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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 229

Posts Tagged ‘patologie’

Over 60 patologie non diagnosticate

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 maggio 2018

Gli over 60 sono poco attenti alla prevenzione e si sottopongono di rado o addirittura mai a screening e indagini diagnostiche per le principali patologie che li riguardano, mentre i dati epidemiologici real life rivelano una preoccupante estensione del sommerso per diverse patologie croniche e non solo. E’ quanto emerge dalle recenti indagini condotte da Senior Italia FederAnziani sulla popolazione over 60 all’interno dei Centri Sociali Anziani della sua rete.
Il 60,6% degli over 60 non ha mai eseguito una spirometria, il 16,8% non effettua mai controlli dal cardiologo, il 46,2% dei rispondenti non ha mai eseguito il rilevamento del sangue occulto nelle feci, il 56% dei rispondenti non ha mai eseguito esami per valutare la densità ossea, il 76,8% non ha mai seguito un controllo della saturazione dell’ossigeno, il 79,2% non ha mai eseguito una emogasanalisi arteriosa. Il 40,8% non si sottopone mai a controlli dell’udito, l’8,2% non fa mai controlli alla vista, il 13,6% non fa mai il test del PSA nel sangue. Non è trascurabile la quota di 50-69enni che non si è mai sottoposta a una mammografia a scopo preventivo o lo ha fatto in modo non ottimale: 11 donne su 100 non hanno mai fatto prevenzione e altre 16 su 100 riferiscono di essersi sottoposte alla mammografia da oltre due anni.Questi alcuni dei dati emersi da un’indagine condotta da Senior Italia FederAnziani su un campione di 6.000 over 60 per misurarne lo stato di salute ma anche l’approccio verso la prevenzione. A tali dati si affiancano quelli “Real Life” sulle patologie non diagnosticate che rivelano come la scarsa attenzione alla prevenzione e alla diagnosi precoce generi un preoccupante dilagare di patologie sommerse nella popolazione over 60.Senior Italia FederAnziani ha effettuato un test pilota su un campione di oltre 6.000 anziani, per un periodo di 145 giorni, somministrando diversi esami diagnostici: misurazione della pressione, elettrocardiogramma, spirometria, saturimetria, dermatoscopia, OCT. Dalle rilevazioni della pressione è emerso che il 44% degli ipertesi non sono ben trattati pur assumendo 1 o più farmaci, avendo valori pressori non regolari malgrado la terapia. Dall’esecuzione dell’elettrocardiogramma sono emerse alterazioni significative per il 31,3% degli uomini e il 13,4% delle donne e alterazioni minime per il 34,3% degli uomini e il 20,9% delle donne. Nel 6,8% dei soggetti sottoposti a 3 o più rilevazioni elettrocardiografiche è stata rilevata una fibrillazione atriale che precedentemente non era stata diagnosticata. Sulle 2997 spirometrie effettuate si sono registrate il 20,3% di ostruzioni lievi/moderate, mentre il 15,1% ha valori di ossigenazione del sangue inferiori a 95. A seguito dell’esecuzione di dermatoscopie su 201 soggetti è emerso che il 58% delle persone sottoposte all’esame dovrà effettuare una laser terapia, il 12,1% una biopsia, il 23,3% sottoporsi a un intervento chirurgico, il 6,5% dei soggetti è compatibile con la cheratosi attinica. Senior Italia, infine, ha intercettato 13 casi di cancro alla mammella. La maggior parte di coloro che effettuano gli screening ne viene a conoscenza tramite una lettera della Asl. Di coloro che non effettuano screening, Senior Italia ha convinto 256 soggetti a sottoporsi all’esame, aiutando a prevenire 13 casi di cancro alla mammella (follow-up telefonico).Da qui l’impegno di Senior Italia FederAnziani attraverso “Punto Insieme Sanità” per definire i percorsi ottimali di prevenzione delle patologie più comuni nella terza età attraverso un lavoro che coinvolge le società scientifiche, i medici di medicina generale, gli infermieri, i farmacisti e gli stessi pazienti.I protagonisti del comparto sanitario, riuniti in due giorni di lavoro a Roma, presso il Rome Marriott Park Hotel, in Commissioni Tecniche dedicate alle diverse aree patologiche, individueranno le misure idonee per la prevenzione e la diagnosi precoce che ciascun paziente o soggetto in età avanzata dovrà adottare alfine di tutelare al meglio la propria salute. I risultati dei lavori nelle 13 aree saranno presentati alla presenza delle istituzioni, rappresentate dai Direttori Generali del Ministero della Salute Marcella Marletta (Dispositivi Medici e Servizio Farmaceutico) e Claudio d’Amario (Prevenzione), dal Presidente dell’AIFA Stefano Vella, in rappresentanza anche del National Center for Global Health dell’Istituto Superiore di Sanità.“L’obiettivo ultimo di questo lavoro condiviso tra tutti gli attori della sanità – spiega il Presidente di Senior Italia Roberto Messina – è contribuire alla costruzione di una concreta cultura della prevenzione, attraverso l’indicazione agli anziani dei passi da compiere per identificare precocemente le malattie o le condizioni di particolare rischio che devono essere seguite da un immediato intervento terapeutico efficace, in modo da potersi curare al meglio, vivendo più a lungo e in salute e facendo risparmiare il Servizio Sanitario Nazionale”.

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Infertilita’ maschile, le novita’ e le urgenze in andrologia, le patologie prostatiche

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 marzo 2018

Roma sabato 24 marzo convegno organizzato dalla Sia-Societa’ italiana di andrologia, presso l’ospedale San Camillo di Roma. Fra i relatori Pier Luigi Bartoletti, vicepresidente Omceo Roma; Giuseppe La Pera, responsabile scientifico del congresso Sia e andrologo del San Camillo; Zelinda Marianantoni, vicepresidente Aidas; Marco Gaffi, urologo del San Camillo; Marco Bitelli, rappresentante regionale Sia. Un’occasione per aggiornarsi sia sull’infertilita’ maschile e la possibilita’ di un suo trattamento che sulle ultime novita’ nel campo dell’andrologia e dell’urologia. La mattina si aprira’ con i saluti delle autorita’, poi si alterneranno gli esperti sul tema dell’infertilita’ maschile: in questo panel ci sara’ spazio anche per le testimonianze di alcune donne che hanno vissuto vicino a uomini colpiti dal carcinoma alla prostata. Nella seconda parte della mattinata si tratteranno le novita’ in andrologia. I nuovi farmaci per l’eiaculazione precoce tra cui il botulino e lo spray, quelli per la disfunzione erettile, per la malattia di La Peyronie o induratio penis plastica. Oltre queste novita’ verra’ presentato un aggiornamento in merito alla prevenzione dell’Hiv. Ci sara’ una interessante lettura della dottoressa Gabriella De Carli dell’ospedale Spallanzani su un nuovo protocollo di prevenzione primaria pre-esposizione all’Hiv, che prevede una profilassi pre-esposizione e consiste in una terapia per le persone sane da assumere prima dei rapporti a rischio con una copertura dell’85%.
Le patologie prostatiche saranno oggetto dell’ultimo confronto che si terra’ in mattinata. La Societa’ italiana di andrologia ha svolto una nuova ricerca che verra’ presentata nel corso del convegno. In questa occasione verranno riportati i risultati di uno studio fatto sulla popolazione residente di Ostia e Ladispoli, dove sono stati visitati tutti i ragazzi tra 15 e i 19 anni. L’analisi dei dati ha mostrato una preoccupante diffusione della anomalie e patologie genitali fra i giovani. Il 56% dei ragazzi visitati di questi territori ha una patologia piu’ o meno grave all’apparato genitale che puo’ pregiudicare la fertilita’ futura o la vita sessuale. Patologie che nella gran parte dei casi non sono state intercettate dal Sistema sanitario nazionale. Per questa ragione il messaggio per i genitori, ma anche per i medici di famiglia, e’ quello di prevenire attraverso una visita andrologica durante il periodo adolescenziale. Oltre alla necessita’ di istituire presidi uroandrologici con autonomia di budget negli ospedali. Nel pomeriggio verranno affrontate le urgenze chirurgiche in andrologia che sono patologie tempo dipendenti, per cui i medici di famiglia ma anche quelli che lavorano nei Pronto soccorso, devono sapere che vanno trattati entro poche ore, per scongiurare il rischio della perdita della funzione dell’organo e, nei casi piu’ gravi come la sindrome di Fournier, con complicanze gravi per la vita del paziente.

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La maggior parte delle più diffuse patologie non trasmissibili ruotano intorno al complesso equilibrio degli ormoni

Posted by fidest press agency su domenica, 11 marzo 2018

Bruxelles. Basti pensare ad obesità, malattie metaboliche, diabete, osteoporosi, tumori ormono-sensibili, fertilità e malattie rare. La centralità dell’endocrinologia è frutto di una migliore ricerca e di una eccellenza clinica che ha caratterizzato gli ultimi anni. Nell’era che vede la centralità del paziente nel processo di cura si affianca una specialità dal raggio di azione sempre più ampio e nevralgico. Dimostrato anche da uno sviluppo delle scuole di specializzazione che pone l’endocrinologia europea tra le migliori al mondo.Per la prima volta nella sua storia, e in occasione del decennale della sua fondazione la Società Europea di Endocrinologia si presenta al Parlamento Europeo per un incontro unico nel suo genere. “Abbiamo l’onore e l’onere di rappresentare i 16˙000 endocrinologi europei e i milioni di pazienti endocrinopatici solo nel nostro Paese presso le Istituzioni Europee. Il nostro compito sarà quello di far comprendere appieno all’Europa il ruolo degli ormoni nella salute delle persone e l’importanza delle malattie endocrine non solo per quello che riguarda l’assistenza ai malati con patologie tiroidee, ipofisarie, surrenaliche, testicolari, ovariche, diabete mellito, osteoporosi, ipercolesterolemie, ma anche per l’enorme rilevanza che la ricerca può avere in questi ambiti. In qualità di presidente eletto della Società starà poi a me delineare le aree specifiche nelle quali la Società Europea di Endocrinologia, nel suo biennio di gestione italiano, potrà portare i maggiori contributi alle agende delle istituzioni Europee. Ci proponiamo che questo sia solo il primo di una serie di incontri di un tavolo congiunto in cui tutti gli aspetti del mondo clinico, assistenziale e di ricerca che ruotano attorno agli equilibri ormonali, vengano affrontati a livello europeo con il coinvolgimento e il supporto degli esperti che la nostra Società scientifica annovera al suo interno” ha dichiarato il Professor Andrea Giustina, Presidente Eletto della Società Europea di Endocrinologia.
Tra i principali obiettivi del suo incarico, il Prof. Giustina pone il rafforzamento della presenza italiana nell’ambito dei programmi di ricerca europei lavorando a sempre più stretto contatto con le Istituzioni nazionali e continentali, lo sviluppo di iniziative dedicate ai giovani endocrinologi per facilitarne la mobilità in Europa aumentando anche l’attrattività italiana per ricercatori che dall’estero vogliano crescere presso le Istituzioni di eccellenza del Paese ed infine la promozione di un vero core curriculum pan-europeo che superi le storiche disparità tra le differenti nazioni.La Società Europea di Endocrinologia è stata creata per promuovere la ricerca di pubblica utilità, l’educazione e la pratica clinica in endocrinologia, per l’organizzazione di conferenze, corsi di formazione e pubblicazioni, e sensibilizzare l’opinione pubblica, di concerto con i legislatori nazionali e internazionali su tutte le tematiche in campo endocrino e metabolico.
Le principali attività includono l’organizzazione dell’annuale Congresso Europeo di Endocrinologia oramai punto di riferimento e di incontro imprescindibile per gli endocrinologi europei. ESE organizza anche una serie di laurea. ESE ha cinque riviste ufficiali: European Journal of Endocrinology, Journal of Endocrinology, Journal of Molecular Endocrinology, Cancer endocrino-correlati e un interdisciplinare Open Access Journal, Endocrine Connections, lanciato nel 2012. Tra di loro, le riviste coprono l’intero spettro di endocrinologia e aiuto per aumentare il profilo di europei endocrinologia.La Società Europea di Endocrinologia è stata registrata presso la Charity Commission il 7 aprile 2008.Il Prof.Andrea Giustina sarà in carica per il prossimo biennio dal 2019 al 2021.

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L’orologio biologico e il sonno nelle patologie neurologiche

Posted by fidest press agency su sabato, 10 marzo 2018

Dichiarazione del Prof. Raffaele Ferri, Direttore Scientifico IRCCS Associazione Oasi Maria SS Onlus di Troina (EN): “L’orologio circadiano è quel meccanismo evolutivo che fa adattare la fisiologia corporea ai cicli diurni di 24 ore, influenzando un’ampia varietà di processi come le transizioni sonno/veglia, le ore dei pasti, la temperatura corporea e la secrezione ormonale. Il cervello agisce da grande direttore d’orchestra in questo complesso meccanismo di sincronizzazione. Tuttavia, a sua volta, il cervello viene influenzato dagli stimoli ambientali (luce/buio, pasti, livello del rumore, ritmi lavorativi, ecc.) per allineare il tutto alla durata del ciclo circadiano di 24 ore. I disordini del ritmo circadiano sonno/veglia comprendono il disordine da fase di sonno ritardata, avanzata oppure irregolare, il disordine del ritmo sonno/veglia non 24 ore, il disordine da lavoro a turno e il jet lag.I disturbi del sonno colpiscono circa 13 milioni di italiani. I principali sono: l’insonnia che, in forma più o meno grave, colpisce circa il 30% della popolazione; la sindrome delle gambe senza riposo che colpisce circa il 7%; il Disturbo Comportamentale del Sonno REM (RBD) che interessa circa il 2% della popolazione e che molto spesso anticipa di anni, a volte più di un decennio, l’insorgenza di una malattia neurodegenerativa come la Malattia di Parkinson. Molti disordini del sonno sono caratterizzati da manifestazioni motorie particolari ed importanti come la sindrome delle gambe senza riposo in cui la necessità di muovere le gambe la sera e a letto provoca un disturbo importante dell’inizio del sonno; nel disordine comportamentale in sonno REM il paziente presenta comportamenti complessi durante i quali “agisce” il contenuto del sogno concomitante, con conseguenze anche gravi per se stesso ed il partner; nella narcolessia, infine, il paziente esperimenta episodi generalmente brevi di completa perdita del tono muscolare con transitoria impossibilità a muoversi durante il giorno (cataplessia) o al risveglio (paralisi da sonno).

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Stenosi aortica, dal congresso Sic nuove indicazioni per la Tavi

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 dicembre 2017

Chirurgia laparoscopicaLinee guida per la pratica clinica, con lista di controllo più semplice identificarle. Ci sono novità nel trattamento dei pazienti con stenosi aortica: l’impianto percutaneo della valvola aortica, o Tavi, è consigliato ora non solo per i pazienti che hanno molte patologie (alto rischio), ma anche per i soggetti che hanno un rischio intermedio per la chirurgia. Come annuncia Ciro Indolfi, presidente eletto della Società italiana di cardiologia (Sic), le nuove raccomandazioni sono contenute nelle linee guida della Società europea di cardiologia e dall’expert opinion paper presentato a Roma in occasione del 78esimo congresso nazionale della Sic. «In Italia – spiega Indolfi – si effettuano oggi 68 Tavi per milione di abitanti, rispetto a una media europea di 87. Pertanto, prima dell’introduzione delle nuove linee guida che hanno aumentato le possibilità di tale trattamento, l’Italia era indietro rispetto all’Europa». La stenosi aortica è una malattia tipica dell’anziano, e con l’aumento della vita media sarà sempre più frequente. «Purtroppo – continua Indolfi – non esiste una terapia farmacologica e, se non interviene con l’impianto di una valvola, il 50% dei pazienti con una stenosi aortica sintomatica muore nell’arco di due-tre anni. La Tavi è la tecnica che permette di impiantare una valvola di maiale attraverso un catetere inserito in un’arteria della gamba senza anestesia generale e migliora l’opzione terapeutica per i pazienti con stenosi aortica severa inoperabili o ad alto rischio. La novità di quest’anno è stata la possibilità di allargare le indicazioni anche per i pazienti con un rischio intermedio per la chirurgia convenzionale (STS score uguale o superiore a 4)». Secondo il presidente eletto della Sic, la Tavi rappresenta la più grande innovazione tecnologica della cardiologia interventistica dopo gli Stent coronarici: «questa straordinaria tecnica ha consentito di salvare molte vite umane di pazienti con stenosi aortiche sintomatiche e che erano rifiutate dal cardiochirurgo perché inoperabili. Oggi l’aumento della vita media è stato ottenuto soprattutto grazie agli avanzamenti della terapia delle malattie cardiovascolari, pertanto più risorse dovrebbero essere allocate in queste metodiche salvavita di alta tecnologia». (foto: Chirurgia laparoscopica) (fonte: doctor33)

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Patologie mitocondriali

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 dicembre 2017

parma universitàParma. I ricercatori dell’Università di Parma Paola Goffrini ed Enrico Baruffini, del Dipartimento di Scienze Chimiche, della Vita e della Sostenibilità Ambientale (SCVSA), sono risultati vincitori di due progetti presentati al bando Ricerca Finalizzata 2016 del Ministero della Salute.
La prof.ssa Paola Goffrini è Responsabile di Unità del primo progetto, dal titolo Mitochondrial aminoacyl tRNA synthetases: implementation of the genetic diagnosis and evaluation of amino acid supplementation as potential therapeutic approach, mentre il Principal Investigator è il prof. Daniele Ghezzi dell’Istituto Neurologico CARLO BESTA di Milano. Il progetto, al quale partecipa anche il gruppo di ricerca del prof. Enrico Bertini dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma, ha la durata di due anni e ha avuto un finanziamento di 390.000 euro, di cui 55.000 per l’Unità di Parma. Il secondo progetto, di cui è Responsabile di Unità il prof. Enrico Baruffini, si chiama Italian Project on Hereditary Optic Neuropathies (IPHON): from genetic basis to therapy e rientra nella sezione del bando “Giovani Ricercatori”, i cui partecipanti devono avere tutti meno di quarant’anni. Il Principal Investigator è il dott. Leonardo Caporali, ricercatore presso l’Istituto Scienze Neurologiche con sede a Bologna. La ricerca, della durata di tre anni, è stata finanziata per 450.000 euro, di cui 89.360 destinati all’Unità di Parma. Entrambi i progetti hanno lo scopo di identificare, tramite l’utilizzo di tecniche di Next generation sequencing, nuove mutazioni in centinaia di pazienti affetti da patologie mitocondriali per le quali non è nota ancora la causa molecolare.Il ruolo delle Unità di Parma sarà quello di validare il ruolo patogenetico delle mutazioni, che verranno analizzate mediante studi funzionali nel modello lievito. Compito altrettanto importante delle Unità di Parma è quello di utilizzare i modelli mutati costruiti nella fase precedente al fine di identificare, tramite tecniche di Drug Discovery, Drug Repositioning e supplementazione aminoacidica, molecole in grado di ridurre gli effetti deleteri di queste mutazioni, da proporre come possibili terapie farmacologiche.Paola Goffrini ed Enrico Baruffini afferiscono al Gruppo di Genetica Molecolare e Biotecnologie dell’Unità di Scienze Biomolecolari, Genomiche e Biocomputazionali del Dipartimento SCVSA, di cui fanno anche parte anche le prof.sse Claudia Donnini e Tiziana Lodi, la dott.ssa Cristina Dallabona, dottore di ricerca, e le dott.sse Camilla Ceccatelli Berti, Micol Gilberti e Giulia De Punzio, dottorande in Biotecnologie e Bioscienze.

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E’ Vincenzo Zagà il nuovo Presidente della Società Italiana di Tabaccologia (SITAB)

Posted by fidest press agency su martedì, 5 dicembre 2017

Vincenzo ZagàE’ stato eletto durante il XIII Congresso Nazionale della Società da poco conclusosi a Bologna. Zagà, medico pneumologo, già responsabile del Centro Antifumo dell’AUSL di Bologna e giornalista medico-scientifico, succede a Biagio Tinghino, Dirigente Responsabile UOS Alcologia e Nuove Dipendenze Dipartimento di Salute Mentale e delle Dipendenze dell’ASST di Vimercate (MB).
In questo XIII Congresso Nazionale della Società Italiana di Tabaccologia (SITAB) sono stati affrontati alcuni scottanti temi come i nuovi scenari in tema di tobacco control, l’inquinamento e la ricerca in tabaccologia e in fatto di dipendenza da tabacco, una serie di overview su alcune delle principali patologie fumo-correlate e le strategie di sostegno al paziente fumatore intenzionato a smettere.
Inoltre è stata messa a fuoco la specificità clinica dei fumatori resistenti, gli irraggiungibili, quelli che proprio non ce la fanno a smettere. Per questi il focus dell’offerta è nella riduzione del danno, argomento dibattuto in una accesa ma costruttiva tavola rotonda. Infine sono stati affrontati gli stili di vita, i sentimenti e i comportamenti che inevitabilmente condizionano le prime sperimentazioni del fumo di tabacco da parte degli adolescenti.“Il messaggio forte scaturito dal Congresso – afferma Zagà – è stato quello che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) da anni continua a proporre per evitare ciò che chiama Epidemia da Tabacco (Tobacco Epidemic): la lotta al fumo di tabacco come l’intervento di maggiore efficacia in termini di prevenzione primaria delle patologie fumo-correlate”.
“Come Società Italiana di Tabaccologia siamo sempre più determinati a diffondere informazioni al pubblico e scambiare esperienze tra noi specialisti. Dobbiamo iniziare a pensare al tabagismo come una malattia mortale e non solo come un fattore di rischio. E per salvarsi la vita esiste un solo modo, smettere di fumare. I costi del tabagismo però non sono solo quelli dei morti precoci e, lo sottolineiamo con forza, evitabili. Ma anche quelli per curare le centinaia di malattie che derivano da questa dipendenza. Si tratta di circa 6,5 miliardi di euro, senza considerare i danni sociali e il carico di sofferenza umana.”“Uno studio del Ministero della Salute inglese, già alcuni anni fa ha dimostrato come un counseling breve, associato all’uso di farmaci di provata efficacia, è capace di salvare molte più vite di altri (e pur importanti) progetti di screening. Ma la chiarezza dei dati scientifici si scontra con l’idea che il fumo di tabacco sia un problema risolvibile con la sola ‘buona volontà” e perciò non abbia bisogno di trattamenti e servizi di cura. Mentre smettere di fumare da soli è il metodo più diffuso, ma anche quello meno efficace, che produce un esito dell’1-3% a distanza di un anno, i trattamenti farmacologici riescono ad amplificare fino a decuplicare le percentuali di successo”.La politica di Zagà e della Società per i prossimi anni è sollecitare la definizione degli standard per l’accreditamento dei servizi sul territorio nazionale come i Centri Antifumo, stimolare e contribuire alla stesura di linee guida sui trattamenti e di strumenti formativi di tabaccologia, e il coinvolgimento di specialisti di tutte le specialità in un fronte comune in una “Alleanza Tobacco Endgame”. (D.ssa Elis Viettone)

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Malattie reumatiche: quelle rare hanno molto da insegnare sulle patologie più comuni

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 febbraio 2017

porta nuova milanoMilano 16 e 17 febbraio “Incontri di Reumatologia Clinica” PALAZZO MEZZANOTTE Piazza degli Affari 6, Le malattie rare, in area reumatologica, rappresentano un osservatorio privilegiato sulle caratteristiche e sui meccanismi che sono alla base delle patologie più diffuse e impattanti, dal lupus eritematoso all’artrite reumatoide. Da questo punto di vista la rarità è soltanto un dato statistico, che nulla toglie all’opportunità di approfondire i meccanismi fisiopatologici di una malattia, che colpisce magari una persona su due milioni, per comprendere meglio i segreti delle patologie che affliggono invece un’ampia fetta di popolazione. Questo approccio critico alle malattie reumatiche caratterizzerà gli “Incontri di Reumatologia Clinica” – organizzati con il patrocinio del Centro Specialistico Ortopedico Traumatologico Pini-CTO, della SIR (Società Italiana di Reumatologia) e di Alomar (Associazione lombarda malati reumatici) – che il 16 e 17 febbraio riuniranno a Milano (a Palazzo Mezzanotte) un panel di esperti d’eccezione provenienti da tutta Italia: riuniti, appunto, per discutere le evidenze che si possono trarre dalle “lezioni” offerte dalle malattie reumatiche rare.
Responsabile scientifico è il dottor Luigi Sinigaglia, Direttore della Struttura Complessa di Reumatologia DH del Centro Specialistico Ortopedico Traumatologico Gaetano Pini-CTO, che illustra i principali contenuti degli Incontri: “Lo studio delle malattie rare deve essere orientato non solo alla miglior comprensione della specifica malattia investigata, ma può essere inteso anche come osservatorio privilegiato su alcuni dei più reconditi segreti delle patologie reumatiche a più elevata incidenza e prevalenza. Molte di queste condizioni cosiddette ‘rare’ rappresentano una vera e propria ‘scuola’ per scoperte che hanno avuto e possono ancora avere importanti ripercussioni sulla pratica clinica, in particolare svelando meccanismi patogenetici che sono in grado di suggerirci importanti orientamenti diagnostici e terapeutici”.
La Reumatologia offre numerosi esempi di questo tipo e, proprio durante gli “Incontri” del 16 e 17 febbraio, verranno presentati studi che hanno confermato la validità di queste relazioni fra malattie rare e malattie ampiamente diffuse.
Tra le patologie rare si affronterà ad esempio il caso dell’alcaptonuria, un raro disturbo geneticamente determinato che colpisce le cartilagini, la cui la prevalenza alla nascita è stimata in circa 1 su 111.000-1.000.000 nel mondo: si tratta di una malattia metabolica caratterizzata dall’accumulo di acido omogentisico (HGA) a livello della cute e delle cartilagini articolari, con conseguente comparsa di grave artrosi che esordisce in giovane età.
“Lo studio di questa malattia ci ha portato a comprendere meglio i meccanismi dell’artrosi ed è divenuto modello per lo studio del danno cartilagineo”, spiega il dottor Sinigaglia.
C’è poi l’ipofosfatasia, malattia ereditaria che interessa lo scheletro e i denti, e che si manifesta spesso prima o subito dopo la nascita rendendo fragile l’osso e causando anomalie scheletriche assai simili a un altro disturbo osseo dell’infanzia: il rachitismo. Spiega il dottor Massimo Varenna, del Dipartimento di Fisiatria e Reumatologia del Pini-CTO: “Questa rara patologia ci ha permesso di studiare meglio i meccanismi della condrocalcinosi, patologia che interessa articolazioni, tendini e borse sierose, provocata dal deposito di cristalli di pirofosfato di calcio diidrato. La manifestazione di questa malattia è l’artrite acuta di una sola articolazione ed è la causa più comune di monoartrite nell’anziano”.
Altro esempio, proposto dal dottor Sinigaglia, consiste in due rare sindromi da disregolazione di una sostanza di recente scoperta denominata FGF23: “Si tratta – spiega Sinigaglia – di due rare malattie che hanno consentito la scoperta di questo nuovo ormone prodotto essenzialmente dall’osso che è oggi considerato il principale regolatore del metabolismo del fosforo nell’organismo”.
E ancora, lo studio dei meccanismi che portano alla fibrosi tissutale in altre malattie rare ha permesso di approfondire le cause della sclerodermia, malattia cronica del tessuto connettivo, a eziologia multifattoriale e a patogenesi autoimmunitaria, caratterizzata da disfunzione endoteliale e progressivo accumulo di tessuto fibroso a carico della cute e degli organi interni.
La fibrodisplasia ossificante, invece, è una malattia rara ereditaria gravemente disabilitante che interessa il tessuto connettivo. È caratterizzata da malformazioni congenite degli alluci e da un’ossificazione eterotopica progressiva, con la formazione eccessiva di osso qualitativamente normale in siti extrascheletrici caratteristici. La prevalenza mondiale è circa 1 su 2milioni, ma le stesse vie patogenetiche che sostengono questa malattia sono implicate anche nei meccanismi che portano alla progressiva ossificazione nella assai più diffusa spondilite anchilosante, malattia infiammatoria articolare cronica che si associa spesso a una malattia cutanea, la psoriasi.
“Non bisogna infine dimenticare – aggiunge Sinigaglia – che la maggior parte delle cosiddette ‘malattie autoinfiammatorie’, spesso di origine genetica e modulate da meccanismi ancora non del tutto chiariti, sono divenute modello di comprensione per molte malattie croniche autoimmuni, molto diffuse e a notevole impatto sulla qualità di vita dei pazienti”.
Conclude il dottor Sinigaglia: “Per tutti questi motivi il messaggio che deriva da queste osservazioni e che rimane insito nel significato di questo convegno può essere riassunto in un semplice motto: ‘Treasure your exceptions’: facciamo cioè tesoro delle informazioni che derivano dallo studio e dalla osservazione delle malattie rare la cui conoscenza non deve essere intesa semplicemente come un approccio a una cultura elitaria e settoriale ma come un vero e proprio messaggio che la natura ci offre per la comprensione di meccanismi ancora in parte misteriosi che sottendono patologie molto più diffuse”.

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International Medical School al via

Posted by fidest press agency su venerdì, 3 febbraio 2017

medical-schoolBergamo Dopo la cerimonia della firma che si è tenuta ieri (martedì 31, ndr) all’università di Milano Bicocca, a sigillo della nascita dell’International Medical School, oggi i promotori del nuovo corso di laurea si sono dati appuntamento all’ospedale di Bergamo.Il Papa Giovanni XXIII darà agli studenti la possibilità di frequentare da subito le corsie e, come ha ricordato il Direttore generale Carlo Nicora, metterà a disposizione “un ospedale ad alto tasso di tecnologia, in grado di curare tutte le patologie, uno spaccato realistico delle risposte che oggi la medicina e l’assistenza possono offrire ai bisogni di adulti e bambini, sia nelle malattie più diffuse sia nelle sindromi rare. Un ospedale dove lavorano professionisti che non sono solo ottimi clinici, ma anche ricercatori di grande valore, riconosciuti dalla comunità scientifica internazionale, con grande esperienza nel “training on the job”, l’imparare facendo”. Per avere, in cambio, “giovani motivati, curiosi, provenienti da realtà anche molto diverse fra loro, capaci di stimolarci a mantenere quell’orizzonte internazionale che finora ci ha contraddistinto”.
Max Lu, Vice cancelliere dell’Università del Surrey, ha presentato l’ateneo inglese, un’università di medie dimensioni a sud di Londra, segnalato nei ranking di settore tra le prime dieci migliori Università britanniche. “Dobbiamo unire le nostre eccellenze – ha ribadito – per far partire questo progetto, che punta a formare medici capaci di lavorare utilizzando i dati, la tecnologia e la conoscenza”.
L’International Medical School (IMS) rappresenta una sfida di alto livello che l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, l’Università del Surrey, l’Università di Bergamo e l’ASST Papa Giovanni XXIII hanno raccolto.La mission condivisa dai quattro partner è concorrere alla formazione di una nuova figura professionale di alto profilo. Tale finalità ha consentito l’alchimia grazie alla quale esperienze didattiche diverse si sono integrate per proporre nuovi percorsi, nel pieno rispetto delle esigenze ordinamentali italiane e inglesi.
Dall’anno accademico 2017/18, ogni anno, circa 30 studenti internazionali, motivati all’eccellenza, saranno selezionati grazie a un test in lingua inglese. I prescelti avranno a disposizione 6 anni di didattica innovativa per sviluppare una propria autoconsapevolezza, condividendo idee e partecipando attivamente per individuare soluzioni ai problemi medici che saranno loro proposti durante le lezioni di pratica medico-diagnostica.Il PBL (Problem Based Learning), ossia l’apprendimento basato su problematiche di casi clinici reali, fornisce un nuovo sistema di insegnamento che è il leitmotiv didattico di questo corso di studi. Piccoli gruppi di studenti saranno in tal modo coinvolti, sollecitati e responsabilizzati al proprio processo di apprendimento.Il contatto diretto con i pazienti e il tirocinio ospedaliero saranno inoltre strumento di apprendimento delle maggiori aree fisiopatologiche suddivise in 7 percorsi: cardiovascolare, onco-ematologico, locomotorio, digestivo, renale e urologico, ostetrico-ginecologico e pediatrico e delle neuroscienze.
medical-school1Durante il primo anno si gettano le basi scientifiche su cui costruire gli anni successivi e, oltre all’uso delle tecnologie dell’informatica e dell’ingegneria, si apprende l’atteggiamento critico necessario all’analisi dei dati, si approfondisce la lingua inglese o italiana, a secondo della nazionalità dello studente, e si affrontano temi relativi all’etica e alla legislazione medica, oltre che all’economia sanitaria. Attività di laboratorio affiancheranno le lezioni teoriche di chimica, biologia cellulare e molecolare, fisica medica, biochimica, anatomia, istologia, genetica e si svolgerà già un primo periodo di praticantato.Fin dal secondo anno l’approccio clinico e l’uso del laboratorio sono gli strumenti di studio dei processi fisiologici e fisiopatologici. Biostatistica, fisiologia umana, immunologia, microbiologia e virologia, patologia e medicina, farmacologia, scienze comportamentali e competenze di comunicazione, diagnostica 1, pratica clinica 1, salute e società sono alcuni dei corsi proposti, che affiancheranno lo studio di casi clinici (PBL). Non solo la pratica medica si avvarrà degli appositi manichini per lo studio della semeiotica, ma, il secondo semestre sarà caratterizzato da una ulteriore novità didattica: piccoli gruppi di studenti, affiancati da tutor studieranno i casi clinici di maggior rilevanza per i diversi apparati, presso strutture di medicina di gruppo in cui trovano sede alcuni ambulatori di medici di base.
Durante gli ultimi tre anni gli studenti affronteranno le “cliniche mediche” attraverso le figure chiave dei tutor didattici che li supporteranno e guideranno, suddivisi in piccoli gruppi di studio, nelle discussioni, nell’analisi e nelle risposte terapeutiche dei casi loro sottoposti. (foto: Medical School)

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Patologie del pavimento pelvico

Posted by fidest press agency su sabato, 3 dicembre 2016

corpoSono oltre 4 milioni le donne che in Italia, soprattutto in Lombardia e Campania, che soffrono di patologie del pavimento pelvico, anche se molte hanno difficoltà a parlarne, soprattutto per questioni di pudore. Sono però problematiche che non devono essere sottovalutate e che necessitano di un approccio multidisciplinare per garantire la migliore cura alla paziente anche da un punto di vista psicologico, visto che spesso insorgono problemi legati alla perdita di autostima.
A confrontarsi sulle migliori esperienze gli esperti, medici ma non solo, che partecipano al 3° Corso Inter-Regionale SIUCP-Società Italiana Unitaria di Colonproctologia ospitato da Humanitas San Pio X e presieduto dal prof. Jacques Mégevand, responsabile della Chirurgia Generale dell’ospedale.
Le patologie del pavimento pelvico colpiscono prevalentemente le donne subito dopo la gravidanza o tardivamente, con diversi sintomi quali ritenzione urinaria, incontinenza, prolasso di vescica, utero e retto in varia combinazione, e alterazioni della defecazione come stipsi e incontinenza fecale, dolore pelvico.
“E’ chiara l’esigenza di definire un approccio integrato e multidisciplinare a queste patologie che hanno un impatto severo sulla donna e sulla sua socialità – spiega il dott. Leonardo Lenisa, coloproctologo di Humanitas San Pio X e direttore scientifico del convegno. – La multidisciplinarietà è necessaria per perfezionare sia la comprensione dei processi alla base delle patologie, sia l’iter diagnostico e la soluzione terapeutica definitiva. Se infatti, come dimostrato in letteratura sul trattamento del prolasso del retto, per esempio, esistono molti trattamenti ma ancora nessuno ha dimostrato un’efficacia superiore rispetto agli altri, significa che la complessità della patologia richiede un trattamento “su misura” che non sempre dipende dal solo organo colpito”.
“Grazie alle nuove tecnologie chirurgiche mininvasive e robotiche, la chirurgia colorettale è diventata più efficace. L’Italia è tra i Paesi europei con il maggior numero di attrezzature per la chirurgia robotica che non sempre vengono usate alla massima potenzialità – sottolinea il prof. Marco Montorsi, rettore di Humanitas University e presidente SIC-Società Italiana di Chirurgia. – Fondamentale è la formazione dei chirurghi all’uso delle nuove tecnologie, oltre all’identificazione dei criteria per l’accreditamento delle strutture e la verifica della qualità della prestazione per queste patologie”.
Oltre alla chirurgia robotica e ricostruttiva, le altre novità di intervento – di cui esperto in Humanitas San Pio X è il dott. Ezio Ganio, sono:
· la neuromodulazione sacrale, che, grazie all’utilizzo di elettrodi collegati ad un pacemaker sottocutaneo minimamente invasivo, permette un buon recupero della funzionalità agendo sulla coordinazione delle stimolazioni nervose tra colon, retto e ano
· i bulking agents, ovvero sostanze che iniettate nella sottomucosa dell’ano – come il silicone nelle labbra – migliorano la chiusura del canale anale e possono risolvere problemi di incontinenza minore.
“Le disfunzioni del pavimento pelvico sono spesso correlate alla gravidanza e al parto, momento traumatico per la pelvi della donna. Le fasce muscolari e nervose vengono sottoposte ad un intenso “stress” che, nel breve o lungo termine, può portare ai disturbi tipici delle patologie del pavimento pelvico” spiega il dott. Alessandro Bulfoni, responsabile della Ginecologia e Ostetricia e moderatore al convegno. Al Punto Nascita di Humanitas San Pio X, la prevenzione e la riabilitazione delle patologie del pavimento pelvico si effettua con appositi corsi prima e dopo il parto grazie ad ostetriche specializzate e ad un’èquipe multidisciplinare dedicata composta da medici ginecologi, urologi e chirurghi in grado di effettuare eventuali correzioni chirurgiche con tecniche mini invasive.Oltre 1000 esperti pronti al trattamento multidisciplinare delle disfunzioni del pavimento pelvico“A conferma dell’importanza della multidisciplinarietà nelle patologie del pavimento pelvico, i corsi SIUCP organizzati in Campania e Lombardia, le regioni italiane in cui si effettuano il maggior numero di interventi di colo-proctologia, hanno visto la partecipazione di oltre 1000 medici in prevalenza esperti di colo-proctologica, ginecologia, urologi, radiologi, terapisti del dolore, neurofisiologi, gastroenterologi e fisiatri che percepiscono come esigenza crescente il confronto interdisciplinare delle conoscenze e la condivisione delle tecniche e delle strategie chirurgiche – spiega il dott. Adolfo Renzi, presidente SIUCP”.

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Creazione di Watson Health Medical Imaging Collaborative

Posted by fidest press agency su sabato, 25 giugno 2016

ibmIBM (NYSE: IBM) ha annunciato la creazione di Watson Health Medical Imaging Collaborative, un’iniziativa globale costituita da più di 15 sistemi sanitari, centri medici universitari, strutture di servizi radiologici ambulatoriali e società di tecnologia di imaging di primo piano. Il progetto collaborativo mira a portare l’imaging cognitivo nella pratica medica quotidiana, per aiutare gli operatori ad affrontare tematiche quali cancro al seno, al polmone e altri tipi di tumore, diabete, salute dell’occhio, patologie cerebrali e cardiache ed eventi correlati, come l’ictus. I membri del progetto prevedono di sfruttare Watson per estrarre informazioni da dati di imaging non strutturati precedentemente “invisibili” e di poterli combinare con un’ampia varietà di dati provenienti da altre fonti. Così facendo, i medici possono prendere decisioni per cure personalizzate, mirate a uno specifico soggetto, costruendo al contempo un corpus di conoscenze a beneficio di più vaste popolazioni di pazienti. Queste informazioni possono comprendere dati provenienti da cartelle cliniche elettroniche, referti radiologici e patologici, risultati di laboratorio, annotazioni dei medici sui progressi osservati, riviste di settore, linee guida sulle cure cliniche e studi sugli esiti pubblicati.
Tra i membri fondatori del progetto figurano Agfa HealthCare, Anne Arundel Medical Center, Baptist Health South Florida, Eastern Virginia Medical School, Hologic, Inc., ifa systems AG, inoveon, Radiology Associates of South Florida, Sentara Healthcare, Sheridan Healthcare, Topcon, UC San Diego Health, University of Miami Health System, University of Vermont Health Network e vRad, oltre a Merge Healthcare, società IBM. Di pari passo con l’evoluzione del progetto collaborativo, grazie alla combinazione delle più recenti conoscenze di queste organizzazioni, si evolveranno anche il razionale e le informazioni di Watson.
Studi recenti rivelano che cure inadeguate, inutili, non coordinate e inefficienti e processi di business non ottimali consumano almeno il 35% – e forse più del 50% – degli oltre 3000 miliardi di dollari spesi ogni anno dagli Stati Uniti per l’assistenza sanitaria. Ciò suggerisce uno spreco di più di 1000 miliardi di dollari. L’obiettivo di Watson Health è aiutare gli operatori sanitari a migliorare l’assistenza e ridurre gli sprechi, permettendo un utilizzo potenziato dei dati di imaging medico e fornendo offerte e servizi cognitivi che consentano al medico di esprimere raccomandazioni personalizzate per le specifiche esigenze di ogni paziente.
Online Banking ComputerI membri del progetto lavoreranno in team con gli esperti di cognitive computing di Watson Health per addestrare il sistema in merito a patologie cardiovascolari, salute dell’occhio e altre condizioni cliniche, utilizzando i dati forniti dai membri stessi o da registri delle malattie basati sulla popolazione, che contengono milioni di casi anonimizzati provenienti da tutto il mondo. Per aiutare a creare nuove soluzioni alimentate da Watson, i membri del progetto potrebbero integrarlo nei propri sistemi dei flussi di lavoro o software di gestione delle immagini.
Watson è il primo cognitive computing disponibile in commercio che rappresenta una nuova era dell’informatica. Il sistema, fornito in cloud, analizza grandi volumi di dati, comprende domande complesse poste in linguaggio naturale e propone risposte basate sulle evidenze. Watson apprende continuamente dalle interazioni passate, acquisendo valore e conoscenza nel corso del tempo. Nell’aprile 2015 sono stati lanciati IBM Watson Health e la piattaforma Watson Health Cloud. La nuova unità contribuirà a migliorare la capacità di innovazione di medici, ricercatori e assicuratori, facendo emergere elementi di conoscenza dall’enorme quantità di dati sanitari personali creati e condivisi ogni giorno. Watson Health Cloud permetterà di rendere anonime, condividere e combinare queste informazioni con una vista aggregata – dinamica e in costante espansione – di dati clinici, di ricerca e di social health.

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ASCO 2016: Fondazione NIBIT in primo piano con due trial di immuno-oncologia unici al mondo

Posted by fidest press agency su sabato, 4 giugno 2016

tumore metastatico1Chicago Al 52° congresso annuale dell’ASCO – American Society of Clinical Oncology – che si apre a Chicago, la Fondazione NIBIT – Network Italiano per la Bioterapia dei Tumori presenta due anteprime assolute nella ricerca in immuno-oncologia: domani nella sessione dedicata ai trial in fase iniziale di sviluppo clinico e con pazienti già arruolati saranno presentati NIBIT-M4, studio disegnato per valutare per la prima volta la combinazione di un farmaco immunoterapico e di un farmaco epigenetico nel trattamento del melanoma metastatico, e lo studio NIBIT-Meso-1, primo trial al mondo che valuterà l’associazione di due anticorpi immunomodulanti nel trattamento del mesotelioma maligno.“Entrambi gli studi sono stati disegnati per patologie nelle quali c’è grande bisogno di esplorare nuovi approcci terapeutici e sono una conferma ulteriore che la Ricerca italiana è capofila nell’immunoterapia dei tumori a livello internazionale”, afferma il Presidente della Fondazione NIBIT Michele Maio, Direttore della U.O.C. Immunoterapia Oncologica della Azienda Ospedaliera Universitaria Senese. I risultati dei due studi sono attesi entro i prossimi mesi.

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Studio sulle patologie mitocondriali pubblicato su “EMBO Molecular Medicine”

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 marzo 2016

parma universitàParma università. E’ stato pubblicato sul numero di marzo della prestigiosa rivista EMBO Molecular Medicine l’articolo Defective PITRM1 mitochondrial peptidase is associated with Aβ amyloidotic neurodegeneration. Lo studio è stato coordinato dal prof. Massimo Zeviani del MRC Mitochondrial Biology Unit, Wellcome Trust, Cambridge (UK) e dal prof. Laurence A. Bindoff del Department of Clinical Medicine (K1), University of Bergen (Norvegia). Allo studio hanno contribuito la dott.ssa Cristina Dallabona, assegnista di ricerca, il dott. Enrico Baruffini, ricercatore a tempo determinato, la prof.ssa Paola Goffrini, ricercatrice, e la prof.ssa Ileana Ferrero, ricercatrice ospite, del Dipartimento di Bioscienze dell’Università di Parma.Sono stati studiati due pazienti, appartenenti alla stessa famiglia, affetti da sintomi tipici delle patologie mitocondriali, ai quali però si aggiungono sintomi riconducibili al morbo di Alzheimer. Nei pazienti sono infatti emersi sia difetti della catena respiratoria mitocondriale, caratteristica tipica delle patologie mitocondriali, sia una riduzione dei livelli nel liquido cerebrospinale del marker beta1-42 amiloide, caratteristica tipica osservata nei soggetti affetti da Alzheimer. Grazie al sequenziamento dell’esoma di uno dei due pazienti, è emersa una mutazione in omozigosi nel gene PITRM1, che codifica per una metallopeptidasi mitocondriale il cui compito è degradare oligopeptidi mitocondriali derivanti dal processamento delle proteine mitocondriali.La conseguenza delle mutazioni è stata studiata in diversi sistemi modello, fra cui il lievito e il topo, nonché in vitro e su cellule del paziente. Lo studio in lievito, condotto presso il Laboratorio di Genetica Molecolare e Biotecnologie del Dipartimento di Bioscienze, ha mostrato che la mutazione nel gene omologo CYM1 compromette la funzionalità mitocondriale. Inoltre, è emerso che la mutazione riduce l’attività di degradazione da parte della proteina Cym1 del peptide beta-amiloide, un oligopeptide autoaggregante riconosciuto come causa dell’Alzheimer, determinandone un accumulo a livello mitocondriale. Lo studio in lievito ha dimostrato inoltre che la proteina Cym1 mutata è meno stabile di quella non mutata, suggerendo che la patologia mitocondriale riscontrata nei pazienti non sia causata da una proteina meno attiva ma piuttosto dalla sua instabilità che comporta una riduzione del suo livello. Sulla base di questi risultati, sono stati condotti diversi esperimenti su modelli eucariotici superiori, che hanno portato alle medesime conclusioni.Per la prima volta si è dimostrato dunque come una mutazione in una proteina mitocondriale possa causare, oltre ai classici fenotipi mitocondriali, anche l’accumulo del peptide beta1-42, che è associato alla comparsa della malattia di Alzheimer. A tal riguardo la pubblicazione dell’articolo è accompagnata da un commentary a firma delle prof.sse Veronika Boczonadi e Rita Horvath dell’Institute of Genetic Medicine, Wellcome Trust Centre for Mitochondrial Research, Newcastle University, Newcastel Upon Tyne (UK) intitolato Amyloid-beta in mitochondrial disease: mutation in a human metallopeptidase links amyloidotic neurodegeneration with mitochondrial processing (http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.15252/emmm.201506050/abstract), in cui viene sottolineata l’importanza di questo lavoro.

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Novità su patologie neurologiche al Congresso SIN di SIRACUSA

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 gennaio 2016

siracusaSiracusa. Venerdì 22 gennaio si apre al Palazzo Vermexio di Siracusa il Congresso promosso dalla Sezione Sicilia della Società Italiana di Neurologia (SIN), dal titolo “Come cambia la Neurologia: nuovi indirizzi diagnostici, terapeutici e assistenziali nelle malattie acute e croniche”.“In questa nuova edizione del nostro Congresso Regionale – dichiara Placido Bramanti, Segretario Regionale SIN Sezione Sicilia e Direttore Scientifico dell’IRCCS Centro Neurolesi Bonino-Pulejo di Messina – abbiamo voluto affrontare non solo la questione fondamentale della gestione delle patologie acute e croniche (molto frequenti in neurologia) in merito sia all’assistenza che alle nuove terapie, ma abbiamo inserito in programma anche una sessione dedicata alle malattie rare neurologiche in quanto rappresentano una vasta fetta delle malattie rare”.Durante il congresso, un’intera sessione sarà quindi dedicata all’interventistica vascolare intracerebrale, in caso di ictus cerebrale: numerosi studi scientifici hanno dimostrato che la combinazione di terapia per via endovenosa (trombolisi sistemica) e di rimozione meccanica del trombo (trombectomia meccanica) abbatte di circa il 50% la mortalità e la disabilità causate dallo stroke. L’ictus cerebrale, che solo in Italia colpisce circa 1 milione di persone, è una gravissima lesione cerebrovascolare causata dall’interruzione del flusso di sangue al cervello dovuta o all’ostruzione o alla rottura di un’arteria.Altro tema affrontato sarà quello delle malattie neurodegenerative come Parkinson e Alzheimer, molto diffuse (rispettivamente 250.000 e 600.000 casi in Italia) e in continuo aumento a causa del progressivo invecchiamento della popolazione. Per entrambe le patologie, gli specialisti sostengono che sia necessaria una diagnosi sempre più precoce fino addirittura ad arrivare ad una diagnosi preclinica, ossia antecedente alla manifestazione dei sintomi motori nel Parkinson e della demenza nella Malattia di Alzheimer.Gli esperti, riuniti a Siracusa, concordano nell’affermare che le patologie neurodegenerative possono essere contrastate: attività fisica, legami affettivi e vita sociale attiva, sana alimentazione rappresentano la formula giusta per far invecchiare bene il cervello e preservarlo quanto più possibile, così come contribuiscono a rallentare la progressione delle patologie.
La Società Italiana di Neurologia conta tra i suoi soci circa 3000 specialisti neurologi ed ha lo scopo istituzionale di promuovere in Italia gli studi neurologici, finalizzati allo sviluppo della ricerca scientifica, alla formazione, all’aggiornamento degli specialisti e al miglioramento della qualità professionale nell’assistenza alle persone con malattie del sistema nervoso

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La tiroide e i suoi problemi

Posted by fidest press agency su martedì, 19 maggio 2015

comoComo giovedì 21 maggio alle 16.30 presso la sede dell’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Como (Viale Masia 30) e durante il quale interverrà il dottor Francesco Faverio, specialista in chirurgia generale. La tiroide è al centro del nostro benessere. Situata anteriormente nel collo, al di sotto della laringe, è una ghiandola destinata alla produzione di due ormoni che svolgono un ruolo fondamentale nel corretto funzionamento del metabolismo, dei processi di crescita e di quasi tutti gli apparati principali dell’organismo. Una disfunzione nel funzionamento di questa ghiandola può provocare patologie come ipertiroidismo, ipotiroidismo, tumori e gozzo. Queste patologie sono conosciute ormai da molto tempo e sono più frequenti in alcune aree geografiche che in altre. Durante l’incontro si parlerà di quanto queste malattie siano diffuse, delle loro conseguenze, delle terapie, degli effetti e di come questi ultimi vengono gestiti.
Francesco Faverio Medico Ospedaliero a tempo pieno dal 1981, inizia ad esercitare la professione come Assistente presso l’Istituto di Radiologia dell’Ospedale di Monza. Dal 1984 al 2013 lavora presso la Divisione di Chirurgia Generale dell’Ospedale S. Anna di Como, prima come Assistente, dal 1993 come Aiuto Corresponsabile di Ruolo e, infine, come Dirigente Medico di primo livello di Chirurgia Generale. Attualmente collabora con l’U.O. di Chirurgia Generale e Plastica del Centro Ortopedico Fisioterapico di Lanzo Intelvi (Co).Professore presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi dell’Insubria e dell’Università degli Studi di Pavia, insegna anche presso il Corso di Fisioterapia della Libera Università della Svizzera di Lugano. È inoltre autore di numerosi lavori scientifici, accettati da riviste anche internazionali e di varie relazioni e comunicazioni a Congressi.L’incontro è gratuito e aperto a tutti.

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Malattie infettive: da oggi i medici di tutto il mondo potranno aiutarsi con il Clinical Advice di WAidid

Posted by fidest press agency su martedì, 28 aprile 2015

Copenhagen-docksInfezioni virali e infezioni batteriche, dal papillomavirus alla polio, alla pertosse alla meningite, alle infezioni causate da batteri multiresistenti, ed ancora il ruolo dei vaccini e i loro effetti diretti e indiretti, sono tra i temi più discussi durante il 25° Congresso ECCMID di Copenhagen, promosso dalla Società Europea di Microbiologia Clinica e Malattie Infettive (ESCMID) che negli ultimi anni ha mostrato sempre più attenzione al tema delle vaccinazioni e che, nel 2013, ha dato vita al Gruppo di Studi sui Vaccini (EVASG) coordinato dalla Prof.ssa Susanna Esposito, Presidente WAidid, Associazione Mondiale per le Malattie Infettive e i Disordini Immunologici.E a supporto degli specialisti di tutto il mondo, disponibile su http://www.waidid.org, un’importante novità nel campo delle malattie infettive: il Clinical Advice, uno strumento fondamentale attraverso il quale i medici potranno condividere informazioni e referti clinici e richiedere un consulto da parte dei migliori esperti internazionali specializzati in malattie infettive e disordini immunologici nell’adulto e nel bambino.“Sono davvero orgogliosa – annuncia Susanna Esposito – di poter presentare il Clinical Advice da oggi attivo sul sito di WAidid. Nell’era della globalizzazione, vogliamo offrire uno strumento utile per i medici, per chi come me si è trovato nella situazione di dover affrontare casi clinici complessi e ha avuto bisogno di condividere informazioni e avere un supporto tempestivo di colleghi che magari si trovavano dall’altra parte del mondo. Ai medici che ne faranno richiesta offriremo gratuitamente il consulto dei migliori specialisti internazionali che risponderanno entro 72 ore dall’invio del form”.
“Uno dei problemi più sentiti dai medici di fronte a casi complessi – aggiunge il Prof. Francesco Blasi, Professore Ordinario di Malattie Apparato Respiratorio, Direttore Dipartimento Fisiopatologia Medico-chirurgica e Trapianti, Università di Milano, IRCCS Fondazione Cà Granda Policlinico Milano – è la necessità di confrontarsi con colleghi esperti, il Clinical Advice viene incontro a questa necessità con un sistema semplice e soprattutto rapido. L’esperienza vissuta nella European Respiratory Society con TB Consilium, un sistema analogo per la gestione della tubercolosi multiresistente, mi conferma come Clinical Advice possa essere un mezzo importante di condivisione e gestione ottimale delle infezioni”Utilizzare il Clinical Advice di Waidid è facile: attraverso il sito http://www.waidid.org, una volta effettuata l’iscrizione all’Associazione, gratuita per tutto il 2015, i medici potranno accedere all’area del Clinical Advice Service, riservata ai soli membri e compilare il FORM inserendo più informazioni possibili riguardo non soltanto chi ne fa richiesta ma anche le caratteristiche del paziente e delle patologie infettive di cui è affetto, aggiungendo commenti o domande. Gli esperti di WAidid risponderanno via email entro 72 ore dall’invio del form. Il servizio garantisce l’assoluto anomimato del paziente. E nel dibattito sulle malattie infettive, durante il 25° Congresso ECCMID di Copenhagen un ampio focus è stato dedicato alla prevenzione attraverso le vaccinazioni e l’importanza di un’elevata copertura vaccinale, alle infezioni emergenti, alle nuove tecniche diagnostiche e all’uso appropriato delle terapie antibiotiche.“I vaccini – sottolinea Susanna Esposito – costituiscono il più efficace strumento di prevenzione delle patologie infettive, per questo è importante che anche nel nostro Paese siano raggiunte le più elevate coperture vaccinali. Purtroppo stiamo assistendo ad un pericoloso calo delle coperture vaccinali dovuto alla sempre più diffusa percezione che alcune malattie infettive come morbillo, rosolia, o le infezioni da pneumococco e meningococco non siano malattie gravi e che vaccinarsi può essere rischioso, senza considerare in modo appropriato la sicurezza dei vaccini e i benefici conseguenti alla loro somministrazione, incluso il fatto che hanno salvato fino ad oggi milioni di vite in tutto il mondo. C’è un aspetto fondamentale, infatti, da considerare: la vaccinazione non va vista solo come un atto individuale ma come strumento che può offrire vantaggi a tutta la popolazione a seguito del raggiungimento di elevate coperture vaccinali. Esiste, infatti, da una parte la protezione del singolo e, dall’altra, la protezione della collettività tramite l’immunità di gruppo. Ecco perché nei Paesi in cui i piani vaccinali vengono rispettati dalla maggior parte della popolazione alcune malattie infettive sono state eliminate, come è avvenuto per esempio per la polio nella Regione Europea”.
Riguardo i virus emergenti, gli esperti infettivologi hanno evidenziato come nel 2014 abbiamo assistito alla diffusione di pericolose epidemie come quella causata da Ebola che ha rappresentato uno dei più gravi problemi di salute pubblica degli ultimi 50 anni e quella da Enterovirus D-68, un virus che ha causato alcune epidemie negli Stati Uniti e in Europa durante l’estate e l’autunno scorsi e che è stato associato a gravi manifestazioni cliniche come l’insufficienza respiratoria acuta e paralisi flaccida. Per fortuna, questi ultimi anni sono stati anche lo scenario di importanti scoperte nell’ambito delle malattie infettive grazie a nuove tecniche diagnostiche che hanno permesso, per esempio, di meglio caratterizzare le infezioni batteriche da pneumococco (Streptococcus pneumoniae) e quelle da meningococco (Neisseria meningitidis). Questi agenti infettivi causano “malattie invasive” quali meningiti e sepsi. Secondo fonti ISS, in Italia, nel 2013, sono stati registrati circa 1000 casi di meningite batterica, di cui 963 casi di infezione da Streptococcus pneumoniae e 162 casi di infezione da Neisseria meningitidis. Se l’incidenza della malattia da pneumococco è maggiore negli anziani dopo i 64 anni di età (fascia di età nella quale si verifica anche il maggior numero di casi) e nei bambini nel primo anno di vita, l’incidenza da meningococco è maggiore nella fascia di età 0-4 anni mantenendosi elevata fino alla fascia 15-24 anni. Per prevenire le meningiti batteriche, causate dallo pneumococco e dai sierogruppi principali del meningococco (A, B, C, Y, W 135), sono raccomandati vaccini specifici: per lo pneumococco, il vaccino coniugato 13 valente (PCV 13), mentre per il meningococco, sono disponibili il vaccino contro il menigococco C, il vaccino contro i sierotipi ACWY e, dal 2014, il vaccino contro il meningococco B.
Riguardo la vaccinazione pneumococcica, durante una tavola rotonda, gli esperti infettivologi hanno ampiamente discusso sulla effettiva necessità di raccomandare tale vaccinazione, oltre in età pediatrica, anche a tutti gli adulti e agli adulti considerati rischio: a tal proposito sulla prestigiosa rivista medica New England Journal of Medicine sono stati pubblicati recentemente i risultati di un importanti studio di Marc Bonten, infettivologo di fama mondiale. Al momento, comunque, mentre tutti condividono la vaccinazione universale in età pediatrica, sulla vaccinazione pneumococcica da raccomandare a tutta la popolazione adulta non c’è una visione uniforme, prevale piuttosto un approccio che considera la vaccinazione negli adulti con patologia cronica e negli anziani e la necessità di ulteriori studi che confermino il rapporto rischio/efficacia della vaccinazione universale e l’impatto che un’estensione della vaccinazione potrebbe avere sul fenomeno del rimpiazzo (replacement) dei sierotipi di pneumococco circolanti.
Tra gli aspetti che rendono le infezioni batteriche invasive particolarmente temibili vi è la crescente diffusione in tutto il mondo dell’antibiotico-resistenza, un fenomeno che rende complessa la terapia di tali malattie e che in Italia, in particolare, continua a destare grande preoccupazione: negli ultimi 5 anni la resistenza agli antibiotici è aumentata, passando dal 21% nel 2003 ad oltre il 35% di oggi. Tra le cause che sono alla base dell’antibiotico-resistenza un ruolo fondamentale spetta all’uso inappropriato degli antibiotici che oggi nel nostro Paese sono i farmaci più utilizzati in età pediatrica.
“Al fine di limitare l’emergenza dell’antibiotico-resistenza a cui si assiste da alcuni decenni in Europa e in Italia – precisa Susanna Esposito – ed avere a disposizione terapie efficaci per le infezioni batteriche, sia ospedaliere che ambulatoriali, causate da batteri multiresistenti è fondamentale l’uso appropriato degli antibiotici, ottimizzato cioè sulla base della diagnosi, dell’eziologia, della gravità e delle caratteristiche del paziente sia esso adulto o bambino. L’abuso di antibiotici, infatti, inevitabilmente porta a selezionare patogeni resistenti tra i batteri circolanti e a una graduale perdita di efficacia degli antibiotici utilizzati. La sorveglianza dell’antibiotico-resistenza rimane, quindi, un punto chiave nella politica di controllo del fenomeno, ma deve essere affiancata da campagne mirate a cambiare le attitudini e le abitudini della popolazione e della classe medica perché si possa cercare di invertire la tendenza”.

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Nuovi farmaci antitumorali

Posted by fidest press agency su venerdì, 30 gennaio 2015

Campus biomedical TrigoriaDalle proteine e dagli enzimi degli endo-cannabinoidi – particolari molecole di lipidi prodotte dal nostro organismo che svolgono un ruolo essenziale, tra l’altro, nella formazione e sviluppo dei neuroni – sarà possibile, nel prossimo futuro, trarre nuovi tipi di farmaci antitumorali. Efficaci, in particolare, per neoplasie a cervello, prostata, seno e colon-retto.
È quanto emerge da uno studio internazionale coordinato dal Prof. Mauro Maccarrone, docente di Biochimica presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma. La ricerca è stata pubblicata di recente su Nature Reviews Neuroscience.Gli endo-cannabinoidi non vanno confusi con i fito-cannabinoidi, molecole vegetali di cui è composta, ad esempio, la cannabis. Queste ultime, anzi, vanno a disturbare i ‘bersagli’ cellulari degli endo-cannabinoidi e, per questo, se non utilizzate in modo controllato, possono alterarne il regolare funzionamento.“Nello studio – ha spiegato Maccarrone – abbiamo fatto il punto sulle principali proprietà che, negli ultimi vent’anni, sono state attribuite agli endo-cannabinoidi. Questi, a differenza delle molecole di THC che compongono la cannabis, attivano in modo naturale particolari recettori del nostro cervello, risultando del tutto innocue. Anzi, è dimostrato che intervengono per riparare i danni quando, ad esempio, subiamo una commozione cerebrale o anche in caso di neoplasia al cervello”.I riscontri sperimentali confermano che in presenza di particolari patologie, peraltro non localizzate soltanto a livello cerebrale, gli endo-cannabinoidi nell’organismo aumentano significativamente in quantità per cercare di proteggerlo. È il caso pure dei tumori a prostata, seno e colon-retto. “Partendo da questo dato – aggiunge il docente del Campus Bio-Medico – abbiamo fiducia che nelle proteine e negli enzimi che circondano gli endo-cannabinoidi potremo trovare linfa per nuovi farmaci anti-tumorali. Non solo. Sappiamo che con l’insorgenza di malattie neurodegenerative come Alzheimer, Parkinson o sclerosi multipla si verificano alterazioni significative al sistema endo-cannabinoide. Sono le stesse riscontrate anche nel sangue. Questo ci consentirà, dunque, di trovare dei bio-marcatori ematici che potranno rivelarci precocemente e con un semplice prelievo se un paziente ha particolari probabilità di avere, in futuro, questo tipo di patologie”.Quest’anno, tra l’altro, ricorre il cinquantesimo anniversario della scoperta del THC, il composto più attivo della cannabis. Com’è noto, il suo utilizzo stimola in modo artificiale i recettori che ‘funzionano’ naturalmente con gli endo-cannabinoidi. Un processo, dunque, meno facile da controllare. “Per questo, l’utilizzo di derivati da fito-cannabinoidi – sottolinea Maccarrone – va ritenuto sicuro soltanto in specifici casi terapeutici, con dosi controllate e sotto stretto controllo medico. Tutti gli altri utilizzi, in particolare in gravidanza o durante infanzia e adolescenza, sono da sconsigliare. Al di là della possibilità di modularne gli effetti, infatti, la loro presenza danneggia l’attività degli endo-cannabinoidi, fondamentale nel costruire l’architettura e le corrette funzionalità delle connessioni neuronali del feto e degli individui in fase di sviluppo”.

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Come genetica e ambiente influenzano il libero arbitrio

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 novembre 2014

libero arbitrioIl neuroscienziato Pietrini con il professor Morgante hanno discusso al Future Forum di come la “predisposizione” genetica possa condizionare anche i comportamenti criminali. In futuro potrebbero portare a ripensare a pene e riabilitazioni più adeguate a rispondere a determinate patologie Non solo l’ambiente, ma anche i fattori genetici possono condizionare i comportamenti dell’uomo, influenzare il libero arbitrio e la capacità di controllo di impulsi automatici. E di conseguenza aumentare o diminuire la probabilità che insorgano comportamenti criminali, con tutto ciò che ne deriva: come questi casi vengono trattati in tribunale e quali sono le pene e le riabilitazioni più adeguate.
Con il professor Michele Morgante dell’Università di Udine e Pietro Pietrini, ordinario di biochimica e biologia molecolare clinica all’Università di Pisa , questa sera al Future Forum 2014 si è parlato delle conseguenze sul futuro degli studi genetici, «che negli ultimi anni – ha introdotto Morgante – stanno vivendo uno sviluppo sempre più rapido. Nel prossimo futuro potremo capire meglio quali sono i determinanti genetici delle caratteristiche fenotipiche e dei nostri comportamenti. Ci vuole però ancora uno sforzo di “modellizzazione” e teorizzazione che finora e mancato. E potrà essere d’aiuto anche riuscire ad attingere al contributo di altre discipline, con l’obiettivo riuscire a rendere il nostro fare ricerca molto più predittivo che descrittivo». Che cosa stiamo ora imparando dalla genetica in termini di libertà del nostro agire l’ha spiegato Pietrini, che peraltro è stato il primo al mondo ad applicare anche un esame neuroscientifico e del dna alla perizia psicologica “classica” in un caso di omicidio successo proprio a Udine nel 2007. Gli esami hanno confermato fra l’altro la presenza di alcuni fattori genetici associati ad uno scarso controllo di comportamenti automatici e dell’aggressività. Si è arrivati poi a una sentenza di secondo grado più lieve per l’omicida. «Così come i fattori ambientali, i fattori genetici non determinano necessariamente un comportamento, ma lo condizionano – ha precisato Pietrini –. È necessario spostare la lancetta da “bad” a “mad”: ci sono comportamenti automatici, espressione diretta di una patologia, che le persone non compiono per scelta, ma perché non li possono controllare. Non c’è determinismo, c’è un aumento di probabilità di sviluppare alcuni comportamenti in presenza di un determinato fattore genetico». Di qui la prima necessità in Italia. «Considerare le patologie psichiatriche alla stessa stregua delle altre patologie che colpiscono l’organismo – ha rimarcato Pietrini –: questo è il primo passo che porta a classificare correttamente i comportamenti umani». E, in caso di comportamenti criminali anche a identificare qual è la pena e quali le forme di riabilitazione più idonee.

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Oculistica: scoperta italiana per fermare il cheratocono, patologia degenerativa che colpisce una persona su 500

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 settembre 2013

Ne soffrono soprattutto i giovani e può portare al trapianto di cornea. La novità permette di fermarne il decorso utilizzando la corrente elettrica. Fondamentali diagnosi precoce e cura tempestiva.
Colpisce una persona su 500, in modo più o meno grave, con un’incidenza maggiore tra giovani, adolescenti e bambini. Se non diagnosticata tempestivamente o non trattata in modo corretto, può portare al trapianto di cornea. Si tratta del cheratocono, una malattia degenerativa della cornea fortemente invalidante che oggi, grazie a una nuovissima tecnica made in Italy, può essere risolta in 15 minuti con un intervento ambulatoriale senza controindicazioni.
«L’impatto sociale di questa malattia è notevole, in quanto colpisce persone in giovane età con una lunga prospettiva di vita – spiega Alberto Bellone, oculista di Torino specializzato in chirurgia refrattiva e microchirurgia oculare -. Il cheratocono riduce notevolmente la qualità della vita e ha un effetto psicologico pessimo sul paziente, che si vede affetto da una malattia che non guarisce, ma che può solo peggiorare. È molto invalidante perché comporta l’inizio di una lunga serie di visite, occhiali, lenti a contatto senza una vera terapia, con un peregrinare del paziente che può durare anni fino al trapianto di cornea».
Proprio dall’Italia arriva oggi una novità per arrestare il decorso della malattia: è stata infatti messa a punto una nuova tecnica indolore, efficace e assolutamente senza rischi, che permette, se eseguita tempestivamente, di evitare il trapianto di cornea. È il cross linking corneale trans epiteliale mediante iontoforesi e consiste in una metodica rivoluzionaria di assorbimento del farmaco all’interno dei tessuti oculari mediante corrente elettrica a basso voltaggio. «È un intervento senza controindicazioni, indolore e ripetibile, che dura 14 minuti ed è realizzato ambulatorialmente – spiega Bellone -. Si tratta del perfezionamento di un metodo di successo già ampiamente in uso, di cui però sono stati migliorati alcuni aspetti per ottenere un risultato davvero ottimale, tanto che può essere praticata anche sui bambini».
Per fermare questa malattia è importante anzitutto diagnosticarla in modo precoce. «La diagnosi può essere fatta in un comune ambulatorio oculistico dotato di un topografo corneale – prosegue lo specialista -. All’oculista spetta l’interpretazione delle immagini e la definizione di un piano terapeutico, per questo è essenziale che i pazienti accedano a centri specializzati nella diagnosi e cura del cheratocono per non incorrere a false interpretazioni diagnostiche e a errati consigli terapeutici».I sintomi possono essere diversi: in genere si manifesta con una graduale perdita della vista, astigmatismo e miopia, aloni notturni e sfregamento agli occhi. La causa della malattia non è ancora chiara, ma pare vi sia una predisposizione genetica (rilevata nel 10-15% dei casi). All’interno del medesimo nucleo familiare questa patologia colpisce a “macchia di leopardo” i vari membri, è di solito bilaterale (85%) e la severità può variare da persona a persona. Colpisce con più frequenza i soggetti giovani, gli adolescenti o i bambini. In caso di forme meno aggressive, la diagnosi avviene anche in età adulta e avanzata.
La iontoforesi. Il cross linking corneale trans epiteliale mediante iontoforesi è una metodica rivoluzionaria per l’assorbimento di un farmaco all’interno dei tessuti oculari. La tecnica attuale è un’evoluzione di una già esistente, si può dire la terza generazione di una metodica inventata in Germania dieci anni fa, che va a migliorarlo ulteriormente e a risolvere alcuni criticità: «Si unisce la sicurezza della tecnica trans epiteliale, cioè priva di rischi infettivi e dolore post operatorio, all’efficacia della tecnica con asportazione dell’epitelio corneale, che dava un maggiore assorbimento del farmaco, grazie alla messa a punto di una tecnica di trasporto del farmaco all’interno delle strutture oculari veicolata da una corrente elettrica a basso voltaggio: la iontoforesi» spiega Bellone. Consiste nell’installazione sulla cornea di una sostanza, la riboflavina o vitamina B2, che è trasportata all’interno del tessuto corneale tramite una corrente a basso voltaggio per 5 minuti. La novità consiste proprio nell’utilizzo della corrente elettrica, per la prima volta in un intervento medico, che permette di ottenere concentrazioni del farmaco molto elevate all’interno della cornea. «La iontoforesi permette al farmaco di essere assorbito dai tessuti in maniera attiva, cioè seguendo il flusso di corrente che lo trasporta come i vagoni di un treno trasportano la merce. La corrente elettrica lo rende quindi più efficace: l’assorbimento del farmaco diventa molto più rapido ed efficace e i tempi si riducono notevolmente, bastano 14 minuti.
Alberto Bellone (www.albertobellone.it). Laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Torino nel 1996, ha conseguito l’abilitazione alla professione di medico chirurgo nel 1997 e si è specializzato in Oftalmologia all’Università di Torino nel 2000. Da anni si interessa di chirurgia refrattiva affinando le tecniche più moderne per il trattamento dei vizi di refrazione. Ha una notevole esperienza nella chirurgia conservativa del cheratocono e delle ectasie corneali con l’impianto di anelli corneali intrastromali (Ferrara Ring) e ha acquisito tecniche chirurgiche specifiche per il trattamento delle patologie vitreoretiniche. Ha fatto parte del presidio Valdese di Torino. Riceve e opera in diverse strutture di Piemonte e Lombardia.

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Patoloogie vertebrali

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 novembre 2011

Artificial Intervertebral disc

Image via Wikipedia

Il “mal di schiena” affligge, nei paesi industrializzati, circa l’80% della popolazione: in Italia, in particolare, sono circa 15 milioni le persone che soffrono di dolori alla colonna vertebrale, causati da malattie degenerative, e da patologie legate ai traumi. Un fenomeno che comporta altissimi costi, poiché si stima che un paziente su tre deve sospendere temporaneamente l’attività lavorativa, con conseguenti problemi economici e sociali. Alla luce di queste considerazioni, risulta chiara la necessità di definire l’approccio ottimale alla gestione del paziente con patologie della colonna, alla luce delle valide alternative offerte oggi dalla chirurgia mininvasiva, frutto dei più recenti progressi tecnologici compiuti nell’ambito dei dispositivi medici. La definizione del trattamento ideale e le problematiche di accesso alle terapie innovative oggi esistenti sono stati alcuni dei temi espressi nel corso del seminario dal titolo: “Nuovi percorsi per l’accesso all’innovazione in chirurgia vertebrale”, tenutosi oggi a Roma presso il Senato della Repubblica, organizzato in collaborazione con Il Sole 24 Ore Sanità e promosso dalla SINCH – Società Italiana di Neurochirurgia insieme all’Associazione Parlamentare per la Tutela e la Promozione del Diritto alla Prevenzione, con il Patrocinio del Senato della Repubblica e il supporto non condizionato di Medtronic Italia. L’incontro ha visto la partecipazione del Senatore Antonio Tomassini, Presidente XII Commissione Igiene e Sanità del Senato e Presidente dell’Associazione Parlamentare per la Tutela e la Promozione del Diritto alla Prevenzione, il dottor Giuseppe Lippi, Esperto di Activity Based Costing dell’Azienda Sanitaria di Firenze, il professor Franco Servadei, Presidente Società Italiana di Neurochirurgia (SINCH), il professor Giancarlo Guizzardi, Responsabile Chirurgia Spinale dell’azienda ospedaliero – universitaria Careggi di Firenze, il dottor Natale Francaviglia, Direttore dell’Unità Complessa di Neurochirurgia dell’Azienda Ospedaliera S. Elia di Caltanissetta e il professor Maurizio Fornari, Responsabile Unità Operativa di Neurochirurgia dell’Istituto Clinico Humanitas di Milano. “Gli indiscussi progressi nel campo tecnologico e l’entrata in uso di diversi sistemi mininvasivi hanno contribuito ad accendere vivaci dibattiti sui tempi, sulle modalità e sulla scelta di un ideale trattamento per le patologie della colonna – dichiara il Senatore Tomassini – Le tecnologie all’avanguardia comportano costi iniziali maggiori, ma, in una prospettiva di lungo periodo il risparmio in termini di accessi impropri sarà evidente.” Nei paesi occidentali la degenerazione della colonna vertebrale è legata, oltre che al naturale invecchiamento dell’organismo, anche allo stile di vita spesso dominato dalle cattive abitudini (sedentarietà e sovrappeso in primis) e dallo “stress”, che determina una contrattura costante e continua dei muscoli. Non tutte le patologie del rachide – discopatie degenerative, ernie del disco, stenosi lombari, fratture vertebrali – possono essere risolte efficacemente con i trattamenti conservativi come fisioterapia, busto o terapie farmacologiche. Quando questi approcci, infatti, risultano fallimentari, è possibile oggi ricorrere ad approcci chirurgici percutanei mininvasivi, grazie anche all’utilizzo di dispositivi all’avanguardia che permettono di far recuperare nel modo migliore l’assetto anatomico – funzionale della colonna vertebrale, a fronte di una riduzione sostanziale del trauma chirurgico, e delle complicanze post operatorie. “La chirurgia delle forme degenerative della colonna vertebrale lombare – dichiara Guizzardi – può essere eseguita da mani esperte, sempre dopo il fallimento della terapia conservativa, con metodiche mini-invasive (purché sempre adeguate), dal costo iniziale lievemente più alto, ma con costi sanitari, sociali e personali per il paziente che, soprattutto alla distanza, sono minori che in passato, come dimostrano gli ultimi studi. Alla conoscenza di tali metodiche, al loro rigore scientifico, alla corretta indicazione chirurgica e a un’adeguata scelta dei numerosi devices oggi disponibili, sul mercato deve però corrispondere un aggiornato riconoscimento economico da parte del nostro SSN.” Questa considerazione ovviamente si lega con le problematiche di accesso alle terapie innovative oggi esistenti. Definire adeguati sistemi di remunerazione per tali terapie, in grado di coprire i costi finali dell’ospedalizzazione e conseguentemente garantire l’accesso all’innovazione, diventa presupposto imprescindibile per la garanzia della qualità delle cure. “Molti degli attuali rimborsi sono vecchi e non più corrispondenti alla realtà chirurgica, mentre le nuove procedure non sono ancora state prese in considerazione e sono oggi classificate con codici non corrispondenti.” – conclude Guizzardi. Un discorso simile è applicabile anche per le patologie da trauma vertebro-midollari. “L’incidenza dei traumi è notevolmente aumentata proporzionalmente all’incremento degli incidenti stradali e sul lavoro. – dichiara Francaviglia – La popolazione maggiormente colpita è quella socialmente più attiva, di età medio-giovanile. Il trattamento di un trauma vertebrale, sia esso conservativo sia chirurgico ha notevoli costi sociali ed economici in quanto, nel primo caso limita la ripresa delle normali attività lavorative, mentre nel secondo prevede una lunga ospedalizzazione. A ciò devono essere aggiunti i costi per la spesa farmacologica di antidolorifici, antibiotici ed antitrombotici. Una metodica percutanea mininvasiva, come la cifoplastica con palloncino, consente un abbattimento della spesa di ospedalizzazione pari a circa 2.000 euro per paziente, poiché si riduce il timing chirurgico, preservando l’integrità anatomica dell’apparato muscolo-ligamentoso e si può dimettere il paziente già in prima giornata post-operatoria, con una rapida ripresa delle attività quotidiane e lavorative. Una “learning curve” appropriata consente di estendere tale metodica anche alle fratture più gravi, riducendo quasi a zero le possibili complicanze.”
Proprio l’esame degli aspetti economici dei percorsi sanitari, da analizzare attraverso l’activity-based cost management (il metodo di analisi economica che fornisce dati sull’effettiva incidenza dei costi di ciascun prodotto e servizio venduto) è un punto essenziale da chiarire quando si parla di nuove terapie, al fine di permettere ai decisori di effettuare scelte consapevoli. “Valutare gli aspetti economici dei percorsi sanitari non è mai cosa banale – dichiara Lippi – L’activity-based cost management si propone come una moderna tecnica per gestire attivamente i costi, anziché subirli passivamente a posteriori.” Tuttavia, il solo costo sanitario del percorso terapeutico rappresenta soltanto una parte delle conseguenze economiche che un paziente deve affrontare. La malattia, infatti, costringe il paziente a sottostare alle disposizioni di chi lo ha in cura, influenzando la vita del paziente e spesso dei familiari: in sintesi, gli effetti economici non sanitari rappresentano il “costo sociale” di una malattia, spesso trascurato da analisi contabili focalizzate sulle sole spese sanitarie. “Appartengono al costo sociale tutte le spese non sanitarie direttamente sostenute dal nucleo familiare dell’ammalato (ad esempio i trasporti e gli spostamenti) e i costi indiretti (ad esempio la riduzione del reddito) che influenzano il comportamento economico della famiglia. – prosegue Lippi – Tutto questo senza considerare il ruolo suppletivo diretto svolto dalle assicurazioni sociali, come INPS, INAIL, le quali si sostituiscono al datore di lavoro nel garantire il reddito al dipendente durante la malattia. Di certo i direttori delle aziende sanitarie, ai quali, di solito, vengono proposte solo informazioni relative ai costi sanitari diretti, saranno poco attenti al costo sociale. Altra cosa è il decisore politico, al quale spettano scelte economiche che siano convenienti alla società nel suo insieme. Trascurare gli effetti economici sociali, diretti o indiretti, di diversi atteggiamenti terapeutici nei confronti della stessa patologia, può condurre a risultati finanziari non desiderati.”
Protagonista della complessa e delicata gestione economica e organizzativa di un’azienda ospedaliera è anche lo specialista clinico, che ormai deve bilanciarsi tra il ruolo di medico, con un codice deontologico e una missione nei confronti del paziente, per il quale deve garantire la migliore scelta terapeutica, e quello di soggetto che partecipa alle decisioni amministrative della struttura di cui fa parte, su cui pesano le indicazioni della Direzione Generale.
Una possibile risposta alla necessità di bilanciare sostenibilità ed efficacia terapeutica potrebbe essere quella di concentrare i pazienti e le risorse in isole di eccellenza.
“Quando si parla di patologie spinali, la centralizzazione diventa necessaria, soprattutto nei casi di trauma ed in quelli in cui in cui si eseguono procedure all’avanguardia. – dichiara il professor Servadei – Un primo modello organizzativo di questo tipo è il centro unico unipolare: strutture all’avanguardia caratterizzate dalla concentrazione dell´assistenza a elevata complessità in centri di eccellenza. Un’alternativa è il sistema in rete, denominato Hub And Spoke (centri hub) supportati da una rete di servizi (centri spoke). –in cui il percorso sanitario del paziente è inserito in una rete di centri che seguono gli stessi protocolli. Con questo modello il paziente con patologia vertebrale segue un percorso unico che, grazie a un link telematico, lo porta dalla struttura di pronto soccorso, dove può non essere presente un reparto di neurochirurgia, all’ospedale centrale dove viene operato e infine al centro specializzato per la riabilitazione.”
“Il concetto chiave è che, al di là dei diversi sistemi, l’importante è che il percorso sia personalizzato e miri a un’ottimizzazione dei costi. Pertanto, è necessario che, all’interno di questi centri, le patologie spinali siano trattate in volumi consistenti.” – conclude Servadei.
Con la centralizzazione in isole di riferimento (come è stato anche messo in luce nel VI Rapporto Meridiano Sanità presentato recentemente), si otterrebbero risultati positivi in termini di efficienza e di efficacia, ovvero qualità delle prestazioni ed economie di specializzazione e di scala. La concentrazione dei pazienti in centri d’eccellenza, per effettuare prestazioni ad alta specialità al di fuori della propria Regione, è un aspetto positivo e talvolta trascurato della mobilità sanitaria – fenomeno che di solito è associato negativamente alla carenza o inefficienza di alcune realtà regionali rispetto ad altre. Alla luce di quanto è emerso appare chiaro che il percorso terapeutico esige continuità di cura e corretta identificazione della popolazione target. “Nell’ambito del trattamento della patologia spinale degenerativa uno dei provvedimenti più urgenti riguarda la creazione di uno strumento per la definizione degli indicatori clinici dei risultati e l’istituzione di protocolli di reclutamento e controllo dei pazienti, un organismo che generi la sinergia delle società scientifiche, dei Dipartimenti di Bioingegneria dei Politecnici interessati, e delle principali ditte di strumentazione spinale, sotto l’egida delle Regioni e del Ministero della Sanità – dichiara Fornari – La finalità principale potrebbe riassumersi nella creazione di un Registro Italiano della Chirurgia Spinale, in cui convergano i dati clinici, economici e tecnici relativi alla chirurgia spinale “strumentata”, per cui sarebbe necessario creare un apposito sito web accessibile a tutti. Si tratterebbe di un’iniziativa di sicuro rilievo a livello internazionale in un settore in pieno boom a livello Europeo. Dall’analisi degli strumenti terapeutici disponibili e dei risultati clinici potrebbero, così, più chiaramente emergere comportamenti tali da ottimizzare i risultati clinici e generare formidabili economie di spesa. Questo programma si potrebbe avvalere della collaborazione di ricercatori, clinici, marketing manager, studenti, borsisti sostanzialmente a costo zero, con la possibilità di creare uno strumento informatico vendibile a terzi (altri paesi o società della Comunità Europea).”

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