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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

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Il petrolio cresce per la paura

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 maggio 2019

di Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista. Il recente andamento del prezzo del petrolio riflette qualche cosa di più serio e complesso rispetto al solo comportamento della domanda e dell’offerta. Ora è al livello di circa 70 dollari al barile. Una crescita importante dai 53 dell’inizio dell’anno. Solitamente l’aumento è spiegato con la decisione dei Paesi dell’Opec e della Russia di diminuire la loro produzione. A dicembre avevano annunciato di ridurla di 1,2 milioni di barili al giorno (bpd). A ciò naturalmente si aggiungono gli effetti della crisi politica e sociale del Venezuela, dell’embargo americano verso l’Iran, della preoccupante crescente incertezza sulla situazione libica e del raffreddamento della crescita globale.
Globalmente, la produzione e il consumo di petrolio oggi si stimano in circa 100 milioni di bpd. Si dimentica, però, di dire che le evoluzioni negative sono ampiamente compensate dall’aumento della produzione di petrolio da parte degli Stati Uniti, che hanno raggiunto i 12 milioni di bpd. Anche le esportazioni americane di petrolio hanno toccato il livello record di 3,6 milioni bpd e ci si aspetta che presto arrivino fino ai 4,6 milioni bpd. Si stima che la produzione giornaliera di petrolio da parte dei paesi non-Opec, con gli Usa in testa, possa presto crescere di circa 2 milioni di barili al giorno.
Già nel 2018 il prezzo medio del barile di greggio aveva registrato un aumento del 30% rispetto all’anno precedente. Però, l’aumento della media annuale salirebbe al 65% se il paragone lo facessimo con i dati del 2016, quando il prezzo del barile era poco sopra i 40 dollari. Certamente sono lontani anni luce dai 100 dollari del periodo 2011-2013 e dai picchi di 150 dollari nel mezzo dell’euforia speculativa legata alla grande crisi finanziaria. Com’è noto, a ottobre del 2018 si raggiunsero i 73 dollari al barile per poi scendere ai 53 dollari di dicembre. Da gennaio scorso il prezzo è in progressiva salita.
Si può dedurre che le varie spiegazioni fornite dagli esperti e dalle stesse compagnie circa le variazioni dei livelli delle produzioni non sono molto convincenti. In particolare, non si giustificano le repentine oscillazioni del prezzo e i loro strettissimi tempi non riflettono gli andamenti della domanda e dell’offerta. Né l’evidente cambiamento del tasso della crescita globale e di quello del commercio internazionale può essere una giustificazione valida.A nostro avviso, l’attuale volatilità dei mercati energetici deve essere spiegata anche dalla crescente attenzione posta da settori della finanza sul petrolio e sulle commodity. La storia insegna che, quando altri settori finanziari (quali quelli del corporate bond, dell’immobiliare e dei titoli di stato arrancano, proprio come adesso) le grandi banche e i fondi di investimento più speculativi tendono a cercare altrove possibilità di profitto, anche al prezzo di maggiori rischi. E i prodotti energetici e in generale le commodity possono diventare oggetto di speculazioni.Infatti, i recenti venti di guerra in Libia, anche intorno ai maggiori pozzi petroliferi, avrebbero accresciuto l’interesse da parte di taluni speculatori per operazioni finanziarie legate ai future sul prezzo del petrolio.
Non è un caso che la Banca dei regolamenti internazionali di Basilea abbia rilevato un notevole aumento nelle attività legate ai derivati finanziari otc. Il suo ultimo rapporto trimestrale, pubblicato in aprile, evidenzia che già a metà 2018 il valore nozionale totale degli otc ha raggiunto i 600 mila miliardi di dollari. Anche i derivati sulle commodity hanno registrato un notevole aumento, superando, dopo molti anni, i 2 mila miliardi di dollari, con un aumento del 15% rispetto ai dati rendicontati del semestre precedente. La Bri, perciò, parla «di mercati finanziari particolarmente irrequieti». Bisognerà tenerne conto.Non è nostra intenzione immaginare future gravi crisi finanziarie frutto di nuove speculazioni. Sono tante le variabili, economiche e geopolitiche, in gioco. Inoltre, la storia non si ripete mai negli stessi modi. Dato, però, l’aggravamento generale del processo debitorio pubblico e privato, come da noi recentemente evidenziato, auspichiamo che non sia una ripetuta mancanza di controlli e di interventi a mettere il mondo di fronte a nuovi e insostenibili rischi di crisi. Soprattutto non vorremmo che, ai tanti danni che di norma le attività petrolifere generano (guerre, colpi di stato, corruzione, danni alla salute e all’ambiente), si aggiungano quelli più diffusi della speculazione finanziaria fatta sui barili di petrolio, che spesso sono solo sulla carta e non realmente pieni del liquido nero. (fonte: Società libera online http://www.societalibera.org)

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Il tumore dell’ovaio fa meno paura

Posted by fidest press agency su sabato, 9 marzo 2019

Rappresenta la quinta causa di morte per cancro nelle donne 50-69enni in Italia, ma i decessi legati alla malattia diminuiscono: nel 2015 (ultimo anno disponibile) sono stati 3.186, nel 2013 ne erano stati registrati 3.302, con un calo del 3% in due anni. Il merito è da ricondurre a terapie sempre più efficaci, che permettono di controllare la malattia anche nello stadio metastatico. Tra queste, si annoverano anche i farmaci inibitori di PARP, oggi utilizzabili sia nelle pazienti BRCA mutate che non mutate. “Le armi contro il tumore dell’ovaio spaziano dalla chirurgia alla chemioterapia fino alle terapie mirate, in cui rientrano gli inibitori di PARP – spiega Fabrizio Nicolis, Presidente Fondazione AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) -. Conoscere lo stato mutazionale dei geni BRCA è sempre molto importante ed il test dovrebbe essere effettuato su tutte le pazienti (con le caratteristiche indicate nelle Raccomandazioni AIOM-SIGU-SIBioC-SIAPEC-IAP 2019) al momento della diagnosi. È questa la via da seguire per definire le migliori strategie terapeutiche e iniziare il percorso familiare che potrebbe permettere l’identificazione di persone sane con mutazione BRCA, nelle quali impostare programmi di sorveglianza o di chirurgia (annessiectomia bilaterale) per la riduzione del rischio di sviluppare il tumore ovarico. Ma, ancora oggi, non tutte le pazienti che dovrebbero essere sottoposte al test BRCA lo eseguono. Inoltre, in Italia, il regime di rimborsabilità per questo esame varia nelle diverse Regioni, con la conseguenza che viene effettuato solo nel 65,2% delle donne che ricevono la diagnosi”. Oncologi e pazienti, in una conferenza stampa che si svolge oggi al Ministero della Salute, chiedono alle Istituzioni di uniformare le modalità di accesso al test BRCA sul territorio nazionale.
Lo studio “Every Woman”, promosso dalla World Ovarian Cancer Coalition, condotto su 1.531 pazienti di 44 Paesi ha evidenziato che, in Italia, prima della diagnosi il 56,5% delle donne non aveva mai sentito parlare di questa neoplasia e solo il 65,2% è stato sottoposto al test genetico. La mancata consapevolezza troppo spesso porta infatti le donne a sottovalutare i sintomi iniziali e ad arrivare alla diagnosi quando la malattia si è già diffusa ad altri organi”. Il trattamento delle forme precoci è chirurgico, ma, di fronte a un rischio di recidiva del 25-30%, in molti casi viene prescritta una terapia chemioterapica precauzionale, dopo l’intervento. Nella malattia avanzata, è indicato un approccio chirurgico quanto più possibile radicale, seguito da chemioterapia. In alcuni casi, può essere necessario far precedere l’intervento chirurgico da alcuni cicli di chemioterapia (di solito tre) per ridurre la malattia e rendere la successiva chirurgia meno complessa.
“Sono poche le strategie efficaci per prevenire il tumore dell’ovaio – continua Valentina Sini, oncologa presso il Centro Oncologico ‘Santo Spirito-Nuovo Regina Margherita’ ASL Roma 1 -. Fra i fattori protettivi, la multiparità, l’allattamento al seno e un prolungato impiego di contraccettivi orali. In particolare, donne con pregresse gravidanze multiple presentano una riduzione del rischio di circa il 30% rispetto a coloro che non hanno partorito. Una recente indagine ha dimostrato che l’uso prolungato di anticoncezionali riduce il rischio di incidenza di tumore ovarico nella popolazione generale, in particolare nelle donne portatrici di mutazione dei geni BRCA”. Quattro società scientifiche, AIOM, SIGU (Società Italiana di Genetica Umana), SIBioC (Società Italiana di Biochimica Clinica e Biologia Molecolare Clinica) e SIAPEC-IAP (Società Italiana di Anatomia Patologica e Citologia Diagnostica), hanno firmato le “Raccomandazioni per l’implementazione del test BRCA nelle pazienti con carcinoma ovarico e nei familiari a rischio neoplasia”. È importante che queste alterazioni genetiche siano individuate tempestivamente anche attraverso provvedimenti specifici di politica sanitaria aumentando la percentuale di identificazione nelle persone sane con mutazione BRCA secondo indicazioni di accesso al test uniformi sul territorio nazionale e percorsi dedicati. È inoltre essenziale che la presa in carico delle persone sane e delle pazienti BRCA mutate avvenga in centri altamente specializzati. Prima di decidere se sottoporsi al test, la donna deve essere adeguatamente informata delle eventuali conseguenze dell’esame, con un immediato supporto psicologico”.

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La legittima difesa e il carcere non fanno paura ai chi vuole delinquere

Posted by fidest press agency su sabato, 22 settembre 2018

Sì, è vero: una società ha diritto di difendersi dai suoi membri che non rispettano la legge ma, a mio parere, non lo dovrebbe fare dimostrando di essere peggiore di loro o, ancora peggio, creando un clima da far west. La proposta di legge per riformare la legittima difesa, come deterrente a furti e rapine, mi fa paura e mi fa temere non certo per i rapinatori o per i ladri, ma per le brave persone, nel caso venissero derubate o rapinate, perché se un bandito sa che può essere ucciso, a sua volta tenterà di sparare per primo.
Chi è mentalmente malato (pedofili e simili), chi è in astinenza da droga, chi si sente in guerra contro il mondo per motivi religiosi o politici, non ha sostanzialmente paura di andare in carcere o di essere ucciso. Infatti, alcuni non hanno neppure paura di farsi saltare in aria nel nome del Dio di turno. La possibilità di essere ucciso non fa paura neppure ad uno che ha fame e molti ladri provengono da situazioni di degrado, emarginazione, povertà e altro.
Molti delinquenti si sentono in guerra verso la povertà, coltivano un sogno di vita diversa, un destino migliore e, sapendo che potrà loro capitare di ricevere una fucilata alle spalle, accetteranno di ammazzare per non essere ammazzati. Leggete qui sotto questo articolo di Daniel Monni e capirete che questa non è una buona legge per la nostra società. (Carmelo Musumeci)

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L’empatia come antidoto alla paura

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 agosto 2018

Si conclude domani in Cittadella il 76° Corso di studi cristiani della Pro Civitate Christiana, con l’attesa lectio magistralis di Enzo Bianchi, dal titolo “Ecce Homo”, ed un ultimo momento di confronto incentrato sul signficato autentico delle parole dignità, empatia e fraternità.
“Come è possibile che la paura dell’altro sia uno dei tratti dominanti nella nostra società?”. A questa ed altre domande tenterà di rispondere, domani in Cittadella, la filosofa Laura Boella, docente di filosofia morale e di etica dell’ambiente all’Università Statale di Milano, dialogando con Tonio Dell’Olio, presidente dalla Pro Civitate Christiana e Alejandro Solalinde, missionario e fondatore del Centro “Hermanos en camino” in Messico.«La nostra società sembra aver sviluppato un grande talento nella costruzione di “altri”, nemici, non appartenenti alla nostra comunità morale, stranieri, esseri che minacciano la nostra sicurezza. – osserva la filosofa Laura Boella – L’altro di cui abbiamo paura è spesso una creazione dell’immaginario: sembra quasi che sia necessario avere un “nemico” o un estraneo per rafforzare le nostre precarie certezze».La scrittrice Leslie Jamison in un libro intitolato Esami di empatia (2014) in cui raccoglie, tra l’altro, la sua esperienza di reporter in paesi del Terzo Mondo (“turismo del dolore” lo chiama), suggerisce l’immagine dell’empatia come “viaggio” nell’esperienza dell’altro. Un viaggio in un paese straniero, che implica passare la frontiera, esibire i documenti, informarsi sulle usanze e le leggi vigenti, una forma di espatrio che non deve comportare nessun tipo di presa di possesso del territorio dell’altro.«L’immagine dell’empatia come “viaggio” invita a rovesciare alcune idee correnti sia scientifiche sia filosofiche e ad aprire un nuovo capitolo nello studio dell’empatia», commenta Laura Boella.In questa contraddizione la filosofa spiega che l’empatia, considerata dagli studiosi nell’ultimo decennio come l’unica risorsa per ripristinare un senso solidale della convivenza umana, oggi è necessario riportarla all’interno dell’esperienza intersoggettiva, mostrando tutta la sua creatività etica e politica.Conclude la Boella: «L’empatia non è quindi un magico ponte gettato tra gli individui, né una capacità onnipotente. Essa segnala la via per mettere in atto e impegnarci nell’esperienza dell’esistere insieme nelle sue molteplici possibilità: azione, linguaggio, giudizio». Al Corso di studi hanno partecipato, tra gli altri, il filosofo Salvatore Natoli; la biblista Rosanna Virgili, il giornalista Francesco Comina, lo scrittore ed epistemologo Giuseppe O. Longo, il giornalista scientifico Pietro Greco; il teologo e scrittore Brunetto Salvarani; Francesca Di Maolo, presidente dell’Istituto Serafico di Assisi; Luigi Russo, psicologo clinico e psicoterapeuta; mons. Domenico Sorrentino, vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino.Il programma del corso è disponibile sul sito: http://www.cittadella.org/76-corso-di-studi-cristiani-2018

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La paura della morte

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 luglio 2018

La considero l’espressione più drammatica dell’Io narcisistico che si oppone all’universo. Chi è tranquillo davanti alla prospettiva della morte rivela di aver fatto un grande salto dalla identificazione con il sé alla identificazione con l’essere. Un nulla che abbiamo voluto, in un moto estremo d’orgoglio frammisto a presunzione, riempire di un qualcosa che ci appaghi. Ma è una pura illusione. Noi nasciamo poiché si compongono due sistemi creativi: quello per clonazione e l’altro per un atto sessuale. Il primo ci duplica ed il secondo ci differenzia. Il primo finirebbe con il renderci tutti uguali fisicamente e mentalmente mentre il secondo determina le opportune variazioni per farci sentire diversi per quel poco che basta per riempire d’orgoglio o per annichilire le nostre mire personalistiche. Esse si riconducono al desiderio di quanti ricercano la lode, l’approvazione, il riconoscimento, l’applauso e si tormentano se non ce l’hanno. Che poi costoro, arsi dal successo, riescano, pur privi dell’elogio e del consenso degli altri, a ritrovare per altri versi, una loro identità resta un fatto puramente illusorio. A pensarci bene, è lo stato più precario in cui si possa trovare un essere umano. (Riccardo Alfonso)

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“Non bisogna avere paura del nuovo”

Posted by fidest press agency su venerdì, 14 luglio 2017

auto fordCosì il presidente dell’Autorità dei Trasporti, Andrea Camanzi, parlando dei casi Filxbus e Uber, in occasione della relazione annuale al Parlamento.
“Giustissimo! Aggiungiamo: basta con il difendere i vecchi privilegi. Il presidente Camanzi ha fatto bene a ricordare questi due casi clamorosi e come il legislatore, certo sovrano, abbia finora ostacolato il nuovo invece di promuoverlo” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.
“Inoltre ha opportunamente respinto le strumentalizzazioni di chi lo ha accusato di voler aprire indistintamente a Uber. Da sempre, infatti, l’Authority ha proposto una regolamentazione: requisiti di idoneità del guidatore e del veicolo, assicurazione per responsabilità civile aggiuntiva, conducente con più di 21 anni e almeno 3 anni di guida, nessun provvedimento di sospensione della patente, riconduzione al regime del lavoro occasionale delle prestazioni dei conducenti non professionisti” conclude Dona.

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Pan…crazio: la libertà di avere paura

Posted by fidest press agency su domenica, 25 dicembre 2016

locandinaVolterra 29 Dicembre 2016 alle ore 21,15 al Teatro Persio Flacco di Volterra: Pan…crazio: la libertà di avere paura Assolo per attore di Alma Daddario con Simone Migliorini musiche originali eseguite al piano da David Dainelli al violino Angela Zapolla Con la partecipazione della danzatrice-coreografa Carlotta Bruni.
Lo spettacolo sarà anche occasione di una importante sperimentazione sonora: si potrà gustare appieno la partitura messa in scena, in questo Teatro Persio Flacco, dall’acustica definita impareggiabile. Questo grazie alla partnership che la Lem International, ditta leader europea nella distribuzione di cuffie wireless che garantiscono una alta qualità di ricezione del suono, ha fatto con il Festival Internazionale del Teatro Romano di Volterra. Gli spettatori saranno dotati di una cuffia e potranno assistere allo spettacolo live, ma immergendosi nel suono della musica e delle parole, un’esperienza sensoriale di grande impatto emotivo per la prima volta in Italia.
Lo spettacolo sarà preceduto, alle ore 17, da un Vernissage dell’esposizione delle opere della pittrice pratese Daniela Billi autrice anche dei quadri che arricchiranno la scenografia. Dopo una breve presentazione, da parte del direttore artistico Simone Migliorini, della prossima edizione del Festival del Teatro Romano di Volterra, alle 17:30, seguirà una conversazione dibattito sullo spettacolo, la partecipazione dell’autrice Alma Daddario, della Psicologa e critica cinematografica Paola Dei, Presidente del Centro Studi di Psicologia dell’Arte, del regista, coreografo Aurelio Gatti, della Classicista Antropologa del mondo antico dell’Università di Siena, Donatella Puliga, del critico teatrale RAI3 Francesco Tei e in collegamento skype Walter Maioli, compositore, polistrumentista, ricercatore e paleorganologo di fama internazionale, fondatore del Centro Internazionale del Suono. Il coordinamento e la cura dell’esposizione è affidata ad Andrea Mancini. (foto: locandina)

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Referendum: Ho paura per la nostra democrazia

Posted by fidest press agency su domenica, 13 novembre 2016

referendum“Io credo che anche i sondaggi in Italia stiano sbagliando: stanno sottovalutando i No. Perché l’Italia è sottoposta da 31 mesi ad uno storyballing e ad un’invasione mediatica mai vista, senza precedenti. Televisioni, giornali, tutti i grandi gruppi della stampa nazionale, che fanno il 95% delle tirature, stanno con Renzi”.Lo ha detto Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, intervenendo alla convention ‘Le ragioni del No’, organizzata dalla Fondazione Change a Genova.“E lo dicevo ieri a Filippo Sensi: queste cose vi fanno male, troppe vitamine vi fanno male. Così si arriva all’effetto nausea. Io dico che in Italia tutto questo sta producendo una compressione semantica nei sondaggi. Credo che il 4 dicembre notte i No saranno il 60%. Tutti i sondaggi ormai da mesi danno i No in vantaggio dal 52 al 55% come valori medi, e quello che conta è la tendenza, il trend: i No sono avanti e crescono. In Italia i sondaggi stanno evidenziando un umore popolare che è fortemente condizionato dai media. La gente ha quasi paura di esprimere il proprio pensiero. Ma andando in giro si ha la netta percezione che i No siano estremamente prevalenti. Il 4 notte avremo una straordinaria grande sorpresa.
E con il 60% la vittoria assumerà un significato diverso: mandiamo a casa questo signore mai eletto. Ho 66 anni, per la prima volta, con Renzi, ho paura per la nostra democrazia, per la violenza, per i metodi, per la cattiveria. Liberiamo il Paese”.

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Non abbiate paura, non abbiamo paura

Posted by fidest press agency su sabato, 8 ottobre 2016

beppe_grillo-fonte-wikipediadi Beppe Grillo. La paura è qualcosa che non lascia spazio a commenti. Lo scopo biologico, la funzione della paura, è di fermarti e per lo più funziona. Non ci sono santi questa è la paura però ci sono le persone: tanto è perfetta la paura quanto è miracolosa la soluzione. Noi non abbiamo geni migliori per gestirla. Non abbiamo geni a 5 stelle o cazzate del genere, e la paura ci accomuna tutti in qualunque luogo e situazione, ci accomuna meglio di una preghiera oppure della fame. Essere in tanti vicini a chi sta sotto minaccia la farà scomparire, meglio del più perfetto dei balsami miracolosi.Le minacce che riceviamo e la paura che evocano, hanno tre conseguenze logiche:
1) significa che siamo sulla strada giusta, questo è certo quanto ovvio;
2) significa che siamo umanamente normali, se abbiamo timori per noi ed i nostri cari;
3) vuol dire che è arrivato il momento di scoprire se stiamo qui per effetto della curiosità elettorale del “stiamo a vedere come va a finire” oppure di un vero desiderio di cambiamento.
Non possiamo scroccare la solidarietà, soltanto riceverla, non è una delle tante frasi fatte della vita la solidarietà: se ci sarete vicini senza aspettare il giorno delle lacrime di coccodrillo vorrà dire che le minacce continue noi nostri confronti sono solo una freccia che indica la direzione da percorrere per liberare il Paese da queste mostruose sanguisughe.
Senza i cittadini le minacce, le malversazioni di opinionisti da mezzo soldo e le isterie dei giornalisti ci potranno condizionare? Non lo so, preferirei non doverlo scoprire.Con i cittadini al nostro fianco diventeranno semplicemente la parte brutta, la più odiosa, di un sogno che si sta concretizzando.Non abbiamo bisogno di scudi umani, ma di umanità. Siamo davvero così votati e, al contempo abbandonati? Non credo proprio, non posso e non voglio crederci! Se volete il cambiamento, se votate il movimento, stiamo uniti.

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La paura di Renzi e quella della Raggi

Posted by fidest press agency su domenica, 25 settembre 2016

machiavelliQualcuno ha definito Renzi una sorta di erede di quel Machiavelli, di origine toscana, che ha lasciato passare, dalla generazione del suo tempo sino ai giorni nostri, l’idea di un personaggio che non avesse scrupoli pur di predicare il culto del potere a qualsiasi prezzo. E questa spregiudicatezza renziana è il frutto maturo delle sue paure e l’ambito posto a palazzo Chigi ha un valore troppo alto per perderlo. Per contro preferisce allontare questo suo assillo scaricando sugli altri l’ombra nefasta della paura. In questo senso se la prende con la Raggi rea di aver detto no alle Olimpiadi di Roma del 2024. Finge, innanzitutto, d’ignorare che tutta la campagna elettorale dell’attuale sindaco di Roma, a costo di diventare impopolare, è stata imperniata sul suo No alle Olimpiadi e brucia a Renzi il fatto che nonostante questa scelta azzardata il suo successo elettorale è stato quasi plebiscitario. Non può certo Renzi capire la ragione che a valle ha convinto i romani a questa rinuncia. Sono i debiti del comune di Roma che più volte ha rischiato il fallimento e che oggi li stanno pagando tutti gli italiani e per i romani è il doppio con l’addizionale Irpef al massimo del prelievo. In questo caso le Olimpiadi avrebbero fatto la fortuna di chi è già ricco ma avrebbe affossato chi è già povero togliendo risorse a molti servizi utili per la città. Dimentica forse Renzi che se vi è un disservizio nel servizio trasporti la causa è anche quella che non si hanno soldi per comprare i pezzi di ricambio a centinaia di bus fermi nei depositi per guasti vari, dimentica Renzi che taluni amici del suo partito hanno fatto parte di mafia Capitale rendendo impossibile una seria politica per ripulire Roma dai rifiuti. Dimentica Renzi che sono stati anche gli amministratori del suo partito a non muovere un dito per evitare le periodiche inondazioni di alcuni quartieri romani dopo le forti piogge. Allora Renzi si renda conto che ci vuole molto coraggio per diventare sindaco di una città così disastrata e con un debito da capogiro e con una povertà sempre più marcata. Renzi si tenga pure le sue paure e non si metta, anche in questo caso, a fare lo scarica barile. (Riccardo Alfonso direttore centro studi politici della Fidest)

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Fiducia e verità per sconfiggere la paura

Posted by fidest press agency su martedì, 2 agosto 2016

Chiare, trasparenti, semplici. Così devono essere le leggi secondo il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti alla presentazione del suo ultimo libro “Il contrario della paura”. Da qui, da leggi semplici trasparenti e chiare, parte la legalità. Ossia la volontà-capacità dei cittadini di rispettarle perché, appunto, rispettabili nel doppio significato di comprensibili e accettabili da un lato e degne di rispetto dall’altro perché fondate sul consenso e non calate dall’alto o interpretabili a piacere.
Leggi rispettabili, perché rispondenti ai requisiti descritti, possono contribuire a formare una diffusa coscienza civile e un’opinione pubblica informata; dunque in grado di discernere tra il bene e il male, il lecito e l’illecito, il giusto e lo sbagliato. In una cornice di trasparenza che è l’unico antidoto all’inganno. Roberti parla a più riprese di fiducia e verità senza le quali non è possibile fondare una società cooperante e per questo tesa al miglioramento di se stessa e al soddisfacimento dei bisogni dei suoi attori. Impegno e rispetto vanno meritati e lo Stato deve dare il buon esempio. Dare prima di chiedere.
Per differenza, tutto quello che non risponde alle caratteristiche indicate può inevitabilmente generare l’effetto opposto. E quindi sfiducia, menzogna, opacità di comportamento, disimpegno, nascondimento. Piuttosto che figurarsi di essere protetti e difesi dallo Stato, gli individui se ne sentono minacciati. Troppe regole, di ogni ordine e grado, grandi e piccole, oscure, opinabili, diversamente interpretabili, avvertite come arbitrarie, usate come clave coi nemici e con indulgenza con gli amici, strumenti di vendetta personale e politica, creano un solco invalicabile tra chi amministra e la gran massa degli amministrati.
Si spiegano così la crescente disaffezione dei cittadini elettori che non vanno a votare, la voglia di evasione dei cittadini contribuenti che cercano di non farsi vedere dal fisco, i tentativi di forzare la burocrazia dei cittadini utenti (imprenditori e famiglie) che tollerano sempre meno lentezze e divieti montati ad arte. Un patto, un nuovo patto tra lo Stato e gli italiani andrebbe riscritto e fondato sui principi semplici e condivisibili messi per iscritto da uno dei più autorevoli esponenti del sistema giudiziario nazionale che mostra di vedere e di capire laddove la stragrande maggioranza di una classe non più dirigente appare cieca e sorda. (Alfonso Ruffo Consiglio Direttivo Società Libera http://www.societalibera.org)

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Islam: paura della democrazia

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 luglio 2016

islam2Il fondamentalismo islamico sta cercando di darsi una patria comune per meglio organizzare la fusione tra il nazionalismo e la religiosità, alterando il significato di entrambi i termini. Dovrebbe emergere con estrema chiarezza che nei fatti in corso di ulteriore sviluppo non emerge nessuna domanda di democrazia, almeno per come la intendiamo in Occidente.
Ci sembra doveroso affrontare il problema partendo dalla “verità”, e riconoscendo anche le colpe dell’Occidente che hanno promosso la radicalizzazione di un terrorismo del quale non si trova via d’uscita se non si affrontano gli aspetti che ne hanno causato la medesima radicalizzazione.Il rapporto tra Occidente e medio e vicino oriente, cioè con i popoli arabo-islamici, è stato di sopraffazione da parte dell’Occidente, prima sotto forma di colonialismo militare, quindi sempre di colonialismo, ma economico; l’Occidente ha avanzato tali impostazioni sostenendo trattarsi di legittima difesa, come le “guerre preventive” della banda B/3: Bush, Blair, Berlusconi, che, ormai tutti i politologi condannano come guerre di aggressione, che hanno suscitato il nazionalismo, ormai assimilato alla religiosità di parte. L’Occidente ha acuito queste forme difensive, insistendo con la logica della supremazia, così anche quella parte del mondo arabo aperto alla possibilità di integrazione con l’Occidente ha trovato nello stesso occidente il maggior ostacolo, in quanto ha avallato le posizioni estremiste del nazionalismo e dell’integralismo, favorendo, addirittura, la loro fusione; in tal caso, quando il nazionalismo si fonde con l’integralismo scaturisce una miscela altamente esplosiva, poiché l’esigenza sociale di indipendenza dallo straniero finisce con il servirsi dell’intolleranza integralista della religione per armare le più crudeli rappresaglie. Il mondo arabo si ritrovò nella impossibilità di costruirsi una evoluzione ad indirizzo umanistico, in quanto avrebbe dovuto mediare la propria storia con il patrimonio culturale del colonizzatore, a rischio di perdere la propria unità ed entità; così l’esigenza di unità della cultura araba si ritrova, ancora oggi, a dover rispettare le diversità fra le sue variegate differenze, più che tentare una strada di integrazione, per non restare soffocata dalla sua storia e dalle sue tradizioni, che sono poi i loro hudud culturali (paure storiche), con i quali vengono esorcizzate le violenze coloniali dell’Occidente. Praticamente viene contestata la “libertà di pensiero” propugnata dai colonizzatori, in forza del proprio patrimonio razionalista, a vantaggio della “libertà di essere diversi”, come frutto del rifugiarsi nella propria storia e nelle proprie tradizioni.
Quello che i governanti arabi non compresero (e ancora oggi non comprendono) fu che, escludendo la “libertà di pensiero”, cioè la razionalità in costante sviluppo, il popolo si sarebbe indebolito sempre più, fino a diventare quella massa disabile e impotente che le due guerre del Golfo hanno mostrato in diretta TV. E’ per questa ragione che le guerre contro i popoli arabi hanno sempre due fasi; la prima quando l’Occidente scatena la sua tecnologia bellica contro eserciti in fuga e popolazioni indifese; la seconda quando l’arroganza dei vincitori della prima fase della guerra stimola la fusione tra nazionalismo storico e integralismo religioso, allora esplode quella miscela che lo stesso Occidente ha innescato. Questa seconda fase è una guerra che la tecnologia occidentale non potrà mai vincere, perché condotta ai limiti ultimi della esasperazione, al punto di trasformare gli uomini in bombe umane. ! Sempre più, così, l’ideale democratico diventa diramazione dell’Occidente, di quell’Occidente che da solo si è dichiarato “il nemico”. Il mondo arabo non ha avuto alcuna possibilità di istruirsi su punti essenziali, come la sovranità dell’individuo svincolato dalla massa e la libertà di opinione, che costituiscono la base culturale dello sviluppo umanistico; né l’Occidente ha mai cercato di fornire elementi di istruzione, mandando sempre avanti le proprie pretese colonialiste o neo-colonialiste. Non per nulla i popoli arabi, e nella stessa dimensione anche i popoli del terzo mondo, hanno trovato sempre governi militari o sostenuti dai militari. Gli intellettuali, che avrebbero potuto modificare l’itinerario verso una diversa composizione sociale, sono sempre stati trascurati dall’Occidente e trattati come agenti del nemico all’interno, in quanto portatori di nuove ideologie, come l’esigenza di tenere separate le sfere sociali del nazionalismo con le quelle religiose dell’integralismo. Così non avvenuta la rottura con quel passato medioevale che usava il sacro per legittimare e mascherare anche governi arbitrari o dittatoriali come nel caso di Saddam in Iraq. L’Occidente aveva tutto l’interesse ad ostacolare lo sviluppo in senso culturale, perché così sarebbe rimasta quella massa indebolita e impotente, tenuta sotto controllo da una sola persona, più facilmente manovrabile e ricattabile, altrimenti facilmente removibile con la forza, in quanto non avrebbe mai avuto il sostegno del suo popolo. La guerra civile che si è scatenata in Iraq non è una guerra di religione tra sciiti e sunniti; non è una guerra tra sostenitori di Saddam e suoi avversari; è una guerra tra una minoranza che accetta la presenza occidentale perché inglobata nel sistema emergente di pubblici latrocini e la maggioranza che vuole l’indipendenza e il rispetto della propria sovranità nazionale. Quello che l’Occidente non ha saputo prendere in considerazione è stata la conseguenza che ha generato e provocato, e, cioè, proprio quella fusione tra nazionalismo e integralismo che non è promosso dalle masse popolari, ma può riuscire a coinvolgerle in quella che è diventata una shari’a, una guerra santa contro l’invasore e chi lo sostiene.
La democrazia è diventata così una diramazione del nemico e non esiste neanche un termine arabo che la identifichi, così come altri prodotti occidentali non hanno un corrispettivo arabo. Democrazia in arabo si chiama dimuqratiyya, così come automobile si chiama tumubil (esiste la parola araba siyara, ma nella mia permanenza più che decennale nel mondo arabo non ho mai sentito un meccanico dire siyara); lo stesso dicasi per tilifun, tilivisiun. Ma ciò non va visto come accettazione di quel nome a preferenza del corrispettivo arabo che pure i glottologi si sono sforzati di creare, ma come accettazione di quell’oggetto che è entrato nell’uso comune, cosa che non è accaduto per la democrazia, respinta, secondo la loro ottica, perché metodo politico occidentale, foriero solo di guerre, di aggressioni e di colonialismo. (Rosario Amico Roxas)

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Andrea Riccardi Dopo la paura la speranza

Posted by fidest press agency su domenica, 27 maggio 2012

1ª edizione maggio 2012 Collana DIMENSIONI DELLO SPIRITO Formato 14 x 21,5 cm Numero pagine 120 CDU 22H 250ISBN/EAN 9788821574825 Prezzo copertina € 14,50 L’Italia, l’Europa, l’Africa, il mondo. Andrea Riccardi spiega perché, dopo la paura, è giunto il tempo della speranza. Il XXI secolo si è aperto nel segno della globalizzazione. Sono cadute barriere territoriali, doganali e politiche. Si verificano migrazioni di popoli e crisi economiche. Di fronte a questi eventi la paura blocca le energie e rende più deboli. Il nostro è un tempo complesso, ma non mancano le nuove possibilità. L’Italia ha un missione in Europa, nel Mediterraneo, in Africa e nel mondo; gli italiani possono operare per superare la crisi e integrare i migranti nel tessuto sociale del nostro Paese. La speranza è che ci sia un futuro degno per ognuno di noi, ma anche per le nostre famiglie e comunità e per quella comunità nazionale che si chiama Italia.(andrea riccardi)

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Vinci la paura!… in dialogo con san Giuseppe

Posted by fidest press agency su venerdì, 30 marzo 2012

Anche quest’anno, come sua abitudine, monsignor Bregantini ha inviato un “messaggio” a tutti i ragazzi e giovani all’avvio dell’anno scolastico. Č un messaggio originale, in forma di racconto-dialogo, che porta in sé un programma di vita, una strada da percorrere individualmente e insieme, per creare o rinnovare una societā pių solidale e pių onesta: un invito a superare le difficoltā… “vincendo ogni paura!”. Di Bregantini GianCarlo N.ro pagine: 36 – prezzo: € 3.50

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L’angolo della paura

Posted by fidest press agency su sabato, 7 gennaio 2012

La ragazzina torna a casa a passi veloci dal centro città sfavillante alla periferia meno illuminata, meno controllata, meno interessata a tutelare lo scambio delle merci e delle persone. Dal marciapiede alla strada da attraversare, dal vicolo stretto allo sterrato per arrivare alla propria abitazione, tutt’intorno negozi chiusi, porte sbarrate, luci inchiodate allo spegnimento, solo un ristorante aperto lasciato alle spalle. Pochi metri ancora, il cassonetto è sempre lì al suo posto, bisogna passargli dietro, improvvisamente una sagoma più nera della tenebra, stagliarsi minacciosa, sbarrare il passo, obbligare all’arresto, con la paura a mordere le viscere, afferrarti il cuore. La giravolta, la fuga a perdifiato, cercando disperatamente un appiglio, una mano amica a trascinarti via dal baratro, è buio, la carreggiata deserta, ma inaspettatamente il miracolo in quel ristoratore ancora aperto, spalancata la porta, catapultarsi dentro, implorare la pietà di un conforto. Dietro l’angolo non c’è più nessuno, la ragazza viene accompagnata a casa, tutto ritorna tranquillo, tranne il rischio di una violenza che poteva fare davvero male a una donna, indifesa, innocente. A fare da sentinella resta qualche parola spesa qua e là, un po’ di apprensione sfogata con gli avventori, i vicini di casa, un paio di righe su un giornale, qualche sottolineatura di circostanza, niente di più e niente di meno per raccontare uno spavento di periferia. Per una sorta di esorcismo al contrario, voltiamo pagina immediatamente, è materia da contenere sottopelle, non farne un dramma, è un episodio che non ha avuto conclusioni drammatiche, occorre passare avanti, pensare ad altro, il sangue scorrerà domani. Ma domani sarà senz’altro un momento a cui dedicare più importanza e attenzione, non ci potrà essere dispendio di banalità scontate del pensare, del dire, del fare, perché una giovane donna: tua figlia, mia sorella, nostra madre, poteva essere depredata di ogni bellezza, per una vita intera umiliata e ferita nella propria dignità. Qualcuno accenna a dire che è accaduto in una zona malandata, popolata da molte persone per bene, ma circondata da tribù di reietti, di ultimi rimasti al palo tra bottiglie vuote a azioni compulsive, altri ripetono che si tratta di una parte della città abbandonata all’incuria. Forse occorre osare disturbare ogni giorno all’orecchio più ottuso e concluso. “Qualcuno dice, nessuno dice”, questa è la politica che non educa alla prevenzione, non aiuta a fare spesa pubblica necessaria per una luce in più, una lampadina di riserva, uno sguardo sensibile mai in doveroso eccesso. E’ quartiere abbruttito dal disagio, attraversato dal fantasma di una violenza condensata, contratta e proiettata sulle persone corrose dalla povertà, dalla malattia, dalle solitudini armate. Di fronte a accadimenti così indegnamente miserabili, c’è da chiedersi se si tratta di spinte agite dalla violenza patologica, oppure non sia anche una sorta di violenza sopita, adagiata tra le macerie di una architettura della sopravvivenza, in un ambiente che appare senza più uscita, e allora non può che degenerare. La speranza è che quanto successo ieri non si ripeta, e che qualcuno domani non abbia a ricordare che eravamo stati avvertiti.(vincenzo.andraous)

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Io non ho paura: tremo

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 settembre 2011

Cover of "Io Non Ho Paura (Un Film Di Gab...

Cover via Amazon

Ho sempre percepito il ruolo del magistrato inquirente come un qualcosa da evitare perché insidioso, sfuggente, persecutorio. Mi sorprende che nei vari conversari ho potuto notare una similare sensazioni anche in molti miei conoscenti o occasionali incontri con sconosciuti ma con i quali incidentalmente si è parlato di magistratura e di inchieste. Ne deduco che dal mio osservatorio ciò che provo è condiviso. Mi sono anche chiesto la ragione di tale avversità e mi sono detto: dipenderà dalle lungaggini delle indagini, dalla lentezza delle procedure, dal sistema degli interrogatori, dalla supponenza di chi è convinto che la verità dell’inquisito è solo una mossa difensiva, ma irrilevante nel giudizio di merito. Tutto questo mi porta ad un esempio pratico e a capire le ragioni che hanno spinto il nostro presidente del consiglio a glissare il rapporto diretto con la magistratura, quella di Milano in particolare, e che si è appalesato anche nell’audizione, all’ultimo momento rinviata sine die, con il procuratore capo di Napoli per essere ascoltato come parte lesa per un supposto tentativo di ricatto subito. Se mi fossi trovato nelle stessa posizioni di Berlusconi e non sapendo bene quali carte dispongono gli inquirenti, avrei avuto molto da temere che da vittima potessi trasformarmi in un reo. E il mio avvocato di certo mi avrebbe suggerito un rinvio “tecnico” per cercare di scoprire, nel frattempo, gli elementi di prova per evitare le trappole giudiziarie. Sin qui la difesa di un uomo che ha qualcosa da nascondere. Di certo un dubbio lo avrei al pensiero di aver aiutato, guarda caso, proprio la persona che un tempo si era prestata ad inviarmi certe signorine e che poi si è venuto a sapere non fossero di buona società con tanto blasone, ma delle escort. E’ proprio da dire: mala tempora currunt. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Stimolare la paura altrui per nascondere la propria

Posted by fidest press agency su sabato, 21 maggio 2011

“Berlusconi, Pisapia e il pericolo islamico” da il Il Messaggero del 21 maggio 2011 e Rosario Amico Roxas commenta: “E’ solo l’assenza di argomenti che stimola l’utilizzo della paura per distrarre l’opinione pubblica. Cos’altro può sollecitare paura che la minaccia del terrorismo islamico che sarebbe alimentato dalla eventuale (e auspicabile) elezione di Pisapia a sindaco di Milano? Non possono certo spingere la campagna elettorale sul programma che prevede una miriade di appalti per expo 2015 già promessi alle varie congreghe che sostengono la Moratti! Così parlano di Islam e terrorismo senza neanche sapere di cosa stanno parlando. Per capire che si tratta di farneticazioni elettorali, basta chiedersi “Qual è lo scopo dei terroristi?” “Quale strategia li ispira?” Innanzitutto si deve prendere atto di avere di fronte una costellazione frazionata e non un soggetto monolitico; le definizioni siamo noi stessi a fornirle legittimando il terrorismo con l’ attribuzione di una compattezza ideale, programmatica e operativa che non ha. Questa compattezza viene riconosciuta identificando nel terrorismo un nemico da abbattere con una dichiarazione di guerra totale. Può temere azioni terroristiche solo chi ne ha provocato la reazione, e Berlusconi lo ha fatto, partecipando alla guerra di Bush contro l’Iraq, partecipando attivamente all’occupazione militare dell’Afghanistan, buon ultimo, bombardando la Libia, dopo aver baciato la mano a Gheddafi. In tutte queste folli operazioni Berlusconi ha trovato modo di lucrare a titolo personale. Per la partecipazione del contingente in Iraq, ricevette, provvidenzialmente, 6,5 miliardi di dollari da “investitori americani”, indispensabili per salvare dal fallimento le sue fallimentari aziende. Con la partecipazione in Afghanistan l’Italia è diventata la seconda nazione al mondo produttrice ed esportatrice di esplosivi e armi, con finmeccanica in testa (basterebbe analizzare gli azionisti, anche quelli mimetizzati per capire). Con la Libia il gioco è stato fatto allo scoperto, regalando miliardi di euro dei contribuenti per ricevere agevolazioni per Impregilo (costruzioni) ENI ed ENEL, uso dei canali televisivi, scambi azionari con investimenti bancari e assicurativi sollecitati al folle di Tripoli; i guadagni personali del presidente del consiglio si evidenziano da soli. Quindi abbandono del grande amico e bombardamento dei suoi covi. Se timore è giusto avere del terrorismo, ciò è dovuto alla dissennata politica estera di questo governo”. (Rosario Amico Roxas)

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Islam: paura della democrazia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 febbraio 2011

Dovrebbe emergere con estrema chiarezza che nei fatti in corso di ulteriore sviluppo in Tunisia e in Egitto (almeno per ora !) non emerge nessuna domanda di democrazia, almeno per come la intendiamo in Occidente. Il rapporto tra Occidente e medio e vicino oriente, cioè con i popoli arabo-islamici, è stato di sopraffazione da parte dell’Occidente, prima sotto forma di colonialismo militare, quindi sempre di colonialismo, ma economico; l’occidente ha avanzato tali impostazioni sostenendo trattarsi di legittima difesa, come le “guerre preventive” di Bush  con Blair e Berlusconi. L’Occidente ha acuito queste forme difensive, insistendo con la logica della supremazia, così anche quella parte del mondo arabo aperto alla possibilità di integrazione con l’Occidente ha trovato nello stesso occidente il maggior ostacolo, in quanto ha avallato le posizioni estremiste del nazionalismo e dell’integralismo, favorendo, addirittura, la loro fusione; in tal caso, quando il nazionalismo si fonde con l’integralismo scaturisce una miscela altamente esplosiva, poiché l’esigenza sociale di indipendenza dallo straniero finisce con il servirsi dell’intolleranza integralista della religione per armare le più crudeli rappresaglie. Il mondo arabo si ritrovò nella impossibilità di costruirsi una evoluzione ad indirizzo umanistico, in quanto avrebbe dovuto mediare la propria storia con il patrimonio culturale del colonizzatore, a rischio di perdere la propria unità ed entità; così l’esigenza di unità della cultura araba si ritrova, ancora oggi, a dover rispettare le diversità fra le sue variegate differenze, che tentare una strada di integrazione, per non restare soffocata dalla sua storia e dalle sue tradizioni, che sono poi i loro hudud culturali, con i quali vengono esorcizzate le violenze coloniali dell’Occidente. Praticamente venne contestata la “libertà di pensiero” propugnata dai colonizzatori, in forza del proprio patrimonio razionalista, a vantaggio della “libertà di essere diversi”, come frutto del rifugiarsi nella propria storia. Quello che i governanti arabi non compresero fu che, escludendo la “libertà di pensiero”, cioè la razionalità in costante sviluppo, il popolo si sarebbe indebolito sempre più, fino a diventare quella massa disabile e impotente che le due guerre del Golfo hanno mostrato in diretta TV. E’ per questa ragione che le guerre contro i popoli arabi hanno sempre due fasi; la prima quando l’Occidente scatena la sua tecnologia bellica contro eserciti in fuga e popolazioni indifese; la seconda quando l’arroganza dei vincitori della prima fase della guerra stimola la fusione tra nazionalismo storico e integralismo religioso, allora esplode quella miscela che lo stesso Occidente ha innescato. Questa seconda fase è una guerra che la tecnologia occidentale non potrà mai vincere, perché condotta ai limiti ultimi della esasperazione, al punto di trasformare gli uomini in bombe umane. ! Sempre più, così, l’ideale democratico diventa diramazione dell’Occidente, di quell’Occidente che da solo si è dichiarato “il nemico”. Il mondo arabo non ha avuto alcuna possibilità di istruirsi su punti essenziali, come la sovranità dell’individuo svincolato dalla massa e la libertà di opinione, che costituiscono la base culturale dello sviluppo umanistico; né l’Occidente ha mai cercato di fornire elementi di istruzione, mandando sempre avanti le proprie pretese colonialiste o neo-colonialiste. Non per nulla i popoli arabi, e nella stessa dimensione anche i popoli del terzo mondo, hanno trovato sempre governi militari o sostenuti dai militari. Gli intellettuali, che avrebbero potuto modificare l’itinerario verso una diversa composizione sociale, sono sempre stati trascurati dall’Occidente e trattati come agenti del nemico all’interno, in quanto portatori di nuove ideologie, come l’esigenza di tenere separate le sfere sociali del nazionalismo con le quelle religiose dell’integralismo. Così non avvenuta la rottura con quel passato medioevale che usava il sacro per legittimare e mascherare anche governi arbitrari o dittatoriali come nel caso di Saddam in Iraq. L’Occidente aveva tutto l’interesse ad ostacolare lo sviluppo in senso culturale, perché così sarebbe rimasta quella massa indebolita e impotente, tenuta sotto controllo da una sola persona, più facilmente manovrabile e ricattabile, altrimenti facilmente removibile con la forza, in quanto non avrebbe mai avuto il sostegno del suo popolo. La guerra civile che si è scatenata in Iraq non è una guerra di religione tra sciiti e sunniti; non è una guerra tra sostenitori di Saddam e suoi avversari; è una guerra tra una minoranza che accetta la presenza americana perché inglobata nel sistema emergente di pubblici latrocini e la maggioranza che vuole l’indipendenza e il rispetto della propria sovranità nazionale. Quello che l’Occidente non ha saputo prendere in considerazione è stata la conseguenza che ha generato e provocato, e, cioè, proprio quella fusione tra nazionalismo e integralismo che non è promosso dalle masse popolari, ma può riuscire a coinvolgerle in quella che è diventata una shari’a, una guerra santa contro l’invasore e chi lo sostiene. La democrazia è diventata così una diramazione del nemico e non esiste neanche un termine arabo che la identifichi, così come altri prodotti occidentali non hanno un corrispettivo arabo. Democrazia in arabo si chiama dimuqratiyya, così come automobile si chiama tumubil (esiste la parola araba siyara, ma nella mia permanenza più che decennale nel mondo arabo non ho mai sentito un meccanico dire siyara); lo stesso dicasi per tilifun, tilivisiun. Ma ciò non va visto come accettazione di quel nome a preferenza del corrispettivo arabo che pure i glottologi si sono sforzati di creare, ma come accettazione di quell’oggetto che è entrato nell’uso comune, cosa che non è accaduto per la democrazia, respinta, secondo la loro ottica, perché metodo politico occidentale, foriero solo di guerre, di aggressioni e di colonialismo. (Rosario Amico Roxas)

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Chi ha paura dell’acqua santa?

Posted by fidest press agency su domenica, 19 dicembre 2010

Nella scuola di Cardano al Campo (VA) una delibera del Consiglio di Istituto ha vietato una tradizione che da tempo si teneva, con l’apprezzamento e nel rispetto di molti fra gli studenti e il personale scolastico: una benedizione natalizia.   Secondo la normativa vigente, la decisione potrebbe essere legittima: gli atti di culto specifici possono comunque essere praticati come attività extrascolastica, tuttavia molte perplessità, secondo l’Associazione Italiana Genitori AGe onlus, accompagnano la scelta di Cardano al Campo, soprattutto per il seguito di contrapposizioni ideologiche che ingenera.   Ci si chiede perché un segno gradito e significativo debba essere escluso dalla vita degli alunni in una scuola democratica dove, appunto, ci deve essere posto per l’espressione di tutti.  “Non si tratta, dunque, di porre la questione solo in termini di maggioranza e minoranza – ha dichiarato il presidente dell’Associazione Italiana Genitori Davide Guarneri – anche se qui la maggioranza è cristiana e altrove potrebbe non esserlo: censurare  la dimensione spirituale e i valori religiosi non è mai dimostrazione di laicità, ma è, piuttosto, intolleranza, paura delle identità, scuola chiusa alla vita reale, al territorio, alle tradizioni.”  Non facciamo finta che non sia Natale! Vanno bene renne, babbi natale e alberi luccicanti per coprire e dimenticare qual è il senso vero, l’origine e il contenuto della celebrazione?  Nella scuola, oggi, c’è spazio praticamente per tutti: esperti, specialisti, attività varie, qualcuna anche velatamente commerciale. Si festeggiano Halloween (tradizione irlandese precristiana, oggi commercialmente interessante), il capodanno cinese, e altro ancora, ma un prete, la preghiera e l’acqua santa potrebbero offendere la sensibilità, la dignità e le convinzioni di qualcuno, che tra l’altro non è obbligato a partecipare?  La scuola negli ultimi anni è attraversata da problemi molto più seri, legati alla carenza di risorse, alla qualità complessiva, alle molte esigenze alle quali fa fatica a rispondere. Non è certo una benedizione la fine della scuola, soprattutto se questa impegna anche i cristiani a “dire bene” della scuola, ad impegnarsi di più per la cultura e l’educazione.  Il dialogo con il territorio, l’ascolto reale dei genitori, la realizzazione di una comunità di ricerca aperta, in cui ci sia spazio per il confronto, non per la rimozione di idee e valori: questo, conclude l’AGe, è ciò di cui la scuola ha bisogno.

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Cuore: la chirurgia fa meno paura

Posted by fidest press agency su martedì, 14 dicembre 2010

Chi non tremerebbe all’idea di dover subire un intervento al cuore? Da sempre, fra tutte le branche della chirurgia, la cardiotoracica è caratterizzata da procedure complesse e cruente, soggette a complicanze imprevedibili. Oggi un nuovo approccio sta rivoluzionando il lavoro dei chirurghi e la vita di tanti pazienti operati al cuore: le metodologie mini invasive, approdate in Italia ormai vent’anni fa, si stanno affermando anche nel delicato campo della cardiochirurgia. «Con le nuove tecniche si evitano l’arresto cardiaco e l’utilizzo della circolazione extracorporea, e si riduce la dimensione dell’incisione chirurgica -spiega Massimo Lemma, direttore dell’Unità di Cardiochirurgia mini invasiva dell’Ospedale Sacco di Milano-. Ciò significa meno dolore per il paziente, meno traumi, meno complicanze postoperatorie e un recupero più rapido. Tutte necessità quando, come avviene sempre più spesso, ci si trova a operare pazienti anziani, e quindi più deboli e con molteplici patologie associate».  Sia che si tratti dell’applicazione di un bypass coronarico, sia che si abbandoni la sternotomia a favore della ricerca di mini accessi alla gabbia toracica, queste sono procedure non completamente standardizzate e tecnicamente difficili. I chirurghi che le eseguono devono avere alle spalle un lungo training teorico e pratico e una grande dimestichezza con gli strumenti endoscopici. Metodi da anni insegnati all’Ospedale Sacco di Milano a un numero sempre maggiore di chirurghi, ma che non sono ancora del tutto noti ai medici meno specializzati e ai pazienti. «Spesso gli operatori sanitari non sono sufficientemente informati sui vantaggi della cardiochirurgia mini invasiva -continua Massimo Lemma-. Per questo non sanno indirizzare le persone alle strutture che la praticano. È necessario studiare percorsi di formazione non solo per i cardiochirurghi, ma anche per quegli specialisti che dialogano con i pazienti prima che questi arrivino sul tavolo operatorio, e che li seguiranno durante il periodo di convalescenza». Per promuovere la diffusione dei metodi di cardiochirurgia mini invasiva, Massimo Lemma segue un programma di divulgazione scientifica in collaborazione con Cerifos – Centro di ricerca e formazione scientifica di Milano. In partenza a fine gennaio 2011, i primi corsi saranno aperti a cardiologi e medici di base. Illustreranno tempi di degenza e ripresa postoperatoria, metodi di riabilitazione, gestione del dolore e degli aspetti psicologici dopo l’intervento.
Cerifos – Centro di ricerca e formazione scientifica con sede a Milano diretto da Samorindo Peci, laureato in Medicina all’Università Cattolica di Roma e dottore in Scienze metaboliche, endocrinologia ed endocrinochirurgia sperimentale. Il portale http://www.cerifos.it offre a medici e pazienti informazioni sullo stato della ricerca italiana e internazionale in questo campo. Cerifos è un ente accreditato per la formazione degli operatori di sanità da Agenas – Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali.

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