Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 275

Posts Tagged ‘parola’

Prendere la parola

Posted by fidest press agency su martedì, 28 maggio 2019

Di fronte al riemergere di pulsioni che partono dal populismo per arrivare all’autoritarismo, “è il tempo di uscire dall’astensione, dal prendere cautamente le distanze, dalla litania dei distinguo. Questo è il tempo del coraggio”. Sono le parole del direttore di Repubblica Carlo Verdelli nell’editoriale di presentazione del restyling del quotidiano. “In questo giornale”, conclude, “abbiamo già deciso: alzeremo la voce”. Dagli striscioni contro il ministro dell’Interno Matteo Salvini esposti sui balconi (Valigia Blu) alla risposta del direttore del Tg di La7, Enrico Mentana, alle critiche sui contenuti dei telegiornali italiani (La7), emerge sempre più l’esigenza di “alzare la voce” e “prendere la parola”. E spesso sono figure femminili a farlo, inserendosi in un percorso di manifestazione del dissenso che molte donne in Italia hanno espresso, finendo in alcuni casi per essere oggetto di critiche e attacchi.La vocazione a dissentire – In questo contesto, appare cruciale allora il ruolo degli intellettuali, in particolare quelli “eterodossi”, che con il loro pensiero non allineato rendono possibile la dinamica del mutamento. Oggi chi fa ricerca, chi produce e promuove cultura deve avere il coraggio di esserci. Non per somministrare ricette salvifiche, ma per offrire un argine alla lettura propagandistica dei fatti, per non arrendersi al monologo piatto del “non c’è alternativa”, per allentare – con il potere del racconto e della condivisione di informazioni ed esperienze – la diffidenza che oggi sfilaccia il legame sociale. Di questi tempi serve restare e rimboccarsi le maniche.

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Studenti: “Difendete la vostra libertà con il coraggio della parola”

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 novembre 2018

Difendere la libertà ed essere protagonisti della propria vita per un reale cambiamento e perché la comunità sia sempre migliore e più somigliante a come la si vuole. Questo il messaggio partito oggi dall’Istituto Superiore “Fermi” di Catanzaro, dove l’Fsp Polizia – Federazione sindacale di Polizia ha organizzato la presentazione del libro “Fai silenzio ca parrasti assai”, scritto dal procuratore aggiunto di Cosenza, Marisa Manzini. Il magistrato, i vertici del Sindacato di Polizia e l’associazione Fervicredo (Feriti e Vittime della criminalità e del Dovere), cui la Manzini ha scelto di destinare tutti i proventi del libro, hanno parlato agli studenti delle terze, quarte e quinte classi partendo dal volume in cui la Manzini ha raccolto tante esperienze di una vita vissuta contrastando la ‘ndrangheta, per diffondere un forte segnale di speranza e di coraggio spronando i giovani ad essere i veri autori di una svolta per una terra bellissima e ricca di potenzialità come la Calabria, imparando a fare scelte nette che testimonino da quale parte si intende stare.“Saper scegliere dalle piccole cose di ogni giorno fino ai grandi momenti della propria vita restando senza compromessi nell’alveo della legalità, rifiutando i compromessi e ribellandosi a chi vuole imporre silenzio e omertà”, questo è stato il motivo conduttore di tutti gli interventi che si sono susseguiti dopo i saluti della dirigente scolastica, Teresa Agosto, moderati da Giuseppe Brugnano, Segretario nazionale Fsp Polizia. “Sono convinta che il contrasto alla criminalità e alla cultura mafiosa non può essere limitato alla pur fondamentale azione repressiva, ma è indispensabile una rivoluzione delle coscienze, un’assunzione di responsabilità da parte di ogni cittadino, del coraggio e dell’onestà nelle piccole e grandi scelte di ogni giorno. E’ necessaria anche la rivoluzione della parola” ha aperto la strada l’onorevole Wanda Ferro, componente della Commissione parlamentare antimafia che, trattenuta a Roma per i lavori a Montecitorio, ha affidato il suo pensiero a un messaggio letto ai presenti.“E’ indispensabile capire quando dire sì e quando dire no, senza se e senza ma – ha detto poco dopo il deputato Antonio Viscomi -, sapendo riconoscere i comportamenti mafiosi che possiamo avere intorno in tutti i contesti, perché il mafioso non è più quello con la coppola, ma chiunque intenda usare un potere di condizionamento delle nostre scelte. Ma saper scegliere liberamente è indispensabile, perché non possiamo delegare ad altri le nostre scelte quotidiane. Attraverso quelle – ha concluso il parlamentare facendo un appello ai ragazzi – a voi è affidata l’opera di rigenerazione di questa società, a noi, politici in primis, quella di dimostrare la credibilità delle istituzioni”.“Due sono le cose fondamentali in cui credo specie dopo la mia esperienza di vita – ha detto poi Mirko Schio, presidente di Fervicredo, costretto su una sedia a rotelle quando, da poliziotto, fu gravemente ferito in un conflitto a fuoco con dei trafficanti di armi -. Una è l’importanza di scegliere da che parte stare, subito e sempre, specie da ragazzi quando si ha una vita di fronte a cui dare un senso; e l’altra è capire che nulla è impossibile, ma che ciascuno può e deve trovare il modo di dare il proprio contributo per cambiare le cose in meglio, come io ho imparato a fare seduto su questa carrozzina, da cui lavoro ogni giorno con tanti amici di Fervicredo per migliorare la vita di altri”.“Siamo poliziotti e oggi stiamo qui con voi per ribadire che Forze dell’ordine e magistratura sono sempre al vostro fianco in difesa della libertà – ha voluto rimarcare Franco Maccari, Vice Presidente nazionale Fsp -. E lo facciamo anche in questo modo, andando al di là del nostro servizio quotidiano, proprio come la dottoressa Manzini che, con una generosità non comune, oltre a sacrificarsi ogni giorno per la legalità si spende soprattutto per i giovani. Il senso di tutto questo è uno: e cioè che il nostro lavoro continuo e costante non può bastare senza il vostro coinvolgimento. Perché senza l’impegno delle singole persone nel fare quotidiano un vero cambiamento non si può realizzare”.“Voi siete una generazione che ha una marcia in più – ha detto ai ragazzi insistendo sul tema anche Valter Mazzetti, Segretario Generale Fsp Polizia -, perché avete lo strumento della parola e della denuncia rispetto a temi come la ‘ndrangheta che fino a qualche anno fa ancora qualcuno addirittura negava esistesse. Avete gli strumenti per difendere la vostra libertà, per affermare la vostra dignità, per tradurre in gesti concreti il coraggio che serve per essere protagonisti delle proprie vite, rifiutando scorciatoie e convenienze che portano alla schiavitù, magari scegliendo strade più lunghe e faticose ma che portano alla reale affermazione di se stessi. Strumenti che dovete usare con fiducia, perché troverete sempre Forze dell’ordine e magistrati al vostro fianco, troverete sempre chi vi scolta, chi vi protegge, chi vi sostiene, in qualsiasi circostanza. Avete la certezza che noi ci siamo, quindi l’unica cosa che resta da capire è se voi volete essere da questa stessa parte”.
“Abbiamo il dovere di tenere quei comportamenti che diano vita a una società così come la vogliamo, usando il dirompente potere della parola e della denuncia – ha rimarcato in una diversa maniera anche il procuratore Manzini parlando del suo volume -. E il titolo che ho scelto per il libro, riportando le parole di un boss di ‘ndrangheta, è chiarissimo in questo senso, perché se la criminalità vuole il silenzio allora noi dobbiamo fare una sola cosa: parlare. Se io non ho il coraggio di dire ciò che non accetto, e di denunciarlo, allora io quella cosa la avallo. Ma in realtà parlare e rifiutare certi comportamenti dovrebbe essere la normalità. Una normalità di cui ci dobbiamo riappropriare, con il sostegno che in questo senso ci viene dalle Forze dell’ordine e dalle altre istituzioni, perché la criminalità si crede e vuole apparire forte, ma noi, tutti insieme, siamo più forti”.

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Dimitte voces accipe sensum

Posted by fidest press agency su giovedì, 1 marzo 2018

Tralascia la parola, cogli il senso. E’ questa la regola d’oro tra quanti ascoltano il “vociare” della politica, fatta di promesse, di bugie, di disinformazione, di provocazioni e chi più ne ha più ne metta.
Abbiamo tante, tantissime parole in libera uscita che è arduo dare loro un ordine, una misura, una spiegazione logica. E’ che, come nel detto latino, dobbiamo abituarci, per vederci chiaro, a capire ciò che si nasconde dietro il paravento delle parole. Le promesse elettorali di questi giorni rappresentano un campione di parole vendute al vento, raccolte dagli ingenui, smerciate dai furbi e dagli opportunisti delle opposte fazioni per gli usi di comodo. Se fossimo andati diritto alle riserve mentali che opportunamente nascondevano e ne avessimo colto il senso, con molta probabilità oggi saremmo più arrabbiati di prima, più offesi nei confronti di chi ha carpito la nostra buona fede, per aver fatto mercimonio delle nostre idee e principi.
Possibile che non siamo tanto maturi da andare oltre e fermarci solo per coglierne il senso? (Riccardo Alfonso)

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Storia e storia della parola: il caso “patria”

Posted by fidest press agency su sabato, 10 febbraio 2018

Perugia martedì, 13 febbraio, ore 14.00 Palazzina Valitutti, Sala professori Francesco Bruni, professore di Storia della lingua italiana all’Università Ca’ Foscari di Venezia, accademico della Crusca, dei Lincei e degli Agiati, terrà una conferenza sulla storia della parola e sul caso ‘patria. L’evento s’inserisce nell’ambito delle attività didattiche promosse dalla Scuola di dottorato in scienze umane e sociali della Stranieri, diretta dalla professoressa Giovanna Zaganelli che si articola in comunicazione della letteratura e della tradizione culturale italiana nel mondo; cooperazione alla pace e allo sviluppo; scienza del libro e della scrittura; scienze del linguaggio.
Professor Bruni sul significato di ‘patria’: si tratta di una parola importante?
“È importante perché appartiene a una famiglia di parole che dimostra, tanto per fare un esempio, come ci sia una grande elasticità nei significati che le parole che possono avere. Patria deriva da ‘pater’, quindi è una parola che, insieme con ‘madre’, ci riporta alle origini della vita. È una parola profondamente legata alla biologia. È una parola della ‘famiglia’ in senso stretto: marito moglie, padre, madre e figli. Per lo Stoicismo, una delle correnti filosofiche della cultura greca classica, la patria del sapiente è il mondo. Andiamo dallo stretto ‘privato’ della famiglia mononucleare al mondo come patria del sapiente, che non è legato ad una città, ad uno Stato, perché con la sua sapienza può abitare dappertutto. Si passa dal privato all’universale e dalla concretezza della biologia, e della realtà familiare, all’astratto”.
Francesco Bruni, nato a Perugia, è un linguista e storico della letteratura italiana. Ha studiato Lettere classiche all’Università di Napoli, allievo di Salvatore Battaglia, con cui si laureò nel 1965, discutendo una tesi di filologia romanza. Autore di importanti e numerosi libri diventati pilastri nel mondo accademico nazionale e internazionale, e soprattutto tra gli studenti e appassionati di Storia della lingua.

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Terrorismo: La parola e la retorica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 agosto 2017

terrorismo“Mentre l’Europa è sotto attacco da parte di fondamentalisti islamici che colpiscono le nostre società nella propria intimità, facendoci capire (se solo lo capissimo) che da nessuna parte saremo al sicuro dal loro odio, il Premier Gentiloni che fa? Rilancia con la scellerata proposta dello ius soli e con la becera retorica dei muri brutti e cattivi”. Lo dichiara l’On. di Forza Italia Sandra Savino.
“Viene da domandarsi – continua Sandra Savino – se si tratti di una presa in giro, di uno scherzo di cattivo gusto o di una forma di schizofrenia delirante. Perché davvero ce ne vuole di coraggio, con dei cadaveri di italiani ancora caldi, a fare proposte del genere. Una tempistica veramente geniale, complimenti!”“Penso – prosegue la parlamentare – che dovere di chi ricopre una carica come quella di Primo Ministro sia non solo di rispettare l’intelligenza dei cittadini evitando di dire banalità e idiozie del genere e di interpretare i sentimenti di rabbia e di sconforto che ad ogni attentato tornano naturalmente a galla ma quello di dare risposte vere e concrete, che vadano oltre la trita e ritrita, ammuffita e offensiva retorica del ‘vogliamoci bene’”. “Con quella, caro Presidente, si ottiene forse qualche consenso nei salotti della sinistra sedicente intellettuale, non si rappresenta di certo lo stato d’animo di sempre maggiore tensione, esasperazione e paura che si respira nelle periferie delle città di questo Paese”, conclude l’esponente di Forza Italia.

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Vita da cani. Capiscono parole e tono della voce: gli manca la parola?

Posted by fidest press agency su sabato, 3 settembre 2016

animali_domestici“Pappaaaa!!!”. La parola e’ magica: si interrompe qualsiasi attivita’, anche quella preferita del mio amico carlino, cioe’ dormire. Mi punta in piedi sulle quattrozampe, posizione plastica, occhi sgranati fuori dalle orbite, testolina leggermente piegata sulla destra, alternata alla sinistra. Linguetta leggermente fuori, insomma espressione di facile lettura, Perry e’ pronto allo scatto per la ciotola.
I cani hanno la capacita’ di distinguere i vocaboli e l’intonazione della voce umana. Ma, e questa e’ la vera novita’ scientifica, lo fanno attraverso regioni del cervello simili a quelle che usano gli uomini. Lo dimostra un nuovo studio che appare su ‘Science’, a firma di scienziati della Semmelweis University di Budapest (Ungheria).
“Si va al bar?” Espressione miracolosa e Leon si presenta alla porta e guarda guinzaglio, bandana e attrezzatura varia utile per andare in quel luogo di delizie chiamato “bar”. Al “bar”, infatti, se ti presenti a quattrozampe e con la coda, fai la faccia da morto di fame, occhio languido e goccia che cola dalla bocca, c’e’ la certezza che dall’alto cadano una marea di prelibatezze.
Attila Andics, etologo della Eötvös Loránd University di Budapest, ha misurato l’attivita’ neurale di 13 cani addestrati per rimanere immobili in una risonanza magnetica funzionale (fMRI), mentre ascoltavano una serie di frasi pronunciate dal loro addestratore. I cani hanno udito complimenti pronunciati in tono di lode; complimenti pronunciati in tono neutrale; e parole senza significato emesse sia in tono di lode, sia neutro. L’emisfero sinistro si e’ attivato in modo preferenziale per distinguere le parole con un significato da quelle senza senso, proprio come avviene nell’uomo, e in modo indipendente dall’intonazione; quello destro e’ apparso invece attivo nel discriminare le parole pronunciate in tono di lode da quelle neutre (un meccanismo che vale per tutti i suoni umani o canini, e non solo per le parole di senso compiuto).
“Chi e’ stato?” se davanti ad un qualche danno dico questa frase con tono arrabbiato, la risposta e’ nel loro comportamento: sguardo basso o girato da un’altra parte, coda tra le gambe. C’e’ mi si struscia addosso per farmi giocare e distrarre e chi quando possibile scappa via dal luogo del misfatto! Ma dalla faccia, il colpevole si trova sempre. Indizio o prova certa che sia!
Ancora sicuri che gli manchi la parola? (Donatella Poretti, curatrice della rubrica Aduc “Vita da cani”)

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Paolo Curtaz: Sul dolore

Posted by fidest press agency su domenica, 27 maggio 2012

Parole che non ti aspetti 3ª edizione marzo 2012 Collana DIMENSIONI DELLO SPIRITO Formato 13,5 x 21 cm – BROSSURA Numero pagine 252 CDU 22H 226 ISBN/EAN 9788821572937 Prezzo copertina € 15,00 Al cuore del mistero del dolore e della sofferenza. Il saggio più intenso di Paolo Curtaz. Perché esistono il dolore e la sofferenza? Paolo Curtaz riflette su uno dei grandi misteri della vita di ogni persona. La sofferenza, specie la sofferenza dell’innocente, è l’unica seria obiezione all’esistenza di un Dio buono e compassionevole e, da sempre, rappresenta un problema serio per chi accoglie il volto del Padre che Gesù ci ha svelato. Perché soffriamo? A cosa serve il dolore? Questo saggio riflette, con semplicità , sulla sofferenza, interrogando la Parola di Dio, senza voler dare una risposta esaustiva che la Bibbia stessa non offre. Paolo Curtaz, uno degli autori spirituali più apprezzati e originali di questi anni, porta in questo volume intenso e profondo vicende personali e di altre persone segnate dal dolore, senza nessuna pretesa di dare risposte scontate, ma con il desiderio di seguire le poche tracce di luce che emergono dalla riflessione biblica e dall’esperienza di chi è passato attraverso la sofferenza riuscendo a scorgere una prospettiva di speranza.(paolo curtaz)

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Soffocare la “parola”

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 giugno 2011

Non è solo il primato delle dittature quello di perseguire la libertà di parola con il reato d’opinione. Lo fanno anche le democrazie cosiddette compiute anche se al posto delle carceri e delle torture si adottano metodi più “raffinati e subdoli” come la calunnia, la disinformazione, il bavaglio all’informazione tramite il controllo dei mass-media e via di questo passo. Tutto ciò parte da un atto di presunzione: io solo sono il portatore della verità. Ma è anche dovuto a calcoli di più basso profilo come la possibilità di accedere a lauti profitti con il celare notizie che possono svelare manovre truffaldine. Alla fine la “parola” come testimone di verità diventa un’arma a doppio taglio: veritas odium parit. Da una parte ci apre gli occhi alla conoscenza senza veli o per lo meno ci fa meditare sulla faccia meno nota del fatto oggetto della nostra attenzione e, dall’altra, squarcia un velo, sottile ma tenace, intorno al quale si avviluppa la ricerca di soluzioni appaganti legate ad interessi partigiani.
Questa “parola” legata al bene comune è la più odiata e al tempo stesso la più amata dal genere umano. Sembra una contraddizione nei termini, ma non lo è. Quanto ad esempio affermiamo che il diritto alla vita vada assicurato, diciamo una cosa giusta ma non è tutta la verità. Che senso, infatti, ha difendere una nascita se la stessa nel corso della sua esistenza è esposta a vessazioni di tutti i generi impedendole il diritto all’istruzione, ad alimentarsi, ad avere un tetto sotto cui ripararsi, ad un lavoro. Vi pare logico che oltre tre milioni di italiani siano senza lavoro? Che lo siano centinaia di milioni in tutto il mondo? Che la povertà estrema colpisca altrettanti milioni di esseri umani? Che le malattie ogni anno falcidiano milioni di bambini e di mamme per il solo peccato di essere nati poveri e non avere i mezzi per comprare le medicine mentre i loro governanti si arricchiscono con sordidi traffici e preferiscono comprare armi e armare eserciti mercenari? Tutto questo che senso ha se a monte pretendiamo che il diritto alla vita vada garantito? Ebbene la parola ci insegna a ragionare, a confrontarci, a misurarci con la realtà e tutto questo diventa il nemico dichiarato della verità che è il bene mentre si privilegia la menzogna e l’inganno che non è la parola ma il sibilo di un serpente velenoso. Se non impariamo a rispettare la parola e a richiamarla con contenuti nobili e fonti di saggezza, non ci sarà futuro per il genere umano, perché avremo perso il senso della conoscenza e della ragione. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Presentazione: La parola del lavoro

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 febbraio 2011

3 febbraio 2011, ore 11.00 Vicariato (Sala Rossa) Piazza San Giovanni in Laterano, 6 “Le parole del lavoro. Guida pratica per non sentirsi stranieri nel mondo del lavoro” è un vademecum al servizio de cittadini immigrati per l’orientamento all’inserimento lavorativo in Italia e più in particolare a Roma. Realizzata dall’Area Immigrati della Caritas, la Guida è suddivisa in tre parti che corrispondono sostanzialmente ai tre ambiti fondamentali di vita del lavoratore: “cosa serve per trovare lavoro”; “cosa bisogna sapere mentre si lavora”; “cosa bisogna fare quando si smette di lavorare o si perde il lavoro”.
Interverranno alla presentazione: monsignor Enrico Feroci, direttore della Caritas diocesana di Roma, L? Quyên Ngô Ðình, responsabile Area Immigrati della Caritas, Maria Assunta Rosa, vice prefetto presso il Dipartimento Libertà civili e Immigrazione del Ministero dell’Interno, Fabrizio Lella, dirigente presso il Dipartimento III Servizi per la Formazione, il lavoro e la promozione della qualità della vita della Provincia di Roma, Cristina Oteri e Marco Accorinti, curatori della pubblicazione

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Lettura Ecumenica della Parola

Posted by fidest press agency su sabato, 27 novembre 2010

Milano 27 novembre 2010, alle ore 18, nella centralissima chiesa di San Gottardo al Palazzo Reale in Via Pecorari, Paolo Ricca, pastore evangelico, già preside della Facoltà valdese di teologia di Roma, guiderà il prossimo incontro di Lettura Ecumenica della Parola (ascolto – annuncio – dialogo. Commenterà una lettura di Tiziano Terzani e un salmo nella prospettiva di rispondere alla domanda: Ma ho ancora tempo?Con questo incontro termina la Lettura ecumenica della Parola che riprenderà con il secondo ciclo dedicato al tema Il corpo che sei e che hai… (5, 12, 19 e 26 febbraio e 5, 12, 19 e 26 marzo). http://www.chiesadimilano.it/ecumenismodialogo

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No alla cancellazione della parola resistenza

Posted by fidest press agency su venerdì, 30 luglio 2010

Dichiarazione di Federico Fornaro (Vice Segretario PD Piemonte) “Ci risiamo. La proposta di legge dei consiglieri regionali del PdL (Marco Botta, Fabrizio Comba, Anna Costa, Francesco Toselli e Gianluca Vignale) che mira a cancellare la parola Resistenza dal nome del ‘Comitato della Regione Piemonte per l’affermazione dei valori della Resistenza e dei principi della Costituzione Repubblicana’, fondato nel 1976, dimostra come una certa destra  continui volutamente a ignorare come la Costituzione Italiana e la democrazia repubblicana siano fondate sui valori della Resistenza.  In nome di una non meglio definita “pacificazione nazionale” si vuole, in realtà, in via surrettizia, esattamente come è avvenuto per la proposta di intitolazione di una via di Alessandria a Giorgio Almirante, giungere ad un risultato moralmente e storicamente inaccettabile: l’equiparazione tra repubblichini e partigiani.  L’ottimo lavoro svolto dal ‘Comitato della Regione Piemonte per l’affermazione dei valori della Resistenza e dei principi della Costituzione Repubblicana’, oggi presieduto dal Vicepresidente Roberto Placido, deve continuare nella direzione di promuovere una cultura democratica e una conoscenza dei disastri e dei drammi prodotti dal fascismo e dai totalitarismi nel ‘900, senza però disperdere il patrimonio ideale della Resistenza e soprattutto trasmettendo alle giovani generazioni, con chiarezza e verità storica, l’esistenza del confine che nella Guerra di Liberazione divideva gli oppressi dagli oppressori e le vittime dai carnefici.  Bisogna, infatti, evitare che con il passare del tempo qualcuno cerchi di far annegare tutto nel mare dell’indistinzione: esattamente quello che succederebbe se fosse accolta la proposta di legge di Botta e degli altri consiglieri del PdL”.

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In the summertime

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 luglio 2010

Scrive Benedetto XVI: “Siamo ormai nel cuore dell’estate…. È dunque un momento favorevole per dare il primo posto a ciò che effettivamente è più importante nella vita, vale a dire l’ascolto della Parola del Signore. Ce lo ricorda anche il Vangelo di questa domenica.  Marta e Maria sono due sorelle; hanno anche un fratello, Lazzaro, che però in questo caso non compare. Gesù passa per il loro villaggio e Marta lo ospitò… dopo che Gesù si è accomodato, Maria si mette a sedere ai suoi piedi e lo ascolta, mentre Marta è tutta presa dai molti servizi, dovuti certamente all’Ospite eccezionale. Ci sembra di vedere la scena:  una sorella che si muove indaffarata, e l’altra come rapita dalla presenza del Maestro e dalle sue parole. Dopo un po’ Marta, evidentemente risentita, non resiste più e protesta, sentendosi anche in diritto di criticare Gesù:  “Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Marta vorrebbe addirittura insegnare al Maestro! Invece Gesù, con grande calma, risponde:  “Marta, Marta – e questo nome ripetuto esprime l’affetto -, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta”. La parola di Cristo è chiarissima:  nessun disprezzo per la vita attiva, né tanto meno per la generosa ospitalità; ma un richiamo netto al fatto che l’unica cosa veramente necessaria è un’altra:  ascoltare la Parola del Signore. Tutto il resto passerà e ci sarà tolto, ma la Parola di Dio è eterna e dà senso al nostro agire quotidiano.  Cari amici, come dicevo, questa pagina di Vangelo è quanto mai intonata al tempo delle ferie, perché richiama il fatto che la persona umana deve sì lavorare, impegnarsi nelle occupazioni domestiche e professionali, ma ha bisogno prima di tutto di Dio, che è luce interiore di Amore e di Verità. Senza amore, anche le attività più importanti perdono di valore, e non danno gioia. Senza un significato profondo, tutto il nostro fare si riduce ad attivismo sterile e disordinato. E chi ci dà l’Amore e la Verità, se non Gesù Cristo? Impariamo dunque, fratelli, ad aiutarci gli uni gli altri, a collaborare, ma prima ancora a scegliere insieme la parte migliore, che è e sarà sempre il nostro bene più grande.  (L’Osservatore Romano – 19-20 luglio 2010)

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Crisi della parola

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 novembre 2009

Lettera al direttore. Caro direttore, in previsione di una crisi anche della parola, soprattutto nel nostro Paese, non sarebbe saggio cominciare a risparmiarne un po’? Mai come in questo periodo se n’è fatto spreco. Parole, parole, parole, alle volte inutilmente cattive, offensive, altre volte inutili, ridicole, insensate. Si pensi alle chiacchiere crudeli al tempo del caso Englaro, da parte di uomini politici e di uomini della Chiesa; oppure recentemente a quelle sconsiderate di Carlo Giovanardi a proposito del povero Stefano Cucchi. E si pensi oggi alle parole pronunciate dal ministro Rotondi: “La pausa pranzo è un danno per il lavoro, ma anche per l’armonia della giornata. Non mi è mai piaciuta questa ritualità che blocca tutta l’Italia”.  Al ministro Rotondo (l’errore è necessario per la rima) che vive fuori dal mondo, vorrei far sapere che mia figlia impiega due ore per recarsi al lavoro e due ore per tornare, che aggiunte alle 8 lavorative, fanno 12, e per celebrare il “rito” (ma si può?), il pranzo è costretta a portarselo appresso… (Francesca Ribeiro)

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Festa di Famiglia

Posted by fidest press agency su giovedì, 24 settembre 2009

camilleri lRoma 28 settembre ore 12.00 Teatro India (Lungotevere Gassman 1, Roma) conferenza stampa di presentazione dello spettacolo che debutterà in prima nazionale assoluta il 5 ottobre 2009 al Teatro India.  Testo e regia  Mandracchia, Reale, Toffolatti, Torres, collaborazione alla drammaturgia Andrea Camilleri  da Luigi Pirandello  per un progetto di Mitipretese Produzione Teatro di Roma, Mercadante Teatro Stabile di Napoli, Artisti Riuniti. Saranno presenti: Andrea Camilleri e l’intero cast dello spettacolo. Camilleri e Pirandello? Due autori che hanno in comune non solo la loro sicilianità ma il gusto teatrale del racconto ad effetto, dalla voglia di appassionare il pubblico con un pizzico di ironia e di gusto della parola. (camilleri)

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La casta degli editori

Posted by fidest press agency su martedì, 1 settembre 2009

il dr Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie sottolinea che: “La libertà di manifestazione del pensiero è una delle principali libertà e diritto fondamentale dell’era moderna. Tanto più se è mirata allo sviluppo socio-economico-culturale della comunità. Questa libertà è riconosciuta da tutte le moderne costituzioni. Ad essa è dedicato l’art. 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, come l’art. 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ratificata dall’Italia con l. 4 agosto 1955, n. 848. L’art. 21 della Costituzione italiana stabilisce che: Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. Tale libertà è, tra le altre, considerata come corollario dell’articolo 13 della stessa Costituzione della Repubblica italiana, che prevede l’inviolabilità della libertà personale, tanto fisica quanto psichica. L’interpretazione dell’art. 21 dà vita a dei principi: Il diritto di critica e di cronaca, oltre alla libertà di informare e la libertà di essere informati. Il pensiero per essere manifestato ha bisogno di formarsi come merce accessibile a tutti, quindi essere pubblicato e distribuito”. Oggi questo diritto, per Antonio Giangrande è messo in discussione in quanto l’informazione è, di fatto, filtrata dagli editori i quali assegnano una scala di priorità alla notizia che denota più un interesse commerciale che culturale e d’opinione. Se poi si considera la produzione saggistica, letteraria e quanto altro la maglia del filtro è ancora più stretta poiché l’elaborato è sottoposto al giudizio insindacabile dell’editore in base a requisiti che prescindono dal valore intrinseco dell’opera ma ne valutano solo la commercialibità che è, ovviamente, suddita alla notorietà dell’autore e alla sua capacità di attirare l’attenzione del grosso pubblico per altri meriti. Ne consegue che per Giangrande: “L’autore autoprodotto non ha benefici, né sovvenzionamenti, né visibilità. L’editoria, è quindi un’attività economica privata, ha finanziamenti pubblici e pubblicitari, benefici postali, regime speciale IVA, sostegno dei media e delle istituzioni” ma solo per porsi al servizio di un certo tipo di autore. Ne consegue che “è impossibile essere invitati o premiati a manifestazioni culturali, se non si è tutorati da qualche editore, pur avendo scritto un capolavoro. Spesso gli editori sono proprietari di testate d’informazione o di emittenti radiotelevisive, quindi si parla dell’opera o dell’autore solo se si fa parte dell’entourage. Inoltre per poter pubblicare un articolo d’informazione si è costretti a far parte di un’altra casta: quella dei giornalisti”. E ancora osserva Giangrande: “C’è da dire che non tutti gli editori sono parigrado. C’è prevaricazione dei più forti a danno dei più deboli. Alcuni di loro, operanti nel campo radiotelevisivo, sono vittime di tentativi di acquisizione illegale delle frequenze assegnatele, con mancanza di tutela reale. Qualcuno spera che le opportunità tecnologiche, social network o blog, superino la censura mediatica. Poveri illusi. Non basta una piattaforma d’elite, chiusa ed autoreferenziale, con tecnologie non accessibili alla massa, oltretutto soggetta a sequestro ed ad oscuramento giudiziario. Nulla, oggi, per arrivare a tutti, può soppiantare un buon articolo, un buon libro, una buona canzone, un buon film, o una buona trasmissione radiotelevisiva. In conclusione. Con questo sistema si può ben dire che il libero pensiero, pur lecito e meritevole di attenzione, è tale solo quando è chiuso in una mente destinata all’oblio, altrimenti deve essere per forza conformato al sistema: quindi non più libero”. http://www.controtuttelemafie.it

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La rassegnazione cristiana

Posted by fidest press agency su martedì, 25 agosto 2009

Le generazioni che hanno vissuto la pienezza della loro maturità gli anni che hanno composto il XIX ed il XX secolo sono state educate alla ricerca della “rassegnazione” di fronte ai tanti mali esistenziali legati alla povertà, alla sofferenza, alle ingiustizie e quanto altro. Da alcuni anni a questa parte questo sentimento è decisamente in crisi sia sotto il profilo della dottrina che della stessa pratica di vita cristiana. E’ una presa di coscienza sempre più forte e determinata. E’ la voglia di giustizia che sembra voler essere in perenne conflittualità con un modo di dividere l’umanità tra i più “fortunati” o se vogliamo più “furbi” e gli emarginati. La stessa carità si è trasformata in solidarietà, attraverso il volontariato, ed è diventata persino una parola tabù poiché significa per molti un modo d’offrire un’elemosina per mettere la coscienza a posto. E per molti cristiani tutto ciò è diventato una nuova consapevolezza, un nuovo concetto di Fede che si traduce in una missione intesa come servizio e che respinge al mittente ogni pretesa di attaccamento al potere e ai suoi privilegi. Ma non basta per dare forza a questo “movimento”. Occorre uno sforzo in più. Bisogna prestare più attenzione all’azione educativa prestata nell’insegnamento scolastico e in tutti quegli ambienti dove è possibile dialogare con le parti sociali: oratori, sindacati, volontariato, associazione di varia natura. Il tutto si deve tradurre in un itinerario metodologico secondo la scansione di una serie di tappe progressive, al cui interno si presuppongano ulteriori obiettivi intermedi. Tutto questo perché se si sconfigge la rassegnazione al suo posto non può e non deve subentrare la rabbia, la rivolta, l’anarchia.

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Tra l’essere e il sentirsi

Posted by fidest press agency su sabato, 22 agosto 2009

(edizioni fidest: racconti brevi di Riccardo Alfonso) Che cosa significa essere o sentirsi vecchi? Tal-volta m’imbatto in coetanei e mi sorprendo a vederli più incanutiti di me, più dimessi, più rugosi, più tristemente vecchi. Vi sono, poi, altri che sembrano sprizzare “giovi-nezza” da tutti i pori.  Fanno sport, si cimentano in gare podistiche, inforcano la bicicletta e si avventurano in tratti non sempre pianeggianti, s’impegnano nello sci di fondo e di discesa e non mostrano stanchezza.  A tavola continuano a essere delle buone for-hette e nelle discussioni tengono banco con disinvoltura e la parola pronta alla battuta. Io tra costoro mi trovo nel mezzo, come tra l’incu-dine e il martello. Resto agitato e sento gli anni inesorabili scorrere nelle vene e inquietarle. Il mio cuore batte, ovviamente, ma non ne avverto la gagliardia. E’ stanco poveretto. Mi volto con il pensiero all’indietro e penso a quelli che nella mia gioventù erano i vecchi. Uomini e donne provati dalla fatica, stanchi, ma non domi. Continuavano nei loro lavori di campagna, nella bottega artigiana, nelle piccole faccende di casa. Quante volte passavo distrattamente davanti alla nonna o alla zia seduta a sferruzzare davanti casa e sembravano immerse in quel loro lavoro ai ferri, eppure erano pronte a redarguirti se eri sul punto di compiere qualche marachella, a uscire dal seminato. Si affermava che avessero gli occhi per udire e le orecchie per vedere. Allora non c’era, soprattutto nei piccoli paesi sper-duti tra le montagne del meridione d’Italia, né la radio né l’automobile. Erano cose dei signori di città. L’unico contatto con l’esterno dotato di una certa regolarità era la corriera che collegava la stazione al paese. Erano sette chilometri di strada non asfaltata, piena di buche e a tratti invasa da sterpaglie e, nei giorni di pioggia, le buche si riempivano di acqua diventando più insidiose. I giornali erano una merce rara. Arrivavano un paio di giorni dopo la pubblicazione ed erano destinati ai “notabili” del Paese: il medico, il farmacista, il sindaco, il maestro ed il solito letterato di turno. Qualche altro li leggeva, diciamo di straforo, nei giorni successivi dopo che i legittimi proprietari li avevano sostituiti con le edizioni più recenti. Altri se ne appropriavano per usi meno nobili. Allora non esisteva la carta igienica e per molti del paese la toilette era a cielo aperto. Io che ero considerato un “cittadino” avevo qualche privilegio e il fatto che a ospitarmi era una zia che per anni era vissuta negli Stati Uniti da dove vi aveva fatto ritorno di recente, dopo la morte del marito, avevo anche il vantaggio di abitare in una casa dove i servizi igienici non mancavano. Ma non era la sola caratteristica che mi distin-gueva dagli altri. Mio padre era un ufficiale dell’esercito e diventavo, automaticamente, il membro di una famiglia “borghese” assimilabile a quelle più rispettabili per cui i maggiorenti del paese mi riservavano un’attenzione maggiore. La nostra famiglia, dopo di tutto, aveva una ben stagionata origine “nobile”. Mio nonno era un istruito possidente agrario, di quelli che vivono lontano dai campi, ma da essi ne ricavava una buona rendita, uno dei suoi fratelli era priore nel convento di Campobasso e solo un altro fratello aveva scelto una modesta vita di campagna.  D’altra parte la mia permanenza era breve: vi trascorrevo le vacanze estive e, talvolta quelle invernali. Vi andavo e vi ero ospitato perché mio padre era nato in quel paese: Morrone nel Sannio. Oltre alle due vecchie zie, benestanti, avevo altri parenti, ma di modeste condizioni sociali. Una cugina faceva la pecoraia.  Aveva, credo, un quindici anni. Ogni giorno la vedevo rientrare verso sera dalla campagna dove portava al pascolo le sue pecore. Era un appuntamento quasi obbligato. Entrambi provavamo piacere a vederci, sia pure per poco. Ovunque mi trovassi in casa sentivo a un tratto, prima lieve, e poi sempre più distinto il suono di una cam-panella. La portava al collo una specie di muflone che, quasi consapevole del suo compito di guida, era in capo al branco e muoveva di continuo la testa con una certa ritmicità. Questa mia parente la ricordo piccola e minuta. Aveva per me una specie di venerazione. Incontrandoci ci sorridevamo e spesso senza proferire parola. Parlavano i nostri occhi. Si sentiva orgogliosa di avere un parente “cittadino”.  Allora ero un bimbetto molto vivace e propenso a fare dispetti e a tenere poco da conto l’autorità delle zie che, a loro volta, adorandomi, finivano con il permettermi di fare di tutto, anche se le sgridate iniziali non mancavano.  La cugina aveva due fratelli più grandi di lei. Il maggiore, insofferente alla vita di paese e ai lavori di campagna aveva preferito arruolarsi nella polizia ed era stato assegnato in una località abruzzese. Giovane am-bizioso aveva ripreso gli studi e si era diplomato. Ogni tanto lo vedevo ritornare in paese vestito da militare e allora era festa grande anche per me. Mi portava in campagna, mi raccontava della vita di caserma, delle sue esperienze e delle sue amicizie, comprese quelle femminili.  Aveva fama d’essere un Don Giovanni. Alla fine mise, come si suol dire, la testa a posto e sposò una compaesana. Non fu, a detta degli abituali ben informati, un matrimonio d’amore. Non permise alla moglie di rag-giungerlo dove era stato assegnato, e la spiegazione la diedero, le solite male lingue, alludendo al fatto che avesse una relazione sentimentale. L’altro fratello lo ricordo meno. Cosa ora posso dire a distanza di tanti anni di quel paese che si dispiega lungo il dorso della mon-tagna e, nella parte più alta, che permette di avere una vista eccezionale tanto che nei giorni di sereno si può persino scorgere il castello Monforte di Campobasso distante una trentina di chilometri in linea d’aria? Ben poco, credo. Tutto mi resta sfumato nel ricordo. Rivado, semmai, a una vista più corta che mi permetteva con facilità d’individuare il corso del fiume Biferno che scorreva a valle a una decina di chilometri e di squadrare quell’indistinto ammasso di case dei comuni limitrofi di Casacalenda e Ripabottoni. Quest’ubicazione divenne strategica durante la seconda guerra mondiale prima per i tedeschi e poi per gli alleati sbarcati a Termoli e che, penetrando nell’en-troterra, si dirigevano a Campobasso. Allora la statale e la stessa strada ferrata avevano un tracciato pieno di curve, fatto di salite e di declivi, mentre oggi il percorso è più breve e lineare, grazie alla “bifernina”. Posso solo annotare che Morrone nel Sannio o Morrone del Sannio, come qualcuno affermava si dovesse dire, fu il paese della mia infanzia e vi racchiuse i ricordi di un bimbo, le amicizie tra coetanei e più gran-dicelli, la prima “cavalcata” sul dorso di un asino mentre scalciava ed io vi restavo con non poca difficoltà attaccato alla soma, le spalate di neve davanti casa, adoperando una pala che somigliava più ad un giocattolo che ad un attrezzo da lavoro, alle scorribande con un gruppetto di ragazzi per le campagne fino al Biferno ed alla prima arrampicata su un albero per raccogliere le olive. Feci persino le cose più pericolose, e chiaramente proibite, come la volta che i tedeschi abbandonarono il paese e si appostarono nei pressi, mentre gli alleati sopraggiun-gevano. Ricordo che mi sottrassi alla sorveglianza delle zie e m’incamminai tra i prati che declinavano verso un tratto pianeggiante nei pressi del cimitero per “vedere” i soldati americani. Rischiai grosso. Mi trovai nel bel mezzo di un fuoco incrociato tra i soldati tedeschi delle retrovie e le avanguardie dei soldati americani che rispondevano agli spari. Si sentiva il crepitare delle mitragliatrici, l’esplosione di bombe a mano e qualche colpo di fucile. A dividere le opposte fazioni vi erano, forse, solo alcuni metri ed io ero tra loro. La mia salvezza la devo, proba-bilmente, alla prontezza di un soldato americano che con un perfetto placcaggio mi stese a terra con lui, mentre intorno a noi s’intensificava il sibilo delle pallottole.  Non vi dico cosa successe dopo tra il pianto liberatorio delle zie per lo scampato pericolo, la curiosità dei miei compagni che mi trattavano come un eroe, le donnette del paese che si raccontavano l’episodio con l’inevitabile aggiunta di particolari inventati di sana pianta per rendere più spettacolare il fatto e la festa per l’eroe americano che aveva salvato un bambino incosciente e scavezzacollo. Così ebbi il mio battesimo del fuoco, il mio momento di celebrità, la convinzione d’essere immortale, di saper sfidare il fato e farmi beffa di lui. Molti anni dopo riandando ai momenti di pericolo affrontati e superati quest’idea di saper vincere la morte si rafforzò in me. Ora, invece, non ne sono più sicuro.Di certo ora lo devo agli anni che incalzano e mi rendono vecchio. Mi sento fragile. Avverto una certa predisposizione alla rottura, al danno. “La fragilità d’altro canto è spesso identificata – come scrive il prof. Giorgio Annoni, geriatra, – da parole che esprimono una condizione simile come vulnerabilità o meglio ancora come termine che si contrappone a robustezza”. E’ un qualcosa che a ben considerare si può provare sia pure in brevi tratti della nostra vita quando si esce da giovani da una brutta malattia. Allora posiamo parlare di una fragilità temporanea e reversibile, ben diversa da quella cronica. Si incomincia, probabilmente, più con il sentirsi che con l’essere effettivamente fragili. La circostanza dipende maggiormente dal fatto che si ha, da anziani, un recupero più lento esponendoci a interazioni difficili con il proprio ambiente oltre al fatto che si è scarsamente preparati ad affrontare i fenomeni legati alla lenta evoluzione dei diversi fenomeni interagenti. Mi rendo conto, e penso che tale sensazione sia condivisa dai miei coetanei, che tutto dipende da un processo, quello dell’invecchiamento, irreversibile e che noi mostriamo all’esterno solo i tratti salienti del decadimento fisico, mentre all’interno vi sono dei meccanismi che fanno perdere alle cellule la capacità di riprodursi in maniera ordinata e sincronica pur conservando le proprie caratteristiche strutturali per consentirci, in ogni caso, la sopravvivenza. Questo deficit fisico diventa con gli anni irreversibile. E’ una condizione ovviamente diversa rispetto alla disabilità. Questa indica una perdita delle funzioni, mentre la fragilità indica un rischio e si colloca per lo più a livello di una maggiore predisposizione alle malattie o a livello di un maggior rischio di perdere l’autosufficienza come riflesso dell’insieme delle pato-logie. Sta di fatto che il rapporto con gli eventi tende a subire un mutamento. La persona fragile diviene incapace di mantenere la propria traiettoria vitale di fronte a circostanze che producono stress, in maniera progressiva-mente più difficile anche per stimoli meno gravi. C’è semmai da chiedersi quale intimo rapporto può esistere tra il dentro e il fuori di sé e quanto le modificazioni del microambiente che ci circonda, possono influire sulle proprie condizioni fisiche generali.  Vi è anche da considerare un livello superiore di valutazione del proprio stato fisico. Mi riferisco in particolare ai meccanismi che stanno alla base del funzionamento del cervello. Scienze quali la neurobiologia e la psicologia ci hanno descritto con dovizia di particolari i meccanismi di plasticità che caratterizzano il cervello dei mammiferi a tutte le età. Questi permettono l’integrazione degli stimoli esterni e li organizzano in maniera ordinata, in modo da garantire la continuità della funzione. Ne consegue che la riduzione in maniera sensibile della plasticità diventa causa prima del danno fisico che noi subiamo e che può essere una malattia e lo stesso invecchiamento. I livelli plasmatici di cui facciamo riferi-mento possono essere il colesterolo e l’albumina. E’ noto, infatti, che quei soggetti che hanno bassi livelli di cole-sterolo e d’albumina plasmatici sono predittori di un aumento della mortalità nel breve-medio termine, anche indipendentemente da altri fattori.  E’ così che l’ipoalbuminemia ci fa ritornare alla citata condizione di fragilità. E’ un dato clinico che di per sé non costituisce il fattore direttamente inducente l’evento negativo a valle, ma diventa la spia di una serie di condizioni biologiche tra loro collegate che portano giustappunto alla fragilità.  Così noi ci affacciamo all’ultimo tratto della vita e ci rendiamo conto “fisicamente” che i progressi offertici dalla scienza ci possono aver resi più longevi, ma non ci hanno tolto di dosso la fragilità.  Essa si può esprimere in diverse condizioni cliniche. Si può partire da una predisposizione genetica o in seguito ad una malattia grave e potenzialmente invalidante e finire o con una predisposizione a un aggra-vamento di una patologia cronica in atto. Va, tuttavia, precisato che il processo d’invecchiamento non comporta necessariamente la comparsa di malattie, poiché esse sono sempre un evento legato alla presenza di fattori di rischio in grande parte evitabile. Dobbiamo, quindi, partire dal presupposto che l’invecchiamento, rispetto alla malattia, è un fenomeno inevitabile, mentre quest’ultima è modificabile grazie all’educazione sanitaria e alla preven-zione nello specifico.  Oggi dobbiamo abituarci a convivere con la vecchiaia nostra degli altri e di chi lo è già da qualche tempo. Basti pensare che nel 1880 in Italia la durata della vita media fosse di trentacinque anni per gli uomini e qualche anno in più per le donne.  Dopo 20 anni una persona su tre arrivava ai 60 anni e solo il 6-7% raggiun-geva gli 80 anni. Nel 1990 il 93% delle donne e l’86% degli uomini è arrivato a 60 anni e rispettivamente il 62 e il 39% agli 80. Nello stesso periodo la speranza di vita alla nascita è aumentata di 37 anni per gli uomini e di 31 anni per le donne. Oggi la speranza di vita media alla nascita ha superato gli 80 anni per le donne ed i 74 anni per i maschi.  Nel 2000 l’Italia aveva in assoluto, tra tutti i paesi del mondo, la percentuale maggiore di ultrasettantenni (22,3%) mentre, ad esempio, negli U.S.A. tale fascia di popolazione raggiungeva il 16,5%.  Dobbiamo dedurre che per la medicina contemporanea la sfida che si presenta è quella di comprendere in modo analitico le caratteristiche di questo fenomeno dell’invecchiamento prolungato rispetto all’aumento contestuale della polipatologia soprattutto nel sesso femminile a partire dagli ultrasessantacinquenni e con successive cadenze quinquennali. In tale assetto la polipatologia esprime di per sé una condizione di fragilità nell’anziano o richiede la concorrenza d’altri fattori (età molto elevata, ridotte funzioni cognitive, indici “biologici” alterati, ecc.). Per finire noi tendiamo a raggrinzire la pelle, a incanutirci, a reggerci sulle stampelle o a vivacchiare in carrozzella, ad avere lo sguardo assente, a imbottirci di medicine, ad avvertire dolori diffusi, ma viviamo, o meglio sopravviviamo. Vale la pena mi chiedo e vi chiedo? Mi riferisco, ovviamente, a quella popolazione d’anziani fragili, caratterizzati da un elevato numero di patologie croniche di diversa gravità. Essi sopravvivono solo grazie agli interventi terapeutici.  Qualcuno potrebbe obiettare che costoro sono dei grandi consumatori di risorse e che dovremmo, invece, impiegarle in modo diverso. Non dovremmo farne uso solo per garantirci il mantenimento di una condizione che non ci portasse in alcun caso verso un miglioramento, sia pure relativo. Potremmo dare loro torto? No di certo. Il discorso, tuttavia, apre la porta ad altre riflessioni. Pensiamo all’eutanasia. A questo punto mi chiedo se possiamo avere la percezione individuale del proprio stato da consentirci in piena coscienza di autorizzare un qualcuno a premere l’interruttore per spegnere la luce? E’ raro che ciò possa verificarsi. Nella generalità dei casi dovrebbero essere gli altri a giudicare il momento giusto per la dipartita. Ma chi sono gli altri? Che poteri hanno su di noi? Quale interesse hanno costoro nel farlo o nel non farlo? Quale arbitro può interporsi tra noi e la morte? Chi può conferirgli il mandato? E’ un interrogativo che aggiungo al racconto di una vita. Lo lasciamo pencolare nel buio dei nostri pensieri, lo immaginiamo ardente, provocatore, fomentatore d’altre sfide, dove albergano folletti e gnomi, dove il fantastico si nutre di morte, ma la rende permeabile, eroi-ca, magica e sublime. Dove tutto si distrugge per nulla distruggere. Dove ogni vita ritrova il suo posto, dove può vincere il dolore, il dramma del distacco e ritrovarvi la pace che chiamiamo eterna, spegnendosi.  Il nonno che oggi può anche essere tranquillamente un bisnonno e persino un bisavolo finirà i suoi racconti intorno ad un camino virtuale per nipoti e proni-poti meno giovani ma pur sempre affascinati da storie che appartengono al nostro bagaglio comune ma che abbiamo dimenticato o riposte nelle segrete dei nostri pensieri e attendono che altri le disvelino. Resterà anche nei nostri ricordi, fragile nelle ossa ma forte nel pensiero. E’ quello, dopo di tutto, che più conta.

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