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Lavoro: 6 licenziati su 10 registrano aumento di peso e sintomi depressivi

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 maggio 2019

Il lavoro offre stabilità e sicurezza, permette di avere un ruolo nella società e di sentirsi appagati ed è tra gli obbiettivi principali di ogni essere umano. Ma cosa accade in caso di un licenziamento non previsto? Le conseguenze più frequenti riguardano la salute psicofisica, come evidenziato da numerosi studi internazionali. Secondo una ricerca condotta dal National Bureau of Economic Research e pubblicata sul New York Times, infatti, il 57% dei lavoratori che hanno perso il lavoro nella fascia 25-54 ha ammesso di essere stato colpito da sintomi depressivi, ansia e da un forte aumento di peso. Dalla ricerca è emerso inoltre che sedentarietà e perdita di motivazione sono stati il fil rouge che più ha accomunato coloro che hanno perso il posto dopo numerosi sacrifici. E ancora, secondo uno studio condotto dall’University of East Anglia in Inghilterra e pubblicato su Psychology Today, il 45% dei giovani lavoratori inglesi ha ammesso di aver avuto reazioni maggiormente negative da un licenziamento che da una rottura di una relazione amorosa. Ma come bisogna comportarsi per non lasciarsi sopraffare da quello che viene considerato un vero e proprio trauma psicologico? Gli esperti consigliano di accettare la realtà dei fatti esternando le proprie emozioni, trasformare il problema in un’opportunità di crescita reale e non sottovalutare il bagaglio delle competenze acquisite durante il percorso professionale. Consigli che potrebbero tornare utili ad esempio agli 890mila licenziati stimati in Italia nel 2017.“La perdita di un lavoro può essere improvvisa e arrivare come un fulmine a ciel sereno, o annunciata in largo anticipo, come accaduto a un professionista con cui ho lavorato e che ha ricevuto la notizia del licenziamento un anno prima – spiega Marina Osnaghi, prima Master Certified Coach in Italia, che ha affiancato grandi imprenditori e professionisti nel raggiungimento dei propri obbiettivi – Pur sapendolo, ha continuato a lavorare senza crearsi un’alternativa e soltanto un mese prima dal licenziamento effettivo ha cominciato a svegliarsi dal torpore e realizzare il tempo sprecato. Il trauma del licenziamento è talmente forte che potrebbe attivare meccanismi di negazione, impossibilità di accettare la realtà delle cose, unita alla perdita di speranza e al pensiero di essere stati vittima di un’ingiustizia o di una grande sfortuna”.Ma perdere il tanto agognato posto di lavoro non sempre è sinonimo di negatività, bensì può essere visto come una grande opportunità di crescita personale. Secondo una ricerca compiuta da Harvard Business Review su oltre 2000 manager americani, il 78% è riuscito a diventare CEO di importanti aziende nonostante fossero stati colpiti da un licenziamento durante la propria carriera professionale. “Vedere il licenziamento come un’opportunità di crescita professionale e di rivalsa personale è fondamentale per non rimanere in uno stato di intorpidimento – prosegue Marina Osnaghi – Nella curva del cambiamento, la realtà delle cose quasi mai coincide con i tempi necessari a un essere umano per elaborare perdita e cambiamento e trovare la forza di equipaggiarsi per gestire la situazione. Eppure la velocità dei tempi di reazione fa la differenza in termini di resilienza o non resilienza, per poter creare una nuova opportunità per il futuro. Il mio consiglio è quello di non fossilizzarsi sugli errori commessi, ma affrontarli come un’opportunità di vita e crescita personale”. In questo modo è possibile creare un networking di contatti e lasciare in modo che sia possibile dare vita ad una nuova linfa vitale in occasione di questi contatti. Proprio per questo motivo ritengo indispensabile non fossilizzarsi in uno stato di intorpidimento e lasciare le proprie emozioni esternate all’interno di un catalogo. (fonte: http://www.espressocommunication.it)

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Liraglutide favorisce la perdita di peso

Posted by fidest press agency su domenica, 7 ottobre 2018

Berlino. Le incretine sono ormoni secreti dall’intestino in risposta al pasto e sono responsabili della regolazione della secrezione insulinica glucosio-dipendente, mediando approssimativamente il 60% della produzione di insulina, inibendo la secrezione di glucagone e modulando la motilità intestinale. Gli agonisti del recettore del GLP-1 sono ormoni simili ad una di queste incretine e rappresentano una classe di farmaci ampiamente utilizzata per la terapia del diabete di tipo 2 soprattutto nei pazienti obesi, per la marcata capacità di ridurre anche il peso corporeo. Recenti studi su modelli animali (topo) hanno dimostrato che liraglutide (un agonista recettoriale del GLP-1) è in grado di modulare la composizione del microbiota intestinale e che questo potrebbe essere uno dei fattori favorenti la perdita di peso indotta da questo farmaco. L’obiettivo del nostro studio è stato quello di valutare l’effetto della terapia con Liraglutide sul microbiota intestinale nell’uomo, e nello specifico in soggetti obesi affetti da diabete mellito di tipo 2, mediante l’utilizzo di due test intestinali.
Tramite il breath test al lattulosio è stato possibile valutare la velocità di transito oro-cecale (OTT) e la produzione dei gas nell’aria espirata (nello specifico idrogeno e metano) che correlano con il microbiota intestinale, mentre con il test al 13C-ottanoato è stato valutato il tempo di svuotamento gastrico. Entrambe le tipologie di test sono state svolte in collaborazione con il Centro per le Malattie dell’Apparato digerente, CEMAD, del Policlinico Fondazione A. Gemelli. Sono stati arruolati 8 soggetti con diabete di tipo 2 candidati alla terapia con liraglutide, sottoposti, prima e dopo 6 settimane di terapia, a valutazione antropometrica e metabolica, e ai due test intestinali. Inoltre sono stati raccolti campioni di feci per l’analisi del DNA batterico del microbiota intestinale, sia prima che dopo terapia.
Come atteso, tutti i soggetti arruolati hanno presentato una significativa perdita di peso, della glicemia a digiuno e dell’emoglobina glicosilata. La produzione di metano e di idrogeno è risultata significativamente ridotta in seguito al trattamento con Liraglutide. Inoltre si è verificata una riduzione del tempo di svuotamento gastrico e dell’OTT, con evidente dimostrazione di importanti modifiche della composizione del microbiota.
“Il trattamento con liraglutide – commenta la dottoressa Simona Moffa, Centro Malattie Endocrine e Metaboliche Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS – rappresenta un’importante arma per la cura dell’obesità e del diabete mellito tipo 2. Questo farmaco determina, oltre al rallentamento dello svuotamento gastrico e del transito intestinale, una ridotta produzione dei gas intestinali, espressione indiretta della modulazione del microbiota intestinale. I risultati dell’analisi genetica del microbiota dei soggetti arruolati permetterà di evidenziare le alterazioni farmaco-indotte in termini di composizione del microbiota e di personalizzare la scelta terapeutica in pazienti obesi e/o diabetici attraverso la definizione del profilo di microbiota più responsivo a questo approccio terapeutico e l’induzione, attraverso terapia con probiotici, delle modifiche del microbiota che rendano i pazienti metabolicamente più responsivi al trattamento”.
“E’ questo il primo studio nell’uomo ad aver dimostrato come l’uso di questa classe di farmaci per il diabete (GLP-1 RA) modifica il microbiota intestinale – afferma il professor Andrea Giaccari, responsabile del Centro pe le Malattie Endocrine e Metaboliche della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS Roma – E’ noto che la composizione del microbiota influenza profondamente il nostro metabolismo; ed è possibile ipotizzare che parte dell’efficacia del farmaco sia dovuta a questi cambiamenti. Molte strade si aprono; da una parte tentare di trattare il diabete modificando il microbiota (con diete mirate e/o probiotici); dall’altra rendere questi farmaci più efficaci inducendo la presenza del microbiota più favorevole.”

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I desideri degli italiani per il nuovo anno

Posted by fidest press agency su giovedì, 4 gennaio 2018

sicurezza alimentareCon l’arrivo del nuovo anno tutti si augurano – con fare ottimistico – una nuova vita, ma esattamente come vorrebbero che fosse? ProntoPro l’ha chiesto a un panel di 5.000 utenti del sito ed è emerso che più di uno su dieci vuole trovare l’amore, mentre solo l’8% vuole smettere di fumare. Popolo di aspiranti innamorati, che non è preoccupato dalla disoccupazione o dal carico fiscale, ma che mette al primo posto dei propri migliori auspici la forma fisica: la perdita di peso è infatti il buon proposito che accomuna il 40% degli utenti. E se ci si sta chiedendo come vorrebbero raggiungere tale obiettivo si consideri che il 30,91% ha dichiarato di voler mangiare in maniera più consapevole e sana, il 29,09% vorrebbe curare di più la propria immagine e il 25,45% ha deciso di iscriversi in palestra. Interessante scoprire che l’attenzione per la forma fisica è anche intergenerazionale: i giovani tra i 18 e i 25 anni sono i più motivati ad iscriversi in palestra, chi ha tra i 36 e i 45 anni vuole essere più attento all’alimentazione, mentre gli utenti che hanno tra i 46 e i 60 anni vogliono curare di più non solo il proprio corpo (11%), ma anche lo spirito (8%). A proposito di obiettivi diversi a seconda delle diverse fasi della vita, dall’indagine è emerso anche che chi ha tra i 26 e i 35 anni si propone innanzitutto di risparmiare di più (15%) e in secondo luogo, a pari merito, di smettere di procrastinare e di passare più tempo in famiglia (9%). Solo gli over 60 esprimono il desiderio di leggere almeno un libro al mese (11%), secondo solo al desiderio di perdere peso (17%). Numerosi sono anche coloro che sembrerebbero afflitti dalla sindrome di Wanderlust: il 31,82% dei rispondenti all’indagine ha dichiarato di voler viaggiare di più nel 2018 rispondendo ad un nirresistibile desiderio di scoperta. A tal proposito, non è un caso che se il desiderio di viaggiare è secondo solo a quello di perdere peso, è allo stesso tempo primo tra i rimpianti del 2017: il 34,29% degli utenti ha dichiarato che il suo più grande rimpianto è quello di aver viaggiato poco. Tra i più grandi rimorsi dell’anno appena concluso, emergono inoltre: il raggiungimento di meno propositi del previsto (29,52%), l’aver dedicato poco tempo a sè stessi (28,57%) e l’aver speso troppo (23,81%).(fonte: Ufficio Stampa ProntoPro.it Giusy Palmiero)

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Roma capitale: Quanto pesano i diritti?

Posted by fidest press agency su domenica, 5 febbraio 2017

campidoglioRoma martedì 7 febbraio alle ore 15.30 nella sala della Protomoteca in Campidoglio l’assemblea è promossa oltre che dall’USB, anche dalla Carovana delle Periferie, da Diritto alla Città e da Salviamo il Paesaggio. Promotori dell’assemblea Carovana delle Periferie, Decide Roma, Unione Sindacale di Base, Forum Salviamo il Paesaggio.
E’ stato da poco approvato il bilancio della città di Roma con grande soddisfazione della giunta. Noi invece siamo preoccupati perché riteniamo che i diritti, soprattutto quelli sociali, abbiano pesato troppo poco nei conti del più grande Comune d’Italia. Le raccomandazioni dei revisori dell’OREF e la spinta a stare dentro i vincoli l’hanno fatta da padrone ancora una volta, costruendo un bilancio in piena continuità con quelli degli ultimi anni.
Perché le questioni sociali, dalla casa al lavoro, i due grandi temi che stanno a cuore a migliaia di romani, non entrano dentro i calcoli della giunta?
Il 4 ottobre si organizzò una grande assemblea popolare in Campidoglio che voleva essere un invito all’amministrazione a collaborare con i cittadini ed i movimenti sociali per provare a cambiare il volto della città. La giunta rispose chiudendo le porte e la sala della Protomoteca. Dopo altri quattro mesi purtroppo i segnali di un cambiamento vero non si sono avvertiti, mentre i drammi sociali continuano a mordere. Non basta il rispetto delle procedure per produrre un’inversione di tendenza rispetto ai tagli ai servizi sociali, ai licenziamenti, alla disoccupazione di massa, agli sfratti ed alla disperazione delle periferie. Più legalità non si traduce automaticamente in maggiore giustizia sociale e questo comporta un pericoloso sentimento di disillusione. Cittadini e lavoratori aspettano segnali forti di controtendenza e questi non si sono ancora manifestati. Anzi. La vicenda Almaviva così come il rischio di nuovi forti esuberi in Alitalia segnalano che la tendenza alla perdita di posti di lavoro non si è arrestata, né del resto è cominciata una nuova politica di investimenti nei servizi pubblici che potrebbe non solo risanare il cattivo funzionamento degli stessi ma anche ridurre i numeri di una disoccupazione dilagante. Sul fronte abitativo tutto è fermo tranne la politica degli sfratti. Non si interviene per fermare la politica speculativa sul patrimonio degli enti privatizzati e dei fondi immobiliari. I soldi destinati all’emergenza casa non vengono utilizzati, il patrimonio di case popolari resta esiguo e invece di allargarlo si alimenta la guerra tra poveri con la politica degli sgomberi. Sui Piani di Zona infine, dove il ripristino della legalità potrebbe effettivamente garantire più giustizia sociale, l’amministrazione si muove con imbarazzante lentezza, che finisce per favorire chi ha speculato.
Serve un grande movimento che rimetta il tema dei diritti e delle questioni sociali al centro dell’agenda cittadina. Occorre che le tante vertenze sociali, ambientali e culturali della città trovino la modalità giusta per collegarsi e invertire l’ordine dei fattori: prima i diritti, poi l’equilibrio di bilancio.

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Il grasso pesa sul cuore

Posted by fidest press agency su lunedì, 29 agosto 2016

obesoL’epidemia di obesità nei bambini e negli adolescenti ha reso necessario prestare sempre maggiore attenzione all’influenza dell’eccesso di grasso sia sulla struttura che sulla funzione del cuore. Lo studio ‘ORIGIN’ aveva lo scopo di valutare la frequenza e l’incidenza di anomalie cardiovascolari in una coorte di bambini in età prescolare aumentati di peso negli ultimi 12 mesi.
Lo studio è stato condotto dagli specialisti dell’ospedale Bambin Gesù di Roma insieme all’università di Tor Vergata, alla Sapienza e alla Federazione Italiana di Medici Pediatri tra marzo 2013 e marzo 2014 nella città di Roma. 13 pediatri di famiglia hanno arruolato bambini sani di età compresa tra 2 e 6 anni durante visite di routine per un totale di oltre 5.700 bambini selezionati tra quelli il cui indice di massa corporea era transitato da normale a sovrappeso o obeso nei precedenti 12 mesi, coerentemente con la classificazione dell’International Obesity Task Force, il campione finale comprendeva 155 bambini: 18 di peso normale (pari all’11,6%), 70 sovrappeso (45,2%) e 67 obesi (43,2%).
I piccoli volontari sono stati sottoposti a valutazioni cliniche di laboratorio e indagini ad ultrasuoni e i risultati dell’analisi statistica hanno mostrato che gli obesi avevano una più alta massa del ventricolo sinistro rispetto ai pari sovrappeso; oltre ad un valore più alto nel diametro di eiezione ventricolare sinistro.
Sempre nei bambini obesi sono stati riscontrati valori più alti di grasso intorno all’epicardio rispetto al gruppo dei sovrappeso e dei normopeso. Questa ricerca ha dimostrato che effetti anabolici precoci dell’obesità sia sulla massa cardiaca che sulla dimensione delle camere del cuore e ha confermato il grasso eccessivo come un fattore di rischio indipendente anche in virtù del fatto che durante la crescita il cuore va incontro ad adattamenti strutturali che possono avere conseguenze nell’età adulta.
“L’attenzione al peso durante l’attività evolutiva e come fattore di rischio cardio-metabolico è una priorità di salute pubblica” afferma Michele Gulizia – Direttore Cardiologia Ospedale Garibaldi di Catania – che introduce i risultati di uno studio condotto nell’ospedale tedesco di Nuremberg: “I ricercatori hanno misurato il BMI (indice di massa corporea), la circonferenza addominale, il rapporto altezza-bacino, pressione sanguigna e lipidi a digiuno in 10.841 ragazzi di età compresa tra i 3 e i 18 anni classificati secondo il BMI in normopeso, sovrappeso e tre classi di obesità calcolate sul 95° percentile.
La prevalenza di obesità addominale e del rapporto altezza-bacino era 2,5% o 3,8% nei soggetti con peso normale, 38% o 40,8% nei ragazzi sovrappeso, nell’80% o 80,7% nei soggetti appartenenti al gruppo dell’obesità di classe 1 circa il 100% nelle classi 2 e 3.
La prevalenza di ipertensione raddoppiava dai normopeso ai sovrappeso aumentando ulteriormente quando si passava ad osservare i gruppi di obesi di classe 1 e 2 (che nei maschi aumentava rispettivamente del 19,4% e del 20,3% e nelle femmine del 23,6% e del 37,5%). Progressione lineare anche per il passaggio 2 alla 3 di obesità che nei maschi raggiungeva il 62,5% e nelle femmine il 71,4%. Paragonati ai soggetti normopeso quelli con i kili in più mostravano valori significativamente più elevati del profilo lipidico, con una prevalenza di dislipidemia più alta in entrambi i sessi: negli obesi di classe 3 il 100% e il 90% dei maschi aveva bassi valori di HDL-C”.
“I valori ematici analizzati in questo importante studio anche per il numero di soggetti osservati mostra un alto rischio cardiovascolare per gli stessi fattori che affliggono gli adulti: dal grasso addominale, passando per l’ipertensione e la dislipidemia. Nel recente congresso dell’American Heart Association è stato sottolineato come l’obesità infantile sia aumentata del 300% negli ultimi 30 anni” – aggiunge Franco Romeo – Direttore Cardiologia Policlinico Tor Vergata di Roma –, del congresso e una interessante ricerca del professor Li Yuan Jing ha sottoposto ad imaging cardiaco 20 bambini obesi e 20 sani di età medi di 8 anni mostrando un aumento del 27% della massa del ventricolo sinistro ed un inspessimento del miocardio nel 12% degli obesi. Nonostante nessuno presentasse ancora segni o sintomi conclamati di sofferenza cardiaca, queste condizioni sono prodromiche di patologie età adulta”.

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150 anni unità d’Italia: il gravame di un peso

Posted by fidest press agency su sabato, 12 febbraio 2011

Siamo giunti a 150 dall’unità d’Italia. E’ una data che ci induce ad una commemorazione solenne ma non tutti sembrano convinti sulla necessità di farlo. Se mettiamo da parte le ragioni di chi opta per i festeggiamenti alla grande e ci limitiamo a considerare le obiezioni dei critici dobbiamo innanzitutto riconoscere che per il come stanno andando le cose ci sarebbe poco da festeggiare. Pensiamo per esempio alla Lega, notoriamente separatista e alle minoranze tirolesi. Pensiamo ai tanti meridionali che si sentono amareggiati ed esclusi da questa festa che dovrebbe anche dire un rilancio dell’economia del Sud, migliori servizi, trasporti, assistenza sanitaria e via di questo passo. Diciamo che un ricco regno delle Due Sicilie in 150 anni è diventato l’ombra di se stesso. Tutti si sono sentiti in dovere di umiliare la sua crescita industriale, economica e finanziaria. Tutti hanno preferito ignorare un sistema di trasporti e reti di comunicazione disastrate. Non pochi hanno favorito l’espandersi della malavita organizzata. Ora ci troviamo con aree inquinate che colpiscono le falde idriche. Con una disoccupazione giovanile che in alcune località tocca il 50% e una formazione professionale che in parecchi casi è solo apparenza. Oggi si consolida il culto delle grandi migrazioni interne: i malati che vanno al nord per farsi curare. I giovani che vanno a studiare e a lavorare al Nord o a recarsi all’estero. L’agricoltura che è messa in ginocchio da politiche inadeguate di sostegno e si tende ad importare perché non è più conveniente produrre in loco. Tutti costoro che possono trovare di tanto esaltante nei 150 anni dall’unità d’Italia? E’ un bilancio sconfortante che si può rivelare una beffa se affidiamo all’attuale classe politica il compito di magnificare questa storica ricorrenza che è indubbiamente grande se ci ha dato l’unità ma che suona come una offesa per chi l’ha ridotta ad un clamoroso insuccesso. Ci rimane, a mio parere, solo una cosa da fare: cogliere l’occasione per riflettere seriamente e per imprimere una svolta radicale per restituire al meridione la sua dignità offesa e umiliata. Perché il meridione non è il parente povero. Perché il nord non è l’Italia ma solo una parte e se vuole definirsi unitario deve rendersi credibile in concreto o altrimenti lo dica senza remare contro nel sottobosco. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Pesce. Come ti aumento il peso

Posted by fidest press agency su giovedì, 25 novembre 2010

Il pesce costa e aumentarne il peso “artificialmente” conviene a chi vende. In questo senso e’ interessante una indagine condotta dal servizio veterinario dell’Azienda sanitaria dell’Alto Adige. Al pesce congelato si aggiungono polifosfati (addensante e emulsionante) che hanno la caratteristica di trattenere l’acqua, in questo modo il pesce pesa di piu’ per la presenza, appunto, dell’acqua che viene venduta al peso del pesce. Guarda caso la maggioranza di tali pesci proviene dai paesi asiatici (Cina, Vietnam, Bangladesh). Il consumatore pensa che il prodotto surgelato abbia la caratteristica di… essere tale, cioe’ conservato con il solo freddo. Invece, anche in tali prodotti ci puo’ essere un additivo, inutile, secondo noi, utile per chi commercia. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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Programmi on line di controllo peso

Posted by fidest press agency su domenica, 1 agosto 2010

Il Kaiser permanente center for health research, sostiene la validità dell’uso di siti web studiati per il controllo interattivo del peso per mantenere i risultati raggiunti. I ricercatori lo hanno osservato durante una ricerca, finanziata dai National institutes of health, in cui hanno valutato l’efficacia di un approccio dimagrante via web, basato sull’uso di un sito ad hoc, coinvolgendo 348 persone. I soggetti più impegnati, che si connettevano e registravano il proprio peso almeno una volta al mese nell’arco di due anni e mezzo di studio, hanno mantenuto la maggior parte del peso perso. Lo studio fa parte di una ricerca sul mantenimento della linea che ha coinvolto 1.600 persone in quattro diverse ricerche negli Stati Uniti. Per i primi sei mesi tutti i soggetti hanno seguito una dieta dimagrante, per poi essere coinvolti in quattro differenti programmi per il mantenimento dei risultati ottenuti. «A rendere unico questo intervento è il fatto che è disponibile su Internet, in ogni momento e in ogni luogo, per le persone che vogliono usarlo», spiega Kristine Funk, primo autore dello studio pubblicato online sul Journal of medical internet research. Il gruppo di Internet doveva collegarsi almeno una volta a settimana, altrimenti ogni partecipante riceveva una e-mail di avviso e una telefonata con messaggi registrati. Una volta online si doveva registrare il peso e l’attività fisica eseguita, e si potevano anche controllare i risultati degli altri partecipanti coinvolti nello studio. Un approccio forse un po’ freddo, ma dimostratosi efficace

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Bimbi obesi a rischio traumi alle gambe

Posted by fidest press agency su venerdì, 5 marzo 2010

Lesioni alle estremità inferiori piuttosto che a quelle superiori. Questi i principali danni a cui risultano esposti i ragazzi obesi. A chiarirlo è uno studio pubblicato su Pediatrics che ha messo a confronto le lesioni traumatiche che più frequentemente si registrano in adolescenti obesi rispetto a coetanei normopeso, dopo accessi d’urgenza in strutture pediatriche. L’indagine ha riguardato oltre 23mila ragazzi americani (età media pari a 8,2 anni) che avevano subito traumi tra gennaio 2005 e marzo 2008 e di cui il 16,5% era obeso. In breve, rispetto ai bambini con peso nella norma, negli obesi è stata registrata la stessa percentuale di lesioni a carico della parte superiore del corpo. Gli obesi, rispetto ai normopeso, hanno mostrato, tuttavia, una maggiore incidenza di danni alle estremità basse piuttosto che a quelle alte (odds ratio = 1,71, p < 0,001) e un numero minore di traumi al volto e alla testa (or = 0,54; p < 0,001). «Essendo riusciti a stabilire che condizioni di obesità sono associate soprattutto a problemi alle gambe, caviglie e piedi, che aumentano il rischio di morbidità in questi ragazzi, sarà opportuno individuare efficaci strategie in grado di prevenire questo tipo di lesioni traumatiche» ha sottolineato Wendy J. Pomerantz, principale autore dello studio.

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Giuliana Colussi nuovo presidente Confcooperative Fvg

Posted by fidest press agency su venerdì, 12 febbraio 2010

È Giuliana Colussi la nuova presidente regionale di Confcooperative-Federsolidarietà, che rappresenta 152 cooperative sociali del Friuli Vg. Già guida di Federsolidarietà Pordenone, Colussi è stata eletta all’unanimità dall’assemblea regionale (riunita alla sala teatrale Bison di Fiumicello), che ha votato direttamente anche i 14 nuovi consiglieri della Federazione. La neopresidente, che ha raccolto il testimone dal past president Dario Parisini di Trieste, rimarrà in carica per 4 anni. «È quanto mai urgente – ha dichiarato Giuliana Colussi durante l’assemblea moderata dal presidente di Confcooperative Fvg, Franco Bosio e alla quale sono intervenuti anche il segretario regionale, Nicola Galluà, e i rappresentanti delle associazioni provinciali – rafforzare il peso di Confcooperative nel contesto socio-politico locale, riscoprire il senso della mutualità nel lavoro e collaborare con le altre centrali cooperative per attuare azioni di successo, come è avvenuto lo scorso dicembre in occasione della discussione sulla Finanziaria regionale: solo agendo uniti possiamo dare nuova linfa al settore». Un comparto, quello della cooperazione sociale, che traina l’intero movimento cooperativo e che continua a crescere. I dati lo confermano: al 31 dicembre 2009, in regione, erano attive 152 coop sociali (59 a Udine; 34 a Trieste, con anche 5 cooperative di mutuo soccorso; 27 a Gorizia e a Pordenone), contro le 127 del 2008. I soci, 6.277 nel 2008, hanno ora superato le 9mila 200 unità, mentre gli addetti (soci lavoratori più dipendenti) hanno raggiunto quota 5.119 nel 2009 contro i 4.902 del 2008. Il fatturato complessivo del comparto ha sfiorato i 130 milioni 300 mila euro (contro i 119 milioni 600 mila dell’anno precedente). Numeri descritti e analizzati anche nel volume “Origini e sviluppi della cooperazione sociale in Friuli Venezia Giulia.

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La tattica U.E. sul clima

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 gennaio 2010

Bruxelles. L’Unione europea ha perso l’ennesima preziosa occasione per riconquistare la leadership sul clima: non ha aumentato i suoi impegni a ridurre i gas serra ma ha semplicemente ribadito quelli già esistenti. Il cosiddetto “Accordo di Copenaghen”, non vincolante, prevede che i governi entro il 31 gennaio mettano sul tavolo i loro impegni di riduzione delle emissioni per il 2020. In una lettera alle Nazioni Unite, l’Ue ha confermato il suo impegno per un taglio incondizionato del 20%, e per un taglio del 30% solo a condizione che gli altri paesi facciano lo stesso. “L’Ue – commenta Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace – sta cominciando a diventare un disco rotto. L’unico modo in cui l’Ue può avere un peso sullo scenario internazionale è aumentare incondizionatamente al 30% i suoi obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra. ,Ciò spingerebbe i Paesi industrializzati verso quel 40% di riduzione globale che la ricerca scientifica indica come necessaria per salvare il clima del Pianeta..” “L’Unione europea ostenta erroneamente il suo 20% come un obiettivo ambizioso, mentre in realtà è solo la metà di ciò che è necessario. La scienza ci chiede di fare di più e la tecnologia ci mostra che è possibile farlo, anche con importanti benefici economici.” conclude Giannì. Greenpeace chiede ai leader europei che si riuniranno a Bruxelles l’11 febbraio e il 25 e 26 marzo di sostenere un aggiornamento incondizionato al 30% degli impegni di riduzione europei delle emissioni di gas serra. L’obiettivo dichiarato dell’Accordo di Copenhagen è di “mantenere l’aumento della temperatura globale entro i 2 gradi”, generalmente considerato il limite massimo per evitare gli impatti più catastrofici dei cambiamenti climatici. Gli impegni attuali mettono il mondo su un binario che porterà a un aumento della temperatura media globale di oltre 3 gradi. Per garantire che l’aumento globale della temperatura rimanga sotto i 2 gradi è necessario che i paesi industrializzati taglino le loro emissioni del 40% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2020. Inoltre, i Paesi in via di sviluppo devono ridurre le loro previsioni di crescita delle emissioni del 15-30%.

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Genitori inconsapevoli del peso dei figli

Posted by fidest press agency su venerdì, 9 ottobre 2009

La famiglia riveste un ruolo importante nel trattamento dell’obesità infantile, ma i genitori devono in primo luogo realizzare che il figlio è in sovrappeso o obeso. Diversi studi hanno verificato, infatti, che ciò non accade in percentuali molto elevate di casi, in relazione a fattori socio-demografici. La classificazione dei propri figli è stata proposta in un campione di bambini tra 5 e 12 anni, ai rispettivi genitori, appaiando un bambino a un genitore (n=576). Secondo la scala Likert, i genitori dovevano collocare il figlio tra i due estremi “estremamente sottopeso” ed “estremamente sovrappeso”. La percezione genitoriale è stata poi confrontata con il peso corporeo valutato in base ai percentili relativi a età e genere, dell’indice di massa corporea (IMC). L’86% dei genitori di bambini obesi o in sovrappeso ha dato una classificazione non corretta, definendoli in sovrappeso i primi e normopeso i secondi. In particolare, tutti i genitori di bambino con IMC superiore o uguale al 95° percentile, classificavano i loro figli in una categoria diversa da “estremamente sovrappeso”. Inoltre, il 75% dei bambini con IMC compreso tra l’85° e il 95° percentile, erano stati classificati come “quasi normopeso” o sottopeso. L’errore si verificava con più probabilità con i figli maschi (29% vs 21%) e non c’erano ulteriori caratteristiche associate all’errore. I risultati evidenziano la necessità di prestare maggiore attenzione al peso corporeo dei bambini durante le visite e segnalare ai genitori eventuali anomalie. (S.Z.)

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Come si forma il prezzo di un prodotto ortofrutticolo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 agosto 2009

(B.G Buongiorno impresa) Premesso che il prezzo di un prodotto, in ogni fase della filiera, è definito dal libero incontro del-la domanda con l’offerta, esistono, in ogni caso, dei costi reali che sono sostenuti da ogni attore del-la filiera stessa, definibili in costi di produzione, costi dei servizi, cali peso e perdite di prodotto .a) – Essendo il mercato sempre più esigente in termini di qualità (compresa la sicurezza igienico sa-nitaria) i costi di produzione risultano sempre più elevati per i maggiori costi imputabili ai mezzi di produzione  (sementi, concimi, irrigazione, mano d’opera ecc.). b) – Dopo la raccolta, i prodotti ortofrutticoli freschi, vengono quasi sempre inviati nei centri di lavorazione e condizionamento che si trovano generalmente vicini ai luoghi di raccolta (il costo del tra porto varia da 20 a 50 lire al chilo). La lavorazione consiste nel selezionare il prodotto, nello scartare i pezzi non idonei alla commercia-lizzazione, nel pulirlo, nel calibrarlo, nel comporre vassoi o vaschette (queste operazioni costano da un minimo di 200 a 400 lire al chilo); l’imballaggio, di cartone , di legno o di plastica incide per 150 -250 L./Kg Il trasporto sui mercati ortofrutticoli del centro o nord Italia può incidere per altre 150 o 200 lire al chilo Le spese di facchinaggio di scarico e carico possiamo assommarle a 50/70 L./Kg; i grossisti del mercato trattengono per sé dal 10 al 12 % del prezzo pagato dagli acquirenti e con quella quota devono pagare gli affitti, il loro personale, i loro costi di movimentazione (in pratica, quando tutto va bene, l’utile netto di una impresa grossista, oscilla fra lo 0,8 e il 2% del fatturato complessivo). Dopo la fase di ingrosso, che può ripetersi su un mercato terminale (più piccolo) c’è la fase di detta-glio (organizzato o meno) dove l’imprenditore si proporrà al consumatore sempre nella logica libe-rista di rispondere alla domanda attesa. c) – Il dettagliante, sia esso singolo o grande distribuzione organizzata, avrà a sua volta: spese di ma no d’opera, di trasporto, di stoccaggio, di gestione del punto vendita, di rilavorazione dei prodotti, nonché cali pesi e scarti (che in questa fase, per i nostri prodotti deperibili, possono avere un’inci-denza estremamente significativa sul bilancio complessivo dell’impresa distributrice). Roberto Piazza

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