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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 259

Posts Tagged ‘pandemia’

Gli effetti della pandemia sulla salute mentale

Posted by fidest press agency su domenica, 2 agosto 2020

“Dobbiamo separare la salute mentale nei percorsi Covid dall’effetto del Covid nella salute mentale in generale. Covid è stato come una bomba nucleare le cui radiazioni hanno colpito le persone in modo diverso. Chi era più vicino ed è stato colpito subito e direttamente dalla malattia; chi invece era più lontano, oggi presenta gli effetti di questa radiazione”. Così il professor professor Alberto Siracusano, Direttore U.O.C. Psichiatria e Psicologia Clinica – Fondazione Policlinico Tor Vergata di Roma è intervenuto oggi all’evento online: “Covid-19: gli effetti della pandemia, dell’isolamento sociale e del lockdown sulla salute mentale degli italiani”, moderato dall’Onorevole Beatrice Lorenzin e organizzato dal Centro Studi Americani in partnership con Edra. In particolare si è parlato degli effetti sulla salute mentale sui malati psichiatrici e anche su bambini e giovani. “Chi ha avuto il Covid oggi presenta effetti neuropsichiatrici (mal di testa, ansia, effetto del gusto e olfatto, capacità di concentrarsi, perdita di attenzione e di energia), la società che ha vissuto il Covid ha invece altre problematiche”, ha aggiunto Siracusano.
Poi ha parlato delle nuove generazioni: “Stiamo facendo uno studio sulle chat dei giovani e sulle parole che sono emerse maggiormente, che hanno modificato la comunicazione tra i giovani. Nonostante questo e nonostante l’emergenza vissuta, oggi i giovani si riuniscono senza attenzione sulla sicurezza: dove abbiamo mancato noi nel trasmettere loro le informazioni che doveva metterli in una situazione di estrema prudenza? Questa ‘ignoranza’ dipende da noi che non siamo stati in grado di trasmettere dei principi educativi relativi alla sicurezza. Gli atteggiamenti critici, quali ad esempio quelli di bullismo, oggi si sono trasformati in questo tipo di atteggiamenti”.

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Vacanze italiane frenate dalla pandemia

Posted by fidest press agency su sabato, 25 luglio 2020

Alla luce delle difficoltà determinate dalla pandemia, nonché della paura per i contagi, sono sempre meno le famiglie che quest’anno andranno in vacanza. Secondo le stime dell’Osservatorio Nazionale Federconsumatori saranno il 16,6% in meno rispetto allo scorso anno gli italiani pronti a concedersi un viaggio, rigorosamente entro i confini nazionali. Questo significa che meno della metà delle famiglie andrà in vacanza. Chi lo farà sceglierà prevalentemente località sulla costa (58%), ma aumentano le preferenze per la montagna (26%).In molti sceglieranno di non partire affatto o di rimandare le partenze a tempi migliori.In testa alle preferenze dei cittadini rimangono le vacanze low cost: soggiorni brevi, sistemazioni senza troppe pretese, nonché la tradizionale ospitalità presso amici e parenti. In aumento anche l’affitto di case, i cui prezzi in molti casi, nei periodi clou, sono schizzati alle stelle.Si conferma prevalente la modalità di ricerca e prenotazione del proprio viaggio online, tramite siti dedicati (OTA – Online Travel Agencies), solo chi usufruirà del bonus vacanza, presso le strutture che lo accettano, prenoterà tramite agenzia o direttamente presso la struttura.Dal nostro consueto monitoraggio si evince che il costo di una vacanza al mare per una famiglia tipo aumenta quest’anno del +3,2% rispetto al 2019.Nel dettaglio, la tradizionale vacanza in una località balneare italiana di una settimana, per una famiglia composta da due adulti e due ragazzi (tra i 10 ed i 16 anni) che viaggia in auto costerà 4.054,24 € (nel periodo fine luglio-inizio agosto).Leggermente più contenuti i costi della vacanza in montagna, ma con una crescita decisamente più marcata dovuta alla maggiore preferenza: qui una settimana nello stesso periodo, per la stessa tipologia di famiglia, il costo ammonta a 3.801,00 Euro (+4% rispetto allo scorso anno).

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Città post-pandemia

Posted by fidest press agency su sabato, 25 luglio 2020

A cura di Zsolt Kohalmi, Global Head of Real Estate and Co-Chief Executive Officer di Pictet Alternative Advisors. Le malattie e le pandemie del passato hanno disegnato le forme delle città odierne. Le facciate bianche di stampo minimalista e le grandi finestre dal pavimento al soffitto tanto amate dall’architettura moderna si ispirano alle case di cura per la tubercolosi dell’inizio del XX secolo. Gli iconici viali che attraversano Parigi e si diramano da Central Park a New York furono tracciati per contenere la diffusione del colera e di altre malattie nel XIX secolo.Ma quel che conta è che il concetto di città è sopravvissuto e si è evoluto. Attualmente i centri urbani producono circa l’80% del PIL mondiale, una quota che probabilmente continuerà a crescere. Tuttavia, la pandemia di Covid-19 trasformerà il modo di costruire le città, nonché le abitudini di vita e di lavoro dei suoi abitanti. Per trarre il meglio dalla recessione in atto, dobbiamo considerarla come un’opportunità per risolvere le problematiche che da tempo affliggono l’ambiente urbano.Nel quadro di tassi di interesse e rendimenti obbligazionari molto contenuti o negativi a livello globale, il real estate continuerà ad attirare sostanziali flussi di capitale di investitori in cerca di un rendimento reale positivo. È tuttavia necessario essere consapevoli dei cambiamenti cui le nostre città andranno incontro.
Prendiamo ad esempio il settore retail. Dopo la pandemia i negozi tradizionali diminuiranno. I negozi fisici erano già in difficoltà e uno su 10 era vuoto. In aprile, a causa del lockdown, il traffico di clienti nei punti vendita del Regno Unito è sceso dell’85% a/a, mentre le vendite online hanno registrato un’impennata del 58% e rappresentano ora il 70% delle vendite di prodotti non alimentari, un livello record. Tale trend è in parte temporaneo, ma la tendenza generale è stata fortemente accelerata dalla pandemia. Sopravviveranno alla rivoluzione digitale i negozi situati in località gettonate che offrono esperienze particolari e attività ricreative. I valori locativi saranno oggetto di pressioni, in quanto più spazi saranno utilizzati per lo stoccaggio e la logistica delle merci vendute online
Ad avere la meglio nell’era post-Covid saranno verosimilmente i centri dati, ormai nelle mire degli investitori, come pure i centri medici, le strutture sportive e altri centri benessere, poiché a fine pandemia saremo probabilmente tutti più attenti alla salute. Anche le strutture per la logistica last mile dovrebbero prosperare, alla luce del crescente ricorso allo shopping online.Tutte le aree del real estate saranno travolte da un’ondata di cambiamenti. La trasformazione richiederà molto lavoro, dato che in Europa il 70% degli edifici ha oltre 20 anni. Gli investitori dovranno essere particolarmente pronti ad adattarsi alle nuove necessità e alle aspettative degli utenti e avere così l’opportunità di plasmare le città di domani.

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Fake News: il Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze, Laura Castelli non ci sta

Posted by fidest press agency su domenica, 19 luglio 2020

Ci scrive Laura Castelli: “Dispiace constatare che, pur di attaccare il Governo, alcuni giornali non facciano altro che inventare e fomentare notizie inesistenti, assumendosi anche la responsabilità di generare conflitti sociali. In questa fase delicata, segnata dalla pandemia, titoli come quello de Il Tempo, che dicono l’opposto di quella che è la realtà dei fatti, rischiano di creare panico. Alle misure già approvate, per un totale di 80 miliardi con i Decreti Cura Italia e Rilancio, si aggiungeranno quelle che potremo adottare dopo l’ulteriore scostamento di 20 miliardi e che, prevedranno, come dico da sempre, ulteriori sostegni alle filiere più colpite, a partire da quella del turismo e della ristorazione, che stanno pagando il prezzo più alto.Nel contempo, però, è dovere nostro, e di tutta la politica, pensare anche a medio termine, ossia aiutando sin d’ora gli imprenditori che intendono farlo a muoversi verso nuovi modelli di attività. Ce lo impone il quadro economico provocato dal Covid, che ha inciso su bisogni e abitudini degli italiani. Negarlo, o fare finta di non capirlo, significa voler prendere in giro tutti gli imprenditori”. Lo scrive, su Facebook, il Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze, Laura Castelli, che poi aggiunge: questo è quello che ho veramente detto sul tema, e la citazione del ristorante, ovviamente, è un esempio e non un attacco alla categoria, come strumentalmente qualcuno ha voluto far intendere. Nel Rilancio, lo voglio ricordare, sugli affitti, sulle bollette, sul fondo perduto sono state date misure importanti. E guardate che dall’estero ce lo riconoscono. Poi non è abbastanza, facciamo un altro scostamento di 20 miliardi a breve, dove rifinanzieremo quello che serve per la cassa integrazione e in più degli aiuti. Però mi faccia dire una cosa, questa crisi ha spostato la domanda e l’offerta. Le persone hanno cambiato il modo di vivere e bisogna tenerne conto, bisogna aiutare le imprese e gli imprenditori creativi a muoversi sui nuovi business che sono quelli che sono nati. Ci possiamo dire che sono nati? Sono processi di lungo termine, ma se una persona decide di non andare più a sedersi al ristorante, bisogna aiutare l’imprenditore a fare magari un’altra attività, a non perdere l’occupazione e va sostenuto anche nella sua creatività, che magari ha visto che c’è un nuovo business che può affrontare. Io credo che negare il fatto che questa crisi abbia cambiato la domanda e l’offerta di questo Paese, proprio in termini macroeconomici, sia un errore. Vanno aiutate le imprese. Sposteremo alcune scadenze, come quelle di settembre, per recuperare quello che era stato sospeso, abbiamo sospeso 13 miliardi di tasse e cancellato una rata dell’IRAP, una parte dello scostamento servirà anche per cancellare alcune tasse che gli italiani non pagheranno più”.

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Pandemia e sviluppo economico

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 luglio 2020

La pandemia da Coronavirus ha messo a nudo la fragilità del nostro modello di sviluppo economico rendendo evidenti due facce della stessa medaglia: da un lato, l’evidenza che nessun settore è abbastanza solido per resistere a un cambiamento radicale senza un processo di continua innovazione. Dall’altro, la necessità di ripensare all’attuale modello economico in una logica di maggiore attenzione alla sostenibilità e al rispetto ambientale. Il modello di sviluppo a cui siamo abituati, ovvero quello lineare – fondato sull’estrazione di materie prime, sulla produzione ed il consumo di massa e sullo smaltimento degli scarti una volta raggiunta la fine della vita del prodotto – ha mostrato molte crepe specialmente negli ultimi mesi. Un caso eclatante è quello del fashion, comparto strategico per il nostro Paese: dopo aver fatto per anni offshoring verso l’Asia, la pandemia ha bloccato intere filiere con la semplice chiusura delle frontiere. Solo chi ha saputo riadattare il proprio modello di sviluppo ha mostrato la resilienza sufficiente a fronteggiare la crisi, gli altri sono andati in apnea. In questo senso un ottimo esempio è quello della filiera alimentare, che si è salvata grazie a un sistema decentralizzato, al ricorso a modelli di economia di prossimità e al canale digitale dell’e-commerce.
Ora più che mai, è indispensabile ripensare il ciclo economico in termini di economia circolare: un sistema pensato per potersi rigenerare, fondato sulla valorizzazione degli scarti, l’estensione del ciclo di vita dei prodotti, la condivisione delle risorse, l’impiego di materie prime da riciclo e di energia da fonti rinnovabili. Ma un cambiamento di rotta di questa portata, una trasformazione così radicale, non può gravare sulle spalle delle singole imprese. Servono, da un lato, sostegno a livello economico e finanziario, e dall’altro, la capacità di portare il paradigma dell’open innovation anche nella circular economy: vale a dire, fare in modo che le imprese che hanno bisogno di rinnovarsi per andare verso la circular economy possano entrare in contatto con delle realtà in grado di fornire loro gli strumenti per farlo.

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Rimborso viaggi e pandemia. Partita la procedura d’infrazione Ue

Posted by fidest press agency su martedì, 7 luglio 2020

Si sapeva che la procedura d’infrazione sarebbe arrivata a meno che l’Italia entro lo scorso 28 maggio non avesse preso in seria considerazione l’avvertimento della Commissione Ue: la legge italiana che fa scegliere agli operatori turistici se rimborsare un servizio (trasporti e pacchetti viaggio) in voucher o soldi, non è conforme al diritto europeo. E il diritto europeo vale più di quello italiano. Tutti lo sapevano e lo sanno, ma i tutti che ci governano e gli operatori del settore hanno fatto finta di nulla, e intanto hanno trattenuto i soldi delle loro vittime. Viaggiatori vittime due volte: degli scriteriati operatori turistici (non appagati dalle sovvenzioni dello Stato, al pari degli altri), e dello Stato (che aveva trovato un doppio metodo per dare soldi al settore… letteralmente rubandoli per legge).Migliaia di persone sono incappate in questa squallida e triste situazione, in una sorta di guerra tra poveri dove, complice lo Stato e il Parlamento, si è voluta creare la figura del donatore obbligato.
Ora siamo al dunque e auspichiamo che sia un dunque veloce.La Corte di Giustizia dovrà esaminare la denuncia della Commissione e sentenziare. Auspichiamo, ovviamente, per evitare un bagno di soldi con la multa che sicuramente lo Stato italiano riceverà (e i soldi dello Stato italiano sono quelli di tutti noi contribuenti), che i nostri governanti e legislatori vi rimedino prima della sentenza della Corte di Lussemburgo, con sostanziali scuse e rimborsi alle vittime. Aduc si è mossa fin dall’inizio contro questo scempio giuridico. Consigliando alle centinaia di persone che si sono rivolte a noi di non rassegnarsi, di pretendere soldi e non voucher, come stabilito dalle norme europee e da quelle italiane del codice del consumo (temporaneamente sospese dalla legislazione d’emergenza votata dal Parlamento). E oggi, più che mai, forti di questa procedura d’infrazione avviata dalla Commissione, è opportuno e necessario non rassegnarsi all’ingordigia degli operatori turistici e dello Stato. (fonte Aduc)

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«La ricetta per il futuro sulla pandemia è impegnarsi politicamente»

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 luglio 2020

È l’appello lanciato dal professor Walter Ricciardi, docente di Igiene all’Università Cattolica del Sacro Cuore e Consigliere scientifico del ministro della Salute per la pandemia da Coronavirus, nel corso del webinar “Covid-19 a tavola: tra falsi miti e realtà scientifica. Cosa pensano gli italiani e cosa consigliano gli esperti” promosso dal centro di ricerca Engage Minds Hub della Cattolica, campus di Cremona.«Anche per noi scienziati – ha detto Ricciardi – non è più il tempo di dedicarci solo ai lavori scientifici, di pubblicare lavori ad alto impact factor, di parlare ai congressi. Se la decisione politica non viene basata sull’istruzione, sull’alfabetizzazione, sulla messa in sicurezza e sui comportamenti corretti corriamo il rischio di ricadere nella stessa situazione a breve. Se questo terremoto non ci ha insegnato qualcosa»«Dobbiamo impegnarci politicamente e invito tutte le persone di buona volontà a farlo. Questo significa distogliere purtroppo un po’ di tempo e di risorse dai lavori scientifici per far sì che le nostre intuizioni, le nostre evidenze, le nostre proposte vengano recepite, perché se no si tornerà a ricostruire sulla stessa falda e questo genererà nuovi terremoti e nuove paure». Secondo il professor Ricciardi «questo fa la differenza tra i paesi antisismici, cioè quelli che fanno le cose prima, e i paesi sismici che costruiscono le cose soltanto dopo le distruzioni».
«Impegnarsi politicamente, non c’è altra ricetta», ha affermato Ricciardi. «Io vengo da una università in cui questo incoraggiamento viene direttamente dal Papa. Francesco ha detto: “Se volete che le cose cambino, i cristiani, i cattolici devono diventare rivoluzionari. Io non arrivo a dire tanto, ma bisogna impegnarsi a cambiare le cose».Ricciardi ha concluso il suo intervento con uno sguardo all’Europa: «In Italia ci stiamo giocando un campionato del mondo in condizioni di difficoltà: il 17 e il 18 luglio al Consiglio d’Europa si giocherà una partita decisiva sul Recovery Fund. L’Italia non ci arriva molto bene: il “liberi tutti” della pandemia è come l’“abbassiamo le tasse” sul fronte fiscale: è come sventolare un panno rosso davanti ai Paesi rigoristi del Nord-Europa. Ma se andiamo a dire che i soldi che chiediamo ci servono per fare quello che abbiamo fatto fino a ora non penso che si vada lontano, soprattutto per un Paese che ha il 150% di debito pubblico e che quindi dipende dagli altri per la sopravvivenza».

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Assalzoo: nella GDO in crescita gli acquisti di carne e formaggi nel corso della pandemia

Posted by fidest press agency su lunedì, 29 giugno 2020

Vendite in aumento per carne e formaggi, boom di uova e netta contrazione per latte e pesce. Nelle settimane di emergenza sanitaria per la diffusione di CoVid-19, i consumatori hanno modificato il loro carrello della spesa: tra gli alimenti di origine animale sono soprattutto le carni ad aver fatto segnare un buon andamento, con un incremento delle vendite sia in termini di volume che di valore. L’analisi dei consumi nel corso della pandemia è riferita in modo particolare alla sola GDO ed è stata oggetto dell’intervento di Marco Limonta, Business Inside Director di IRI, all’Assemblea annuale di ASSALZOO, Associazione nazionale tra i Produttori di alimenti zootecnici, svoltasi in modalità di videoconferenza a Roma il 24 giugno.La tendenza all’aumento delle vendite dei prodotti “confezionati di Largo consumo” nella GDO ha cominciato a manifestarsi già a febbraio. Considerando solo questi beni, il trend nella Fase 1 ha toccato l’8,9% tra il 17 febbraio e il 3 maggio, un valore più che doppio rispetto alla crescita del fatturato complessivo della GDO (inclusi quindi i beni di general merchandise e quelli a peso variabile). A partire dal 4 maggio l’aumento è stato invece del 5,9% (3,7% quello generale). Sia nella Fase 1 (17 feb-3 mag.) che nella Fase 2 (dal 4 mag.) molti reparti del Largo consumo confezionato hanno segnato incrementi a doppia cifra rispetto allo scorso anno delle vendite in valore. Tra questi la carne confezionata calibrata, con aumenti del 24,9% e del 15,5% nelle due fasi.
Nel progressivo a maggio, la tendenza alla crescita delle vendite dei prodotti di origine animale nasconde andamenti molto positivi per alcuni e flessioni per altri. Molto sostenuto quello della carne, che ha fatto segnare un aumento maggiore della media di tutti i freschi (pari al 3,1%): +4,5% per i volumi venduti, sfiorando le 300.000 tonnellate. Sotto la media i salumi, a +2,8% con 88.000 t vendute. Grande balzo in avanti per wurstel e precotti, con 15.000 t e un aumento che supera il 23%. Molto bene anche i formaggi, con 207.000 t di venduto e un aumento del 12,2%. Il segno meno caratterizza invece latte e panna fresca, giù del 3,7% (150.000 t vendute) e il pesce, in calo del 2,3% (50.000 t vendute).
Sul fronte dei fatturati – sempre considerando il progressivo a maggio – la spinta in quasi tutte le categorie arriva dal rialzo dei prezzi. Le vendite della carne hanno fruttato un valore di 2,56 miliardi di euro (+7,8% a fronte di un aumento del 3,1% dei prezzi) mentre per i salumi questo ha quasi raggiunto 1,6 miliardi di € (+7% e prezzi in aumento del 4%). Anche per il fatturato c’è stato un rialzo molto positivo per wurstel e precotti (86 milioni di €; crescita del 28,9% e prezzi a +4,6%).Grandi protagoniste della spesa in pandemia le uova, con 284 milioni € di vendite – un aumento di quasi il 25% – e prezzi in rialzo del 2,4%. Nel lattiero-caseario, abbondantemente sopra i 2 miliardi di € le vendite dei formaggi, con un incremento del 13% (prezzi pressoché stabili a +0,7%) mentre è stagnante la variazione percentuale delle vendite di latte e panna fresca, a 242 milioni € a fronte di un aumento dei prezzi di quasi il 4%. Male il pesce: le vendite in valore scendono dell’1,8% fermandosi a 662 milioni € con prezzi in leggera risalita dello 0,5%.

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Pandemia e Alitalia: Una storia tutta italiana

Posted by fidest press agency su sabato, 27 giugno 2020

In Parlamento i ministri dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture e Trasporti hanno parlato della newco Alitalia. In sostanza: tutto a posto, i soldi ci sono, abbiamo 232 milioni in cassa grazie alle normative emergenziali pandemiche, non ce l’abbiamo con nessuno, abbiamo bisogno di tempo per decidere la spartizione dei posti.
E’ una storia tutta italiana. Costata decine di miliardi ai contribuenti. E che va avanti perché per alcuni sembra che sia un vanto avere una compagnia di bandiera e perché i sindacati dei lavoratori di Alitalia sono potentissimi e ben ammanicati col potere tant’è che riescono a non far mandare a casa i lavoratori di un’azienda decotta.
Nello scandalo che oggi abbiamo denunciato ad Antitrust ed Enac, dove ci sono le compagnie aeree che vendono biglietti di voli che quasi sicuramente non ci saranno, e così incassare soldi che poi non rimborsano se non con l’emissione di un voucher, Alitalia ha un posto di primo piano. Oltre a vendere biglietti per voli fantasma lo fa anche per altrettanto aeroporto fantasma, Linate a Milano, chiuso in agosto e dove, invece, si può prenotare un volo Alitalia in partenza.
Scandalo che ha come molla il fatto che la legge italiana, in violazione di quella comunitaria, consente di rimborsare con voucher e non con soldi.
Ma anche le norme per risollevare il vettore tricolore gridano vendetta. La prima prevede che i singoli aeroporti cosiddetti “minori” applichino a tutti i vettori le stesse tariffe; la seconda che tutte le compagnie che operano in Italia debbano applicare il contratto collettivo nazionale praticato da Alitalia.
Nel primo caso, al di là dell’apparenza di equità, significa che vengono annullate le facilitazioni che i singoli enti locali concedono alle compagnie low cost per farle operare da scali che convogliano nelle località turistiche decine di migliaia di passeggeri.
Nel secondo caso si obbligano le compagnie low cost ad applicare stipendi ben superiori a quelli praticati negli altri Stati europei, stipendi che sono comunque nelle norme del diritto italiano. La norma del decreto rilancio, forse, voleva essere anche un modo per tutelare i lavoratori delle low cost, ma ora rischia di trasformarsi in un’ondata di licenziamenti e abbandoni degli scali italiani, con conseguenze disastrose sul turismo, in un momento di estrema difficoltà per il settore.
Si tratta di un’operazione che, nel complesso, mira a costringere le compagnie low cost a portare il costo dei biglietti a livello di quelli dell’Alitalia. Alitalia che il ministro dei Trasporti oggi in audizione ha detto che non sarà, e non avrà un settore, low cost. Quindi la morte del low cost per chi vola in Italia. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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I pazienti colpiti da tumore al polmone e la pandemia

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 giugno 2020

Durante la pandemia, i pazienti colpiti da tumore al polmone hanno avuto meno accesso alle terapie intensive (8,3%) rispetto agli altri pazienti oncologici (26%) e la mortalità è stata molto più elevata (35% rispetto al 13%). A rivelarlo sono i risultati preliminari del primo studio internazionale sugli effetti del coronavirus nei pazienti con tumore toracico, pubblicato in questi giorni su Lancet Oncology.Lo studio è stato coordinato da Marina Chiara Garassino, Responsabile dell’Oncologia Toracica presso la Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori e presidente di Women For Oncology Italy insieme a Leora Horn del Vanderbilt-Ingram Cancer Center di Nashville, USA. Ha coinvolto 200 pazienti con carcinoma toracico e positivi al COVID-19, provenienti da 8 Paesi (Italia, Spagna, Francia, Svizzera, Paesi Bassi, Stati Uniti, Regno Unito e Cina), inseriti nel registro TERAVOLT tra marzo e aprile. Lo studio sta proseguendo in 4 continenti e mira a creare uno score che permetta di identificare chi di questi pazienti sia davvero a rischio.La maggior parte dei soggetti coinvolti presentava un carcinoma polmonare non a piccole cellule (76%) ed era in terapia al momento della diagnosi di COVID (74%). Non è chiaro invece perché la percentuale degli accessi in terapia intensiva sia stata bassa. L’ipotesi della mancanza dei posti letto non sembra giustificare interamente questo fenomeno, che è accaduto nella medesima proporzione anche in nazioni colpite meno violentemente. E’ possibile che la scelta di non rianimare questi malati sia in parte dovuta a un pregiudizio sulla loro malattia, che li colloca tra i pazienti senza speranza, mentre è importante sottolineare che questi pazienti nel 2020 hanno aspettativa di vita di anni. Questo argomento merita una riflessione internazionale affinché, nel caso di una seconda ondata, la scelta di rianimare o meno sia fatta coinvolgendo gli oncologi curanti.I dati dimostrano, inoltre, che i pazienti con un tumore toracico hanno una mortalità apparentemente maggiore rispetto agli altri tumori. Altro dato fondamentale: molti dei pazienti che si sono ammalati di COVID (81%) erano fumatori e il fumo si è rivelato essere il fattore di rischio più associato alla mortalità.“Questo studio – dichiara Marina Garassino, Presidente di Women For Oncology e responsabile dell’unità di oncologia toracica della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori di Milano – ci ha permesso di identificare i pazienti con una neoplasia polmonare come una categoria ad alto rischio, che necessita di maggiore attenzione e protezione. Come Women 4 Oncology lanciamo quindi un appello per chiedere a tutti i governi di inserire questi pazienti, insieme alle altre categorie fragili, tra coloro che riceveranno per primi il vaccino anti-COVID non appena sarà reso disponibile”.Lo studio pubblicato su Lancet Oncology è frutto di una collaborazione internazionale tra diversi istituti di ricerca e il registro TERAVOLT. Oltre alle prime due firmatarie dello studio, sono tante le donne medico e ricercatrici in ambito oncologico che hanno fornito il proprio contributo.“Riteniamo che questo sia un aspetto fondamentale perché sono ancora tantissime le donne che in ambito accademico e sanitario trovano difficoltà anche sul piano della ricerca scientifica.

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Pandemia e vaccini. Ci ammaleremo per i vaccini che ci sono e non ci danno? Il caso Toscana

Posted by fidest press agency su martedì, 16 giugno 2020

E’ noto che molti sevizi sanitari che devono essere erogati durante il periodo pandemico, se non sono legati al Covid-19, vengono rimandati. Ovviamente ci sono quelli urgenti che hanno continuato e continuano ad essere erogati. Ma chi e come stabilisce l’urgenza? Anche qui, ovviamente, è il personale sanitario a farlo.
Tutti conosciamo qualcuno che ha dovuto sospendere o rinviare delle terapie per questa situazione. Ogni caso, ovviamente, va valutato a sé, ma non sappiamo se questa valutazione individuale possa essere giudicata soddisfacente, per esempio, per chi facendo una chemio si è visto rimandare il tutto e quanto questo rimando possa aver influenzato psicologicamente su questa persona. OK, bisogna giocare all’ingrosso e, anche se non siamo in ambito di “immunità di gregge”, ci può sempre essere qualcosa che non funziona.Chi scrive ha una figliola di 14 anni la cui efficacia dei vaccini contro varicella e papilloma-virus sono scaduti da tempo. L’appuntamento per farli era stato fissato ad aprile, ma le priorità in quel momento erano altre. Oggi, dove la smobilitazione d‘urgenza per il covid-19 è abbastanza diffusa (stiamo parlando della Toscana), si presume che si potrebbe procedere, invece non è così.Dopo un’attesa telefonica di 45 minuti (quarantacinque), avendo chiamato nella fascia oraria che viene indicata come la più libera, una gentile centralinista mi ha fatto sapere che è ancora troppo presto per mettere in regola la ragazza i cui vaccini sono scaduti e quindi “richiami tra un po’”.In attesa dei miei prossimi 45 minuti di attesa telefonica che nessuno mi paga e mi pagherà, mi viene spontanea una domanda: non è che in questa situazione per prevenire l’infezione da covid-19 (e in attesa di un vaccino che ci possa far dire con certezza che l’emergenza è finita), qualcuno ci rimette le penne perché non ha fatto i vaccini che invece ci sono? (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Governo. Conte, l’illustre sconosciuto e la pandemia

Posted by fidest press agency su sabato, 13 giugno 2020

L’espressione “silenzio assordante” è un ossimoro, cioè una definizione che accosta due termini di senso opposto. Anche “illustre sconosciuto” è un ossimoro, contrapponendo due parole che hanno significato contrastante, ma, nella accezione comune, significa persona della quale non si è sentito parlare. A tal proposito, ci è venuto in mente il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.Come mai?Il tutto nasce dalla lettera che Germania, Francia, Danimarca, Belgio, Polonia e Spagna hanno scritto alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Layen, in merito alla possibile seconda ondata di pandemia da Coronavirus.Poniamo l’accento su “possibile”, ma quello che interessa è il contenuto della nota, nella quale si rileva come l’Europa abbia gestito in ritardo e male l’emergenza sanitaria, il che ha provocato la morte di 185 mila persone. Una seconda ondata sarebbe letale per l’economia europea e, dunque, è indispensabile una risposta coordinata e comune alla diffusione virale.La nota ricorda la nostra richiesta di un ministro alla Salute europeo.Nella lettera manca la firma dell’Italia, cioè del presidente Conte. Perche mai? Perché è un illustre sconosciuto. Un esempio? Il Mes, il Meccanismo europeo di Stabilità.
Il governo Conte 1 e 2 lo ha approvato chiedendo modifiche che sono state accordate dalla Ue, ma se ne discute ancora, scegliendo di fare ulteriore debito, a carico del contribuente italiano, con l’emissione dei Btp.Si preferisce, inoltre, all’attuale Mes, il futuro Recovery Fund, che avrà le stesse condizionalità e controlli del Mes.Il nostro Paese può, così, essere credibile? No, ovviamente. Meglio ignorarci, così da diventare “illustre sconosciuto”. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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Lombardia e gestione pandemia

Posted by fidest press agency su sabato, 13 giugno 2020

“Apprezziamo che da parte del governo vi sia la volontà di guardare avanti ma prima di parlare del futuro osserviamo che abbiamo dovuto assistere a molte promesse, a ricette facili, a slogan e fragili soluzioni quando invece siamo ancora in attesa di capire chi e perché ha deciso che alcuni comuni della Lombardia, tra cui Orzinuovi, non sono stati proclamati zona rossa. Un governo che a più di cento giorni dai momenti più critici non ha ancora avuto il tempo, se si eccettua una visita di due ore nella notte del 27 aprile del presidente Conte, di venire sul territorio per guardare negli occhi tutte quelle persone che hanno perso un caro, un amico o un familiare. Chi crede nelle istituzioni sa bene che queste devono dare risposte concrete alla gente innanzitutto, noi siamo qui per farlo e spero che il governo faccia altrettanto”. E’ quanto ha dichiarato il senatore di Fratelli d’Italia e sindaco di Orzonuovi, Gianpietro Maffoni, nel corso del suo intervento in aula sull’informativa del ministro della Salute Roberto Speranza.

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Stati Uniti d’Europa. Regno Unito, Brexit e pandemia. Dove vanno i britannici?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 10 giugno 2020

Essere stato. E’ l’infinito passato del verbo essere e ci ricorda il Regno Unito. Un tempo era l’Impero Britannico, esteso dalle Americhe all’Australia, dall’Egitto al Sud Africa, dall’India all’Irlanda. Oggi si limita al Regno Unito, minato da fermenti autonomistici della Scozia e dell’Irlanda del Nord.Il Regno Unito rappresenta il 3,2% del Pil mondiale, a fronte di colossi quali gli Usa, la Cina e la stessa Unione europea ma, quattro anni fa, si svolse il referendum per la Brexit, i cui negoziati sono ancora in corso per definirne le modalità e il tutto è complicato dall’impatto della pandemia sul tessuto sociale ed economico britannico che, per tre quarti, è dato dal settore dei servizi.Quali scelte geopolitiche ed economiche per il Regno Unito? Gli Usa dell’America First? La Cina espansiva di Xi? Un ritorno in ambito europeo? O una posizione indipendente, memore dei fasti antichi, ma che deve fare i conti con la realtà? Non ci pare che l’attuale dirigenza politica britannica, in particolare del premier Boris Johnson, abbia la capacità di trovare spazi per una posizione indipendente. Si è visto da come ha affrontato la pandemia e abbiamo serie perplessità sulla capacità di affrontare quella economica.Dicevano, nel Regno di Sua Maestà, che la nebbia sulla Manica isolava l’Europa, ora, per volontà britannica, ha isolato il Regno Unito. Primo Mastrantoni, segretario Aduc

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Pandemia e saldi. Qualcuno ci spiega a cosa servono, oltre a sprecare soldi pubblici?

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 giugno 2020

I saldi sarebbero dovuti partire i primi di luglio, ma le Regioni stanno decidendo per la partenza i primi di agosto. E, come nel caso della Toscana che ha deciso proprio ieri, è stato sospeso il divieto di vendite promozionali nei 30 giorni precedenti.
Non immaginiamo folle di consumatori che gioiscono a questa notizia, non solo perché di soldi in questo momento ce ne sono proprio pochi e – saldi o non saldi – comprare è difficile… poi figurati comprare con lo sconto dal 1 agosto per capi d’abbigliamento estivi…. Non solo per questo, ma perché nessun consumatore ha mai messo in dubbio che può acquistare quello che vuole, quando vuole a prezzi scontati che il mercato offre 365 giorni all’anno 24 ore su 24. Nonostante questo sussiste questo rito dei saldi. Perché lo rileviamo visto che non servono a nulla e tutti lo sanno? Perché la Regione pinco che delibera, e invia la delibera ai Comuni pallo, e tutti che approntano le modalità operative del caso, non hanno un costo zero per il contribuente. La Pubblica Amministrazione ha un costo ogni volta che scrive e distribuisce qualcosa: è una macchina burocratica che funziona coi soldi dei contribuenti. E se questa macchina funziona per qualcosa che non serve a nulla, i soldi pubblici vengono usati male e sono buttati dalla finestra. Quando si parla di semplificazione e delegificazione, oltre che slogan elettorali, si pensa alle cose concrete o no?
(Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Pandemia e crisi economica. Prendere, esigere, reclamare… ma dare?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 3 giugno 2020

Innegabilmente lo Stato si sta muovendo per cercare di arginare la conseguente crisi economica. I provvedimenti sono spesso criticabili per diversi motivi: insufficienza, farraginosità, discriminazioni, incompletezza, dimenticanze, soggetti a burocrazie asfissianti e malvagi, coniati per gli amici degli amici, etc etc. Ma è innegabile che il percorso sia quello con, incredibile ma vero, la lotta faziosa tra i decisori istituzionali su quali soldi siano più belli o meno belli quando questi arrivano in modo particolare da parte della Unione europea.
Dopo i primi provvedimenti di aiuti economici, vigente il caos e la diffusa discrezionalità e partigianeria, tutti (ma proprio tutti) ne sono coinvolti. Le storie di richieste di riduzioni di affitti e sospensioni di mutui, che nella stragrande parte riguardano situazioni disperate, comprendono anche coloro che si sono messi in marcia nel trend generale con motivazioni grossomodo di questo tipo “che fai, non chiedi la riduzione dell’affitto o la sospensione del mutuo oppure non paghi alla scadenza la multa o l’imposta… dai, non ti conviene, approfittane”. Nessuna meraviglia. E’ l’italica propensione e confidenza con la cosa pubblica. Lustri e lustri di “calci nei denti” da parte della pubblica amministrazione e dello Stato (“ti frego io o mi freghi te?”), facendo crollare il rapporto di fiducia tra amministratori e amministrati, non avrebbero potuto produrre altrimenti.
La dominante è chiedere soldi allo Stato. Sia in termini di riduzioni fiscali che prestiti, nonché veri e proprio regali. E lo Stato, grazie anche a lobby più o meno potenti delle singole corporazioni, non sta dicendo di no a nessuno. Vedremo poi cosa accadrà, visto che lo Stato non è un pozzo senza fondo e visto il perdurare delle difficoltà politiche a stabilire come fruire dei vantaggi, in assoluto e per eccellenza, della Unione Europea.. Ma è quello che vogliamo? Siamo consapevoli che le “prove generali” che abbiamo fatto di rinuncia a molte delle nostre libertà individuali (confino, meglio noto col termine lockdown) è quello che vogliamo per i nostri futuri assetti istituzionali non emergenziali? Siamo consapevoli che un tale prostrasi e inneggiamento all’autorità dello Stato non comporti di conseguenza la consegna di tutte le nostre economie nella mani della burocrazia dello Stato? Prima di finire in quello che per chi scrive rappresenterebbe una sorta di vicolo cieco, crediamo sia opportuno che ognuno si ponga una domanda: già in questo contesto, devo io solo chiedere allo Stato oppure posso io fare qualcosa per me, nel rispetto e in armonia con gli altri, con lo Stato che controlli il rispetto di questa armonia dandomi le opportunità per farlo? Sembra una domanda banale, ma non lo è.
Perché, infatti e per esempio, se domani si troverà un vaccino contro il covid-19, perché lo stesso sia efficace e diffuso dipenderà solo se ad usarlo ci sarà un mondo libero, non certo vincolato ad autarchie più o meno tali o mascherate. E, altro esempio, le economie che ci potranno servire non avrebbero senso se nazionali, autarchiche e gerarchicamente espressione degli Stati; senza libero mercato, con più precise regole transnazionali rispetto alle attuali, la ricchezza è difficile che si possa produrre, anche nei posti più disgraziati del mondo. E se questo vale in generale, a maggior ragione vale nel particolare, in quello di casa nostra e nostro individuale. A partire dall’uso delle nostre conoscenze ed esperienze acquisite nella vecchia economia che non c’è più e non ci sarà più, a vantaggio di un’economia tutta da creare. Una volta i maniscalchi erano lavori molto diffusi, oggi è una nicchia della nicchia. I maniscalchi pre-pandemia non si illudano che potranno tornare ad esser tali in una ipotetica economia post-pandemica. E soprattutto, non si illudano che potrà essere lo Stato una sorta di loro mentore. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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«8 milioni di italiani lavorano da casa, è il momento di trasformarli in smart workers»

Posted by fidest press agency su lunedì, 1 giugno 2020

La pandemia di Coronavirus cambierà per sempre il modo di lavorare. È con questa certezza che siamo entrati nella Fase 2: mentre le attività e i vari settori industriali riaprono progressivamente, molte aziende hanno deciso di continuare a far lavorare da casa i dipendenti le cui mansioni lo consentono. E così, dicono gli ultimi dati dell’Osservatorio Smartworking del Politecnico di Milano, gli italiani che lavorano da remoto sono passati dai 500 mila pre-Covid-19 agli 8 milioni di oggi e l’ampliamento delle policy di lavoro da remoto riguarda in questo momento il 93% delle aziende. «Da qui non si torna indietro» è il commento di Alessio Vaccarezza, CEO di Methodos Italia, società di consulenza specializzata nell’accompagnare le imprese nei processi di change management. «Non si tratta solo della necessità rispondere alle esigenze di distanziamento sociale dovute alla pandemia –continua Vaccarezza–. Ora sono i lavoratori per primi a volere lo smartworking: un sondaggio della CGIL ha evidenziato che il 60% vorrebbe proseguire anche dopo l’emergenza. E teniamo conto che l’80% dei rispondenti a quel sondaggio non aveva mai sperimentato il lavoro a distanza prima, e ci si è ritrovato catapultato in modo improvviso e fra grandi difficoltà. Trovando aspetti positivi in una misura inizialmente figlia dell’emergenza, gli italiani stanno dando prova di antifragilità: ora tocca alle aziende dimostrare la stessa capacità, ed è questo che farà la differenza per ripartire davvero». Ma quali sono le misure che leaziende possono mettere in pratica per far sì che la propria organizzazione e le proprie persone possano cogliere tutti i vantaggi del cambiamento, e in particolare dello smart working? Methodos ne ha individuati cinque.
1) Focus su donne, giovani e lavoratori assunti da poco. Mentre secondo alcune ricerche suI comportamento di lavoratori e organizzazioni, i dipendenti meno giovani e le figure senior hanno mostrato di aver risentito meno della crisi degli ultimi mesi, a rischiare di farne maggiormente le spese sono le donne (che a casa, come rileva la CGIL, devono vedersela con un maggior carico di impegni familiari), i giovani e i dipendenti recentemente assunti e figure junior. «Far diventare lo smart working strutturale e non occasionale significa dare un supporto a queste tipologie di lavoratori –suggerisce Giuseppe Geneletti, Head Smart Working di Methodos–. Migliorando la conciliazione tra vita personale e lavorativa grazie allo smart working, le aziende potranno diventare bacini di attrazione dei talenti molto più ampi, diversi e inclusivi».
2) Spiegare chiaramente al personale gli obiettivi di performance futura e gli adeguamenti strategici. Condividere i risultati aziendali e sviluppare un insieme di aspettative quanto più stabile possibile è importante per aumentare i livelli di resilienza e ridurre la depressione e l’ansia. «L’incertezza – sottolinea Geneletti– è la condizione peggiore di tutte per un lavoratore. Gli studi più recenti hanno rilevato che, durante la fase acuta dell’emergenza, coloro che non conoscevano l’andamento e la situazione finanziaria della propria azienda mostravano livelli molto bassi di resilienza psicologica e livelli più alti di depressione».
3) Continuare a ottimizzare i metodi di collaborazione online. Più il lavoro da casa risulta efficiente, più i processi da remoto funzionano, più si riducono depressione e ansia. «Il digitale oggi ci permette modalità di comunicazione e lavoro in team che si avvicinano a quelle in presenza –commenta Geneletti–. Investire per dotare i dipendenti di strumenti efficaci ha un reale impatto sui processi, sulla produttività e sulla soddisfazione delle persone. Non a caso, il 57% dei rispondenti al sondaggio della CGIL ritiene che lo smartworking sia stimolante: lavorare da casa potrebbe quindi essere una leva per generare innovazione e creatività».
4) Promuovere l’attività fisica e le sane abitudini, anche per chi lavora a distanza. Rimanere fisicamente attivi aiuta anche sul piano psicologico quando ci si trova in condizioni di forte stress, come avvenuto durante il lockdown. Questa accortezza va mantenuta anche normalizzando il lavoro a distanza, così com’è importante aiutare i lavoratori a darsi delle regole e delle routine quotidiane. «Mentre si lavora da casa è facile distrarsi sui social o concedersi snack fuori pasto, provando poi senso di colpa e sensazione di non avere il controllo: di questo le aziende devono tenere conto nell’organizzazione del lavoro» spiega Geneletti. Inoltre le organizzazioni dovrebbero aiutare il proprio personale a coltivare relazioni positive e a favorire il dialogo, gli incontri e la socialità all’interno e all’esterno dell’organizzazione.
5) Coltivare la coesione incoraggiando il sostegno reciproco e riconoscendo il valore delle persone. È un aspetto importante per riuscire a costruire la resilienza organizzativa. «Le persone oggi hanno il timore che lo smart working tolga occasioni di confronto e scambio trasparente con i colleghi –sottolinea Geneletti–. Per questo le aziende dovrebbero motivare i dipendenti a innescare la loro naturale spinta per l’assistenza e il sostegno reciproci. I dirigenti dell’azienda devono far sentire il personale apprezzato».
http://www.methodos.com

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Il PE sostiene le autorità locali nella lotta contro gli effetti della pandemia

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 maggio 2020

Bruxelles Grazie ai suoi servizi logistici, il Parlamento europeo fornisce circa 7.000 pasti alla settimana, dallo scorso 14 aprile, distribuiti in collaborazione con varie associazioni di beneficenza: Resto du Coeur Saint Gilles, Doucheflux, Croce Rossa, Madre Teresa e CPAS Ixelles. Il Parlamento ha anche iniziato a fornire pasti per il personale medico dell’ospedale di Saint Pierre.Inoltre, a 100 donne vulnerabili è stato offerto un riparo nei locali del Parlamento europeo a Bruxelles. Il Samusocial della Regione di Bruxelles gestisce dal 29 aprile le installazioni completamente attrezzate nell’edificio Kohl del PE. Il Parlamento fornisce loro il catering per 7 giorni alla settimana in una caffetteria riorganizzata per rispettare tutte le misure precauzionali. Il Parlamento europeo ha inoltre messo a disposizione una parte della sua flotta auto e camion per il trasporto di forniture e la consegna di pasti ad infermieri e medici.
Strasburgo Il Parlamento coopera con la Croce Rossa locale in coordinamento con la città di Strasburgo e fornisce 500 pasti al giorno, sette giorni alla settimana per le persone bisognose. In accordo con la Prefettura del Basso Reno, l’11 maggio è stato aperto al Parlamento europeo a Strasburgo nell’edificio Louise Weiss un centro di screening del Covid-19. Quattro laboratori di diagnostica medica della regione sono responsabili dei test della popolazione generale e le azioni sono supervisionate dall’Agenzia sanitaria regionale del Grand-Est (Ars) e dalla Prefettura del Basso Reno. Anche in questa città il Pe ha offerto la sua flotta di auto/camion per il trasporto di forniture, se necessaria.
Lussemburgo Il PE collabora con le associazioni locali Abrigado, Caritas e Croce Rossa e fornisce 500 pasti al giorno, sette giorni alla settimana per le persone bisognose. Cabine con finestre di vetro usate per le missioni esterne sono state fornite anche a una casa di cura a Bettembourg per consentire ai residenti di vedere i loro parenti, dopo lunghe settimane di reclusione, senza il rischio di rimanere contaminati.

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L’Autorità Nazionale Palestinese non ha accettato gli aiuti per fronteggiare la pandemia da Covid-19 inviati dall’Onu

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 maggio 2020

A darne notizia è stata la giornalista freelance di Ramallah Fadwa Hodali che, su Bloomberg News, ha spiegato che la leadership palestinese “non vuole servire da ponte per la normalizzazione dei legami tra Emirati Arabi Uniti e Israele”.Sulla stessa lunghezza d’onda i media palestinesi che, così come la Russia Today araba, hanno citato una fonte del governo sostenendo, che alla base del rifiuto di Ramallah c’è la volontà di non essere “strumento per la normalizzazione” delle relazioni diplomatiche tra Israele e gli Emirati Arabi.Secondo la fonte, il trasferimento degli aiuti era stato coordinato esclusivamente con Israele e l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e non con l’Autorità Nazionale palestinese.A scagliarsi contro gli aiuti medici per far fronte alla grave emergenza sanitaria c’è anche l’ayatollah Ali Khamenei che in un tweet ha accusato di tradimento gli Emirati Arabi:“Oggi, alcuni stati del Golfo Persico hanno commesso il più grande tradimento contro la propria storia e la storia del mondo arabo. Hanno tradito la Palestina sostenendo Israele. Le nazioni di questi Stati tollereranno il tradimento dei loro leader?” Questo episodio evidenzia una cosa che dovrebbe riempire le pagine dei giornali e le aperture dei notiziari televisivi: la leadership palestinese odia più Israele di quanto ami il suo stesso popolo.Un popolo che, invece di essere aiutato, viene abbondato a sé stesso in questo momento drammatico.Gli aiuti medici transitati in Israele avrebbero potuto sostenere il popolo palestinese nella lotta contro il Coronavirus e invece l’Autorità Nazionale Palestinese ha preferito rimandarli al mittente, con l’assurda motivazione di non voler essere un mezzo di normalizzazione dei rapporti fra lo Stato ebraico e gli Emirati Arabi. Perché per l’ANP conta più l’odio per Israele che l’amore per il popolo palestinese.

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Il peso che sta avendo la pandemia sui bilanci degli italiani

Posted by fidest press agency su martedì, 26 maggio 2020

Il Covid-19 ha costretto l’intera popolazione ad un lock-down durato per più di due mesi e, di conseguenza, al blocco di numerose attività. Oltre alle perdite liquide legate alla cancellazione di eventi culturali (subite dal 21% delle famiglie), sportivi (18%), familiari (17%) e di viaggi (34%), quasi la metà delle famiglie italiane (46%) ha accusato ingenti perdite legate alla propria professione, in media 1.875€. Infatti, il 32% dei lavoratori dichiara di aver subito una riduzione dei propri introiti da lavoro, il 25% di essere momentaneamente inattivo (ad esempio in cassa integrazione o in seguito alla chiusura temporanea della propria attività commerciale) e l’8% di aver perso il lavoro. Il termine della quarantena non è un fatto rasserenante poiché le conseguenze di questa crisi, a livello sia economico che professionale, continueranno a farsi sentire a lungo. Si prospetta un futuro incerto anche per i lavoratori dipendenti che hanno mantenuto la propria occupazione durante l’emergenza: 1 su 3 infatti teme di perdere il posto di lavoro nei prossimi 12 mesi. In molti prevedono una riduzione delle proprie prospettive di carriera all’interno della propria azienda (59%) e una riduzione delle proprie opportunità sul mercato del lavoro (65%).
La perdita o sospensione del lavoro e la riduzione degli stipendi stanno causando gravi difficoltà anche nel far fronte alle spese più basilari. Basti pensare che tra le famiglie che possono contare su dei risparmi, due su tre li hanno dovuti utilizzare (35%) o pensano di doverlo fare nel prossimo futuro (32%) per coprire le spese correnti, molto difficili da affrontare in questo periodo di crisi per il 12% delle famiglie. Parliamo di grosse difficoltà a sostenere spese come bollette (per il 17% delle famiglie) o generi alimentari (per il 9%). Preoccupano anche le spese legate alla salute, difficili da coprire per il 21% delle famiglie italiane. In questo periodo in molti hanno gravi difficoltà a pagare le rate di mutui (11%) e prestiti (17%). Solo l’8% delle famiglie italiane ha fatto richiesta di sospensione delle rate del mutuo sulla prima casa e di queste soltanto il 26% è riuscito ad ottenerla. Per quanto riguarda gli altri prestiti personali e i finanziamenti, la situazione è ancora più critica in quanto solo il 15% di chi ne ha richiesto il congelamento alla banca o alla finanziaria, è riuscito ad ottenerlo, mentre quasi il 30% ha ricevuto un rifiuto, in attesa di risposta il 57% dei richiedenti.
L’inchiesta è stata svolta tra il 14 e il 15 maggio su un campione di 1.015 soggetti di età compresa fra i 18 e i 74 anni, distribuiti come la popolazione generale per caratteristiche demografiche e area geografica.

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