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Posts Tagged ‘perdenti’

Non abbiamo ancora imparato a votare i perdenti

Posted by fidest press agency su venerdì, 21 agosto 2020

Credo che gli italiani abbiano nel loro Dna la voglia di sentirsi dei “vincenti” e di considerare gli altri dei “perdenti” o quasi. Quando a scuola t’imbatti con un coetaneo debole di carattere e servile con i compagni ti diletti a stuzzicarlo e ad umiliarlo perché hai trovato qualcuno che ti fa sentire un vincente. Quando da grande rubi il lavoro o una promozione al collega meno pronto e reattivo, quando fai la cresta sulla spesa della casa o ti fai prestare dagli amici dei soldi senza restituirli, quando ti iscrivi a un partito e riesci a farti votare promettendo agli elettori di tutto, tanto chi se ne frega una volta eletto, quando smerci la droga a quei cretini che la usano, non ti senti un vincente?
Se accendo la televisione o mi sintonizzo su un canale radio o navigo sul web sento che un signore avendo solo pochi soldi a disposizione è riuscito in pochi anni a farsi una fortuna non pensi che è lui, e non tu, un vincente? Se segui le vicende di un politico sempre chiacchierato per le sue amicizie equivoche che a dispetto di tutto e di tutti continua ad essere eletto chi è il vincente se non lui? Avete mai provato a far emergere dalla massa un povero cristo un perdente patologico per farlo diventare un grand’uomo? Mai. Ma se per uno strano disegno della natura ci fosse un giorno un perdente che diventasse un grand’uomo e per giunta votato dai vincenti cosa potremmo dire di lui? Che anche in questo caso è e resta un perdente perché sarà sempre e comunque lo zerbino davanti la porta della casa del vincente. Dura lex sed lex. (Centro studi politici e sociali della Fidest diretto da Riccardo Alfonso)

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Roberto Parodi: Tropico dei perdenti

Posted by fidest press agency su martedì, 12 marzo 2019

Torino Martedì 13 marzo, ore 18.30 Circolo dei lettori, via Bogino, 9 il giornalista Roberto Parodi porta il suo nuovo libro al Circolo. Parliamo di Tropico dei perdenti (TEA) insieme all’autore e Luca Beatrice. Scheggia è ancora sulla strada – sulle piste del deserto africano –, questa volta con una missione: aiutare Ashanti, la giovane infermiera del Mali che gli ha salvato la vita e che vuole rintracciare la sorella, perduta lungo le rotte dei migranti, che rischiano tutto per attraversare il Sahara e raggiungere le coste del Mediterraneo, e da lì, forse, approdare in Europa. Una vera odissea attende la coppia, un’avventura gonfia di pericoli e meraviglie, di moto distrutte e ricostruite, di incontri di ogni tipo, di paure e speranze, di violenza e solidarietà, di vento, sabbia e sole. Un viaggio che offrirà a Scheggia l’ultima occasione per dare un senso all’inquietudine, alla perenne sensazione di fallimento e per trovare un significato più grande al suo eterno vagabondare. Roberto Parodi, nato nel 1963 in Alessandria, è scrittore, giornalista e conduttore televisivo.

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Non abbiamo ancora imparato a votare i perdenti

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 dicembre 2017

voto elettronicoCredo che gli italiani hanno nel loro Dna la voglia di sentirsi dei “vincenti” e di considerare gli altri dei “perdenti” o quasi. Quando a scuola t’imbatti con un coetaneo debole di carattere e servile con i compagni ti diletti a stuzzicarlo e ad umiliarlo perché hai trovato qualcuno che ti fa sentire un vincente. Quando da grande rubi il lavoro o una promozione al collega meno pronto e reattivo, quando fai la cresta sulla spesa della casa o ti fai prestare dagli amici dei soldi senza restituirli, quando ti iscrivi a un partito e riesci a farti votare promettendo agli elettori di tutto, tanto chi se ne frega una volta eletto, quando smerci la droga a quei cretini che la usano, non ti senti un vincente?
Se accendo la televisione o mi sintonizzo su un canale radio o navigo sul web sento che un signore avendo solo pochi soldi a disposizione è riuscito in pochi anni a farsi una fortuna non pensi che è lui e non tu un vincente? Se segui le vicende di un politico sempre chiacchierato per le sue amicizie equivoche che a dispetto di tutto e di tutti continua ad essere eletto chi è il vincente se non lui? Avete mai provato a far emergere dalla massa un povero cristo, un perdente patologico, per farlo diventare un grand’uomo? Mai. Ma se per uno strano disegno della natura ci fosse un giorno un perdente che diventasse un grand’uomo e per giunta votato dai vincenti cosa potremmo dire di lui? Che anche in questo caso è e resta un perdente perché sarà sempre e comunque lo zerbino davanti la porta della casa del vincente. Dura lex sed lex. (Centro studi politici e sociali della Fidest)

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Chi ci rappresenta?

Posted by fidest press agency su giovedì, 13 agosto 2015

povertàIl problema che ci riguarda da vicino è costituito dal fatto che siamo privi di una “reale rappresentanza”. Reale e non fittizia, per intenderci. Fittizia poiché sono in tanti coloro che si arrogano il diritto di rappresentare qualcuno, ma alla fine ci accorgiamo che quello che sanno fare meglio degli altri è di rappresentare se stessi. Non è, se la cosa ci può consolare, un aspetto dei nostri tempi. In tutte le epoche abbiamo atteso una “guida suprema” che sapesse riscuotere la nostra indiscriminata adesione a prescindere dal nostra status sociale e il nostro conto in banca. In altri termini non possiamo avere la pretesa che chi ci governa sappia soddisfare le attese degli emarginati e degli agiati. E c’è da scommettere che il pollice verso vada in un solo senso: quello dei perdenti. Ovvero dei disoccupati, dei redditi medio-bassi, dei precari, dei pensionati. Milioni di persone votate ad elemosinare il necessario per garantire il superfluo agli altri. Chi potrebbe rappresentarli? Sono i paria dell’umanità: non hanno lo spirito dell’avventuriero, l’idea che il lavoro merita d’essere preso in considerazione se procura lauti guadagni, che il vero motore che tutto muove e tutto condiziona è il Dio denaro. Chi non possiede rendite apprezzabili è destinato all’anonimato, alla classe dei perdenti. Chi potrebbe rappresentarli? Nessuno, ovviamente. E nessuno li rappresenta. Ma ciò non toglie che tutti finiscono con il bagnarci il pane perché è facile illuderli, strumentalizzarli, servirsi del loro supporto consapevolmente e inconsapevolmente per un gioco che permetta al mandante di arricchirsi sempre di più. Potrà mai questo servo della gleba sperare un giorno di trovare chi possa rappresentarli? Forse vi è tra noi una potenziale guida, ma può farsi riconoscere? Come rendersi credibile, avere tanto potere da vincere la calunnia, la derisione, l’isolamento che si creerebbe intorno a lui? E poi siamo sicuri che questo popolo di anonimi servitori vuole riscattarsi? Non pensano, forse, che è meglio racimolare qualche briciola dalla mensa del padrone piuttosto che accompagnarsi al carro di un predicatore che parla di uguaglianza, di equa ridistribuzione delle risorse e così dicendo nega di fatto la possibilità che ci si possa arricchire e sperare di poter passare dall’altra parte per godere i piaceri che emana? Così si matura la tragedia umana tra chi non ha rappresentanza anche se l’ambisce e chi non sa che farsene per interesse personale in quanto si sente più furbo e smaliziato. Ed entrambi finiscono solo vivere per morire tra illusioni, sogni e speranze. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Chi li rappresenta?

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 giugno 2010

Editoriale fidest. Il problema che ci riguarda da vicino è costituito dal fatto che siamo privi di una “reale rappresentanza”. Reale e non fittizia, per intenderci. Fittizia poiché sono in tanti coloro che si arrogano il diritto di rappresentare qualcuno, ma alla fine ci accorgiamo che quello che sanno fare meglio degli altri è di rappresentare se stessi. Non è, se la cosa ci può consolare, un aspetto dei nostri tempi. In tutte le epoche abbiamo atteso una “guida suprema” che sapesse riscuotere la nostra indiscriminata adesione a prescindere dal nostra status sociale e il nostro conto in banca. In altri termini non possiamo avere la pretesa che chi ci governa sappia soddisfare le attese degli emarginati e degli agiati. E c’è da scommettere che il pollice verso vada in un solo senso: quello dei perdenti. Ovvero dei disoccupati, dei redditi medio-bassi, dei precari, dei pensionati. Milioni di persone votate ad elemosinare il necessario per garantire il superfluo agli altri. Chi potrebbe rappresentarli? Sono i paria dell’umanità: non hanno lo spirito dell’avventuriero, l’idea che il lavoro merita d’essere preso in considerazione se procura lauti guadagni, che il vero motore che tutto muove e tutto condiziona è il Dio denaro. Chi non possiede rendite apprezzabili è destinato all’anonimato, alla classe dei perdenti. Chi potrebbe rappresentarli? Nessuno, ovviamente. E nessuno li rappresenta. Ma ciò non toglie che tutti finiscono con il bagnarci il pane perché è facile illuderli, strumentalizzarli, servirsi del loro supporto consapevolmente e inconsapevolmente per un gioco che permetta al mandante di arricchirsi sempre di più. Potrà mai questo servo della gleba sperare un giorno di trovare chi possa rappresentarli? Forse vi è tra noi una potenziale guida, ma può farsi riconoscere? Come rendersi credibile, avere tanto potere da vincere la calunnia, la derisione, l’isolamento che si creerebbe intorno a lui? E poi siamo sicuri che questo popolo di anonimi servitori vuole riscattarsi? Non pensano, forse, che è meglio racimolare qualche briciola dalla mensa del padrone piuttosto che accompagnarsi al carro di un predicatore che parla di uguaglianza, di equa ridistribuzione delle risorse e così dicendo nega di fatto la possibilità che ci si possa arricchire e sperare di poter passare dall’altra parte per godere i piaceri che emana? Così si matura la tragedia umana tra chi non ha rappresentanza anche se l’ambisce e chi non sa che farsene per interesse personale in quanto si sente più furbo e smaliziato. Ed entrambi finiscono solo vivere per morire tra illusioni, sogni e speranze.

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