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Il pensiero forte

Posted by fidest press agency su martedì, 1 settembre 2009

(Edizioni fidest: racconti brevi di Riccardo Alfonso) E’ proprio una strana coincidenza che il principio del ’600 avesse veduto le due più grandi scoperte che determinarono tutta la scienza moderna: il moto della terra e il moto del sangue nel corpo degli esseri viventi.  Ippocrate, Galeno e Aristotele avevano lasciato la medicina ad una condizione quasi statica. In realtà lo spirito d’Ippocrate, padre della medicina, può meravigliarsi che a distanza di 2000 anni si sia fatto così piccolo progresso nell’arte di curare i mali qual egli la conosceva. E nel ‘600 ogni divergenza dall’insegnamento d’Ippocrate e di Galeno era considerata eresia, soprattutto dalla Chiesa di Roma. Ma il desiderio della conoscenza e il pensiero umano alla fine prevalsero su ogni timore e condizionamento religioso.  In tanto gorgogliare di nuove pòlle del sapere la medicina sembrava trovare difficoltà ad emergere con nuovi e più avanzati studi. Era rimasta dov’era stata per tanti secoli, una mescolanza d’empirismo e di super-stizione, di ciarlataneria, di chirurgia orripilante, o di cure fondate, fortunatamente, sulla fiducia nelle virtù mediche d’alcune erbe, quegli specifici omeopatici il cui naturale effetto e valore l’attuale chimica farmaceutica va risco-prendo, anche se ci offre, con altre formule, i suoi nuovi farmaci sotto oscure nomenclature. Nel diciassettesimo secolo le pestilenze, che oggi noi chiamiamo più blan-damente epidemie, erano endemiche e devastavano le città ed i paesi con una frequenza paurosa; la mortalità infantile era fantasticamente alta; il vaiolo era il flagello costante dei popoli; le malattie veneree, virulenti ed incurabili, decimavano e taravano tutte le classi sociali. L’anatomia era ancora superficiale; la medicina ignorava la batteriologia e gli antisettici: la vita, insomma, era breve e passibile di essere troncata da ogni sorta di malattie. Questo quadro sconfortante d’insuccessi fu lacerato da un giovane studente inglese William Harwey nel momento in cui si decise di frequentare la famosa scuola d’anatomia di Padova.  L’uomo destinato a rivoluzionare la medicina era nato a Folkstone il 1° aprile 1578 e proveniva da una famiglia borghese inglese dell’era elisabettiana. Alla scuola di Padova l’Harwey conobbe il Fabricius che insegnava l’anatomia, il Minadous che insegnava la farmacia e il Casserius che insegnava la chirurgia. Fu sempre a Padova dove egli discusse seriamente sulla teoria della circolazione del sangue: mancavano ancora le ricerche sperimentali.  Nel 1603 Cambridge gli concesse il dottorato in medicina. Nel 1628 William Harwey pubblicò il “De motu cordis.”  Era un piccolo volumetto di sole 72 paginette e stampato a Francoforte.  Ma questo libro, pur minuto, conteneva grandi cose. Con l’enunciazione della circolazione del sangue, l’autore aprì all’umanità il rapido progresso della medicina. I fatti enunciati da Harwey furono riscontrati, con pazienti ricerche sperimentali durati molti anni, sui corpi d’uomini ed animali.  Sempre restando nel XVII secolo, un esempio illuminante l’abbiamo avuto con la nuova teoria della meccanica dei corpi celesti elaborata da Copernico e che completava gli studi che nello stesso senso furono affron-tati da Keplero e Galilei.  Newton, poco dopo, enunciava la teoria della gravitazione e Napier apriva nuovi orizzonti alla matematica con l’invenzione dei logaritmi. Il poeta Milton, rievocando la teoria di Copernico nel suo “Para-diso perduto”, faceva dire all’arcangelo Raffaele:
Il cielo
E’ come il libro di Dio aperto dinanzi a te
in cui leggere le sue opere meravigliose, e imparare
Le sue stagioni, ore o giorni, o mesi o anni,
Sapere se si muove il cielo o la terra
non importa……..
Purtroppo il sistema copernicano, condiviso per altro sia da Giordano Bruno sia da Galilei, si scontrò violentemente con i radicati e tradizionali convincimenti religiosi e che erano, per altro, fortemente influenzati dall’astrologia.  Diversa sorte toccò, per sua fortuna, al coevo Tyco Brahe, nato e vissuto in Danimarca, dove il suo re gli fornì un osservatorio su un’isola e provvide, altresì, a dotarlo dei migliori strumenti di ricerca allora conosciuti. Lì da solo e poi a Praga con Keplero, raccolse preziose osservazioni astronomiche. Anch’egli fu meritatamente ricordato, un secolo dopo, dal poeta mistico Henry Vaughan nella sua composizione “Il mondo”:
Io vidi l’eternità l’altra notte,
Come un grande anello di luce pura ed infinita,
Tutto calmo e luminoso;
E tutt’intorno sotto di essa il Tempo, in ore, giorni, anni,
sospinto dalle sfere,
Si muoveva come una vasta ombra; dove il mondo
e tutto il suo seguito erano trascinati.
In siffatti frangenti la disputa teologica diventava tragico-comica: dove poteva collocarsi il purgatorio ed il paradiso dantesco in un Universo che, nella concezione del Bruno, era illimitato nello spazio e nel tempo? A questo punto, si chiedeva il mio interlocutore, com’era possibile ancorare i dogmi religiosi ad una chiusura in toto verso il nuovo che mostrava le sue indiscutibili tracce e ci consentiva di avvicinarci al cuore delle cose con un nuovo inno alla creatività e al suo stesso creatore? Non era stato lo stesso Cristo un rivoluzionario? Non aveva egli rotto gli antichi segni per presentarcene dei nuovi? A nulla era valsa l’esperienza di un messaggio al cui sostegno tanti fedeli avevano incontrato atroci torture ed altrettanta terribile morte? Che differenza faceva l’uno e l’altro caso?  Eppure i secoli successivi smussarono di poco le trite chiusure religiose dinanzi alla prorompente crescita del pensiero scientifico, letterario e filosofico. Vi fu in questi atteggiamenti un qualcosa di tremendamente assurdo e d’inqualificabile irrazionalità. (quinta parte)

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