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Posts Tagged ‘pianeta’

Rifiuti elettronici, cinque azioni per aiutare il pianeta

Posted by fidest press agency su domenica, 6 giugno 2021

Contribuire al ripristino dell’ecosistema significa anche assicurarsi che i propri rifiuti seguano una corretta strada di raccolta, recupero e smaltimento evitando così che possano essere dispersi. In occasione della Giornata mondiale dell’Ambiente, che si celebra il 5 giugno fin dal 1972 e che si prefigge non solamente di richiamare l’attenzione pubblica sulle questioni ambientali, ma di indicare delle azioni concrete che possano contribuire al miglioramento dell’ambiente stesso, il consorzio Ecolight pone l’accento sui rifiuti elettronici. Una tipologia di scarti che sta crescendo a ritmi sostenuti e che rappresenta una vera sfida ambientale per le potenzialità di recupero che ha. «Solamente il 20% dei RAEE segue un iter corretto. Il resto finisce nella raccolta indifferenziata oppure, nel peggiore dei casi, viene esportato illegalmente», osserva Giancarlo Dezio, direttore generale di Ecolight, consorzio nazionale per la gestione dei RAEE, delle pile e degli accumulatori esausti. «Conoscere il valore ambientale di questi rifiuti, ma soprattutto assicurarsi che questi siano conferiti correttamente è un impegno che ci deve vedere tutti coinvolti se vogliano contribuire in modo fattivo alla tutela del nostro pianeta».Nel rispetto delle indicazioni della Giornata mondiale dell’Ambiente, Ecolight ricorda le azioni concrete che possono dare una mano al miglioramento dell’ambiente. In cinque punti, le indicazioni su come gestire frigoriferi, frullatori, smartphone e lampadine a risparmio energetico non più funzionanti:1. innanzitutto, i RAEE possono essere portati direttamente alla piazzola ecologica del proprio comune. Qui ci saranno cinque contenitori dove conferire rispettivamente: frigoriferi e congelatori, forni e lavatrici, schermi e televisori, piccoli elettrodomestici ed elettronica di consumo e lampadine a risparmio energetico e a fluorescenza; 2. è bene ricordarsi che, al momento dell’acquisto di una nuova apparecchiatura, è possibile consegnare gratuitamente al rivenditore (negozio o portale e-commerce) l’apparecchiatura vecchia non più funzionante secondo il principio dell’Uno contro uno; 3. i RAEE di piccole dimensioni, ovvero fino a 25 cm, possono essere consegnati in negozio anche senza alcun obbligo di acquisto (principio dell’Uno contro zero). Questo vale per i negozi con una superficie di vendita di apparecchiature elettroniche superiore ai 400 mq; 4. le lampadine a incandescenza e quelle alogene non sono RAEE, devono quindi essere messe nel sacco della raccolta indifferenziata; 5. è bene togliere le pile da ogni apparecchiatura elettrica prima di buttarla. Le pile esauste devono essere conferite negli appositi contenitori che si trovano nelle ecoisole comunali oppure in prossimità di alcuni esercizi commerciali.

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“Un pianeta piccolo piccolo. La fine della globalizzazione”

Posted by fidest press agency su domenica, 2 maggio 2021

Edito dal Sole 24 Ore in edicola per un mese da sabato 17 aprile e in libreria da giovedì 29. Il volume sarà disponibile anche in versione ebook. La prima globalizzazione della Storia crollò perché era un sistema troppo fragile. Trenta secoli dopo, nel 2020, la Storia si ripete: la globalizzazione moderna si inceppa. Un’epidemia segna la fine di un mondo, della globalizzazione “madre e matrigna”. Un periodo storico, plasmato dalla TurboFinanza si chiude e un nuovo ordine mondiale sorgerà: è la fine della Movida Economy, dei negozi tradizionali, del lavoro in ufficio e dei ristoranti, ultima incarnazione del consumismo. Sorge l’era della Home Economy: dalla spesa al lavoro, tutto si farà in casa. La Società Matrix, tutti chiusi nel proprio bozzolo virtuale, sta per diventare realtà.Attraverso un focus che si concentra principalmente sugli ultimi trent’anni di storia, Simone Filippetti propone al lettore “un’analisi razionale, a tratti spietata, ma lucidissima” – come la definisce Daniele Capezzone nella prefazione – di quello che sta accadendo sotto gli occhi di tutti e offre una riflessione su quelli che potranno essere i possibili scenari futuri riassumendo le ultime tappe della storia recente prima dell’arrivo del Coronavirus: “I campionati di calcio di Italia ’90 come la fine di un’epoca (e di tante illusioni); poi, la bolla di Internet e l’esplosione della new economy alla fine degli anni Novanta e al giro di boa del nuovo secolo; l’attentato alle Torri Gemelle come inizio dell’era della grande volatilità; la crisi finanziaria del 2007-2008 come esito forse inevitabile di una turbofinanziariazzione incontrollata; l’inondazione di liquidità del Quantitative easing, che però non arriva all’economia reale, sempre più boccheggiante; il 2011 come anno dell’aggressione all’Italia come animale più debole del branco; fino al 2016 con gli choc (per una élite che non aveva voluto vedere e capire) di Brexit e dell’elezione di Donald Trump; e al 2020-2021 dell’incubo Covid”. Nel libro l’autore spiega: “La globalizzazione, che ha prosperato sulla libera circolazione di merci e persone si è improvvisamente bloccata: aeroporti vuoti, compagnie aeree a terra, stazioni deserte e treni dimezzati. Il cittadino globale, che lavora a Londra, vola in settimana per fare riunioni a New York, ha la famiglia a Milano, è diventato uno smart worker, che fa le riunioni via Zoom e non mette il naso fuori dalla finestra. La movida, diventata un pilastro fondamentale dell’economia, un fenomeno che ha ridisegnato le città (a cominciare dal “Fenomeno Milano”) è evaporata, tra ristoranti chiusi e locali notturni sotto coprifuoco. Il virus – prosegue l’autore – ha colpito al cuore il ganglio dei consumi, che sono ormai il motore del mondo occidentale e dei Paesi sviluppati. Negozi, musei, teatri, cinema e stadi: tutto è vuoto e chiuso. Tutto si vive solo filtrato dallo schermo del Pc, connesso ovunque. Si lavora da casa; da casa si fa la spesa on-line; da casa, via app, si ordina il pranzo, perché ormai la società è stata disabituata a cucinare; e il pranzo viene consegnato dai fattorini della gig economy, sottopagati. Da casa si pagano le bollette, e si riscuote la pensione. Da casa non si va più a scuola, ma gli studenti devono imparare l’aoristo o la partita doppia (con pessimi risultati) da un insegnante “virtuale”. edicola: € 12,90, libreria: € 14,90 ebook: € 9,99

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Pianeta terra: A proposito di ecologia e dei guasti all’ecosistema

Posted by fidest press agency su giovedì, 4 marzo 2021

Mi viene in mente un racconto tanto “per rinfrancare lo spirito” letto nel libro di Daniel Taub, edito dalla San Paolo, titolato “Luci della Torà”: “Il Signore parlò a Noè e disse: “Noè tra sei mesi manderò la pioggia, finché il mondo intero sarà coperto dall’acqua e tutte le cose malvagie saranno distrutte. Ma voglio salvare alcune persone buone e due esemplari di ogni essere vivente sul pianeta. Ti ordino di costruire un’arca.” Trascorsi sei mesi il cielo prese a rannuvolarsi e in-cominciò a cadere la pioggia. Il Signore guardò giù e vice Noè che piangeva seduto in giardino, ma niente arca. “Noè!” Gridò il Signore. “Dov’è la mia arca?” “Signore perdonami” Implorò Noè. “Ho fatto del mio meglio ma ci sono state grosse difficoltà: Prima di tutto ho dovuto procurarmi un permesso per la costruzione dell’arca, ma i tuoi progetti non erano a norma. Poi i vicini si sono lamentati, dicendo che violavo le ordinanze del quartiere, e dovevo farmi dare i permessi. Poi ho avuto enormi problemi a tagliare legna sufficiente per l’arca, per via del divieto di abbattere gli alberi. E adesso, quando finalmente ho cominciato a raccogliere gli animali, sono stato denunciato da un gruppo di animalisti che protestano perché mi porto solo due esemplari di ogni tipo. Davvero, non credo di riuscire a finire l’arca in meno di cinque anni.”
Di fronte a ciò il cielo si rischiarò, il sole cominciò a splendere e un arcobaleno tese il suo arco nel cielo. Noè guardò su e sorrise: “Vuoi dire che non distruggerai il mondo?”, chiese pieno di speranza. “No”, disse il Signore, “ci ha già pensato il governo.” A ben pensarci è esattamente quello che sta accadendo con la distruzione delle foreste equatoriali, con il crescendo delle violenze personali e di gruppo e i tanti scempi che si compiono per la devastazione dell’ecosistema. È tempo quindi non più, o per lo meno non solo di diluvi ma anche per dirci che siamo noi come sistema politico, economico e sociale a gettarci la zappa sui piedi e ad autodistruggerci.(Riccardo Alfonso)

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La proposta ONU di proteggere il 30% del pianeta entro il 2030

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 settembre 2020

Centoventotto tra esperti e ONG ambientaliste e dei diritti umani lanciano oggi un monito: la proposta ONU di aumentare le aree protette globali, come i parchi nazionali, potrebbe portare a gravi violazioni dei diritti umani e causare danni sociali irreversibili per alcune delle popolazioni più povere del mondo. Nel maggio 2021, il Vertice delle Parti presso la Convenzione sulla diversità biologica (CBD), prevede di accordarsi sul nuovo obiettivo di mettere almeno il 30% della superficie terrestre sotto conservazione entro il 2030. Questo obiettivo “30×30” raddoppierebbe l’area di terra attualmente protetta entro il prossimo decennio.Tuttavia, le preoccupazioni sui costi umani della proposta e sulla sua efficacia come misura ambientale stanno crescendo poiché la protezione della natura, in regioni come il bacino del Congo africano e l’Asia meridionale, negli ultimi anni è stata sempre più militarizzata. Una serie di recenti denunce ha rivelato che le comunità continuano a essere espropriate e sfrattate con la forza per far spazio alle aree protette e che subiscono gravi violazioni dei diritti umani da parte delle forze anti-bracconaggio, armate pesantemente.In una lettera al Segretariato della CBD, le ONG avvertono che potrebbero subire gravi impatti negativi fino a 300 milioni di persone a meno che non siano implementate misure molto più forti per proteggere i diritti dei popoli indigeni e di altri piccoli proprietari terrieri tradizionali e gestori dell’ambiente. I gruppi ambientalisti firmatari del monito hanno anche affermato che il modello di “conservazione fortezza” implementato in gran parte del Sud del mondo non riesce a prevenire il rapido declino della biodiversità, sottolineando anche come spesso le pesanti imposizioni rischiano di mettere la popolazione locale contro gli sforzi di conservazione, accelerando addirittura la distruzione dell’ambiente. Qualsiasi ulteriore incremento delle aree protette, sostengono, deve essere preceduto da una revisione indipendente degli impatti sociali e dell’efficacia di conservazione delle aree protette già esistenti.

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Le 5 soluzioni tech per salvare il Pianeta e tutelare l’ambiente

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 luglio 2020

I cambiamenti climatici, il consumo inadeguato delle fonti di energia, lo stato di salute degli oceani, la deforestazione sono alcune delle problematiche da risolvere su cui organizzazioni internazionali e singoli Stati sono già al lavoro. In tal senso, la tecnologia può rendere il nostro Pianeta un luogo più confortevole e sostenibile, in cui le generazioni future possono continuare a vivere e prosperare.Ecco alcune tecnologie, raccolte dal sito In a Bottle (wwwinabottle.it), che nel prossimo futuro potrebbero aiutare la Terra, rendendo il nostro Pianeta un posto migliore.
Il Vetro Solare: E se ogni finestra di un grattacielo potesse generare energia? Questa è la promessa del vetro solare, una tecnologia emergente che sta suscitando molto interesse in chi si occupa di design e sostenibilità. Il vetro solare è un materiale per finestre opportunamente trasparente capace di catturare l’energia del sole e convertirla in elettricità.Il grande ostacolo oggi è l’efficienza. Le celle solari ad alte prestazioni possono raggiungere un’efficienza pari o superiore al 25%, ma mantenere la trasparenza significa sacrificare l’efficienza con cui la luce viene convertita in elettricità. Un team dell’Università del Michigan sta sviluppando un prodotto in vetro solare che offre il 15% di efficienza lasciando passare il 50% della luce.
Il grafene: Più forte dell’acciaio, più sottile della carta, capace di condurre energia meglio del rame. Il grafene sembra essere un materiale miracoloso, fino a poco tempo conosciuto solo a livello teorico. Si tratta di uno strato ultra-sottile di grafite scoperto per la prima volta nel 2004 all’Università di Manchester. Ora è oggetto di intense ricerche e sperimentazioni, con molti che prevedono che sarà capace, dopo bronzo, ferro, acciaio e silicio, di promulgare l’evoluzione culturale e tecnologica della nostra specie.Un grafene è spesso composto da un solo atomo, flessibile, trasparente e altamente conduttivo, rendendolo adatto a una vasta gamma di applicazioni come la filtrazione dell’acqua, il trasferimento di energia su grandi distanze con perdite minime e usi fotovoltaici. Aumentando notevolmente l’efficienza rispetto ai materiali attuali, il grafene può rivelarsi una pietra miliare per un mondo sempre più green.
La plastica vegetale: Le materie plastiche a base vegetale che biodegradano sono una soluzione appetibile, in quanto potrebbero, in teoria, sostituire molti dei prodotti di plastica già in circolazione. Una società indonesiana chiamata Avani Eco produce dal 2014 bio-plastica di manioca.Attenzione: non tutte le bioplastiche biodegradano e si discute del merito di alcune tecniche di produzione. Un consumatore responsabile nel prossimo decennio dovrà saper conoscere il ciclo di vita dei prodotti che sceglie di acquistare.
La potenza è un fattore che limita lo sviluppo di molte tecnologie ecologiche. Il vento e il sole, ad esempio, sono in grado di generare grandi quantità di elettricità, ma la loro carenza in certi momenti ha ostacolato l’adozione delle tecnologie basate su di esse. Allo stesso modo, le auto elettriche stanno facendo passi da gigante, ma fino a quando la portata non aumenta e i tempi di ricarica diminuiscono, i combustibili fossili domineranno.Le batterie esistono e continueranno ad esserci, in quanto autoalimentarsi solo attraverso energie rinnovabili risulta oggi troppo costoso. Una società chiamata Form Energy sta sviluppando quelle che sono conosciute come batterie acquose a flusso di zolfo che costano tra $ 1 e $ 10 al chilowattora, rispetto ai $ 200 al chilowattora di quelle al litio. Anche i tempi di conservazione dovrebbero aumentare, forse per mesi. La sperimentazione di Form in California, se darà esiti positivi, potrebbe fornire una tabella di marcia al resto del mondo. Per curare il Pianeta occorre misurarlo. I sensori ambientali sono una delle tecnologie poco conosciute che permettono che ciò accada, e la diffusione dei sensori in rete sarà una delle tecnologie fondamentali per favorire ogni sforzo legato alla sostenibilità.I sensori di inquinamento in rete attualmente in uso aiutano a prevenire e ridurre le problematiche ambientali. Rispetto al passato, oggi sensori piccoli come un centesimo monitorano la qualità dell’aria e dell’acqua, identificando gli inquinanti e acquisendo dati in tempo reale su fenomeni che sono cruciali per il nostro benessere sociale ed economico. Sono in fase di realizzazione sensori indossabili per analizzare la qualità dell’aria e reti di sensori localizzati che monitorano l’utilizzo di energia e acqua negli edifici per ridurne gli sprechi. L’ulteriore proliferazione di questi sensori avrà un impatto positivo sul modo in cui viviamo.

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Quali sono gli effetti del cambiamento climatico sul nostro Pianeta?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 aprile 2020

Per scoprirlo, collegarsi sui canali di Frascati Scienza lunedì 30 marzo alle ore 14.30, con Copernicus is watching us, la virtual classroom di Scienza Contagiosa in cui Giancarlo Filippazzo programme coordinator presso il Copernicus Space Office dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) di Frascati, ci farà vedere i segni del climate change osservati dallo Spazio.Copernicus è il complesso programma di osservazione satellitare della Terra che rileva e gestisce dei dati sullo stato di salute del pianeta. Ad esempio, è proprio questo programma che negli ultimi giorni ha confermato un calo di inquinamento dovuto alla sospensione delle attività come misura di contrasto all’avanzamento del COVID-19.Per partecipare agli appuntamenti di Scienza Contagiosa, basta seguire la diretta sui canali Facebook e YouTube di Frascati Scienza. È possibile interagire con gli speaker inviando domande attraverso la sezione “Commenti” delle due piattaforme, lo staff di regia si occuperà di raggrupparle e proporle ai docenti che risponderanno in diretta ai vostri quesiti. Subito dopo è prevista la replica su IGTV di Instagram.

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Il modello ICA: ora plastic free: Più sostenibilità per salvare il pianeta

Posted by fidest press agency su domenica, 22 dicembre 2019

Dopo le vernici bio, la ricerca green, la mensa di filiera corta arriva anche il progetto di riduzione plastica, che ha aderito al programma del Ministero dell’Ambiente. In un solo anno tagliate 150mila bottigliette di acqua, 340 boccioni e 55,31 tonnellate di CO2. È tra gli antesignani dell’innovazione green nel Belpaese. Nel 1995 si è imposta al mondo ottenendo dalla Comunità Europea il prestigioso marchio Life, grazie alla gamma di vernici all’acqua bicomponenti, quale riconoscimento ufficiale per lo “sviluppo durevole e sostenibile” dimostrato dall’azienda e finalizzato alla riduzione dell’inquinamento atmosferico, anticipando la svolta verde dell’intero comparto. Grazie a investimenti nella più prolifica eco-research Made in Italy, ICA, l’azienda civitanovese della famiglia Paniccia, ha reso possibile il prodigio dei colori bio, che tagliano le emissioni di anidride carbonica. E i dati parlano chiaro: verniciando un armadio in legno è possibile risparmiare CO2 per l’equivalente di 340 km percorsi da un’auto, come la distanza tra Roma e Reggio Emilia. Sono tappe decisive della storia della sostenibilità in Italia e coincidono con alcuni traguardi raggiunti dal Gruppo ICA, leader internazionale per le vernici innovative. Così, anche per fedeltà alla propria mission quasi cinquantennale, la multinazionale marchigiana valorizza la sensibilizzazione verso l’ambiente all’interno della propria azienda, nei confronti di dipendenti e collaboratori. Da questa settimana il passo ulteriore è stato quello di esser diventati plastic free con l’eliminazione, nella sede di Civitanova Marche, dell’uso di bottigliette e boccioni in plastica. Una relazione sull’impatto di questa scelta rivela numeri considerevoli. In un anno, il consumo di petrolio risparmiato ammonta a 3940 kg, e quello dell’acqua a 33940 litri. Grazie a questo intervento vengono tagliate le emissioni di 55,31 tonnellate di CO2, 35,5 kg di monossido di carbonio, 39,4 kg di zolfo e 78,8 kg di idrocarburi. L’azienda ha distribuito a tutti delle borracce di alluminio che permettono così di non utilizzare 150mila bottiglie di plastica, da mezzo litro, e 340 boccioni da 18 litri. Con questa azione, l’impresa civitanovese ha aderito alla campagna “Plastic free” lanciata dal Ministero dell’Ambiente che vuole coinvolgere più persone, società e istituzioni possibile, perché si impegnino ad eliminare la plastica usa e getta, grave fonte di inquinamento per gli oceani.Il contributo di ICA ad ostacolare l’incremento della plastica (passato dai 2 milioni di tonnellate negli anni 50 a quasi 360 nel 2015) si colloca nel solco di una vision mirante a rappresentare e compiere al meglio l’impresa di proteggere il futuro. Ma ambiente è anche dove si lavora. Per questo negli anni ICA ha promosso azioni virtuose in azienda, realizzando una mensa con prodotti di filiera corta e dotando lo stabilimento di biciclette che consentono di spostarsi in tempi veloci a impatto zero, senza prendere un mezzo di trasporto come l’auto.

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“PiantiAMO gli Alberi, sosteniAMO il Pianeta”

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 dicembre 2019

Gubbio. In occasione delle imminenti festività natalizie, i dipendenti delle sedi italiane del Gruppo Financo, compresi quelli dello Stabilimento di Rassina, avranno in dono un albero da piantare, per compiere insieme all’azienda un piccolo gesto a favore del nostro pianeta. Ognuno di loro potrà scegliere il proprio albero tra varie tipologie e, nel caso non avesse uno spazio idoneo ove piantarlo, potrà contare sull’aiuto di tutti i colleghi.Gli alberi producono ossigeno, catturano CO2 migliorando così la qualità dell’aria, proteggono l’ambiente dal dissesto idrogeologico, favoriscono la salvaguardia delle biodiversità animali e vegetali, contribuiscono al fabbisogno alimentare, rendono più gradevole il paesaggio agevolando così il benessere psico-fisico dell’uomo. Il progetto è esteso a tutte le sedi delle società del Gruppo Financo presenti sul territorio nazionale: Colacem, Colabeton, Tracem, Inba, Park Hotel ai Cappuccini, Poggiovalle, Santamonica Misano World Circuit, Grifo Brokers, UmbriaTV e TRG. Si tratta di un’iniziativa coerente con i continui investimenti del Gruppo destinati al ripopolamento boschivo delle proprie aree estrattive italiane. Ogni anno l’azienda investe in media 700.000 euro, recupera all’ambiente 50.000 mq di superficie e mette a dimora circa 10.000 piante autoctone.Con “piantiAMO gli Alberi”, il Gruppo Financo vuole stimolare ogni persona a riflettere su quanto l’ambiente, la natura, siano importanti per il presente e il futuro.

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Ambiente: “Per salvare il pianeta bisogna far durare di più gli smartphone”

Posted by fidest press agency su martedì, 10 dicembre 2019

L’ultimo allarme sulla salute del pianeta e i cambiamenti climatici che lo riguardano è del noto climatologo e ricercatore Luca Mercalli, intervenuto alla trasmissione “Che tempo che fa” su Raiuno. Mercalli ha affermato nel corso della trasmissione che i prossimi 10 anni sono vitali per salvarci dalla catastrofe: “Dieci anni in cui possiamo agire per ridurre il danno per le generazioni future. Nella migliore delle ipotesi ci sarà un aumento di 2 gradi, che può essere gestibile per l’umanità. Ma se non facciamo nulla ci saranno 5 gradi in più entro fine secolo, con uno scenario che viene definito ignoto, nemmeno catastrofico”. Questo il grido d’allarme lanciato dal noto climatologo.Ma cosa possiamo fare noi nel nostro piccolo per salvare il pianeta e la vita delle generazioni future? Il primo fattore da considerare è che il nostro stile di vita, le nostre scelte e i nostri consumi, anche in fatto di tecnologia, impattano direttamente sull’inquinamento, il consumo della risorse e quindi sulla salute del pianeta. Basta pensare che ogni anno in Italia un singolo cittadino produce circa 500 chili di rifiuti a testa, tra cui, a farla da padrone, ci sono gli elettrodomestici e gli oggetti tecnologici obsoleti come gli smartphone. Uno studio della Facoltà di Ingegneria della MacMaster University, in Canada, ha lanciato l’allarme su quanto sia sottovalutato l’impatto degli smartphone sulla salute del pianeta. Secondo lo studio nel 2040, sebbene l’energia consumata dagli smartphone sia veramente minima si stima che inquineranno almeno la metà di tutto il sistema dei trasporti del mondo intero. In base ai dati forniti dal consulente minerario David Michaud si è scoperto poi che per produrre i metalli che compongono uno smartphone di ultima generazione dal peso di 130 grammi, dovrebbero essere utilizzati circa 34 chilogrammi di roccia. Calcolando che nel solo 2017 è stato venduto un miliardo e mezzo di smartphone della più nota marca di cellulari, si stima che per produrli è stata necessaria l’estrazione di ben 34 miliardi di chili di roccia.
Una quantità enorme, che ha contaminato ben 100 miliardi di litri di acqua, con un carico di circa 100 litri di acqua inquinata per ogni smartphone prodotto.In sostanza la produzione di un modello di nuova generazione produce il 10% in più di CO2 rispetto al vecchio e come se non non bastasse solo 1 smartphone su 10 viene riciclato correttamente. Numeri spaventosi che richiedono un cambio di rotta urgente se vogliamo evitare il totale collasso del pianeta.Quale potrebbe essere la soluzione per arginare il problema?Senza ombra di dubbio il primo passo è quello di utilizzare al massimo le energie rinnovabili modificando così i processi produttivi attuali, mentre il secondo passo da seguire è quello di razionalizzare i nostri consumi, cominciando con l’evitare gli sprechi. Per fortuna in questo senso qualcosa si sta muovendo da parte delle aziende produttrici e dei cittadini, grazie anche (o soprattutto) alla campagna di sensibilizzazione sui cambiamenti climatici della giovane studentessa Greta Thunberg.Visto quante risorse vengono sprecate per produrre un cellulare molto utile sarebbe anche imparare a far durare il più possibile il nostro smartphone, visto che ogni individuo sostituisce un cellulare in media ogni 2 anni. Come? Semplicemente riparandolo.“Per un impatto immediato sull’ambiente basta seguire i principi delle 3 R: Recupero, Riciclo e Riutilizzo anche nell’uso delle nostre tecnologie. Questo ci aiuterebbe a sprecare meno risorse del pianeta” spiega Walter Ruggeri di iFix-iPhone.com, una piattaforma che seleziona i migliori centri di assistenza cellulari di zona e permette di prenotare una riparazione in 30 minuti, con un prezzo certo e una garanzia di 12 mesi.Riparare uno smartphone poi non è solo una scelta ecologica ma anche economica: basti pensare che il 70% delle riparazioni riguarda componenti che possono essere sostituiti senza grosse spese e facilmente. Cosa che permetterebbe anche di risparmiare cifre interessanti ogni anno.”L’Italia è piena di riparatori organizzati, in grado di far tornare come nuovo il nostro smartphone o tablet, di qualsiasi marca. Riparatori esperti, capaci di cambiare uno schermo, una batteria o i circuiti interni in massimo 60 minuti. Basta cercare su https://ifix-iphone.com/dove-siamo, il riparatore a noi più vicino, o quello che ci conviene di più” conclude Ruggeri. Consigli utili e semplici da seguire per dare una mano al nostro pianeta, e renderlo più sano e più vivibile per noi che lo abitiamo.

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L’umanità, il Pianeta, il diritto alla ricerca della bellezza, il cosmo

Posted by fidest press agency su giovedì, 3 ottobre 2019

Saranno questi i temi portanti del tour unplugged (solo voce e chitarra acustica) che Luca Bonaffini – cantautore italiano con alle spalle un percorso autorale di grandi successi musicali (vedi Pierangelo Bertoli e Flavio Oreglio), di libri e di regie teatrali – inizierà nelle prossime settimane.
Il tour aprirà i battenti con uno “special” in anteprima nazionale (una sorta di riassunto delle puntate precedenti) a Roma, presso il Teatro Arciliuto, venerdì 11 ottobre con colleghi ospiti che lo verranno a trovare. Una serata informale, a misura di amici e aperta al pubblico, con canzoni sue ma non solo…. Il tour ufficiale partirà sabato 2 novembre a Milano dal Teatro della Memoria con l’omaggio alle radici e alla madre per proseguire a Roma domenica 10 novembre al Teatro Lo Spazio con il tema dell’identità. Ritornerà al nord mercoledì 13 novembre presso l’Officina della Musica (Como) con “il potere personale”, raggiungendo sabato 16 novembre il Teatro Domus Pacis di Pavia con “il cuore”.
Titolo del recital è “Il Cavaliere degli Asini Volanti”, come il suo ultimo album, uscito a cavallo tra il 2018 e il 2019, “Anche se… – specifica Bonaffini – i brani contenuti nello spettacolo cambieranno di concerto in concerto, a seconda del tema e del Chakra scelto per la serata. Ci saranno canzoni mie, vecchie e nuove, quelle scritte con Pierangelo, con Lolli e con Oreglio, ma anche nuove e sconosciute, forse inedite. Non mancheranno omaggi ai grandi maestri del Novecento che mi hanno ispirato e fatto scegliere la professione artistica del cantautore”.
Non poteva far mancare al viaggio la sua città d’origine, ovvero Mantova, dove approderà giovedì 21 novembre al Teatro Campogalliani con “voci”, per terminare il mese a Padova, presso il Fistomba Park, sabato 30 novembre con il tema “visioni”. Il tour si chiuderà martedì 3 dicembre al Teatro Ratti di Legnano con il tema “diversamente Re”, in occasione della Giornata Internazionale delle persone con disabilità.

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Che fine farà l’umanità e il pianeta che l’ospita?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 agosto 2019

Lungi da me prospettare scenari terroristici e meno che mai genocidi di massa. Eppure qualcosa del genere va scritto non per suscitare allarmismi ma per indurci ad una seria riflessione. Dal XVI secolo in poi, con l’avvento della rivoluzione industriale, l’umanità ha imboccato una strada senza ritorno. Oggi nel XXI secolo abbiamo fatto un ulteriore e deciso passo in avanti con i progressi tecnologici in atto. In tutto questo l’essere umano ha avuto prima un valido supporto alle sue fatiche quotidiane con l’introduzione delle macchine e poi nella costruzione dei primi robot, gli studi di nanotecnologie e di intelligenze artificiali che hanno aperto la strada alla sua sostituzione in ambiti lavorativi sempre più estesi. Da qui ne deriva un altro aspetto del nostro vivere in comunità che già Prassagora, vissuto alla fine del quarto secolo avanti Cristo, aveva così sintetizzato nel suo dialogo con Blepiro: “voglio che tutti abbiano parte dei beni comuni e che la proprietà sia di tutti, da oggi in avanti non ci sarà più distinzione tra ricco e povero, non si ripeterà il caso di un uomo che possiede vaste estensioni di terreno mentre un altro non avrà neppure il sufficiente per scavare la propria sepoltura… E’ mia intenzione che vi sia un solo tenore di vita per tutti… Per cominciare farò in modo che tutta la proprietà privata divenga proprietà comune.” Al che Blepiro risponde: “Ma allora chi farà tutto il lavoro?” E Prassagora: “Per questo vi saranno gli schiavi”. Ora c’è da capire se nella nostra contemporaneità lo schiavo debba essere necessariamente l’essere umano o la macchina intelligente. In ogni caso si apre la porta ad una visione diversa della vita che ho tentato di rappresentare nel mio romanzo “Vulnus” (Edizioni Amazon) ambientato nel tremila dopo Cristo dove la popolazione mondiale non superava i 300 milioni di abitanti e il 98% delle donne era sterile e per la natalità, rigidamente programmata, ci si affidava ad appositi e specifici laboratori genetici per il ricambio generazionale. Per il resto si adottava l’idea di Prassagora. Ne conseguiva una vita “piatta” priva di emozioni, deprivata di particolari interessi e semplicemente laboriosa e programmata sin nei minimi particolari. La domanda che vi ponevo, e continuo a propormela oggi, è se ha un senso vivere in tal modo tanto da immaginare un ripiego dove si rigeneravano gli istinti repressi distesi sul lettino dello psicanalista e in un sogno ipnotico era possibile determinare emozioni e passioni di un tempo. E’ questo il futuro che ci attende? Ma se è affermativo come potremmo arrivarci? L’ipotesi da me più accreditata è un olocausto nucleare dove pochi potrebbero essere i sopravvissuti e in particolari aree della terra. Potrebbero farlo con l’utilizzo delle tecnologie più avanzate e con esse creare le basi per un mondo diverso. (Riccardo Alfonso)

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Overshoot day: WWF, oggi umanità ha esaurito “budget” annuale del pianeta

Posted by fidest press agency su lunedì, 29 luglio 2019

Secondo i calcoli del metodo dell’Impronta Ecologica promosso dal Global Footprint Network (www.footprintnetwork.org), oggi, il 29 luglio l’umanità avrà utilizzato il budget di risorse naturali che il nostro Pianeta ci ha messo a disposizione per quest’anno. Secondo questi calcoli l’umanità sta attualmente utilizzando le risorse del pianeta come se disponessimo di 1,75 pianeti.Si tratta di un sovrasfruttamento che è reso possibile perché continuiamo, anno dopo anno, a consumare il nostro capitale naturale. La ricchezza del nostro capitale naturale costituisce anche la base del nostro benessere e del nostro sviluppo. Non imboccare la strada dello sviluppo sostenibile (come indicato dall’Agenda 2030 approvata nel 2015 da tutti i paesi del mondo in sede Nazioni Unite e da tutte le grandi convenzioni internazionali, come quelle sul cambiamento climatico, sulla diversità biologica, sulla desertificazione, costituisce un errore gravissimo per il nostro immediato futuro.Non possiamo avere uno sviluppo umano con un Pianeta saccheggiato e che ha sempre più difficoltà a provvedere alle capacità di rigenerazione dei sistemi naturali per le generazioni future. I costi del nostro sovrasfruttamento li constatiamo nella continua deforestazione, nell’erosione del suolo, nella perdita di biodiversità, nell’accumulo di gas climalteranti (in particolare l’anidride carbonica) nell’atmosfera.Secondo il calcolo dell’impronta ecologica nel 1970 il nostro consumo di risorse naturali era pari alla produzione sostenibile delle risorse sul pianeta: da allora si è andato erodendo fino a raggiungere, anno dopo anno, l’attuale 29 luglio, la data più anticipata mai registrata.In questi giorni le Nazioni Unite hanno inoltre presentato l’ultimo World Population Prospects 2019, il 26° rapporto di questo tipo che include gli avanzamenti sulle stime della popolazione mondiale dal 1950 ad oggi, con le proiezioni circa l’entità della possibile popolazione a partire da quest’anno sino al 2100, anno per il quale il report 2019 prevede una popolazione di circa 11 miliardi di abitanti (per l’esattezza 10 miliardi e 875 milioni).La popolazione mondiale che oggi è di 7,7 miliardi di abitanti crescerà di altri 2 miliardi nei prossimi 30 anni e diventerà di 9,7 miliardi nel 2050. La popolazione mondiale attuale risulta essere quasi 10 volte di più degli 800 milioni di persone che si stima vivessero nel 1750, data indicata come inizio della Rivoluzione Industriale, e continua a crescere a un tasso di circa 83 milioni di individui l’anno.Anche la popolazione urbana è cresciuta con grande rapidità. È passata dai 746 milioni di abitanti del 1950 giungendo quasi ai 4 miliardi del 2014. Si prevede che la popolazione urbana incrementerà di 2,5 miliardi nel 2050, sorpassando quindi in quel periodo i 6 miliardi. Alla metà di questo secolo avremo una popolazione urbana equivalente alla popolazione globale che era presente sul pianeta nel 2002.Le nuove proiezioni del Prospects 2019 indicano che la popolazione mondiale continua a crescere anche se i tassi di crescita sono molto diversi a secondo dei paesi e delle aree geografiche. Nove paesi faranno più della metà della popolazione globale prevista da qui al 2050 e sono, in ordine decrescente dell’incremento atteso, India, Nigeria, Pakistan, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, la Repubblica Unita di Tanzania, Indonesia, Egitto e Stati Uniti d’America. Per fare un esempio, l’Africa subsahariana passerà dagli attuali 1 miliardo e 66 milioni a 2 miliardi e 118 milioni nel 2050. Non possiamo continuare con la crescita della popolazione, la crescita dei consumi, la crescita della profonda ineguaglianza sociale ed economica che sta soffocando il nostro mondo. È fondamentale cambiare rotta e prima lo facciamo meglio è.L’intervento umano, come ci ha ricordato il recentissimo Global Assessment Report on Biodiversity and Ecosystem Services dell’IPBES, l’organismo delle Nazioni Unite che svolge per la biodiversità, il ruolo svolto dall’IPCC per il clima) sta rendendo almeno un milione di specie viventi in via di estinzione nei prossimi decenni, su di una stima delle specie esistenti ritenuta intorno agli 8 milioni. Il tasso totale di estinzione delle specie è già oggi a un livello che supera dalle decine alle centinaia di volte la media del livello di estinzione verificatasi negli ultimi 10 milioni di anni. E’ già stato sin qui documentato persino il rapido declino di diverse popolazioni di insetti in alcune aree e in diversi paesi, in particolare di molte specie impollinatrici fondamentali per il futuro della nostra alimentazione (gli studiosi ritengono valida una stima del 10% complessivo di specie di insetti minacciati globalmente di estinzione).L’intervento umano ha inoltre trasformato significativamente il 75% della superficie delle terre emerse, ha provocato impatti cumulativi per il 66% delle aree oceaniche ed ha distrutto l’85% delle zone umide. Questo sconcertante tasso di cambiamento globale della struttura e delle dinamiche degli ecosistemi della Terra, dovuto alla nostra azione, ha avuto luogo in particolare negli ultimi 50 e non ha precedenti nella storia dell’umanità. Le cause principali sono, nell’ordine, la modificazione dei terreni e dei mari, l’utilizzo diretto delle specie viventi, il cambiamento climatico, l’inquinamento e la diffusione delle specie aliene.Il WWF richiama l’attenzione sulla grande sfida per il 2020, anno in cui scadranno alcuni importanti target dell’Agenda 2030 con i suoi 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, approvata da tutti i paesi del mondo alle Nazioni Unite nel 2015, scadrà la strategia decennale (2010-2020) per la difesa della biodiversità mondiale in ambito della Convenzione ONU sulla Diversità Biologica e inoltre si rivedranno gli impegni volontari presi da tutti i paesi per concretizzare l’Accordo di Parigi del 2015 della Convenzione Quadro ONU sui Cambiamenti Climatici. Già sappiamo, dalle attente analisi sin qui svolte, che i contributi volontari dichiarati dai vari paesi, anche se fossero tutti concretamente realizzati, non basterebbero a mantenere la temperatura media della superficie terrestre sotto i 2°C di crescita rispetto all’epoca preindustriale.
Un’occasione unica per mettere a sistema un insieme di proposte operative e concrete mirate soprattutto allo sforzo senza precedenti necessario per la nuova strategia decennale futura (2020-2030) destinata a fermare la perdita di biodiversità nel mondo, che costituisce l’assicurazione fondamentale per la vita di noi tutti. Dovremmo cercare di proteggere almeno il 50% della superficie del nostro pianeta entro il 2030 avviando per questo anche un’ampia operazione di ripristino degli ecosistemi mondiali come annunciato dalle stesse Nazioni Unite che hanno lanciato nel marzo scorso l’avvio del decennio dell’Ecosystems Restoration.Per questo il WWF sta cercando di mobilitare governi, parlamenti, imprese, organizzazioni, cittadini per un grande Global Deal per la Natura e la Gente (Global Deal for Nature and People) affinchè tutti si impegnino concretamente a ristabilire un equilibrio tra natura e umanità.L’Overshoot Day ricorda a ciascuno quanto umanità e natura e siano interdipendenti e tra di loro connesse e proprio per raccontare questa connessione, il WWF lancia in occasione della giornata di oggi un nuovo video “Noi siamo Natura” scritto e diretto da Giacomo Cagnetti e Rovero Impiglia (www.jackandrov.com) raccontato dalla voce di Flavio Aquilone con musiche di Cristiano Corradetti.

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La Commissione intensifica l’azione dell’UE per proteggere e ripristinare le foreste del pianeta

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 luglio 2019

L’approccio più risoluto annunciato oggi affronta la questione sia sul piano dell’offerta sia su quello della domanda, introducendo misure a sostegno della cooperazione internazionale con i portatori di interessi e gli Stati membri, della finanza sostenibile, di un migliore uso del suolo e delle risorse, della creazione di posti di lavoro sostenibili, della gestione sostenibile delle catene di approvvigionamento, della ricerca e della raccolta di dati mirati. Avvia inoltre una valutazione di possibili nuovi interventi di regolamentazione per ridurre al minimo la deforestazione e il degrado forestale causati dai consumi dell’Unione.Il Vicepresidente Jyrki Katainen, responsabile per l’Occupazione, la crescita, gli investimenti e la competitività, ha affermato: “La superficie forestale mondiale continua a diminuire a un ritmo allarmante. Con questa comunicazione intensifichiamo l’azione dell’UE per proteggere meglio le foreste esistenti e gestirle in modo sostenibile. Proteggere le foreste ed espandere la superficie forestale in modo sostenibile significa preservare i mezzi di sostentamento delle comunità locali ed aumentarne il reddito. Le foreste rappresentano anche un promettente settore dell’economia verde, che ha il potenziale di creare tra 10 e 16 milioni di posti di lavoro dignitosi in tutto il mondo. Questa comunicazione costituisce un importante passo avanti in tal senso.”
Neven Mimica, Commissario per la Cooperazione internazionale e lo sviluppo, ha dichiarato: “Siamo pronti a collaborare con i paesi partner per proteggere e gestire in modo sostenibile le foreste di tutto il mondo, nell’interesse della sicurezza alimentare, delle risorse idriche, della lotta contro i cambiamenti climatici, della resilienza e della pace. È un passo dovuto per un futuro più sostenibile e inclusivo.”
L’ambizioso approccio europeo definito oggi è una risposta all’annoso problema della distruzione delle foreste, che continua a interessare tutto il mondo: tra il 1990 e il 2016 sono andati persi 1,3 milioni di chilometri quadrati, equivalenti a circa 800 campi da calcio l’ora. Tra i principali responsabili della deforestazione c’è la domanda di alimenti, mangimi, biocarburanti, legname e altri prodotti.Le emissioni di gas serra connesse a questa pratica sono la seconda causa di cambiamenti climatici, motivo per cui proteggere le foreste è essenziale per adempiere agli impegni dell’accordo di Parigi. Sul piano socio-economico le foreste contribuiscono al sostentamento del 25 % circa della popolazione mondiale, oltre ad essere depositarie di preziosi valori culturali, sociali e spirituali.La comunicazione adottata oggi persegue un duplice obiettivo: da un lato, tutelare e migliorare la salute delle foreste esistenti, in particolare quelle primarie; dall’altro, espandere in modo significativo la superficie forestale mondiale, all’insegna della sostenibilità e della biodiversità. La Commissione ha individuato cinque priorità:
ridurre l’impronta dei consumi dell’UE sul suolo e incoraggiare il consumo di prodotti provenienti da catene di approvvigionamento che non contribuiscano alla deforestazione nell’UE;
collaborare con i paesi produttori per diminuire la pressione sulle foreste e spingere l’UE verso una cooperazione allo sviluppo che non sia causa di deforestazione;
rafforzare la cooperazione internazionale per arrestare la deforestazione e il degrado forestale e promuovere il ripristino delle foreste;
riorientare i finanziamenti verso pratiche più sostenibili di uso del suolo;
sostenere la disponibilità, la qualità e l’accesso alle informazioni sulle foreste e le catene di approvvigionamento dei prodotti e promuovere la ricerca e l’innovazione.
Per vagliare le misure volte a ridurre il consumo dell’UE e incoraggiare l’uso di prodotti provenienti da catene di approvvigionamento che non contribuiscono alla deforestazione verrà creata una piattaforma multi-partecipativa sulla deforestazione, il degrado e la rigenerazione forestali, che riunirà un ampio ventaglio di portatori di interessi. La Commissione favorirà anche il potenziamento dei sistemi di certificazione riservati ai prodotti che non sono causa di deforestazione e valuterà possibili misure legislative e altri incentivi sul versante della domanda.La Commissione lavorerà a stretto contatto con i paesi partner per aiutarli a ridurre la pressione sulle foreste e si assicurerà che le politiche dell’UE non contribuiscano alla deforestazione o al degrado forestale.

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La super-tecnologia distruggerà il pianeta

Posted by fidest press agency su martedì, 19 marzo 2019

E’ l’avvertimento che ci viene da quest’ultimo disastro aereo, dove la tecnologia avanzata potrebbe aver giocato il ruolo di mandante e materiale esecutore del disastro. La vita di 157 persone è stata affidata all’imponderabile decisione di una macchina che avrebbe sostituito, anzi, impedito, l’intervento umano. Un programma, inserito in un computer, avrebbe fornito indicazioni sbagliate, impedendo l’intervento umano.Il paradosso sta nel fatto che sia il computer che il programma annesso sono opera dell’uomo, dove, però, proprio all’uomo è stata preclusa ogni possibilità di intervento, affidando le sorti dell’aereo e dei passeggeri alle risposte del computer, condizionato a rispondere solamente “si” oppure “no”, incapace di elaborazioni critiche, che sono di pertinenza dell’intelligenza umana, che però è stata, colpevolmente, esautorata.
La tecnologia sta avanzando oltre i limiti di sicurezza; quest’ultimo disastro è solo una modesta dimostrazione, ben altre ipotesi si affacciano all’orizzante e ci mostrano panorami di distruzione che nessuno prende nella dovuta considerazione.Penso a quella valigetta in mano all’uomo più potente della terra, collegata ad un avanzatissimo computer, che permetterebbe il lancio di un arsenale di testate nucleari, ognuna delle quali selezionata da una intelligenza artificiale, che potrebbe anche suggerire scelte sbagliate.Tornando al disastro aereo, sappiamo già che non emergerà alcuna responsabilità; ci sono in ballo miliardi di dollari, basti pensare alle ordinazioni per 5600 aerei del medesimo tipo che l’azienda produttrice ha già in portafoglio. Inoltre la medesima azienda ha come suo miglior cliente il Pentagono, per il quale produce aerei da guerra, anche per gli alleati, riservando al Pentagono le decisioni inerenti la fornitura di tali aerei e dei pezzi di ricambio. Quest’ultima clausola serve agli USA per mantenere la posizione di prima potenza mondiale, potendo esercitare il diritto di veto di rifornimento, per rendere inutilizzabili gli aerei in possesso di altri paesi.Il “dio denaro” domina la platea politica, sociale, tecnologica ed etica dell’intero pianeta, dove l’elemento “umano” è diventato un accessorio da consumare sull’altare del mercato consumistico, fino a quando l’intelligenza virtuale distruggerà l’intelligenza umana, ritenuta superata e, di conseguenza, inutile. (Rosario Amico Roxas)

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Dodici mesi all’insegna di battaglie nonviolente e lotte in difesa del Pianeta

Posted by fidest press agency su domenica, 30 dicembre 2018

Un anno iniziato con una spedizione scientifica di tre mesi in Antartico, per accendere i riflettori sulla bellezza e la fragilità di un’area minacciata dalle attività umane e dai cambiamenti climatici. Anche se lo scorso novembre la Commissione per la conservazione delle risorse marine dell’Antartide ha rigettato la proposta, sostenuta anche da Greenpeace, per l’istituzione del santuario marino più grande del mondo nel Mare di Weddel, la tutela del Polo Sud resta un importante obiettivo per l’organizzazione ambientalista.Al pari della tutela di ecosistemi come le foreste pluviali. Tra le importanti vittorie ottenute nell’arco di quest’anno da Greenpeace, c’è infatti la pubblicazione da parte di Wilmar, uno dei più grandi produttori di olio di palma al mondo, di un piano d’azione dettagliato per mappare e monitorare i propri fornitori, per contrastare la deforestazione nel Sud est asiatico.
Dodici mesi dedicati alla difesa degli oceani, con la lotta all’inquinamento da plastica e importanti risultati fronte pesca sostenibile, come l’impegno chiaro e ambizioso del colosso del mercato europeo Bolton Food, primo in Italia con il marchio Rio Mare, per ridurre gli impatti ambientali della pesca al tonno che finisce nei propri prodotti.
Un anno, infine, che ha visto i leader del Pianeta incontrarsi a dicembre in Polonia, nell’ambito della COP24, senza riuscire a fissare obiettivi mirati ad aumentare ambizioni e azioni di contrasto ai cambiamenti climatici. Passi concreti per abbandonare il carbone e difendere il clima che ha invece compiuto Generali, uno dei maggiori gruppi assicurativi europei, dopo un anno di intensa campagna condotta da Greenpeace e Re:Common, supportate da decine di migliaia di persone che hanno aderito al loro appello.«Quello che si sta per concludere è stato un anno pieno di traguardi, novità, manifestazioni, speranze, azioni», dichiara Alessandro Giannì, Direttore delle Campagne di Greenpeace Italia. «Ci sono state anche delle delusioni, ma non saranno certo queste ultime a fermarci. Se questo 2018 è stato così intenso, combattivo e proficuo è grazie a chi ci sostiene con convinzione. Ed è questa la forza che ci spinge ad affrontare il 2019 con rinnovata energia, per continuare a denunciare i crimini ambientali con ancora maggiore determinazione», conclude Giannì.

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Solo 12 anni per salvare il clima del pianeta?

Posted by fidest press agency su martedì, 18 dicembre 2018

KATOWICE (POLONIA) Nonostante solo due mesi fa l’IPCC abbia lanciato un chiaro allarme, affermando che restano a disposizione solo dodici anni per salvare il clima del Pianeta, la COP24 di Katowice si è conclusa oggi senza nessun chiaro impegno a migliorare le azioni da intraprendere contro i cambiamenti climatici. Se è vero che la COP24 ha approvato un regolamento relativo all’applicazione dell’accordo di Parigi, a dispetto delle attese non è stato raggiunto alcun impegno collettivo chiaro per migliorare gli obiettivi di azione sul clima, i cosiddetti Nationally Determined Contributions (NDC).«Un anno di disastri climatici e il terribile monito lanciato dai migliori climatologi dovevano condurre a risultati molto più incisivi», afferma Jennifer Morgan, Direttrice Esecutiva di Greenpeace International. «Invece i governi hanno deluso i cittadini e ignorato la scienza e i rischi che corrono le popolazioni più vulnerabili. Riconoscere l’urgenza di un aumento delle ambizioni, e adottare una serie di regole per l’azione per il clima, non è neanche lontanamente sufficiente allorquando intere nazioni rischiano di sparire».Greenpeace esorta i governi ad accelerare immediatamente le azioni volte a ridurre le emissioni di gas serra e a dimostrare di aver ascoltato le richieste che arrivano dalla società. Il rapporto del IPCC è un campanello d’allarme che richiede azioni urgenti all’altezza delle minacce.«Senza un’azione immediata, anche le regole più forti non ci porteranno da nessuna parte», continua Morgan. «Le persone si aspettavano azioni concrete da questa COP24, ma non è quello che emerge da quanto hanno deciso i governi. Ciò è moralmente inaccettabile e ora i leader globali dovranno farsi carico dell’indignazione delle persone e presentarsi al summit del Segretario generale delle Nazioni Unite, nel 2019, con obiettivi più ambiziosi sul clima».Secondo l’organizzazione ambientalista, questa COP ha confermato l’irresponsabile distanza tra i Paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici e coloro che continuano a bloccare un’azione decisa per il clima o che vergognosamente stanno agendo con lentezza.Tra le poche note positive di questo summit c’è, per Greenpeace, l’adozione di una serie di regole (il cosiddetto “rulebook”) che se supportato da ambizioni adeguate può contribuire alla difesa del clima.
«Se Parigi ha dettato la strada, il rulebook adottato da questa COP è la tabella di marcia per arrivarci», dichiara Li Shuo di Greenpeace East Asia. «Ora disponiamo di una guida con regole comuni vincolanti per la trasparenza e la revisione degli obiettivi, utili per garantire che le azioni sul clima possano essere confrontate e per tener conto delle preoccupazioni dei Paesi vulnerabili. Completare il regolamento non solo dimostra la volontà delle grandi economie emergenti di fare di più, ma fornisce un palese sostegno al multilateralismo. Un segnale chiaro che definire regole comuni è ancora possibile nonostante la turbolenta situazione geopolitica. Queste regole forniscono ora una spina dorsale all’accordo di Parigi», conclude Shuo.

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Allevamento Rigenerativo, dalla Sicilia una “ricetta” per salvare il pianeta

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 ottobre 2018

Un nuovo modello di allevamento che segue le regole della natura. Per salvaguardare l’ambiente e le risorse della Terra. Parte dalla Sicilia, ma abbraccia le esperienze di vari paesi, in Europa e in America del Nord, il progetto di “Allevamento Rigenerativo”, un modello di produzione naturale degli animali da pascolo. A proporlo, Gautier Gras, francese che vive in Sicilia, e Gaspare Varvaro, di Menfi (AG), appassionati ed esperti di agricoltura sostenibile, che nel 2017 hanno fondato l’associazione “Agricoltura Rigenerativa Sicilia”. Obiettivo: promuovere un approccio alla gestione del territorio in cui le funzioni degli animali, delle piante, delle persone siano integrate per massimizzare i risultati e rispettare l’ambiente.
Il nuovo modello si basa sulle più avanzate conoscenze olistiche agronomiche, zootecniche, in sintonia con le regole della natura. Esso permette di aumentare la produzione, tagliare i costi, rigenerare i terreni in modo naturale, riducendo la pressione antropica e il prelievo di risorse dall’ambiente. In altri termini, il metodo promette massima redditività sostenibile, coltivando e allevando secondo natura.
Una delle idee-forza dell’allevamento, per esempio, si basa sulla rotazione dei pascoli, che consente non solo il “riposo” dell’erbaio, ma anche la rigenerazione del terreno grazie al concime naturale prodotto: gli animali vengono spostati quotidianamente su piccole parcelle di erba fresca, dove consumano tutta l’erba in un modo omogeneo, così stimolandone la ricrescita successiva. Inoltre si fa un lavoro molto importante anche sulla genetica e sull’alimentazione, sempre con prodotti naturali.In un pianeta che si sta desertificando, con la riduzione delle risorse idriche (in vaste regioni dell’America del Nord, dell’Africa, dell’Asia, della Penisola Iberica e in Sicilia), si rischia un degrado economico che può avere conseguenze gravissime per le prossime generazioni.
“Abbiamo il dovere di avviare percorsi virtuosi per invertire questa tendenza – spiega Gras – L’ecosistema del pascolo e della prateria, che ha avuto un’evoluzione a partire da 75 milioni di anni fa, oggi è in crisi. Si stanno arrecando gravi danni al pianeta. Continuare in questa direzione creerebbe gravi conseguenze ecologiche, economiche e sociali”.La realizzazione del libro sarà sostenuta da una campagna di crowdfunding. Chi vorrà, potrà acquistare in anticipo il volume che sarà pronto tra alcuni mesi. In questo modo, potrà sostenere i costi di realizzazione e avere il libro che spiega le nuove tecniche.I proventi della raccolta fondi, in piccola percentuale, saranno destinati anche al sostegno di un progetto per la salvaguardia della “capra girgentana”, magnifico esemplare dalle corna attorcigliate, presente oggi in pochissimi allevamenti dell’entroterra siciliano e considerato a rischio di estinzione.

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Khalashnikov: Affidargli il futuro del Pianeta?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 settembre 2018

Per meglio comprendere l’industria e l’economia globalizzata, ci sembra utile fare riferimento ad un articolo comparso lo scorso 29 agosto sul quotidiano francese “Le Monde”. Il soggetto è l’azienda di origine russa Kalashnikov. Che, oggi, oltre al suo molto conosciuto fucile d’assalto, dopo una recente trasformazione societaria più globale (azionariato, sedi autonome, etc) per le vendite dei suoi prodotti “militari”, con l’aggiunta di una serie di merci a corollario e supporto (souvenir tipo caschi, ombrelli, modellini, etc), sta cercando di affrontare una delle maggiori sfide dell’economia del futuro prossimo, le vetture elettriche.
La prima cosa che ci viene in mente è la possibilità che un’azienda russa possa competere in questo ambito a livello globale e diventare un punto di riferimento. In genere “azienda russa” non è sinonimo di mercato, concorrenza, innovazione (diverso discorso per la futuribilità), perché mediamente siamo portati a considerare la Federazione Russa come chiusa, specialmente dopo il sostanziale fallimento dell’Unione Sovietica. Dobbiamo ricrederci? Per ora ci limitiamo ad un socratico “vedremo”. Prendiamo atto dell’esistente e registriamo i movimenti in corso.
L’ambito industriale dei veicoli elettrici non è certo facile, al momento. Non perché -a nostro avviso- non ci siano i presupposti logici perché sia promettente e di grandi visioni. Pesa come un macigno il fatto che l’economia non è una scienza di per sé, ma il risultato di una serie complessa di fattori che poi si uniscono nella parola economia; tra questi fattori, il principale è quello del guadagno che, come migliaia di studi e dati ci mostrano, non è (in ambito trasporto e non solo) molto armonizzato col problema ecologico e, in particolare, col riscaldamento climatico e le risorse rinnovabili. Il veicolo elettrico non decolla soprattutto perché le aziende (petrolifere e automobilistiche) non hanno nessun interesse a riconvertirsi. Suicide, a nostro avviso…. Ma vaglielo a spiegare per l’ennesima volta, agli industriali del settore e ai governi da loro dipendenti (praticamente tutti nel mondo), che se non cambiano risorse e modelli di produzione, i loro pronipoti dovranno circolare con le maschere a gas, o essere soggetti a malattie inenarrabili, come in un film di cosiddetta fantascienza. Non ti ascoltano. Industriali che sono tali solo per fare soldi tutti e subito, anche continuando a contribuire alla distruzione del Pianeta. E lasciamo stare i tentativi di levare agli industriali la gestione di queste industrie e di affidarle a Stati frutto di utopie filosofiche che dovrebbero svolgere primariamente il pubblico interesse…. già dato, e/o suicidio ancora in corso…. non è un caso che tra i più inquinati di per sé e maggiori contributori al riscaldamento globale, c’é proprio uno di questi Paesi, la Cina; e l’onda lunga dell’Unione Sovietica sulla Russia, non è da poco.
In questo contesto, arriva l’auto e la moto elettrica di Kalashnikov. Che succederà? Le conclusioni dell’articolo del quotidiano “Le Monde” sono in una domanda che sembra un presagio, oltre che di fotografia dell’esistente, anche di tentativo per dire di esserci? “Non si sa quando e se verrà lanciato sul mercato”, scrive il quotidiano parigino. Noi non saremmo così negativi (considerando che forse è solo negativa la nostra lettura di questa conclusione…). Vogliamo essere positivi, anche se con un’amarezza notevole. Cioé: il futuro del nostro equilibrio globale lo affidiamo a chi ha prodotto e produce uno degli strumenti più noti per guerreggiare, l’Ak-47? Quel guerreggiare che è stato il principale responsabile del disastro attuale, politico, umano ed ambientale? Domande e risposte su cui occorre, ovviamente, tornarci sopra. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Greenpeace: Dodici mesi di battaglie in difesa del nostro Pianeta

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 dicembre 2017

GP0STQFO1GP0STQQT3Dodici mesi di battaglie in difesa del nostro Pianeta. È il 2017 ricco di traguardi di Greenpeace sia in Italia che a livello globale.L’anno è iniziato con una spettacolare azione di protesta nonviolenta a Washington, nei pressi della Casa Bianca, contro alcuni dei primi provvedimenti assunti da Donald Trump in tema di ambiente, cambiamenti climatici e diritti civili, dopo il suo insediamento come Presidente degli Stati Uniti. Proteste pacifiche continuate durante grandi eventi internazionali come il G7 Energia, tenutosi a Roma ad aprile, e il G7 di Taormina, tenutosi in Sicilia a fine maggio, che hanno fatto registrare l’isolamento degli Stati Uniti nella lotta ai cambiamenti climatici.Il 2017 di Greenpeace ha visto arrivare l’impegno di Gore Fabrics, azienda leader del mercato delle membrane idrorepellenti, nota al pubblico per i suoi prodotti con marchio GORE-TEX®, che ha annunciato il passaggio a tecnologie idrorepellenti prive di PFC pericolosi. E l’impegno di Thai Union, azienda leader del settore ittico a livello globale, proprietaria in Italia del marchio Mareblu, ad adottare misure per contrastare la pesca illegale e quella eccessiva, oltre a migliorare i mezzi di sussistenza di centinaia di lavoratori della propria filiera. In Italia l’organizzazione ambientalista ha lottato al fianco di comitati locali, organizzazioni e cittadini veneti contro l’inquinamento da PFAS che interessa centinaia GP0STQSVOGP0STQT3Rdi migliaia di persone, spingendo dopo mesi di pressione la Regione Veneto ad adottare limiti più stringenti su queste sostanze. Un primo traguardo ancora non soddisfacente, dato che i limiti non sono i più bassi e occorre ancora bloccare alla fonte la contaminazione e bonificare.Un anno di attività di sensibilizzazione e di ricerca scientifica, anche grazie alla nave Rainbow Warrior che, tra giugno e luglio, ha solcato i mari italiani per il tour scientifico “Meno plastica, più Mediterraneo”, per effettuare campionamenti utili a rilevare la presenza di microplastiche in mare e negli organismi marini.
Nel 2017 Greenpeace ha inoltre organizzato la Make Something Week, una serie di eventi in Italia e in tutto il mondo, per sfidare l’attuale modello di consumo “usa e getta”, rivolgendosi direttamente ai consumatori. Produciamo e consumiamo troppo: dalla moda alla tecnologia, al cibo, alla plastica monouso, ai giocattoli e alle auto. Per questo Greenpeace invita tutti a prendere in considerazione la possibilità di sfruttare più a lungo le risorse già in nostro possesso. «Durante questo anno abbiamo lottato in tutto il mondo insieme a centinaia di migliaia di persone per la salvaguardia del clima, per la protezione di ecosistemi in pericolo come la Grande Foresta del Nord, per un’agricoltura sostenibile, per chiedere aria pulita nelle nostre città», dichiara Giuseppe Onufrio, Direttore Esecutivo di Greenpeace Italia. «Ringraziamo di cuore chi ci ha sostenuto con convinzione, permettendoci di raggiungere importanti obiettivi. Al fianco di chi ci sostiene, nel 2018 continueremo a combattere le nostre battaglie con ancora maggiore determinazione». (foto: greenpeace)

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Rompighiaccio Kronprins Haakon: Consegnati i laboratori nella nave che studierà il clima del pianeta

Posted by fidest press agency su sabato, 4 novembre 2017

rompighiaccioLabozeta Spa ha ultimato e consegnato i laboratori scientifici nella nave Kronprins Haakon, tra le più avanzate rompighiaccio al mondo ad elevato contenuto tecnologico per lo studio dell’ambiente marino. Un vero e proprio fiore all’occhiello per il Norwegian Polar Institute che, per conto del governo norvegese, ha commissionato a Labozeta Spa sia la progettazione che il realizzo dei laboratori all’interno dell’imbarcazione, i cui risultati saranno studiati dai ricercatori dell’Università di Tromsø e dall’Institute of Marine Research, l’ente di ricerca oceanografico e ittico.
La rompighiaccio Kronprins Haakon, la cui realizzazione porta la firma di Fincantieri, sarò operativa dal 2018 e monitorerà lo stato ambientale e lo stato climatico sia dell’Artico che dell’Antartide. Ma non solo. A bordo, infatti, è presente una strumentazione particolare in grado di indagare la morfologia e la geologia dei fondali marini. La “Kronprins Haakon” navigherà attraverso ghiacci spessi fino a un metro e sarà caratterizzata da particolari requisiti di silenziosità per non disturbare l’ambiente marino.
Proprio per il minimo impatto ambientale e una sostanziale riduzione del rumore irradiato sott’acqua l’imbarcazione studierà anche i pesci e i mammiferi marini, svolgendo le proprie attività di ricerca oceanografica e idrografica in qualsiasi contesto ambientale. “Siamo soddisfatti di questa nuova realizzazione – afferma Giancarlo De Matthaeis, presidente di Labozeta – che ci ha permesso di incrementare ulteriormente le nostre conoscenze scientifiche in ambito laboratoriale anche in luoghi particolari come quello di una nave rompighiaccio. Auspichiamo nella possibilità di raggiungere risultati significativi nella ricerca e nello studio dell’ambiente marino soprattutto in relazione ai preoccupanti cambiamenti climatici”.

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