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Dal libro di Pietro De Francisci su “La Montagna”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 luglio 2018

E’ un libro scritto alcuni anni fa ma che non manca nella mia libreria. Riprendo alcuni passi che mi hanno più colpito e che sono indicativi dell’amore per la montagna che ogni riga del suo lavoro lascia trasparire e coinvolge il lettore: “Generose sempre d’incommensurabili doni le montagne, fra le quali l’uomo può vivere, assorto nel fascino della risplendente grandezza, in cui si manifesta la potenza della creazione, consolato da una sempre varia e allucinante visione di bellezza, che fa dimenticare le miserie e le brutture che avvelenano la vita quotidiana.
Generose, soprattutto, verso colui, che non si accontenti di guardarle e di percorrerle, ma ricambi d’amore, si apri alla loro magia illuminante, ne ascolti le voci e le accolga con umile fervore nel proprio spirito. Avido di solitudine avevo cercato la mia salvezza nell’alta valle Anzasca, a circa duemila metri, in una casetta sperduta a più di un’ora di cammino dagli ultimi abitati di Staffa. Il modernissimo rifugio giaceva in una ristretta conca formata da un’ansa della morena destra del ghiacciaio del Belvedere, in un punto in cui roccia e detriti, ormai coperti da un tappeto erboso, avevano consentito che nei loro interstizi si radicassero pochi larici ed alcuni cespugli di rododendri. Me ne andavo vagando sul vastissimo ghiacciaio, dimenticando me stesso nell’immensità di quel teatro, cinto, a settentrione, dalla minacciosa muraglia del monte Rosa, che si stende dalla cima di Jazzi attraverso la Nordend e la Dufour, fino alla punta Gnifetti, proseguita, a occidente, dalla giogaia che unisce questa alla cima delle Loccie, e a sud dell’altra che da quest’ultima corre verso il pizzo Bianco e le cosiddette Loccie: un teatro solenne che ha per volta il cielo e per platea il ghiacciaio del Belvedere, verso il quale precipitano quelli della Nordend, del monte Rosa e delle Loccie, e dal quale si parte, verso oriente, una rudimentale scalea formata dai massi del pietrame, dalle ghiaie, che il peso delle nevi sospinge verso la valle”.
“Quello era il mio regno – soggiunge De Francisci – sempre popolato da incantesimi: sia nelle sere di luna, quando la luce di questa trasfigurava le languide nebbie azzurrine vaganti sui ghiacciai d’argento in fantasmi ondeggianti lungo le pareti che si stagliavano con l’oggetto poderoso dei loro rilievi sui fondi cupi dei canaloni; sia, nelle prime ore del mattino, quando all’algido e fermo lucore dell’alba subentrava l’ardore delle aurore, che infuocava le vette sfavillanti; sia, quando il sole già alto trasformava tutto il quadro in un grandioso mosaico di turchini intensi e di candori abbacinanti, incastonati nella durezza rugginosa dei costoni di roccia; sia, ancora, quando, dopo il tramonto, e prima che apparisse la luna, il paesaggio pareva si raggelasse in un malinconico grigiore d’acciaio. Da quel mondo, quanto più lo frequentavo le immagini diventavano non solo più chiare e familiari, ma con esse i moti e le voci. E queste erano tante! Ora il lacerante schianto delle lavine di pietre, lungo i rapidi scoscendimenti; ora il rimbombo sordo delle valanghe di neve; ora lo schiocco quasi metallico degli scracchi crollanti. Tuttavia più forte attenzione esercitava su di me lo sviluppo sonoro del canto delle acque, che s’iniziava, cresceva e si risolveva secondo il cielo della luce.
Quando, di notte e sul far del giorno, mi aggiravo nel mio regno, così alto era il silenzio che esitavo quasi a violarlo col mio passo, pur guardingo e leggero. Ma, non appena il sole percuoteva le cime e cominciava a sciogliere la neve e vetrato, vedevo colare a valle innumerevoli rivoletti scintillanti, che ingrossavano quanto più il sole saliva e, cantando, s’infilavano tra le rocce e nei ghiacci, s’insinuavano tra le ghiaie, penetravano sino al fondo della morena. E allora, anche entro i crepacci, al sommerso accompagnamento delle acque correnti, si aggiungevano le note di un gocciolio quasi di grosse lacrime, uno stillare lento e cadenzato, che sveglia-va spesso in me il ricordo di musiche più volte ascoltate. Atti d’estasi che, nel meriggio, erano sopraffatti dal fragore delle acque, cresciute col calore del sole, nelle quali non era più possibile distinguere il gioco dei ritmi e l’eco delle note, tutte confuse in un tumulto di suoni che si sovrapponevano, si urtavano, s’incrociavano.
E, se discendevo, verso la fonte del ghiacciaio, ne scorgevo fluire verso un torrente limaccioso e burbanzoso, che si scagliava rapido e violento verso la piana con uno stupito e assordante rumore simile al gridio di una folla agitata: un torrente ignaro di precipitare verso la propria fine, destinato a perdersi nell’alveo di un fiume e a sboccare con questo, dopo lungo viaggio, nel mare, dove tutte le acque si smarriscono e si confondono, dopo che gli uomini le hanno asservite, sfruttate, inquinate. Quella costante comunione, o meglio, fraternità con le cose create, suscitava in me una crescente chiarezza: intuivo la verità contenuta nelle parole dei mistici medievali, quando assicuravano che, se il cuore è puro il creato diventa uno specchio della vita ed un libro sano di dottrina”.

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La montagna nel racconto di chi l’ama

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 luglio 2018

Riprendo una bella pagina scritta da Pietro De Francisci su “La Montagna”. La ritengo in tono con entrambi i miei precedenti lavori: Vulnus e la Terra dei padri. Vi è, altresì, un richiamo alla solitudine che riecheggia il ricordo de “Le Ombre”. Nel loro insieme indicano una strada che mi è familiare. Mi accomuna, con De Francisci, l’amore per la montagna. Se avessi potuto, da giovane, avrei scelto di fare il guardaparco, pur di restare a contatto con la natura, per andare lungo i sentieri di montagna, fin sulle cime e per camminare, arrampicandomi, ma non scalando.
Avrei potuto difendere la fauna che amo, comprenderla meglio, amarla.
Avrei potuto accarezzare un petalo di fiore che si sporgeva sul dirupo, ardito e temerario.
Avrei potuto pensare e sognare ad occhi aperti mentre calpestavo l’erba e l’acciottolato, schivavo una pozzanghera e lasciavo fuggire una serpe nascosta sotto un masso e distolta, dal suo raccoglimento, dal rumore dei miei passi e da quello del mio bastone che ritmicamente appoggiavo sul terreno.
Avrei potuto rivivere lo spirito de “Le ombre” che ho visto riflesso dai fusti possenti degli alberi che svettano verso il cielo e inondano la terra con i loro rami e i loro fogliami. Avrei avvertito solo i rumori provenienti dai cespugli e dai rami degli alberi: un battere d’ali o il movimento scomposto e frettoloso degli abitatori della foresta disturbati dalla mia presenza e che si ritraevano nel sottobosco nasco-ndendosi alla mia vista ma non senza lasciare che le piccole piante, che calpestavano, si agitassero urtandosi tra loro e fino a svelarmi il loro passaggio.
Forse è questo ciò che ha stimolato la fantasia dei creatori di favole popolando i boschi e le foreste di folletti e di gnomi. Forse è questo il vero passaggio che ci porta all’eternità. (Riccardo Alfonso)

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