia ha fatto aprire gli occhi a tutti lo sbaglio fatto dagli americani nel 2016 eleggendo Trump.Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Pandemia e permafrost minacciano intere comunità

Posted by fidest press agency su sabato, 8 agosto 2020

L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) è molto preoccupata per l’estrazione di materie prime nell’Artico, in Siberia e nell’Estremo Oriente della Russia, che sta aumentando rapidamente nonostante i pericoli del riscaldamento globale. I terreni caratterizzati un tempo da permafrost con lo scongelamento hanno reso l’infrastruttura di serbatoi e tubazioni un pericolo difficilmente controllabile. Inoltre, la forza lavoro che cambia frequentemente nei cantieri edili e negli impianti di produzione di petrolio e gas porterebbe il coronavirus nelle remote aree indigene. Per il governo russo, gli introiti da materie prime nella regione sono ovviamente più importanti della sopravvivenza delle persone sempre più impoverite. La situazione è estremamente pericolosa per le popolazioni indigene del luogo. L’assistenza medica è stata notevolmente ridotta negli ultimi anni. Non c’è praticamente nulla che possa ostacolare la diffusione del virus. Negli ospedali da campo costruiti in fretta e furia, gli operatori sanitari non protetti diffondono ulteriormente il virus. Gli indigeni riescono a malapena a nutrirsi perché le norme di quarantena impediscono loro di raggiungere le loro tradizionali zone di caccia e di pesca. Anche il baratto è impossibile a causa delle restrizioni alla mobilità.Il cambiamento climatico sta già portando a disastri ambientali, soprattutto perché gli standard ambientali e di sicurezza sono stati ovviamente trattati in modo superficiale. È stato solo il 29 maggio di quest’anno che un serbatoio di gasolio appartenente alla società di materie prime Norilsk Nickel è esploso e ha contaminato una vasta area di acque da cui dipendono i pescatori locali dei Nenci e Dolgani indigeni. Con il progressivo disgelo dei suoli permafrost, con l’avanzare dei cambiamenti climatici, ci si deve aspettare un numero sempre maggiore di incidenti di questo tipo. È stato un buon segnale che la Deutsche Bank ha recentemente annunciato che non finanzierà più progetti di produzione di petrolio e gas nell’Artico. A questo deve ora seguire la consapevolezza che lo sfruttamento delle materie prime in questo fragile ecosistema è sempre carico di rischi enormi. Questi rischi riguardano in particolare le popolazioni indigene, il cui stile di vita è orientato a questo ecosistema da migliaia di anni ed è altrettanto fragile.Nel frattempo, la rete indigena russa Aboriginal Forum, che riunisce 42 esperti indipendenti, leader e organizzazioni indigene di 21 regioni dell’Artico russo, della Siberia e dell’Estremo Oriente, ha riferito di un aumento delle epidemie di coronavirus intorno agli impianti di produzione di petrolio e gas. L’11 maggio, 2.045 persone sono state ufficialmente registrate come infette nel campo di lavoro di un impianto di gas liquefatto del gruppo Novatek vicino al villaggio di Belokamenka nel solo distretto di Murmansk, per un totale di 2.416 persone infette che vivono nel distretto. L’APM aveva già segnalato un’epidemia incipiente in un cantiere nella stessa regione in aprile. Novatek vi sta costruendo una fabbrica che produrrà piattaforme di perforazione per la produzione di gas naturale nell’Oceano Artico.

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Gli effetti della pandemia sulla salute mentale

Posted by fidest press agency su domenica, 2 agosto 2020

“Dobbiamo separare la salute mentale nei percorsi Covid dall’effetto del Covid nella salute mentale in generale. Covid è stato come una bomba nucleare le cui radiazioni hanno colpito le persone in modo diverso. Chi era più vicino ed è stato colpito subito e direttamente dalla malattia; chi invece era più lontano, oggi presenta gli effetti di questa radiazione”. Così il professor professor Alberto Siracusano, Direttore U.O.C. Psichiatria e Psicologia Clinica – Fondazione Policlinico Tor Vergata di Roma è intervenuto oggi all’evento online: “Covid-19: gli effetti della pandemia, dell’isolamento sociale e del lockdown sulla salute mentale degli italiani”, moderato dall’Onorevole Beatrice Lorenzin e organizzato dal Centro Studi Americani in partnership con Edra. In particolare si è parlato degli effetti sulla salute mentale sui malati psichiatrici e anche su bambini e giovani. “Chi ha avuto il Covid oggi presenta effetti neuropsichiatrici (mal di testa, ansia, effetto del gusto e olfatto, capacità di concentrarsi, perdita di attenzione e di energia), la società che ha vissuto il Covid ha invece altre problematiche”, ha aggiunto Siracusano.
Poi ha parlato delle nuove generazioni: “Stiamo facendo uno studio sulle chat dei giovani e sulle parole che sono emerse maggiormente, che hanno modificato la comunicazione tra i giovani. Nonostante questo e nonostante l’emergenza vissuta, oggi i giovani si riuniscono senza attenzione sulla sicurezza: dove abbiamo mancato noi nel trasmettere loro le informazioni che doveva metterli in una situazione di estrema prudenza? Questa ‘ignoranza’ dipende da noi che non siamo stati in grado di trasmettere dei principi educativi relativi alla sicurezza. Gli atteggiamenti critici, quali ad esempio quelli di bullismo, oggi si sono trasformati in questo tipo di atteggiamenti”.

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Vacanze italiane frenate dalla pandemia

Posted by fidest press agency su sabato, 25 luglio 2020

Alla luce delle difficoltà determinate dalla pandemia, nonché della paura per i contagi, sono sempre meno le famiglie che quest’anno andranno in vacanza. Secondo le stime dell’Osservatorio Nazionale Federconsumatori saranno il 16,6% in meno rispetto allo scorso anno gli italiani pronti a concedersi un viaggio, rigorosamente entro i confini nazionali. Questo significa che meno della metà delle famiglie andrà in vacanza. Chi lo farà sceglierà prevalentemente località sulla costa (58%), ma aumentano le preferenze per la montagna (26%).In molti sceglieranno di non partire affatto o di rimandare le partenze a tempi migliori.In testa alle preferenze dei cittadini rimangono le vacanze low cost: soggiorni brevi, sistemazioni senza troppe pretese, nonché la tradizionale ospitalità presso amici e parenti. In aumento anche l’affitto di case, i cui prezzi in molti casi, nei periodi clou, sono schizzati alle stelle.Si conferma prevalente la modalità di ricerca e prenotazione del proprio viaggio online, tramite siti dedicati (OTA – Online Travel Agencies), solo chi usufruirà del bonus vacanza, presso le strutture che lo accettano, prenoterà tramite agenzia o direttamente presso la struttura.Dal nostro consueto monitoraggio si evince che il costo di una vacanza al mare per una famiglia tipo aumenta quest’anno del +3,2% rispetto al 2019.Nel dettaglio, la tradizionale vacanza in una località balneare italiana di una settimana, per una famiglia composta da due adulti e due ragazzi (tra i 10 ed i 16 anni) che viaggia in auto costerà 4.054,24 € (nel periodo fine luglio-inizio agosto).Leggermente più contenuti i costi della vacanza in montagna, ma con una crescita decisamente più marcata dovuta alla maggiore preferenza: qui una settimana nello stesso periodo, per la stessa tipologia di famiglia, il costo ammonta a 3.801,00 Euro (+4% rispetto allo scorso anno).

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Città post-pandemia

Posted by fidest press agency su sabato, 25 luglio 2020

A cura di Zsolt Kohalmi, Global Head of Real Estate and Co-Chief Executive Officer di Pictet Alternative Advisors. Le malattie e le pandemie del passato hanno disegnato le forme delle città odierne. Le facciate bianche di stampo minimalista e le grandi finestre dal pavimento al soffitto tanto amate dall’architettura moderna si ispirano alle case di cura per la tubercolosi dell’inizio del XX secolo. Gli iconici viali che attraversano Parigi e si diramano da Central Park a New York furono tracciati per contenere la diffusione del colera e di altre malattie nel XIX secolo.Ma quel che conta è che il concetto di città è sopravvissuto e si è evoluto. Attualmente i centri urbani producono circa l’80% del PIL mondiale, una quota che probabilmente continuerà a crescere. Tuttavia, la pandemia di Covid-19 trasformerà il modo di costruire le città, nonché le abitudini di vita e di lavoro dei suoi abitanti. Per trarre il meglio dalla recessione in atto, dobbiamo considerarla come un’opportunità per risolvere le problematiche che da tempo affliggono l’ambiente urbano.Nel quadro di tassi di interesse e rendimenti obbligazionari molto contenuti o negativi a livello globale, il real estate continuerà ad attirare sostanziali flussi di capitale di investitori in cerca di un rendimento reale positivo. È tuttavia necessario essere consapevoli dei cambiamenti cui le nostre città andranno incontro.
Prendiamo ad esempio il settore retail. Dopo la pandemia i negozi tradizionali diminuiranno. I negozi fisici erano già in difficoltà e uno su 10 era vuoto. In aprile, a causa del lockdown, il traffico di clienti nei punti vendita del Regno Unito è sceso dell’85% a/a, mentre le vendite online hanno registrato un’impennata del 58% e rappresentano ora il 70% delle vendite di prodotti non alimentari, un livello record. Tale trend è in parte temporaneo, ma la tendenza generale è stata fortemente accelerata dalla pandemia. Sopravviveranno alla rivoluzione digitale i negozi situati in località gettonate che offrono esperienze particolari e attività ricreative. I valori locativi saranno oggetto di pressioni, in quanto più spazi saranno utilizzati per lo stoccaggio e la logistica delle merci vendute online
Ad avere la meglio nell’era post-Covid saranno verosimilmente i centri dati, ormai nelle mire degli investitori, come pure i centri medici, le strutture sportive e altri centri benessere, poiché a fine pandemia saremo probabilmente tutti più attenti alla salute. Anche le strutture per la logistica last mile dovrebbero prosperare, alla luce del crescente ricorso allo shopping online.Tutte le aree del real estate saranno travolte da un’ondata di cambiamenti. La trasformazione richiederà molto lavoro, dato che in Europa il 70% degli edifici ha oltre 20 anni. Gli investitori dovranno essere particolarmente pronti ad adattarsi alle nuove necessità e alle aspettative degli utenti e avere così l’opportunità di plasmare le città di domani.

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