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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 106

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Le aberrazioni del pensiero umano e le logiche capitaliste

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 agosto 2019

Non possiamo, di certo, fare della dietrologia senza ignorare una realtà che allora si mostrava con un volto diverso da quello da noi considerato con il senno di poi. Quante volte, infatti, a scuola, nei conversari tra amici, nei dibattiti politici di questi ultimi anni abbiamo parlato del fascismo e del nazismo e abbiamo cercato di capire da dove questi movimenti hanno tratto la linfa per crescere e maturare intorno e dentro di noi fino a portarci verso la soglia di una grande guerra. Abbiamo pensato al “grande vecchio”. Abbiamo pensato a taluni capitani d’industria timorosi della valanga comunista e pronti a foraggiare chi sapesse contenerla con efficacia. Abbiamo pensato a una borghesia umiliata e che voleva uscire dalle sue frustrazioni legittimando con più forza la sua presenza e le sue idee conservatrici. Abbiamo pensato ad Alberto Pirelli (classe 1882 e morto nel 1971) fu uno dei massimi esponenti dell’imprenditoria italiana. Negli anni tra le due guerre mondiali gli furono affidati, da Mussolini, importanti missioni e i cui resoconti si possono leggere dal libro i “Taccuini” (edizioni Il Mulino) dove l’industriale si rifà agli avvenimenti mondiali, e italiani in particolare, dal 1922 al 1943. Alcuni passi si riferiscono ai contatti avuti da Pirelli nel novembre del 1942 con gli esponenti di spicco dell’industria europea e, nello specifico, con i francesi, i tedeschi, gli svizzeri e i belgi.
Le sue critiche nei confronti della Germania si appuntarono soprattutto sulla mancanza di psicologia politica verso i paesi occupati e verso gli alleati. Essa suscitava sentimenti d’odio e di ribellione in tutte le popolazioni dei paesi occupati.
Scrive, infatti, Pirelli: “Gli ungheresi sono malcontenti per l’eccessiva valorizzazione dell’esercito rumeno, il clero nella sua generalità è ostile e cresce la riprovazione da parte dei neutri e nei paesi occupati per gli eccessi contro gli ebrei. Lo stesso popolo russo, che aveva accolto i te-deschi come dei liberatori, oggi, per le angherie subite, si rivolta rabbiosamente contro. Una situazione di disagio che in Italia così si spiegava: abbiamo mandato in Germania numerosi operai, un corpo di spedizione italiano è presente sul fronte russo, larghe forze germaniche si sono stabilite in Italia e tuttavia la situazione debitoria, per molti miliardi, che la Germania ha saputo crearsi nei confronti degli italiani è oltremodo eccessiva e ingenerosa”.
Si registra, poi, la mancanza assoluta di combustibili solidi e liquidi che la Germania ci concede con il contagocce. Basti pensare che su un’estrazione annua in Germania di 230 milioni di tonnellate di carbone, 40 milioni sono impiegati per il solo riscaldamento in Germania e ci si limita a 12 milioni la fornitura per l’Italia, da utilizzare sia per gli usi industriali sia domestici.
E’ il solito discorso che è immaginabile da parte di chi nel periodo delle vacche grasse si culla nel benessere e nei successi e non sa immaginare un modo di vivere diverso. Allorché si presenta l’altra faccia della medaglia arrivano puntuali i ripensamenti, le critiche, le ragioni del contrasto e la consapevolezza degli errori commessi.
Alla fine l’ora precipita. Il declino del fascismo e del nazismo è stato determinato, anche se non soprattutto, dall’assenza di talenti e dalla mancata formazione di una élite politica ed industriale adeguata alle circostanze. Va poi ad aggiungersi che una volta conquistato il potere emerge il disprezzo per la nomenklatura. Esso è frequente nelle dittature e non solo in quelle: “Nasce – per Federico Rampini – anche quando un popolo si riconosce troppo nei difetti dei propri dirigenti”. E per Alexis de Tocqueville “La storia è una galleria di ritratti dove ci sono pochi originali, e molte copie.” E le copie devono essere brutte, anzi bruttissime, per fare risaltare di più la bellezza e il carisma del dittatore. Il fascismo, la guerra civile, la presa di potere e la corsa per accaparrarsi un posto in prima fila in Europa e nel mondo sono i passaggi obbligati per un dittatore. (Riccardo Alfonso)

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Le aberrazioni del pensiero umano e le logiche capitaliste

Posted by fidest press agency su martedì, 21 agosto 2018

Non possiamo, di certo, fare della dietrologia senza ignorare una realtà che allora si mostrava con un volto diverso da quello da noi considerato con il senno di poi. Quante volte, infatti, a scuola, nei conversari tra amici, nei dibattiti politici di questi ultimi anni abbiamo parlato del fascismo e del nazismo e abbiamo cercato di capire da dove questi movimenti hanno tratto la linfa per crescere e maturare intorno e dentro di noi fino a portarci verso la soglia di una grande guerra. Abbiamo pensato al “grande vecchio”. Abbiamo pensato a taluni capitani d’industria timorosi della valanga comunista e pronti a foraggiare chi sapesse contenerla con efficacia. Abbiamo pensato a una borghesia umiliata e che voleva uscire dalle sue frustrazioni legittimando con più forza la sua presenza e le sue idee conservatrici. Abbiamo pensato ad Alberto Pirelli (classe 1882 e morto nel 1971) fu uno dei massimi esponenti dell’imprenditoria italiana. Negli anni tra le due guerre mondiali gli furono affidati, da Mussolini, importanti missioni e i cui resoconti si possono leggere dal libro i “Taccuini” (edizioni Il Mulino) dove l’industriale si rifà agli avvenimenti mondiali, e italiani in particolare, dal 1922 al 1943. Alcuni passi si riferiscono ai contatti avuti da Pirelli nel novembre del 1942 con gli esponenti di spicco dell’industria europea e, nello specifico, con i francesi, i tedeschi, gli svizzeri e i belgi.
Le sue critiche nei confronti della Germania si appuntarono soprattutto sulla mancanza di psicologia politica verso i paesi occupati e verso gli alleati. Essa suscitava sentimenti d’odio e di ribellione in tutte le popolazioni dei paesi occupati.
Scrive, infatti, Pirelli: “Gli ungheresi sono malcontenti per l’eccessiva valorizzazione dell’esercito rumeno, il clero nella sua generalità è ostile e cresce la riprovazione da parte dei neutri e nei paesi occupati per gli eccessi contro gli ebrei. Lo stesso popolo russo, che aveva accolto i te-deschi come dei liberatori, oggi, per le angherie subite, si rivolta rabbiosamente contro. Una situazione di disagio che in Italia così si spiegava: abbiamo mandato in Germania numerosi operai, un corpo di spedizione italiano è presente sul fronte russo, larghe forze germaniche si sono stabilite in Italia e tuttavia la situazione debitoria, per molti miliardi, che la Germania ha saputo crearsi nei confronti degli italiani è oltremodo eccessiva e ingenerosa”.
Si registra, poi, la mancanza assoluta di combustibili solidi e liquidi che la Germania ci concede con il contagocce. Basti pensare che su un’estrazione annua in Germania di 230 milioni di tonnellate di carbone, 40 milioni sono impiegati per il solo riscaldamento in Germania e ci si limita a 12 milioni la fornitura per l’Italia, da utilizzare sia per gli usi industriali sia domestici.
E’ il solito discorso che è immaginabile da parte di chi nel periodo delle vacche grasse si culla nel benessere e nei successi e non sa immaginare un modo di vivere diverso. Allorché si presenta l’altra faccia della medaglia arrivano puntuali i ripensamenti, le critiche, le ragioni del contrasto e la consapevolezza degli errori commessi.
Alla fine l’ora precipita. Il declino del fascismo e del nazismo è stato determinato, anche se non soprattutto, dall’assenza di talenti e dalla mancata formazione di una élite politica ed industriale adeguata alle circostanze. Va poi ad aggiungersi che una volta conquistato il potere emerge il disprezzo per la nomenklatura. Esso è frequente nelle dittature e non solo in quelle: “Nasce – per Federico Rampini – anche quando un popolo si riconosce troppo nei difetti dei propri dirigenti”. E per Alexis de Tocqueville “La storia è una galleria di ritratti dove ci sono pochi originali, e molte copie.” E le copie devono essere brutte, anzi bruttissime, per fare risaltare di più la bellezza e il carisma del dittatore. Il fascismo, la guerra civile, la presa di potere e la corsa per accaparrarsi un posto in prima fila in Europa e nel mondo sono i passaggi obbligati per un dittatore. (Riccardo Alfonso)

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Il medioevo e oltre: Le ideologie alla conquista del pensiero umano

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 agosto 2018

Se esco dalla lunga parentesi medievale, posso affermare che gli scontri si sono concentrati soprattutto tra le diverse forme di civiltà nel momento in cui prendevano contatto tra loro e decidevano, ora per convenienza ora per altri motivi, di convivere o di guerreggiare per imporre un loro primato. In tutti questi casi si accompagnavano allo stridore delle armi le guide “spirituali”, il grande pensiero dei vati.
In questa congerie di passioni e di stimoli culturali posso dire che il XVIII secolo è stato quello “dei lumi”. Aprì, si fa per dire le danze “Il saggio sull’intelletto umano” del 1690 di John Locke. Esso rimarrà il libro da capezzale dei filosofi d’ogni paese fino a Kant. Locke deve le sue fortune agli scritti di Cartesio. Qualche anno dopo fa da paio a Locke lo scozzese David Hume, a sua volta grande amico di Montesquieu. Se vogliamo stare a livello di nazioni possiamo dire che la Francia, la Gran Bretagna e la Russia, dal punto di vista culturale, presero il posto dell’Italia rinascimentale. Nel suo “Trattato sul governo civile” è sempre il Locke ad alimentare il gusto per la libertà, che tende a svegliarsi un po’ ovunque in Europa. Da qui deriva anche una condanna riguardo il “diritto di conquista”. Ne consegue il singolare ragionamento dei britannici che affermavano di essersi appropriati i territori d’oltremare, non per ridurre sotto le loro regole le popolazioni primitive, ma solo per renderle partecipi dei vantaggi della civiltà. E’ un postulato valido se fosse stato conseguente. Essi, invece, si stupirono, ben presto, che questa “civiltà” da loro proclamata ed invocata in patria fosse poi reclamata a gran voce dai colonizzati. Ciò che mi preme rilevare, in quel periodo, è che si stabilì una fioritura fuori dal comune. Fu il tempo dei filosofi, dei politici e degli economisti. La scienza si fece speculativa e la letteratura risentì gli effetti nelle sue opere. La religione restò, semmai, un passo indietro offrendo il fianco a una critica laica serrata e, a volte, impietosa, sul piano sociale e dei diritti dell’uomo.
Per i prelati e i curati era ancora troppo forte il richiamo dei benefici terreni rispetto a quelli celesti. Questa crescita collettiva del pensiero umano ebbe una traumatica battuta d’arresto con la rivoluzione francese. Essa, con l’esaltazione del patriottismo, rimescolò le carte in Europa e aprì la strada agli egoismi nazionali.
Per lo storico Pierre Renouvin “Dal punto di vista internazionale, quel gran movimento di liberazione umana e di rinnovamento si trascinò, è penoso costatarlo, sulle peggiori orme del passato, soprattutto dal momento in cui il dinamismo che ne scaturì nella nazione francese, dopo la rivoluzione, contribuì a rendere possibile la grande avventura napoleonica”. (Riccardo Alfonso)

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