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Il caso Italia tra un occhio che guarda al futuro e l’altro che fa l’occhiolino al passato

Posted by fidest press agency su martedì, 27 agosto 2019

In altre parole ciò che è deteriore, in Italia, dipende dal fatto che ci troviamo al cospetto di un sistema ben oliato in grado di rendere tutto difficile, se non impossibile, ciò che non fa comodo ai padroni del vapore. Intendiamo con ciò affermare che la classe politica non è oggi in grado di avere la forza sufficiente per competere alla pari con i forti interessi di categoria. Il capitalismo italiano, per esempio, si è innestato nei secoli sulle reti di rapporti familiari. Ciò crea una forma di conservatorismo economico che non permette altri sbocchi. In questo modo ritorniamo sempre al punto di partenza con l’aggiunta di un’altra manciata di leggi che tendono sempre di più a confondere il quadro normativo, già complicato per suo conto, con le sue oltre duecentomila leggi e quattrocento mila regolamenti e disposizioni regionali, provinciali e comunali. Dovremmo considerarle una naturale gerarchia delle fonti, ma non è così. La voglia di chiarire, di spiegare, di precisare, è tale e tanta che alla fine si rischia di tradire non solo lo spirito della legge, alla quale i regolamenti puntigliosamente fanno richiamo, ma di alterarla e di confonderla. Una governance, quindi, volta a imporre una direttiva senza provocare cavillosità d’ordine amministrativo e procedurale è valida, ovviamente, solo se il suo fine è questo e non altro. In tal modo gli italiani si troverebbero al cospetto di un’autorità ben individuabile, disposta ad assumere pieni poteri ma nello stesso tempo “saggia” e “avveduta” nel calarsi nelle fattispecie pratiche. Oggi, per contro, il lobbismo è imperante. Prevalgono gli interessi corporativi rispetto a quelli competitivi. Ognuno cerca di far prevalere le proprie tesi ed è, persino, disposto a fondare un movimento o un partito o una corrente o una fazione, pur d’avere la sua porzione di “audience” tra chi bivacca nei saloni del palazzo. Il risultato è la paralisi politica e istituzionale.
Ecco perché talune “democrazie” sono o sono andate o andranno in crisi. Manca per esse, a un certo punto del loro divenire, il necessario raccordo tra il mandante e il mandatario. Il rischio è evidente: ognuno delle parti usa un linguaggio incomprensibile all’altra, sino a sfociare in un’aperta diffidenza per istituti nati e gestiti soprattutto per la tutela dei cittadini. Così abbiamo un fisco non giusto ma prepotente e vessatore. Così abbiamo una giustizia terribile con i deboli e timorosa con i forti. Così abbiamo una scuola che non riesce a educare per la vita e si arrampica sulla china accidentata delle utopie. Così abbiamo un governo del paese che non sa comprendere le attese e le aspirazioni di un popolo pur avendo da esso avuto il mandato per governare. Ecco perché si parla della crisi di un sistema. Ecco perché si discetta sulle incomprensioni, sul malessere, sulla rivolta di un popolo. Questi, e mi riferisco sempre all’Italia, non è stato nemmeno educato a stare unito per comune identità culturale e geografica d’ideali.
Vi è stata, semplicemente, la pretesa d’individuare un possibile territorio quale area per costituire una specifica sovranità nazionale, a prescindere. (Riccardo Alfonso)

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La lezione che ci viene dal passato e le ideologie che si trasformano

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 settembre 2018

Leggo sempre con interesse la pubblicistica che mi perviene da “La voce” del “nuovo” Partito comunista italiano per riprendere il discorso sul valore e la portata di un movimento che ha fatto la storia di gran parte del XX secolo ma che con l’entrata del XXI mostra segni di cedimento nel consenso delle “masse popolari”. Già ebbi modo di osservare, sommessamente, che vi sono due aspetti che i comunisti di oggi dovrebbero considerare nell’esporre le loro tesi.
Il primo è che il linguaggio va modernizzato e il secondo che le ideologie hanno perso il loro carisma e al loro posto esiste una semplificazione di fatto che vede solo due culture: quella dell’avere e quella dell’essere. Se analizziamo tali aspetti noi dovremmo convenire che esiste una stragrande maggioranza nella popolazione mondiale che ha bisogno di una guida per riscattarsi dalle violenze e dagli abusi di cui costantemente e quotidianamente è sottoposta. Pensiamo alla ricchezza di pochi, alla loro arroganza e al modo come fanno scempio delle libertà, della democrazia e dei diritti di quelli che ritengono i loro sottoposti, alias schiavi. Come si può, ad esempio, tollerare che un paese ricco come il Venezuela debba avere gente che muore di fame e di malattie, altrimenti curabili, perché la ricchezza è concentrata in poche mani? Quanti di questi esempi esistono nel mondo? Troppi. Odiosamente tanti e li troviamo persino in quella che è ritenuta la patria della democrazia come gli Usa dove solo se si hanno i soldi ci si può curare e che persino una mezza riforma assistenziale è messa in discussione dall’attuale capo di governo ritenendola troppo onerosa per le casse dello stato mentre è di tutt’altra natura spendere miliardi di dollari per gli armamenti e armare i paesi terzi per ricavarvi enormi profitti. Sulla base di queste considerazioni, e di molte altre analoghe, ci chiediamo il perché non vi sia un movimento trasversale che vada oltre i confini nazionali per risvegliare le coscienze di tutti e farci capire che non si possono avere miliardi di emarginati a fronte di poche decine di milioni di approfittatori. Non solo. Si permettono persino di scatenare guerre tra poveri nella logica del divide et impera. A questo punto possiamo anche non chiamarci “comunisti” e i nostri competitors definirli “imperialisti” perché come accadeva agli albori del XX secolo dove si insisteva per una classe operaia culturalmente evoluta oggi abbiamo bisogno di persone che riflettono e sanno distinguere la validità e la correttezza dei messaggi che recepiamo attraverso i media e la loro capacità disinformativa. E’ questa la vera lotta proletaria che distingue il chi è, e i loro lacchè, dal chi ha. (Riccardo Alfonso direttore del Centro studi politici ed economici della Fidest)

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Cultura tra passato e presente

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 settembre 2018

Esiste un problema di ordine culturale e psicologico non meno grave dei problemi posti dallo sviluppo della scienza contemporanea e della critica storica. Il dramma del nostro presente sta tutto qui con giovani che non riescono più a volgere lo sguardo al passato ma che si crogiolano con il loro presente e persino negando un ruolo chiave al loro futuro. Vivere e godere i frutti del presente sembra essere una parola d’ordine che ha un suo innegabile fascino. Con ciò si vogliono spezzare i legami con un passato e disconoscerne il suo primato nella continuità, prima ancora che nella tradizione, per affermare quei valori deformanti del capitalismo e del consumismo che rendono, in pratica, più aspri e conflittuali i rapporti non solo generazionali ma di vita in comune. Mi riferisco, nello specifico, a quei giovani dell’abbandono scolastico, che si stordisco-no con le droghe leggere o pesanti che siano, che si abbandonano a gesti teppistici, a violenze di gene-re. Cosa essi possono sapere della cultura moder-na, delle libertà civili, degli ordinamenti democratici?
E’ un ritorno all’analfabetismo di nuova formulazione che non s’identifica con il non saper scrivere e leggere ma nel non conoscere o riconoscere i sentimenti che sono generati da un vivere comune fondato su determinati valori che trovano la loro continuità dal passato proprio perché non sanno di vecchio ma semmai di eterno. Sono deformazioni che i giovani se le portano nel loro Dna non sapendo più distinguere un evento sportivo sano a uno deformato dalla violenza e dal teppismo, dall’istruzione come base per una ricerca siste-matica del sapere a vantaggio di una devianza aberrante degli stessi insegnamenti. E’ una strada che si trasforma in un vicolo cieco di là del quale non vi sono sbocchi possibili. (Servizio Fidest)

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Tunisi: la Casbah e il suo passato e presente

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 luglio 2018

La costa tunisina è la più vicina a quella italiana. La sua capitale Tunisi è una città moderna in senso occidentale. Eppure essa mantiene la continuità di sito e di funzione sostenute dalla Cartagine punica, prima, e romana, poi. I monumenti delle due Cartagini (il porto militare punico, le grandi terme di Antonino, in riva al mare) denotano questa duplicità di passaggi.
L’entroterra, a sua volta, è lambito dal vasto deserto del Sahara, regno, nell’antichità, di popola-zioni berbere insediate in villaggi fortificati chiamati ksour. (equivalenti alla kasbah marocchina). Spicca in quella regione il villaggio berbero Chenini, con case in grotta e rovine di un vecchio ksar in posizione dominante sulla vallata. Nelle vicinanze, sulla costa, vi è Djerba la dolce. Si tratta di una rinomata e frequentatissima località balneare e con il fascino, verso il suo entroterra, di un tuffo nel deserto. Al turista oggi vi è l’invito a guardare la Tunisia non solo con l’occhio distratto dal sole e dalle danze del ventre che i vari locali sparsi lungo la sua costa sembrano occhieggiare maliziosi, ma di ricercare quella parte del suo territorio che ha lasciato ai posteri un suo dovizioso retaggio, ripercorrerlo e amarlo. (Riccardo Alfonso)

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Parliamo di teatro tra passato e presente

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 luglio 2018

Nel libro di mio figlio edito dalla Fidest “Pensieri e note critiche” vi è un capitolo riservato interamente alla storia del teatro greco, latino e italiano. E’ stata una ricerca che gli ha permesso di andare a ritroso nel tempo ripescando le rappresentazioni teatrali a partire dal sesto secolo a.C., ma credo che avrebbe potuto andare maggiormente indietro anche se in effetti le uniche tragedie che ci sono pervenute sono di Eschilo, Sofocle ed Euripide, perché ritengo che è stata forte nella natura umana, fin dai suoi primordi, l’idea di una rappresentazione, di una narrazione di un parto della fantasia dove le trasmutazioni sono state tante e diverse tra la realtà vissuta, per lo più con duri cimenti, e il sogno che ci faceva ripiegare nell’immaginazione per rendere il tutto brillante, suggestivo, paradisiaco.
Il teatro poteva diventare commedia oltre che tragedia e farsa e il guitto vi riversava il suo ingegno interpretativo, l’autore poteva dargli lo spunto creativo e il pubblico ritrovarsi immerso in quella finzione che ora fustigava i vizi ora li esaltava ora li rendeva odiosi e perversi. Il teatro nel suo far mutare aspetto, figura, far assumere diverse sembianze, alterare l’espressione del volto dell’attore, suscitargli intensa commozione o arguzia ironica e salace diventava la rappresentazione ideale di un sentimento che lo spettatore poteva catturare e far suo.
Così ora mi sembra naturale riprendere quell’antico discorso per riallacciare il filo interrotto di quei pensieri e per vederli ora riproposti in chiave moderna lasciando la tunica e indossando lo smoking. E’ un presente che ha forse perso la veste originale del suo passato ma non lo spirito che è e resta immortale. Così possiamo rivedere riproposte le storie di un tempo ma anche altre e mescolarle sapientemente perché rimane in tutti noi una costante immutabile nel tempo che trova inutile e fastidioso riproporre ciò che è, perché nulla di ciò che è può soddisfarci pienamente e quando la natura è brutta preferiamo la fantasia ricca di colori sgargianti alla trivialità. Forse del teatro io ho apprezzato di più ciò che ci porta al riso in luogo del pianto. Il riso, dicono, viene dalla sua superiorità. Del resto è risaputo che tutti i pazzi dei manicomi hanno sviluppata una loro idea di superiorità tant’è che si dice del riso che possa essere una delle espressioni più frequenti e più numerose della pazzia. Diciamo pure che tutti gli screanzati di melodramma, maledetti, dannati, fatalmente segnati da una smorfia che si dilata sino alle orecchie sono nell’ortodossia pura del riso.
Ora nel proporre le storie di oggi narrate e descritte sotto le luci della ribalta di un proscenio o dal monitor di un computer o del piccolo schermo televisivo io non posso escludere che esiste un forte legame con la funzione rituale ed educativa del teatro e persino dei suoi limiti se si pensa che già da allora i potenti ne traevano un utile mezzo per far propaganda politica. Oggi forse, dimentichi del passato, ci meravigliamo sin troppo se il politico avoca a se questo ruolo davanti a una telecamera gesticolando, e facendo le smorfie, sgranando gli occhi e sorridendo beffardo come potrebbe fare un attore e quest’ultimo ricambia mimandolo e cercando di esaltarne gli eccessi verbali e gestuali. (Riccardo Alfonso)

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La lezione che viene dal passato

Posted by fidest press agency su martedì, 6 marzo 2018

Platone è stato un grande maestro per i pensatori di tutti i tempi. La sua lezione è attuale anche ai giorni nostri. In un certo senso lo è anche di più di quanto accadeva ai suoi tempi. Oggi siamo portati a ricercare valori che non hanno un futuro e a trovare più conveniente dimenticare quelli che contano di più.
L’idea di Platone è quella del bene. La democrazia, per rendersi figlia del bene deve offrire all’uomo la possibilità di amare e rispettare il suo prossimo. Ma, aggiunge Platone, l’uomo spesso non conosce i limiti oltre i quali l’eccesso del bello diventa una storpiatura, l’eccesso di democrazia può portare alla tirannide.
Tiranno è dunque chi coglie i frutti del bene per utilizzarli per fini abietti. Si passa in questo modo dal problema morale a quello politico. Platone viveva nell’Atene del secolo IV dove imperversavano la licenza democratica, lo sfascio della disciplina civica e trionfavano gli egoismi e i soprusi demagogici. La contesa e la competizione tra i cittadini per essere calmierata devono riflettere nella società condizioni di governo sicure ed equilibrate.
Non si può, ad esempio, stabilire delle regole per tutti e poi pretendere che taluni le violino in nome di un primato inesistente o arbitrario. Quando la democrazia diventa tollerante con chi la disprezza o la plasma a suo uso e consumo, l’arbitrio di costoro si trasforma in tirannide. Un classico esempio l’abbiamo avuto con la rivoluzione francese. Un popolo oppresso dalla tirannide si ribella e cerca di stabilire la democrazia, ma le sue maglie sono troppo larghe e sfugge all’abbraccio della temperanza, della fortezza e della prudenza per aprire la strada a una nuova tirannide. E’ mancata, quindi, una preziosa opportunità per fare di un’esperienza, pur traumatica, una rivolta ispirata al bene dell’uomo, ai suoi valori fondamentali di libertà e di libero arbitrio.
E ancora una volta nel XX secolo questi aneliti popolari hanno trovato uno spazio ispirato alla ricerca di una democrazia “piena” ovvero caricata di valori quali la libertà dell’uomo, la libera espressione e di critica e di giudizio, ma tale assolutismo è stato più agevolmente catturato dagli “avventurieri della storia” che hanno colto dalla democrazia permissiva l’occasione per una nuova tirannide. Lo è stato per il Nazismo, il Fascismo e il Comunismo. Quest’ultimo in particolare nato da un’idea di Marx di restituire al proletariato le sue libertà, si è tradotto, per demerito di alcuni suoi profeti, in un’oppressione delle stesse libertà che predicava.
Ora che siamo entrati a pieno titolo nel XXI secolo ci aspettiamo dalle nuove generazioni una revisione critica del passato e un insegnamento magistrale per il futuro perché abbiamo tutti gli strumenti per farlo ma anche un’arma a doppio taglio che è quella dell’informazione mediatica. Occorre saperla gestire e indirizzare al bene comune, e non è cosa da poco. (Riccardo Alfonso)

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Cultura tra passato e presente

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 febbraio 2018

Esiste un problema di ordine culturale e psicologico non meno grave dei problemi posti dallo sviluppo della scienza contemporanea e della critica storica. Il dramma del nostro presente sta tutto qui con giovani che non riescono più a volgere lo sguardo al passato ma che si crogiolano con il loro presente e persino negando un ruolo chiave al loro futuro. Vivere e godere i frutti del presente sembra essere una parola d’ordine che ha un suo innegabile fascino. Con ciò si vogliono spezzare i legami con un passato e disconoscerne il suo primato nella continuità, prima ancora che nella tradizione, per affermare quei valori deformanti del capitalismo e del consumismo che rendono, in pratica, più aspri e conflittuali i rapporti non solo generazionali ma di vita in comune. Mi riferisco, nello specifico, a quei giovani dell’abbandono scolastico, che si stordiscono con le droghe leggere o pesanti che siano, che si abbandonano a gesti teppistici, a violenze di genere. Cosa essi possono sapere della cultura moderna, delle libertà civili, degli ordinamenti democratici?
E’ un ritorno all’analfabetismo di nuova formulazione che non s’identifica con il non saper scrivere e leggere ma nel non conoscere o riconoscere i sentimenti che sono generati da un vivere comune fondato su determinati valori che trovano la loro continuità dal passato proprio perché non sanno di vecchio ma semmai di eterno. Sono deformazioni che i giovani se le portano nel loro Dna non sapendo più distinguere un evento sportivo sano a uno deformato dalla violenza e dal teppismo, dall’istruzione come base per una ricerca sistematica del sapere a vantaggio di una devianza aberrante degli stessi insegnamenti. E’ una strada che rischia di portarci in un vicolo cieco di là del quale non vi sono sbocchi possibili. (Riccardo Alfonso)

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L’Italia politica degli ultimi anni: guardiamo il passato per capire il presente

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 febbraio 2018

amintore fanfaniPartiamo dall’intervento di Amintore Fanfani, sul finire degli anni sessanta, in un’assise congressuale della Dc dove denunciava i primi casi di corruzione politica e che anni dopo Aldo Moro e Berlinguer cercarono un possibile deterrente attraverso la formula del “compromesso storico”. Sappiamo che tale tentativo fallì tragicamente con il rapimento e l’uccisione di Moro e la successiva morte per cause naturali di Berlinguer. Il tema fu ripreso da Bettino Craxi in un suo famoso discorso alla Camera dei deputati per difendersi da un sistema corruttivo già ampiamente diffuso e che lo aveva travolto.
Seguirono gli eventi internazionali con la caduta del muro di Berlino e il conseguente collasso dell’Urss. Di rimbalzo l’Italia subì una crisi al contrario con la dissoluzione della D.C. ma non del partito comunista. Fu anche la stagione di “mani pulite” e si pensò ad una svolta virtuosa.
Fu, purtroppo, un’occasione mancata. Non si fecero i conti con i pregiudizi dell’elettorato italiano nei confronti del partito comunista anche se aveva cambiato il nome e non si trovò di meglio, per colmare il vuoto lasciato dalla Dc, che dar vita a un partito nuovo di zecca chiamando alla ribalta un uomo il cui merito era quello d’avere ingenti disponibilità economiche e l’audience delle sue televisioni private e di alcune testate giornalistiche. Si pensò ad una rivoluzione liberale ma il tutto si tradusse in una sorta di “liberismo creativo” dove l’Italia perse la sua grande occasione per rigenerarsi.
Dopo un lungo torpore, dove le sorti del Paese continuarono a peggiorare, si pensò a una nuova svolta con un movimento denominato 5Stelle che divenne nel 2013 il primo partito del paese ma non di governo. Primeggiarono i voti di coalizione dove il Pd prevalse sul centro destra per una manciata di voti che gli permise d’ottenere il premio di maggioranza.luigi di maio
E ora siamo arrivati al 2018 con la nuova tornata elettorale. Cosa dovrebbe insegnarci il passato?
A non fidarsi di certo da chi ci ha delusi e ad offrire un’apertura di credito al diverso, se non proprio il nuovo, che si sta profilando espresso dal Movimento cinque stelle. Non vediamolo come il virtuoso che si contrappone al corrotto. Vediamolo per quello che è. Un movimento fatto di persone che possono anche sbagliare ma che hanno il privilegio di provenire dalla società civile senza passare dalle logiche partitiche e dagli inciuci di palazzo. Tutto qui? Certo e per l’Italia politica ne basta e ne avanza. (Riccardo Alfonso direttore del Centro studi politici della Fidest)

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Cultura tra passato e presente

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 ottobre 2017

pennaEsiste un problema di ordine culturale e psicologico non meno grave dei problemi posti dallo sviluppo della scienza contemporanea e della critica storica. Il dramma del nostro presente sta tutto qui con giovani che non riescono più a volgere lo sguardo al passato ma che si crogiolano con il loro presente e persino negando un ruolo chiave al loro futuro. Vivere e godere i frutti del presente sembra essere una parola d’ordine che ha un suo innegabile fascino. Con ciò si vogliono spezzare i legami con un passato e disconoscerne il suo primato nella continuità, prima ancora che nella tradizione, per affermare quei valori deformanti del capitalismo e del consumismo che rendono, in pratica, più aspri e conflittuali i rapporti non solo generazionali ma di vita in comune. Mi riferisco, nello specifico, a quei giovani dell’abbandono scolastico, che si stordiscono con le droghe leggere o pesanti che siano, che si abbandonano a gesti teppistici, a violenze di genere. Cosa essi possono sapere della cultura moderna, delle libertà civili, degli ordinamenti democratici? E’ un ritorno all’analfabetismo di nuova formulazione che non s’identifica con il non saper scrivere e leggere ma nel non conoscere o riconoscere i sentimenti che sono generati da un vivere comune fondato su determinati valori che trovano la loro continuità dal passato proprio perché non sanno di vecchio ma semmai di eterno. Sono deformazioni che i giovani se le portano nel loro DNA non sapendo più distinguere un evento sportivo sano a uno deformato dalla violenza e dal teppismo, dall’istruzione come base per una ricerca sistematica del sapere a vantaggio di una devianza aberrante degli stessi insegnamenti. E’ una strada che si trasforma in un vicolo cieco di là del quale non vi sono sbocchi possibili. (Riccardo Alfonso)

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La lezione che ci viene dal passato e le ideologie che si trasformano

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 ottobre 2017

Gramsci AntonioLeggo sempre con interesse la pubblicistica che mi perviene da “La voce” del “nuovo” Partito comunista italiano per riprendere il discorso sul valore e la portata di un movimento che ha fatto la storia di gran parte del XX secolo ma che con l’entrata del XXI mostra segni di cedimento nel consenso delle “masse popolari”. Già ebbi modo di osservare, sommessamente, che vi sono due aspetti che i comunisti di oggi dovrebbero considerare nell’esporre le loro tesi.
Il primo è che il linguaggio va modernizzato e il secondo che le ideologie hanno perso il loro carisma e al loro posto esiste una semplificazione di fatto che vede solo due culture: quella dell’avere e quella dell’essere. Se analizziamo tali aspetti noi dovremmo convenire che esiste una stragrande maggioranza nella popolazione mondiale che ha bisogno di una guida per riscattarsi dalle violenze e dagli abusi di cui costantemente e quotidianamente è sottoposta. Pensiamo alla ricchezza di pochi, alla loro arroganza e al modo come fanno scempio delle libertà, della democrazia e dei diritti di quelli che ritengono i loro sottoposti, alias schiavi. Come si può, ad esempio, tollerare che un paese ricco come il Venezuela debba avere gente che muore di fame e di malattie, altrimenti curabili, perché la ricchezza è concentrata in poche mani? Quanti di questi esempi esistono nel mondo? Troppi. Odiosamente tanti e li troviamo persino in quella che è ritenuta la patria della democrazia come gli Usa dove solo se si hanno i soldi ci si può curare e che persino una mezza riforma assistenziale è messa in discussione dall’attuale capo di governo ritenendola troppo onerosa per le casse dello stato mentre è di tutt’altra natura spendere miliardi di dollari per gli armamenti e armare i paesi terzi per ricavarvi enormi profitti. Sulla base di queste considerazioni, e di molte altre analoghe, ci chiediamo il perché non vi sia un movimento trasversale che vada oltre i confini nazionali per risvegliare le coscienze di tutti e farci capire che non si possono avere miliardi di emarginati a fronte di poche decine di milioni di approfittatori. Non solo. Si permettono persino di scatenare guerre tra poveri nella logica del divide et impera. A questo punto possiamo anche non chiamarci “comunisti” e i nostri competitors definirli “imperialisti” perché come accadeva agli albori del XX secolo dove si insisteva per una classe operaia culturalmente evoluta oggi abbiamo bisogno di persone che riflettono e sanno distinguere la validità e la correttezza dei messaggi che recepiamo attraverso i media e la loro capacità disinformativa. E’ questa la vera lotta proletaria che distingue il chi è, e i loro lacchè, dal chi ha. (Riccardo Alfonso direttore del Centro studi politici ed economici della Fidest)

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La questione garibaldina e le elezioni regionali siciliane tra presente e passato

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 agosto 2017

garibaldi a palermoLe prossime elezioni amministrative regionali in Sicilia mi offrono l’occasione di riprendere una lettera che Fabio Cannizzaro Vice Segretario Frunti Nazziunali Sicilianu – Sicilia Ihdipinnenti mi scrisse per conoscenza e che aveva indirizzata in primis al Direttore pro tempore de “La Repubblica” Ezio Mauro sulla questione garibaldina e il dibattito mediatico che seguì. “…Il sicilianismo – scriveva – è inteso, percepito e veicolato come una sorta di sintesi di tutti i mali siciliani. Direi che questa è un’ingenerosa generalizzazione che però testimonia di un clima d’isteria che pervade ampi settori dell’intellighenzia e della politica centralista in Sicilia. Da molto, troppo tempo questi settori si sono adattati ad un’ampia, vissuta autoreferenzialità che li porta a pensare e vedere la realtà siciliana esclusivamente con le loro “lenti colorate”. Diciamo subito che una certa predisposizione alla “partigianeria” emerge già gridata negli occhielli e nei titoli dei tre “pezzi”. Tuttavia e malgrado questa propensione, dal mio angolo visuale, gli articoli vanno in ogni caso letti perché sono testimonianza di un atteggiamento, di una “forma mentis” molto diffusa nell’intellighenzia engagé e di potere, centralista e antisiciliana. E sì perché va detto che i “fatti di Capo d’Orlando” hanno in ogni modo, appunto, il merito di avere squarciato un velo di silenzio, voluto ed imposto, sulla storia, la memoria e l’identità della Sicilia e del suo Popolo. Certo un simile repentino, inatteso clamore ha trovato impreparati proprio quelli che per tradizione, abitudine, pigrizia o rachitismo e interesse non vogliono neppure pensare che la storia ufficiale della Sicilia, come oggi è veicolata, possa essere falsa, apocrifa e negazionista. Ed è proprio quello che è successo quando il Sindaco Sindoni ha reintitolato la piazza della stazione. I “chierici”, gli intellettuali engagé sicuri nelle loro “ortodossie”, ereditate e mai veramente meditate, si sono visti travolgere dal consenso che l’opinione pubblica accredita concretamente alla posizione sostenuta dal Sindaco orlandino. Quando poi un giornalista siciliano, per nulla sicilianista ma attento alle notizie, su un noto quotidiano, ha posto all’attenzione dell’opinione pubblica italiana la querelle sino allora solo paladina, quei settori, ideologizzati e pro-garibaldini, si sono visti scoperti e impreparati. La reazione è stata da manuale: gridata, ostentata e autoreferenziale. Quando poi, con un effetto domino, l’articolo del noto giornale ha scatenato la curiosità delle maggiori TV e della stampa estera, costoro si sono sentiti in dovere di difendere la “bandiera”, e specie nel mondo politico, di dire la loro e prendere posizione sulla questione. E così tutto rischia di ridursi ad uno schierarsi di mero stampo calcistico. Pro e Contro sono divenuti i punti di riferimento davvero sconfortanti della questione. Ed è in quest’ottica “tradizionale” che Sindoni ha raccolto la solidarietà del Presidente della Regione o anche quella del leghista Borghezio, mentre, va detto, molti altri si sono schierati dalla parte dei “garibaldini” (Idv, PS ecc..). Più però i settori politici, burocratici e culturali di potere manifestano la loro devozione filo-garibaldina e più l’opinione pubblica siciliana (e no) mostra di comprendere veramente il senso delle cose e soprattutto delle forze in campo. E così si giunge ai tre interventi de “la Repubblica” edizione di Palermo. In quello a firma di Pippo Russo va apprezzata, lo scrivo con sincerità, la sua capacità di scrivere sul cosiddetto “revisionismo” storico siciliano, come viene definito, senza entrare Amos Cassioli, Ritratto di Giuseppe Garibaldineppure minimamente nel merito dei fatti, storici e no, che hanno ispirato questa polemica. Russo non cita un solo evento a difesa e testimonianza dell’idea ufficiale ed ufficializzata di Risorgimento che vuole conservare, quasi “imbalsamare” ad infinitum. Alla luce di ciò temo di cominciare a nutrire più di un dubbio sulla Sua volontà di verità storica e sulla volontà di Questo di giungere ad essa attraverso fonti, atti e fatti concreti. Ciò su cui invece non ho alcun dubbio è la sua doviziosa capacità d’essere maestro in un sociologismo manierato quanto antisiciliano. Mi compiaccio con Pippo Russo, che non ho l’onore di conoscere, che Egli trovi inoltre tempo da dedicare anche a riflessioni linguistiche e/o meta-ortografiche, al punto che se queste sue note avranno successiva fortuna Egli diverrà, senza difficoltà, il post-Pitrè del XXI° secolo globalizzato. Tuttavia non possiamo non dire che ci fa onore che il senso completo di un siffatto, paradigmatico ragionamento, così poco moderno e progressista, prenda la stura dall’analisi di una sigla: SICILIA INDIPINNENTI che con tutta evidenza coincide con quella dell’organizzazione politica in cui mi onoro di militare: ‘u FRUNTI NAZZIUNALI SICILIANU – SICILIA INDIPINNENTI. E’ arguto, riconosciamolo, il tentativo operato da Russo di insinuare (cosa ben più facile e sinuosa che affermare) che esisterebbero una serie di lingue e identità quante sarebbero le provincialità e i comprensori siciliani. Tuttavia Russo non è né originale né il primo a tentare questa un simile approccio disarticolante. Dobbiamo dire che questo tipo di “reazione” è una prassi nota tipica di tutti i colonialismi e che, in concreto, poi si riduce a poco più di una boutade intellettualistica. Ci spiace doverle ricordare a Russo che i Siciliani, al di là e oltre le ovvie, naturali varianti ortografiche territoriali, intendo e comprendono comunque la lingua siciliana e si comprendono tra loro in tutta la Sicilia. I Siciliani, infatti, ben sanno d’essere parte di un Popolo, di una Nazione europea e mediterranea. Una Nazione, appunto, antica, riconosciuta che ha una peculiare tradizione culturale, linguistica conclamata anche se diversificata. Sarebbe bene che Russo se ne facesse una ragione e riflettesse su ciò. Passerò ora a proporre alcune veloci chiose su quanto ha scritto Umberto Santino. L’articolo di Santino offre, infatti, interessanti spunti di critica e confronto. Come, ad esempio, quando l’animatore del Centro Impastato scrive facendoci sapere che Egli ha le idee chiare su cosa vuole il sicilianismo. Io trasalgo e tendo bene le orecchie. Io che, infatti, in quest’area milito da quasi un quarto di secolo, ancora non ho ancora acquisito la sua sicurezza e sicumera su quello che il Sicilianismo sicilia nazionemonoliticamente vorrebbe. Cosa che invece Santino ostenta di ben comprendere e sapere. Santino afferma cose forse verosimili ma non certo vere. Se, Egli, davvero ci considera tutti “automi “al servizio della strategia lombardiana, non solo sbaglia manifestamente ma offende prima di tutto la sua stessa credibilità di studioso, politologo ed intellettuale. Chiunque abbia frequentato o realmente studiato l’area sicilianista sa che è più onesto dire che, oggi, il sicilianismo, quest’area politico-culturale è divisa, traversata appunto da tradizioni, scelte e forme organizzative diverse e spesso tra loro antitetiche. Il sicilianismo può essere dunque oggi rappresentato, più e meglio, come una nebulosa. Non so cosa le altre organizzazioni vogliano, ricerchino io qui mi limiterò a parlare solo a nome del mio partito: ‘u Frunti Nazziunali Sicilianu – Sicilia Indipinnenti e dell’area indipendentista democratica. Noi esistiamo dal 1964 (ben prima della lega, del Leghismo) siamo democratici, pacifici, schiettamente apertamente antimafiosi e socialmente progressisti quanto apertamente indipendentisti. Io quindi credendo nella buona fede di Santino lo invito ad andare oltre la rituale ripetizione di vecchi pregiudizi e solfe sul “separatismo” agrario (ma potevano i censiti 400.000 iscritti separatisti degli anni ’40 del secolo scorso essere tutti agrari?) e filo mafioso e a pensare operosamente a studiare la realtà ideale e politica dell’Indipendentismo Siciliano di allora e di oggi senza preconcetti. Per chiarire ogni possibile equivoco sappia Santino che Noi oggi siamo tra i pochi che hanno ancora la forza, la volontà e il coraggio di dire che la lotta alla mafia è precondizione per qualsivoglia azione politica in Sicilia e per la Sicilia. A ciò si aggiunga anche che Noi siamo tra i pochissimi partiti a non avere mai avuto cointeressenze né con la mafia né con qualsivoglia forma di malaffare. Quanto poi a quella che Santino avanza retoricamente come “una modesta proposta”, anzi una serie di proposte e cioè quelle: di intervenire sul monumento dedicato a Palermo, a Francesco Crispi, di cancellare su di esso la scritta “la monarchia ci unisce”, di arretrarlo e di affiancargli un qualcosa che ricordi i massacri dei Fasci Siciliani dei Lavoratori. Sorprenderemo forse Santino ma Noi siamo perfettamente d’accordo. Vorremmo però che Tutti e quindi anche Santino avessero la costanza e la coerenza di aggiungere che quei Siciliani, quelle donne e quegli uomini, erano socialisti e sicilianisti. Se non vuole credere a musica-popolare-sicilianaNoi l’informato Santino si ricordi degli studi di Massimo Gangi (che non era un sicilianista) e della “riscoperta” compiuta da questo del famoso oramai “Memoriale Codronchi” in cui i Fasci Siciliani chiedevano Autonomia per la Sicilia e rispetto della Sicilianità. E’ questa una parte della storia siciliana che c’è stata anch’essa sottratta quando il socialismo marxista dogmatico continentale dei vari Filippo Turati, Ivanoe Bonomi e Camillo Prampolini (quello che divideva gli italiani, bontà sua, in sudici e nordici) imposero un’osservanza risorgimentale e nordista (oggi diremmo padana) al già sviluppato socialismo siciliano. Di tutto ciò e di molto altro siamo disposti sempre e comunque a parlare, peccato però che molti sfuggano sistematicamente il confronto preferendo i soliloqui. Infine vorrei chiosare l’ultimo periodo dell’articolo di Santino che mi ha lasciato perplesso non poco. Egli testualmente scrive: “Questi segni gioverebbero a ricordare eventi dimenticati e probabilmente invoglierebbero a conoscere un po’ meglio la storia della Sicilia, senza sicilianismo”. Non ci può essere, non ci potrà mai essere una storia della Sicilia, Caro Santino, senza sicilianismi. Se ne faccia una ragione, rifletta sul fatto che scrivere ciò, di fatto, equivale ad affermare che può esistere una storia della Sicilia senza i Siciliani. E’ evidente qui, tornano in mente, esempi famosi di quando con certi giochi linguistici taluni scrivevano e scrivono di essere “antisionisti” ma poi intendo dire “antisemiti” nascondendosi poco nobilmente dietro le parole. Qui si tratta esattamente della stessa cosa, dietro vi è la stessa identica logica. Se ne faccia una ragione Santino, il Sicilianismo è insito nella storia Siciliana ed da essa inestricabile. Ciò che invece non è connaturato è lo stato di sudditanza politica e culturale della Sicilia dai poteri politico –economici forti e dalla mafia e del malaffare. Non è connaturato neppure quel certo vezzo neo-lombrosiano che vorrebbe la Sicilia razzisticamente quasi irredimibile. Sappia comunque Santino che essere Siciliani non è un destino né una condanna, quindi se vuole si “dimetta” ma non chieda agli altri di rinunciare al proprio Io collettivo. Quanto poi all’intervento di Giuseppe Casarrubea vorrei stigmatizzare l’affermazione avanzata da Questo e del resto presente anche in altre parti di questa doppia pagina, secondo cui Sindoni altro non sarebbe altro che un esecutore, o come Casarrubea mette nero su bianco un “capomastro” del “Deus ex Machina “, dell’ineffabile Raffaele Lombardo da Grammichele. Ad oggi nulla del genere mi risulta. Credo, in attesa di essere smentito, che si tratti di una facile generalizzazione che finisce per ridurre i termini della questione ad mero problema di polemica politica. In realtà non è così. Qui in ballo c’è, caro Casarrubea, molto di più di quanto Lei vede o voglia ammettere. Ho però apprezzato il suo distinguo quando Lei afferma di non potere mettere le mani sul fuoco sull’onorabilità della tradizione agiografica che si richiama a Garibaldi Giuseppe da Nizza (oggi Nice in Francia). Vede caro prof. Casarrubea, Ella non fa altro che gettare in sociologia, in chiave di liberazione sociale ciò che invece è logicamente, strettamente connesso alla stessa ragion d’essere della “questione garibaldina” e più in generale della riflessione storiografica sulla Sicilia. Per restare sui termini della questione giornale di siciliaoggetto dei fatti di Capo d’Orlando appare evidente che in Sicilia non si sviluppò lo sforzo volontaristico di un singolo uomo geniale e volitivo come si è troppo a lungo sostenuto quanto più, qui, si dipanò l’azione sciente e coordinata di una superpotenza (l’Inghilterra del 1860) che adoperò uno stato fantoccio (il Regno del Piemonte) per mantenere il suo controllo, oggi diremmo, geopolitico sul Mediterraneo. Professore Casarrubea, a mio avviso, Lei liquida troppo velocemente, troppo scontatamente, i tanti, troppi difetti che non può anche volendo negare all’azione diciamo non coerente del Garibaldi e dei suoi sodali. Certo Ella non può negare l’eccidio di Bronte, Ella non può negare il fatto, concreto testimoniato e testimoniabile, dell’essere i Garibaldini non una forza di liberazione e di emancipazione sociale ma un mal dissimulato strumento di colonialismo politico e di una collegata sopraffazione sociale. Ella inoltre non può neppure negare che la scuola italiana ha sempre evitato accuratamente di parlare di ciò. Si è sempre taciuto poi glissato e si preferisce ancora oggi far silenzio su questi temi. I cattivi maestri certo sono colpevoli ma la loro azione non è stato un atto di pervertimento personale o di ricercato volontarismo di singoli o gruppi ma una sciente, dimostrata volontà sostenuta e perorata, fino a qualche decennio fa, da un sistema culturale ufficiale monocratico e monoculturale. Prof. Casarrubea, mi spiace non poter poi concordare con Lei sul fatto che esisterebbe un Garibaldi tutto da scoprire. Se ne faccia una ragione professore, di Garibaldi finalmente si sono scoperte tutte le malefatte, tutte le ingenerosità e le tante viltà e piccolezze. Altro se si scoprirà sarà solo a conforto del reale volto del Nizzardo. Il Dittatore Ella sostiene fece la stessa fine dei viceré. Non è esattamente così. Mi spiego meglio. Professore ha ragione parzialmente quando afferma che il comportamento del DITTATORE (dunque non un libertador) voleva essere eguale e simile a quello dei vecchi viceré. Egli dunque non venne qui né per cercare il riscatto della Sicilia né tanto meno quello delle sue masse popolari. Più prosaicamente gli fu “subappaltato” un putsch antiborbonico, preparato, pianificato attentamente dai “servizi” inglesi e dai loro sodali piemontesi. Lui non fece dunque la stessa fine dei Viceré egli fu peggio di qualsivoglia Viceré. Fu un un “provocatore”, inviato a ingannare le energie sane che speravano di liberare la Sicilia dal giogo borbonico per restituirla alla sua Indipendenza nazionale. Ci scusi poi se non la seguiamo nel suo ragionamento quando Ella dopo aver ricordato la scomparsa di Ippolito Nievo, testualmente afferma: “Così finì una storia e ne cominciò un’altra o continuò quella di sempre, con le sue prerogative, i re Normanni, le glorie della Sicilia monarchica, l’autonomia e ora il federalismo. Cose che mi sembrano “interessate” sicilia-regione-default-120718100156_bigse pensiamo alla dimensione globale delle battaglie del nostro eroe.” Caro Professore, nel merito, le vorrei chiedere: Ci spieghi la continuità tra i poteri che Lei evoca, invoca e accomuna non Le sembra essere una facile generalizzazione che finisce per accostare dati diversi e con essi, cosa più grave, vittime e carnefici. Ad ognuno sono convinto, nel bene come nel male, vanno contestate, sempre e solo, le proprie, oggettive responsabilità. E certo non possiamo accusare il Popolo Siciliano, nella sua interezza, di essere immobile o immobilista. La verità è un’altra. Le elité legate al nuovo potere, piemontese e italiano poi, hanno loro concrete responsabilità che non possono certo essere così tranquillamente scaricate sul Costituzionalismo siciliano né sulla nostra tradizione statuale (allora in quasi tutto il mondo declinata nella forma monarchica). Quanto poi all’insinuante affermare che alla Sicilia rimasero le vecchie prerogative, abbia il coraggio, Professore, di scrivere e dire che le uniche prerogative mantenute dal nuovo padrone sabaudo, sino alla conquista nel 1946 dell’Autonomia Statutaria, furono quelle dell’impunità per i suoi sostenitori, per i picciotti di mafia al loro servizio e per i baroni italianizzati, cioè per quella categoria antropologica e parapolitica che Noi definiamo ASCARI. Mi permetta poi di contestare, fermamente quanto garbatamente, l’idea che festa repubblica.medium_300Garibaldi incarnerebbe il contraltare al particolarismo siciliano.
In conclusione credo davvero che la doppia pagina de “La Repubblica” – edizione di Palermo sia uno degli esempi più coerenti e paradigmatici di “negazionismo storico” e di “Conservatorismo politologico di marchio centralistico e di esclusivismo monoculturale che da anni mi è capitato di leggere”. Concludo queste mie contro-deduzioni dicendo che tra “il vento del nord” di nenniana memoria e “il vento avvelenato dell’indipendentismo” evocato nell’occhiello dell’intervento di Santino sta terzo e montante “Il vento della speranza” dell’Indipendentismo democratico, pacifista e antimafioso che offre finalmente una alternativa sociale e politica rispetto un “sistema” davvero triste sia che lo rappresentino certi autonomisti che certi centralisti di destra, centro o sinistra.” Sembra un discorso fatto al passato per i tempi andati ma qualcosa ci dice che tornano d’attualità per una visione di certo miope di una politica che non riesce a cogliere nel suo passato una sintesi culturale e civile e rapportarlo al presente e per proiettarlo nel futuro.

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Studiare la storia è un modo per riallacciarci al passato per comprendere meglio i fatti di allora e riflettere sul presente

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 agosto 2017

ciofi-berlinguerCi siamo mai soffermati con la dovuta attenzione e riflessione su quel processo politico in atto in Italia durante la gestione politica della segreteria del PCI di Berlinguer? E’ stato un processo lento e contraddittorio, ma chiaro nei suoi obiettivi. Si voleva dare al partito dei comunisti italiani una sua evoluzione in termini nazionali e verso una socialdemocrazia di stampo occidentale e in netto contrasto con l’internazionale comunista. Tutto ciò avrebbe implicato l’accettazione della cultura liberal democratica, o per essere più precisi del costituzionalismo, liberal democratico. Una mossa indubbiamente interessante ma il risultato non lo è stato altrettanto perché si è voluto soltanto avviare un processo trasformistico con una rimozione pura e semplice del passato e che è sfociato in una sorta di democraticismo del tutto estraneo alle grandi democrazie liberali dell’occidente. In quel momento non avevamo bisogno, della “gioiosa macchina da guerra” secondo una infelice definizione di Occhetto perché in questo modo si voleva attribuire ai vincitori il ruolo di padroni dello Stato e delle sue istituzioni. In tal modo abbiamo di fatto impedito la nascita della seconda Repubblica con la necessaria chiarezza di intenti culturali e politici. Il resto è cronaca dei nostri giorni. Possiamo solo soggiungere che due sono state le occasioni perse da questa “macchina di guerra, pur gioiosa”. La prima con la sconfitta, sia pure ai punti, nelle elezioni politiche del 1994 ed ancora la vittoria a punti nelle successive elezioni ma che hanno visto la sua maggioranza lacerata all’interno e condannata all’ingovernabilità. Due occasioni mancate e sono francamente troppe nel giro di una manciata di anni. Vuol dire una sola cosa: errare è umano ma perseverare è diabolico e gli eventi di questi giorni continuano a dimostrarlo con un Partito Democratico che ha snaturato la sua radice di sinistra e che cavalca il populismo per motivi strumentali per poi rinnegarlo ad elezioni concluse. Non ci porterà da nessuna parte per una sola valida ragione: punta a vivacchiare e fare del potere uno strumento personale, a favorire interessi lobistici mentre le attese sono diverse non solo per vivere ma per fare del vissuto una reale e più autentica ragione di vita.(Riccardo Alfonso direttore Centro studi sociali e politici della Fidest da “Lezioni di politica”)

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Libro: “Le tre medicine”

Posted by fidest press agency su venerdì, 11 agosto 2017

Riccardo Alfonso, “Le tre medicine”, edizioni Fidest. Roma – pag. 368. L’avventura umana si carica di tre significative componenti: lo spirito, la materia ed i ricordi. Lo spirito accende in noi la sete della ricerca, l’introspezione intimistica che ci avvicina ai valori del trascendente. La materia è nella cura di sè, del modo come ci avviciniamo alla vita, ne assaporiamo i suoi frutti e ci serviamo per lenire gli affanni del corpo. Tra i due momenti, tra queste due pieghe emerge il ricordo, il magico elisir che c’insegna ad amare il passato e a sognare il futuro e a rinfrancarci nei nostri affanni quotidiani. Sono pagine dove è franco il rapporto con la Fede, è altrettanto crudo quello con la medicina ed i suoi lenimenti ed è appassionato allorché i ricordi si addensano e ci lasciano abbacinati. (pubblicato su Amazon)

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La sinistra italiana: una riflessione che viene dal passato

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 luglio 2017

carraAnni fa Eduardo Aldo Carra ha scritto un libro titolato: “Ho perso la sinistra. Le ragioni del declino e le proposte per reinventarla” con la prefazione di Aldo Tortorella (Collana Materiali, Prezzo 8,00 euro, Pagine 144). Allora, nel 2008, si annotava non solo la scomparsa della Sinistra Arcobaleno, ma di tutta la sinistra italiana. E a questo riguardo Carra scriveva: “Nel sistema bipolare si conta se si governa o se si ha il peso per condizionare il governo. Le forze di centro sinistra oggi non sono maggioritarie. E allora o si fanno alleanze larghe o si conquistano nuovi consensi. Nelle ultime elezioni non si sono fatte alleanze e si sono persi consensi. Da qui la gravità della sconfitta. Ma questa crisi in realtà nasce da lontano, e investe soprattutto il rapporto con il mondo del lavoro e con i giovani”. La tesi dell’autore è che gli elettori di sinistra non si siano spostati a destra, ma abbiano dato vita al secondo partito della sinistra: il partito dell’astensione. I voti sono, quindi, ancora recuperabili, ma solo con una profonda ricostruzione di strategie e comportamenti. È necessario, quindi, che la sinistra si faccia promotrice di uno stile di vita alternativo e di un nuovo modello di sviluppo economico e sociale. Questa ricostruzione della sinistra, nel mondo multipolare che scaturirà dalla crisi che sta investendo l’intero pianeta, deve assumere una dimensione europea sia per non rischiare l’emarginazione sul piano economico, sia per riproporre i valori sociali che hanno caratterizzato le esperienze socialiste europee avviando una nuova stagione di diritti del lavoro e di cittadinanza. Ora mi chiedo cosa è cambiato a distanza di nove anni? Poco o nulla, purtroppo, nella famiglia litigiosa del centro-sinistra. La nota più significativa è stata, semmai, quella di aver aperto una porta, non uno spiraglio, a una nuova idea di politica incarnata nella fattispecie dal Movimento 5 stelle. E questo, forse senza che la sinistra ne avesse piena consapevolezza, ha sancito la fine del centro sinistra e non solo come forza di governo e a metterci la pietra tombale è stata e continua ad essere la leadership di Matteo Renzi, l’uomo che divide e non unisce. Ma c’è anche una grossa novità nella politica italiana ed è costituita dal fatto che non esistono più, se non con numeri risibili elettoralmente parlando, i partiti nati e cresciuti intorno a una identità ideologica. Oggi sta nascendo nell’opinione pubblica, e non solo italiana, una nuova certezza che il mondo si sta sempre più caratterizzando tra chi ha e chi è e il chi ha, pur rappresentando una ristretta minoranza, ha saldamente in mano le leve del potere e le esercita per emarginare il chi è rappresentato da quel popolo che per la loro condizione economica è posto ai margini della società. (Riccardo Alfonso direttore del centro studi politici e sociali della Fidest)

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Campidoglio: su costi staff messo fine a sprechi passato

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 febbraio 2017

campidoglioRoma Campidoglio. Diversamente da quanto riportato da importanti quotidiani, questa amministrazione sta abbattendo i costi per i collaboratori degli staff. La spesa complessiva si attesta, infatti, a meno della metà rispetto alle precedenti giunte. Lo rende noto il Campidoglio.
I contratti stipulati dall’attuale amministrazione ex art.90 del Tuel per i collaboratori di staff del sindaco e di tutti gli assessori producono – al 24/1/2017 – una spesa per le casse di Roma Capitale pari a 3milioni 114mila euro mentre non è stato attivato alcun contratto ex art. 110.Dal 2012 al 2015 le precedenti amministrazioni comunali hanno stipulato 124 contratti ex art. 110 e 187 ex art. 90 per una spesa complessiva di 29 milioni 606mila euro con una media di oltre 7 milioni e 400mila euro l’anno. Quindi più del doppio di quanto spende l’attuale amministrazione. Infine, le delibere approvate sulla base dell’art.90 del Tuel prevedono ‘il carattere fiduciario’ del contratto. La cessazione anticipata del mandato attribuito all’assessore di riferimento costituisce condizione risolutiva del contratto. Gli incarichi stipulati ex art.90 del Tuel e i relativi compensi non sono, quindi, in alcun modo cumulabili.
Dati e cifre che certificano, in modo inequivocabile, come questa amministrazione abbia posto fine agli sprechi delle amministrazioni precedenti.

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La civiltà europea

Posted by fidest press agency su martedì, 12 febbraio 2013

Si sposta Ciò che sta accadendo in questi giorni in Europa e nella vicina afroasia ci porta a considerare un aspetto che, probabilmente, o abbia-mo sottovalutato o semplicemente ignorato. Siamo sempre partiti dall’idea che il “mediterraneo è la culla della civiltà europea” ovvero, per dirla con Duby è “la sorgente profonda della cultura che illumina la nostra civiltà, poiché da secoli attinge l’Europa dalle ricchezze culturali offerte dal mediter-raneo in modo inesauribile”. Ora dobbiamo chieder-ci, se non lo abbiamo fatto già in passato, se dopo la scoperta dell’America questa fioritura della civiltà europea non si sia spostata in via definitiva altrove. Nel secolo XVI la modernità dell’idea europea trovò spazio ed ascolto soprattutto nel nord dell’Europa. Ma come possiamo dimenticare, nel contempo, che le insofferenze delle concezioni religiose (la Rifor-ma), le diverse sensibilità dell’uomo verso il denaro e verso la ricchezza (l’insorgere del capitalismo), il multiforme vigore della scienza e della tecnologia (più tecnica meno umanesimo), le più articolate espressioni della politica (il parlamentarismo e la democrazia) sono tutte frutto della ricchezza civile e spirituale e civile del mediterraneo? Goethe si sentiva finalmente un “uomo” in Italia, ma non vi scopriva un luogo di progresso. Questa contrad-dizione resta oggi tra Nord e Sud dell’Europa.
L’Europa mediterranea sembra voler vivere con l’orgoglio del suo passato, nonostante le incon-gruenze del presente eppure non vuol passare per qualcosa di diverso o di separato. Resta la sua ansia di ricongiungersi all’Europa del Nord sull’altare del progresso politico e scientifico e della modernità, talvolta dimenticando se stessa. Sembra che l’Europa, nel suo insieme, sia stata capace più di altrove nel creare i mali e nel trovare nello stesso tempo gli antidoti e, a loro volta, i rimedi agli antidoti. Penso al capitalismo e poi al marxismo e poi ancora al suo crollo e alla ricerca di un nuovo umanesimo.
Questo alternarsi di eventi sovente traumatici, come quelli di dittature di destra e di sinistra, di democrazie e di socialismo reale, espone a tutt’oggi l’Europa al concetto di una entità geografica fortemente presentata ai conflitti esistenziali di grande portata e di notevole sofferenza per le sue evidenti contraddizioni interne. E in ciò noi intrave-diamo il suo declino ma anche la possibilità di riscattarsi seguendo la stessa logica di sempre tra male e antidoto, tra bene e antidoto. Ma ciò che ci preoc-cupa è che i tempi di maturazione tradizionali sono troppo lunghi rispetto a quelli di una civiltà che è in continua evoluzione e che si muove a ritmi sempre più rapidi.(Riccardo Alfonso)

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Cultura tra passato e presente

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 giugno 2011

Esiste un problema di ordine culturale e psicologico non meno grave dei problemi posti dallo sviluppo della scienza contemporanea e della critica storica. Il dramma del nostro presente sta tutto qui con giovani che non riescono più a volgere lo sguardo al passato ma che si crogiolano con il loro presente e persino negando un ruolo chiave al loro futuro. Vivere e godere i frutti del presente sembra essere una parola d’ordine che ha un suo innegabile fascino. Con ciò si vogliono spezzare i legami con un passato e disconoscerne il suo primato nella continuità, prima ancora che nella tradizione, per affermare quei valori deformanti del capitalismo e del consumismo che rendono, in pratica, più aspri e conflittuali i rapporti non solo generazionali ma di vita in comune. Ci riferiamo, nello specifico, a quei giovani dell’abbandono scolastico, che si stordiscono con le droghe leggere o pesanti che siano, che si abbandonano a gesti teppistici, a violenze di genere. Cosa essi possono sapere della cultura moderna, delle libertà civili, degli ordinamenti democratici? E’ un ritorno all’analfabetismo di nuova formulazione che non si identifica con il non saper scrivere e leggere ma nel non conoscere o riconoscere i sentimenti che sono generati da un vivere comune fondato su determinati valori che trovano la loro continuità dal passato proprio perché non sanno di vecchio ma semmai di eterno. Sono deformazioni che i giovani se le portano nel loro Dna non sapendo più distinguere un evento sportivo sano ad uno deformato dalla violenza e dal teppismo, dall’istruzione come base per una ricerca sistematica del sapere a vantaggio di una devianza aberrante degli stessi insegnamenti. E’ una strada che si trasforma in un vicolo cieco al di là del quale non vi sono sbocchi possibili. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Eloisa Gattuso, Un amore fragile

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 Mag 2011

“Mai più avrebbe accettato un amore fragile, fragile come il più sottile dei cristalli.” È questa la promessa che Giorgia, la protagonista del romanzo di Eloisa Gattuso, rivolge a se stessa. Una promessa difficile da mantenere, ma necessaria per preservarsi dalle delusioni e dai tradimenti di cui, in passato, è stata più volte vittima. Ma il destino è come un’onda sul mare e non si può prevedere: un giorno, Giorgia incontra Riccardo. Un incontro casuale che si trasforma in una grande storia d’amore. C’è qualcosa, però, che affligge Riccardo: un segreto che opprime la sua anima. Riccardo è già promesso ad un’altra donna dalla quale non può separarsi. Una storia contrastata e sofferta, un amore forte e sincero e un percorso che sembra non avere vie d’uscita. Sarà la vita, alla fine, a decidere per loro e a scrivere il finale di un amore intenso, ma fragile come il più sottile dei cristalli. La Zisa, pp. 176, euro 9.90 (ISBN 978-88-95709-82-6)
Eloisa Gattuso (Genova, 1944), insegnante in pensione, appassionata di poesia e narrativa, è iscritta al Circolo Letterario italiano di Latina ed è membro dell’Accademia Nazionale di Lettere, Arti e Scienze “Ruggero II di Sicilia”. Nel 2001, ha pubblicato la raccolta di poesie La voce del vento. Vive e opera a Palermo.

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Paolo Bonaiuti: un passato che vuole dimenticare

Posted by fidest press agency su domenica, 17 ottobre 2010

Di uno dei portavoce di Berlusconi, Capezzone, ho già parlato, documentando le invettive contro l’attuale suo benefattore e padrone; rimane Paolo Bonaiuti che interviene più spesso di domenica, quando la  “pizzeria” Capezzone chiude per riposo settimanale. Anche Bonaiuti  (ex comunista come Bondi) ha avuto, in tempi  di “vacche magre” , parole di fuoco contro il suo attuale nume che lo ha collocato nel limbo delle  “vacche grasse”, ricevendone eterna fedeltà. In occasione della cacciata di Montanelli  dal suo “Il giornale”, Bonaiuti, vice-direttore del Messaggero, aggredì  sia Berlusconi che Emilio Fede, proprio sull’argomento del conflitto di interessi e sulla gestione del quotidiano fondato da Montanelli, che dava, secondo Bonaiuti, tutta l’impressione di una riedizione del  Min. Cul.Pop.   (Ministero della Cultura Popolare di Mussolini). Per non essere tacciato di fantapolitica, preferisco riportare per intero l’editoriale di cotanto giornalista.
VA IN ONDA LA LIBERALDEMOCRAZIA
“Dal pulpito di rete 4 è stata impartita ieri sera una lezione di intolleranza, proprio mentre infuria la polemica su quanto sia favorito,  rispetto ai concorrenti, un candidato alle elezioni che possiede tre reti televisive  – all’epoca se ne parlava, pensate! – l’invito di Emilio Fede a cacciare  Montanelli perché troppo autonomo è il primo esempio pratico del livello  di indipendenza che potrebbe crearsi all’interno dell’impero di Berlusconi. Questo episodio moltiplica l’inquietudine, perché lascia capire quanto potrebbe essere forzatamente massiccio e compatto il sostegno al Cavaliere  degli organi di informazione del suo gruppo: guai a chi si azzardasse a uscire,  anche per un attimo, dal coro, la durezza dell’intervento, preannunciato proprio perché avesse maggiore risonanza, mostra lontane tentazioni da Min. Cul.Pop.  (Ministero della Cultura Popolare di Mussolini) e lascia sbigottiti. E auspicabile che si tratti soltanto della mossa maldestra di un giornalista bravo ma troppo zelante, convinto di fare la cosa gradita al proprio editore: certo resta da vedere se Berlusconi presterà orecchio a questi consigli, speriamo che non lo faccia e si mostri del tutto estraneo all’iniziativa, anche perché condividerla sarebbe mossa improvvida per chi
si presenta come un campione della liberaldemocrazia. ” Paolo Bonaiuti (NdR)Berlusconi cacciò Montanelli, mostrando di essere l’ispiratore  dell’iniziativa del fido fede. (Rosario Amico Roxas)

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Rc auto: NO al ritorno al passato

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 luglio 2010

Ad avviso di Adiconsum, nel settore assicurativo non servono ripensamenti o ritorni al passato, ma un serio adeguamento del sistema alle nuove realtà. Soprattutto occorre  un vero impegno delle compagnie di assicurazione sia nella riduzione effettiva delle tariffe sia nel miglioramento del servizio. I consumatori non sono più interessati a sottoscrivere accordi che non portino impegni precisi e meccanismi di verifica condivisi (pesanti sanzioni per chi pratica comportamenti scorretti).
Adiconsum ribadisce l’esigenza di un confronto permanente tra Consumatori ed Imprese, un confronto che sia regolato e promosso dall’Autorità competente (Isvap), chiamata a verificare attentamente l’operato delle compagnie.

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