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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 302

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U.E. Giorgia Meloni eletta presidente del Partito dei Conservatori e Riformisti Europei

Posted by fidest press agency su martedì, 29 settembre 2020

Il Partito dei Conservatori e Riformisti europei (ECR) è lieto di annunciare l’elezione di Giorgia Meloni come nuovo Presidente. La sua indicazione è stata approvata all’unanimità nella riunione del Consiglio del partito ECR lunedì 28 settembre dopo le elezioni. La Meloni è anche la leader del Partito Fratelli d’Italia in Italia ed è attualmente l’unica donna leader sia di un partito politico europeo che di un importante partito italiano. Oltre all’elezione di Giorgia Meloni, è stata rieletta Segretario generale Anna Fotyga, europarlamentare polacca, e Tesoriere l’eurodeputato spagnolo Jorge Buxadé. Presidente – On. GIORGIA MELONI: Giorgia Meloni, politico e giornalista, leader di Fratelli d’Italia. Inizia il suo impegno politico a 15 anni ed è deputato della Repubblica dal 2006. Nella XV Legislatura (2006-2008) è vicepresidente della Camera dei deputati. Meloni detiene ancora oggi il record di ministro più giovane nella storia della Repubblica d’Italia: nel 2008, infatti, a 31 anni assume l’incarico di Ministro della Gioventù. Nel 2012 fonda Fratelli d’Italia, di cui è presidente nazionale e che oggi si attesta quale terzo partito italiano. È l’unica donna segretario di partito in Italia. (n.r. Si aggiungono gli auguri e i complimenti dal direttore e dalla redazione della Fidest)

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Trump, padrone assoluto del Partito Repubblicano

Posted by fidest press agency su sabato, 12 settembre 2020

La piattaforma approvata alla Convention 2020 del Partito Repubblicano consiste di una risoluzione che rinnova ciò che i delegati hanno approvato nel 2016. Include un aggiornamento che il Partito “continuerà ad appoggiare in modo entusiastico l’agenda di America First” del presidente Donald Trump. L’agenda di Trump rimane un mistero nonostante le interviste concesse alla Fox News nelle quali il 45esimo presidente è rimasto evasivo su ciò che intende fare se gli americani gli rinnoveranno il mandato fra una sessantina di giorni. In effetti, il Partito Repubblicano non solo si è inchinato al suo leader ma ha deciso che Trump non è solo il capo ma anche il padrone assoluto.Gli interventi alla recente convention ci confermano che Trump si è piazzato al centro delle attività mettendo da parte gli altri luminari del Partito che di solito sono invitati a fare le loro presentazioni. Una buonissima parte dei partecipanti alla convention sono stati membri della famiglia di Trump con pochissimi individui che ci ricordano la storia del partito. A differenze della convention del Partito Democratico dove ex presidenti ed altri luminari sono intervenuti, in quella di Trump le dinastie dei leader repubblicani sono state assenti. George W. Bush, 43esimo presidente e altri membri della sua famiglia attivi in politica come il fratello Jeb, hanno saltato la convention. Gli ex portabandiera come Mitt Romney, candidato repubblicano alla presidenza nel 2012 e i rappresentanti della famiglia di John McCain, portabandiera nel 2008, hanno anche loro ignorato la convention. In effetti, i VIP del Partito Repubblicano dal 1980 al 2016 sono scomparsi. Gli unici luminari sono stati Kevin McCarthy, attuale leader della minoranza alla Camera, e Mitch McConnell, attuale presidente del Senato. In ambedue i casi gli sono stati accordati 6 minuti per parlare. In sintesi, la convention repubblicana è stata non solo senza piattaforma, eccetto quella nella mente di Trump, ma anche uno spettacolo in cui lui stesso o i membri della sua famiglia hanno agito da protagonisti.Si tratta di uno spettacolo in cui Trump non è solamente la super star ma tutti gli altri attori sono piazzati in un ruolo di ovvio supporto. Quelli che non possono abbracciare questa ideologia vengono messi da parte. I luminari del Partito dunque sono scomparsi oppure si ribellano anche se in modo poco stridente. Alcuni però lo hanno fatto prendendo chiare distanze da Trump. John Kasich, ex governatore dell’Ohio e candidato di un certo successo alla nomination del Partito Repubblicano nel 2016, eventualmente sconfitto da Trump, è intervenuto alla convention democratica. Kasich ha suonato l’allarme contro il 45esimo presidente, lodando Joe Biden, il portabandiera democratico. Christine Todd, ex governatrice del New Jersey e Cindy McCain, vedova del senatore John McCain, hanno anche loro dato il loro endorsement a Biden. Altri luminari repubblicani come George W. Bush, presidente 2000-2008 e Mitt Romney, portabandiera del Partito Repubblicano nell’elezione del 2012, non hanno offerto pubblicamente l’endorsement a Biden ma la loro assenza dalla convention repubblicana non è passata inosservata.Alcuni analisti hanno affermato che sotto molti aspetti Trump non è veramente repubblicano facendo notare i principi tradizionali del partito. Questi includono un programma che fonde un conservatorismo sociale sposato con tendenze economiche liberiste e una politica estera basata su una linea dura. L’attuale inquilino della Casa Bianca riflette questi princípi pallidamente avendoli rimpiazzati con una politica principalmente riflettente i suoi sentimenti del momento. La mancanza di piattaforma alla convention ce lo conferma poiché gli offre anche mano libera per operare come lui crede.Nell’elezione del 2016 Trump fu eletto in parte perché non era un candidato dell’establishment repubblicano né di quello dell’ambiente di Washington, promettendo di asciugare il pantano. In realtà, dopo l’elezione, una buona parte dei suoi collaboratori erano individui che conoscevano il governo federale. Avrebbero dovuto fargli da guida, considerando la sua inesperienza politica. Poco a poco però Trump ha cacciato la stragrande maggioranza di questi professionisti della politica rimpiazzandoli con individui a lui grati, spesso provenienti dalla Fox News. I messaggi per potenziali collaboratori divennero chiarissimi: fedeltà al presidente o in caso contrario poche possibilità di permanenza. Alla convention si è avuta la conferma di questa sua politica, eliminando le regole tipiche come la piattaforma del Partito che storicamente non lega le mani dell’eventuale presidente ma serve più come ideologia simbolica del partito. Trump non ne ha bisogno. L’ideologia risiede nella sua mente.In effetti, Trump ha cancellato il partito creando il proprio sistema senza preoccuparsi degli altri candidati repubblicani i quali sono condannati al destino del loro capo. La piattaforma e la convention sono tipicamente anche una campagna per i candidati a governatori, senatori, sindaci e tante altre cariche. Trump ha alla fine creato un clima in cui l’elezione si sta convertendo in un referendum su lui stesso. Al momento questa situazione sembra favorire Biden, il quale, anche se poco entusiasmante, è visto dalla maggioranza degli americani come l’alternativa a un individuo con tendenze narcisistiche e autoritarie. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Ci vorrebbe il “partito che non c’è”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 luglio 2020

Mai come in queste settimane ho ricevuto così tante, e qualificate, sollecitazioni a “fare qualcosa” affinché le persone perbene e animate da spirito di cittadinanza, quando non di amor patrio, possano dare un fattivo contributo per evitare all’Italia un destino di penoso o, peggio, di drammatico declino. Non è la prima volta che ciò accade, giacché non è purtroppo la prima volta che il nostro paese attraversa crisi pericolose. Ma rispetto al passato colgo una differenza fondamentale: oggi c’è la consapevolezza che la risposta non può che essere politica, a tutto tondo.
Fino a ieri, infatti, circolava l’idea – un po’ consolatoria, ma soprattutto alibi per evitare un impegno diretto e gravoso nell’agone politico – che ciò che la società civile doveva fare era semplicemente fornire idee e progetti ad un ceto politico che ne era sprovvisto. “Noi produciamo le munizioni intellettuali, i contenuti, che poi loro, che la politica la fanno di mestiere, penseranno a sparare”, diceva la buona borghesia del fare. Era già un passo avanti rispetto al vecchio schema che ha accompagnato la stagione di Mani Pulite – essendone in parte causa ed in parte effetto – con cui si è malamente archiviata la Prima Repubblica, secondo cui i partiti e i politici avrebbero dovuto sparire dalla faccia della terra per lasciar posto ad una tecnocrazia imprenditoriale che avrebbe sostituito le lentezze e cattive posture della politica con le efficienze di chi maneggiava le logiche gestionali delle imprese. Queste pulsioni, fondamentalmente qualunquiste, che negavano la centralità della politica e propugnavano la supremazia di chi era portatore delle cognizioni tecniche, sono state alla base della “discesa in campo” di Berlusconi e dell’avvento dei partiti personali e della preminenza della narrazione mediatica sulle scelte reali, oltre che di una contrapposizione bipolare di tipo “armato” – il Cavaliere da una parte, gli anti-Berlusconi dall’altra – che in parte ha prodotto e in parte non è stata capace di frenare il declino strutturale del Paese.
La crisi del 2008, più pesante che altrove e prolungata per anni, aveva in buona misura reso evidenti i limiti di quell’idea che della politica si poteva fare a meno, aprendo la strada a Mario Monti – ricordiamoci che il suo partito, pur fragilissimo, prese il 10%, mica poco – e al concetto che tecnocrati e politici dovevano cooperare. La fine della crisi da spread e l’irruzione sulla scena di un politico di nuova generazione e apparentemente moderno, perché pur essendo di apparato e non avendo nessun stigma tecnocratico parlava un linguaggio inusuale, diretto e spregiudicato, hanno dato l’illusione a molti che si fosse finalmente voltato pagina. Ma sono bastati pochi anni di errori e di disillusioni per cancellare ogni velleità riformista e di modernizzazione, e per far dilagare nel paese tanto il virus populista del “uno vale uno” e dell’inesperienza come certificazione di verginità politica e morale, tanto quello sovranista del “meglio da soli” che si sono tradotti nelle affermazioni elettorali del 2018 del Movimento 5stelle e della Lega di Salvini. Il combinato disposto tra l’esito sciagurato del governo gialloverde e la palese debolezza di quello attuale – peraltro messi entrambi nelle mani dell’ineffabile “avvocato degli italiani”, una volta populista e l’altra progressista, à la carte – sommati alla forza d’impatto del Covid e delle sue drammatiche conseguenze, ha nuovamente cambiato il sentiment del Paese, inducendo tanto i moderati, quanto i riformisti – che sommati insieme fanno la maggioranza degli italiani, se non assoluta certamente relativa – a preoccuparsi di non avere una classe politica sufficientemente attrezzata per affrontare una sfida che, giustamente, avvertono essere senza precedenti.Così nel lockdown sono sorte molte iniziative sul web e sono state attivate chat che, come nel caso della mia War Room che ha fatto tesoro dell’esperienza ultradecennale di TerzaRepubblica, hanno formato una vera e propria community di persone desiderose di scambiare idee, condividere documenti, fare analisi, abbozzare proposte. Alcune si sono spente con la fine della costrizione casalinga, altre hanno continuato il loro utilissimo lavoro di divulgazione, ma soprattutto di tessitura di una tela di relazioni e di un ordito di coscienza civica. Ora ci si rende conto che è scoccata l’ora delle scelte storiche, e che occorre fare un passo in più se si vuole poter coltivare fondatamente la speranza di salvare il Paese e noi stessi. Un sentimento, questo, che deriva dalla constatazione di una verità che si è fatta palese per moltissimi, se non per tutti: l’insufficienza di chi ci rappresenta e di chi ci governa.Era già accaduto, come dicevo, ma questa volta la novità sembra stare nella reazione: non più – o sempre meno – il qualunquistico disinteresse, non fosse altro perché nulla come la pandemia ha mostrato che l’io staccato dal noi non riesce a mettersi al riparo; non più – o sempre meno – il rabbioso mandiamoli tutti a casa in una sorta di “vaffa scaccia vaffa”; non più – o sempre meno – proviamo a dargli delle idee e speriamo che le capiscano e le facciano proprie, pulsione annichilita dalle deludenti esperienze della task force Colao e di tanti altri gruppi di esperti (più o meno tali) che sono stati utilizzati al solo scopo di fare un po’ di marketing (con una o due “t”). No, questa volta la reazione prevalente è: dobbiamo impegnarci direttamente.
Naturalmente nessuno sa bene come fare, da dove partire. Né manca, comprensibilmente, la preoccupazione per i pericoli che in questo paese ancora intriso di giustizialismo può correre chi si dovesse occupare di politica, anche se animato dalle migliori intenzioni. Ci si domanda se sia utile entrare a far parte di soggetti esistenti, dal gruppo della Bonino al partito di Renzi o di Calenda, o se, più ambiziosamente, sia percorribile la strada del fare i federatori di costoro, aiutandoli a superare i loro individualismi e a mettersi insieme. Personalmente rispondo di no a entrambe le ipotesi. Per tre semplici motivi. Il primo: se queste forze, molto personali, sono, o comunque paiono, marginali e poco accreditate nei sondaggi, non sarà certo l’innesto di terzi – che peraltro sarebbe difficoltoso, visto che non risulta siano in cerca di teste pensanti – a cambiarne il destino. Il secondo: in politica le fusioni, ammesso e non concesso che chi si vorrebbe fuso sia disponibile, non hanno mai funzionato. Il terzo: giusto o sbagliato che sia, il mercato politico richiede prodotti nuovi, non il riciclo dei vecchi. Inoltre, credo che sia finalmente tramontata l’epoca dei partiti personali, specie se espressione di ricchezza.Ecco perché l’unica strada è quella della costruzione del “partito che non c’è”, come da tempo definisco io la forza che manca nel nostro sgangherato sistema politico. Per la verità non ne manca una, ma almeno tre, corrispondenti ad altrettante culture e famiglie politiche europee. Certo, nominalmente, il Pd è nella famiglia socialista e contiene fin dalla nascita una parte importante di cattolici, mentre Forza Italia è nei popolari a Bruxelles e a Roma ama definirsi forza liberaldemocratica. Peccato però che di socialisti nel Pd ce ne siano ben pochi, essendo quasi tutti ex comunisti. E e che gli ex democristiani, per quanto collocati a sinistra nella geografia Dc, avrebbe più senso che fossero nei popolari a compensare le spinte delle componenti cattoliche più a destra. Viceversa, quella creata da Berlusconi resta una forza di populismo temperato al servizio del fondatore, non a caso declinante con lui, che ha poco sia di popolare che di liberale. Ma oggi non ci sono né le condizioni né il tempo per ricostruire le vecchie famiglie delle culture politiche del Novecento. Inoltre, esse andrebbero irrorate di modernità, considerata la rivoluzione copernicana che la tecnologia digitale ci ha imposto. Basterebbe leggere il bellissimo libro “Il verde e il blu. Idee ingenue per migliorare la politica” (Raffaello Cortina Editore) di Luciano Floridi, uno dei massimi esponenti della filosofia contemporanea, che dopo le originali riflessioni sull’infosfera degli anni scorsi ora propone di unire politiche verdi dell’economia green e circolare (non il No alle infrastrutture e il declino infelice dell’ecologismo d’accatto) a quelle blu dell’economia digitale e dell’informazione per riformulare il modello non solo dello sviluppo ma anche della qualità della vita, delle relazioni umane e dei processi sociali. Idee che in Italia ha ripreso Marco Bentivogli, l’unico sindacalista 4.0, talmente moderno da essere stato costretto a lasciare il sindacato. E che so possano essere fatte proprie anche da diversi imprenditori illuminati.Insomma, vale quanto vado ripetendo da tempo: occorre creare una nuova forza politica che unisca le culture liberale, socialista e popolare, che singolarmente intese non sono più in grado di dare risposte ai problemi complessi del nostro tempo, se non fondendo alcuni valori e principi e saldandoli con il pensiero moderno serio, che affonda le radici nel passato e che non fa del nuovismo e del modernismo di maniera. Una forza che scelga di lasciare fuori dalla porta, restituendole alle coscienze dei singoli, le questioni etiche dividenti, per affermare una frontiera sia della laicità che della fede. Una forza riformista che sia capace di sanare la frattura che si è creata fra libertà e responsabilità, tra la complessità del reale e la sua rappresentazione banalizzata dal populismo politico e mediatico. Una forza che parta dal presupposto che prima vengono le idee e poi le leadership, non viceversa, e che quindi non sia il “partito di tizio” o il “partito di caio”, cui lega indissolubilmente le sue fortune e i suoi rovesci. Una forza che si formi nella società ma che abbia l’ambizione di guidarla, non di esserne la fotocopia. Una forza che si collochi al centro del sistema politico, non perché sia banalmente centrista – termine peraltro ormai consunto oltre che desueto – ma perché vuole attrarre le forze più equilibrate a scapito delle ali di destra e di sinistra, per loro natura più ideologizzate e radicali. Lo spazio politico c’è, quello elettorale è addirittura una prateria specie se si ha l’ambizione di recuperare al voto coloro che negli ultimi si sono astenuti per scelta e non per disinteresse o qualunquismo. Le condizioni, almeno quelle emotive, ci sono, a giudicare dall’interesse che questo discorso suscita. Si tratta di mettere in moto il processo. E qui viene il difficile. Qualcuno dice: dobbiamo fare il partito di Draghi. A parte che per fare il partito di Draghi prima di tutto ci vuole lui, e che non è una buona idea, in una fase storica dove le vere leadership latitano, bruciare in malo modo la più importante di cui l’Italia disponga. Dunque, lasciamo in pace l’ex presidente della Bce, e semmai proviamo a costruire una forza politica seria che domani possa essergli utile se le circostanze lo indurranno a mettere la sua credibilità, che ha pochi pari al mondo, al servizio del Paese. È dunque una pluralità di altre persone che deve rendersi disponibile e rimboccarsi le maniche.E vengo a me. Non posso sottacere il fatto di essere oggetto di molti incoraggiamenti a prendere l’iniziativa. E questo non può che farmi piacere, perchè significa che le cose che ho scritto e detto in questi anni hanno lasciato un segno. Sono grato a tutti. Voglio però essere chiaro: se ci saranno sufficienti forze e risorse in campo, non mi sottrarrò all’impegno di essere uno dei collanti che può unire quelle forze e quelle risorse, ma non sarò in prima linea. Gli impegni che ho assunto in campo professionale e l’età me lo impediscono. C’è bisogno di gente giovane, più giovane del sottoscritto. A me, come ad altri, spetta un compito non meno gratificante, quello di ostetrico, che aiuta a far nascere una cosa nuova. Se ci saranno le condizioni, questo lo farò con grande piacere. Lo devo ad un uomo che è stato fondamentale nella mia vita. Si chiamava Ugo La Malfa. (Enrico Cisnetto) (fonte: Terza Repubblica)

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«Il partito delle sanatorie e dell’abusivismo sta tornando alla carica»

Posted by fidest press agency su martedì, 2 giugno 2020

A dirlo è Pippo Zappulla, segretario regionale di Articolo uno in Sicilia, commentando le proposte di legge all’esame dell’Ars che prevedono di togliere competenze alle Sovrintendenze in materia di tutela del paesaggio.«Togliere competenze alle sovrintendenze – continua Zappulla – non è una semplificazione burocratica, ma il ritorno ad un passato che in Sicilia speravamo archiviato una volta per tutte. Siamo favorevoli a snellire le procedure affinché le opere siano realizzate presto e bene senza abbassare il livello della trasparenza e della legalità. Ci opporremo con forza a chi, sfruttando l’emergenza, strizza l’occhio agli speculatori.«La Regione Siciliana – conclude Pippo Zappulla – faccia il suo: si preoccupi una buona volta di rendere efficienti i suoi uffici e di fornire ai comuni le strutture tecniche per la definizione dei progetti, così da non continuare a perdere i finanziamenti europei. Lasci al governo centrale decidere in che modo snellire le procedure burocratiche senza il rischio di aprire le porte alla speculazione e alla corruzione».

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La Germania ha messo sotto osservazione l’ala più radicale del partito di estrema destra

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 marzo 2020

Si tratta di Alternative für Deutschland. L’ha annunciato Thomas Haldenwang, capo dell’Ufficio federale della Protezione della costituzione (Bundesamt für Verfassungsschutz), ovvero i servizi segreti interni della Germania:“Sappiamo dalla storia della Germania che l’estremismo di destra non distrugge solo le vite umane, distrugge la democrazia. L’estremismo di destra e il terrorismo di estrema destra sono al momento il più grande pericolo per la democrazia in Germania”.A finire nel mirino degli 007 tedeschi è la fazione del partito chiamata Der Flügel (L’Ala), che secondo le stime di Haldenwang arriverebbe a settemila unità, circa il 20% dell’interno partito, alla cui guida c’è Björn Höcke, leader del partito in Turingia, stato della Germania Centro-orientale.In una riunione dell’Ala, Björn Höcke aveva criticato i “moderati” del suo partito, giocando con il termine “trasudati” che in tedesco si dice Ausgeschwitz, termine molto simile al campo di sterminio nazista dove morirono più di un milione di persone:“Quelli che non sono all’altezza di vivere il compito che ci siamo dati, cioè l’unità, dovranno essere tutti trasudati via”. Un’ex deputata di AFD, uscita per la deriva a destra del partito, ha raccontato che Höcke studia con una certa frequenza i discorsi di Göbbels, il capo della propaganda della Germania nazista, per interiorizzarne i concetti e attualizzarli nei suoi discorsi politici.Sull’osservazione da parte dei servizi dell’ala più radicale di Alternative für Deutschland, Spiegel ha incaricato l’istituto Civey di condurre un sondaggio.Secondo una grande maggioranza di tedeschi, la decisione annunciata da Thomas Haldenwang è corretta: circa il 67% degli intervistati trova la decisione “chiaramente corretta”, circa il 9% la considera “piuttosto corretto”.Come detto da Thomas Haldenwang l’estremismo di destra nel corso della storia ha distrutto la democrazia e ha ucciso milioni di vite umane ed è attualmente il più grande pericolo per la democrazia in Germania e di conseguenza per l’Europa.

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PD: Il partito ha bisogno di chiarire la sua linea politica

Posted by fidest press agency su sabato, 21 settembre 2019

“E dirla ai suoi elettori, anche se nello statuto del Pd non è previsto alcunmomento congressuale tra una primaria e l’altra. Tutte le condizioni sono cambiate, occorre una grande iniziativa politica per mettere in fila le nostre priorità, dove siamo, dove andiamo e con chi”. Lo ha detto oggi a Udine Debora Serracchiani, intervenendo alla direzione regionale del Pd del Friuli Venezia Giulia. Partendo dai risultati ottenuti in Europa, di cui “per cinque anni dovremo rivendicare il successo”, Serracchiani ha poi posto il problema dell’immigrazione “perché non basta dire ‘io accolgo’ e pensare di aver risolto il problema, perché non possiamo fare a pugni con la realtà”, e quello del taglio delle tasse “su cui bisogna capire come, visto che i 5Stelle non la pensano come noi”. Citando la parità salariale uomini-donne, il piano nazionale per la sicurezza sul lavoro, il family Act “che ieri Renzi ha lanciato ma che è una proposta del Pd già incardinata in commissione Affari sociali della Camera”, la parlamentare ha indicato questi come “nostri punti politici, che dobbiamo mettere in fila”. Ipotizzando un’assemblea programmatica, Serracchiani ha precisato che “è prematuro pensare che rientrino Bersani e Speranza, perché se entrano quelli che non volevano Renzi, diamo proprio ragione a Renzi. E la fotografia plastica che così si offre al Paese è quella dei Democratici di sinistra, e questo dobbiamo superarlo una volta per tutte”. “La forza d’urto della scissione – ha aggiunto Serracchiani – non è finita. Abbiamo già perso tante persone: quelli che sono entrati alla fondazione del Pd e non provenivano da DS e Margherita, erano senza storia politica e si avvicinavano al partito di Veltroni. Non possiamo perderne altri. Per questo serve un’azione politica che convinca, perché – ha concluso – se non trovi uno spazio politico in un partito, quel partito lo lasci”.

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L’Italia viva di Renzi

Posted by fidest press agency su martedì, 17 settembre 2019

“E’ una questione tutta interna alla sinistra italiana e sarebbe opportuno e utile che venisse trattata da quell’area culturale. Ma un suggerimento lo do, non solo rivolto a Renzi ma a tutti: è necessario dismettere una certa dottrina pragmatista leninista della subordinazione dei mezzi al perseguimento dell’obiettivo ed entrare in maggiore sintonia con i precetti della democrazia”. È quanto dichiara il vicepresidente della Camera dei deputati Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia intervistato da Radio Radicale sulla scissione di Matteo Renzi.
“Non voglio dare lezioni – ha aggiunto – ma mi viene da pensare a Fdi che nasce da una scissione del Pdl. Una scissione che, però, non avvenne nel bel mezzo della legislatura. Per essere coerenti e fedeli, ci presentammo con il nostro simbolo e il nostro nome senza avere la possibilità di pubblicizzarli vista la velocità dei tempi con cui ci siamo organizzati dalla fine della legislatura (dicembre 2012) alle nuove elezioni (febbraio 2013). Abbiamo rischiato grosso. Ma non ho mai considerato corretto chiedere di voti per un partito e generarne un altro nel bel mezzo della legislatura. L’atto di Renzi mi lascia perplesso sul piano dell’etica politica. Ma rientra nel personaggio”. “Il sospetto è che una volta liberatosi della sinistra più oltranzista, – ha precisato Rampelli- Matteo Renzi aspiri a comporre un disegno neocentrista per attrarre anche Forza Italia. Bisogna capire cosa vorrà lasciare Berlusconi del suo passaggio in politica. La cifra oggettiva di Berlusconi fu la saldatura del popolarismo italiano con la destra storica, oggi sovranista o populista. La novità in Italia non fu quella di consentire alla destra di andare al governo, ma di consentire agli italiani di conquistare la democrazia dell’alternanza. Dal 1994 con la nascita di Forza Italia – ha concluso Rampelli – abbiamo avuto governi di centrodestra e governi centrosinistra, dopo 50 di governi monocolore”. (n.r. Non crediamo si tratti di una collocazione politica di destra, di centro o di sinistra. A nostro avviso è il frutto di uno smisurato desiderio di emergere considerato che il Pd era diventato per lui un abito troppo stretto. Ora, semmai, andrà in cerca di chi è disposto a sentire le sue “pifferate” e il governo è avvisato: lo “stai tranquillo” è incominciato. E sappiamo che già la prima mossa è stata compiuta con la telefonata a Conte.)

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Il PD e i suoi punti deboli

Posted by fidest press agency su martedì, 27 agosto 2019

E’ un partito che ha il suo tallone d’Achille in una classe dirigente che vuole a tutti i costi farsi notare nelle sue individualità. Così facendo va oltre la sua dialettica politica, legittima sotto vari punti di vista, ma che corre il rischio di disorientare il suo elettorato. In pratica non si avverte la presenza di un leader legittimamente eletto dagli iscritti e abilitato a gestire gli assolo dei suoi compagni di cordata dettando le regola di una convivenza meno incentrata sui tornaconti personali e più votata ad una coerenza ideologica. Si nota, invece, l’opposto. Si elegge un segretario e subito dopo si cerca in tutti i modi di delegittimarlo o per lo meno di condizionarne l’operato. Non lo lasciano lavorare. Non aspettano la scadenza del suo mandato per giudicarlo. Lo fanno subito e in maniera maldestra. Questa è anarchia e non democrazia interna. Questo è un modo per essere votati al “tanto peggio tanto meglio”. Il tutto si condisce d’ipocrisia volendo contrabbandare il rispetto delle regole con le ragioni di democrazia interna e per giunta interfacciandola all’esterno come se il PD non fosse un partito monolito ma una confederazione di partitini al suo interno. Ora mi chiedo se un organismo del genere possa generare fiducia nelle alleanze che può imbastire per governare il Paese. C’è sempre il timore di non avere un contraente ma tante anime litigiose pronte a far saltare il banco per sordidi interessi di bottega. Oggi l’opinione pubblica vuole dai partiti un minimo di coerenza e su questa basare il buon governo. Vuole identificare il leader e sapere che rappresenta senza tentennamenti un ruolo guida e sa farsi riconoscere nei momenti di maggiore difficoltà nella gestione della cosa pubblica. A questo punto chi vuole averlo per alleato deve metterlo bene in conto. (Riccardo Alfonso)

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I detrattori per partito preso del MoVimento 5 Stelle

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 luglio 2018

di Alessandro Di Battista Il PD e Forza Italia sono defunti, i loro esponenti stanno pensando a come riciclarsi, lo sanno anche i sassi. Quel che non è defunto, purtroppo, è quell’atteggiamento che hanno alcuni cittadini di ritenere l’appartenenza ad una forza politica simile a quella verso una squadra di calcio. Questo atteggiamento porta a ragionare “per partito preso” ovvero alla morte della politica. Guardiamo il caso dei vitalizi. Qui abbiamo ex-parlamentari che hanno versato 5 ma prendono 15. Come può esserci un solo italiano (a parte chi riceve il vitalizio o al massimo i suoi familiari) a difendere questo furto legalizzato? Eppure ci sono. Pochi ma ci sono. Sono i detrattori “per partito preso” del Movimento 5 Stelle. Esponenti dell’ultima corrente del PD, quella dell’autolesionismo, non si accorgono che andare contro il Movimento molto spesso significa andare contro i loro stessi interessi. Le loro frasi, colme del livore che sgorga da chi sa di aver perso il contatto con la realtà oltre che milioni di voti sono:
1. «Cosa volete che siano 40 milioni di euro all’anno rispetto al debito pubblico?»
2. «I vitalizi sono già stati aboliti da Monti»
3. «Tanto la Corte Costituzionale boccerà questo provvedimento»
Le prime due frasi sono ridicole, la terza è pericolosa. E’ pericolosa perché ci svela l’atteggiamento di certe persone, persone che non vogliono il bene dell’Italia, per loro è più importante aver ragione, poter attaccare. Io ho fatto il parlamentare per 5 anni. Pensate che mi sarei arrabbiato se il governo avesse tagliato i vitalizi? Pensate che mi sarei indignato se avesse bloccato il TAP e il TAV, opere inutili e dannose? Ho letto commenti di persone che si augurano persino più morti in mare per poter andare contro il governo. Il governo può, anzi deve, essere criticato e pungolato, ma augurarsi il fallimento è da scemi, non da cittadini. Difendere la propria forza politica ad ogni costo è da idioti, non da cittadini sovrani. Per questo ho apprezzato la presa di posizione del Movimento sul suo parlamentare assenteista che sostiene si possa fare politica in barca. Ci andasse pure in barca, senza essere parlamentare e restituendo gli stipendi che si è preso fino ad oggi senza aver lavorato adeguatamente.
Le forze politiche iniziano a morire quando pensano più all’autoconservazione che agli interessi dei cittadini. E’ quel che è successo a Forza Italia o al PD in fondo. I sostenitori di una forza politica hanno il dovere non soltanto di sostenerla ma di pungolarla affinché rispetti i patti.Ho sempre detto che le forze politiche hanno il dovere di occuparsi dell’interesse generale. Ebbene questo dovere ce l’hanno anche i cittadini, mica solo i politici. Difendere i vitalizi o augurarsi che un vertice europeo vada male per l’Italia significa comportarsi esattamente come quei politici che più che pensare all’interesse della Nazione hanno pensato agli interessi loro.
Alcuni in rete mi chiedono dove siano i milioni intascati indebitamente dalla Lega. E che ne so io? Io so che devono restituirli punto, perché sono soldi della collettività. Ma questa domanda la dovrebbero fare in primis gli elettori della Lega stessa così come i sostenitori del Movimento (quelli non tifosi) mi chiedono quando restituirò l’assegno di fine mandato dato che l’ho promesso. Ed io rispondo tra poco. Poi c’è chi mi chiede come si possa governare con la Lega. Se avessimo fatto un contratto con il PD a migliaia ci avrebbero chiesto: «come potete governare con il partito dell’arrestato Pittella?».
Mi sarebbe piaciuto un governo solo del Movimento ovviamente, non è stato possibile ma, tra riandare ad elezioni (dopo aver preso il 32% e con la stessa legge elettorale probabilmente), fare un accordo con il PD (non hanno voluto loro tra l’altro) o con la Lega, ho sempre preferito quest’ultima ipotesi. Perché mi piace la Lega? Niente affatto. Solo perché ho sempre reputato il PD, soprattutto finché il giglio morente continuerà ad imperversare, il partito più legato alle lobbies d’Italia.Questo è quel che penso. Penso, oltretutto, che siamo fortunati ad avere un ministro come Luigi. Ha già preso decisioni estremante coraggiose e presto ne prenderà altre. Il suo coraggio è un esempio per me e spero lo sia per tutti gli esponenti del Movimento 5 Stelle.
(fonte: blog 5 stelle)

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La Boschi e i conflitti d’interesse

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 dicembre 2017

camera deputati“Lo ripeto, l’avevo detto già altre volte: io e il mio partito abbiamo votato contro la sfiducia individuale al ministro Boschi in Parlamento. Però, non prendiamoci in giro. Noi abbiamo acquisito, dai lavori della Commissione, che tra gennaio e marzo, forse anche aprile, 2014 Banca Etruria è soggetta a ispezioni della Banca d’Italia, ispezioni che evidenziano notevoli criticità. Abbiamo appurato un attivismo, in questi stessi mesi, non solo della Boschi, ma anche del presidente Renzi, con Vegas, Visco e Panetta. E poi, a fine 2014, ancora attivismo della Boschi su Ghizzoni, mentre si sta preparando il decreto sulle popolari.Tutto questo sta a significare un crogiolo di conflitti di interessi. Siamo certamente di fronte ad una situazione molto confusa e molto opaca”. Lo ha detto Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, intervenendo in Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario e finanziario, durante l’audizione di Federico Ghizzoni, ex amministratore delegato di Unicredit.
A sua volta l’on.le Fabio Rampelli dichiara: “Le affermazioni eclatanti dell’ad di Unicredit Ghizzoni smascherano la bassezza del livello morale ed etico di Renzi, Boschi e di tutto il Pd che sapeva e non ha fatto nulla per arrestare questa deriva affaristica. Avevamo intuito la putrescenza del materiale umano, ma le continue interferenze della Boschi ci lasciano di sasso. La sua delega al governo, all’epoca dei fatti, era sulle riforme costituzionali e i rapporti con il Patlamento, niente giustifica la sua onnipresenza nelle relazioni con il sistema bancario se non la tutela degli interessi di famiglia in Banca Etruria. Dopo averla spolpata, la famiglia Boschi utilizzava il ministro Maria Elena per mendicare un salvataggio vantaggioso, fino a usare il noto faccendiere amico e benefattore di Matteo Renzi Carrai che nella sua email a Ghizzoni sollecita una risposta all’incontro tra lui e la Boschi, nel rispetto dei ruoli. Già, ma lui non ne aveva e, quindi, sollecitava a nome della Boschi. Una vicenda squallida che sconvolge le istituzioni. Gente che ha giurato fedeltà alla Costituzione e che andrebbe ora messa sotto accusa per alto tradimento. Se esistesse la possibilità di farlo saremmo i primi”.

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La voce del nuovo partito comunista

Posted by fidest press agency su martedì, 3 ottobre 2017

partigianiL’arrivo di una e-mail che mi annuncia l’esistenza di un “nuovo” partito comunista in Italia mi offre l’occasione per cercare di fare chiarezza soprattutto dentro di me e per capire i comportamenti razionali e irrazionali che avverto tra le persone che frequento, il cicaleccio di occasionali conversazioni e gli umori che registro tramite i vari contatti che riscontro sulla rete. Sono stato sempre convinto che il fallimento del “vecchio” partito comunista non sia stato tanto sulle ideologie quanto sugli uomini che le hanno sposate ma che le hanno tradite con i loro comportamenti non conformi. Oggi intravedo la necessità che anche il capitalismo ceda il passo a una nuova forma di gestione della società su valori che, per altro, sulla carta sono ampiamente condivisi: equità sociale, ridistribuzione delle risorse, lotta agli abusi e alla corruzione. In questo ruolo sia il socialismo reale sia il capitalismo hanno fallito per ingordigia. La ciclicità, per altro, delle crisi economiche e finanziarie denota l’ingovernabilità di un sistema poiché non rispetta più le regole del vivere civile. Va anche detto con chiarezza che prima di ingabbiarci in un modello di governance che finisce con il metterci gli uni contro gli altri in conflitti che possono diventare anche cruenti dovremmo capire quale genere di società vogliamo. E non credo che vi siano dubbi quando affermiamo che il diritto alla vita non prescinde da quello del diritto a vivere. Cosa significa? Che noi dobbiamo garantire ai nuovi venuti il diritto all’assistenza sanitaria, all’istruzione, ad avere un tetto sotto cui ripararsi, al lavoro, all’accesso ai beni primari (vitto in primis). Sono cose che non si possono e non si devono negoziare poiché il loro valore è assoluto e indeclinabile, a prescindere dalle condizioni economiche dei soggetti che accolgono i nuovi venuti.
Se questo significa essere comunisti, nuovi o vecchi che siano, io sono comunista.
Se la Chiesa di Roma o di altre “centrali” considera il bene vita come base per il bene vivere, io sono un fedele praticante e osservante.
Se i governi che potrei definire laici perseguono questi fini nell’amministrare i loro popoli io mi sento di appoggiarli incondizionatamente. Se tutti costoro, o parte di essi, predicano bene e razzolano male allora io mi sento di combatterli in forza della regione che è in me e della falsità e dell’ipocrisia da essi mostrata all’atto pratico. Ora resta da capire cosa si deve fare per dare alla società mondiale quel giusto taglio da noi auspicato e per combattere quelle forze che pur minoritarie cercano in vario modo di vanificare le giuste e corrette forme di vita.
E’ di certo un problema educativo. Sappiamo bene che se ci caliamo nella realtà italiana abbiamo una parte, diciamo l’80% della popolazione che è rappresentata da pensionati, lavoratori monoreddito con salari medio bassi, precari, cassa integrati, disoccupati, mentre dall’altra parte vi sono tutti gli altri. Logica vorrebbe che a governare il paese vi fosse la maggioranza che abbiamo indicato mentre sappiamo che è tutto il contrario: è il 20% della popolazione che condiziona la vita politica e istituzionale del popolo italiano con gli effetti perversi che ci ritroviamo.
E allora l’invito è che questa grande maggioranza si riappropri dei suoi diritti, si riconosca nel rispetto dei propri simili, si faccia promotore di un modello di società sempre più aperto e solidale con l’area del disagio e che intraveda nell’essere umano non un bene economico ma un bene sociale e in tale veste sostenerlo senza esitazione alcuna. E’ questa la prima grande rivoluzione che deve maturare dentro di noi, aprirsi alla comprensione altrui, diventare legge universale. Saper convivere con le idee altrui.
.Per quanto posso andare contro corrente, secondo il pensiero che va per la maggiore, ritengo che il proletariato individuato dal marxismo e i mali che hanno denunciato e la stessa nascita del leninismo come costola di un’idea marxista, sono diventati rivoluzionari non per volontà propria ma per necessità. Una società ingessata, molto legata a logiche consumistiche, al profitto, alla competitività come prevaricazione degli interessi deboli e dove il più forte non è il più intelligente, il più colto, il più saggio ma il più ricco, il predatore, non si può scardinare senza uno scossone violento. Sono aneliti di libertà legati al mancato riconoscimento di uno spazio vitale per chi non ha nulla da perdere perché povero, disoccupato, precario con un avvenire incerto, pensionato, cassaintegrato e famiglie che stentano a rincorrere i modesti stipendi al costo della vita e a subire l’esosità dello stato con le sue gabelle. E’ anche un movimento che denota i suoi punti deboli quando è chiamato a governare. Diventa necessariamente una dittatura e questo costituisce la negazione dei suoi principi, della sua vocazione storica. Ha anche la presunzione che un sistema politico non può essere debellato, se lo considera contro gli interessi del popolo che pure lo ha legittimato con il voto, con la stessa arma, ma solo con una rivolta cruenta. Qui non parliamo di paesi che hanno una dittatura, ma del nostro occidente colto, preparato, disposto ad accettare un confronto aperto, ma che non di meno subisce il fascino dell’imbonitore di turno ed è sedotto dall’idea che si possa entrare nella cerchia dei benestanti con un po’ di fortuna e la raccomandazione giusta. Uscire dall’anonimato, dalla povertà, è il sogno di tutti e ognuno per perseguirlo cerca di costruirsi la sua nicchia anche se la miseria batte alla sua porta, anche se ha dei limiti obiettivi non per proprio demerito, ma per chi ti ospita come accade agli immigrati, ma anche per chi vive in una regione, dello stesso stato, e pensa di spostarsi. E’ un sogno che richiede tempo e pazienza. E’ un sogno che fa scalpitare i giovani e rende cinici e amareggiati gli anziani. Da qui l’insofferenza degli abitanti dei quartieri poveri delle città britanniche, francesi, spagnole e greche di questi ultimi mesi. Da qui il disperato grido di dolore dei martiri che nel mondo arabo hanno invocato la libertà e sono stati definiti “briganti” da schiacciare come vermi. Da qui l’appello alla consapevolezza di uomini di cultura che vedono trasformato l’essere umano in qualcosa di disumano sviluppando i più bassi istinti, avvelenato dalle logiche consumistiche e dalla necessità che per soddisfare le sue ambizioni è necessario arricchirsi in fretta. Una società di questo genere è una società drogata, rinunciataria, avvelenata da ideologie aberranti. Non è questo, certo, un modello di vita ma solo di sopravvivenza. Non di speranze ma di rinuncia alla speranza. Non di crescita ma di depressione. E’ anche il più innaturale modo di concepire la vita se vogliamo crescere e maturare secondo valori che esaltano il ruolo dell’essere umano nel suo viaggio terrestre. (Riccardo Alfonso)

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I cattolici ed il partito che intese rappresentarli in politica

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 agosto 2017

STURZO.Don Luigi SturzoDue sono i momenti che ci sembrano caratterizzare questo rapporto. Il primo deriva dal successo elettorale del 18 aprile del 1948 che segnò l’inizio della centralità democristiana nel sistema politico italiano, ma questa stagione fu molto breve. Seguì la sconfitta elettorale delle elezioni politiche del 1953. A questo punto ci si chiese, come fece Gianni Baget Bozzo, se la Dc non avesse tradito la sua vocazione di partito cristiano per diventare un partito totalmente pragmatico e interessato solo al potere. Il dibattito che ne seguì implicò due aspetti specifici. Il primo che si considerò scontato era quello che la DC avesse abbandonato il modello di cristianità mentre non si poteva dire la stessa cosa riguardo alla idealità cristiana espressa dagli esponenti della Dc. La Chiesa con tutte le sue organizzazioni cattoliche aveva appoggiato la Dc sia nel 1948 sia nel 1953 eppure in termini di consensi elettorali la situazione era cambiata. Cosa voleva dire? Che la Dc doveva camminare con le sue gambe per segnare una maggiore autonomia dalle strutture del mondo cattolico. Da qui ebbe inizio un lungo processo che se per entrambi vi era il comune denominatore del contrasto al comunismo, a distinguerli erano le risposte più laiche e meno religiose da mettere in campo trattando gli aspetti della politica e del governo del Paese. Da qui, se vogliamo, partì la maturazione di un modo diverso d’impostare i problemi della comunità politica puntando ad una separazione dei ruoli secondo il dettato evangelico di dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio. E tutte le volte, come accadde con il referendum sul divorzio, dove la Dc, guidata per l’occasione da Fanfani, si schierò con le gerarchie religiose ne uscì sconfitta o duramente colpita. (Riccardo Alfonso direttore del centro studi religiosi e filosofici della Fidest)

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In libreria «Il Partito. Organizzazione, mutamenti e scissioni della sinistra maggioritaria italiana»

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 luglio 2017

il partitoEsce il 6 luglio in libreria per Rubbettino «Il Partito», il nuovo libro del politologo Valerio Marinelli, ricercatore presso l’Istituto per la Storia dell’Umbria contemporanea, dedicato all’analisi e alle mutazioni del partito di Renzi. Abbiamo chiesto a Marinelli, in occasione dell’uscita del suo volume, un’analisi dell’attuale situazione del partito e di provare, partendo da quanto scritto nel libro, a spiegare le ragioni dell’attuale crisi del maggiore partito del centrosinistra italiano. Marinelli pone particolare attenzione al problema della leadership personalizzata. « I candidati sindaci – scrive – non possono essere Renzi in sedicesimo, e se tentano di riprodurre il suo stile lo pagano caramente».
Per Valerio Marinelli la sconfitta del PD in queste amministrative è bruciante, ma valutando i dati assoluti e non percentuali delle tornate elettorali locali degli ultimi anni si comprende che il calo dei consensi per il principale partito del centro sinistra non è un fenomeno nuovo. Politici e commentatori avanzano analisi interessanti che si concentrano per la maggior parte in fattori contestuali, su contingenze e congiunture in grado di fotografare la complessa realtà corrente. Vale perciò la pena di approfondire il tema individuando alcuni elementi di riflessione critica capaci di contribuire a spiegare i motivi più strutturali e di lungo periodo che fanno da presupposto a tale sofferenza elettorale. Si tratta di elementi da ricondurre ai mutamenti e alle innovazioni politico-organizzative introdotte dal corso renziano il quale porta invero a definitivo compimento linee di tendenza già in precedenza apprezzabili.
Finché ha resistito il modello di partito di massa o un modello basato su un ampio coinvolgimento degli iscritti nei livelli di base, le discussioni politiche della sinistra vantavano una certa attenzione nei diversi spaccati cittadini o all’interno delle comunità dei centri minori. I congressi, ad esempio, erano veri e propri eventi, producevano idee e progetti di cui spesso anche il cittadino non impegnato politicamente veniva a conoscenza. Le primarie non sono congressi. Un conto poi sono le primarie agite in una cornice nazionale e un altro sono quelle allestite nei territori. Sul piano nazionale, le primarie mobilitano una quota di opinione pubblica, ma sul piano locale ad attivarsi sono per lo più i circuiti corti delle relazioni personali. Gli iscritti hanno pressoché le medesime funzioni degli elettori, e ciò non aiuta a responsabilizzare i militanti dopo il voto. La militanza, che per la sinistra tradizionale ha sempre avuto un riconoscimento culturale prima che politico è ormai divenuta scarsa nei numeri e povera di passioni ideali.
Da un soggetto che si definisce post-ideologico non si può pretendere la capacità di esprimere un veicolo emotivo pregnante e coinvolgente. Il PD è un partito che dice di volere un mondo migliore (quale?) non un mondo diverso. E questo, rispetto alle caratteristiche storiche della sinistra, pesa in negativo sulle possibilità di aggregazione socio culturali del consenso e dell’impegno politico nel territorio. La velocità decisionale, la vittoria come fine anziché come mezzo, il nuovo per il nuovo sintetizzato in un’effimera e speciosa istanza di “rottamazione” non sostituiscono quei valori dai quali si sviluppa una “visione del mondo” e attraverso i quali si riesce a definire implicitamente gli avversari. Nell’elettorato passa così l’idea che “tanto sono tutti uguali. Una formula che gli elettori di sinistra e centrosinistra declinano con l’astensione.

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P.D. nel caos

Posted by fidest press agency su domenica, 7 maggio 2017

“Sul provvedimento sulla legittima difesa il Partito democratico ha fatto un pasticcio. Il centrodestra il modo unitario ha detto ‘no’ ad un testo scritto male e confuso. La maggioranza ha approvato il testo, hanno esultato. E poi cosa succede? Renzi, neo segretario del Pd disconosce la legge, ironizza su ‘notte-giorno’ e dice che la norma va cambiata al Senato. Renzi come un Brunetta, un Gasparri o una Meloni. Tutta la stampa ha evidenziato la confusione di questa norma. Che governo è questo? Caos totale”. Lo ha detto Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, intervenendo ad un incontro pubblico organizzato dal partito azzurro, con amministratori e attivisti, a Mestre (Venezia).

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Giuseppe Dossetti: L’invenzione del partito

Posted by fidest press agency su venerdì, 9 dicembre 2016

bolognaBologna Giovedì 15 dicembre ore 18.00 Palazzo d’Accursio – Sala Farnese, Piazza Maggiore 6 in occasione del 20° anniversario della scomparsa di Giuseppe Dossetti, l’Associazione Zikkaròn, l’Istituto De Gasperi, l’Istituto Gramsci presentano il volume Giuseppe Dossetti, L’invenzione del partito a cura di Roberto Villa. Dopo i saluti di Virginio Merola, Davide Conte, introduce gli interventi di Paolo Pombeni e Carlo Galli, sarà presente il curatore.
Il titolo del libro dà conto proprio di questa sua tenace determinazione: “L’invenzione del partito”. Un esempio notevole della visione che egli aveva della funzione del partito e dell’impegno che fin da subito egli profuse per inventarlo è dato dalle dettagliatissime “disposizioni” che diede per la “Giornata della solidarietà popolare” indetta dalla Dc per il 1° novembre del ’45. La Giornata avrebbe dovuto essere, scriveva, “la dichiarazione e a un tempo l’inizio della concreta attuazionedi un programma di solidarietà di tutto il popolo italiano”. Si tratta di indicazioni molto ricche sul piano dei contenuti ideali, dei valori da mettere in campo, ma anche ricche di iniziative concrete che dessero corpo ai valori proclamati, e ricche di particolari organizzativi pensati con estrema cura. Dossetti arrivava dappertutto. In una nota del 25 novembre dello stesso anno scrive che il partito “non può lasciare avvicinare il periodo delle Feste senza consigliare i dirigenti degli uffici provinciali sulla opportunità di approfittare della ricorrenza natalizia per promuovere in tutte le sezioni riunioni atte a richiamare ai nostri aderenti la dottrina nostra sulla Famiglia”.Dossetti, nel secondo periodo in cui ebbe il ruolo di vicesegretario del partito, partecipa a tutte le riunioni della Giunta esecutiva centrale, che ha il compito di coordinare l’attività dei dirigenti del partito in tutti i settori, e ne tiene i verbali (perché non si fida del verbalizzatore ufficiale). E’ lui che predispone gli argomenti in discussione e quasi sempre è lui che ne svolgei contenuti avviando la discussione. In un anno partecipa a 31 sedute della Giunta, a cui vanno aggiunte ventisette riunioni della Direzione e una lunga serie di riunioni dei direttivi dei gruppi parlamentari e del collegio dei probiviri. Ma se Dossetti si occupa di ogni aspetto della politica del partito (e nel libro, ad esempio, si trovano brevi ma assai interessanti annotazioni sul concetto di democrazia sostanziale e sulle critiche da lui mosse alla politica economica impostata da Pella), straordinaria è l’attenzione che egli dà a rendere il partito stesso un organismo davvero vivo e vitale, partecipato da ogni singolo aderente e in grado di trarre da ogni singolo aderente la linfa vitale per la sua azione politica: si veda la scheda predisposta per i comizi dedicati alla “vitalizzazione del partito”.Vi sono, poi, nel libro pagine insolite. Come la lettera scritta nell’agosto 1950 a Luigi Carraro, professore di diritto privato e segretario regionale della Dc veneta, in cui con grande umiltà scrive: “Vorrei che tu mi aiutassi a fare il mio bilancio, indicandomi anche le mancanze e gli errori che io non ho saputo vedere”. O le brevi lettere scritte a Mario Scelba, più tardi, nel ’54, quando Scxelba divenne primo ministro, e poi nel 1959, al tempo della sua ordinazione sacerdotale: in esse c’è la testimonianza, come nota Roberto Villa, di come Dossetti, pur nella divergenza politica, seppe tenere forti rapporti amicali con gli uomini provenienti dall’esperienza del popolarismo sturziano. Il volume è edito dalle Edizioni Zikkaron, promosse a Marzabotto dalla cooperativa Koinonia fondata nel 1999 da alcuni membri della Piccola Famiglia dell’Annunziata, la comunità a cui Dossetti ha dato vita a metà degli anni ’50.

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Centrodestra: occorre chiarezza e coerenza

Posted by fidest press agency su domenica, 31 luglio 2016

meloni«Io ragiono con semplicità. Punto numero uno: Parisi non avrebbe i nostri voti se volesse andare al governo con Renzi. Punto numero due: Berlusconi dica se è favorevole ad un Renzi bis. Punto numero tre: il centrodestra deve avere programmi coerenti su Europa, banche, immigrazione. E per selezionare la classe dirigente ci vogliono le primarie perché non si può fare che arriva uno e dice “io sono il capo”. Parisi da quale parte della barricata sta? Ancora non l’ho capito. Io sono pronta a confrontarmi. Dice No al referendum? non basta. Noi abbiamo fatto un incontro sabato scorso ad Arezzo dove c’era quel pezzo di centrodestra e di Fi convintamente contro il referendum e i minestroni. C’erano Maroni e Toti, due presidenti di Regione e c’erano quasi tutti i sindaci dei comuni capoluogo. C’era un centrodestra che già vince sui territori. Da qui si riparte, dalla chiarezza e dalla coerenza»
Lo ha detto il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni in un’intervista al quotidiano “La Stampa”.
«Non metto bocca sulle questioni interne ad un altro partito. Il problema è un altro: Parisi è funzionale ad un governo Renzi bis in caso di vittoria del No al referendum? Certamente un governo di unità nazionale non avrà i nostri voti. Parisi ha detto senza infingimenti che in caso di vittoria del No Renzi può rimanere. Come la pensa Berlusconi non lo so: non ci parlo da quando ha deciso di sostenere Marchini a Roma. Osservo che la figura di Parisi è quella più dialogante con Renzi nella prospettiva che Renzi non sia autosufficiente dopo il referendum. Anche il nuovo protagonismo di Alfano è un sintomo di questa prospettiva: per lui essere moderati significa essere inciucisti e farsi eleggere da una parte e poi andare al governo con quella avversa. Basta ammucchiate: non siamo disponibili e non lo sono più i cittadini. L’esperienza di Roma ha dimostrato che puoi stipare tutti i pezzi che vuoi, mettere insieme Marchini e Storace, ma la gente non ti vota. Io sono da sola ho preso più del doppio di Marchini», ha detto Meloni.
«Se Renzi fosse un uomo di Stato dovrebbe proporre fin d’ora che di sederci attorno ad un tavolo e discutere e approvare in Parlamento un nuovo sistema elettorale in caso di vittoria del No. Sarebbe una clausola di salvaguardia che eviterebbe i laboratori politici dentro i Palazzi. Tutto si può fare tranne esperimenti di Partito della Nazione», ha spiegato Meloni.

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Ogni tanto si incontrano persone convinte che il PD sia un partito di sinistra

Posted by fidest press agency su martedì, 5 luglio 2016

Pd bandieraSe non sono troppo distratte, bastano poche battute e su questa infondata convinzione cominciano ad elaborare il dubbio. Del resto non ci vuole molto per dismettere un luogo comune e rendersi conto che la realtà è altra cosa. Il PD non è un partito di sinistra, è piuttosto un agglomerato di interessi confuso in un bizzarro conservatorismo, spacciato e camuffato da riformismo.Il PD dispone anche di una minoranza convinta di “fare la differenza” e convinta pure che “le cose si cambiano dall’interno”.È anche vero che ognuno ha il diritto di coltivare le proprie illusioni, e tra queste di includere l’illusione che le riforme siano sinonimo di progressismo.Ogni modifica allo stato esistente è una riforma, anche se si decide di chiudere il Parlamento, o di sospendere le garanzie costituzionali e di proclamare lo stato di guerra, è una riforma . Fare le riforme, di per sé, non è garanzia di un bel niente, e la spregiudicatezza con la quale oggi il PD vuole “cambiare verso” alla democrazia, non è una illusione, purtroppo è una preoccupante realtà. La Costituzione è il Patto Condiviso di una Nazione. La Costituzione non è immutabile, la si può cambiare, a patto che anche il percorso per farlo sia condiviso ma soprattutto che i contenuti siano sempre la risultante di una mediazione elaborata da tutte le rappresentanze politiche.
La sinistra italiana ha sempre avuto, piuttosto, la costante ed esagerata capacità di frammentarsi fino all’inverosimile nella interpretazione della forma e del merito, rispetto ad ogni cosa. E’ la destra invece che trova vigore e coesione quando calpesta regole e contenuti.Sono gli eredi diretti di quei democristiani di destra che pensavamo sepolti dalla storia, quelli che pur di fare un governo per gestire il potere, ieri non disdegnavano di allearsi con il MSI di Almirante, oggi addirittura inseguono Forza Italia e il suo proprietario.Sono tornati, e sfoggiano un pessimo guardaroba di opportunismi sulla passerella delle loro personali ambizioni.
Il PD di Renzi è ormai irreversibilmente un partito di destra, qualcuno trovi il coraggio di dirlo a Bersani. (Carla Corsetti Segretario Nazionale di Democrazia Atea)

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La linea politica di Fratelli d’Italia

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 settembre 2015

giorgia meloniAl termine della diciottesima edizione di Atreju, la festa nazionale della destra italiana organizzata da Giorgia Meloni, si è riunita oggi a Roma l’Assemblea Nazionale di Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale, di cui fanno parte 500 delegati di tutta Italia eletti nell’ultimo congresso. L’assise, presieduta dall’on. Ignazio La Russa, ha approvato all’unanimità la linea politica presentata dal presidente Giorgia Meloni. Quattro sono stati i temi centrali illustrati attraverso le relazioni di apertura. L’on. Edmondo Cirielli sulla sicurezza e la tutela dei cittadini e la valorizzazione a questo scopo delle Forze dell’Ordine. L’on. Marcello Taglialatela sulla necessità di valorizzare e tutelare il Sud Italia nel quadro di rafforzamento dell’intera Nazione. Agostino Ghiglia sulla lotta contro l’oppressione fiscale con azioni di sostegno alle categorie produttive e alle partite Iva. Federico Iadicicco sulla tutela della famiglia e la necessaria battaglia politica contro l’ideologia del gender.
È stata presentata una mozione che impegna i dirigenti rappresentanti di Fratelli d’Italia nella Assemblea della Fondazione Alleanza Nazionale del 3 e 4 ottobre e impegna il movimento a convocare un congresso entro gennaio, invitando a partecipare tutti coloro che, in buona fede, condividono la necessità di costruire una destra ancor più forte e rappresentativa. La mozione è stata approvata a larghissima maggioranza con due voti contrari. L’assemblea si è chiusa con l’indizione di una grande manifestazione alla fine del mese di novembre contro il Governo Renzi.

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Renzi e il partito sbagliato

Posted by fidest press agency su domenica, 2 agosto 2015

andrea franceschi-enrico cisnetto-iole cisnetto  DSC_1326È dai tempi di “Vamos a la playa” dei Righeira che ogni estate ha il suo tormentone. Quest’anno invece di una canzonetta o di un modo di dire, a tenere banco sulle spiagge è una domanda politica: “è Matteo Renzi ad aver sbagliato partito o è il Pd ad aver sbagliato leader?”. Come per tutti i tormentoni che si rispettino, la risposta non c’è. Ma una cosa è comunque chiara: le strade del presidente del Consiglio e del Pd prima o poi sono destinate a separarsi. Vedremo chi lascerà chi, quando e con quale scusa, ma date pure la cosa per fatta. Siamo però sicuri, cari lettori, che la stragrande maggioranza di voi dirà senza tante perifrasi: ma chissenefrega! E noi con voi. Ma sì, francamente non c’è bisogno di attingere all’armamentario qualunquista – e voi sapete bene che TerzaRepubblica se ne tiene alla larga – per dire che delle convulsioni del Pd cui siamo costretti ad assistere quotidianamente non solo non importa niente a nessuno (tranne che agli interessati) ma si tratta di uno spettacolo deprimente, e inutile ai fini della soluzione dei problemi del Paese. Naturalmente questo giudizio vale anche per gli altri protagonisti della vita politica (si fa per dire), partiti allo stato gassoso da cui non scaturisce un’idea che una per tirare fuori dalle secche il Paese. Il quale è ancora fermo, immerso in una stagnazione che ha impedito che l’uscita dalla recessione si trasformasse in vera ripresa, con il divario Nord-Sud che si fa abissale (si vedano gli ultimi dati Svimez) e la disoccupazione che torna a salire e rende probabile la dura profezia del Fondo Monetario, secondo cui ci vorranno altri 20 anni per tornare ai livelli pre crisi mondiale. Basta guardarsi intorno (senza la mediazione di giornali e tv, che sono occhiali deformanti) per vedere che partite Iva sono evaporate, il piccolo commercio si sta esaurendo, che le poche grandi realtà industriali che abbiamo guardano (inevitabilmente) sempre più all’estero, e che non basta l’export a cambiare le sorti del nostro sempre più povero capitalismo.E, oltretutto, è un Paese violentato da vicende di cattiva per non dire squallida amministrazione, come quelle romane (ma è solo un esempio dei tanti), che contribuiscono a rendere ancora più sfiduciati e depressi gli italiani.In questo quadro – di cui vi graziamo ulteriori dettagli, vuoi perché li conoscete bene e vuoi perché alla vigilia delle vacanze sarebbe crudele elencarli – l’unica medicina utile, sul piano pratico come su quello della psicologia collettiva, è imprimere una svolta all’andamento dell’economia. Renzi l’ha capito, e non è un caso che nel momento più difficile della sua scommessa politica – dopo la ridimensionata patita alle amministrative il suo grado di consenso non si è più risollevato, anzi – ha tirato fuori l’idea di un taglio significativo, ancorché progressivo, delle tasse. Un piano pensato e presentato come una sfida alla destra del “meno tasse per tutti” che non ha saputo realizzare quel sogno e alla sinistra che ne è ideologicamente contraria. E frutto di una politica di comunicazione che ha come presupposto far dimenticare l’esistenza del Pd ed arrivare alle elezioni politiche, anticipate o a scadenza naturale che siano, avendo profilato il Pdr (Partito di Renzi) in un crescendo di promesse di cambiamenti radicali. Progetto politico comprensibile, e per molti versi anche utile (noi però gli consigliammo di metterlo in atto ai tempi delle primarie, forse ora è un po’ tardi per emanciparsi da un partito di cui è anche segretario), ma che rischia d’infrangersi contro una complessità che è molto più grande e articolata di quanto Renzi non immagini. Cogliere il punto della questione fiscale come chiave elettorale (come fu per gli 80 euro) è sì corretto dal punto di vista politico, ma temiamo non lo sia sul piano sostanziale. Una cosa del genere andava fatta subito, come primo passo del governo – perché più ci si avvicina alle urne e meno chi governa è disposto a mettere mano ai privilegi insopportabili di un pezzo della società italiana – e andava sostanziata (come andrebbe anche ora) sia da un preventivo piano di riduzione (il perimetro della cosa pubblica deve restringersi) e trasformazione (da spesa corrente a investimenti) della spesa pubblica, sia da un piano di messa a reddito del patrimonio pubblico. Si dirà: meglio tardi che mai. E sia. Ma quel piano fiscale non è lo shock che serve e che gli italiani stanchi di un ventennio inconcludente (la Seconda Repubblica) si aspettano. Non produrrà un flusso d’investimenti tale da configurare una netta inversione di tendenza, così come non spingerà più di tanto i consumi interni, che ormai si sono assestati su stili di vita molti diversi da quelli di quando eravamo ben oltre le nostre possibilità. E dunque, non servirà ad accrescere il pil in misura tale da poter accorciare le distanze nella crescita con gli altri paesi dell’euroclub. Ci inducono a pensare così alcuni fattori. Primo: la progressività della manovra, che inevitabilmente perde d’impatto. Secondo: l’assoluta genericità delle indicazioni sulla copertura della manovra da 50 miliardi. Che può anche essere fatta a deficit e negoziata con Bruxelles, ma presuppone un piano d’intervento compensativo sul debito che non c’è. Terzo: la non focalizzazione degli obiettivi. Non si può passare dalla prima casa al carico fiscale sulle imprese e tanto altro, proprio perché non c’è spazio per una manovra a 360 gradi. Quarto: l’esperienza. Di queste manovre ne abbiamo viste, o meglio sentite annunciare, un’infinità, ma se nessuna è andata in porto vuol dire un motivo ci sarà. Sia chiaro, non siamo affatto contrari ad un forte shock fiscale. Anzi, lo andiamo predicando e abbiamo scritto più volte, anche negli ultimi tempi, che Renzi avrebbe fatto bene a lavorarci. La pressione fiscale è troppo alta, scoraggia non solo gli imprenditori ma qualunque intrapresa. Intervenire è indispensabile. Ma è quel poco che c’è (e soprattutto quel tanto che non c’è) sul tavolo a spaventarci. Se si propone un patto agli italiani, come ha fatto Renzi, non si può non dire loro che la prossima legge di stabilità dovrà necessariamente partire dai 29 miliardi in più di entrate tributarie previste a legislazione vigente nel Def, con le clausole di salvaguardia pronte a scattare se non si procede a tagli di spesa di tale importo. Temiamo come la peste gli effetti annuncio, malattia ormai cronica della nostra politica. Speriamo solo che qualche giorno al mare o in montagna, anziché inutili tormentoni, porti un po’ di saggezza. (Enrico Cisnetto da Terza Repubblica)

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Per il partito che non c’è

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 maggio 2012

I satrapi della politica sono in questi giorni generosi nelle loro sentenze sul modo d’intendere la politica e d’interpretarla a beneficio del popolo degli elettori, ma hanno un grosso difetto d’origine: parlano per la continuità del sistema e non per un suo superamento prefigurando un modello diverso d’affrontare il rapporto società civile e la sua rappresentanza istituzionale.
L’opinione pubblica invece è di tutt’altro intendimento anche se venendo meno una proposta credibile potrebbe essere tentata a disertare le urne o a votare come ha fatto in passato tradendo soprattutto lo spirito del nuovo che serpeggia nell’aria.
Ma se dessimo corpo ad un partito che oggi, purtroppo, non è intravedibile dobbiamo dire che esso dovrebbe fondarsi su un programma logicamente condivisibile ma tremendamente rivoluzionario. Un movimento fondato su due diritti complementari tra loro: il diritto alla vita e il diritto a viverla.
Siamo stati sempre molto sensibili all’idea che non vi debbano essere ostacoli di alcun genere per assicurare la natività, ma siamo molto scarsi sull’altro diritto che gli fa da corollario che è quello, a mio avviso altrettanto importante se non di più che è di continuare a vivere. Quel diritto disatteso che fa morire milioni di bambini e le loro madri in tutto il mondo per mancanza di assistenza sanitaria e di fame, quel diritto che latita impedendo a milioni di esseri umani di non avere un lavoro con il quale fondare una famiglia e sottrarsi alla miseria, quel diritto che tollera nazioni che coltivano il razzismo, l’apartheid, l’avidità delle classi privilegiate, quel diritto che garantisce l’istruzione ma non offre sbocchi adeguati nel rispetto della cultura, quel diritto che non permette a tutti d’alimentarsi e d’avere un tetto sotto cui ripararsi. Quel diritto che da un senso allo stesso diritto alla vita che è l’inizio di un percorso che la civiltà, il progresso, la cultura dovrebbero insegnarci a renderci consapevole di una continuità che non si può e non si deve interrompere. Quel partito non c’è e quel che è peggio non è nell’agenda politica non solo dell’Italia ma anche nelle restanti parti del mondo. Quel diritto che ci permette di guardare il futuro con più serenità e senso di giustizia. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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