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Posts Tagged ‘petrolio’

Tragico sversamento di petrolio al largo della Siria

Posted by fidest press agency su venerdì, 3 settembre 2021

Una fuoriuscita di petrolio che ha coperto una superficie di 800 chilometri quadrati sta minacciando le coste di Cipro e Turchia, con conseguenze potenzialmente devastanti per la biodiversità marina e gli ecosistemi. Lo sversamento pone seri rischi anche per le comunità e le imprese che dipendono dal turismo e che utilizzano le risorse marine per la loro sopravvivenza.La fuoriuscita ha avuto origine in Siria, dove, secondo i resoconti locali, la rottura di un serbatoio della centrale termica di Baniyas ha portato allo sversamento in mare di grandi quantità di carburante e ha colpito diversi comuni che hanno già avviato le procedure di pulizia. Seconto quanto dicharato dall’agenzia di stampa statale siriana SANA, il serbatoio che perdeva conteneva 15.000 tonnellate di carburante. Questo recente incidente rappresenta un ulteriore richiamo sui grandi rischi associati all’estrazione e alla lavorazione degli idrocarburi nel bacino semi-chiuso del Mediterraneo, caratterizzato da un pericoloso accumulo degli inquinanti petroliferi e dove le conseguenze di tali incidenti possono causare effetti negativi a lungo termine sugli ecosistemi e sulle comunità che vivono lungo le coste.

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“Petrolio: cosa sta succedendo?”

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 Maggio 2020

A cura di Marco Piersimoni, Senior Investment Manager di Pictet Asset Management.Cerchiamo di fare chiarezza su quanto sta effettivamente succedendo. La crisi scatenata dalla pandemia di Coronavirus e, soprattutto, le misure di distanziamento sociale che ne sono conseguite hanno comportato un brusco calo della domanda di petrolio. In alcuni settori il consumo di prodotti derivati dall’oro nero ha subito una discesa vertiginosa, basti pensare che la domanda di benzina negli Stati Uniti è diminuita del 50% dopo l’inizio della fase di lockdown. In altri settori, aviazione su tutti, è di fatto quasi completamente sparito. Il risultato è un contesto molto problematico. Nei mesi di aprile e maggio, la domanda dovrebbe ridursi di 20 milioni di barili al giorno (mmbpd) rispetto a un anno fa, ossia del 20% circa (la domanda globale normalmente è di 100 mmbpd). Complessivamente, nel 2020 la contrazione media dovrebbe aggirarsi intorno ai 9 mmbpd. Un valore assolutamente senza precedenti, visto che la domanda di petrolio storicamente è sempre salita nel tempo, salvo qualche breve interruzione durata pochi mesi.E lo scenario potrebbe peggiorare ulteriormente, qualora le stime del Fondo Monetario Internazionale venissero confermate (-3% del PIL mondiale nel 2020). Tale dinamica della domanda mette chiaramente sotto forte pressione l’offerta, chiamata teoricamente a calare in misura analoga. Tuttavia, per quanto sottoposta in gran parte al controllo di un cartello internazionale, l’offerta non possiede questa elasticità. Se si esclude l’Arabia Saudita, infatti, che ha la facoltà di ridurre ed aumentare la produzione a costi inferiori, per gli altri Paesi l’opzione di tagliare la produzione oltre certi limiti risulta particolarmente onerosa.Da questo punto di vista, l’accordo raggiunto dai Paesi membri dell’OPEC+, oltre ad essere stato già messo in discussione (il Messico ha annunciato che effettuerà tagli per 100 mila barili al giorno, inferiori ai 400 mila inizialmente previsti), rischia di non essere sufficiente. A partire da maggio, l’OPEC+ si è impegnato a ridurre la produzione di 10 milioni di barili al giorno (9,7 per la precisione, vista la mossa del Messico). Di fatto, però, è ragionevole aspettarsi che, fatta salva, come detto, l’Arabia Saudita, che potrebbe addirittura andare oltre quanto pattuito, tutti gli altri Paesi membri finiscano per apportare tagli inferiori a quelli annunciati. Secondo lo scenario base delineato da S&P Global Platts, la produzione di petrolio dei Paesi dell’OPEC+ dovrebbe subire una riduzione di circa 7 mmbpd nei mesi di maggio e giugno. Vuol dire che, sommando anche quanto verrà fatto dagli altri Stati produttori, l’offerta globale si contrarrà al massimo di circa 12 mmbpd, lontani dai 20 mmbpd in meno richiesti (equivalenti al calo della domanda). Sul fronte dell’offerta, gravano due ulteriori variabili da considerare, potenzialmente di impatto opposto. Da un lato, infatti, il crollo del prezzo del petrolio comporterà blocchi della produzione, soprattutto in alcuni impianti di Stati Uniti e Canada. Al livello attuale, numerose aziende, non essendo in grado di coprire nemmeno la componente variabile di costi, hanno già annunciato interruzioni nella produzione, pari a oltre 2 mmbpd. Occorre precisare, però, che tale fattore può sicuramente contribuire a far fronte alla contrazione della domanda nel breve termine, ma produce degli enormi danni strutturali nel medio/lungo termine. Riattivare un impianto dopo mesi o anni di inattività, infatti, è possibile ma complicato ed estremamente costoso. Questo vuol dire che si stanno creando le condizioni per cui, quando la domanda mondiale tornerà ai suoi livelli normali, ci potremo trovare a dover affrontare a quel punto una crisi lato offerta. La seconda variabile da analizzare è la riserva di petrolio tenuta al momento artificialmente fuori dal mercato, ma che potrebbe rientrarvi nei prossimi mesi. Si tratta della produzione di Paesi come Iran e Venezuela, colpiti da sanzioni, o della Libia, preda di una guerra civile, che ammonta complessivamente a circa 5 mmbpd. L’eventuale risoluzione delle questioni geopolitiche che stanno affrontando questi Stati metterebbe, quindi, ulteriore pressione all’offerta globale.Guardando avanti, il collasso definitivo potrà essere evitato fino a quando i depositi per lo stoccaggio del petrolio non verranno completamente riempiti. Vista la velocità con cui ciò sta avvenendo, è difficile pensare che si potrà continuare ad immagazzinare oro nero più a lungo di un paio di mesi. Una volta esaurita la capacità di stoccaggio nei depositi terrestri, si potrebbe ricorrere alle navi, ma queste hanno costi tali da non rappresentare una reale alternativa, almeno non duratura (affittare una petroliera costa tra gli 80mila e i 120mila dollari al giorno). Per questo motivo, una saturazione dei depositi avrebbe conseguenze drammatiche per il prezzo del petrolio.La speranza, e l’aspettativa, è che prima che ciò avvenga, nel giro di un paio di mesi, la domanda globale possa in parte riprendersi. Da questo punto di vista, come già osservato in altri settori, la prima fonte di domanda a ripartire potrebbe essere proprio la Cina. Il Paese da cui la crisi è scaturita, infatti, è stato anche il primo ad uscire dall’emergenza sanitaria e a provare a tornare ad una parvenza di normalità. Ci si aspetta che la domanda cinese possa tornare a crescere in territorio positivo su base annua da agosto in poi, ma già adesso la domanda di greggio dello Stato asiatico è in netta risalita, contribuendo a stabilizzarne il prezzo. Il fatto che contemporaneamente la richiesta di prodotti derivati dal petrolio rimanga contenuta induce a pensare che la seconda potenza economica al mondo stia approfittando degli attuali prezzi di sconto per costruire massicce riserve di petrolio. Anche perché la Cina, insieme all’Arabia Saudita, è uno dei pochi Paesi al mondo di cui non si conosce la reale capacità di stoccaggio, visto che utilizza per gran parte depositi sotterranei, non tracciabili tramite satelliti.In conclusione, per il mercato dell’oro nero si prospettano mesi di difficile lettura, nella duplice speranza che, da un lato, l’emergenza sanitaria migliori permettendo una graduale ripresa dell’attività economica prima che i depositi di petrolio vengano totalmente riempiti e, dall’altro, che la Cina continui a fornire un importante supporto. Nel frattempo, l’Arabia Saudita è pronta a fare il suo “whatever it takes” per evitare il crollo definitivo.Le misure annunciate, per quanto superiori ai 500 miliardi di euro complessivamente, non bastano. A titolo di esempio, per il nostro Paese, l’attivazione del MES, come detto di gran lunga l’opzione più potente in termini di portata finanziaria, libererebbe risorse pari a “solamente” 36 miliardi di euro. Il Consiglio Europeo del 23, conclusosi con un rinvio, come preventivabile non ha portato all’approvazione dei cosiddetti Eurobond, tanto agognati dai Paesi del Sud Europa, ma per i quali mancano ancora le basi politiche e tecniche se prima non si arriva ad un’unione bancaria e dei mercati finanziari. Si potrebbe, però, ricorrere al budget comunitario. Questo, sfruttando eventualmente anche la leva finanziaria, equivarrebbe a stanziamenti di circa 2.000 miliardi di euro, spalmati tuttavia su un orizzonte di tempo prolungato (7 anni, dal 2021 al 2028).In ogni caso, mentre l’UE continua a mostrare i suoi limiti nazionalistici, a vegliare sulle sorti dell’economia del Vecchio Continente rimane la BCE. Alla vigilia del delicato Consiglio Europeo, l’istituto monetario centrale ha annunciato di eliminare i requisiti in termini di merito creditizio per l’eleggibilità come collaterale delle operazioni di finanziamento: fa fede il merito di credito registrato in data 7 aprile. Una mossa che, unita alla rimozione del meccanismo delle capital key, ossia dei limiti per emittente ed emissione nell’ambito del suo programma di acquisti, fornisce un cruciale supporto al sistema bancario della regione e agli spread dei titoli di Stato dei Paesi periferici.

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Attenzione a provare a speculare sul calo del petrolio

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 aprile 2020

Commento a cura di Roberto Rossignoli, Portfolio Manager di Moneyfarm. La notizia finanziaria della settimana è senza alcun dubbio la volatilità che ha riguardato il prezzo del petrolio. In particolare, ha fatto scalpore la notizia che il valore dei contratti future sui barili di petrolio WTI in consegna a maggio sia andato in negativo.Le ragioni, su cui si è discusso, al nocciolo, riguardano la dinamica della domanda e dell’offerta. La prima è andata a picco a causa della recessione globale. Quando i produttori di alcune regioni non hanno compratori per stoccare le merci di solito mettono le scorte da parte aspettando momenti più propizi. Il problema per quanto riguarda il petrolio e che non è esattamente semplice da stoccare.Per capire quanto sta succedendo bisogna appunto considerare che non tutto i produttori sono affetti dallo stesso tipo di problematiche. Una dinamica di prezzo particolare può derivare da difficoltà logistiche incontrate da un certo tipo di produttori rispetto ad altri.Se andiamo a valutare la valutazione del Brent, che offre una panoramica migliore sul valore globale del petrolio, vediamo che ha mantenuto prezzi più elevati. Il prezzo del WTI si riferisce soprattutto al petrolio estratto onshore negli Stati Uniti di cui una quantità rilevante transita per l’hub di Cushing in Oklahoma. Il petrolio che transita in questo hub ha difficoltà di stoccaggio maggiori, non avendo, per esempio, un rapido accesso allo stoccaggio in mare. Come si può notare dal grafico, la maggior parte della crescita delle scorte mondiali è da attribuirsi all’hub di Cushing.La seconda cosa da capire è che l’inversione del prezzo, oltre che nei fondamentali, trova la sua giustificazione anche nella dinamica tecnica. Per quanto riguarda il mercato del petrolio, il commercio di coloro che effettivamente desiderano comprare la materia prima per utilizzarla è semplicemente una frazione di coloro che scelgono di acquistarla per motivi di trading o semplicemente per esprimere un posizionamento sull’andamento del prezzo.
Non è un caso che il crollo sia arrivato proprio nel giorno di scadenza del future, quando molti strumenti di risparmio collettivo, tra cui gli ETF operativi sulla commodity, hanno operato il “rollaggio” dei contratti rispetto a quelli del mese successivo, facendo effettivamente saltare l’equilibrio da domanda e offerta. Al di là di queste considerazioni, la dinamica sottostante è piuttosto chiara, con le capacità di stoccaggio che in certe regioni sta andando verso l’esaurimento.Per gli investitori retail è dunque importante capire quale possa essere la dinamica di questa materia prima nei prossimi mesi e nel lungo termine. Come dimostrano i flussi in forte crescita molti investitori stanno puntando sul petrolio, convinti di poter speculare su un eventuale rimbalzo. In realtà l’opportunità potrebbe rivelarsi molto più complessa di come possa sembrare all’apparenza.Nel breve periodo il calo del prezzo del petrolio ha avuto un effetto negativo sui mercati finanziari. A ben guardare l’effetto non ha riguardato tutti i settori allo stesso modo. I titoli peggiori sono quelli ovviamente del comparto e della filiera energetica, che però non ha molto peso nei listini.Un altro potenziale effetto negativo da tenere d’occhio è quello sulle prospettive dei mercati emergenti esportatori. In questo caso l’effetto potrebbe essere combinato con un ritracciamento delle prospettive commerciali e una riorganizzazione delle catene del valore che potrebbe pesare negativamente sulle prospettive di questi Paesi.In generale, al di là della volatilità di breve termine, un effetto di medio termine rilevante potrebbe essere quello sull’inflazione. Il prezzo del petrolio che rimane moderato per un periodo sufficientemente lungo è sicuramente una notizia positiva per le banche centrali e i governi, che si troveranno a mettere in campo importanti espansioni di liquidità. Ricordiamo che in generale il prezzo del petrolio basso è un segnale positivo per molti settori dell’economia e per i Paesi esportatori e c’è da aspettarsi che il mercato sconti questo fattore (in un contesto di fondo che resta comunque recessivo).Prendendo una prospettiva di più lungo termine, non è scontato che il petrolio riesca a riproporre presto i prezzi a cui abbiamo assistito negli ultimi anni, anche in una fase di ripresa.D’altronde, se guardiamo al valore del petrolio in prospettiva i prezzi degli ultimi anni rappresentano più l’eccezione alla regola e un ritorno ai livelli di prezzo superiori ai 60 dollari al barile, oltre che dalla ripresa economica, non potrà prescindere da un ritrovato interesse da parte degli investitori che potrebbe tardare ad arrivare.Molti produttori potrebbero andare definitivamente fuori dal mercato e non è detto che l’intervento pubblico o il ricorso al credito siano efficaci, in una situazione economica caotica come quella attuale. Nel 2015 i produttori Usa furono tenuti a galla dal mercato del credito che in una situazione attuale potrebbe non essere altrettanto responsivo. Questa situazione potrebbe avvantaggiare i produttori di energia alternativa e il processo di transizione verso questo settore. Il grafico mostra come l’andamento dell’indice MSCI Global Alternative Energy si sia mosso negli ultimi anni in direzione opposta rispetto al prezzo del greggio.Per gli investitori, dunque, che nelle ultime settimane hanno riversato su questa asset class molta liquidità, il consiglio è quello di essere cauti. Anche se un recupero di prezzo è in qualche modo prevedibile, ad oggi non è assolutamente scontato che il percorso verso le soglie pre-crisi nel medio periodo sarà lineare.La volatilità di questi giorni ha insegnato che l’investimento su strumenti collettivi, che operano una rollaggio dei contratti offre comunque maggiori garanzie dell’acquisto diretto di derivati e il valore del sottostante.I principali ETF sul petrolio seguono oggi la dinamica, comunque negativa, dei contratti future relativi alle consegne di giugno e sono riusciti in qualche modo a limitare le perdite che hanno subito coloro che hanno puntato sul derivato. Attenzione però: per chi volesse entrare ora ci sarà da scontare il sovrapprezzo dell’Etf rispetto al sottostante derivato dalla dinamica tecnica dei flussi (come evidenzia l’analisi dei flussi sugli ETF United States Oil Fund LP).E soprattutto, dato lo stress sul mercato fisico e il comportamento molto diverso delle varie parti della curva, è necessario fare una due diligence molto approfondita sullo strumento che si sceglie per l’esposizione: brent o WTI? Contratti più a breve o contratti con scadenze più lunghe? Futures diretto oppure ETF? Insomma, il campo non è mai stato minato come in questi giorni.

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Petrolio: Opec, accordo per riduzione produzione

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 aprile 2020

I principali produttori di petrolio ad eccezione del Messico hanno concordato di ridurre la produzione in maggio e giugno di circa 10 milioni di barili al giorno.”Un accordo negativo per famiglie e imprese. Il crollo del prezzo del petrolio è quello che ha contribuito ad avere, nel secondo trimestre 2020, per il mercato tutelato, un calo delle bollette elettriche del 18,3% e del 13,5% per quanto riguarda il gas. Su base annua, per una famiglia tipo, significa 97 euro in meno per la luce e 140 euro per il gas. Un risparmio complessivo pari, quindi, a 237 euro” afferma Marco Vignola, responsabile del settore energia dell’Unione Nazionale Consumatori. “Insomma è chiaro che c’è stato un crollo della domanda di greggio e che, quindi, il taglio della produzione è giustificato, ma è altrettanto vero che a fronte di una crisi economica mondiale senza precedenti, un basso costo dell’energia serve ad aiutare imprese e famiglie in un momento di grande difficoltà” conclude Vignola.

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Coronavirus: quale via d’uscita?

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 aprile 2020

A cura di Andrea Delitala, Head of Euro Multi Asset, Ella Hoxha, Senior Investment Manager del team Global Bonds di Pictet Asset Management. È ormai conclamato che nelle ultime settimane sui mercati finanziari stiamo vivendo un contesto senza precedenti. Lo shock sincrono di domanda e offerta causato dalle misure di distanziamento sociale adottate per contenere la diffusione del Covid-19, a cui si è aggiunto quello del petrolio (per motivi di natura politica), ha gettato gli investitori nel panico. A colpire dell’attuale correzione è non tanto l’intensità, quanto la velocità, superiore a quella di qualsiasi altra crisi del passato.Lo scenario che immaginano i nostri economisti (abbastanza in linea con il consenso, per quanto in rapida evoluzione) e scontato dal mercato è di fatto in linea con quanto visto in corrispondenza dei bear market degli ultimi 100 anni: un impatto negativo sul PIL globale per il 2020 tra il -3% e il -3,5%, quando nelle altre crisi è stato in media pari a un -2,9%. Il consenso è per un andamento a V, con un forte rimbalzo dell’attività economica nella seconda metà dell’anno, a metà strada tra la Y, con un picco minimo molto basso e una ripresa di tipo post-bellico (simile a quanto sta succedendo in questo momento in Cina) e una U caratterizzata da una fase di rallentamento prolungato (2 trimestri o più) che finirebbe per mettere in difficoltà esistenziale molte attività economiche e categorie lavorative.Dal punto di vista statistico, le informazioni sulla diffusione del virus non sono incoraggianti né in Italia, né tantomeno, in altri Paesi europei come la Spagna. Sebbene il ‘lockdown’ attuato a inizio marzo abbia ridotto senz’altro i contagi (secondo le nostre simulazioni, dimezzando i decessi), la decelerazione (derivata seconda) è insufficiente e non consente di intravedere un picco imminente. D’altro canto, anche una volta superata la fase di ‘emergenza’ attuale, è chiaro che le misure di distanziamento sociale sono utili a guadagnare tempo, ma non rappresentano la soluzione al problema epidemico, soprattutto contro un eventuale rischio di ritorno del virus una volta che si dovesse provare a tornare alla normalità.A tal fine, sembra determinante l’attuazione di strategie di monitoraggio di massa, sull’esempio di quanto fatto in Corea del Sud. Un altro importante contributo alla normalizzazione dovrebbe arrivare da nuovi sistemi per testare la positività al virus, più efficienti e veloci, attualmente in fase di studio e a breve disponibili. Secondo una ricerca di Citi, tali nuovi strumenti permetterebbero di avere i risultati del test per il 60% della popolazione USA in età lavorativa entro fine aprile e per il 95% entro fine maggio, contribuendo enormemente al controllo dell’epidemia e alla possibilità di riprendere gradualmente la vita normale.Il secondo fattore positivo deriva dalla politica economica, sia monetaria che fiscale.Infatti, se la velocità dello shock è stata senza precedenti, altrettanto eccezionale è stata la tempestività (e la portata) delle politiche espansive adottate da Banche Centrali e Governi, che hanno fornito uno scudo per superare lo stallo attuale e propellente per un rimbalzo post-normalizzazione.In modo coordinato, nel tentativo di sostenere le rispettive economie e soprattutto di evitare una stretta del credito, le prime hanno annunciato iniezioni di liquidità prossime ai 5,5 mila miliardi di dollari (10% del PIL del G5). Tra tutte, la meno attiva è stata per il momento la People Bank of China, in parte perché restia a varare misure ultra-espansive fino a quando il dollaro non perderà terreno (l’intento è chiaramente quello di non penalizzare la valuta locale, il renminbi).Sul fronte fiscale, le manovre dei vari Governi si aggirano intorno al 3,2% del PIL globale, che con un moltiplicatore prossimo all’1,5 comporterebbero un impatto positivo sull’economia del 4,5%, più che in grado di compensare l’effetto negativo del virus oggi atteso (-3,5%). In Europa si è dato ampio margine di intervento ai singoli Stati, sospendendo il vincolo di bilancio del Patto di Stabilità, ma manca ancora una risposta unitaria e coordinata, in grado di evitate una crescita smisurata dei debiti pubblici dei singoli Paesi, nonostante l’intervento salvifico della BCE e del suo programma di acquisto, ormai senza limiti per emittente o emissione (basti pensare che, se depurato della quota detenuta dall’istituto centrale, il debito sovrano dei Paesi europei è pari solamente al 60% del loro PIL, abbondantemente all’interno delle linee guida tracciate dal Trattato di Maastricht).All’estremo opposto, i Paesi periferici non gradiscono l’eccessiva condizionalità imposta delle alternative offerte dalle linee di finanziamento precauzionali del Fondo Monetario Europeo che, tuttavia offrirebbe la maggiore tutela finanziaria derivante dall’OMT della BCE, il programma per cui la banca centrale acquista obbligazioni a breve termine (1-3 anni) del Paese che ricorre al Fondo salva-Stati.Come spesso accade, la soluzione potrebbe trovarsi nel mezzo: un intervento che veda il bilancio europeo impegnato a garanzia a finanziamenti della BEI o dello stesso Fondo salva-Stati in qualità di emittente.Come detto, lo scenario attualmente prezzato dagli operatori incorpora un impatto sull’economia del -3,5% del PIL mondiale. Questo vorrebbe dire un calo degli utili del -30%. Da questo punto di vista, il -30% circa dei mercati sembra ormai aver prezzato tale effetto, anticipando anche le previsioni degli analisti, che cominciano solo ora ad essere riviste. Notiamo che la riduzione di circa 100pb nei rendimenti obbligazionari (dei Treasuries USA) fa sì che il premio di rischio tra rendimento atteso delle azioni (Earing Yield) e delle Obbligazioni (YTM) si è ampliato del 2,5% circa dall’inizio della correzione, creando un ‘cuscinetto’ per ulteriori cattive notizie.
Il che potrebbe indurre a pensare che, se la situazione sanitaria non dovesse peggiorare e prolungarsi eccessivamente, abbiamo toccato dei livelli minimi, quantomeno temporanei. Non resta che aspettare, quindi, che la ricerca medica offra una via d’uscita dall’emergenza sanitaria per poter vedere i mercati brindare.

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Aumento del petrolio: possibili ripercussioni sui mutui?

Posted by fidest press agency su sabato, 21 settembre 2019

A causa dell’improvvisa impennata del prezzo del petrolio i consumatori italiani potrebbero fare i conti con molti aumenti, non solo quello della benzina. Qualora la situazione critica dovesse perdurare a lungo i rincari potrebbero riguardare anche settori apparentemente distanti, come quello dei mutui. Facile.it e Mutui.it hanno cercato di capire come l’aumento del prezzo del greggio possa riflettersi sui mutuatari e aspiranti tali; ecco cosa è emerso.
Qualora il prezzo del petrolio rimanesse alto per molto tempo, ciò potrebbe determinare un aumento del costo di produzione e movimentazione delle merci. Considerato che nel nostro Paese l’85% dei trasporti commerciali avviene ancora su gomma, l’impatto sul potere d’acquisto e capacità di risparmio delle famiglie sarebbe notevole. Avere meno risorse da destinare alla rata mensile o all’acquisto di un immobile sono elementi che ovviamente incidono negativamente sulla domanda di mutui. «È bene considerare che eventi di portata straordinaria come quello verificatosi pochi giorni fa hanno una correlazione, sia pur indiretta, con vari aspetti dell’economia familiare perché, alla lunga, potrebbero innescare reazioni a catena tali da condizionare le scelte fatte dai consumatori come, ad esempio, quella legata all’acquisto di una casa», spiega Ivano Cresto, responsabile mutui di Facile.it.
Rispetto alle possibili conseguenze dal punto di vista dell’offerta dei mutui, sebbene nel breve periodo siano da escludere eventuali cambiamenti, alla lunga l’aumento dei prezzi del petrolio potrebbe mettere la BCE di fronte ad una scelta difficile.
Se a seguito del caro petrolio si verificasse un aumento dell’inflazione ritenuto positivo dalla BCE, ciò potrebbe spingere l’Istituto ad alleggerire le politiche adottate negli ultimi anni e far salire più rapidamente i tassi di interesse, che influenzano inevitabilmente IRS ed Euribor e quindi anche gli indici applicati ai mutui concessi alle famiglie per l’acquisto della casa.È possibile però anche un altro scenario. Se la BCE dovesse ritenere che l’inflazione abbia creato un peggioramento delle condizioni generali ed un impatto negativo sulla crescita europea, potrebbe decidere di allungare le politiche di stimolo monetario adottate oggi, mantenendo ancora più a lungo le condizioni estremamente vantaggiose sul fronte dei tassi. Un’opzione, quest’ultima, che farebbe felici sia coloro che hanno già sottoscritto un mutuo a tasso variabile, sia coloro che sono intenzionati a comprare casa e potrebbero contare su tassi molto favorevoli.

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Il petrolio cresce per la paura

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 Maggio 2019

di Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista. Il recente andamento del prezzo del petrolio riflette qualche cosa di più serio e complesso rispetto al solo comportamento della domanda e dell’offerta. Ora è al livello di circa 70 dollari al barile. Una crescita importante dai 53 dell’inizio dell’anno. Solitamente l’aumento è spiegato con la decisione dei Paesi dell’Opec e della Russia di diminuire la loro produzione. A dicembre avevano annunciato di ridurla di 1,2 milioni di barili al giorno (bpd). A ciò naturalmente si aggiungono gli effetti della crisi politica e sociale del Venezuela, dell’embargo americano verso l’Iran, della preoccupante crescente incertezza sulla situazione libica e del raffreddamento della crescita globale.
Globalmente, la produzione e il consumo di petrolio oggi si stimano in circa 100 milioni di bpd. Si dimentica, però, di dire che le evoluzioni negative sono ampiamente compensate dall’aumento della produzione di petrolio da parte degli Stati Uniti, che hanno raggiunto i 12 milioni di bpd. Anche le esportazioni americane di petrolio hanno toccato il livello record di 3,6 milioni bpd e ci si aspetta che presto arrivino fino ai 4,6 milioni bpd. Si stima che la produzione giornaliera di petrolio da parte dei paesi non-Opec, con gli Usa in testa, possa presto crescere di circa 2 milioni di barili al giorno.
Già nel 2018 il prezzo medio del barile di greggio aveva registrato un aumento del 30% rispetto all’anno precedente. Però, l’aumento della media annuale salirebbe al 65% se il paragone lo facessimo con i dati del 2016, quando il prezzo del barile era poco sopra i 40 dollari. Certamente sono lontani anni luce dai 100 dollari del periodo 2011-2013 e dai picchi di 150 dollari nel mezzo dell’euforia speculativa legata alla grande crisi finanziaria. Com’è noto, a ottobre del 2018 si raggiunsero i 73 dollari al barile per poi scendere ai 53 dollari di dicembre. Da gennaio scorso il prezzo è in progressiva salita.
Si può dedurre che le varie spiegazioni fornite dagli esperti e dalle stesse compagnie circa le variazioni dei livelli delle produzioni non sono molto convincenti. In particolare, non si giustificano le repentine oscillazioni del prezzo e i loro strettissimi tempi non riflettono gli andamenti della domanda e dell’offerta. Né l’evidente cambiamento del tasso della crescita globale e di quello del commercio internazionale può essere una giustificazione valida.A nostro avviso, l’attuale volatilità dei mercati energetici deve essere spiegata anche dalla crescente attenzione posta da settori della finanza sul petrolio e sulle commodity. La storia insegna che, quando altri settori finanziari (quali quelli del corporate bond, dell’immobiliare e dei titoli di stato arrancano, proprio come adesso) le grandi banche e i fondi di investimento più speculativi tendono a cercare altrove possibilità di profitto, anche al prezzo di maggiori rischi. E i prodotti energetici e in generale le commodity possono diventare oggetto di speculazioni.Infatti, i recenti venti di guerra in Libia, anche intorno ai maggiori pozzi petroliferi, avrebbero accresciuto l’interesse da parte di taluni speculatori per operazioni finanziarie legate ai future sul prezzo del petrolio.
Non è un caso che la Banca dei regolamenti internazionali di Basilea abbia rilevato un notevole aumento nelle attività legate ai derivati finanziari otc. Il suo ultimo rapporto trimestrale, pubblicato in aprile, evidenzia che già a metà 2018 il valore nozionale totale degli otc ha raggiunto i 600 mila miliardi di dollari. Anche i derivati sulle commodity hanno registrato un notevole aumento, superando, dopo molti anni, i 2 mila miliardi di dollari, con un aumento del 15% rispetto ai dati rendicontati del semestre precedente. La Bri, perciò, parla «di mercati finanziari particolarmente irrequieti». Bisognerà tenerne conto.Non è nostra intenzione immaginare future gravi crisi finanziarie frutto di nuove speculazioni. Sono tante le variabili, economiche e geopolitiche, in gioco. Inoltre, la storia non si ripete mai negli stessi modi. Dato, però, l’aggravamento generale del processo debitorio pubblico e privato, come da noi recentemente evidenziato, auspichiamo che non sia una ripetuta mancanza di controlli e di interventi a mettere il mondo di fronte a nuovi e insostenibili rischi di crisi. Soprattutto non vorremmo che, ai tanti danni che di norma le attività petrolifere generano (guerre, colpi di stato, corruzione, danni alla salute e all’ambiente), si aggiungano quelli più diffusi della speculazione finanziaria fatta sui barili di petrolio, che spesso sono solo sulla carta e non realmente pieni del liquido nero. (fonte: Società libera online http://www.societalibera.org)

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Mercati irrequieti: incertezze anche sul prezzo del petrolio

Posted by fidest press agency su sabato, 27 aprile 2019

Il recente andamento del prezzo del petrolio riflette qualche cosa di più serio e complesso rispetto al solo comportamento della domanda e dell’offerta. Ora è al livello di circa 70 dollari al barile. Una crescita importante dai 53 dell’inizio dell’anno. Solitamente l’aumento è spiegato con la decisione dei Paesi dell’OPEC e della Russia di diminuire la loro produzione. A dicembre avevano annunciato di ridurla di 1,2 milioni di barili al giorno (bpd). A ciò naturalmente si aggiungono gli effetti della crisi politica e sociale del Venezuela, dell’embargo americano verso l’Iran, della preoccupante crescente incertezza sulla situazione libica e del raffreddamento della crescita globale. Globalmente, la produzione e il consumo di petrolio oggi si stimano in circa 100 milioni di bpd.
Si dimentica, però, di dire che le evoluzioni negative sono ampiamente compensate dall’aumento della produzione di petrolio da parte degli Stati Uniti, che hanno raggiunto i 12 milioni di bpd. Anche le esportazioni americane di petrolio hanno toccato il livello record di 3,6 milioni bpd e ci si aspetta che presto arrivino fino ai 4,6 milioni bpd. Si stima che la produzione giornaliera di petrolio da parte dei paesi non-OPEC, con gli Usa in testa, possa presto crescere di circa 2 milioni di barili al giorno.Già nel 2018 il prezzo medio del barile di greggio aveva registrato un aumento del 30% rispetto all’anno precedente. Però, l’aumento della media annuale salirebbe al 65% se il paragone lo facessimo con i dati del 2016, quando il prezzo del barile era poco sopra i 40 dollari.
Certamente sono lontani anni luce dai 100 dollari del periodo 2011-2013 e dai picchi di 150 dollari nel mezzo dell’euforia speculativa legata alla grande crisi finanziaria.Com’è noto, a ottobre del 2018 si raggiunsero i 73 dollari al barile per poi scendere ai 53 dollari di dicembre. Da gennaio scorso il prezzo è in progressiva salita. Si può dedurre che le varie spiegazioni fornite dagli esperti e dalle stesse compagnie circa le variazioni dei livelli delle produzioni non sono molto convincenti. In particolare non si giustificano le repentine oscillazioni del prezzo e i loro strettissimi tempi non riflettono gli andamenti della domanda e dell’offerta. Né l’evidente cambiamento del tasso della crescita globale e di quello del commercio internazionale può essere una giustificazione valida. A nostro avviso, l’attuale volatilità dei mercati energetici deve essere spiegata anche dalla crescente attenzione posta da settori della finanza sul petrolio e sulle commodity. La storia insegna che, quando altri settori finanziari – quali quelli del corporate bond, dell’immobiliare e dei titoli di stato arrancano, proprio come adesso, – le grandi banche e i fondi di investimento più speculativi tendono a cercare altrove possibilità di profitto, anche al prezzo di maggiori rischi. E i prodotti energetici e in generale le commodity possono diventare oggetto di speculazioni. Infatti, i recenti venti di guerra in Libia, anche intorno ai maggiori pozzi petroliferi, avrebbero accresciuto l’interesse da parte di taluni speculatori per operazioni finanziarie legate ai future sul prezzo del petrolio.
Non è un caso che la Banca dei regolamenti internazionali di Basilea abbia rilevato un notevole aumento nelle attività legate ai derivati finanziari otc. Il suo ultimo rapporto trimestrale, pubblicato in aprile, evidenzia che già a metà 2018 il valore nozionale totale degli otc ha raggiunto i 600.000 miliardi di dollari. Anche i derivati sulle commodity hanno registrato un notevole aumento, superando, dopo molti anni, i 2.000 miliardi di dollari, con un aumento del 15% rispetto ai dati rendicontati del semestre precedente. La Bri, perciò, parla “di mercati finanziari particolarmente irrequieti”. Bisognerà tenerne conto.Non è nostra intenzione immaginare future gravi crisi finanziarie frutto di nuove speculazioni. Sono tante le variabili, economiche e geopolitiche, in gioco. Inoltre, la storia non si ripete mai negli stessi modi. Dato, però, l’aggravamento generale del processo debitorio pubblico e privato, come da noi recentemente evidenziato, auspichiamo che non sia una ripetuta mancanza di controlli e di interventi a mettere il mondo di fronte a nuovi e insostenibili rischi di crisi.Soprattutto non vorremmo che, ai tanti danni che di norma le attività petrolifere generano (guerre, colpi di stato, corruzione, danni alla salute e all’ambiente), si aggiungano quelli più diffusi della speculazione finanziaria fatta sui barili di petrolio, che spesso sono solo sulla carta e non realmente pieni del liquido nero. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Artico: vietare l’estrazione di petrolio e ridurre le tensioni

Posted by fidest press agency su sabato, 18 marzo 2017

articoI deputati europei in una risoluzione votata giovedì chiedono norme per salvaguardare il vulnerabile ecosistema dell’Artico, introdurre il divieto di estrazione di petrolio e mantenerlo come zona di cooperazione a bassa tensione. Il Parlamento sottolinea che i cambiamenti climatici stanno creando nuovi problemi ambientali e di sicurezza, poiché con lo scioglimento della calotta artica si aprono nuove rotte di navigazione e nuove zone di pesca e aumenta la competizione per le sue risorse naturali.“La regione artica è molto sensibile e vulnerabile. Se distruggiamo quest’area sfruttandone le risorse in maniera non sostenibile, non distruggiamo solo una regione unica, ma acceleriamo anche il cambiamento climatico, riduciamo le nostre possibilità di avere acqua pulita e gli effetti sulla riserva ittica saranno devastanti” ha dichiarato la co-relatrice Sirpa Pietikainen (PPE, FI).I deputati evidenziano che l’Artico si sta riscaldando a velocità doppia rispetto alla media mondiale e che il mare ghiacciato è diminuito in maniera significativa a partire dal 1981, al punto da essere circa il 40% più piccolo rispetto all’estate di 35 anni fa.
I quattro milioni di persone che vivono nella regione artica, più tutta la flora e la fauna ivi presente, sono le prime a subire le conseguenze negative dell’aumento dell’inquinamento. Per tale motivo i deputati ribadiscono che “il vulnerabile ambiente artico e i diritti fondamentali dei popoli indigeni devono essere rispettati e protetti con salvaguardie più rigorose”.Chiedono inoltre di vietare “trivellazioni petrolifere nelle acque ghiacciate artiche dell’UE e del SEE”, come pure l’utilizzo di combustibili fossili che potrebbe accelerare ulteriormente il cambiamento climatico. Inoltre, hanno reiterato la loro richiesta del 2014 di bloccare l’uso di olio combustibile nei trasporti marittimi nel Mar Artico. Se ciò non fosse possibile data la situazione internazionale, la Commissione dovrebbe creare delle norme che proibiscano l’uso e il trasporto di olio combustibile (HFO) su navi dirette verso i porti dell’UE.Il co-relatore Urmas Paet (ALDE, ET) ha dichiarato: “L’importanza geopolitica dell’Artico sta crescendo. Il nostro scopo principale è quello di mantenere la regione come un’area di bassa tensione e non bisogna evitare la militarizzazione dell’Artico”.I deputati evidenziano la crescente presenza di forze armate russe nell’Artico, che dal 2015 “hanno fondato almeno sei nuove basi a nord del Circolo Polare Artico, inclusi sei porti in acque profonde e 13 aerodromi”. Inoltre, notano il crescente interesse della Cina nell’accesso a nuove rotte commerciali e a nuove risorse energetiche.Sottolineando gli sforzi per mantenere l’Artico una zona a bassa tensione, evidenziano “il ruolo importante del Consiglio Artico” nel “mantenere una cooperazione costruttiva, bassa tensione e stabilità” nella regione.La risoluzione è stata approvata con 483 voti in favore, 100 contrari e 37 astensioni.

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Petrolio: commento successivo alla riunione dell’OPEC

Posted by fidest press agency su venerdì, 30 settembre 2016

petrolioCommento di Charles Whall, Portfolio Manager dell’Investec Global Energy Fund di Investec Asset Management. Prevediamo che, entro fine anno, il prezzo del petrolio arriverà a 60 dollari al barile, dal momento che il sistema produttivo ci sembra sotto pressione, la capacità di riserva è minima e i produttori più grandi stanno soffrendo un deficit di budget o di liquidità. In particolare, pensiamo che l’Arabia Saudita stia forse spingendo la produzione più di quanto non sia sostenibile per loro, visto che le giacenze sono in calo dall’ottobre scorso. Anche l’obiettivo dell’Iran di produrre oltre 4 mb/d ci sembra tirato.Il cambiamento della politica saudita, annunciato ieri, è secondo noi dovuto innanzitutto alla consapevolezza che il piano “Vision 2030”, per diversificare l’economia saudita, ha bisogno di un prezzo del petrolio maggiore, dal momento che a mettere in moto il piano è la vendita di un pacchetto azionario Saudi Aramco, che dipende dal prezzo del petrolio. Qualsiasi accordo tra Iran e Arabia Saudita nello scenario attuale, in particolare con la partecipazione della Russia, è un segnale storico e molto positivo per la regione. Tuttavia, finalizzare l’accordo comporta una serie di rischi. Non pensiamo che verrà tolta dal mercato una grossa quantità di petrolio, né che dovrebbe, tuttavia questo dovrebbe bastare ad aumentare i prezzi, perciò il nostro price call rimane invariato.

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Cina? Keep calm and carry on

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 gennaio 2016

Jonah M. Kessel / China DailyA cura di Yuchen Xia, Portfolio Manager in MoneyFarm. Gli investitori pensavano di aver visto tutto nel 2015, ma si sbagliavano, come dimostrato dalle prime settimane del 2016. Dal punto di vista geopolitico, alle tensioni preesistenti, si sono aggiunte quelle tra Arabia Saudita e Iran che hanno interrotto le loro relazioni diplomatiche, e tra l’Occidente e Corea de Nord, per via della bomba a idrogeno fatta esplodere da quest’ultima.
I mercati hanno conosciuto il peggior inizio anno da vent’anni a questa parte: dal primo giorno dell’anno lo S&P 500 ha perso il 6%, l’Eurostoxx circa il 10%, il prezzo del petrolio è crollato sotto i 30 dollari al barile e la sua discesa sembra non arrestarsi.
Ma è stata la Cina a preoccupare maggiormente gli investitori, non solo perché il suo mercato azionario è stato il peggiore finora (-18% da inizio anno), ma perché è stato necessario fermare le contrattazioni in due occasioni per eccesso di ribasso (-7%), lo Yuan ha continuato a deprezzarsi e la produzione è tornata ai livelli del 2009.Si tratta quindi di un momento delicato per il mondo degli investimenti finanziari ma è importante soppesare ogni elemento, distinguere i rumors dai temi davvero importanti per gli investitori.
Guardando al crollo dell’equity dei primi giorni dell’anno, rintracciamo le tre cause principali che lo hanno determinato.
Prima di tutto, i nuovi dati sulla produzione, con un PMI (il Purchasing manager’s index) a 49,7, che ha confermato la contrazione dell’industria cinese e spaventato gli investitori a livello globale.Segue poi la pianificazione del termine oltre il quale gli azionisti non avrebbero più potuto vendere le loro azioni. Molti investitori, consci del fatto che la rimozione di tale termine avrebbe portato ad un significativo declino del mercato azionario, si sono mossi in anticipo prima della data ufficiale del 26 gennaio. Di conseguenza il governo cinese, per stabilizzare il mercato e correre ai ripari, ha dovuto ritardare il termine.
Terza causa del sell-off, il recente inserimento del circuit-breaker, un meccanismo che prevede una sospensione di 15 minuti delle contrattazioni quando l’indice di riferimento di Borsa sale o scende più del 5%, e la chiusura anticipata quando sale o scende di oltre il 7%.Tale meccanismo servirebbe a riportare la calma in casi di particolari scossoni dei mercati ma nel caso cinese, è accaduto l’esatto opposto scatenando un’ondata di vendite prima che le contrattazioni venissero sospese. Il circuit-breaker non ha fatto altro che accentuare il nervosismo dei mercati, per cui le autorità cinesi hanno deciso di sospenderlo.
Si potrebbe sostenere che la significativa contrazione dell’economia cinese sia dovuta in gran parte a causa di interventi maldestri da parte dei regolatori finanziari inesperti del Paese, piuttosto che dai fondamentali. Il 2016 non sarà un anno facile e i dati non sono certo rosei ma va ricordato che sono comunque in linea con le aspettative.
Secondo uno studio condotto da The Hong Kong Securities and Futures Commission, vi è la possibilità che i circuit-breakers siano in grado di “accelerare” i prezzi verso i limiti creando un “effetto magnete”. Questo è esattamente quanto accaduto nel corso dei 4 giorni in cui il sistema del circuit-breaker era attivo.Il primo effetto magnetico sembra essere scattato nel momento in cui l’indice ha registrato un -4% con gli investitori che cercavano di vendere prima della sospensione delle contrattazioni. Una volta attiva la sospensione e riprese le contrattazioni, si è manifestato un nuovo effetto magnetico che ha portato fino al -7%.In generale tale sistema dovrebbe essere applicato sono in casi estremi ed è evidente che ci siano state gravi falle nella sua progettazione.In primo luogo, il divario tra i livelli del 5% e del 7% è troppo ridotto per non far scattare facilmente un effetto calamita. Per questo, ad esempio, la SEC ha previsto per l’indice S&P 500 soglie al 7%, 13% e 20%. I mercati azionari degli USA sono molto più maturi se confrontati con quelli della Cina perciò, proprio in ragione di questo, sarebbe più opportuno partire da una sospensione delle contrattazioni almeno in linea con quanto avviene nel mercato americano.Tuttavia, i mercati cinesi probabilmente non avrebbero perfomato bene a prescindere dai circuit-breakers. A differenza di mercati mondiali come Stati Uniti e Europa, in Cina il settore della gestione del risparmio è ancora immaturo, gli scambi azionari sono dominati dagli investitori al dettaglio e dai loro investimenti a breve termine, con conseguenti squilibri e facili momenti di panico.
Inoltre, per quanto riguarda la gran parte dei titoli i blue chip, la maggioranza delle azioni sono detenute da azionisti del governo e quasi mai sono oggetto di scambi.In sostanza, il sell-off che ha interessato la Cina non deriva soltanto da gravi problematiche, quanto dall’immaturità di un mercato che ancora non sa come reagire. La sospensione delle contrattazioni avvenuta in due occasioni poteva quindi essere evitata, ricorrendo ad un meccanismo di volatilità controllata meglio progettato.Per ora, l’effetto domino del mercato azionario della Cina sul resto del mondo, è ancora piuttosto limitato, essendo pochi gli investitori al di fuori della Cina che hanno esposizione diretta al mercato azionario domestico.Fondamentalmente non è cambiato molto dalla fine 2015, pertanto gli eventi della scorsa settimana non devono essere considerati come l’inizio di un mercato orso.
Per ora, i cali hanno più a che fare con il sentiment che con la sostanza.
La volatilità del mercato cinese è frutto delle sue riforme economiche e di un delicato momento di transizione verso una crescita più lenta ma sostenibile.Pertanto, le forti oscillazioni sui mercati cinesi saranno destinate a ripetersi ma senza per questo dover destare particolari preoccupazioni.Probabilmente, la minaccia più grande arriverà dalla perdita di valore della valuta cinese (RMB), che il 7 gennaio 2016, ha raggiunto il livello più basso dal 2011.Le riserve in valuta estera sono state ridotte di $ 108.000.000.000 nel mese di dicembre, ben più del previsto, innescando una serie di svalutazioni competitive tra le altre nazioni, soprattutto nei mercati emergenti.Dal il contesto attuale, gli investitori dovranno guardare ai fondamentali senza permettere al resto di offuscare obiettivi e strategie di lungo termine.

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ll petrolio alimenta il debito greco

Posted by fidest press agency su martedì, 28 luglio 2015

greenpeace1È il messaggio che si poteva leggere oggi su un gigantesco striscione di 600 metri quadrati che Greenpeace ha aperto davanti a una centrale a olio combustibile in costruzione sull’isola di Rodi. Con quest’azione non violenta, gli attivisti di Greenpeace, provenienti da Grecia, Spagna e Italia, hanno voluto puntare i riflettori su una delle cause meno dibattute della crisi greca: l’elevatissima dipendenza del Paese dalle importazioni di combustibili fossili.«Il mondo intero guarda alla crisi greca e Greenpeace si unisce a tutti coloro che cercano soluzioni alternative. Ad esempio puntando sulle rinnovabili anziché spendere altro denaro per tecnologie a petrolio costose e inquinanti. In Grecia come in Italia, il sole è il miglior asset economico, non solo per l’industria del turismo, ma anche come fonte di energia libera e illimitata, in grado di contrastare la recessione e incentivare uno sviluppo sostenibile», afferma Luca Iacoboni, responsabile campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia. In concomitanza con l’azione, Greenpeace Grecia ha lanciato anche una campagna di crowfunding internazionale a supporto della più grande opportunità energetica che la Grecia possiede: il sole. I soldi raccolti saranno usati per installare pannelli solari destinati alle comunità dell’isola che oggi affrontano seri problemi energetici. E pensare che ogni anno, solo per

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alimentare con il petrolio le sue isole, la Grecia spende 800 milioni di euro in sussidi: una cifra equivalente al taglio delle pensioni proposto per ridurre il debito nazionale. Ma in Italia la situazione delle isole minori è altrettanto paradossale, come denuncia il report “100% rinnovabili: un nuovo futuro per le piccole isole” appena pubblicato da Greenpeace. La produzione energetica su venti delle nostre isole minori – veri e propri paradisi turistici come il Giglio, Favignana o le Tremiti – si basa infatti quasi interamente sul petrolio, e costa in bolletta agli italiani oltre 60 milioni di euro l’anno. Una cifra che potrebbe essere investita per promuovere una rapida transizione energetica verso un futuro 100 per cento rinnovabile. Non un’utopia, ma un obiettivo che molte isole nel mondo si sono già poste, e che qualcuna ha già raggiunto. Gli scenari illustrati nel report di Greenpeace mostrano che questo obiettivo potrebbe essere realizzato anche in Italia.«Solarizzare la Grecia o l’Italia sarebbe una mossa vincente su tutti i fronti: non solo permetterebbe di risparmiare i miliardi legati all’importazione di combustibili fossili dall’estero, ma favorirebbe uno sviluppo sostenibile, incentivando settori fondamentali come il turismo, oggi messi a rischio da trivelle e vecchie centrali a fonti fossili», conclude Iacoboni. Nel frattempo oltre 25 mila persone hanno già aderito alla campagna di Greenpeace “Solarnia, solar paradise” per chiedere un Mediterraneo 100% rinnovabile. (foto greenpeace)

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Petrolio e gas non convenzionali sono i combustibili del futuro

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 febbraio 2015

AUMENTO PREZZI BENZINASebbene i prezzi del petrolio greggio siano in calo, molte aziende e governi stanno cautamente investendo nelle tecnologie nuove ed esistenti per ottenere petrolio e gas da fonti non convenzionali. Gli idrocarburi non convenzionali avranno un ruolo importante nel mix di combustibili a livello globale, e i progressi tecnologici lungo l’intera catena di valore plasmeranno la redditività del settore nel lungo periodo. Nonostante il crescente interesse per le energie alternative, gli idrocarburi resteranno la principale fonte di energia in tutto il mondo per gli anni a venire. Una nuova analisi di Frost & Sullivan, intitolata “Global Oil and Gas Outlook 2014”, rileva che il mercato del gas naturale liquefatto (GNL) mantiene una forte attrattiva. Questo studio fornisce un’analisi dettagliata delle tendenze chiave che influiranno sul mercato globale Oil & Gas nel prossimo decennio e oltre. Il gas sarà uno dei principali combustibili per la produzione di energia nel 2030, nonostante l’incertezza economica sulla scia dei recenti disordini in Africa e in Medio Oriente. Inoltre, le recenti sanzioni occidentali verso la Russia in seguito al conflitto in Ucraina avranno un impatto negativo sui volumi commerciali del petrolio e del gas naturale in Russia. Nel lungo periodo, è molto probabile che la produzione di gas non convenzionale in Nord America, America Latina e Cina potrebbe compensare eventuali carenze nell’offerta e nella domanda di gas. “Gli investimenti nelle nuove tecnologie e la capacità di recupero del settore Oil & Gas hanno fatto nascere sistemi innovativi di esplorazione e produzione, come la trivellazione in acque profonde e le esplorazioni artiche a profondità di oltre 12.000 piedi, – afferma Pritil Gunjan, analista di Frost & Sullivan. – Anche i progressi tecnologici e l’ottimismo degli investitori hanno aumentato la resa dei non convenzionali di tight oil e gas di scisto.” Sebbene il gas di scisto abbia creato molta eccitazione, c’è incertezza riguardo alle riserve attuali e a quale percentuale di tali riserve sia recuperabile. Inoltre, i giacimenti europei e cinesi di gas di scisto sono molto più profondi di quelli negli Stati Uniti, rendendo la trivellazione e l’estrazione molto più difficili. La necessità di tecniche di trivellazione e di piattaforme raffinate aumenterà i tempi di sviluppo e i costi. Le sfide che il settore Oil & Gas dovrà affrontare sono molteplici:
• Rischi geografici e climatici in luoghi di difficile accesso
• Rischi di sicurezza relativi a gas e petrolio nelle regioni dai consumi elevati, specialmente Cina, India e Sud-est asiatico
• Bassa sicurezza operativa, elevato rischio di fuoriuscite e di disastri ambientali
• Progetti futuri classificati come altamente difficoltosi in termini di tecnologia ed efficienza operativa
• Incertezza riguardo alla crescita dei mercati collegati a petrolio e gas non convenzionali
• Passaggio dalle tecnologie basate sul petrolio a soluzioni alternative come biocarburanti ed energia elettrica
• Normative stringenti per le emissioni di gas serra
La corretta valutazione delle riserve e dei tassi di recupero avrà un’importanza critica nei prossimi due anni. Anche il focus sull’aumento della produzione e sulla riduzione dei costi sarà una priorità nel breve periodo. A tal fine, aumenteranno gli investimenti nelle tecnologie avanzate come la trivellazione orizzontale, il fracking idraulico, il downspacing e la trivellazione in acque profonde.
“Sebbene restino delle incertezze riguardo alle riserve, l’utilizzo di metodi di estrazione e produzione tecnologicamente superiori può migliorare i tassi di recupero, – osserva Gunjan. – Pertanto, ampliare le condutture e i terminali per collegare le aree di produzione alle raffinerie rappresenterà un’opportunità chiave per le aziende che operano in ambito Oil & Gas a livello globale.” “Global Oil and Gas Outlook 2014” è un Market Insight che fa parte del programma Energy & Power Growth Partnership Service. Questo Insight fornisce un’analisi delle tendenze globali chiavi che influenzeranno il mercato Oil & Gas nel corso del prossimo decennio e oltre. Approfondisce inoltre le opportunità di crescita nei principali mercati del settore Oil & Gas a livello globale.
Frost & Sullivan, la Growth Partnership Company, collabora con i propri clienti per potenziare una visione innovativa che risponda alle sfide globali e alle opportunità di crescita correlate che faranno la differenza per gli operatori del mercato di oggi. Per oltre 50 anni abbiamo sviluppato strategie di crescita per le 1000 aziende più importanti a livello globale, le realtà emergenti, il settore pubblico e la comunità degli investitori. La vostra azienda è pronta per la prossima ondata di convergenza industriale, tecnologie dirompenti, crescente competizione, macro tendenze, best practice innovative, clienti in continua evoluzione e mercati emergenti?

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Europa e Usa ferme mentre il mondo cambia

Posted by fidest press agency su martedì, 11 settembre 2012

Europa e Stati Uniti presi dai loro gravi problemi rischiano di non vedere che il resto del mondo è profondamente cambiato e richiede anche un mutamento delle regole del gioco in tutti i campi, finanziario, monetario, commerciale, istituzionale. I due cugini atlantici sembrano impegnati a nascondersi l’un l’altro le crisi che li travagliano: quella finanziaria negli Usa e quella istituzionale in Europa. Fino ad oggi si sono sottratti alla responsabilità di realizzare da protagonisti la “Grande Riforma” per un sistema economico globale più giusto ed equilibrato. Il vecchio continente soffre anzitutto della mancanza di volontà di accelerare il processo di effettiva unione politica più che della crisi del debito, che chiaramente c’è in molti paesi europei. La Germania non sembra avere la necessaria determinazione, così come fece invece per la riunificazione tedesca dopo la caduta del muro di Berlino. Così come, purtroppo, gli altri Paesi dell’eurozona continuano ad agire in un’ottica esclusivamente nazionale. Questa situazione, come noto, favorisce gli attuali attacchi speculativi contro l’euro, aggredendo di volta in volta il singolo paese più esposto. Ciò rischia di trasformarsi in crisi sistemica. Ecco perché è urgente una governance unitaria nel campo economico e fiscale, nonché un grande fondo europeo per lo sviluppo e gli eurobond per la gestione del debito pubblico. Gli Usa invece hanno drammaticamente trasformato la loro crisi finanziaria e bancaria in una gigantesca crisi di debito pubblico il cui controllo è sempre più in mani estere. Dal gennaio 2009 il debito pubblico americano è aumentato di più di 5.500 miliardi di dollari avvicinandosi ai 16.000 miliardi di oggi. Secondo il Dipartimento del Tesoro, nello stesso periodo l’indebitamento verso l’estero è passato da 3.072 miliardi a 5.292 miliardi di dollari con una crescita del 72,3%! Sono dati che farebbero agitare senza fine i “mercati” se fossero davvero indipendenti e sovrani. Molto indicativo dei grandi rivolgimenti internazionali in atto è la drastica riduzione della quota di debito pubblico americano in mano cinese. A giugno 2011 Pechino deteneva 1.315 miliardi di dollari di debito americano. A giugno 2012 sono scesi a 1.165 miliardi. La svolta della Cina non si può proprio ignorare, anche se nei citati dodici mesi il Giappone ha aumentato l’acquisto dei bond Usa sopperendo così al buco lasciato dai cinesi. Alcuni la spiegano con il rallentamento della crescita economica interna alla Cina. Altri la mettono in rapporto ad un più deciso orientamento dei paesi Brics verso la creazione di un nuovo sistema monetario basato su un più vasto paniere di monete, in alternativa al vecchio e decadente “sistema del dollaro”. Certamente non è più pensabile che il sistema globale possa continuare con le regole attuali! In questo contesto è rilevante notare che, sotto la spinta dei Brics, anche la politica monetaria africana sta cambiando radicalmente. Dall’inizio dell’anno prossimo l’Angola imporrà alle multinazionali petrolifere il pagamento dei tributi e contratti stipulati nella moneta locale. Lo stesso avverrà in Monzambico e nello Zambia, dove le transazioni in dollari sono già proibite. Il Ghana ha votato nuove leggi bancarie con controlli più stringenti sui conti correnti in dollari e sui trasferimenti di capitali all’estero. Anche la Russia si sta preparando ad un aggravamento della crisi economica e finanziaria globale. Lo ha sottolineato recentemente il presidente Putin in un incontro con i dirigenti regionali dove ha detto che la crescente crisi del debito nell’eurozona e le difficoltà finanziarie e del debito pubblico in Usa “causano un certo allarme”. Mosca spera che questi problemi non scoppino in una nuova crisi generale ma sta contemporaneamenteaccantonando delle riserve per questa evenienza. Sembra che il ministero delle Finanze russo stia ipotizzando nuovi assetti del bilancio interno in relazione ad eventuali cali molto forti del prezzo del petrolio. Sarebbe davvero grave se i maggiori attori economici e politici mondiali dovessero affrontare una nuova emergenza economica sistemica “marciando al suono delle propria fanfara”, mentre diventa sempre più impellente decidere a livello di G20.
(di Mario Lettieri Sottosegretario all’Economia del governo Prodi e Paolo Raimondi Economista)

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Trivellazioni offshore

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 settembre 2011

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Image by JeltoB via Flickr

Bruxelles Parlamento europeo. La ricerca tramite perforazioni di gas naturale o petrolio nei mari europei dovrebbe essere autorizzata solo dopo che l’impresa interessata abbia presentato un piano d’emergenza adeguato e dimostrato di avere fondi sufficienti per riparare a un eventuale piano ambientale, secondo quanto previsto da una risoluzione adottata martedì dal Parlamento. I deputati propongono che, prima di ogni operazione di trivellazione, gli uffici competenti nazionali vaglino e approvino un piano d’emergenza specifico, in grado di identificare rischi e causalità, valutare l’impatto ambientale e predisporre una strategia d’intervento in caso d’incidente. Il testo approvato dall’Aula, con 602 voti a favore, 64 contrari e 13 astensioni, vuole contribuire alla stesura di una proposta legislativa che la Commissione presenterà in autunno.
La risoluzione contiene la richiesta che tutte le imprese di trivellazione per gas e petrolio dimostrino, durante la procedura per ottenere la licenza, di avere in cassa fondi sufficienti per rimediare a un eventuale danno ambientale. I deputati propongono anche che il principio del “chi inquina, paga” e quello di “rigorosa responsabilità”, previsti nella direttiva europea sulla responsabilità ambientale, si applichino a qualsiasi danno inferto alle acque e alla biodiversità, anche nel caso di perforazioni in mare aperto. Pur esprimendo dubbi sulla necessità di creare un “controllore dei controllori” a livello UE per tutte le operazioni offshore, sottolineando il rischio di impoverire le già scarse risorse delle autorità nazionali competenti, i deputati si sono detti d’accordo sul bisogno di un coordinamento europeo in caso d’incidente ambientale, da affidare all’Agenzia europea per la sicurezza dei mari (AESM).
I deputato propongono infine che i lavoratori dipendenti dovrebbero poter denunciare i rischi alla sicurezza alle autorità competenti in forma anonima, in modo da essere tutelati da eventuali intimidazioni.

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Trivellazioni petrolio alle Tremiti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 giugno 2011

Legambiente, insieme ad altre associazioni ambientaliste, ha impugnato dinanzi al TAR del Lazio il decreto del ministero dell’Ambiente (126/2011) che valuta positivamente, sotto il profilo della compatibilità ambientale, un programma d’indagini sismiche proposto da Petroceltic Italia srl per l’individuazione e lo sfruttamento di giacimenti petroliferi sottomarini al largo delle coste abruzzesi, molisane e pugliesi. Le associazioni hanno, infatti, ravvisato nel procedimento del ministero numerosi vizi formali e sostanziali che inducono a dubitare della corretta individuazione e valutazione degli impatti ambientali che verrebbero arrecati all’ambiente marino. Hanno rilevato, anche, il mancato coinvolgimento della Regione Puglia nella procedura, nonostante le isole Tremiti siano più vicine all’area di ricerca della Petroceltic dei comuni costieri di Abruzzo e Molise. Probabilmente per evitare un ennesimo parere sfavorevole da parte della Regione, che già l’anno scorso si era opposta a un altro progetto di ricerca alle Tremiti proposto dalla medesima società. Il permesso di ricerca è solo una frazione di un più ampio programma industriale che include 11 aree di indagine petrolifera, tutte confinanti tra loro, per un totale di 4000 chilometri quadrati di mare territoriale. Ciononostante questa autorizzazione ha formato oggetto di una VIA singola, senza alcuna valutazione delle interferenze e degli impatti cumulativi riferiti alla iniziativa nella sua globalità. Così facendo il ministero dell’Ambiente ha evidentemente violato i principi affermati solo un anno fa dal giudice amministrativo in relazione a un analogo progetto di ricerca frazionato in lotti della società Northern Petroleum (cfr. sentenza TAR Puglia – Bari, n. 2602/2010).
Le associazioni hanno chiesto, inoltre, al TAR del Lazio di voler disporre, anche in via cautelare, la rinnovazione del procedimento nel rispetto dei principi di pubblicità e partecipazione, evidenziando il grave pregiudizio che l’utilizzo della tecnica air-gun può provocare in particolare sui mammiferi marini, come attestato dalle perizie necroscopiche eseguite nel dicembre 2009 sui capodogli che si spiaggiarono sulle coste garganiche in seguito a fenomeni di embolia gassosa.

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Il petrolio in Usa

Posted by fidest press agency su martedì, 24 Maggio 2011

“Non punite la nostra industria per avere fatto bene il proprio lavoro”. Parla John Watson, l’amministratore delegato di Chevron, una delle cinque maggiori compagnie petrolifere statunitensi, mentre cerca di convincere un gruppo di senatori a non togliere sgravi fiscali alla sua ditta. Si tratta di benefici che aiutano l’azienda di Watson come pure di Exxon, Mobil, Shell, ConocoPhillips e BP America. In che modo fanno bene il loro lavoro? Ovviamente non con il prezzo basso della benzina che attualmente oltrepassa i quattro dollari al gallone (1,34 euro al litro) ma con i recenti profitti stratosferici. Perché avrebbero dunque bisogno di sgravi fiscali queste aziende che hanno moltissimo successo quando i consumatori devono continuare a pagare prezzi sempre più alti?
Watson ed i suoi colleghi hanno cercato di giustificare il bisogno degli sgravi fiscali perché producono più esplorazione ed eventualmente prezzi più bassi. La realtà però lo guardava in faccia. Il contrario era davanti a tutti. Inevitabilmente i senatori democratici hanno dimostrato il loro disappunto ed hanno introdotto un disegno di legge al Senato che toglierebbe le agevolazioni fiscali alle aziende petrolifere americane. Si tratta di leggi approvate in parte più di cent’anni fa che al giorno d’oggi non hanno più rilevanza. Nel passato dovevano incoraggiare la ricerca di nuove fonti di petrolio. La loro eliminazione avrebbe, secondo Watson, un impatto negativo alla creazione di posti di lavoro. Ridurrebbe i loro profitti del 2% per quest’anno. Per il primo trimestre queste aziende hanno realizzato 35 miliardi di profitti. L’eliminazione degli sgravi fiscali avrebbe naturalmente un impatto minimo. Considerando i profitti di 900 miliardi realizzati da queste cinque aziende dal 2001 al 2011, due miliardi di tasse non dovrebbero fargli perdere sonno.
Poi se si considerano le tasse pagate da queste aziende si nota che la loro cifra è del 17% mentre quella per una famiglia americana tipica è del 20%. Il disegno di legge al Senato non è stato approvato perché solo 53 senatori hanno votato a favore. Non si è raggiunto il numero magico dei due terzi, cioè 60 voti necessari. In effetti, la minoranza repubblicana è riuscita a bloccare la proposta, almeno temporaneamente, dato che i democratici intendono riprovarci. L’eliminazione degli sgravi fiscali ad aziende che hanno molto successo non risolverebbe tutti i problemi fiscali del Paese. Ciononostante i due miliardi annui di fondi potrebbero essere usati per buonissime cause. A cominciare con investimenti su treni ad alta velocità che ridurrebbero la nostra dipendenza sull’uso delle macchine e spingerebbero il prezzo della benzina in giù. Il costo di ogni prodotto dipende dal fabbisogno e meno sarebbe la richiesta, più in basso andrebbero i costi. Un altro modo efficiente per usare questi fondi sarebbe di investirli ad incoraggiare l’uso delle macchine ibride e sviluppare la fabbricazione di automobili efficienti che raggiungano 60 miglia al gallone.
I voti contrari al disegno di legge non sono venuti esclusivamente da senatori repubblicani, gli alleati naturali delle grosse aziende. Anche qualche democratico si è opposto. Mary Landrieu, senatrice della Louisiana, per esempio, ha spiegato che, votare per colpire le aziende petrolifere può fare piacere, ma non risolve la situazione. Queste aziende, secondo lei, offrono lavori a 9,2 milioni di americani. Ha ragione. Rimane da considerare però che le aziende offrono lavoro non per la loro generosità ma perché i lavoratori sono strumenti necessari per i profitti.
Votare per continuare gli sgravi fiscali ad aziende che sono in pericolo di andare in bancarotta e quindi causare la perdita di posti di lavoro è una cosa. Un’altra cosa è continuare sgravi fiscali ad aziende che sono sane e guadagnano un sacco di quattrini. Questo si chiama puro e semplice egoismo che solo si spiega con i 145 milioni di contributi annuali ai politici ed i 798 lobbisti che lavorano per le aziende petrolifere. (Domenico Maceri)

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Petrolio: rialzi speculativi

Posted by fidest press agency su martedì, 1 marzo 2011

Gli Indipendentisti di lu Frunti Nazziunali Sicilianu ribadiscono il convincimento che le rivoluzioni e le guerre civili in corso nel Nord-Africa (ed in Libia in particolare) non possano e non debbano costituire un pretesto per fare scattare automaticamente i prezzi del petrolio e dei carburanti in genere. Non nel mercato internazionale, non in Europa, non in Italia, non – soprattutto – in Sicilia. L’FNS “Sicilia Indipendente” ritiene – pertanto – che sia giunto il momento di procedere alla DEFISCALIZZAZIONE, in tutto il territorio siciliano, del prezzo della benzina e degli altri derivati del petrolio. A tal proposito, sono doverose alcune riflessioni ed alcune dichiarazioni d’intenti:
1. Una iniziativa del genere costituirebbe un minimo di risarcimento per la Sicilia, che ha dovuto subire la destinazione “Coloniale” ad area di produzione e di raffinazione del Petrolio.
2. La Sicilia ha diritto alla defiscalizzazione in quanto area “periferica” e di confine dell’Unione Europea. Il Sicilia il prezzo della benzina (ripulito delle accise, delle imposte, dei balzelli eccetera) non dovrà superare i 50 centesimi a litro.
3. La defiscalizzazione del prezzo della benzina contribuirebbe, in modo specifico, a ridurre i disagi provocati, in ogni famiglia, dall’incontrollato (ed incontrollabile) aumento dei prezzi dei generi di prima necessità (benzina compresa).
4. Tutto ciò si dovrà realizzare senza mai deflettere dall’obiettivo di far diventare la Sicilia punta avanzata della ricerca e della produzione di fonti energetiche alternative al petrolio. e potenziando gli interventi rivolti al recupero della integrità ambientale, nel senso più ampio del termine.
5. Non dobbiamo mai perdere di vista l’obiettivo della migliore qualità della vita.
6. in quanto siciliani, abbiamo l’esigenza ed il “diritto-dovere” di gestire meglio (anzi: di gestire una buona volta) il settore petrolifero siciliano nella sua interezza. nonché di adottare una specifica strategia siciliana per l’economia e per l’ambiente.

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L’alternativa al petrolio libico

Posted by fidest press agency su sabato, 26 febbraio 2011

“Questa crisi sta colpendo, tra gli altri, anche numerose aziende italiane presenti nell’area nordafricana e sta incidendo sull’approvvigionamento internazionale di importanti materie prime e risorse di cui l’enorme fascia sub sahariana è, di contro, ricca. Il difficile momento dovrebbe indurre il Governo italiano ad inaugurare una politica finalmente proficua di rapporti con i circa 20 esecutivi dell’enorme area a sud del Sahara. L’Italia dipende dalla Libia  per il 10% del suo fabbisogno di gas e per il 20% di quello del petrolio: dovendo sopperire alla improvvisa mancanza di forniture di gas ed ipotizzando restrizioni in quelle del petrolio proveniente da Tripoli, per non intaccare le sue riserve strategiche l’Italia dovrebbe opportunamente scegliere di intensificare le estrazioni in Congo, Gabon, Angola, Nigeria Uganda e Ruanda, Paesi retti da Governi stabili ed in cui l’Eni è già presente con importanti impianti (es. Nigeria)”. Per Cestari, quindi, il Governo italiano dovrebbe individuare, quali alternative alla Libia “la fascia sub sahariana in cui intensificare nell’immediato l’attività estrattiva ed iniziare finalmente a costruire le condizioni diplomatiche perché, nel medio termine, si ampli il ventaglio delle concessioni. Finora l’Italia ha colpevolmente snobbato quei Paesi lasciando campo libero ad altre potenze occidentali ed alla Cina”. Alle tante imprese private che hanno abbandonato Libia, Tunisia e Marocco, Cestari dice: “Chi finora ha operato con il nord Africa può guardare con fiducia e sicurezza anche alla fascia sub sahariana. I Governi locali saranno prontissimi ad accogliere nel migliore dei modi, con codici di investimento e condizioni generali molto favorevoli, ogni imprenditore od industriale interessato a delocalizzare in un’area dalle enormi potenzialità (mercato complessivo di 500 milioni di persone a fronte dei 5,5 milioni di quello libico), tra l’altro, ricca anche di legno, ferro e cobalto, coltan e caffè ed in cerca di investitori in tutti i settori imprenditoriali ed industriali”.

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Mercati materie prime

Posted by fidest press agency su venerdì, 7 gennaio 2011

I prezzi del petrolio tendono a salire. Con molta probabilità, nei prossimi mesi si porteranno intorno a 92 dollari per barile rispetto agli attuali 86,6. E’, in pratica, aumentata la domanda e contratta l’offerta. Questo accade sia nelle economie dell’Ocse che a quelle non appartenenti all’organizzazione e all’agenzia internazionale per l’energia. C’è comunque da rilevare che l’insufficiente offerta sul mercato dipenda soprattutto da un elevato margine di capacità inutilizzata e che ci sia a monte una regia che tende a tenere sulle corde i prezzi del petrolio per evitare che si abbassino entro certi limiti. Vi fanno il paio i prezzi delle materie prime non energetiche. Anch’esse sono in ascesa alimentati dai rincari dei prodotti alimentari e dei metalli. Qui parliamo per la fine del corrente anno di un rapporto in crescita su base annua del 24%. Se da questo osservatorio guardiamo al futuro dobbiamo arguire che la crescita mondiale dovrebbe mantenersi a livelli alquanto modesti. Ancora una volta dobbiamo registrare tensioni in alcuni segmenti dei mercati finanziari che faranno leva proprio sugli aumenti del petrolio e delle altre materie prime e da spinte protezionistiche da parte delle aree più deboli a livello globale. (A.R.)

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