Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 15

Posts Tagged ‘patrick obama’

Obama e i tagli alle tasse dei milionari

Posted by fidest press agency su martedì, 14 dicembre 2010

“Il popolo americano non vuole tagliare le tasse dei milionari”. Parla Bernard Sanders, il senatore indipendente dello Stato del Vermont. Sanders commentava così l’accordo del presidente Barack Obama con la leadership repubblicana che fra l’altro includerebbe l’estensione degli sgravi fiscali approvati dall’ex presidente George Bush. Questi tagli alle tasse di tutti gli americani includono anche quelli con reddito superiore ai 250.000 annui. Come si sa,  nella campagna presidenziale di due anni fa Obama aveva promesso di ridurre le tasse a tutti eccetto ai benestanti.
Il suo accordo con i repubblicani di estendere le tasse di Bush a tutti è stato visto come mancanza di mantenere la promessa politica. Obama ha spiegato che nonostante la sua  parziale insoddisfazione il piano nella sua totalità migliorerà la situazione economica Paese. L’accordo include anche l’estensione dei benefici ai disoccupati per altri tredici mesi, sgravi fiscali a tutti, incluso classi meno abbienti, una riduzione del due percento alle tasse del Social Security sul reddito dei lavoratori, e una cooperazione con i repubblicani che potrebbe anche essere l’inizio di una politica bipartisan a Washington. I repubblicani sono usciti soddisfatti dalla Casa Bianca ed hanno lodato lo spirito bipartisan di Obama. Nella loro mente loro già cantavano vittoria per avere dominato il dialogo e costretto Obama a seguire le loro vedute. Sono riusciti infatti a proteggere i diritti dei ricchi mentre qualche giorno prima avevano bloccato un disegno di legge che avrebbe dato 250 dollari ai pensionati. Subito dopo Obama ha inviato alla Camera il suo vicepresidente Joe Biden  per cercare di “vendere” il suo accordo ai democratici. Un compito non facile per Biden anche se essendo stato senatore del Delaware per moltissimi anni riesce a mantenere buoni contatti con i legislatori democratici. L’ala sinistra del Partito Democratico ha visto l’accordo di Obama come una completa capitolazione ai “ricatti” dei repubblicani. Per ottenere l’estensione dei benefici ai disoccupati Obama ha dovuto assorbire l’amara pillola di includere gli sgravi fiscali ai milionari protetti dal Partito Repubblicano. Per Obama l’alternativa sarebbe stata più amara dato che le tasse aumenterebbero per tutti alla fine di dicembre. Ciò avrebbe un effetto negativo all’economia dato che in generale si crede che qualsiasi aumento alle tasse in periodi di calo economico ridurrà i posti di lavoro. I soldi extra nelle tasche dei cittadini saranno spesi e genereranno attività economica. L’eccezione però è lo sgravo fiscale ai ricchi i quali con ogni probabilità non spenderanno i benefici economici perché in realtà non ne hanno bisogno.
L’accordo di Obama con i repubblicani però non è ancora un affare fatto dato che deve prima essere approvato alla Camera dove i democratici controllano la maggioranza fino all’inizio di gennaio 2011. Le prime reazioni dei democratici alla Camera ed al Senato sono state negative. Alcuni si sono sentiti traditi dal presidente. Oltre alle obiezioni sugli sgravi fiscali ai benestanti una preoccupazione si basa sull’effetto al deficit ed il debito nazionale. Il costo totale dell’accordo fra Obama ed i repubblicani si aggira sui 900 miliardi di dollari. Una cifra un po’ più grande dello stimolo di Obama all’economia dell’inizio di quest’anno. I repubblicani hanno dimenticato tutto sul deficit perché l’estensione degli sgravi fiscali di Bush era ed è di capitale importanza per loro. Silenzio dunque sul deficit, scusa che avevano usato molte volte per bloccare l’agenda legislativa dei democratici. Alcuni democratici dell’ala sinistra del partito hanno detto che preferiscono non fare nulla e lasciare che le riduzioni delle tasse di Bush scadano per tutti.  Come spesso accade i democratici si sono rivelati poco competenti. Una volta approvata la riduzione delle tasse per le classi medie e basse qualche settimana fa alla Camera, avrebbero potuto farla approvare al Senato mediante la manovra della “reconciliation” che solo richiede una semplice maggioranza invece dei sessanta voti, ossia i due terzi. Come era da aspettarsi il disegno della Camera è stato bloccato al Senato dalla minoranza repubblicana. Se i democratici bloccheranno l’accordo di Obama e dei repubblicani, il piano sarà ripreso a gennaio quando il Gop prenderà il controllo della Camera. Con ogni probabilità sarà dunque approvato. Le implicazioni politiche di questo accordo suggeriscono che Obama abbia cominciato a remare a destra per soddisfare i desideri degli elettori indipendenti. Obama sa bene che sono questi elettori che eventualmente decideranno se rimarrà alla Casa Bianca per il suo secondo mandato. (Domenico Maceri)

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Obama: letter to editor

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 novembre 2010

Dear Riccardo, When Michelle and I sit down with our family to give thanks today, I want you to know that we’ll be especially grateful for folks like you. Everything we have been able to accomplish in the last two years was possible because you have been willing to work for it and organize for it. And every time we face a setback, or when progress doesn’t happen as quickly as we would like, we know that you’ll be right there with us, ready to fight another day. So I want to thank you — for everything. I also hope you’ll join me in taking a moment to remember that the freedoms and security we enjoy as Americans are protected by the brave men and women of the United States Armed Forces. These patriots are willing to lay down their lives in our defense, and each of us owes them and their families a debt of gratitude. Have a wonderful day, and God bless. (Barack)

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CAGP to President Obama

Posted by fidest press agency su giovedì, 11 novembre 2010

Washington, Dc – In light of recent reports that President Obama plans to divert more than $100 million of annual U.S. government funding for economic development in Indonesia toward helping the country fight climate change, Consumers Alliance for Global Prosperity (CAGP) Spokesman Andrew Langer released the following statement: “As President Obama arrives in Indonesia CAGP hopes that he realizes what Southeast Asia’s largest economy needs most: opportunities to spur development. With global commerce continuing at a haggard pace, the president would be ill-advised to hinder Indonesia’s ability to grow its strongest industries – namely, forestry and agriculture – in the name of preserving the environment. Although we all are committed to improving our environment and fighting climate change, short-changing economic growth on behalf of supposed preservation efforts is certainly not the way to accomplish these goals.
“CAGP urges President Obama to advocate an agenda that focuses on growth, not ‘green’, ideological policies that aim to keep workers and families in the developing world poor. Environmentalists do not have the best interest of Indonesians at heart when they espouse their ‘conservation-at-all-costs’ strategy. With more than one million workers in Indonesia’s forestry sector directly threatened by this new climate welfare, we hope the president will remember what it will take to accomplish the objectives necessary toward forging a stronger U.S.-Indonesian bi-lateral relationship: promoting jobs, exports and investment, not the policies of radical environmentalists.”

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Una cantonata il Nobel ad Obama

Posted by fidest press agency su martedì, 2 novembre 2010

Lettera al direttore. La Commissione norvegese del Nobel, ogni tanto prende qualche abbaglio nell’assegnare la lusinghiera onorificenza, ma se leggiamo l’intervista che Samia Walid, membro dell’Associazione rivoluzionaria delle donne afghane, ha rilasciato alla giornalista Cristiana Cella (Unità del 31 ottobre), ci rendiamo conto che assegnare il premio Nobel per la pace ad Obama, è stata una madornale cantonata. Ne trascrivo alcune righe: “I talebani fanno comodo a molti. Pakistan e Arabia Saudita controllano parte del paese attraverso di loro e servono agli Usa per giustificare l’occupazione e prolungare la guerra. E’ una politica di inganni. Da una parte li combattono e li chiamano terroristi e lo spauracchio dei talebani è sbandierato dai media continuamente. Dall’altra fanno accordi per riportarli al governo… Parlano di ritiro ma mandano altri soldati, altri mezzi, nuove bombe… Ci sono in ballo il controllo di un’area strategica e enormi business come le armi, gli aiuti internazionali, la droga… Come si può chiamare pace la devastazione delle bombe a grappolo? O costruire una democrazia con una coalizione di dittatori e liberare le donne mettendo al potere dei fondamentalisti ferocemente misogini?”. Gentili signori della Commissione del Nobel, il vostro regolamento non prevede per caso la possiblità di annullare l’onorificenza? (Veronica Tussi)

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Obama e la fine del suo capitale politico

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 luglio 2010

Solo il ventidue percento dei californiani approva il lavoro di Arnold Schwarzenegger, il governatore del Golden State. Nel caso del presidente Barack Obama il quarantaquattro percento degli americani gli dà voti favorevoli.  Il contrasto dovrebbe far sorridere Obama ma solo qualche mese fa il suo tasso di approvazione era del sessantasette percento. Qualcosa non funziona dunque per il presidente degli Usa oltre che per il governatore della California.  Nel caso del secondo si tratta di un’anatra zoppicante dato che il suo mandato finirà a novembre. Per il residente della Casa Bianca si tratta di un’altra storia dato che è solo al secondo anno del suo mandato. Il calo di popolarità di Obama non riflette i suoi risultati legislativi. Nonostante la forte opposizione del Partito Repubblicano il presidente è riuscito a fare approvare importanti disegni di legge. A cominciare dallo stimolo all’economia di 862 miliardi di dollari. C’è poi stata la riforma sulla sanità e più recentemente la riforma finanziaria che dovrebbe evitare le crisi economiche regolando Wall Street e proteggendo i consumatori. Tutti questi successi legislativi sono dovuti al presidente Obama ma naturalmente anche al Partito Democratico che in grande misura ha votato favorevolmente. I voti repubblicani a questi sforzi legislativi si possono contare sulle dita di una mano. In linea generale il Partito Repubblicano si è dimostrato compatto nel suo tentativo di deragliare la politica legislativa di Obama.  Il calo di approvazione del presidente statunitense si deve quasi esclusivamente all’economia. Nonostante alcuni segnali di ripresa il numero di posti di lavoro non è ancora aumentato sufficientemente per ridurre la disoccupazione. Lo stimolo all’economia approvato l’anno scorso ha avuto degli effetti positivi. La maggior parte degli analisti credono che lo stimolo abbia salvato tre milioni di posti di lavoro. Ma è molto probabile che la misura dello stimolo sia stata insufficiente. Sono di questo avviso non pochi economisti tra i quali Paul Krugman, vincitore del Premio Nobel per l’economia l’anno scorso. Le elezioni di midterm che si terranno fra quattro mesi non sembrano dunque favorevoli ad Obama ed il Partito Democratico. Dato che non si tratta di un’elezione presidenziale il numero di partecipanti sarà più basso del solito. Solo questa ragione già favorisce il Partito Repubblicano dato che i membri del Gop si recano alle urne più regolarmente dei loro avversari. L’economia traballante aggiungerà ai problemi del partito di Obama. Ciononostante si tratta di elezioni locali ognuna delle quali ha le sue caratteristiche nonostante le ramificazioni nazionali. Se i repubblicani dovessero riottenere la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e al Senato si tratterebbe ovviamente di grossi grattacapi per Obama dato che la sua agenda politica sarebbe ancor più bloccata. Obama deve dunque sperare che l’economia si riprenda al più presto perché gli elettori spesso votano la situazione delle loro tasche. Durante incertezze economiche gli elettori cambiano direzione perché hanno poca pazienza specialmente nel mondo attuale. Obama potrebbe naturalmente giocare la carta di Ronald Reagan per cercare di spiegare le difficoltà economiche come il risultato di una politica con radici nell’amministrazione precedente. Ecco esattamente cosa fece Reagan nel 1982 quando il gipper dovette fare fronte ad una crisi economica subito dopo la sua elezione. Nel caso attuale Obama avrebbe tutte le ragioni per additare alle radici dei problemi nel passato considerando ciò che ha ereditato da George Bush: due guerre e un’economia all’orlo del precipizio. Obama potrebbe insistere su questo punto: ci sono voluti parecchi anni per sprofondare in questa crisi economica e ce ne vorranno parecchi per uscirne. Cambiare rotta per ritornare al clima politico del passato caratterizzato da tasse più basse per i ricchi non farebbe che peggiorare la situazione. Alla fine però Obama dovrà conquistarsi più capitale politico da sé stesso indicando i suoi successi invece dei fallimenti del suo predecessore. (Domenico Maceri)

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Reattori nucleari

Posted by fidest press agency su sabato, 20 febbraio 2010

“Obama è un esempio”, ha proclamato con grande soddisfazione il nostro ministro Scajola. Non pare vero a molti di poter dimostrare la bontà della scelta nucleare erigendo come vessillo il  presidente statunitense, sino a non molto tempo fa “utilizzato” da altri come simbolo della green economy. Cos’è successo? Nulla di trascendentale in realtà. Considerare il nucleare come una forma di energia “verde” è un atteggiamento diffuso. Spesso si citano personaggi dell’ambientalismo che si sono arresi di fronte all’inevitabilità delle emissioni di CO2 e che hanno visto nel nucleare non la soluzione migliore ma la meno peggiore, pur di evitare che le variazioni climatiche ci portino a situazioni ingovernabili. Il nostro governo, va subito detto, a queste variazioni non crede, pertanto la sua scelta e’ di altro tipo. Ma torniamo ad Obama e alla notizia dell’annuciato finanziamento di 8,3 miliardi di dollari, pari a 6 miliardi di euro, al nucleare. Per prima cosa stiamo parlando di una legge approvata nel 2005 da Bush per riavviare il nucleare negli USA dopo trent’anni di stasi, stasi provocata non da un referendum ma dall’evidenza dell’incapacita’ di questa tecnologia a sopravvivere in una economia di mercato, senza finanziamenti statali. La legge del 2005 conteneva nuove disposizioni che comprendevano garanzie di prestito, copertura da parte del governo di costi eventualmente causati da ritardi nella concessione di licenze o nulla osta di produzione, crediti di imposta ed altre detrazioni fiscali. Nonostante queste facilitazioni sinora non è stato aperto nessun  nuovo cantiere.  Obama, nell’ambtio di questa legge, ha annunciato garanzie federali per 6 miliardi di euro a favore di una delle società che ha gia’ chiesto di poter procedere alla costruzione di nuovi reattori, in particolare alla Southern Company che ha due progetti in Georgia. Il prestito dovrebbe coprire al massimo il 70% della spesa che è stimata in 6,8 miliardi di dollari.  Si tratta di due reattori più piccoli degli EPR francesi, gli AP1000 Westinghouse, modello che comprende alcune parti progettate in Italia dall’Ansaldo. Non può non sfuggire l’intento statunitense di dare una mano alla propria industria di fronte alla possibilità di competere nelle gare internazionali contro la francese Areva. Emerge comunque un dato di fatto: la tecnologia nucleare, mezzo secolo dopo il suo ingresso nei mercati commerciali, e nonostante sussidi di vari miliardi, per ogni nuovo progetto continua a richiedere ed ottenere il sostegno dello Stato. (Roberto M. Beati i costruttori di pace)

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Nucleare: aperture di Obama

Posted by fidest press agency su giovedì, 18 febbraio 2010

“Con la sua iniziativa annunciata Barack Obama dimostra inequivocabilmente che non solo la green economy ma anche i green jobs e il risanamento ambientale possano trovare soluzione grazie al rilancio dell’energia nucleare. Dal momento che il presidente Usa sembra avere più sostenitori in Italia che nel suo Paese speriamo che le sue indicazioni, tanto nette ed inequivocabili, mettano fine alla politica del <non nella mia regione> che vede impegnati – con identica irresponsabilità  e in modo bipartisan – alcuni candidati governatori”. Lo afferma in una nota l’on. Giuliano Cazzola, vice presidente della commissione lavoro della Camera.

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We want our money back

Posted by fidest press agency su domenica, 17 gennaio 2010

President Obama announced our proposed Financial Crisis Responsibility Fee on the country’s largest banks:”My commitment is to recover every single dime the American people are owed. And my determination to achieve this goal is only heightened when I see reports of massive profits and obscene bonuses at some of the very firms who owe their continued existence to the American people…We want our money back, and we’re going to get it.”The fee would recover every penny loaned to Wall Street during the financial crisis and stop the reckless abuses and excesses that nearly caused the collapse of our financial system in the first place.But the banking industry — among the most powerful lobbies in Washington — is already launching attacks to stop Congress from enacting the proposal. Barack and I aren’t backing down. But to win, we’ll need the American people to add their voice right away.The proposal is expected to recoup billions from the big banks, most of it from the ten largest. As the President said, “If these companies are in good enough shape to afford massive bonuses, they are surely in good enough shape to afford paying back every penny to taxpayers.” There is much more work to do to reform the financial system and create a new era of accountability. But the Financial Crisis Responsibility Fee is a crucial step. And with the banks already working to tear it down, I hope that I can count on you to speak out to show that Americans stand with us as we take them on.

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Terrorismo: il tallone di Achille di Obama

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 gennaio 2010

“Siamo in guerra e quando il presidente Obama fa finta di no, ci rende meno sicuri”. Dick Cheney, l’ex vicepresidente degli Stati uniti, ha così commentato la soffice reazione del presidente Obama all’attentato terroristico di un individuo della Nigeria che aveva cercato di fare esplodere un aereo della Northwest Airlines il 25 dicembre. Non è la prima volta che Cheney esprime parole durissime sulla politica estera di Obama. Altre voci repubblicane si sono aggiunte a quella dell’ex vicepresidente. Nessuno però gli toglie la leadership di destra. Infatti, Cheney si è guadagnato il premio Conservatore dell’Anno conferitogli dal gruppo di estrema destra Human Events per le sue prese di posizione ultraconservatrici.  Bisogna provare compassione per Obama dati tutti gli attacchi dei repubblicani, che si parli di politica domestica o estera.  Nel primo campo, la recente legge sulla sanità approvata dal Senato non ha ricevuto nessun voto repubblicano.  È incredibile che mentre i democratici dibattevano il disegno di legge con alcuni spingendo a sinistra ed altri spingendo a destra, nessuno dei repubblicani ha trovato nulla di buono nella riforma.  Questa compattezza non può fare che venire il sospetto che i repubblicani intendano compiere ciò che Rush Limbaugh, il noto conduttore radiofonico, ha avuto il coraggio di dire ad alta voce: la volontà di fare sì che Obama fallisca. I repubblicani sembrano disperati alla ricerca di qualunque cosa per criticare l’amministrazione di Obama. Segnare gol politici sembra dominare il piano di azione del GOP vedendo le elezioni di midterm di quest’anno come fondamentali al loro possibile ritorno al potere legislativo. Alcuni analisti credono che la politica estera potrebbe essere la carta vincente dei repubblicani nelle prossime elezioni della Camera e Senato. Non è improbabile che la maggioranza democratica in ambedue le camere si riduca. Molto più lontana è invece la possibilità che il GOP conquisti la maggioranza. Ma anche una parziale “vittoria” repubblicana potrebbe frenare ancora di più la politica di Obama e spingerlo al ritorno di una politica dura nella lotta al terrorismo. Ciò sarebbe un errore perché vincere la guerra contro il terrorismo non si compierà principalmente per mezzo di azioni militari. La vittoria finale contro il terrorismo avverrà solo quando le condizioni politiche globali saranno cambiate talmente che nessuno sarà così disperato da dare la vita per una “causa” uccidendo innocenti. Il cammino alla nostra sicurezza è dunque quello intrapreso da Obama mediante la costruzione di ponti con altri Paesi ed in particolar modo con l’islam moderato per isolare gli estremisti. Ciò non è avvenuto con la politica di Bush-Cheney. L’ex vicepresidente farebbe bene dunque a seguire l’esempio del suo ex capo e offrire il silenzio e la cooperazione all’attuale residente della Casa Bianca.(in sintesi) (Domenico Maceri)

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Il capitalismo degli Usa e nel mondo

Posted by fidest press agency su martedì, 22 dicembre 2009

Editoriale Fidest. Le recenti battaglie parlamentari negli Usa per rendere universale l’assistenza sanitaria pubblica mostra tutta la misura delle logiche che governano quel paese dove il capitalismo, con le sue perverse tendenze, sembra essere il reale mattatore nel privato come nel pubblico. Un’altra dimostrazione è venuta dalla conferenza sul clima di Copenhagen. Ma i segnali sono oramai tanti e persino la grande speranza, per un presidente come Patrick Obama, premio Nobel della Pace, sta perdendo i suoi presupposti a fronte di logiche capitalistiche che fondano il predominio mondiale solo a difesa degli interessi commerciali e affaristici dei grandi monopoli industriali e finanziari e dove nemmeno un presidente popolare e votato alla causa dei più deboli può farci qualcosa. Si è e si resta in Iraq per il petrolio. Si è e si resta in Afghanistan per favorire il commercio d’armi, il traffico d’oppio e far trovare agli americani un motivo di rivalsa per l’umiliazione subita con gli attentati del 2001 a New York. Questo sottile veleno dettato dalle logiche consumistiche favoriscono la ricchezza e umiliano la povertà e la condannano a morte a scapito di milioni di bambini di tutto il mondo che vi perdono la vita con le loro madri per mancanza di assistenza sanitaria e di aiuti alimentari. Questa “via americana” non solo è pericolosa ma è come una pandemia. Si diffonde ovunque e spinge taluni governanti a detenere il potere con la forza delle armi, a ridurre in miseria il popolo anche se a qualche chilometro di distanza l’estrazione di petrolio o le miniere d’oro, di diamanti, potrebbe riscattarlo dalle sue miserie. E’ un male che penetra ovunque e ci rende sempre più egoisti, cinici ed ipocriti. Che senso ha, infatti, predicare il diritto alla vita se subito dopo la neghiamo ai poveri della terra? E’ una miseria trasversale e che incontriamo nei ghetti del terzo mondo e in quelli delle città del benessere. In entrambi i casi si dorme e si muore a cielo aperto, coperti di stracci e con la mano inutilmente tesa a chiedere un obolo per sopravvivere. E’ questa l’eredità che ci portiamo con il nuovo anno e che si rinnova irrimediabilmente anno dopo anno da decenni e da secoli. Eppure la ricetta per cambiare registro è semplice quanto rivoluzionaria: favoriamo la ridistribuzione delle risorse per permettere ai poveri di farvi parte con pari dignità e diritti. Aboliamo gli strumenti di morte quali le fabbriche di armi e i loro arsenali. Decretiamo il diritto a tutti di accedere liberamente e senza obblighi economici all’assistenza sanitaria, ad avere un tetto dove ripararsi e ad alimentarsi. La vera libertà, la vera giustizia, la vera dignità si conquista in un solo modo uscendo dalla logica del profitto fine a se stesso e per una minoranza di eletti. Non è più il tempo del predicatore e dei suoi proclami per generare solo vaghe speranze. E’ tempo che tutti noi prendiamo coscienza del nostro essere e del nostro divenire per una società di giusti dove la sola economia è quella del condividere realmente il nostro pane con il fratello che c’è accanto per un diritto condiviso e non certo per una benevola concessione del più forte e dotato. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Copenhagen: il discorso di Obama

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 dicembre 2009

Phil Radford, Direttore Esecutivo di Greenpeace USA commenta a nome dell’intera organizzazione il discorso del Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, a Copenhagen. “Il mondo si aspettava dal Presidente un discorso di speranza, nello spirito dello slogan pre-elettorale ‘Yes We Can’. Il senso di quello a cui abbiamo assistito è stato invece: conoscete l’impegno americano, sta a voi prendere o lasciare. Obama può ancora salvare i negoziati decidendo di migliorare l’impegno americano per la riduzione delle emissioni, ora fermo a un misero 4% al 2020. Se invece le cose rimangono così come sono, vorrà dire che il Presidente ha attraversato l’oceano per dire al mondo che gli Stati Uniti non hanno nulla di nuovo da offrire. Non avendo offerto alcun impegno migliorativo per nuovi tagli alle emissioni, Obama mostra di non badare alle indicazioni della scienza e di non avere a cuore il destino delle future vittime dei cambiamenti climatici, sia negli Stati Uniti che all’estero. Ora il Presidente rischia davvero di essere indicato come l’uomo che ha ucciso Copenhagen. Obama ha detto che tutte le ‘parti’ devono fare passi avanti, ma non ne ha offerto alcuno. Ha affermato che i decenni di contrapposizione tra paesi ricchi e poveri devono avere fine, ma la sua visione di un accordo lancerà il mondo verso un aumento della temperatura di +3°C che cancellerà molte isole del Pacifico e avrà ripercussioni devastanti per l’Africa” conclude Radford. Sempre da Copenhagen, il direttore delle campagne di Greenpeace Italia, Alessandro Giannì aggiunge, commentando una nota del Ministro Stefania Prestigiacomo: “Ci dispiace che il ministro Prestigiacomo si sia rattristata per la nostra critica alla posizione italiana. Ma non ricordiamo nessuna seria iniziativa del suo ministero che contraddica quello che stiamo sostenendo: e cioè che sugli obiettivi di riduzione – oggi come un anno fa – l’Italia gioca una posizione di freno rispetto ai maggiori Paesi europei”.

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Obama’s nuclear policy

Posted by fidest press agency su venerdì, 11 dicembre 2009

On 10 December, US President Barack Obama will be awarded the Nobel Peace Prize for his efforts to reassert the role of international diplomacy and for providing the world with a momentum to end reliance on nuclear deterrence. Churches in Europe support Obama’s new ‘zero’ policy and urge Europe to rally to it.  In a letter dated 26 November, the two main Brussels based church-platforms, the Church and Society Commission of the Conference of European Churches (CEC) and the Commission of the Bishops’ Conferences of the European Community (COMECE), together with the Swedish Christian Council urged the European Union for a clear endorsement of the goal of a world free of nuclear weapons. The churches have called upon the European Union for transparency in the preparation of the EU Common Position for the NPT Review Conference and requested that churches and the organized civil society be involved in this process.
The Conference of European Churches (CEC) is a fellowship of some 120 Orthodox, Protestant, Anglican and Old Catholic Churches from all countries of Europe, plus 40 associated organisations. CEC was founded in 1959. It has offices in Geneva, Brussels and Strasbourg. The Church and Society Commission of CEC links member churches and associated organisations of CEC with the European Union’s institutions, the Council of Europe, the OSCE, NATO and the UN (on European matters). Its task is to help the churches study church and society questions from a theological and social-ethical perspective, especially those with a European dimension, and to represent common positions of the member churches in their relations with political institutions working in Europe.

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“You Won It. Now Earn It”

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 dicembre 2009

Oslo. On the eve of President Obama’s Nobel Prize ceremony in Oslo, Norway, Damon Moglen, Greenpeace USA’s climate campaign director, released the following statement: “President Obama, in part, has been awarded the Nobel Prize with the expectation that he will deliver the kind of leadership necessary to get a climate treaty responsive to the climate crisis faced by people around the world. “As the President prepares to receive this most prestigious award in Oslo, less than 500 kilometres away in Copenhagen all the pieces are in place for him to earn the honour by signing a fair, ambitious and legally binding deal. “In short, he won it, and now is the time to earn it.” Greenpeace is calling for a multilateral legally binding deal to be signed by Obama which includes: –  Emissions cuts of 40% by 2020 by industrialised countries (at 1990 levels); –  $140 billion a year from the industrialised world for developing countries to deal with climate impacts, act on climate change and stop deforestation; – An end to tropical deforestation by 2020; and –  Developing countries must reduce their projected emissions growth by 15-30% by 2020, with support from industrialised countries.

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Obama e il Premio Nobel per la Pace

Posted by fidest press agency su sabato, 5 dicembre 2009

Solidarietà e Cooperazione Cipsi – Coordinamento di Iniziative Popolari di Solidarietà Internazionale di cui fanno parte 45 associazioni – ha inviato una lettera al presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama invitandolo a non ritirare il Premio Nobel per la Pace durante la cerimonia prevista per il 10 dicembre ad Oslo. “Noi abbiamo creduto al suo sogno. Non tradisca questo sogno. Non tradisca le promesse che ha fatto in campagna elettorale – si legge nella lettera che è stata spedita al Presidente -. Gestire una campagna elettorale è molto più semplice che gestire il potere. È molto più facile promettere, che mantenere le promesse – Ma la civiltà non la si costruisce con le promesse. Neppure con il potere. La si costruisce garantendo pari dignità e rispetto a tutti gli esseri umani”. Il Cipsi ricorda che, tra le promesse elettorali di Obama, premiate nelle intenzioni anche dall’assegnazione del Nobel per la pace, erano previsti il ritiro delle truppe dall’Iraq entro 16 mesi senza mantenere basi permanenti nel paese, la chiusura del centro detentivo di Guantanamo Bay, l’apertura di relazioni diplomatiche con paesi come Iran e Siria, per perseguire la pacifica risoluzione delle tensioni. Tutte promesse fino ad oggi disattese. “Quali sono le sue vere intenzioni di Pace, caro presidente? – prosegue la lettera -. Non basta avere dubbi se si merita o meno un premio Nobel per la pace, attribuito alle intenzioni e a promesse, non mantenute! Al momento anche tradite! Se il sogno: ‘si, noi possiamo’ non era una beffa, le chiediamo di non tradirlo e di impegnarsi a ritornare a ritirare un premio così importante quando Guantanamo sarà chiusa. Quando in Iraq, le truppe saranno tornate a casa. Quando saranno tornate dall’Afghanistan. Quando saranno abolite le mine antiuomo. Quando anche gli Stati Uniti avranno messo al bando ogni strumento di morte, come le mine antiuomo che stroncano la vita e distruggono i corpi di tanti bambini e tante donne ed uomini”.“Allora, e solo allora – conclude la lettera – il nome di Barack Obama sarà veramente scritto nella storia della Pace. Sarà scritto a fianco di nomi come Martin Luther King Jr., Madre Teresa di Calcutta, Nelson Mandela e tanti altri, con quell’inchiostro della storia che nessuno saprà e potrà mai cancellare. Si impegni davanti al mondo a ritornare. Allora manterrà vivo il sogno. Si, insieme possiamo”. http://www.whitehouse.gov/contact/

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Open letter to Barack Obama

Posted by fidest press agency su sabato, 5 dicembre 2009

From Guido Barbera  President CIPSI: “Dear Mr. President,  Yes, we can. We believed it. We still believe it. Do not disappoint us! You have reignited the dream of a new road to justice, toward genuine peace. Do not betray this dream. Do not betray the men and women who have believed in it. Above all, do not betray our younger generation and its future. The management of an electoral campaign is much easier than the management of power. It is much easier to promise than to maintain the promises made. But civilizations are not built with promises. Nor are they built with power. They are built guaranteeing equal dignity and respect for all human beings, as you yourself have emphasized on August 29, 2008 during your acceptance speech to the candidacy for President of the United States. You did so by underlining all those individual rights and values that are necessary for the building of a better society and for the world’s well being. In October, the Nobel Peace Prize Committee – for your extraordinary efforts to strengthen international diplomacy and cooperation between peoples -has decided to award you the Nobel Peace Prize for 2009. Your name will follow in history those of peacemakers such as Martin Luther King Jr. in 1964; Mother Teresa of Calcutta in 1979; Desmond Tutu in 1984; Nelson Mandela in1993. “I am surprised and deeply humbled but do not feel I deserve this Prize”, was your first comment upon learning of the Prize whose monetary value you have donated to charity. “I do not feel that I deserve to be in the company of so many transformative figures that have been honored by this prize, men and women who’ve inspired me and inspired the entire world through their courageous pursuit of peace.”-You went on to say,” But I also know that this prize reflects the kind of world that those men and women and all Americans want to build, a world that gives life to the promise of our founding documents. And I know that throughout history the Nobel Peace Prize has not just been used to honor specific achievements; it’s also been used as a means to give momentum to a set of causes. And that is why I will accept this award as a call to action, a call for all nations to confront the common challenges of the 21st century”.  The real peacemakers Mr. President have always been consistent in shielding their work against every power and interest. They have often paid a personal price for their choices. Because of this we feel betrayed, not only for the broken promises, but mostly for the rights that were denied. Those rights that have been sold out to higher interests whoever they may be. In our dream of justice and peace, we recall some of your electoral promises, those whose intentions were also rewarded by the Nobel’s Peace Prize:  • The withdrawal of all troops from Iraq within 16 months, without maintaining permanent bases in the country. • The closing of the detention center at Guantanamo Bay. • Reopen diplomatic relations with countries like Iran and Syria, in order to pursue a pacific resolution to present tensions.After almost a year of your administration in office, the situation in Iraq still remains to be defined; the closing of Guantanamo has been pushed back to an undetermined date; in Afghanistan the military contingencies are increasing further, including Italian ones; and lately the refusal to sign the anti-landmine treaty already endorsed by 156 countries…regarding them as necessary to meet your national security as well as that of your allies. So many treaties, too many, have been written signed and never maintained. Too many political promises have killed politics itself. We no longer believe in the endorsements of the so-called world leaders, which are almost always nothing but formal shows of intentions that result in simple mockery. How much aid has been promised to those who die of hunger, for lack of water, of sickness…but never rendered. At times they are even betrayed, when their basic rights such as to water is not recognized.  Your signature however is not the simple trace of a pen. It is part of a dream that you have relit in so many of us. We had regained with you the strength to believe in a world more just, capable of living in peace. We thought that the politics of rights, dignity and respect had found a new outlet, a light. Hope for all of us. We believed in it. We still believe. Do not let us down! Dear President, what are your true intentions for peace? It is not enough Mr. President to doubt if one deserves a Nobel Prize for peace, awarded for the intentions and promises, which have not been kept! At the present time, even betrayed! If the dream: “yes, we can” was not a charade, we are asking you not to betray it, not to betray us. On December 10, in Oslo, do not accept the Nobel Prize. Before the entire world, vow to return and accept it once Guantanamo will be closed. When from Iraq, all troops will have returned home and when they will have returned from Afghanistan. Vow to return and accept it when the United States will have banned every death instrument, such as the anti-personnel land mines, which end lives and mutilate the bodies of so many men, women and children. Then and only then, the name of Barack Obama will really be written in the story of peacemaking. It shall be written alongside the names of Martin Luther King Jr., Mother Teresa of Calcutta, Nelson Mandela and so many others, with its lasting mark on history that no one will or could ever erase. Surely more important than a Nobel Prize for promises and good intentions, will be your commitment to the world of this return. This way, you will keep the dream alive. Yes, together we can”.

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American families reflect the diversity

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 novembre 2009

American families reflect the diversity of this great nation. No two are exactly alike, but there is a common thread they each share. Our families are bound together through times of joy and times of grief. They shape us, support us, instill the values that guide us as individuals, and make possible all that we achieve.  So tomorrow, I’ll be giving thanks for my family — for all the wisdom, support, and love they have brought into my life. But tomorrow is also a day to remember those who cannot sit down to break bread with those they love.  The soldier overseas holding down a lonely post and missing his kids. The sailor who left her home to serve a higher calling. The folks who must spend tomorrow apart from their families to work a second job, so they can keep food on the table or send a child to school.  We are grateful beyond words for the service and hard work of so many Americans who make our country great through their sacrifice. And this year, we know that far too many face a daily struggle that puts the comfort and security we all deserve painfully out of reach. So when we gather tomorrow, let us also use the occasion to renew our commitment to building a more peaceful and prosperous future that every American family can enjoy.  It seems like a lifetime ago that a crowd met on a frigid February morning in Springfield, Illinois to set out on an improbable course to change our nation. In the years since, Michelle and I have been blessed with the support and friendship of the millions of Americans who have come together to form this ongoing movement for change.  You have been there through victories and setbacks. You have given of yourselves beyond measure. You have enabled all that we have accomplished — and you have had the courage to dream yet bigger dreams for what we can still achieve. So in this season of thanks giving, I want to take a moment to express my gratitude to you, and my anticipation of the brighter future we are creating together. (Patrick Obama)

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Obama e gli Stati Uniti: un anno dopo le elezioni

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 novembre 2009

ObamaRoma 18 Novembre 2009 a partire dalle ore 10:00 e fino a conclusione lavori Via M. Caetani, 32 Centro Studi Americani  “Obama e gli Stati uniti: un anno dopo le elezioni” in collaborazione con Ambasciata degli Stati Uniti d’America in Italia, Ministero Affari Esteri, Aspenia e Fondo per Studenti Italiani. Introducono i lavori David Thorne, Ambasciatore degli Stati Uniti d’America in Italia Paola Imperiale, Vice Direttore per le Americhe, Ministero Affari Esteri ore 10.30:  Keynote Speaker :  Larry J. Sabato, Professore e Direttore del Center for Politics – University of Virginia ore 11.15 > SESSIONE I    “La Politica Interna Americana” Presiede: Giuliano Amato, Presidente, Centro Studi Americani Intervengono: Steven Clemons, Direttore, New America Foundation Massimo Teodori, Professore di Storia Americana Michael Plummer, Professore di Economia Internazionale,  Johns Hopkins University SAIS Bologna Center ore 13.00, ore 15.00 SESSIONE II    “La Politica Estera Americana” Presiede: Karim Mezran, Direttore, Centro Studi Americani Keynote Speaker: Lawrence J. Korb, Senior Fellow, Center for American Progress Intervengono  Silvio Fagiolo, Docente Relazioni Internazionali, Università LUISS Marta Dassù, Direttore Generale Attività Internazionali, Aspen Institute Italia Fawaz A. Gerges, Professore, London Universityore 17.30 > TAVOLA ROTONDA Giuliano Amato, Presidente, Centro Studi Americani Franco Venturini, Editorialista, Corriere della Sera Massimo Gaggi, Editorialista, Corriere della Sera Intervengono  Larry Sabato,  Steven Clemons, Lawrence Korb, Fawaz Gerges (obama)

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Obama dichiara guerra alle assicurazioni

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 ottobre 2009

Dopo l’assegnazione del Premio nobel per la pace, Obama si mette sul sentiero di “guerra” contro le lobby delle compagnie di assicurazione. Fino ad ora sembrava che anche le aziende di assicurazione appoggiassero la riforma ma il presidente si è accorto finalmente che il lupo perde il pelo ma il vizio è sempre lo stesso. Esattamente come hanno massacrato Hillary Clinton nei suoi sforzi di riformare la sanità nel 1992, le aziende di assicurazione hanno cominciato a ripetersi. Un gruppo che rappresenta le aziende di assicurazioni private ha pubblicato un rapporto per cercare di bloccare il voto al Senato sulla riforma. La America’s Health Insurance Plans ha dichiarato nel suo recente comunicato che il piano approvato della Commissione di finanze al Senato aumenterebbe i costi di sanità a 26.000 dollari per famiglia nel 2019 (9.700 per individui). Nei suoi attacchi alle aziende di assicurazione Obama ha giustamente affermato che gli aumenti ed i conti esorbitanti per la sanità hanno un impatto negativo anche nell’economia americana. Quando le ditte americane devono pagare il doppio di altri paesi per la sanità dei loro impiegati, i prodotti costeranno molto di più. Le ditte americane si trovano dunque in una situazione svantaggiosa nella concorrenza dei mercati mondiali. Inoltre, come si sa, il sistema delle assicurazioni private ha creato una vergognosa situazione nella quale quarantasette milioni di americani non hanno assicurazione medica. Ciò sarebbe intollerabile in altri Paesi. Vi sono cinque bozze di riforme per la sanità fra piani del Senato e Camera dei rappresentanti. Ciò che spaventa di più le aziende di assicurazioni private è la possibilità incerta finora dell’inclusione di una “opzione” pubblica che farebbe concorrenza alle aziende di assicurazione privata. In linee generali i legislatori repubblicani sono nelle tasche delle corporazioni e voterebbero contro eccetto qualcuno con un buon senso come Olympia Snowe, senatrice del Maine. I due leader democratici, Nancy Pelosi alla Camera, e Harry Reid al Senato, hanno fatto dichiarazioni diverse al riguardo. La Pelosi ha insistito sull’importanza dell’opzione pubblica. Reid invece ha affermato che ci sono diverse risposte al merito. Una risposta sarebbe l’inclusione dell’opzione pubblica combinata con un’altra opzione agli Stati di non parteciparvi. Si crede che questa strada aumenterebbe notevolmente il numero di parlamentari e senatori che voterebbero per la riforma. Si crede anche che la maggioranza degli Stati sceglierebbero di parteciparvi considerando gli ovvi benefici. Ecco, infatti, cos’è successo con il programma dello stimolo all’economia. Anche i governatori repubblicani che si erano dichiarati contrari alla legge ed avevano promesso di rifiutare i fondi federali, alla fine li hanno accettati perché si sono tradotti in posti di lavoro per i loro cittadini”. (Domenico Maceri) in sintesi.
Domenico Maceri PhD della Università della California a Santa Barbara, è docente di lingue a Allan Hancock College, Santa Maria, California, USA.  I suoi contributi sono stati pubblicati da molti giornalied alcuni hanno vinto premi dalla  National Association of Hispanic Publications.

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U.S.:The health reform debate

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 ottobre 2009

After months of negotiations, the health reform debate is about to move to the full Congress for the first time. With the insurance industry lobby pulling out all the stops to derail progress, we need everyone who supports reform to weigh in. So here’s the plan: Set a new OFA record by getting 100,000 calls to Congress placed or committed to on a single day. On Tuesday, October 20th, OFA volunteers will gather at “Time to Deliver” call parties and neighborhood outreach events across the country. We’ll get together in living rooms and public locations, and reach out to friendly voters whose voices are particularly critical in this debate. We’ll talk to them about the President’s plan and then we’ll ask them to call on their representatives to support reform. President Obama will be joining a call party and then speaking directly to all the other events that evening via an exclusive live webcast, sharing the latest info on the fight for reform and our campaign for change. Participating (or hosting) is surprisingly easy. No special experience is required, and we’ll provide simple step-by-step instructions. You’ll gather with friends, neighbors, and OFA supporters from nearby, and together you’ll have a great time while making a huge difference.  We’re closer to health reform now than we’ve ever been, but we must not take anything for granted. The insurance industry is throwing millions of dollars a day and an army of lobbyists at Congress to stop reform. If we can get 100,000 calls to Congress placed or committed to on a single day it will ensure the people’s voices are heard louder than the lobbyists — but it won’t be easy. Everything hinges on folks like you stepping up and joining in.

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Obama e l’aborto

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 ottobre 2009

Lettera al direttore. Secondo  l’Osservatore Romano, il Nobel per la pace assegnato al presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, “ha colto tutti un po’ di sorpresa” perché “sarebbe difficile definire il presidente un pacifista a tutto tondo”. Le perplessità sarebbero anche da attribuire alla politica di Obama “oscillante nei confronti dei grandi temi bioetici”, a partire dall’aborto. Ora, si può essere d’accordo sul fatto che assegnare il Nobel per la pace al presidente di un Paese che spende in armamenti quasi quanto spendono tutti i Paesi del mondo messi insieme, possa suscitare perplessità,  ma che cosa c’entra mai con la pace la posizione di Obama nei riguardi dell’aborto? Gli aborti clandestini, la morte di tante donne costrette a ricorrere a paramedici e a «mammane» sono la pace? Il carcere per chi fa abortire e per chi abortisce è la pace? L’autore dell’articolo ricorda poi le ripetute vane candidature al premio di Giovanni Paolo II. Ma non sarà che il premio a Karol Wojtyla non fu assegnato proprio per le sue posizioni nei riguardi dei temi bioetici e segnatamente dell’aborto? Giovanni Paolo II aveva sostenuto la sua brava “guerra” contro la legalizzazione dell’aborto. Così scriveva nell’Enciclica Evangelium vitae: “Il fatto che le legislazioni di molti Paesi…abbiano acconsentito a non punire o addirittura a riconoscere la piena legittimità di tali pratiche contro la vita è insieme sintomo preoccupante e causa non marginale di un grave crollo morale”. Il Papa si lamentava per il fatto che lo Stato non “punisse”, e  che addirittura fornisse gratuitamente strutture sanitarie. Ma non basta. Nella stessa Enciclica metteva sullo stesso piano l’omicidio, il genocidio, l’aborto e l’eutanasia. Dimenticava che ricorrere all’aborto o all’eutanasia per necessità o per disperazione non significa odiare la vita né il prossimo, perpetrare omicidi e genocidi, significa odiare la vita e odiare il prossimo. Forse la differenza sfugge anche all’autore dell’articolo sull’Osservatore. (Renato Pierri)

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