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Quotidiano di informazione – Anno 31 n°159

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La super-tecnologia distruggerà il pianeta

Posted by fidest press agency su martedì, 19 marzo 2019

E’ l’avvertimento che ci viene da quest’ultimo disastro aereo, dove la tecnologia avanzata potrebbe aver giocato il ruolo di mandante e materiale esecutore del disastro. La vita di 157 persone è stata affidata all’imponderabile decisione di una macchina che avrebbe sostituito, anzi, impedito, l’intervento umano. Un programma, inserito in un computer, avrebbe fornito indicazioni sbagliate, impedendo l’intervento umano.Il paradosso sta nel fatto che sia il computer che il programma annesso sono opera dell’uomo, dove, però, proprio all’uomo è stata preclusa ogni possibilità di intervento, affidando le sorti dell’aereo e dei passeggeri alle risposte del computer, condizionato a rispondere solamente “si” oppure “no”, incapace di elaborazioni critiche, che sono di pertinenza dell’intelligenza umana, che però è stata, colpevolmente, esautorata.
La tecnologia sta avanzando oltre i limiti di sicurezza; quest’ultimo disastro è solo una modesta dimostrazione, ben altre ipotesi si affacciano all’orizzante e ci mostrano panorami di distruzione che nessuno prende nella dovuta considerazione.Penso a quella valigetta in mano all’uomo più potente della terra, collegata ad un avanzatissimo computer, che permetterebbe il lancio di un arsenale di testate nucleari, ognuna delle quali selezionata da una intelligenza artificiale, che potrebbe anche suggerire scelte sbagliate.Tornando al disastro aereo, sappiamo già che non emergerà alcuna responsabilità; ci sono in ballo miliardi di dollari, basti pensare alle ordinazioni per 5600 aerei del medesimo tipo che l’azienda produttrice ha già in portafoglio. Inoltre la medesima azienda ha come suo miglior cliente il Pentagono, per il quale produce aerei da guerra, anche per gli alleati, riservando al Pentagono le decisioni inerenti la fornitura di tali aerei e dei pezzi di ricambio. Quest’ultima clausola serve agli USA per mantenere la posizione di prima potenza mondiale, potendo esercitare il diritto di veto di rifornimento, per rendere inutilizzabili gli aerei in possesso di altri paesi.Il “dio denaro” domina la platea politica, sociale, tecnologica ed etica dell’intero pianeta, dove l’elemento “umano” è diventato un accessorio da consumare sull’altare del mercato consumistico, fino a quando l’intelligenza virtuale distruggerà l’intelligenza umana, ritenuta superata e, di conseguenza, inutile. (Rosario Amico Roxas)

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Dodici mesi all’insegna di battaglie nonviolente e lotte in difesa del Pianeta

Posted by fidest press agency su domenica, 30 dicembre 2018

Un anno iniziato con una spedizione scientifica di tre mesi in Antartico, per accendere i riflettori sulla bellezza e la fragilità di un’area minacciata dalle attività umane e dai cambiamenti climatici. Anche se lo scorso novembre la Commissione per la conservazione delle risorse marine dell’Antartide ha rigettato la proposta, sostenuta anche da Greenpeace, per l’istituzione del santuario marino più grande del mondo nel Mare di Weddel, la tutela del Polo Sud resta un importante obiettivo per l’organizzazione ambientalista.Al pari della tutela di ecosistemi come le foreste pluviali. Tra le importanti vittorie ottenute nell’arco di quest’anno da Greenpeace, c’è infatti la pubblicazione da parte di Wilmar, uno dei più grandi produttori di olio di palma al mondo, di un piano d’azione dettagliato per mappare e monitorare i propri fornitori, per contrastare la deforestazione nel Sud est asiatico.
Dodici mesi dedicati alla difesa degli oceani, con la lotta all’inquinamento da plastica e importanti risultati fronte pesca sostenibile, come l’impegno chiaro e ambizioso del colosso del mercato europeo Bolton Food, primo in Italia con il marchio Rio Mare, per ridurre gli impatti ambientali della pesca al tonno che finisce nei propri prodotti.
Un anno, infine, che ha visto i leader del Pianeta incontrarsi a dicembre in Polonia, nell’ambito della COP24, senza riuscire a fissare obiettivi mirati ad aumentare ambizioni e azioni di contrasto ai cambiamenti climatici. Passi concreti per abbandonare il carbone e difendere il clima che ha invece compiuto Generali, uno dei maggiori gruppi assicurativi europei, dopo un anno di intensa campagna condotta da Greenpeace e Re:Common, supportate da decine di migliaia di persone che hanno aderito al loro appello.«Quello che si sta per concludere è stato un anno pieno di traguardi, novità, manifestazioni, speranze, azioni», dichiara Alessandro Giannì, Direttore delle Campagne di Greenpeace Italia. «Ci sono state anche delle delusioni, ma non saranno certo queste ultime a fermarci. Se questo 2018 è stato così intenso, combattivo e proficuo è grazie a chi ci sostiene con convinzione. Ed è questa la forza che ci spinge ad affrontare il 2019 con rinnovata energia, per continuare a denunciare i crimini ambientali con ancora maggiore determinazione», conclude Giannì.

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Solo 12 anni per salvare il clima del pianeta?

Posted by fidest press agency su martedì, 18 dicembre 2018

KATOWICE (POLONIA) Nonostante solo due mesi fa l’IPCC abbia lanciato un chiaro allarme, affermando che restano a disposizione solo dodici anni per salvare il clima del Pianeta, la COP24 di Katowice si è conclusa oggi senza nessun chiaro impegno a migliorare le azioni da intraprendere contro i cambiamenti climatici. Se è vero che la COP24 ha approvato un regolamento relativo all’applicazione dell’accordo di Parigi, a dispetto delle attese non è stato raggiunto alcun impegno collettivo chiaro per migliorare gli obiettivi di azione sul clima, i cosiddetti Nationally Determined Contributions (NDC).«Un anno di disastri climatici e il terribile monito lanciato dai migliori climatologi dovevano condurre a risultati molto più incisivi», afferma Jennifer Morgan, Direttrice Esecutiva di Greenpeace International. «Invece i governi hanno deluso i cittadini e ignorato la scienza e i rischi che corrono le popolazioni più vulnerabili. Riconoscere l’urgenza di un aumento delle ambizioni, e adottare una serie di regole per l’azione per il clima, non è neanche lontanamente sufficiente allorquando intere nazioni rischiano di sparire».Greenpeace esorta i governi ad accelerare immediatamente le azioni volte a ridurre le emissioni di gas serra e a dimostrare di aver ascoltato le richieste che arrivano dalla società. Il rapporto del IPCC è un campanello d’allarme che richiede azioni urgenti all’altezza delle minacce.«Senza un’azione immediata, anche le regole più forti non ci porteranno da nessuna parte», continua Morgan. «Le persone si aspettavano azioni concrete da questa COP24, ma non è quello che emerge da quanto hanno deciso i governi. Ciò è moralmente inaccettabile e ora i leader globali dovranno farsi carico dell’indignazione delle persone e presentarsi al summit del Segretario generale delle Nazioni Unite, nel 2019, con obiettivi più ambiziosi sul clima».Secondo l’organizzazione ambientalista, questa COP ha confermato l’irresponsabile distanza tra i Paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici e coloro che continuano a bloccare un’azione decisa per il clima o che vergognosamente stanno agendo con lentezza.Tra le poche note positive di questo summit c’è, per Greenpeace, l’adozione di una serie di regole (il cosiddetto “rulebook”) che se supportato da ambizioni adeguate può contribuire alla difesa del clima.
«Se Parigi ha dettato la strada, il rulebook adottato da questa COP è la tabella di marcia per arrivarci», dichiara Li Shuo di Greenpeace East Asia. «Ora disponiamo di una guida con regole comuni vincolanti per la trasparenza e la revisione degli obiettivi, utili per garantire che le azioni sul clima possano essere confrontate e per tener conto delle preoccupazioni dei Paesi vulnerabili. Completare il regolamento non solo dimostra la volontà delle grandi economie emergenti di fare di più, ma fornisce un palese sostegno al multilateralismo. Un segnale chiaro che definire regole comuni è ancora possibile nonostante la turbolenta situazione geopolitica. Queste regole forniscono ora una spina dorsale all’accordo di Parigi», conclude Shuo.

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Allevamento Rigenerativo, dalla Sicilia una “ricetta” per salvare il pianeta

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 ottobre 2018

Un nuovo modello di allevamento che segue le regole della natura. Per salvaguardare l’ambiente e le risorse della Terra. Parte dalla Sicilia, ma abbraccia le esperienze di vari paesi, in Europa e in America del Nord, il progetto di “Allevamento Rigenerativo”, un modello di produzione naturale degli animali da pascolo. A proporlo, Gautier Gras, francese che vive in Sicilia, e Gaspare Varvaro, di Menfi (AG), appassionati ed esperti di agricoltura sostenibile, che nel 2017 hanno fondato l’associazione “Agricoltura Rigenerativa Sicilia”. Obiettivo: promuovere un approccio alla gestione del territorio in cui le funzioni degli animali, delle piante, delle persone siano integrate per massimizzare i risultati e rispettare l’ambiente.
Il nuovo modello si basa sulle più avanzate conoscenze olistiche agronomiche, zootecniche, in sintonia con le regole della natura. Esso permette di aumentare la produzione, tagliare i costi, rigenerare i terreni in modo naturale, riducendo la pressione antropica e il prelievo di risorse dall’ambiente. In altri termini, il metodo promette massima redditività sostenibile, coltivando e allevando secondo natura.
Una delle idee-forza dell’allevamento, per esempio, si basa sulla rotazione dei pascoli, che consente non solo il “riposo” dell’erbaio, ma anche la rigenerazione del terreno grazie al concime naturale prodotto: gli animali vengono spostati quotidianamente su piccole parcelle di erba fresca, dove consumano tutta l’erba in un modo omogeneo, così stimolandone la ricrescita successiva. Inoltre si fa un lavoro molto importante anche sulla genetica e sull’alimentazione, sempre con prodotti naturali.In un pianeta che si sta desertificando, con la riduzione delle risorse idriche (in vaste regioni dell’America del Nord, dell’Africa, dell’Asia, della Penisola Iberica e in Sicilia), si rischia un degrado economico che può avere conseguenze gravissime per le prossime generazioni.
“Abbiamo il dovere di avviare percorsi virtuosi per invertire questa tendenza – spiega Gras – L’ecosistema del pascolo e della prateria, che ha avuto un’evoluzione a partire da 75 milioni di anni fa, oggi è in crisi. Si stanno arrecando gravi danni al pianeta. Continuare in questa direzione creerebbe gravi conseguenze ecologiche, economiche e sociali”.La realizzazione del libro sarà sostenuta da una campagna di crowdfunding. Chi vorrà, potrà acquistare in anticipo il volume che sarà pronto tra alcuni mesi. In questo modo, potrà sostenere i costi di realizzazione e avere il libro che spiega le nuove tecniche.I proventi della raccolta fondi, in piccola percentuale, saranno destinati anche al sostegno di un progetto per la salvaguardia della “capra girgentana”, magnifico esemplare dalle corna attorcigliate, presente oggi in pochissimi allevamenti dell’entroterra siciliano e considerato a rischio di estinzione.

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Khalashnikov: Affidargli il futuro del Pianeta?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 settembre 2018

Per meglio comprendere l’industria e l’economia globalizzata, ci sembra utile fare riferimento ad un articolo comparso lo scorso 29 agosto sul quotidiano francese “Le Monde”. Il soggetto è l’azienda di origine russa Kalashnikov. Che, oggi, oltre al suo molto conosciuto fucile d’assalto, dopo una recente trasformazione societaria più globale (azionariato, sedi autonome, etc) per le vendite dei suoi prodotti “militari”, con l’aggiunta di una serie di merci a corollario e supporto (souvenir tipo caschi, ombrelli, modellini, etc), sta cercando di affrontare una delle maggiori sfide dell’economia del futuro prossimo, le vetture elettriche.
La prima cosa che ci viene in mente è la possibilità che un’azienda russa possa competere in questo ambito a livello globale e diventare un punto di riferimento. In genere “azienda russa” non è sinonimo di mercato, concorrenza, innovazione (diverso discorso per la futuribilità), perché mediamente siamo portati a considerare la Federazione Russa come chiusa, specialmente dopo il sostanziale fallimento dell’Unione Sovietica. Dobbiamo ricrederci? Per ora ci limitiamo ad un socratico “vedremo”. Prendiamo atto dell’esistente e registriamo i movimenti in corso.
L’ambito industriale dei veicoli elettrici non è certo facile, al momento. Non perché -a nostro avviso- non ci siano i presupposti logici perché sia promettente e di grandi visioni. Pesa come un macigno il fatto che l’economia non è una scienza di per sé, ma il risultato di una serie complessa di fattori che poi si uniscono nella parola economia; tra questi fattori, il principale è quello del guadagno che, come migliaia di studi e dati ci mostrano, non è (in ambito trasporto e non solo) molto armonizzato col problema ecologico e, in particolare, col riscaldamento climatico e le risorse rinnovabili. Il veicolo elettrico non decolla soprattutto perché le aziende (petrolifere e automobilistiche) non hanno nessun interesse a riconvertirsi. Suicide, a nostro avviso…. Ma vaglielo a spiegare per l’ennesima volta, agli industriali del settore e ai governi da loro dipendenti (praticamente tutti nel mondo), che se non cambiano risorse e modelli di produzione, i loro pronipoti dovranno circolare con le maschere a gas, o essere soggetti a malattie inenarrabili, come in un film di cosiddetta fantascienza. Non ti ascoltano. Industriali che sono tali solo per fare soldi tutti e subito, anche continuando a contribuire alla distruzione del Pianeta. E lasciamo stare i tentativi di levare agli industriali la gestione di queste industrie e di affidarle a Stati frutto di utopie filosofiche che dovrebbero svolgere primariamente il pubblico interesse…. già dato, e/o suicidio ancora in corso…. non è un caso che tra i più inquinati di per sé e maggiori contributori al riscaldamento globale, c’é proprio uno di questi Paesi, la Cina; e l’onda lunga dell’Unione Sovietica sulla Russia, non è da poco.
In questo contesto, arriva l’auto e la moto elettrica di Kalashnikov. Che succederà? Le conclusioni dell’articolo del quotidiano “Le Monde” sono in una domanda che sembra un presagio, oltre che di fotografia dell’esistente, anche di tentativo per dire di esserci? “Non si sa quando e se verrà lanciato sul mercato”, scrive il quotidiano parigino. Noi non saremmo così negativi (considerando che forse è solo negativa la nostra lettura di questa conclusione…). Vogliamo essere positivi, anche se con un’amarezza notevole. Cioé: il futuro del nostro equilibrio globale lo affidiamo a chi ha prodotto e produce uno degli strumenti più noti per guerreggiare, l’Ak-47? Quel guerreggiare che è stato il principale responsabile del disastro attuale, politico, umano ed ambientale? Domande e risposte su cui occorre, ovviamente, tornarci sopra. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Greenpeace: Dodici mesi di battaglie in difesa del nostro Pianeta

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 dicembre 2017

GP0STQFO1GP0STQQT3Dodici mesi di battaglie in difesa del nostro Pianeta. È il 2017 ricco di traguardi di Greenpeace sia in Italia che a livello globale.L’anno è iniziato con una spettacolare azione di protesta nonviolenta a Washington, nei pressi della Casa Bianca, contro alcuni dei primi provvedimenti assunti da Donald Trump in tema di ambiente, cambiamenti climatici e diritti civili, dopo il suo insediamento come Presidente degli Stati Uniti. Proteste pacifiche continuate durante grandi eventi internazionali come il G7 Energia, tenutosi a Roma ad aprile, e il G7 di Taormina, tenutosi in Sicilia a fine maggio, che hanno fatto registrare l’isolamento degli Stati Uniti nella lotta ai cambiamenti climatici.Il 2017 di Greenpeace ha visto arrivare l’impegno di Gore Fabrics, azienda leader del mercato delle membrane idrorepellenti, nota al pubblico per i suoi prodotti con marchio GORE-TEX®, che ha annunciato il passaggio a tecnologie idrorepellenti prive di PFC pericolosi. E l’impegno di Thai Union, azienda leader del settore ittico a livello globale, proprietaria in Italia del marchio Mareblu, ad adottare misure per contrastare la pesca illegale e quella eccessiva, oltre a migliorare i mezzi di sussistenza di centinaia di lavoratori della propria filiera. In Italia l’organizzazione ambientalista ha lottato al fianco di comitati locali, organizzazioni e cittadini veneti contro l’inquinamento da PFAS che interessa centinaia GP0STQSVOGP0STQT3Rdi migliaia di persone, spingendo dopo mesi di pressione la Regione Veneto ad adottare limiti più stringenti su queste sostanze. Un primo traguardo ancora non soddisfacente, dato che i limiti non sono i più bassi e occorre ancora bloccare alla fonte la contaminazione e bonificare.Un anno di attività di sensibilizzazione e di ricerca scientifica, anche grazie alla nave Rainbow Warrior che, tra giugno e luglio, ha solcato i mari italiani per il tour scientifico “Meno plastica, più Mediterraneo”, per effettuare campionamenti utili a rilevare la presenza di microplastiche in mare e negli organismi marini.
Nel 2017 Greenpeace ha inoltre organizzato la Make Something Week, una serie di eventi in Italia e in tutto il mondo, per sfidare l’attuale modello di consumo “usa e getta”, rivolgendosi direttamente ai consumatori. Produciamo e consumiamo troppo: dalla moda alla tecnologia, al cibo, alla plastica monouso, ai giocattoli e alle auto. Per questo Greenpeace invita tutti a prendere in considerazione la possibilità di sfruttare più a lungo le risorse già in nostro possesso. «Durante questo anno abbiamo lottato in tutto il mondo insieme a centinaia di migliaia di persone per la salvaguardia del clima, per la protezione di ecosistemi in pericolo come la Grande Foresta del Nord, per un’agricoltura sostenibile, per chiedere aria pulita nelle nostre città», dichiara Giuseppe Onufrio, Direttore Esecutivo di Greenpeace Italia. «Ringraziamo di cuore chi ci ha sostenuto con convinzione, permettendoci di raggiungere importanti obiettivi. Al fianco di chi ci sostiene, nel 2018 continueremo a combattere le nostre battaglie con ancora maggiore determinazione». (foto: greenpeace)

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Rompighiaccio Kronprins Haakon: Consegnati i laboratori nella nave che studierà il clima del pianeta

Posted by fidest press agency su sabato, 4 novembre 2017

rompighiaccioLabozeta Spa ha ultimato e consegnato i laboratori scientifici nella nave Kronprins Haakon, tra le più avanzate rompighiaccio al mondo ad elevato contenuto tecnologico per lo studio dell’ambiente marino. Un vero e proprio fiore all’occhiello per il Norwegian Polar Institute che, per conto del governo norvegese, ha commissionato a Labozeta Spa sia la progettazione che il realizzo dei laboratori all’interno dell’imbarcazione, i cui risultati saranno studiati dai ricercatori dell’Università di Tromsø e dall’Institute of Marine Research, l’ente di ricerca oceanografico e ittico.
La rompighiaccio Kronprins Haakon, la cui realizzazione porta la firma di Fincantieri, sarò operativa dal 2018 e monitorerà lo stato ambientale e lo stato climatico sia dell’Artico che dell’Antartide. Ma non solo. A bordo, infatti, è presente una strumentazione particolare in grado di indagare la morfologia e la geologia dei fondali marini. La “Kronprins Haakon” navigherà attraverso ghiacci spessi fino a un metro e sarà caratterizzata da particolari requisiti di silenziosità per non disturbare l’ambiente marino.
Proprio per il minimo impatto ambientale e una sostanziale riduzione del rumore irradiato sott’acqua l’imbarcazione studierà anche i pesci e i mammiferi marini, svolgendo le proprie attività di ricerca oceanografica e idrografica in qualsiasi contesto ambientale. “Siamo soddisfatti di questa nuova realizzazione – afferma Giancarlo De Matthaeis, presidente di Labozeta – che ci ha permesso di incrementare ulteriormente le nostre conoscenze scientifiche in ambito laboratoriale anche in luoghi particolari come quello di una nave rompighiaccio. Auspichiamo nella possibilità di raggiungere risultati significativi nella ricerca e nello studio dell’ambiente marino soprattutto in relazione ai preoccupanti cambiamenti climatici”.

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La temperatura del Pianeta che continua a salire

Posted by fidest press agency su martedì, 11 aprile 2017

clima2All’apertura dell’ultimo giorno di lavori del G7 energia, attivisti di Greenpeace sono entrati in azione a Roma consegnando ai ministri delle sette grandi potenze mondiali un gigantesco termometro, simbolo della temperatura del Pianeta che continua a salire.
Ricevuti dal ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, Presidente di turno del G7 energia, gli attivisti dell’organizzazione hanno ricordato quanto sia importante rispettare gli impegni presi alla Conferenza sul Clima di Parigi, chiedendo inoltre di isolare le posizioni negazioniste e anti-scientifiche della nuova amministrazione Trump, rappresentata al G7 Energia dal segretario del dipartimento energia Rick Perry.
«Il ministro Calenda ci ha confermato che c’è la volontà di rispettare gli impegni presi alla COP21 e che l’Italia farà la sua parte, ma questo non basta», dichiara Luca Iacoboni, responsabile della campagna clima e energia di Greenpeace Italia. «Se davvero vogliamo mantenere l’aumento di clima3temperatura entro i 2°C, o ancor meglio sotto la soglia di 1,5°C, bisogna fare molto di più. E l’Italia, che ha la presidenza di turno del G7, deve dare l’esempio non limitandosi a fare i compiti a casa ma facendo pressione su chi non sembra prendere sul serio i cambiamenti climatici»Lo scorso anno ha fatto registrare un sorprendente e forse definitivo punto di non ritorno per il carbone, la più importante fonte di emissioni di CO2, con tre dei Paesi del G7 (Canada, Regno Unito, Francia) che hanno annunciato le date in cui abbandoneranno completamente questa fonte inquinante. Nel frattempo, la chiusura di centrali continua sia negli Stati Uniti che in Europa, la costruzione di oltre 100 nuovi impianti è stata fermata in Cina e India e, a livello globale, l’avvio di nuovi progetti per centrali a carbone ha avuto un calo del 62 per cento.Secondo quanto dichiarato da Calenda nella settimana del 18 aprile verrà presentata in audizione alla Camera la nuova Strategia Energetica Nazionale.«L’auspicio è che non sia l’ennesimo piano energetico basato sulle fonti fossili, ma purtroppo la decisione di separare la SEN dal Piano integrato energia e clima sembrerebbe confermare l’idea del ministro di mettere al centro del piano energetico il gas, relegando le energie rinnovabili a una fonte marginale, senza prendere impegni per un definitivo abbandono del carbone», continua Iacoboni. «Speriamo che il ministro ci smentisca con i fatti, ma ad oggi il governo sembra avere davvero poca ambizione. Non è questo ciò che ci aspettiamo da un Paese investito della presidenza del G7, e non smetteremo di farlo presente al governo», conclude Iacoboni.

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Equilibrio demografico e sovrappopolazione

Posted by fidest press agency su domenica, 26 febbraio 2017

pianeta terraIl Pianeta sta scoppiando di abitanti. Le risorse sono quelle che sono, ma in crescita grazie ai continui interventi essenzialmente dei Paesi ricchi e democratici, ma gli scenari delle Nazioni Unite non promettono niente di buono. Il problema demografico e’ diventato tale perche’ per anni, purtroppo, e’ sempre stato relegato ai margini, demonizzato visto il modo di affrontarlo del secolo scorso (essenzialmente da parte del Nazismo). Oggi siamo in una situazione paradossale. Nei Paesi del cosiddetto primo mondo la natalita’ e’ in calo, mentre e’ esplosa nei Paesi in via di sviluppo e poveri. Il paradosso e’ che mentre da questi ultimi Paesi le pressioni migratorie sono diventate piu’ frequenti e numerose, nei Paesi ricchi si cerca di mettere in pratica politiche per la crescita demografica. E lo fanno un po’ tutte le parti, a modo loro, con politiche sostanzialmente schizofreniche. In Italia, per esempio, mentre i governi degli ultimi anni a guida di sinistra hanno sfornato incentivi e soldi come non mai per i neonati ed hanno agito umanitariamente per l’accoglienza degli immigrati dai Paesi piu’ demuniti, le opposizioni di destra, pur criticando blandamente gli incentivi alle nascite, hanno sviluppato politiche di ostracismo (piu’ o meno xenofobo) per impedire l’arrivo e la legalizzazione degli immigrati. Caratteristica non solo italiana, ma diffusa un po’ dovunque, in Europa e non solo. Politiche schizofreniche, dicevamo. Perche’ non prendono atto che oggi viviamo in un villaggio globale, dove sono una realta’ inarrestabile i flussi di migranti da qualunque parte a qualunque altra parte del mondo (ovviamente maggiori quelli dai Paesi poveri verso i Paesi ricchi). Ragionare e fare politiche di sviluppo demografico all’interno di propri confini, accogliendo o meno i migranti, e’ indice di suicidio politico, umano ed economico. Sarebbero piu’ coerenti coloro che vogliono chiudere le frontiere ad ogni immigrazione e far crescere i nati autoctoni. Ma, come si dice in gergo, sarebbe una coerenza “col braccino corto”: dovrebbero farlo militarizzando le frontiere; bloccando i trattati di scambi commerciali (che si basano anche sui movimenti di persone); bloccando quella realta’ che consente acquisti di prodotti a prezzi abbordabili perche’ vengono dai luoghi piu’ lontani del mondo e/o prodotti da lavori che spesso gli autoctoni non vogliono fare; bloccando (non ultima, ma prima) l’Unione Europea, etc. Cioe’ negare e cominciare a demolire lo standard attuale di vita, e compromettere in negativo quello futuro. Qualcuno lo vuole fare? Ne dubitiamo. Ma nel frattempo, chi fa queste politiche schizofreniche ci governa, e quelli piu’ “distratti” (tipo Brexit e i vari partiti nazionalisti) stanno aumentando i consensi.
Queste righe vogliono essere spunto di riflessione per meglio capire il fenomeno di sottovalutazione e disinformazione del problema demografico. Soprattutto per meglio capire come questa sottovalutazione non sia patrimonio di una destra o di una sinistra, di un liberaldemocratico o di un nazionalista, di un conservatore o di un libertario, ma trasversale a tutte queste opzioni di governo. E’ una questione culturale che -visto il contesto mondiale e migratorio ed economico a cui abbiamo accennato – e’ bene chiamare suicida (nel senso collettivo della pratica, perche’ individualmente -per noi – ognuno e’ libero).
Dicevamo capire. Proprio oggi abbiamo letto di una proposta di “ripopolamento” che viene da uno dei Paesi che per anni e’ stato riferimento (e per molti continua ad esserlo) per le liberta’ individuali e lo Stato sociale, la Svezia. Per noi e’ il tipico esempio di come il problema demografico venga sottovalutato da ognuno a modo suo. Nel consiglio comunale di Overtornea e’ stato proposto (e pare con buone possibilita’ che sia approvato) che agli impiegati pubblici, durante l’orario di lavoro sia concesso – sempre remunerati – di andare a casa, fare sesso e, oltre ai benefici rilassanti di una tale pratica, contribuire a far crescere la popolazione in calo. Dicevamo “a modo suo”. In Svezia, Paese in cui il sesso non e’ un tabu’ come nella maggior parte del mondo, e’ questo un modo per affrontare il calo demografico. Impensabile quasi ovunque per il “ripopolamento” (se non in qualche film nazistoide sul ripopolamento forzato), e’ naturale e spontaneo in Svezia. Rimandiamo alla lettura dell’articolo che linkiamo per i particolari e le evidenti difficolta’ e perplessita’ comportamentali e logistiche. Ma rimane questa sorta di candore che ha spinto il consigliere comunale Per-Erik Muskos a fare una proposta del genere. Candore con cui si affronta il problema demografico anche in un Paese, la Svezia, dove le politiche per l’accoglienza degli immigrati, pur se molto restrittive, sono programmate, e quindi il “ripopolamento” non dovrebbe essere una sorta di incubo come, per esempio, in Paesi come il nostro, la Francia, la Spagna, la Grecia, etc, cioe’ quelli che per politiche confusionarie e contraddittorie e per ubicazione geografica, campano alla giornata. Per chi ancora fosse scettico, e’ bene ricordare che il nostro futuro a partire dall’oggi, si gioca e si sta giocando proprio sull’equilibrio demografico. E se lo stato dei nostri strumenti culturali e politici e’ in queste condizioni, dire che siamo in alto mare e’ solo – per chi non fa finta di non vedere e capire- essere gentili con noi stessi.

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Libro: pianeta Islam

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 febbraio 2017

pianeta-islamdi Vittorio Pozzo (Editrice Elledici – Pagine 96 – € 6,90) L’Islam è un “pianeta” dalle mille sfaccettature, difficili da decifrare e capire. La situazione odierna, che vede oggi i musulmani vittime e protagonisti di episodi drammatici, richiede una lettura attenta e puntuale. Le pagine del nuovo libro Pianeta Islam di Vittorio Pozzo aiutano a far chiarezza e a eliminare pregiudizi e interpretazioni distorte, per evitare di continuare a innalzare muri invece di costruire ponti. Solo conoscendosi è possibile capirsi e vivere insieme.L’autore, VITTORIO POZZO, sacerdote salesiano, è un grande conoscitore del mondo islamico, laureato in studi arabi e islamistica e con 60 anni di presenza continua in Medio Oriente, dove tuttora risiede. Il libro, partendo dall’attualità, drammatica e problematica, offre un serio contributo alla conoscenza dell’Islam attraverso una panoramica sui suoi princìpi e le sue pratiche. Dall’introduzione: «C’est la guerre!» (Siamo in guerra!): questo il grido allarmato lanciato dalle massime autorità politiche francesi in reazione ai sanguinosi attentati del 13 novembre 2015 a Parigi. Ripreso e rilanciato dai media, sembra fare presa sull’opinione pubblica non solo transalpina.
Quest’offensiva islamista, attuata da esecutori e mandanti ben definiti, in nome di Dio (Allâh), in nome e per l’esaltazione dell’Islam di cui si diventa martiri o eroi, vuol forse dire che la controffensiva dovrà estendersi su tutti i fronti dove si possono trovare musulmani inermi e pacifici, del tutto estranei ai fatti?
Quando la pancia si sostituisce alla mente nel reagire in simili frangenti, è facile sviare. La situazione deve decantare e occorre ragionare a mente fredda, facendo leva sulla conoscenza, la prudenza e la saggezza, per evitare di fare di ogni erba un fascio o di gettare il bambino con l’acqua sporca della bacinella. La realtà va guardata in faccia, ma colta nella sua totalità. Solo così è possibile analizzarla, distinguere il positivo dal negativo, discernendo cioè un “vero” Islam da un “falso” Islam, la follia omicida e suicida di pochi dalla “normalità” dei più.
Si vive ormai in società plurali, nelle quali la gestione del pluralismo culturale e religioso è un vero problema. Inoltre, l’individualismo e il senso di superiorità prevalenti nelle società occidentali non favoriscono la conoscenza degli altri, soprattutto se “diversi”. Non di rado, si ignora persino chi sia il proprio vicino di casa. Se poi si hanno dei sospetti, diffidenza, isolamento e chiusura diventano ancora più accentuati.
Eppure la via preferenzialmente percorribile per una gestione più positiva di questo pluralismo sembra consistere proprio nell’adeguata, mutua conoscenza tra le varie componenti della stessa società.
Avversione, diffidenza, pregiudizi reciproci sono per lo più frutto dell’ignoranza, bandita la quale ci si trova con uno sguardo più sereno e un cuore più aperto, disponibile all’accoglienza del diverso fino alla comprensione e all’apprezzamento della sua identità.
Anzi, se si è credenti, si può giungere fino a una vera solidarietà spirituale che è qualcosa di più di un semplice dialogo che mantiene gli interlocutori sulle rispettive posizioni, sia pure con la disposizione dell’animo a capire le ragioni dell’altro. Questo è vero in modo particolare con i musulmani che, salvo imprevisti, saranno sempre più numerosi nelle società occidentali.
Qualcuno, allarmato, già si chiede: «Sarà l’Islam il futuro dell’Europa?». Comunque sia, è bene sapere che la maggioranza dei musulmani attribuisce una grande importanza alla dimensione religiosa, contrariamente alla mentalità occidentale odierna.
Obiettivo finale della conoscenza deve essere quello di vivere insieme – e non solo l’uno accanto all’altro -, in vista, sia pure a lungo termine, di una cittadinanza inclusiva che inglobi le diversità, esprimendosi finalmente come cittadinanza interculturale.
A questa ovviamente ci si deve preparare e formare. Solo allora la diversità etnica, culturale e religiosa non apparirà più come minaccia o provocazione, ma come ricchezza, anche in società che tendono a emarginare l’aspetto religioso per confinarlo nella sfera del privato.
Partendo dall’attualità, a volte drammatica e particolarmente problematica, queste pagine intendono offrire un modesto contributo in questa direzione, aiutando a far conoscere l’Islam attraverso i suoi princìpi e le sue pratiche, così come sono interpretati e vissuti dalla stragrande maggioranza dei musulmani che non sono tutti vicini scomodi e pericolosi, né tanto meno fanatici e potenziali terroristi come, purtroppo e troppo spesso, vengono dipinti o come vengono percepiti, con indebite generalizzazioni.
D’altra parte non occorre cadere nel buonismo e in un ingenuo irenismo, né rinunciare a chiedere di essere riconosciuti nella propria identità. Senza nascondere eventuali, anzi crescenti difficoltà, si tratta di un’opportunità da non sottovalutare, ma da affrontare con coraggio e saggezza, indipendentemente dalle convinzioni religiose personali, per evitare il troppo sovente sbandierato scontro di civiltà e di religioni. Se alle autorità politiche e civili compete l’aspetto istituzionale del problema con la ricerca di soluzioni adeguate, ai singoli cittadini compete quello di stabilire rapporti di correttezza, di rispetto, di stima, di collaborazione nella ricerca del bene comune. Si potrà pure giungere a rapporti di solidarietà e di vera amicizia. Se poi si è credenti, non è escluso di poter compiere ulteriori passi insieme, facendo però sempre il primo passo, così come ha insegnato e praticato Gesù. (Vittorio Pozzo) (foto. pianeta islam)

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“E’ ora di disinnescare il pianeta”

Posted by fidest press agency su domenica, 3 aprile 2016

mine inesploseRoma 4 aprile presso il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, organizzato dall’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra.
Le Nazioni Unite hanno indetto la Giornata Internazionale del 4 aprile, per mantenere alta l’attenzione su tutte quelle minacce rappresentate non solo dalle mine ma anche da residuati bellici inesplosi, bombe cluster, ordigni esplosivi improvvisati (IEDs) e armi e munizioni abbandonate non in sicurezza. La presenza, o anche solo il sospetto della presenza, di questi ordigni, impedisce il pieno godimento del diritto alla sicurezza, alla vita ed alla salute delle popolazioni che convivono con situazioni di conflitto, o che le hanno vissute e sono ora a dover affrontare l’eredità lasciata sui loro territori dalle guerre.
Nel messaggio diffuso in occasione di questo 4 aprile, il Segretario Generale Ban ki-moon, ha richiamato l’attenzione sul ruolo cruciale rivestito dalla Mine Action per ottenere una risposta umanitaria effettiva, sia nelle situazioni di conflitto che di post conflitto. Ha inoltre ribadito come la Mine Action vada considerata come un investimento per l’umanità, poiché contribuisce a far crescere società pacifiche in cui coloro che ne hanno bisogno possono ricevere cure, i rifugiati e gli sfollati possono fare ritorno alle loro case in sicurezza, ed i bambini possono andare a scuola. Inoltre fornisce contesti sicuri in cui intraprendere la ricostruzione e riavviare lo sviluppo, gettando le fondamenta per una pace sostenibile.
L’importanza della Mine Action verrà ribadita anche al Primo World Humanitarian Summit che si terrà ad Instanbul il prossimo maggio, attraverso un report del Segretario Generale delle Nazioni Unite. Il documento metterà in evidenza l’impatto inaccettabile delle mine e dei residuati bellici inesplosi sui civili, sottolineando la necessità che gli Stati aderiscano, implementino e rispettino gli strumenti internazionali umanitari rilevanti.
“Come dichiarato dal Segretario Generale delle N.U. è fondamentale che la Mine Action rimanga al top dell’agenda internazionale, e che se ne comprenda l’importanza come azione umanitaria, l’espressione umana dietro il gesto tecnico” dichiara Giuseppe Schiavello direttore della Campagna Italiana contro le mine “ L’Italia da gennaio di quest’anno, per un biennio, ricoprirà il ruolo di Presidente del Mine Action Support Group (MASG) ed è importante l’impegno di tutti noi, società civile ed istituzioni, perché il nostro paese contribuisca non solo a mantenere la Mine Action tra le priorità della comunità internazionale, ma che favorisca anche l’universalizzazione dei trattati di messa al bando di ordigni indiscriminati come mine e cluster, l’implementazione ed il rispetto degli obblighi contenuti nei trattati stessi. ”
In qualità di presidente del MASG, l’Italia ha organizzato in collaborazione con l’Agenzia delle Nazioni Unite per la Mine Action (UNMAS) ed il Governo Federala della Germania, presso il Palais des Nations, il lancio di un’esposizione composta da foto scattate nei paesi affetti dal problema, e da lavori artistici, composizioni e poesie realizzati dai giovani studenti di Ginevra. Inoltre sono previste una serie di attività che si susseguiranno nella settimana dal 4 all’8 aprile, tra cui un campo minato digitalizzato ed una videoconferenza in diretta con diversi paesi di progetto, tra cui Afghanistan, Iraq, Mali, Palestina, Siria, Somalia e Sud Sudan.
La Campagna Italiana contro le mine, da diversi anni, dedica un intero mese di sensibilizzazione a questi temi, iniziando dal 1 marzo (anniversario dell’entrata in vigore del Trattato di Ottawa per la messa al bando delle mine) fino al 4 aprile. Quest’anno, il periodo di sensibilizzazione intensiva durerà 60 giorni il focus della sensibilizzazione riguarda sia il conflitto in Yemen, in cui vengono impiegate bombe cluster, sia il disegno di legge sul disinvestment in esame nella commissione Finanze del Senato ed il ruolo dell’Italia nella Mine Action.

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Nutrire il pianeta: nuovo dottorato magistrale

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 ottobre 2015

parma universitàParma Il prossimo 24 ottobre l’Università di Parma avrà un nuovo dottore magistrale in Scienze e tecnologie alimentari: a Giovanni Ferrero, nome di rilievo dell’imprenditoria italiana, Amministratore Delegato del Gruppo Ferrero, l’Ateneo conferirà infatti la laurea magistrale honoris causa in Scienze e tecnologie alimentari.La cerimonia si terrà all’Abbazia di Valserena, sede dello Csac – Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma, alla presenza del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Stefania Giannini.
Da segnalare il titolo della tesi di Giovanni Ferrero, al centro della lectio doctoralis che l’imprenditore piemontese esporrà appena ricevuti “tocco” e pergamena da parte del Rettore dell’Università di Parma Loris Borghi: “Nutrire il pianeta. Una visione industriale dell’alimentazione sostenibile: le pratiche di eccellenza promosse dal Gruppo Ferrero”.
La cerimonia prenderà il via alle ore 11. Dopo la relazione del Rettore Loris Borghi è previsto l’intervento del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Stefania Giannini. A seguire la lettura della motivazione del conferimento da parte di Arnaldo Dossena, Direttore del Dipartimento di Scienze degli Alimenti, e la laudatio, che sarà tenuta da Giacomo Rizzolatti, Professore emerito dell’Università di Parma. Infine la lectio doctoralis di Giovanni Ferrero.

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Litokol alla scoperta del pianeta Cina

Posted by fidest press agency su sabato, 24 marzo 2012

Kampung Cina #4

Kampung Cina #4 (Photo credit: chooyutshing)

Litokol, azienda leader nella realizzazione di prodotti per la posa di materiali per l’edilizia, con un fatturato complessivo di circa 50 milioni di euro, ha aperto una nuova sede a Shanghai, nel distretto di Xuhui. L’azienda di Rubiera – presente con il proprio export in oltre 90 Paesi ed attiva, che con due location produttive in Italia, anche con due stabilimenti in Russia e in Armenia ed una trading company in Ucraina – continua la sua fase di internazionalizzazione approdano in Cina, uno dei mercati più importanti per lo sviluppo futuro, in grado di offrire grandi opportunità di business per le realtà produttive di tutto il mondo. I consumi privati cinesi, spinti dalla crescita del potere d’acquisto di fasce sempre più ampie della popolazione, segnano nuovi record, mentre l’allargamento della fascia del ceto medio-alto fa presupporre, per i prossimi anni, un incremento dei beni di lusso.In forte espansione anche l’utilizzo del mosaico nell’edilizia residenziale e commerciale, con una crescita produttiva del 20% e un consumo interno che sale del 60%.Attualmente sono oltre 1000 le aziende produttrici di mosaici con sede in Cina, e Shanghai, per la sua vocazione commerciale, produttiva e culturale, è la metropoli ideale dove intercettare le esigenze dei professionisti dell’edilizia e dei grandi contractor, specialmente per prodotti innovativi ad alto contenuto tecnologico come Litochrom Starlike®, il sigillante epossidico specializzato nella stuccatura di mosaici ceramici, in pietra naturale, artistici e vetrosi, realizzato da Litokol e destinato ad una clientela da alto di gamma.Ed è proprio l’intera ed esclusiva linea Litochrom Starlike®, completa di ogni tipo di accessorio, ad essere commercializzata nella sede cinese di Litokol, che apre con uno staff di 5 persone e si avvale di un’unità logistica in grado di gestire e far fronte, in tempi rapidissimi, a qualsiasi tipo di ordine, fornendo tutta l’assistenza tecnica e formativa necessaria ai professionisti locali. Situata al 33° piano di un modernissimo edificio, in una zona commerciale vicino al cuore pulsante della metropoli di Shanghai, la sede si pone come fulcro ideale per raggiungere non solo il mercato cinese, ma tutta l’area del Far East, in una prospettiva di sviluppo che da sempre vede Litokol protagonista su nuovi mercati.

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“Vivere nei limiti di un solo pianeta”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 marzo 2012

Ancona 22 marzo alle 17 nell’Aula del Rettorato della Facoltà di Scienze dell’Università Politecnica delle Marche, ciclo di seminari con il dottor Gianfranco Bologna, direttore scientifico e responsabile dell’area sostenibilità del WWF Italia, che illustrerà come “Vivere nei limiti di un solo pianeta”. Si ricorda inoltre che fino al 30 marzo nello spazio espositivo del piano terra del Rettorato una mostra illustra le attività svolte dalla Facoltà di Scienze in questi vent’anni.
Gianfranco Bologna (Napoli, 1953) è direttore scientifico e Senior Advisor del WWF Italia, associazione per la quale ha svolto anche il ruolo di Segretario generale dal 1994 al 2000. È inoltre segretario generale della Fondazione Aurelio Peccei che rappresenta il Club di Roma in Italia. Svolge da 40 anni attività di divulgazione, di didattica e di progettualità sui temi della conservazione della natura e della sostenibilità.
Ha studiato scienze biologiche all’Università La Sapienza di Roma. È stato dal 1999 al 2009 docente di Sostenibilità dello sviluppo all’Università di Camerino e svolge attività seminariali e didattiche in varie università.Ha iniziato la sua profonda passione per la natura come ornitologo collaborando negli anni Settanta anche alla nascita del Centro Italiano Studi Ornitologici (CISO) presso l’Università di Parma con Sergio Frugis.
Ha scritto diversi libri e enciclopedie sulla natura (anche il primo testo pubblicato in Italia, introduttivo al bird-watching, nel 1974 “Come osservare e proteggere gli uccelli”), diversi volumi sugli uccelli (pubblicati da Arnoldo Mondadori e tradotti anche in diverse lingue, dall’inglese al fiammingo) e diversi volumi sui problemi della sostenibilità, tra i quali “Pianeta Terra” (Giorgio Mondadori), “Nelle nostre mani” (Giorgio Mondadori), “Italia capace di futuro” (EMI), “Invito alla sobrietà felice” (EMI), “Manuale della sostenibilità. Idee, concetti, nuove discipline capaci di futuro” (Edizioni Ambiente) volume che viene utilizzato in numerosi corsi universitari e che è stato tra i primi testi italiani ad approfondire la scienza della sostenibilità. Nel 2012 ha pubblicato un contributo nel volume collettaneo “Growth in Transition” edito da Earthscan e curato da Fritz Hinterberger.Cura dal 1988 l’edizione italiana del rapporto mondiale “State of the World” del prestigioso Worldwatch Institute di Washington ed è inoltre curatore delle edizioni italiane di decine di volumi di importanti studiosi di fama internazionale che si occupano di queste tematiche (da Lester Brown a Paul Ehrlich, da Amory Lovins a Norman Myers, da Ernst von Weizsacker a Tim Jackson, ecc.) e di diversi rapporti internazionali (“World Conservation Strategy” , “Caring for the Earth. A Strategy for Sustainable Living”, “Living Planet Report” ecc.). Nel 1996 ha curato l’edizione italiana del classico volume di Mathis Wackernagel e William Rees, “L’impronta ecologica”, con la presentazione del primo calcolo dell’impronta ecologica dell’Italia contribuendo a diffondere il concetto di impronta ecologica nel nostro paese. È stato esperto non governativo nelle delegazioni dell’Italia alla Conferenza ONU Ambiente e Sviluppo di Rio de Janeiro nel 1992 e al Summit ONU sullo Sviluppo Sostenibile di Johannesburg nel 2002 e attualmente si sta occupando della prossima Conferenza ONU sullo sviluppo sostenibile (Rio+20) che si terrà a Rio de Janeiro a giugno.

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Cambiamenti climatici: adattamento o estinzione?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 giugno 2011

Pavia 9 giugno 2011 – ore 17:00 Aula Volta – Università di Pavia, incontro con Andrea Mondoni, che propone un viaggio dalle Alpi all’Himalaya per scoprire i progetti di ricerca e conservazione che l’Ateneo pavese propone in alcune tra le zone più affascinanti e sensibili del pianeta. Nel mondo numerose specie vegetali spontanee si sono estinte negli ultimi due secoli e molte altre sono pesantemente minacciate, soprattutto per cause antropiche. I cambiamenti climatici, assieme alla perdita d’uso del suolo e all’inquinamento, sono tra le principali cause di estinzione. Negli ultimi anni l’Università di Pavia ha avviato numerose azioni concrete di conservazione della natura. Dal 2005, in collaborazione con il Centro Flora Autoctona della Regione Lombardia, il nostro ateneo ha istituito la Banca del Germoplasma delle Piante Lombarde. Recentemente l’Unione Europea e la Provincia di Trento hanno finanziato un progetto che ha come obiettivo quello di valutare gli effetti dei cambiamenti climatici sulle specie che vivono ai margini dei ghiacciai. Un viaggio dalle Alpi all’Himalaya per scoprire i progetti di ricerca e conservazione in alcune tra le zone più affascinanti e sensibili del pianeta. Dott. Andrea Mondoni (Dip. di Scienze della Terra e dell’Ambiente)

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Salvare gli oceani del pianeta

Posted by fidest press agency su sabato, 16 ottobre 2010

Greenpeace presenta il “Piano di emergenza per salvare gli oceani del pianeta” a pochi giorni dall’inizio della decima Conferenza delle Parti della Convenzione per la Biodiversità (CBD) che si terrà a Nagoya (Giappone). Per salvare l’ecosistema marino, a Nagoya i governi di tutto il mondo dovranno decidere di istituire una rete globale di riserve marine che copra il 40% degli oceani del pianeta.
Greenpeace da anni è impegnata a promuovere la creazione di una rete di Riserve Marine in alto mare in particolar modo nel Mediterraneo, un mare che  rappresenta meno dell’1% della superficie marina del Pianeta, ma ospita il 9% circa della biodiversità marina nota. Due aree di particolare importanza per questa rete riguardano l’Italia: il Santuario dei Cetacei e il Canale di Sicilia. Purtroppo oggi il primo è solo un parco di “carta”, mentre la tutela del secondo non è garantita in alcun modo: mentre si concretizza la minaccia delle estrazioni petrolifere nel Canale di Sicilia, il ministero dell’Ambiente esprime la sua contrarietà all’istituzione di Riserve Marine nelle acque internazionali del Mediterraneo.

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E’ fallito l’obiettivo dell’accordo di Copenhagen

Posted by fidest press agency su martedì, 2 febbraio 2010

Entro il 31 gennaio i vari Paesi partecipanti avrebbero dovuto comunicare i propri impegni di riduzione dei gas serra, è chiaro che di questo passo non sarà possibile impedire che l’aumento della temperatura media mondiale non superi i 2°C. La comunicazione di impegni ambiziosi, entro il 31 gennaio, doveva essere il primo “punto d’azione” di un accordo non vincolante stilato da alcuni Paesi, e adottato da molti altri, durante il summit sul clima di Copenhagen dello scorso dicembre. Considerato che gli impegni comunicati sono sostanzialmente gli stessi di quelli resi noti prima del summit, è evidente che questo accordo non è servito a far cambiare idea a chi sta uccidendo il clima del pianeta. Gli impegni presi, infatti, ci portano dritti a un aumento di temperature stimabile in +3/3,5 °C. Le conseguenze di questo suicidio planetario sono illustrate dal rapporto di Greenpeace “Il Terzo Grado”. L’accordo di Copenhagen si è dimostrato una bufala. Se i grandi inquinatori del clima non sono riusciti a proporre niente di nuovo sulle emissioni come possiamo credere che davvero entro il 2012 trovino i nuovi fondi promessi per sostenere i Paesi in via di sviluppo nel contenimento degli effetti del cambio climatico. <<Oggi possiamo scrivere il necrologio del presunto “Accordo di Copenhagen” e chiedere che a Città del Messico a fine anno si giunga finalmente ad un Accordo Globale equo, ambizioso e vincolante che porti rapidamente ad una reale riduzione delle emissioni>> aggiunge Giannì. L’accordo di Copenhagen si è dimostrato un pericoloso “green-washing” per spacciare come azione efficace la trita ripetizione di obiettivi che di fatto portano ad una riduzione delle emissioni per i Paesi industrializzati solo dell’11-19% (6-14% senza crediti forestali). Per giungere all’obiettivo dei 2°C di aumento massimo, le riduzioni di emissioni di gas serra (rispetto al 1990) devono essere del 40% entro il 2020. Anche i Paesi in via di sviluppo devono ridurre le emissioni del 15-30% rispetto al trend attuale, sempre al 2020. Un processo che deve essere sostenuto da nuovi investimenti, per un totale stimato in 140 miliardi di dollari l’anno, per consentire a questi Paesi di passare a tecnologie pulite e di resistere al meglio ai terrificanti scenari che il disastro climatico ci prospetta.

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Arresti a Copenhagen

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 dicembre 2009

Copenhagen, Sono oltre un centinaio di persone tra attivisti, comunità indigene e delegati dei Paesi poveri e hanno appena lasciato il Bella Center per unirsi all’assemblea dei popoli. Tra i volti noti Naomi Klein, José Bove, Christophe Aguitton. L’azione simbolica pacifica, organizzata da Climate Justice Now! e Climate Justice Now ha beffato le imponenti misure di sicurezza e portato la protesta dritto dentro al vertice COP15. “La chiamata ha funzionato – spiega Alberto Zoratti di Fair – perché la lotta di fronti contrapposti che si è ripetuta anche stanotte sta esasperando le delegazioni”. Nonostante gli arresti preventivi in corso tra gli autoconvocati dell’Assemblea dei popoli, che all’esterno del Bella Center vuole presentare le proposte dal basso per salvare il pianeta dal riscaldamento climatico “stiamo andando ad unirci all’Assemblea permanente dei popoli. Ci aspettiamo un segnale significativo da quei leader – ha concluso Zoratti – come Evo Morales della Bolivia, che tra poco interverrà in conferenza stampa e che ci hanno chiesto esplicitamente di aiutarli a resistere a qualsiasi accordo-truffa ed a spingere per un accordo vero”.

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Cambiamenti climatici

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 settembre 2009

“Se la nostra generazione non darà una risposta coraggiosa e immediata a quella che è la sfida del cambiamento climatico, rischiamo di consegnare ai nostri figli e ai nostri nipoti una catastrofe planetaria irreversibile”. Cosi l’On. Domenico Scilipoti dell’Italia dei Valori circa le affermazioni dal Presidente Obama, al summit dell’ONU sul clima e sul futuro del pianeta. “ E’ da tempo – prosegue il deputato – che ripeto a gran voce queste parole, i dati sono davvero allarmanti, le concentrazioni di anidride carbonica nell’atmosfera, sono passate da 280 ppm (parti per milione) dell’Ottocento alle 335 ppm attuali. Questo ha determinato un surriscaldamento globale oltre ad un inquinamento disastroso, per diminuire le emissioni si dovrebbe limitare il trasporto su gomma e potenziare quello su rotaie o quello marittimo, certamente meno dannoso per l’ambiente. Dobbiamo vivere con maggiore consapevolezza l’emergenza climatica, il Governo fino adesso a fatto ben poco. Nazioni emergenti come la Cina e l’India – conclude Scilipoti – hanno accolto pienamente l’appello di Obama, anche l’Italia deve investire in tecnologie verdi ed ecosostenibili, guardando alle necessità del pianeta e non agli interessi dei soliti seguaci del Dio denaro”.

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Per una rivoluzione verde in Africa

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 settembre 2009

Roma 24 settembre 2009, alle ore 10,00, a Roma, presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum (via degli Aldobrandeschi 190), si terrà il convegno “Per una rivoluzione verde in Africa. Lo sviluppo è il nuovo nome della pace”. Raccogliendo gli spunti di riflessione emersi dall’Instrumentum Laboris elaborato in vista del prossimo Sinodo dei vescovi africani a Roma, l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum ha voluto focalizzare la sua attenzione sul tema dello sviluppo agricolo in Africa. L’opera di riconciliazione e di pace a cui la Chiesa Africana è chiamata, rilancia con forza il ruolo dell’agricoltura africana e la necessità di una rivoluzione verde di cui si vedono i primi segnali. Per quanto paradossale, è proprio l’Africa con i suoi spazi e le sue risorse a racchiudere un potenziale che potrebbe trasformarla nel nuovo granaio del pianeta e diventare il punto di svolta della crisi alimentare mondiale. Promuovendo una giornata di studio internazionale, l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum vuole offrire attraverso i contributi di eminenti personalità di istituzioni africane una nuova occasione per fare il punto sulle più innovative esperienze dell’agricoltura africana e mettere in luce il ruolo propulsivo che le nuove tecnologie possono rivestire in questa grande sfida. Interverranno, fra gli altri: Padre Pedro Barrajón LC, Rettore dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, Padre Paolo Scarafoni LC, Rettore dell’Università Europea di Roma, Padre Gonzalo Miranda LC, Professore Ordinario della Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, Mons. Giampaolo Crepaldi, Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Jacques Diouf, Direttore Generale FAO, Monty Jones, Segretario Esecutivo del Forum for Agricultural Research in Africa (Ghana), Daniel Mataruka, Direttore Esecutivo dell’African Agricultural Technology Foundation (Kenya), Motlatsi Musi, agricoltore (Sud Africa), François B. Traoré, Presidente dell’Union Nationale des Producteurs de Coton du Burkina (Burkina Faso). Moderatore: Gerolamo Fazzini, Direttore editoriale del mensile “Mondo e Missione”.

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