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Posts Tagged ‘pandemia’

Il PE sostiene le autorità locali nella lotta contro gli effetti della pandemia

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 maggio 2020

Bruxelles Grazie ai suoi servizi logistici, il Parlamento europeo fornisce circa 7.000 pasti alla settimana, dallo scorso 14 aprile, distribuiti in collaborazione con varie associazioni di beneficenza: Resto du Coeur Saint Gilles, Doucheflux, Croce Rossa, Madre Teresa e CPAS Ixelles. Il Parlamento ha anche iniziato a fornire pasti per il personale medico dell’ospedale di Saint Pierre.Inoltre, a 100 donne vulnerabili è stato offerto un riparo nei locali del Parlamento europeo a Bruxelles. Il Samusocial della Regione di Bruxelles gestisce dal 29 aprile le installazioni completamente attrezzate nell’edificio Kohl del PE. Il Parlamento fornisce loro il catering per 7 giorni alla settimana in una caffetteria riorganizzata per rispettare tutte le misure precauzionali. Il Parlamento europeo ha inoltre messo a disposizione una parte della sua flotta auto e camion per il trasporto di forniture e la consegna di pasti ad infermieri e medici.
Strasburgo Il Parlamento coopera con la Croce Rossa locale in coordinamento con la città di Strasburgo e fornisce 500 pasti al giorno, sette giorni alla settimana per le persone bisognose. In accordo con la Prefettura del Basso Reno, l’11 maggio è stato aperto al Parlamento europeo a Strasburgo nell’edificio Louise Weiss un centro di screening del Covid-19. Quattro laboratori di diagnostica medica della regione sono responsabili dei test della popolazione generale e le azioni sono supervisionate dall’Agenzia sanitaria regionale del Grand-Est (Ars) e dalla Prefettura del Basso Reno. Anche in questa città il Pe ha offerto la sua flotta di auto/camion per il trasporto di forniture, se necessaria.
Lussemburgo Il PE collabora con le associazioni locali Abrigado, Caritas e Croce Rossa e fornisce 500 pasti al giorno, sette giorni alla settimana per le persone bisognose. Cabine con finestre di vetro usate per le missioni esterne sono state fornite anche a una casa di cura a Bettembourg per consentire ai residenti di vedere i loro parenti, dopo lunghe settimane di reclusione, senza il rischio di rimanere contaminati.

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L’Autorità Nazionale Palestinese non ha accettato gli aiuti per fronteggiare la pandemia da Covid-19 inviati dall’Onu

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 maggio 2020

A darne notizia è stata la giornalista freelance di Ramallah Fadwa Hodali che, su Bloomberg News, ha spiegato che la leadership palestinese “non vuole servire da ponte per la normalizzazione dei legami tra Emirati Arabi Uniti e Israele”.Sulla stessa lunghezza d’onda i media palestinesi che, così come la Russia Today araba, hanno citato una fonte del governo sostenendo, che alla base del rifiuto di Ramallah c’è la volontà di non essere “strumento per la normalizzazione” delle relazioni diplomatiche tra Israele e gli Emirati Arabi.Secondo la fonte, il trasferimento degli aiuti era stato coordinato esclusivamente con Israele e l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e non con l’Autorità Nazionale palestinese.A scagliarsi contro gli aiuti medici per far fronte alla grave emergenza sanitaria c’è anche l’ayatollah Ali Khamenei che in un tweet ha accusato di tradimento gli Emirati Arabi:“Oggi, alcuni stati del Golfo Persico hanno commesso il più grande tradimento contro la propria storia e la storia del mondo arabo. Hanno tradito la Palestina sostenendo Israele. Le nazioni di questi Stati tollereranno il tradimento dei loro leader?” Questo episodio evidenzia una cosa che dovrebbe riempire le pagine dei giornali e le aperture dei notiziari televisivi: la leadership palestinese odia più Israele di quanto ami il suo stesso popolo.Un popolo che, invece di essere aiutato, viene abbondato a sé stesso in questo momento drammatico.Gli aiuti medici transitati in Israele avrebbero potuto sostenere il popolo palestinese nella lotta contro il Coronavirus e invece l’Autorità Nazionale Palestinese ha preferito rimandarli al mittente, con l’assurda motivazione di non voler essere un mezzo di normalizzazione dei rapporti fra lo Stato ebraico e gli Emirati Arabi. Perché per l’ANP conta più l’odio per Israele che l’amore per il popolo palestinese.

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Il peso che sta avendo la pandemia sui bilanci degli italiani

Posted by fidest press agency su martedì, 26 maggio 2020

Il Covid-19 ha costretto l’intera popolazione ad un lock-down durato per più di due mesi e, di conseguenza, al blocco di numerose attività. Oltre alle perdite liquide legate alla cancellazione di eventi culturali (subite dal 21% delle famiglie), sportivi (18%), familiari (17%) e di viaggi (34%), quasi la metà delle famiglie italiane (46%) ha accusato ingenti perdite legate alla propria professione, in media 1.875€. Infatti, il 32% dei lavoratori dichiara di aver subito una riduzione dei propri introiti da lavoro, il 25% di essere momentaneamente inattivo (ad esempio in cassa integrazione o in seguito alla chiusura temporanea della propria attività commerciale) e l’8% di aver perso il lavoro. Il termine della quarantena non è un fatto rasserenante poiché le conseguenze di questa crisi, a livello sia economico che professionale, continueranno a farsi sentire a lungo. Si prospetta un futuro incerto anche per i lavoratori dipendenti che hanno mantenuto la propria occupazione durante l’emergenza: 1 su 3 infatti teme di perdere il posto di lavoro nei prossimi 12 mesi. In molti prevedono una riduzione delle proprie prospettive di carriera all’interno della propria azienda (59%) e una riduzione delle proprie opportunità sul mercato del lavoro (65%).
La perdita o sospensione del lavoro e la riduzione degli stipendi stanno causando gravi difficoltà anche nel far fronte alle spese più basilari. Basti pensare che tra le famiglie che possono contare su dei risparmi, due su tre li hanno dovuti utilizzare (35%) o pensano di doverlo fare nel prossimo futuro (32%) per coprire le spese correnti, molto difficili da affrontare in questo periodo di crisi per il 12% delle famiglie. Parliamo di grosse difficoltà a sostenere spese come bollette (per il 17% delle famiglie) o generi alimentari (per il 9%). Preoccupano anche le spese legate alla salute, difficili da coprire per il 21% delle famiglie italiane. In questo periodo in molti hanno gravi difficoltà a pagare le rate di mutui (11%) e prestiti (17%). Solo l’8% delle famiglie italiane ha fatto richiesta di sospensione delle rate del mutuo sulla prima casa e di queste soltanto il 26% è riuscito ad ottenerla. Per quanto riguarda gli altri prestiti personali e i finanziamenti, la situazione è ancora più critica in quanto solo il 15% di chi ne ha richiesto il congelamento alla banca o alla finanziaria, è riuscito ad ottenerlo, mentre quasi il 30% ha ricevuto un rifiuto, in attesa di risposta il 57% dei richiedenti.
L’inchiesta è stata svolta tra il 14 e il 15 maggio su un campione di 1.015 soggetti di età compresa fra i 18 e i 74 anni, distribuiti come la popolazione generale per caratteristiche demografiche e area geografica.

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La pandemia da COVID-19 ha aggravato la già drammatica crisi in Siria

Posted by fidest press agency su martedì, 26 maggio 2020

Il lockdown disposto dalle autorità ha infatti azzerato le disponibilità finanziarie di molti. Per questo la fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre ha approvato un nuovo piano di aiuti di emergenza a favore di 20.550 famiglie cristiane di diverse denominazioni: cattoliche, ortodosse e protestanti.
«Ogni famiglia riceverà un sussidio una tantum pari a 25 euro, che consentirà loro di acquistare alimenti e articoli per l’igiene essenziali per proteggersi dal coronavirus. Potrebbe sembrare non molto, ma è circa la metà del reddito mensile di una famiglia media siriana. Questo sostegno di emergenza raggiungerà molte persone, tuttavia deve essere attuato senza ritardi, prima che la pandemia si diffonda in tutta la nazione», spiega Thomas Heine-Geldern, presidente esecutivo di ACS Internazionale.
Il programma di aiuto, del valore complessivo di oltre mezzo milione di euro, è suddiviso in sette progetti separati, in modo che il sostegno possa essere organizzato in base ai diversi centri abitati. I beneficiari del programma comprendono molte famiglie provenienti dalle città bombardate e distrutte durante la guerra, fra le quali 6.190 famiglie di Aleppo e 7.680 di Homs, ma comprendono anche circa 400 famiglie delle città di Al-Hassakeh e Al-Qamishli, nella Siria nordorientale, cioè nell’area attualmente interessata dal conflitto armato.
«Stiamo tuttora sostenendo oltre cento altre iniziative», aggiunge Heine-Geldern. «Alcune di esse sono state limitate a causa della pandemia, ma molte proseguono, per esempio il nostro progetto Goccia di latte, che fornisce a centinaia di neonati e bambini essenziali razioni di latte. Nonostante ciò riteniamo che questo nuovo programma di aiuti rappresenti un importante segnale di incoraggiamento», conclude il presidente esecutivo di ACS Internazionale.
«Oggi i cristiani siriani, oltre alle conseguenze della guerra e delle sanzioni, soffrono l’essere diventati cittadini di seconda classe, abbandonati dal governo e discriminati dagli altri siriani. Molti hanno perso proprietà e lavoro», commenta Alessandro Monteduro, direttore di ACS Italia. «Il nuovo piano di aiuti approvato da ACS rappresenta un ulteriore contributo al pluriennale sforzo messo in campo dalla fondazione per proteggere questa comunità cristiana, ora minacciata anche dalla pandemia», conclude Monteduro.

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“Covid-19: una pandemia senza precedenti in un’economia moderna”

Posted by fidest press agency su domenica, 24 maggio 2020

A cura di Paul Doyle, Responsabile azionario per l’Europa (Regno Unito escluso) di Columbia Threadneedle Investments. L’epidemia di Covid-19 ha destabilizzato i mercati azionari di tutto il mondo. Da quando la Cina ha allertato l’Organizzazione mondiale della sanità segnalando casi di una “polmonite insolita” a Wuhan lo scorso dicembre, siamo entrati in quello che l’OMS definisce “territorio inesplorato”. L’Italia è stata il primo paese europeo ad attivare le misure di contenimento su tutto il territorio, seguita poi da altri. Il virus ha agito in modo rapido e indiscriminato, contagiando membri di famiglie reali e politici, ma anche lavoratori essenziali a basso salario.Lo scorso anno si è concluso su una nota favorevole, con i mercati azionari globali ed europei in rialzo rispettivamente del 27% e del 29%, nonostante la scarsa crescita degli utili. A tale risultato ha contribuito una serie di eventi: i Conservatori di Boris Johnson hanno vinto le elezioni nel Regno Unito, placando i timori sulla Brexit; le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina si sono affievolite; negli Stati Uniti è invece svanita l’ipotesi di una vittoria di Elizabeth Warren e poi di Bernie Sanders alle primarie del Partito Democratico.Notizie incoraggianti sono giunte anche sul fronte della Fase 1 dei negoziati commerciali tra Washington e Pechino, oltre che dalla decisione del governo statunitense di lasciare passare la scadenza relativa all’imposizione di dazi sulle importazioni di auto dall’Europa, permettendo ai produttori di automobili che si erano ritrovati nell’occhio della contrazione dell’industria europea di tirare un respiro di sollievo. Inoltre, a novembre le banche centrali di Cina, Stati Uniti e Unione europea hanno riavviato i rispettivi QE.Inizialmente il virus è rimasto circoscritto alla provincia cinese di Hubei in cui si trova Wuhan, una città industriale di medie dimensioni. Gli investitori hanno assimilato la notizia, ipotizzando generalmente che si trattasse di una nuova SARS ma niente di più, e che quindi sarebbero state colpite solo le aziende con operazioni o catene di produzione nelle aree interessate. Invece il virus ha iniziato a diffondersi, in modo rapido e disomogeneo. L’Italia è stata la più colpita e ha mostrato un tasso di mortalità elevata, per via dell’età più avanzata della popolazione, ma è stata ben presto raggiunta dalla Francia e addirittura superata dal Regno Unito e dagli Stati Uniti. Ovunque nel mondo sono state adottate misure drastiche, tra cui chiusura delle frontiere, sospensione del traffico aereo, restrizioni agli spostamenti, telelavoro e distanziamento sociale, con le più svariate conseguenze. Universale è stato invece l’impatto sui mercati azionari, che hanno incassato bruschi ribassi.
Le ripercussioni sulle economie appaiono profonde, come confermato dall’OCSE, che stima un -25% per il dato mediano. Per gli Stati Uniti si prospetta una flessione annualizzata del 50% nel secondo trimestre. A titolo di riferimento, il declino dal punto massimo a quello minimo durante la crisi finanziaria globale è stato del 4% nell’arco di sei trimestri e all’epoca è stato percepito come una catastrofe. Benché formulare previsioni in un contesto talmente volatile e incerto sembri una battaglia persa, ipotizziamo una contrazione del PIL dell’eurozona del 9% quest’anno, cui seguirà un rimbalzo del 7% nel 2021. La triste verità è che tutti abbiamo perso denaro.
Ci troviamo di fronte a una recessione non sistemica, bensì innescata da un evento specifico. Pertanto allo shock iniziale, che potrebbe rientrare rapidamente, seguirà il rischio di precipitare in un circolo vizioso dagli effetti deleteri. La fase rialzista durata 11 anni è stata trainata dalla creazione e dalla disponibilità di posti di lavoro, che hanno alimentato la spesa per consumi. Negli Stati Uniti, l’impennata delle richieste iniziali di sussidi di disoccupazione per effetto del Covid-19, a quota 6,6 milioni, garantisce che il tasso di disoccupazione salirà ben oltre il dato del 4,4% registrato a marzo. Tuttavia, l’impatto sui consumi potrebbe non essere così drammatico, alla luce delle misure di sostegno alle famiglie implementate del governo.
La ripresa sarà trainata dagli sviluppi sul fronte medico: quando la diffusione del virus rallenterà o verrà arrestata, sarà possibile allentare le misure di restrizione, consentendo un certo ritorno alla normalità economica. Ma tutto questo dovrà accadere con una certa rapidità, se si vuole evitare che la contrazione si trasformi in una recessione che si autoalimenta. D’altro canto, una revoca precoce dei lockdown rischia di tradursi in un nuovo aumento dei contagi.Le conseguenze più a lungo termine della crisi del Covid-19 sono numerose. Le interruzioni delle catene di produzione imputabili al blocco dell’attività in Cina andranno a rafforzare l’idea secondo cui il trasferimento della produzione nei paesi a basso costo è stato eccessivo. Ad esempio, l’80% degli antibiotici statunitensi proviene dalla Cina. Indipendentemente da chi vincerà le presidenziali statunitensi, vi sarà una forte pressione politica e sociale a favore dell’inversione della delocalizzazione. In Europa, il sistema Schengen è stato smantellato e non si sa quando i controlli alle frontiere tra paesi membri verranno rimossi; la libera circolazione delle persone dovrebbe essere un caposaldo dello spirito europeo. Le regole del Trattato di Maastricht sul rigore fiscale sono state completamente ignorate. Finora la globalizzazione ha tenuto l’inflazione sotto controllo, ma ora le cose sono destinate a cambiare? Le tradizionali analisi dei cicli economici non sono di grande aiuto durante una pandemia, il che complica la formulazione di ipotesi sulla ripresa. Tuttavia, siamo avvantaggiati dal fatto di poter contare su un approccio incentrato su modelli operativi di alta qualità con rendimenti elevati e sostenibili anche nei contesti difficili. Alla luce di ciò, i nostri portafogli si sono finora dimostrati in grado di reggere alla situazione, ma è impossibile negare che i prossimi mesi saranno alquanto interessanti.

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Lotta all’Ictus cerebrale e la pandemia

Posted by fidest press agency su sabato, 23 maggio 2020

Nel corso della pandemia causata dal Covid-19, A.L.I.Ce. Italia Odv (Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale) ha più volte lanciato l’allarme a causa della notevole diminuzione del numero dei pazienti con ictus cerebrale arrivati nei Pronto Soccorso dei nostri ospedali, sottolineando, anche attraverso il video #lictusnonrestaacasa realizzato con il supporto dei maggiori esperti a livello nazionale (https://vimeo.com/410573006/0b7ac850e3), quanto sia importante non sottovalutare i sintomi che possono costituire “campanelli d’allarme” di questa patologia.L’ictus cerebrale è una patologia tempo-correlata: i risultati positivi che possono essere ottenuti grazie alle terapie disponibili (trombolisi e trombectomia meccanica) dipendono, infatti, dalla tempestività con cui si interviene. È dunque fondamentale riconoscere il prima possibile i sintomi e chiamare immediatamente il 112 (118) in modo da poter arrivare rapidamente negli Ospedali attrezzati per la cura della patologia. In questo modo è, di fatto, possibile ridurre il rischio di mortalità, ma soprattutto gli esiti di disabilità, spesso invalidanti, causati da questa malattia.La pandemia ha inevitabilmente e radicalmente mutato lo scenario dell’assistenza sanitaria nel nostro Paese: nonostante questo, le Unità Neurovascolari o Centri Ictus (Stroke Unit) sono riuscite a rispondere al meglio alla situazione di emergenza, garantendo percorsi diagnostici e terapeutici efficienti ed efficaci; hanno inoltre gestito i pazienti in totale sicurezza, istituendo corsie specifiche per il Covid e mantenendo un distanziamento sicuro durante tutto il percorso clinico assistenziale.Adesso che la situazione più critica sembra essere finalmente alle spalle, è assolutamente necessario che anche i posti letto che sono stati temporaneamente messi a disposizione per la terapia intensiva – dimostrando un autentico senso di appartenenza alla comunità ospedaliera – tornino “in possesso” delle Unità Neurovascolari.Quello dell’adeguato numero di queste Unità di cura essenziali per i trattamenti della fase acuta, ma non solo, anche della riabilitazione precoce di chi ha subito l’ictus, così come del numero di posti letto per quegli abitanti che devono essere ricoverati “nel posto giusto e al momento giusto” è un tema particolarmente sentito dall’associazione che rappresenta i pazienti colpiti.A.L.I.Ce. Italia Odv intende ancora una volta e con forza evidenziare la drammatica carenza che purtroppo si registra tuttora sul territorio nazionale, nonostante, già in base al Decreto del Ministero della Salute n. 70 del 2 aprile 2015 (Dm 70/2015) sia stata ufficialmente codificata la necessità di organizzare l’assistenza all’ictus cerebrale su due livelli. Il primo livello è quello dei centri dove è possibile effettuare la trombolisi, situati in ospedali con bacino d’utenza compreso fra 150.000 e 300.000 abitanti; il secondo livello è quello dei centri che si trovano negli ospedali con un bacino d’utenza compreso fra 600.000 e 1.300.000 abitanti, dove, oltre alla trombolisi, si possono effettuare anche i trattamenti endovascolari.L’ampia differenza dei bacini d’utenza tiene conto delle realtà locali (orografiche, amministrative ecc.), ma facendo media sarebbero necessari un centro di primo livello ogni 200.000 abitanti e un centro di secondo livello ogni milione di abitanti. Quindi, prendendo in considerazione la popolazione del nostro Paese, in base al Decreto 70/2015 sarebbero necessari complessivamente circa 300 centri, di cui 240 con funzioni di I livello e 60 con funzioni di II livello.Attualmente, invece, in Italia ci sono circa 200 Centri, l’80% dei quali è concentrato al Nord, lasciando così scoperte ampie aree che non sono quindi in grado di offrire una risposta sanitaria efficiente e adeguata alla gravità della patologia: i dati Istat ci confermano infatti che il tasso di mortalità per malattie cerebrovascolari in Sicilia è più del doppio rispetto a quello che si registra in Trentino Alto Adige.
L’ictus cerebrale, nel nostro Paese, rappresenta la terza causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie. Quasi 150.000 italiani ne vengono colpiti ogni anno e la metà dei superstiti rimane con problemi di disabilità anche grave. In Italia, le persone che hanno avuto un ictus e sono sopravvissute, con esiti più o meno invalidanti, sono oggi circa 1 milione, ma il fenomeno è in crescita sia perché si registra un invecchiamento progressivo della popolazione sia per il miglioramento delle terapie attualmente disponibili.

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Come cambia il mattone dopo la pandemia

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 maggio 2020

A commentarli è Carlo Giordano, Amministratore Delegato di Immobiliare.it. Per il 2020 ci si aspettava un numero di compravendite concluse superiore alle 600mila unità ma gli effetti del Coronavirus su questo dato sono già visibili ed è plausibile che la stima vada ridotta di almeno un 20%. Il processo che invece potrebbe portare a un eventuale calo dei valori immobiliari è più lento e dipende principalmente dall’efficacia delle misure economiche adottate a sostegno del Paese. Al momento i proprietari che avevano deciso di vendere casa resistono e non cedono alla tentazione di abbassare i prezzi per paura di un’eventuale crisi economica. Negli ultimi due mesi, e prevedibilmente almeno per i prossimi sei, l’andamento dei costi ha seguito e seguirà le strade già tracciate in precedenza, con alcune lievi variazioni. In città come Milano e Bologna, che negli ultimi osservatori si dimostravano le più appetibili con oscillazioni costantemente al rialzo, è possibile che gli aumenti si riducano e si ritorni a una normalizzazione dei costi, lontano dalle crescite a doppia cifra che si osservavano negli scorsi osservatori. Città, invece, come Roma o Torino continueranno a vedere i prezzi ridursi ma meno che nelle province e nei piccoli centri, dove al mercato mancherà ancora la domanda per ripartire.
Con il blocco totale degli spostamenti e degli arrivi turistici chi aveva uno o più appartamenti da affittare per brevi periodi ha dovuto fare i conti con cancellazioni e soprattutto con l’impossibilità di prendere nuove prenotazioni. Per questo la maggior parte dei gestori o dei proprietari sta guardando con sempre maggiore convinzione al mercato delle locazioni a medio termine, in modo da coprire i costi degli appartamenti in attesa di tempi migliori in cui il turismo potrà ripartire. In particolare, non appena sarà consentito lo spostamento fra regioni e con l’arrivo dell’estate, nelle località turistiche le case vacanze torneranno a vivere una stagione ancor più fortunata degli scorsi anni, essendo soluzioni sicuramente meglio adatte alle nuove esigenze di isolamento rispetto ai tradizionali hotel.
La pandemia ha risvegliato in molti il desiderio di uno spazio all’aperto in cui evadere, per così dire, dalle quattro mura domestiche. Terrazzi e balconi sono entrati in questi mesi nei desiderata degli italiani che però restano altresì coscienti del loro controvalore economico e del budget necessario ad acquistarli come accessori di un immobile. Vorrei ma non posso vale anche per i metri quadri in più. Se lo smart working è diventato realtà per tanti lavoratori, parallelamente è cresciuto anche il desiderio di una stanza in più, da adibire a studio, un vezzo che in pochi si possono però permettere: in Italia il taglio più cercato è il trilocale ma le compravendite si concentrano sui bilocali, a fronte di costi più abbordabili.Si ferma il turismo immobiliare, tutto passa per il web…e sempre più per le agenzieFino a pochi mesi fa in Italia la percentuale di ricerche immobiliari che partiva dal web ammontava al 70%. Nei due mesi di lockdown il processo di digitalizzazione ha accelerato in molte sfere della vita degli italiani, compresa quella relativa all’abitazione: oggi oltre il 90% di chi comincia a cercare casa parte online.
Ciò che si è ridimensionato è l’offline: normalmente chi visita una casa da comprare o affittare si fa accompagnare da familiari, amici o fidati professionisti dell’edilizia a cui chiedere un parere…è quello che si chiama “turismo immobiliare” e che il lockdown ha paralizzato. La pandemia, infine, ha incrementato il numero di utenti intenzionati a rivolgersi a un agente immobiliare per la loro compravendita: questo perché organizzare le visite, gestire gli incontri e le pratiche oggi più che mai richiede informazione e professionalità, per ridurre al minimo i rischi di contagio. L’agente, infatti, rispetto al privato ha il dovere di conoscere e far rispettare le norme dai suoi clienti e così garantisce sicurezza a entrambe le parti.

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Pandemia, vaccini ed economia. Tutti uguali? No

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 maggio 2020

La multinazionale farmaceutica francese Sanofi, su domanda dell’agenzia stampa Bloomberg ha detto (il direttore generale Paul Hudson) che le autorità americane riceveranno per primi i vaccini che dovessero essere prodotti dai loro laboratori. Non un novità, visto che già a fine aprile scorso si era espressa nello stesso modo considerando le proprie cinque aziende presenti sul territorio Usa. Una distribuzione, secondo Sanofi, che dopo qualche giorno o settimana dovrebbe essere messa a disposizione del mondo intero. Questo intervento è stato poi stemperato…. Ovviamente. Tutto questo ha fatto il giro del mondo, con anche il presidente francese (l’azienda è comunque francese) Emmanuel Macron che ha esternato in modo indignato.
Per l’Italia, dove siamo attualmente confinati dopo aver scoperto che siamo anche, più che italiani, toscani, laziali, siciliani, pugliesi, piemontesi, friuliani, etc… confini regionali oltre i quali non ci è consentito muoverci e che, prima, a parte alcuni movimenti politici specifici, non ci si faceva caso se non quando si andava a votare le regionali … per l’Italia… una risposta a quel motivo conduttore che ci ha seguito nella crisi pandemica e che continua a seguirci: CE LA FAREMO. In diversi si sono sentiti accomunati, gli uni uguali agli atri come si dice che sia per la morte… ma, piano piano ci siamo resi conto che non è così per le malattie e per l’economia. Dopo che abbiamo scoperto, grazie ai vari Dpcm, di avere uno Stato benefattore che dava soldi più o meno a tutti, ci siamo resi conto che una cosa è dirlo e anche scriverlo nero su bianco, altro è riceverli. In questa distribuzione si è frapposta una mefitica e irragionevole burocrazia figlia di privilegi e posizioni di rendite che, ad oggi, sembra che stia accelerando disperazione, fallimento e disastri. Contesto in cui, ovviamente, si “salvano” quelli che sono più uguali degli altri e che, in crisi pandemica, hanno avuto responsabilità politiche ed economiche per la gestione della situazione. Una sorta di Air Force One in cui hanno preso posto tutti quelli che i “capi” hanno ritenuto indispensabili per la sopravvivenza del sistema. Gli altri… in attesa del prossimo volo….
Per il mondo, a partire da quello più vicino a noi (l’Ue) ognuno ha fatto e continua a fare da sé. Il virus è europeo e mondiale? Sì, mandiamo un po’ di aiuti a quelli più disperati (italiani fra questi), ma sia chiaro chi manda e che importanza ha nel Pianeta. Ecco che, ognuno con le proprie caratteristiche, si è manifestato: alcuni Paesi Ue contro altri per non dar loro soldi, e Paesi come la Cina, per esempio, che ti aiutano in cambio di una loro penetrazione politica ed economica. Tutti altruisti,,, ma a casa loro. Ché altrimenti c’è un prezzo da pagare. Ecco che, quindi, il vaccino dato per primo a Trump non ci meraviglia. L’importante è rendersene conto e non farsi prendere dal clima “siamo tutti uguali”. No! E’ sempre l’Italia, l’Ue e il mondo che c’era prima della pandemia. E per starci e affrontarlo, così come era prima, non ci si può stare dentro aspettando lo Stato assistenziale ed elargitore, ma darsi da fare. E anche molto, ma proprio molto più di prima. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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La situazione della pandemia nel Molise

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 maggio 2020

“La crescita dei contagi rischia di lasciare il Molise nella fase 1, con la conseguenza di un prolungamento dei tempi e relativo isolamento. Ciò induce a porre l’attenzione all’evolversi della proposta del Commissario ad acta della sanità molisana, Giustini, perché essa è, per tutti noi, una straordinaria opportunità, non sol per il rilancio della sanità a carattere pubblico del Molise, ma, anche, per il domani del Molise. È d’obbligo ricordare l’invito che il 22 Marzo abbiamo rivolto al Presidente della Regione, Dr. Toma, a prendere in considerazione e con la dovuta urgenza la necessità di riaprire gli ospedali “Vietri” di Larino e “SS. Rosario” di Venafro per renderli centri Covid 19. Una necessità per il Molise e, anche una risposta di solidarietà a quanti in altre regioni del Paese venivano colpiti duramente dal virus e avevano bisogno di strutture adeguate. La risposta del presidente Toma che intendeva gratitudine e consenso per la premura rivoltagli ci aveva tranquillizzati fino a quando, con l’aggravarsi della situazione, abbiamo visto che questo consenso si era trasformato in un silenzio rispetto al No espresso dal direttore dell’Asrem, che ha avuto il significato di un No alla decisione presa con un atto d’indirizzo, dal Consiglio Regionale. Un atto sul quale è assordante il silenzio del Consiglio prima citato. Si apre la stagione dei confronti e delle giustificazioni, facili da confutare, che portano solo a rinviare una decisione, allora come ora, urgente. Agli inizi di Aprile, con un nostro comunicato, abbiamo ripreso il discorso e rinnovato l’invito al Presidente e, per conoscenza, ai consiglieri regionali e ai sindaci, sollecitando la decisione di riapertura dei due ospedali a centri Covid, ritenendo molto avveduta la proposta avanzata dal Commissario Giustini, Una proposta lungimirante quella di un utilizzo del “Vietri” di Larino a ospedale Covid , e, anche, di Centro di Ricerca per le Malattie Infettive a carattere Interregionale, cioè il punto di riferimento, sin da subito, di un’utenza pari a 1,2 milioni di persone, cioè quattro volte gli abitanti del Molise. Una straordinaria opportunità– lo sottolineiamo ancora una volta – che partendo dal carattere pubblico della sanità si estenda in modo positivo alla programmazione del Molise, che ha forte bisogno di un diverso sviluppo per affermare la sua natura di paese –campagna, cioè di un insieme di territori verdi che contornano i centri storici dei 136 Paesi, che hanno bisogno di una visione condivisa del domani. Territori che hanno nei valori e nelle risorse – ambiente, paesaggi, storia, cultura, tradizioni – la risposta adeguata al bisogno di salute, un bene primario che, come si sa, va oltre la sanità. In tal senso la parola salute è solo da aggiungere al logo “Piacere Molise” per quel nuovo turismo, non più mordi e fuggi, ma di chi vuol godere aria pulita, acqua potabile, il verde e gli altri colori dell’arcobaleno, l’ospitalità, la bontà della tavola molisana, il paese con la sua piazza, il suo campanile, le sue viuzze, le sue piccole case. Sta qui un’altra importante opportunità, che vale la pena cogliere, ed è il Decreto rilancio, approvato dal Consiglio dei Ministri, che prevede, tra l’altro, un sismabonus al 110% per i lavori di miglioramento sismico eseguiti, tra il primo luglio 2020 e il 31 dicembre 2021, per i nostri territori colpiti dagli ultimi terremoti del 2002 e 2018. Si tratta di un provvedimento di altrettanta rilevanza al quale deve essere apportato un emendamento finalizzato a consentire interventi anche sulle seconde case solo nelle aree dei crateri sismici. Case da poter aprire per ridare nuova vita a un tesoro, sopra citato, che già abbiamo, i nostri 136 centri storici, a rischio abbandono. Tante opportunità da ritenere fortune da prendere a volo per dare le risposte che servono ad affrontare la crisi ed a risolverla” E’ quanto dichiara il presidente dell’Associazione fra ex consiglieri regionali del Molise Gasparo Di Lisa

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Il turismo è uno dei settori più colpiti dalla pandemia

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 maggio 2020

«Il turismo, settore ad alta intensità occupazionale con 3,5 milioni di addetti compreso l’indotto che rappresentano il 15% degli occupati in Italia, è uno dei settori più colpiti dalla pandemia e sarà anche uno degli ultimi a ripartire. Nel comparto turistico è necessario ragionare su nuovi modelli di aggregazione ma anche sull’impatto sul piano economico e sui riflessi sui posti di lavoro. Il dilemma oggi è come coniugare salute e sicurezza e l’economia anche in questo settore». Lo ha dichiarato il segretario generale della Fisascat Cisl Davide Guarini intervenendo al free webinar promosso dalla Fondazione Adapt dedicato all’impatto del Covid-19 sul settore alberghiero, comparto che ha registrato il crollo vertiginoso del 70% del fatturato e dove le prospettive sulla ripresa non sono certo rosee con previsioni al ribasso e un calo di presenze annunciato anche nei prossimi mesi. «Abbiamo la responsabilità di salvaguardare la salute e la sicurezza e al contempo dare seguito all’economia anche quella del turismo» ha aggiunto il sindacalista sottolineando che «i lavoratori sono prevalentemente sotto ammortizzatore sociale, senza dimenticare il notevole impatto della pandemia sui lavoratori stagionali che difficilmente quest’anno vedranno riattivarsi il rapporto di lavoro». Il sindacalista, pur valutando positivamente le misure varate dal Governo, ha dichiarato che «l’assistenzialismo non è sufficiente» e ha sollecitato il «rafforzamento della struttura degli ammortizzatori sociali anche prevedendo uno strumento che salvaguardi la stagionalità, caratteristica strutturale del comparto ma oggi nodo scoperto, e le professionalità che vi operano» puntando anche alla definizione di «politiche attive di formazione e riqualificazione ad hoc per il settore». «Anche le Parti Sociali dovranno essere pronte a ragionare, ad esempio, sulla costituzione dei Fondi di Solidarietà Bilaterali» ha poi evidenziato Guarini sottolineando il ruolo della contrattazione e della bilateralità di settore per sostenere occupazione e imprese. «Abbiamo sicuramente la necessità come Parti Sociali di valutare quello che avviene e cogliere spunti e le opportunità della crisi» ha dichiarato il sindacalista evidenziando che «la buona contrattazione esistente può essere certo migliorata attraverso la bilateralità». Per Guarini occorre «focalizzarsi sulla formazione professionale e puntare ad una professionalità che sia all’altezza della vocazione turistica dell’Italia» ma anche «sulla salute e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro perché nel turismo c’è contatto diretto e il sistema della sicurezza va dunque rivisto nel suo insieme perchè la sicurezza riguarda il lavoratore ma anche l’utente dell’offerta turistica». «Dovremmo agire con la bilateralità, i fondi interprofessionali e i fondi sanitari integrativi e serve centrare nuovamente la contrattazione come anche serve una discussione sulle nuove condizioni di lavoro che sono mutate, a partire dai temi dell’organizzazione e dell’orario di lavoro fino alla declinazione operativa del lavoro agile da proporre laddove si può» ha poi evidenziato sottolineando che «è fondamentale agire, appena i tempi lo consentiranno, senza pregiudizi rispetto ai temi che verranno sottoposti dai sindacati». Infine un monito rivolto ai furbetti che operano nel settore dell’ospitalità. «Nel turismo si gioca molto sul rapporto fiduciario e sui flussi di clientela. Le regole sono importanti e il tema della salute e della sicurezza rimarrà in auge per molto tempo. Gli imprenditori che tenteranno di recuperare la produttività attraverso l’elusione delle regole non avranno lunga vita» ha chiosato il sindacalista sottolineando che «i lavoratori hanno alzato le antenne e sono molto attenti a quanto accade». «Dobbiamo evitare che i furbetti alberghino facilmente in un settore già fortemente provato. Sistemi di concorrenza tra imprese basati sul non rispetto delle regole – ha concluso – non li potremo tollerare».

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In tutto il mondo, la pandemia di Covid-19 sta avendo un profondo impatto sulla vita dei bambini

Posted by fidest press agency su sabato, 9 maggio 2020

Le scuole sono chiuse, le famiglie stanno fronteggiando condizioni di povertà e molti bambini rischiano di non avere da mangiare. Le vite dei bambini sono letteralmente a rischio e stime recenti dicono che le morti dei minori sotto i 5 anni di età potrebbero aumentare del 45% a causa di sistemi sanitari più fragili e della riduzione degli interventi ordinari di assistenza sanitaria.Lo afferma Save the Children – l’Organizzazione internazionale che da oltre 100 anni lotta per salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro – all’indomani della Conferenza dei donatori, promossa dalla Commissione Europea e da diversi Paesi tra cui l’Italia, per sostenere una risposta globale e coordinata alla crisi e finanziare lo sviluppo e la distribuzione di cure, vaccini e strumenti diagnostici per contrastare la pandemia di Covid-19.
L’Organizzazione apprezza gli impegni finanziari dichiarati per rafforzare i sistemi sanitari nei Paesi a basso reddito, in quelli più fragili e colpiti dalle crisi, ma – sottolinea – ancora di più deve essere fatto per sostenere efficacemente i bambini e le famiglie più vulnerabili. È fondamentale che i Paesi siano in grado di agire contro il Covid-19 e di attenuarne l’impatto sui sistemi sanitari, in modo che si possa continuare a garantire ai bambini e alle bambine anche gli altri interventi di salute e nutrizione essenziali per la loro sopravvivenza.
“Chiediamo ai Governi, alle organizzazioni e ai donatori privati di continuare ad impegnarsi anche nelle prossime settimane e di fare di tutto per stanziare i fondi necessari al rafforzamento dei sistemi sanitari e proteggere un’intera generazione. In una crisi come quella che stiamo vivendo, nessuno è al sicuro se non saranno al sicuro tutti. L’accesso ai medicinali, ai vaccini e all’assistenza sanitaria non dovrebbe mai dipendere da dove si vive e la ricerca e lo sviluppo in campo medico, specialmente se condotti con fondi pubblici, dovrebbero andare a vantaggio di tutti”, ha affermato Inger Ashing.
Save the Children attende quindi di conoscere come i fondi dichiarati oggi verranno ripartiti. Anche i finanziamenti al GAVI, l’Alleanza Globale per i Vaccini e l’Immunizzazione, sono benvenuti, ma il lancio di un futuro vaccino contro il Covid-19 richiederà finanziamenti aggiuntivi se vogliamo raggiungere i Paesi più poveri del mondo e le famiglie più marginalizzate. L’Unione europea è chiamata a vigliare affinché gli impegni presi non vengano conteggiati due volte. Chiediamo pertanto all’Ue, ai donatori, al settore privato e agli attori impegnati nella salute a livello globale di garantire che i fondi annunciati durante la conferenza vengano utilizzati responsabilmente.

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La pandemia e la mancata opportunità di Trump per unificare il paese

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 maggio 2020

In una delle recentissime conferenze stampa sul coronavirus Donald Trump ha ammesso che i decessi del covid-19 raggiungeranno 60 o 70mila, ma si è subito congratulato dicendo di avere “preso molte decisioni importanti” che avrebbero ridotto il numero delle vittime. Il 45esimo presidente non riesce proprio a non parlare di se stesso nemmeno quando si tratta di una tragedia come la pandemia in corso. Per un altro presidente sarebbe stato facile unificare il Paese davanti a una tale tragica situazione ma l’attuale inquilino della Casa Bianca continua a dividere per le sue ragioni politiche.Subito dopo l’11 settembre George W. Bush si comportò in tutt’altro modo riuscendo a unificare la nazione la quale lo ricompensò con un indice di gradimento del 90 percento durato parecchi mesi. L’attacco al Paese riuscì a unificare tutti gli americani per lottare contro il terrorismo, il comune nemico di allora. Bush unificò il paese mostrando empatia per le vittime, rassicurando tutti gli americani, creando unità senza riguardo di allineamenti di parte. Dopotutto le vittime degli attacchi non avevano discriminato fra repubblicani o democratici. I governatori di Stati liberal come Andrew Cuomo (New York), Gavin Newsome (California) ma anche repubblicani come Mike De Wine (Ohio) e Larry Hogan (Maryland) hanno seguito l’esempio di Bush, ottenendo la gratitudine dei loro cittadini. Il 77 per cento degli americani giudica favorevolmente l’operato dei loro governatori per il loro modo di affrontare la pandemia.Il covid-19 avrebbe potuto servire a Trump di una simile occasione usando l’insicurezza degli americani, sfruttando l’effetto del “rally around the flag” (fare quadrato attorno alla bandiera) contro il nemico di tutti, senza riguardo di allineamenti politici di parte. L’attuale presidente ha deciso invece di usare la crisi per i suoi vantaggi politici personali.Le conferenze stampa della sua task force sul covid-19 miravano a presentare alla nazione le informazioni necessarie per affrontare la pandemia ma quasi dall’inizio divennero un sostituto per i comizi politici di Trump. Avrebbero dovuto parlare di più gli specialisti per dare informazioni precise ma Trump si impose come protagonista senza assumersi però nessuna responsabilità, attaccando a destra e sinistra gli altri, dai cinesi per il virus, ai media di essere fake, ai governatori per esser irresponsabili e chiunque lui vede come ostacolo ai suoi scopi.I sondaggi gli andarono bene per poco tempo ma tutti si sono presto accorti della sua condotta e adesso solo il 22 percento degli americani ha fiducia sulle informazioni che il presidente dà sul covid-19. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la sua asserzione che il virus si potrebbe curare con il disinfettante. Persino la Fox News, rete molto amica al presidente, ha preso le distanze da quell’affermazione. Il volto silenzioso pieno di stupore della dottoressa Deborah Birx, uno dei membri chiave della task force, ha colto tutto il dolore degli scienziati costretti ad ascoltare la scioccante ricetta di Trump che si era improvvisato medico senza licenza.Se Trump non è riuscito ad entrare nel ruolo ortodosso di presidente con l’opportunità della pandemia unificando il Paese lo si deve principalmente alla sua mancanza totale di empatia. Nessuna ammissione di avere sbagliato nulla, continuando ad agire con la sua filosofia che il mondo è formato di nemici da sconfiggere, usando tutte le sue armi a disposizione per cogliere i suoi obiettivi personali e politici.Trump si è preoccupato dall’inizio della pandemia di additare al positivo stato dell’economia, vedendola come la sua carta vincente alle elezioni di novembre. Adesso però con la pandemia dovrà affrontare Joe Biden a mani vuote perché i più recenti dati economici ci dicono che nel primo trimestre l’economia ha subito un calo del 4,8 percento, il livello più basso dalla Grande Recessione del 2007-2009. Gli analisti ci dicono che il secondo trimestre sarà ancora peggio con un ulteriore probabile calo del 30 percento. L’economia comincerà a respirare in parte per i 3mila miliardi di dollari di stimolo approvati dal governo ma la ripresa economica prenderà tempo. Nel 2009 ci vollero più di due anni per ritornare ai livelli della pre-recessione.
Trump continua ad insistere che gli Stati dovrebbero porre fine al lockdown (la chiusura) ma le incertezze della gente continuano specialmente in alcune parti severamente colpite come il nordest del Paese. I governatori degli Stati conservatori, che poco avevano fatto per ridurre i contagi, sono i primi a seguire i desideri di Trump e riaprire gradualmente i negozi, ristoranti ed altri luoghi pubblici ma l’insicurezza degli americani continua. Vale la pena rischiare il contagio del coronavirus per un taglio di capelli o una cena al ristorante? I sondaggi nazionali vedono Trump indietro a Biden di parecchi punti. I sondaggi che contano però sono quelli degli Stati in bilico che in fin dei conti determineranno l’esito finale. Anche qui Trump appare inguaiato. Il Washington Post ci informa che i sondaggi interni della campagna di Trump lo vedono perdere a novembre. Sempre secondo il Washington Post, il presidente sarebbe andato su tutte le furie una volta confrontato con questa realtà ed avrebbe minacciato di licenziare o denunciare Brad Parscale, il manager della sua campagna elettorale. By Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Pandemia e rischi sulle imprese

Posted by fidest press agency su domenica, 3 maggio 2020

La pandemia in atto impone una riflessione sui rischi attualmente gravanti sulle imprese esposte, da un lato, ad evidenti problemi di natura sanitaria, e, dall’altro, ai possibili fenomeni di organizzazione criminale. Sul tema, il Consiglio e la Fondazione Nazionale dei Commercialisti hanno pubblicato il documento “Vigilanza e modello di organizzazione, gestione e controllo ex D.Lgs. 231/2001 nell’emergenza sanitaria”, nel quale forniscono alcune indicazioni operative ai Commercialisti componenti di organismi di vigilanza che, nelle imprese dotate di modelli organizzativi ai sensi del D.Lgs. 231/2001, sono tenuti a monitorarne la corretta attuazione e il loro stato di aggiornamento.Nelle imprese che hanno adottato un modello organizzativo la vigilanza sui protocolli si fa, infatti, più serrata e i rischi devono essere costantemente monitorati: non solo quello epidemiologico, che evidentemente è il più rilevante in questa fase, ma anche quello di infiltrazione criminosa. Nel documento dei commercialisti si sottolinea che in tale fase diviene ancor più pregnante il ruolo dell’Organismo di vigilanza, chiamato a monitorare costantemente l’osservanza dei protocolli preventivi (in primis quelli di sicurezza sanitaria) da parte delle imprese e a comunicare agli amministratori le eventuali criticità riscontrate, sollecitandone il tempestivo intervento.Il documento individua sinteticamente i principali “rischi 231” connessi all’emergenza sanitaria e fornisce ai professionisti e agli organi societari una check-list esemplificativa delle attività di vigilanza che si rendono opportune in questa fase. Il tutto tenendo ben presente la circostanza che, non essendo munito di poteri di intervento, l’Organismo di vigilanza non potrà in alcun modo essere chiamato a rispondere in caso di omessa adozione da parte dell’impresa delle misure suggerite.

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Indagine HYPE: la pandemia ha cambiato i comportamenti degli italiani

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 maggio 2020

La crisi economica e sociale, senza precedenti del Covid-19, porterà con sé grandissimi cambiamenti, tra questi una maggiore apertura degli italiani verso il digitale. Fenomeno che si riscontra anche nel settore dei pagamenti in cui, per la prima volta nel nostro Paese, i pagamenti digitali, per spese fatte attraverso siti di e-commerce, hanno superato quelli nei negozi fisici (fonte Nielsen).
ll sorpasso per gli hyper è avvenuto il 10 marzo: proprio all’inizio dell’estensione delle misure lockdown e distanziamento sociale, utili a evitare la diffusione del virus. I pagamenti online hanno toccato quota 52% per portarsi al 63% il 23 marzo, di fatto invertendo le proporzioni registrate prima della quarantena. Sono numeri di rottura, per quanto ancora equilibrati e riferiti a un campione di consumatori evoluto, qual è quello degli hyper che tuttavia oggi, superando il milione di persone, è altamente rappresentativo. In tempi normali, secondo Casaleggio e Associati, l’e-commerce italiano ha un tasso di crescita annuo del 18% ma una penetrazione sul mercato complessivo molto bassa e distante dagli altri Paesi europei (62% contro il 93% del Regno Unito, il 91% dell’Olanda, l’88% del Germania, l’84% di Francia e Spagna). Anche sul fronte dei pagamenti il Paese è abbastanza all’inizio della sua parabola: pur segnando un aumento del 6,8% nel 2018, in valore assoluto le transazioni digitali sono ammontate solo a 80 miliardi rispetto ai circa mille miliardi di pagamenti annuali delle famiglie italiane (le transazioni con carta di credito valgono 240 miliardi di euro).Gli hyper hanno sempre privilegiato i pagamenti via app, ma nel negozio fisico (in Store). Come dimostra il grafico sottostante, l’esigenza di stare a casa ha fatto sì che cambiassero le loro abitudini privilegiando gli acquisti online.La necessità di stare a casa ha dato il via a una grande e improvvisa sperimentazione sul campo che con molta probabilità consentirà, anche nel ritorno alla normalità, una diffusione massiccia del digitale, dell’e-commerce e dell’utilizzo di strumenti di pagamento digitali che lo rendono più efficiente.
La pandemia da Covid-19 ha cambiato anche le abitudini di spesa per categoria, non sorprendentemente. HYPE registra un crollo di tutte le transazioni legate alle attività outdoor – ristorazione (-77%), i trasporti (-58%), viaggi (-72%) – e un incremento a doppia cifra di finanziamenti e prestiti (+37%) e operazioni legate ai servizi (assicurazioni e bollettini). Ma anche lo shopping ha segnato una crescita del 28%. Così come gli alimentari (+24%), specchio della corsa ad accaparrarsi viveri, anche online, che ha fatto andare in crash i siti anche delle maggiori GDO nazionali.Boom dell’elettronica (+45%) sulla scorta dell’impennata dello smart working: tutte le aziende di servizio stanno lavorando da remoto, spesso senza essere preparate (l’ultimo report del Politecnico di Milano sullo Smart Working rilevava a fine 2019 che il 51% delle PMI fosse disinteressato al tema) mentre la didattica a distanza è stata disposta per decreto del Miur, imponendo lezioni e interrogazioni online e innescando una corsa da parte delle famiglie all’acquisto di tablet suppletivi. Si rileva inoltre che la categoria cresciuta di più in assoluto sia quella delle donazioni (aumentate del 520%) a testimonianza della gara di solidarietà che gli italiani hanno fatto partire fin dall’inizio dell’emergenza.Tutte le Regioni hanno anticipato i Dcpm acquistando di più da casaI dati HYPE, segmentati a livello geografico, mostrano per tutte le regioni un saldo negativo tra crollo del fisico e aumento del virtuale: che vuol dire che per quanto siano aumentati i pagamenti digitali con carta essi non sono riusciti a compensare la perdita in termini di pagamenti fisici. In particolare, per Lombardia, Emila e Veneto, le prime regioni colpite dalla pandemia e dalle misure di contenimento la situazione è stata simile: a fronte di crolli di circa il 30% nei pagamenti fisici, la Lombardia ha visto aumentare i pagamenti digitali del 15%, l’Emilia Romagna del 23% e il Veneto del 20%. Le variazioni misurano il cambiamento di abitudini nel periodo del lockdown tra l’8 marzo e il 25 marzo rispetto alle due settimane precedenti pre-lockdown (19 febbraio – 7 marzo).Tutte le regioni, in maniera pressoché indistinta hanno segnato cali rilevanti, di circa un terzo delle transazioni fisiche con carta, segnale che gli acquisti nei negozi fisici sono iniziati a calare prima che le misure di lockdown fossero estese a livello nazionale e inasprite. Ma in molti casi questo calo non è stato compensato da un aumento rilevante dei pagamenti digitali: questo è vero in particolare per la Puglia (dove i pagamenti digitali non sono aumentati) a fronte di un calo del 35% del canale fisico; per Basilicata e Val D’Aosta (+2% a fronte di cali del fisico rispettivamente del 34% e del 32%). Anche Sardegna e Calabria hanno segnato aumenti solo lievi e la Sicilia addirittura un calo del 4% nei pagamenti digitali. Spiccano Abruzzo (+19% a fronte di un calo del 29% del fisico) e Marche (+14% contro -26%).
Quanto alle fasce di età sono gli under 18 i più impattati dal lockdown: per loro i pagamenti fisici sono diminuiti del 27% e del 20% per gli over 60, i più a rischio in questa pandemia. Mentre il cluster di età che ha cambiato meno le proprie abitudini – probabilmente perché già sbilanciate a favore del virtuale è la fascia 30-39 anni: i Millenial hanno visto i pagamenti fisici calare solo del 6%.

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Pandemia, eurobond e futuro dell’Unione europea

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 aprile 2020

By Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista. Chiamiamoli eurobond, non covid-bond. Sono, del resto gli strumenti finanziari di lungo periodo più importanti e virtuosi che l’Unione europea dovrebbe responsabilmente mettere in campo, e non in modo occasionale, in dimensioni notevoli e appropriate per il rilancio e per uno sviluppo continuo e duraturo del suo sistema produttivo e industriale, ora, di fatto, in gran parte fermato dalla pandemia. C’è chi vorrebbe chiamarli “recovery bond” perché, dice, il termine “eurobond” farebbe paura a molti. In realtà, se fosse solo così, si tratterebbe di un escamotage un po’ infantile per bypassare l’ostacolo. Come se chi li osteggia si facesse confondere da questo giochetto di parole. In realtà, i “recovery bond” potrebbero nascondere l’idea di un programma limitato e a tempo determinato, da accantonare subito dopo la ripresa economica. In ogni caso, se fosse l’inizio di un percorso virtuoso, sarebbero comunque ben accetti. Dopo che i rigidi parametri di austerità sono saltati dappertutto, anche nelle case dei più duri rigoristi, siamo travolti da un turbinio di centinaia, di migliaia di miliardi di euro e di dollari che i governi e le banche centrali dicono di voler disporre per affrontare l’emergenza. Toppi numeri e troppe parole: c’è il rischio che partoriscano il classico topolino. L’Unione europea ha sospeso il Patto di stabilità lasciando i governi liberi di decidere i loro interventi di sostegno all’economia e ai propri cittadini. Decisione giusta, non sufficiente. Il futuro dell’Unione europea si misurerà in rapporto alla capacità di programmare unitariamente la ripresa e il suo sviluppo continuo e congiunto. Perciò si dovrebbe elaborare un dettagliato programma di investimenti, proiettato in modo capillare verso tutte le regioni d’Europa. Valorizzarle e svilupparle non dovrebbe essere interesse soltanto locale e nazionale ma anche interesse generale dell’intero continente. Dopo la creazione dell’euro, la politica di sviluppo industriale e tecnologico e la creazione di nuova e qualificata occupazione sono il tassello principale per la realizzazione di uno Stato europeo davvero federale, cioè la realizzazione della tanto desiderata evoluzione dell’Unione europea. D’altra parte, è noto che dopo l’unione monetaria, dopo il mercato unico, dopo l’unione bancaria, è quasi naturale, oltre che necessario, attuare una difesa comune, un sistema fiscale unico e certamente anche un sistema industriale e occupazionale europeo unitario.
Questo piano di rilancio dell’economia europea, in tutte le sue componenti, oggettivamente esige l’emissione di titoli europei, cioè di obbligazioni pubbliche (eurobond) a lunga scadenza, eventualmente con rendimenti moderati, sicuri e fissi, garantite dall’Unione europea, quindi individualmente, congiuntamente, in solido, da tutti i Paesi membri. Sarebbe opportuno prevederne anche l’esenzione da imposte, totale o parziale. In questo modo, dopo una prima sottoscrizione coperta dal bilancio dell’Unione europea e anche dagli acquisti della Banca centrale europea, dette obbligazioni sarebbero dei safe asset che avrebbero un appeal sul mercato per i grandi investitori istituzionali di lungo termine, europei e internazionali. Non solo le assicurazioni e i fondi pensione, sarebbe così sollecitato e coinvolto anche il risparmio delle famiglie. Da decenni si parla di eurobond, come pilastro portante dell’Unione europea. Per primo fu Jacques Delors, presidente della Commissione, nel 1994. Fu, poi, Romano Prodi, d’accordo con il cancelliere tedesco Helmut Kohl a rilanciare l’idea. In seguito divenne anche un cavallo di battaglia di Giulio Tremonti, insieme al presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. La crisi finanziaria globale del 2008, invece di spingere l’Europa verso una politica economica comune, purtroppo, fece emergere gli egoismi nazionali e l’ideologia del “rigore” e dell’austerità, imposta poi ai Paesi più deboli e indebitati. E gli eurobond sono finiti nel dimenticatoio. Oggi, per chiarezza e per tranquillità di quelle forze politiche “austere ma poco solidali” occorre sapere che gli eurobond non mutualizzano i debiti esistenti dei singoli Paesi membri. Gli Stati cosiddetti “virtuosi” non darebbero, quindi, la loro garanzia sui debiti pregressi degli altri Paesi. Ovviamente gli eurobond non sono trasferimenti di soldi da un Paese all’altro. Sono, invece, il meccanismo del completamento naturale della moneta unica. Sarebbero strumenti di finanziamento mirato soltanto per investimenti in infrastrutture, nuove tecnologie, modernizzazioni industriali, ricerca, educazione, sanità e in altri settori produttivi sull’intero territorio europeo.
La parola “solidarietà”, che dovrebbe caratterizzare uomini e Stati, spesso è erroneamente usata come fosse l’aiuto “peloso” del benefattore verso l’indigente. Con gli eurobond si vuole, invece, manifestare la volontà di uno sviluppo congiunto, in un momento in cui l’intera società europea è “attaccata” da un nemico esterno, da un coronavirus che non fa distinzioni di sorta.
L’emissione di questi eurobond potrebbe essere affidata a un veicolo già esistente e operante come la Banca europea degli investimenti. Con gli eurobond l’Europa farebbe un bel passo in avanti nel cammino ipotizzato dai Padri Fondatori. Senza, quindi, non una perdita per l’Italia ma per l’Europa. E sarebbe un duro colpo alla sua credibilità, alla sua visione, alla sua stessa esistenza.

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Rilancio delle economie europee provate dalla pandemia di Covid-19

Posted by fidest press agency su domenica, 26 aprile 2020

Il Consiglio e la Fondazione Nazionale dei Commercialisti hanno pubblicato la informativa periodica “Attività Internazionale”, un approfondimento sulle misure economiche attuate in ambito europeo ed internazionale per contrastare l’emergenza epidemiologica. Sotto i riflettori la riunione di oggi dei capi di Stato e di Governo UE che porterà alla nascita dello European recovery fund, lo strumento che dovrà finanziare prima la ricostruzione e successivamente il rilancio delle economie europee provate dalla pandemia di Covid-19. Intanto il Parlamento europeo nella riunione di venerdì scorso ha raggiunto un compromesso sugli interventi da adottare per superare lo choc economico, approvando una risoluzione non vincolante sulla mutualizzazione dei debiti pubblici. Sostanzialmente semaforo verde per recovery bond garantiti dal budget UE, e stop ai corona bond, con l’invito agli Stati ad utilizzare il MES. Nella stessa seduta, il Parlamento si è espresso a favore della rapida attuazione di una serie di proposte della Commissione per rispondere allo shock economico provocato dalla pandemia. Tra gli altri temi approfonditi dall’informativa, l’adozione da parte del Consiglio di un regolamento che istituisce una “tassonomia”, a livello dell’UE, inteso a fornire alle imprese e agli investitori un linguaggio comune per individuare le attività economiche considerate ecosostenibili. La classificazione consentirà agli investitori di riorientare gli investimenti verso tecnologie e imprese più sostenibili e sarà determinante per consentire all’UE di diventare climaticamente neutra entro il 2050 e raggiungere gli obiettivi fissati per il 2030 dall’accordo di Parigi. Fra tali obiettivi rientra la riduzione del 40% delle emissioni di gas a effetto serra per la quale la Commissione stima che l’UE debba colmare un divario di investimenti pari a circa 180 miliardi di euro l’anno. Il regolamento deve ora essere adottato dal Parlamento europeo in seconda lettura prima che possa essere pubblicato nella Gazzetta ufficiale ed entrare in vigore. Il documento si conclude con un focus sull’OCSE che ha aggiornato il documento di valutazione dell’impatto iniziale delle misure di contenimento Covid-19 sull’attività economica e fornito indicazioni sul ruolo delle politiche fiscali per rafforzare fiducia e resilienza.

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Chryso Italia investe nella sicurezza sul lavoro anche durante la pandemia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 aprile 2020

L’emergenza Coronavirus non ferma l’operatività di Chryso Italia, filiale dell’omonimo gruppo francese e dal 1997 leader nel settore degli additivi in ambito edilizio, che ha messo in campo numerose iniziative ed energie con l’obbiettivo di preservare la salute dei dipendenti anche durante la pandemia garantendo allo stesso tempo la continuità della propria operatività e del supporto ai clienti: dalla fornitura di PC, reti WPN e cellulari per lo smart working, all’allestimento di nuove postazioni nel rispetto del distanziamento sociale previsto dal D.P.C.M., fino alla creazione di spazi di lavoro muniti di disinfettanti per agevolare la forza lavoro rimasta in magazzino e garantire un servizio costante alla clientela. E ancora, nell’ottica di un aggiornamento continuo su prodotti e nuove normative, l’azienda ha organizzato webinar formativi con relatori pronti a esporre quanto messo in programma, combattendo il disagio degli spostamenti resi impossibili dalla pandemia. Ma non è tutto, perché Chryso da sempre mette al centro della propria politica la sicurezza sul posto di lavoro ed è per questo che ha raggiunto l’importante traguardo più di 6000 giorni senza infortuni in tutti i siti produttivi, un risultato raggiunto grazie alla formazione continua, alla sensibilizzazione ed al coinvolgimento di tutto il personale. “Nonostante l’emergenza sanitaria in atto abbia reso difficoltosi gli spostamenti e bloccato numerose attività operative noi non ci siamo mai fermati, continuiamo infatti a fornire alla nostra clientela un servizio chiaro e veloce, adottando una rete informatica rapida e garantendo la massima efficienza di sempre, il tutto nel pieno rispetto delle linee guida di sicurezza – ha spiegato Paolo Novello, CEO di Chryso Italia – Aver raggiunto più di 6000 giorni senza infortuni è per noi motivo di grande orgoglio soprattutto in questo periodo dove è fondamentale prestare attenzione alla sicurezza sul posto di lavoro per sconfiggere questo terribile virus. A tal proposito tengo a sottolineare l’aiuto prezioso dei nostri dipendenti che sin dai primi sentori della pandemia si sono adattati a lavorare in condizioni diverse da quelle abituali e hanno garantito la realizzazione di prodotti che da sempre rendono la nostra azienda leader nel settore dell’edilizia”.

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Africa: conflitti e pandemia di coronavirus

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 aprile 2020

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha intensificato gli sforzi volti a proteggere milioni di persone vulnerabili che in Africa occidentale e centrale sono esposte ai nuovi rischi derivanti dall’effetto combinato dei conflitti e della pandemia di coronavirus. Con 5,6 milioni di sfollati interni, 1,3 milioni di rifugiati, 1,4 milioni di rimpatriati ancora bisognosi di assistenza, e 1,6 milioni di apolidi, l’Africa occidentale e centrale ha una delle popolazioni di persone costrette ad abbandonare le proprie case di più vaste dimensioni di tutto il continente.Nella regione del Sahel, in Africa occidentale, il conflitto armato e gli attacchi ai danni dei civili hanno costretto alla fuga quasi 3 milioni di persone, di cui quasi un milione a partire da gennaio 2019, e oltre 5 milioni di persone ora devono sopravvivere con ridotte scorte alimentari.L’UNHCR esprime preoccupazione anche in merito alla possibilità che le persone in fuga possano essere respinte verso aree in cui vigono situazioni di pericolo, considerato che i potenziali movimenti di maliani, nigeriani, nigerini, camerunensi e sudanesi in cerca di protezione internazionale potrebbero essere ostacolati dalle restrizioni imposte. Oltre alla precarietà delle situazione in materia di sicurezza (specialmente nelle regioni del Sahel e del bacino del Lago Ciad), le restrizioni dovute al COVID-19 stanno inoltre impedendo agli aiuti umanitari di raggiungere le persone che hanno bisogno di assistenza.
In Burkina Faso, i rifugiati maliani sono fuggiti dagli attacchi perpetrati da gruppi armati ai danni del campo in cui vivevano a Goudoubo. Alcuni si sono rifugiati presso i sovraffollati insediamenti di sfollati interni presenti nel Paese. Il luogo in cui si trovano gli altri non è conosciuto. Anche le attività dell’UNHCR, tra cui la consegna di carte d’identità e lo svolgimento di altre procedure amministrative, sono attualmente sospese.
Nella Repubblica Centrafricana, il personale dell’UNHCR riferisce di gruppi armati che, in alcune località, costringono le persone sfollate a fare ritorno nelle loro terre d’origine, facendone capri espiatori per la potenziale diffusione del COVID-19.
In Mali, le campagne di sensibilizzazione su violenza sessuale e di genere (Sexual and Gender-based Violence/SGBV), diritti umani e coesione sociale, realizzate dall’UNHCR e dai partner sono temporaneamente sospese al fine di limitare le occasioni di assembramento in pubblico.
In Niger, l’accesso degli aiuti umanitari, già limitato nelle regioni settentrionali di Tahoua, Tillabery e Diffa per effetto dei crescenti episodi di violenza, è ora ulteriormente ridotto a causa della pandemia. Il programma di reinsediamento di rifugiati vulnerabili evacuati dalla Libia e attualmente in transito è temporaneamente sospeso a causa delle rigide restrizioni alla circolazione imposte in tutto il mondo. Malgrado le criticità che affliggono l’intera regione, l’UNHCR e gran parte del personale impegnato in prima linea continuano a lavorare. All’insegna del motto “Restiamo ad assicurare assistenza”, le operazioni dell’Agenzia si stanno adeguando alla situazione pur di raggiungere tutti coloro che hanno disperato bisogno d’aiuto. Il personale sul campo sta iniziando a garantire aiuto da remoto e a concentrare la gestione dell’assistenza in denaro per sostenere le popolazioni sfollate, tra cui vittime e sopravvissuti a SGBV e donne a rischio. Le misure prevedono consultazioni telefoniche online in linea con le raccomandazioni di distanziamento sociale volte a ridurre i rischi di contagio.Si stanno adeguando le attività didattiche in risposta alla diffusa chiusura delle scuole, che ha interessato oltre 140 milioni di bambini in tutta la regione. Questi dati includono i bambini sfollati inseriti nei sistemi d’istruzione nazionali.
In Burkina Faso, la situazione è particolarmente drammatica a causa del numero di persone in fuga senza precedenti. L’UNHCR sta valutando la possibilità di trasferire alcuni tra coloro che vivevano a Dori presso il campo rifugiati di Goudoubo, che allo stato attuale è vuoto, ma dispone di impianto di approvvigionamento idrico, servizi igienico-sanitari e ambulatori.
In Camerun, nella regione orientale e in quella di Adamawa, il personale adibito alla registrazione ha messo a punto strumenti che consentono di riprendere la procedura di registrazione degli ospiti dopo una settimana di sospensione.
Dal momento che i rifugiati urbani attualmente sono tra i civili maggiormente colpiti dalle restrizioni alla circolazione, l’UNHCR ha istituito un servizio telefonico gratuito per organizzare l’accoglienza di rifugiati e richiedenti asilo su appuntamento per quanto concerne la registrazione delle nascite e il rilascio di documenti.
In Ciad, si sta prendendo in considerazione la possibilità di effettuare la registrazione a domicilio per il nuovo campo di Kouchaguine, nella città di Farchana, su richiesta del governo. Materiali informativi e di sensibilizzazione sono condivisi regolarmente con i leader delle comunità. L’UNHCR, inoltre, sta lanciando un servizio volto a garantire continuità allo svolgimento delle attività di protezione dei minori.
Nella Repubblica Centrafricana (CAR), circa 30 referenti stanno assicurando continuità alle attività di monitoraggio delle esigenze di protezione nonostante la pandemia di COVID-19. Inoltre, sono stati istituiti un servizio di assistenza telefonica e un meccanismo di sorveglianza comunitario per monitorare le aree principali presso cui le persone in fuga hanno fatto ritorno.
L’UNHCR sta pianificando la distribuzione di un numero supplementare di teli impermeabili e kit di emergenza per decongestionare gli insediamenti di sfollati e incrementare le opportunità di praticare distanziamento sociale e fisico all’interno di questi siti.
In Mali, a Timbuctu e in altre località, continuano le attività di sensibilizzazione rivolte a bambine e bambini in materia di diritti dell’infanzia e prevenzione del COVID-19.
In Niger, l’UNHCR sta lavorando con le autorità per acquistare e distribuire materiali: matite e quaderni, nonché radio. È stato siglato un partenariato con una radio locale per poter continuare i programmi didattici tramite la trasmissione sulle radio locali in tutto il Paese. Si stanno producendo programmi di autoapprendimento e brochure per gli studenti iscritti agli ultimi anni di corso e i per rifugiati nigeriani che frequentano i Centri di insegnamento a distanza nella regione di Diffa.Sempre in Niger, l’UNHCR sta individuando i siti sovraffollati e ha iniziato a pianificare una gestione degli spazi che permetta di rispettare le distanze necessarie tra gli alloggi. Nel campo di Sayam Forage, l’unico campo rifugiati ufficiale del Paese, è in fase di costruzione un’area di transito supplementare.Nella Nigeria nordorientale, rifugiati, rimpatriati e richiedenti asilo continuano ad arrivare dai Paesi limitrofi, nonostante i confini siano chiusi. L’UNHCR sta dando seguito alle misure adottate dal governo per garantire lo svolgimento dei controlli sanitari oltre che l’accesso al territorio.I campi di sfollati interni nello Stato di Borno sono sovraffollati e questo rende impossibile il distanziamento sociale. L’UNHCR sta lavorando col Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) per ampliare i campi e le recinzioni a Banki, Ngala e Bama.
È necessario garantire maggiore sostegno per rispondere alle principali esigenze rilevate nella regione, tra cui la richiesta di un numero ulteriore di personale sanitario formato per rispondere nelle emergenze e adeguate unità di terapia, in particolare nelle aree remote in cui sono accolti rifugiati e sfollati. Nell’ambito del Piano di risposta umanitaria globale delle Nazioni Unite contro la crisi, l’UNHCR ha lanciato un Appello di emergenza per la raccolta di 255 milioni di dollari da destinare alla realizzazione di interventi e preparativi salvavita in risposta alla pandemia da COVID-19.L’ufficio dell’UNHCR per l’Africa occidentale e centrale è competente per 21 Paesi: Benin, Burkina Faso, Camerun, Capo Verde, Repubblica Centrafricana, Ciad, Costa d’Avorio, Guinea Equatoriale, Gabon, Gambia, Ghana, Guinea, Guinea Bissau, Liberia, Mali, Niger, Nigeria, São Tomé e Príncipe, Senegal, Sierra Leone e Togo.

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Le incognite del “mondo nuovo” dopo la Pandemia

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 aprile 2020

di Donato Speroni. Per l’Europa il rischio è di un passo indietro in termini di solidarietà fra Stati e competitività. Per tacere dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, che il mondo intero si era posto come obiettivo primario e della quale probabilmente purtroppo rimarrà solo la copertina.Così scrive Roberto Srelz, direttore del sito Trieste all news, ed è un interrogativo che non possiamo eludere. Ha ancora un senso parlare di Agenda 2030, dei suoi 17 Obiettivi quantificati e misurati su 169 target, con quello che sta succedendo? Abbiamo scritto cento volte che l’Agenda 2030 è una bussola, un punto di convergenza tra tutti i Paesi per costruire un mondo sostenibile. Ma il percorso nel quale doveva guidarci è ora sconvolto da una crisi che stravolge tutti i punti di riferimento. Abbiamo ancora la bussola, ma il terreno sul quale dobbiamo procedere è disastrato, le vecchie mappe non servono più, come una carta stradale dopo un terremoto.È chiaro che molti passaggi dovranno essere rivisti. Per esempio, il target 3.6, che imponeva di dimezzare entro quest’anno la mortalità per incidenti stradali e che sembrava irraggiungibile, forse potrà essere facilmente conseguito, se le auto devono restare nei box. Ma nulla può escludere che il problema si ripresenti tal quale alla fine della crisi. Certamente sarà più difficile raggiungere tutti gli Obiettivi legati alla povertà, alla fame, alle diseguaglianze, in un mondo impoverito nel quale sembrano accentuarsi le distanze tra chi ha i mezzi per assicurarsi una sopravvivenza dignitosa e chi invece vede crollare i precari puntelli della sua sopravvivenza.Tuttavia, caro Srelz, sta a tutti noi operare nella consapevolezza che i profondi cambiamenti in corso mettono in discussione i meccanismi collettivi e pongono interrogativi che riguardano non solo il prossimo decennio, ma l’intera visione del futuro. Siamo di fronte a domande complesse, in parte inaspettate, che però investono proprio gli obiettivi e i valori dell’Agenda; forse si potranno anche trovare percorsi nuovi per raggiungere gli Obiettivi. Offro alla vostra riflessione una serie di probabili cambiamenti, senza pretendere di indicare se giocheranno “a favore” o “contro” l’Agenda 2030. Ma pensiamoci. (fonte: asvis)

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Pandemia e divagazioni

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 aprile 2020

Ognuno di noi, in queste lunghe giornate casalinghe, ha le sue modalità per sfuggire all’eccesso di bombardamento mediatico sulla pandemia: musica, narrativa, vecchi film, lettura dei classici (ma anche qui, da Tucidide a Virgilio, da Boccaccio a Manzoni, non è difficile imbattersi nelle epidemie).Ma non possiamo evadere dalla drammatica realtà di oggi, tanto più che il futuro (interno, europeo e internazionale) sarà inevitabilmente segnato dalle modalità con cui affrontiamo il presente.È azzardato affermare che “nulla più sarà come prima”. Anzi c’è il rischio che, usciti dall’emergenza sanitaria, si ricominci come prima, con le stesse discriminazioni e disuguaglianze (di dignità, di potere, di conoscenza, di ricchezza, di reddito, etc.).Noi continuiamo con tenacia ad indicare la stella polare rappresentata dall’art. 3, secondo comma della Costituzione italiana: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.»Come ha scritto recentemente Marco Revelli, nulla più deve essere come prima.Oggi vogliamo segnalarvi tre interessanti interventi, molto diversi tra loro. Scusandoci con coloro (non certo pochi) che li avessero già letti, ci sembra importante sottoporre alla vostra attenzione analisi e proposte importanti, per l’oggi e per il domani.Il primo costituisce una delle più approfondite analisi delle prospettive italiane ed è stato pubblicato su Civiltà Cattolica, la rivista dei gesuiti.Il secondo è un articolo pubblicato da Internazionale su “Il Mondo dopo il virus”.Il terzo, di Arundhati Roy, pubblicato sul Financial Times e tradotto da GlobalProject, analizza la situazione dell’India ed è una testimonianza diretta di cosa possa significare “crisi sanitaria” e di quali tratti apocalittici una crisi del genere possa assumere nella cosiddetta “più grande democrazia del mondo”, contrassegnata da profonde disuguaglianze e da terribili discriminazioni sociali, attraversata da sanguinosi scontri etnici e religiosi, governata da un partito confessionale e da un leader integral-populista, che coltiva il culto della sua persona. (By Franco Ippolito. Fonte: Fondazione Lelio e Lisli Basso)

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