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Peronismo scomunicato? Pio XII e la condanna del 1955

Posted by fidest press agency su domenica, 14 maggio 2017

peronismo-scomunicatoAndrea Giacobazzi ha scritto un interessante saggio intitolato Peronismo scomunicato? Pio XII e la condanna del 1955 contenuto nel libro a cura di A. Giacobazzi – P. Seveso, Oportet Illum Regnare (Reggio Emilia, Edizioni Radio Spada, 20161).Nel presente articolo mi soffermo sul Giustizialismo peronista, che in Italia è meno conosciuto del Fascismo e cerco di mettere in luce ciò che vi è stato di inconciliabile tra il Peronismo e il Cattolicesimo, pur non negando alcuni aspetti positivi del Peronismo: la “terza via” tra super-capitalismo statunitense e socialismo, il corporativismo, la politica sociale a favore delle classi più povere, il sano patriottismo.L’Autore dimostra, con ampie citazioni, che l’errore capitale di Juan Domingo Peron (8 ottobre 1885 – 1° luglio 1974) e del suo movimento politico chiamato Giustizialismo o Peronismo è stato quello di voler separare Cesare da Dio, lo Stato dalla Chiesa e i “Diritti dell’Uomo” dai Diritti di Dio. Da questo son seguiti numerosi altri errori, pur se accompagnati da molti elementi positivi.Si possono mettere proficuamente a confronto due figure di uomini politici latino-americani che hanno avuto due politiche diametralmente opposte riguardo ai rapporti tra Stato e Chiesa. La prima è quella di Gabriel Garcia Moreno (1821-1875) il Presidente della repubblica dell’Ecuador, che ha governato secondo i sani princìpi della dottrina sociale della Chiesa di subordinazione dello Stato alla Chiesa, di Cesare a Dio e dei “Diritti dell’Uomo” ai Diritti di Dio. Il secondo, invece, ha ribaltato i princìpi e ha cercato di rimpiazzare Dio e la Chiesa con i “Diritti dell’Uomo”.Per capire bene la contrapposizione tra questi due uomini e queste due concezioni politiche raccomando lo studio del bel libro di padre Agostino Berthe, Garcia Moreno. Vindice e martire del Diritto cristiano, I ed., Alba, Paoline, 1940, II ed., New York, Dolorosa Press. Giacobazzi nota che la statolatria neopagana ha inficiato notevolmente il Giustizialismo del Colonnello Peron e lo ha portato allo scontro con la Chiesa e alla rovina. Infatti il culto dello Stato sostituisce l’uomo a Dio e lo destina a seguire la sorte di Lucifero scacciato dal Cielo e precipitato nell’Inferno.Certamente il Peronismo rispetto al Comunismo ha rappresentato una “minaccia di portata minore” (A. Giacobazzi – P. Seveso, Oportet Illum Regnare, cit., p. 7). Ciò non significa che il Peronismo non abbia avuto meriti, ma non bisogna occultare i suoi limiti statolatrici e antropocentrici.Dal nazionalismo sociale, corporativistico e cattolico primigenio il Peronismo passò ad una forma di “nuova religione civile e laica” debitrice del potere solo verso il popolo sovrano4, svincolandosi dall’Esercito e dalla Chiesa, che lo avevano aiutato nel suo nascere. Fu proprio lo scontro con la Chiesa (1954/1955) a indurre l’Esercito al colpo di Stato (1955) che defenestrò Peron.
Juan Domingo Peron divenne Presidente dell’Argentina nel 1946. Già nel 1949 abbandonò le sue precedenti posizioni cattoliche per abbracciare il separatismo liberale, che lo portò allo scontro con la Chiesa nel 1954 e alla scomunica nel 1955 (revocata da Paolo VI). Nel 1950 Peron nominò Ministro della Pubblica Istruzione il massone Armando Mendez San Martin e appoggiò lo Stato d’Israele, che contraccambiò con una visita ufficiale di Golda Meir in Argentina. Un golpe militare lo cacciò dall’Argentina il 19 settembre 1955, vi ritornò come Presidente nell’estate del 1973, ma morì il 1° luglio del 1974, lasciando il Paese nelle mani della sua terza moglie Isabel (già Vicepresidente) che fu deposta nel 1976 da un altro golpe militare diretto dagli Usa.Dall’ottobre del 1973 la fase del Peronismo sotto Isabelita, che aveva dato ampi poteri al massone (amico intimo di Lucio Gelli) ed occultista José Lopez Rega chiamato “el brujo / lo stregone” (una specie di Rasputin), è stata assai infelice. Infatti fu caratterizzata da una forte repressione cruenta degli oppositori ed anche dei peronisti di sinistra (i Montoneros). Inoltre Peron fu per lo più “utilizzato” da ambienti oscuri.
Pio XII nella sua prima Enciclica Summi Pontificatus del 1939 insegna che se si considera lo Stato come il Fine ultimo dell’uomo si arriva immancabilmente alla perdita della prosperità non solo interna (poiché il Totalitarismo schiaccia la persona e la riduce ad una “cosa”), ma anche alla perdita della prosperità estera delle Nazioni. Infatti l’Assolutismo pan-statista rompe l’unità e l’armonia che deve regnare tra le diverse Nazioni, conduce alla violazione dei diritti delle altre Patrie, del Diritto internazionale, rende difficile la convivenza pacifica ed è foriero di guerre.
Papa Pacelli distingue tre tipi di Statolatria: quando lo Stato si ritiene 1°) l’eletto della Nazione (Statolatria sociale e nazionalista); 2°) della classe sociale operaia (Comunismo marxista/leninista); 3°) del popolo “sovrano” (Assolutismo democratico/liberale parlamentarista).L’amor di Patria è raccomandato dal 4° Comandamento, ma è riprovevole “l’eccesso di Stato, ovvero quando la Patria terrena vuole sostituirsi a quella celeste” (cit., p. 14). Già nel 1943 i militari si impossessarono del potere in Argentina con un colpo di Stato. L’Esercito si riteneva l’elemento moralizzatore del Paese e tendeva a giocare un ruolo di primo piano, se non addirittura egemonico, in Argentina. Peron ne divenne dapprima il Vicepresidente e il Ministro della Guerra e del Lavoro ed infine, il 24 febbraio del 1946, il Presidente. Egli volle accanto a sé dei Ministri di formazione genuinamente cattolica, che dopo il 1949 si dimisero dal governo oramai laicista. Uno di essi è il famoso Gustavo Martinez Zuvirìa, che sotto lo pseudonimo di Hugo Wast ha scritto numerosi libri sul complotto giudaico/massonico (Oro; Il gran Kahal…). Sin dal 1949 Peron iniziò a sbandare verso una forma assolutistica del potere. Certamente il suo patriottismo è stato lodevole, ma è degenerato in nazionalismo esagerato.
Evita (7 maggio 1919 – 26 luglio 1952) ha giocato un gran ruolo nella vita politica di Juan Domingo Peron e del Peronismo. Fu insignita del titolo di “Jefa espiritual / Guida spirituale” dell’Argentina, nel 1945 divenne la seconda moglie di Peron, (che nel 1929 aveva sposato Aurelia Tizòn morta nel 1938) dopo aver avuto una parte notevolissima nella sua elezione a Presidente della Repubblica nel febbraio del 1945. Nel 1961 ad Evita è succeduta Isabel, detta Isabelita (che è stata Presidente della Repubblica Argentina dal 1974 al 1976).Evita era molto ambiziosa e si aspettava da Pio XII un’accoglienza più calorosa. Il Corriere della Sera (13 gennaio 1955) sostenne che la scomunica del 1955 era “iniziata” a Roma nel 1947 poiché Evita si era fortemente risentita del trattamento ricevuto.Dopo la sua morte nel 1952, Evita divenne una sorta di “icona sacra” con una specie di “culto, assimilabile a quello mariano” (cit., p. 19). La tendenza separatista tra Stato e Chiesa già latente sin dal 1949 divenne sempre più forte. Nel 1954 Peron promulgò una legge favorevole al divorzio. L’Episcopato argentino protestò. Alcuni ecclesiastici vennero imprigionati. La massoneria e il comunismo si infiltrarono nella lotta, la resero sempre più aspra e persino fisicamente violenta e la situazione sfuggì di mano a Peron. La sera dell’11 giugno del 1955 a Buenos Aires si sarebbe dovuta tenere la solenne processione del Corpus Domini con l’Arcivescovo della capitale e il suo clero. Tuttavia il governo fece sapere il 9 giugno che l’autorizzazione precedentemente concessa era valida solo per il giovedì 11 e non per la domenica successiva (14 giugno), in cui si sarebbe dovuta solennizzare la festa celebrata il giovedì 11 giugno. L’Arcivescovo in segno di protesta fece la processione dentro la cattedrale, che sorge in Plaza de Mayo non lontana dal Palazzo presidenziale. Dopo la cerimonia scoppiarono gli incidenti e gli scontri fisici tra cattolici e governativi (cfr. L’Osservatore Romano, 13-14 giugno 1955, p. 1, Cosa succede in Argentina).Il 16 giugno 1°) Pio XII a Roma scomunicò il governo8 specialmente perché aveva espulso dall’Argentina il Vescovo ausiliare di Buenos Aires mons. Tato assieme a mons. Novoa; 2°) in Argentina il popolo aizzato dai governativi bruciò svariate chiese e 3°) iniziò il primo golpe (non riuscito) delle forze armate le quali bombardarono il Palazzo presidenziale di Peron, che col secondo golpe del 19 settembre 1955 dovette lasciare l’Argentina ed andare in esilio in Spagna.L’Autore conclude: “In tempi in cui la Religione si allontana dallo Stato, non rimane, appunto, che lo Stato con i relativi statalismi e le inevitabili statolatrie” (cit., p. 50).Ciò nonostante le alternative politiche argentine al Peronismo son state ben peggiori di esso e l’attitudine del clero schieratosi per la teologia della liberazione e con i Montoneros contro Peron dopo il Vaticano II fa rimpiangere quel che di buono il Peronismo aveva dato.Il Peronismo laicista ci insegna che per porre rimedio, alla “peste dell’età moderna che è il laicismo” (Pio XI) occorre ritornare all’ordine naturale delle cose: Dio è il Fine ultimo e l’uomo è solo una creatura e quindi un mezzo per andare a Dio. Perciò bisogna sostituire la sovranità del popolo o dell’uomo con la sovranità di Dio e della sua Chiesa e rimpiazzare i “Diritti dell’Uomo” con quelli di Dio. (d. Curzio Nitoglia)

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Pio XII il pontefice più amato e vituperato del XX secolo

Posted by fidest press agency su domenica, 29 aprile 2012

Di Alberto De Marco. Continuano ad imperversare in internet e si adombrano anche in trasmissioni di grande spessore storico, come quella andata in onda il 27 gennaio 2012 “La Storia Siamo Noi”, in concomitanza della ricorrenza “giornata della Memoria”, notizie non veritiere sulla figura del Pontefice Pio XII. Curata dal bravo Gianni Minoli, che normalmente manifesta una grande professionalità, ma certamente nel corso de programma non tiene conto di altre letture storiche. Pertanto è doveroso precisare ed informare come risulta da testimonianze e documenti, Il Pontefice attraverso le Sue disposizioni ha salvato migliaia di ebrei, come risulta dalla documentazione e da un’attenta disamina di testi storici credibili e dalla testimonianza di personaggi che hanno contribuito a realizzarne le Direttive. Pertanto abbiamo ritenuto opportuno attraverso una ricerca di atti giudiziari, offrire uno squarcio di luce su alcuni emblematici detrattori, che nel corso degli anni hanno copiosamente “infangato” il Pontefice che nel periodo buio della storia dell’umanità, fortuitamente è sfuggito al piano di rapimento dei nazisti. La fattispecie in esame riguarda Robert Katz, Carlo Ponti, George Cosmatos, che furono citati al giudizio direttissimo del Tribunale di Roma per rispondere: il Katz, di diffamazione mediante offesa consistente nell’attribuzione di un fatto determinato commessa col mezzo della stampa per avere come autore del libro “Morte a Roma”, recato nocumento all’immagine, nonché alla memoria di Eugenio Pacelli, proclamato Pontefice nel 1939 con il nome di Pio XII. Il libro era stato pubblicato a Roma nel 1967 ed in successive edizioni fino al 1973, dove si attribuivano al Pontefice, gravi responsabilità, in particolare di non avere fatto quanto avrebbe dovuto e potuto fare per cercare di impedire l’eccidio delle Fosse Ardeatine, commesso dai militari tedeschi il 24 marzo 1944. A tal proposito Katz ha scritto: “… nella Città Santa, fra quanti erano in grado di intervenire, la fonte del sentimento umanitario si era inaridita”. Le accuse diventano più circostanziate e rilevanti nelle altre pagine: “… Non era necessario un miracolo per salvare 335 uomini condannati a morte nelle Cave Ardeatine. C’era un Uomo che avrebbe potuto, anzi dovuto agire almeno per ritardare il massacro tedesco, e di ciò avrebbe dovuto rendere conto, quest’uomo è Papa Pio XII”. Incalzando fino all’inverosimile con ulteriori insulse accuse: “… E’ difficile non arrivare alla conclusione che a Pio XII fece difetto la volontà di fare un tentativo per salvare gli uomini condannati a morire nelle Cave Ardeatine. In altre parole, bisogna ora concludere che Papa Pio XII scelse di rimanere passivo, pur essendo pienamente consapevole che un suo intervento avrebbe forse impedito la rappresaglia. Facendo questa scelta egli approvò”. Ancora non soddisfatto aveva continuato ad infierire con le seguenti dichiarazioni: “… Durante l’occupazione tedesca di Roma, Pio XII probabilmente non fece quanto avrebbe fatto un Vescovo qualsiasi” (… ) : “ … e soprattutto guardava con un silenzio grottesco all’eccidio dei 335 martiri delle Fosse Ardeatine”. Il danno determinato dal Katz alla memoria di Pio XII si era accentuato in chiave cinematografica con il film “Rappresaglia”, tratto dal libro “Morte a Roma”. Pertanto Katz, Ponti e Cosmatos, furono citati per concorso in diffamazione mediante offesa consistente nell’attribuzione di un fatto determinato commessa col mezzo della cinematografia per avere previo accordo, nella rispettiva qualità di sceneggiatore, produttore e regista del film, proiettato dal principio di ottobre del 1973 in poi nelle diverse città d’Italia. La nipote del defunto Pontefice dava inizio ad un’importante iniziativa, che si snodava nei diversi gradi della giurisdizione, coinvolgendo per due volte la Suprema Corte di Cassazione. I risultati della battaglia legale non hanno avuto alcuna eco dei Mass media, diversamente dalle false notizie che hanno campeggiato per numerosi anni sulla stampa non solo italiana. Con la prima sentenza del Tribunale di Roma del 27 novembre 1975 gli imputati furono dichiarati colpevoli dei reati loro ascritti, unificati nella continuazione nei confronti di Robert Katz e condannati, con i benefici di legge, alla pena di un anno e due mesi di reclusione, cinquecentomila lire di multa al Katz e di sei mesi di reclusione ciascuno per Carlo Ponti e per George Cosmatos, nonché, tutti, al risarcimento in forma generica del danno in favore della querelante, Elena Rossignani, nipote del defunto Pontefice, che si era costituita parte civile. E’ soltanto l’inizio di una tormentata vicenda giudiziaria, infatti il 1° luglio 1978 la Corte d’Appello di Roma, riformava la decisione del Tribunale e assolveva il Katz dal primo reato “di diffamazione a mezzo stampa”, trattandosi di persona non punibile per avere agito nell’esercizio di un diritto; e lo stesso Katz, il Ponti ed il Cosmatos dalla seconda imputazione “diffamazione commessa col mezzo della cinematografia”, perché il fatto non costituisce reato per mancanza di dolo. Osservò la Corte d’Appello che, mentre il limite al libero esercizio del diritto di cronaca e quindi la tutela del diritto soggettivo altrui derivano dagli artt. 21 Cost. e 51 c.p. e comportano la possibilità di un controllo intrinseco della verità dei fatti esposti, il limite all’esercizio del diritto di critica storica si desume essenzialmente dall’art. 33 Cost. che proclama l’arte e la scienza assolutamente libere. E’ dunque consentito al giudice non un controllo intrinseco della verità dei fatti ma soltanto un sindacato estrinseco diretto a stabilire se il risultato della ricerca possieda i caratteri dell’opera storica; che a loro avviso, erano tutti ricorrenti nel caso in esame. Quanto al reato di diffamazione col mezzo della cinematografia, la stessa Corte, ritenne che, nonostante l’indubbia approssimazione del racconto, si era trattato della contrapposizione schematizzata e del gioco di contrasti di un puro momento drammatico che prescinderebbe dall’esigenza di fedeltà, sicché era mancata negli imputati la volontà cosciente di compiere un’azione offensiva della reputazione altrui. A questa decisione della Corte d’Appello, proponeva ricorso il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Roma alla Suprema Corte di Cassazione, che lo accoglieva con sentenza del 19 ottobre 1979. Pertanto annullava la decisione impugnata, con rinvio ad altra Sezione della stessa Corte d’Appello relativamente all’imputazione di diffamazione commessa col mezzo della stampa; e senza rinvio per quella cinematografica per essere il reato estinto per amnistia, ferme rimanendo le statuizioni concernenti gli interessi civili. Questa Suprema Corte enunciò in particolare il principio che anche il giudizio di valore espresso dallo storico sulla responsabilità individuale è pur sempre manifestazione della libertà di pensiero sancita per tutti dall’art. 21 Cost., rimanendo la ricerca storica, comunque intesa, indipendente dal potere politico, secondo il dettato dell’art. 33 della stessa Costituzione; conseguentemente il giudizio di disvalore espresso su un individuo, salva l’ipotesi della cosiddetta “sprivatizzazione” ritenuta insussistente nel caso in esame, soggiace ai medesimi limiti posti dall’ordinamento alla libertà del pensiero. La Corte Suprema precisò inoltre che non è precluso al giudice indagare sui fatti costituenti oggetto della ricerca storiografica quando si tratti di individuare la volontà dell’autore, nel confronto tra l’opera scritta e la reputazione altrui; e riconobbe vizi della motivazione, per mancanza o contraddittorietà, sulla esatta individuazione delle finalità attribuite al Pontefice, sulla forma usata, e sulla stessa qualificazione culturale, come ricerca storiografica, dell’opera del Katz. “L’Odissea giudiziaria” è continuata con la sentenza del 2 luglio 1981, pronunciata in sede di rinvio la Corte d’Appello di Roma ha confermato la decisione del Tribunale con riguardo all’imputazione residua ascritta al Katz, determinando la pena in un anno un mese di reclusione e quattrocentomila lire di multa per effetto della già dichiarata estinzione dell’altro reato. Per la seconda volta è stata attivata la Suprema Corte di Cassazione, in quanto l’imputato vi ricorre ed il suo difensore chiede l’annullamento della sentenza. In questa situazione, nella quale gli elementi materiale e soggettivo del contestato delitto di diffamazione clamorosamente emergevano dallo stesso contenuto delle proposizioni enunciate nello scritto, l’indagine giudiziale necessariamente tendeva ad accertare se il fatto commesso dall’imputato fosse giustificato dall’esercizio del diritto di critica storica, che certamente esiste quale espressione, tra le più alte, della libertà di pensiero. E’ affermazione scontata quella della verità come limite connaturato a tale diritto: non è storiografia lo scritto che non sia ispirato dalla ricerca del vero, né sono critici i giudizi che non derivano da fatti rigorosamente dimostrati o che, quando si tratta di conclusioni congetturali, non siano formulati con le cautele proprie del “buon costume storiografico”, in mancanza del quale si scade fatalmente nel libello, ed in giudizio negativo, privo del necessario supporto probatorio, resta pure denigrazione. Certamente lo storico, per comprendere il passato e penetrare il significato profondo dei trascorsi avvenimenti, può trovarsi nella necessità di indagare non soltanto sulle opere ma sulla persona, anche nei suoi aspetti più intimi e riservati; e di dovere formulare, quale risultato della ricerca, conclusioni negative che, pur nella forma serenamente obiettiva del ricordato buon costume storiografico, suoni riprovazione morale dell’individuo. Ciò rientra indubitabilmente nel campo di liceità della critica storica, perché l’indagine sull’uomo può essere essenziale per la comprensione degli eventi, ed “i posteri hanno diritto di vedere sceverata la verità dalla menzogna”, anche per quanto attiene alle qualità morali di un personaggio storico, quando esse abbiano influito sul corso degli accadimenti, o con questi siano in qualche modo connessi. Si vuol dire con questo, scendendo al concreto, che anche il giudizio formulato su Pio XII nel libro “Morte a Roma”, pur così negativo, avrebbe potuto essere discriminato ai sensi dell’art. 51 c. p. in relazione all’art. 21 della Costituzione; ed ha torto la difesa del ricorrente nell’indicare costui come vittima di ingiusta persecuzione giudiziaria per la compressione del suo diritto di valutare liberamente “i fatti e gli accadimenti secondo la propria intuizione”. Non è questo il fondamento della condanna; ma la constatazione dell’inesistenza della causa di giustificazione dell’esercizio del diritto di critica storica perché quel giudizio non è provato, ed è stato espresso in una forma, come dissero i primi giudici nel solco di autorevole opinione, “non scevra da avversione emotiva”. Dunque il Katz avrebbe liberamente potuto, in un’opera storiografica, esprimere un giudizio anche radicalmente negativo sul personaggio, e con quella soggettività che da ogni giudizio, anche il più “oggettivo”, è ineliminabile; a patto tuttavia, per un principio di onestà intellettuale prima ancora che per un dovere giuridico, di fondare le sue “intuizioni” su accadimenti dimostrati, tanto più rigorosamente quanto più grave e moralmente squalificante era stato il comportamento attribuito al defunto Pontefice; e di improntare la narrazione a quella serena compostezza che, senza escludere la partecipe commozione dell’autore verso fatti e uomini del passato, e in questi casi la storia può essere anche arte, rivela la dignità e la responsabilità dell’ufficio dello storico. La Corte d’Appello di Roma ha stabilito con la sua decisione che le accuse dell’imputato non scaturivano “da interpretazione”, sia pure soggettiva, di fatti e comportamenti obiettivamente accertati ma dalla intenzionale creazione di falsi presupposti, di fatto e soggettivi, dolosamente intesi a sostenere le accuse stesse; ed ha ritenuto che nella formulazione dei giudizi erano stati travalicati i limiti di forma, “con parole inutilmente sarcastiche e dispregiative”. A questo convincimento di merito, intrinsecamente insindacabile per la Sede di legittimità della Corte Suprema di Cassazione: “… i giudici della Corte romana sono pervenuti attraverso un’ampia motivazione, che resiste alle censure del ricorrente. La maggior parte di queste ripropongono, sotto le specie della mancanza e/o della contraddittorietà della motivazione, inammissibili doglianze di merito sul contenuto del convincimento giudiziale; in ogni caso deve constatarsi che la sentenza ha colto gli aspetti essenziali dell’indagine e, con aderenza alla realtà processuale, ha individuato le ragioni della condanna con un procedimento logico immune da vizi. La Corte romana ha esaminato lo scritto incriminato nel suo complesso e nelle sue proposizioni testuali, così verificando la puntuale coincidenza della contestazione formale con lo specifico contenuto delle accuse rivolte al defunto Pontefice; ed ha indicato partitamente i passi della narrazione in cui l’autore, inventando fatti, o abbandonandosi ad assurde fantasie, ha rivelato mere intenzioni denigratorie, del tutto estranee ad un corretto metodo storiografico. Sarebbe inutile prolissità ripercorrere i punti della complessa ed articolata motivazione; basterà soltanto ricordare l’esauriente dimostrazione di profonde alterazioni della verità, come la “freddezza” con la quale il Vaticano aveva accolto le proposte Dollmann, e le istruzioni impartite a Padre Pancrazio di non frequentare gli uffici tedeschi nel mattino del 24 marzo; o dell’arbitraria scissione della circostanza inerente alle comunicazioni telefoniche tra l’ambasciatore tedesco presso la S. Sede e Kesserling; o dell’operazione di “assurda fantasia” compiuta dall’autore nel tentativo di dimostrare che il massacro era stato compiuto contro la volontà di quasi tutti i personaggi che vi avevano partecipato. Si tratta di esemplificazioni, tuttavia sufficienti a rivelare l’inesistenza dei vizi denunciati: non la mancanza della motivazione, neppure sotto la specie dell’apparenza, o del travisamento, o dell’omesso esame di fatti decisivi, poiché l’analisi della vicenda, sempre puntuale, ha investito circostanze essenziali nell’economia dello scritto e nella struttura delle accuse, con piena aderenza agli elementi processuali acquisiti; non la contraddittorietà, poiché la motivazione si snoda su proposizioni logicamente armoniche, che non rivelano alcuna reciproca incompatibilità. L’imputato è tenuto, secondo soccombenza, al rimborso della spese in favore della parte civile, liquidate nella misura indicata nel dispositivo. La Corte Suprema di Cassazione in data 29 settembre 1983 annulla senza rinvio la sentenza impugnata in ordine al reato di diffamazione aggravata commesso con l’edizione italiana del 1967 del libro “Morte a Roma” perché estinto per amnistia, ferme le statuizioni concernenti gli interessi civili. Rigetta nel resto il ricorso, e condanna il Katz al rimborso delle spese in favore della parte civile Elena Rossignani, che liquida in lire 450.000, di cui lire 430.000 per onorari di difesa”.(foto: collezione a de marco)

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Pio XII il pontefice più amato e vituperato del XX secolo

Posted by fidest press agency su venerdì, 3 febbraio 2012

 

German troops and Italian Republicans round-up...

Image via Wikipedia

Di Alberto De Marco Continuano ad imperversare in internet e si adombrano anche in trasmissioni di grande spessore storico, come quella andata in onda il 27 gennaio 2012 “La Storia Siamo Noi”, in concomitanza della ricorrenza “giornata della Memoria”, notizie non veritiere sulla figura del Pontefice Pio XII. Curata dal bravo Gianni Minoli, che normalmente manifesta una grande professionalità, ma certamente nel corso de programma non tiene conto di altre letture storiche. Pertanto è doveroso precisare ed informare come risulta da testimonianze e documenti, Il Pontefice attraverso le Sue disposizioni ha salvato migliaia di ebrei, come risulta dalla documentazione e da un’attenta disamina di testi storici credibili e dalla testimonianza di personaggi che hanno contribuito a realizzarne le Direttive. Pertanto abbiamo ritenuto opportuno attraverso una ricerca di atti giudiziari, offrire uno squarcio di luce su alcuni emblematici detrattori, che nel corso degli anni hanno copiosamente “infangato” il Pontefice che nel periodo buio della storia dell’umanità, fortuitamente è sfuggito al piano di rapimento dei nazisti. La fattispecie in esame riguarda Robert Katz, Carlo Ponti, George Cosmatos, che furono citati al giudizio direttissimo del Tribunale di Roma per rispondere: il Katz, di diffamazione mediante offesa consistente nell’attribuzione di un fatto determinato commessa col mezzo della stampa per avere come autore del libro “Morte a Roma”, recato nocumento all’immagine, nonché alla memoria di Eugenio Pacelli, proclamato Pontefice nel 1939 con il nome di Pio XII. Il libro era stato pubblicato a Roma nel 1967 ed in successive edizioni fino al 1973, dove si attribuivano al Pontefice, gravi responsabilità, in particolare di non avere fatto quanto avrebbe dovuto e potuto fare per cercare di impedire l’eccidio delle Fosse Ardeatine, commesso dai militari tedeschi il 24 marzo 1944. A tal proposito Katz ha scritto: “… nella Città Santa, fra quanti erano in grado di intervenire, la fonte del sentimento umanitario si era inaridita”. Le accuse diventano più circostanziate e rilevanti nelle altre pagine: “… Non era necessario un miracolo per salvare 335 uomini condannati a morte nelle Cave Ardeatine. C’era un Uomo che avrebbe potuto, anzi dovuto agire almeno per ritardare il massacro tedesco, e di ciò avrebbe dovuto rendere conto, quest’uomo è Papa Pio XII”. Incalzando fino all’inverosimile con ulteriori insulse accuse: “… E’ difficile non arrivare alla conclusione che a Pio XII fece difetto la volontà di fare un tentativo per salvare gli uomini condannati a morire nelle Cave Ardeatine. In altre parole, bisogna ora concludere che Papa Pio XII scelse di rimanere passivo, pur essendo pienamente consapevole che un suo intervento avrebbe forse impedito la rappresaglia. Facendo questa scelta egli approvò”. Ancora non soddisfatto aveva continuato ad infierire con le seguenti dichiarazioni: “… Durante l’occupazione tedesca di Roma, Pio XII probabilmente non fece quanto avrebbe fatto un Vescovo qualsiasi” (… ) : “ … e soprattutto guardava con un silenzio grottesco all’eccidio dei 335 martiri delle Fosse Ardeatine”. Il danno determinato dal Katz alla memoria di Pio XII si era accentuato in chiave cinematografica con il film “Rappresaglia”, tratto dal libro “Morte a Roma”. Pertanto Katz, Ponti e Cosmatos, furono citati per concorso in diffamazione mediante offesa consistente nell’attribuzione di un fatto determinato commessa col mezzo della cinematografia per avere previo accordo, nella rispettiva qualità di sceneggiatore, produttore e regista del film, proiettato dal principio di ottobre del 1973 in poi nelle diverse città d’Italia. La nipote del defunto Pontefice dava inizio ad un’importante iniziativa, che si snodava nei diversi gradi della giurisdizione, coinvolgendo per due volte la Suprema Corte di Cassazione. I risultati della battaglia legale non hanno avuto alcuna eco dei Mass media, diversamente dalle false notizie che hanno campeggiato per numerosi anni sulla stampa non solo italiana. Con la prima sentenza del Tribunale di Roma del 27 novembre 1975 gli imputati furono dichiarati colpevoli dei reati loro ascritti, unificati nella continuazione nei confronti di Robert Katz e condannati, con i benefici di legge, alla pena di un anno e due mesi di reclusione, cinquecentomila lire di multa al Katz e di sei mesi di reclusione ciascuno per Carlo Ponti e per George Cosmatos, nonché, tutti, al risarcimento in forma generica del danno in favore della querelante, Elena Rossignani, nipote del defunto Pontefice, che si era costituita parte civile. E’ soltanto l’inizio di una tormentata vicenda giudiziaria, infatti il 1° luglio 1978 la Corte d’Appello di Roma, riformava la decisione del Tribunale e assolveva il Katz dal primo reato “di diffamazione a  mezzo stampa”, trattandosi  di  persona  non  punibile per avere agito nell’esercizio di un diritto; e  lo stesso Katz, il Ponti ed il Cosmatos dalla seconda imputazione “diffamazione commessa col mezzo della cinematografia”, perché il fatto non costituisce reato per mancanza di dolo. Osservò la Corte d’Appello che, mentre il limite al libero esercizio del diritto di cronaca e quindi la tutela del diritto soggettivo altrui derivano dagli artt. 21 Cost. e 51 c.p. e comportano la possibilità di un controllo intrinseco della verità dei fatti esposti, il limite all’esercizio del diritto di critica storica si desume essenzialmente dall’art. 33 Cost. che proclama l’arte e la scienza assolutamente libere. E’ dunque consentito al giudice non un controllo intrinseco della verità dei fatti ma soltanto un sindacato estrinseco diretto a stabilire se il risultato della ricerca possieda i caratteri dell’opera storica; che a loro avviso, erano tutti ricorrenti nel caso in esame. Quanto al reato di diffamazione col mezzo della cinematografia, la stessa Corte, ritenne che, nonostante l’indubbia approssimazione del racconto, si era trattato della contrapposizione schematizzata e del gioco di contrasti di un puro momento drammatico che prescinderebbe dall’esigenza di fedeltà, sicché era mancata negli imputati la volontà cosciente di compiere un’azione offensiva della reputazione altrui. A questa decisione della Corte d’Appello, proponeva ricorso il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Roma alla Suprema Corte di Cassazione, che lo accoglieva con sentenza del 19 ottobre 1979. Pertanto annullava la decisione impugnata, con rinvio ad altra Sezione della stessa Corte d’Appello relativamente all’imputazione di diffamazione commessa col mezzo della stampa; e senza rinvio per quella cinematografica per essere il reato estinto per amnistia, ferme rimanendo le statuizioni concernenti gli interessi civili. Questa Suprema Corte enunciò in particolare il principio che anche il giudizio di valore espresso dallo storico sulla responsabilità individuale è pur sempre manifestazione della libertà di pensiero sancita per tutti dall’art. 21 Cost., rimanendo la ricerca storica, comunque intesa, indipendente dal potere politico, secondo il dettato dell’art. 33 della stessa Costituzione; conseguentemente il giudizio di disvalore espresso su un individuo, salva l’ipotesi della cosiddetta “sprivatizzazione” ritenuta insussistente nel caso in esame, soggiace ai medesimi limiti posti dall’ordinamento alla libertà del pensiero. La Corte Suprema precisò inoltre che non è precluso al giudice indagare sui fatti costituenti oggetto della ricerca storiografica quando si tratti di individuare la volontà dell’autore, nel confronto tra l’opera scritta e la reputazione altrui; e riconobbe vizi della motivazione, per mancanza o contraddittorietà, sulla esatta individuazione delle finalità attribuite al Pontefice, sulla forma usata, e sulla stessa qualificazione culturale, come ricerca storiografica, dell’opera del Katz. “L’Odissea giudiziaria” è continuata con la sentenza del 2 luglio 1981, pronunciata in sede di rinvio la Corte d’Appello di Roma ha confermato la decisione del Tribunale con riguardo all’imputazione residua ascritta al Katz, determinando la pena in un anno un mese di reclusione e quattrocentomila lire di multa per effetto della già dichiarata estinzione dell’altro reato. Per la seconda volta è stata attivata la Suprema Corte di Cassazione, in quanto l’imputato vi ricorre ed il suo difensore chiede l’annullamento della sentenza. In questa situazione, nella quale gli elementi materiale e soggettivo del contestato delitto di diffamazione clamorosamente emergevano dallo stesso contenuto delle proposizioni enunciate nello scritto, l’indagine giudiziale necessariamente tendeva ad accertare se il fatto commesso dall’imputato fosse giustificato dall’esercizio del diritto di critica storica, che certamente esiste quale espressione, tra le più alte, della libertà di pensiero. E’ affermazione scontata quella della verità come limite connaturato a tale diritto: non è storiografia lo scritto che non sia ispirato dalla ricerca del vero, né sono critici i giudizi che non derivano da fatti rigorosamente dimostrati o che, quando si tratta di conclusioni congetturali, non siano formulati con le cautele proprie del “buon costume storiografico”, in mancanza del quale si scade fatalmente nel libello, ed in giudizio negativo, privo del necessario supporto probatorio, resta pure denigrazione. Certamente lo storico, per comprendere il passato e penetrare il significato profondo dei trascorsi avvenimenti, può trovarsi nella necessità di indagare non soltanto sulle opere ma sulla persona, anche nei suoi aspetti più intimi e riservati; e di dovere formulare, quale risultato della ricerca, conclusioni negative che, pur nella forma serenamente obiettiva del ricordato  buon costume storiografico, suoni riprovazione morale dell’individuo. Ciò rientra  indubitabilmente nel campo di liceità della critica storica, perché l’indagine sull’uomo può essere essenziale per la comprensione degli eventi, ed “i posteri hanno diritto di vedere sceverata la verità dalla menzogna”, anche per quanto attiene alle qualità morali di un personaggio storico, quando esse abbiano influito sul corso degli accadimenti, o con questi siano in qualche modo connessi. Si vuol dire con questo, scendendo al concreto, che anche il giudizio formulato su Pio XII nel libro “Morte a Roma”, pur così negativo, avrebbe potuto essere discriminato ai sensi dell’art. 51 c. p. in relazione all’art. 21 della Costituzione; ed ha torto la difesa del ricorrente nell’indicare costui come vittima di ingiusta persecuzione giudiziaria per la compressione del suo diritto di valutare liberamente “i fatti e gli accadimenti secondo la propria intuizione”. Non è questo il fondamento della condanna; ma la constatazione dell’inesistenza della causa di giustificazione dell’esercizio del diritto di critica storica perché quel giudizio non è provato, ed è stato espresso in una forma, come dissero i primi giudici nel solco di autorevole opinione, “non scevra da avversione emotiva”. Dunque il Katz avrebbe liberamente potuto, in un’opera storiografica, esprimere un giudizio anche radicalmente negativo sul personaggio, e con quella soggettività che da ogni giudizio, anche il più “oggettivo”, è ineliminabile; a patto tuttavia, per un principio di onestà intellettuale prima ancora che per un dovere giuridico, di fondare le sue “intuizioni” su accadimenti dimostrati, tanto più rigorosamente quanto più grave e moralmente squalificante era stato il comportamento attribuito al defunto Pontefice; e di improntare la narrazione a quella serena compostezza che, senza escludere la partecipe commozione dell’autore verso fatti e uomini del passato, e in questi casi la storia può essere anche arte, rivela la dignità e la responsabilità dell’ufficio dello storico. La Corte d’Appello di Roma ha stabilito con la sua decisione che le accuse dell’imputato non scaturivano “da interpretazione”, sia pure soggettiva, di fatti e comportamenti obiettivamente accertati ma dalla intenzionale creazione di falsi presupposti, di fatto e soggettivi, dolosamente intesi a sostenere le accuse stesse; ed ha ritenuto che nella formulazione dei giudizi erano stati travalicati i limiti di forma, “con parole inutilmente sarcastiche e dispregiative”. A questo convincimento di merito, intrinsecamente insindacabile per la Sede di legittimità della Corte Suprema di Cassazione: “… i giudici della Corte romana sono pervenuti attraverso un’ampia motivazione, che resiste alle censure del ricorrente. La maggior parte di queste ripropongono, sotto le specie della mancanza e/o della contraddittorietà della motivazione, inammissibili doglianze di merito sul contenuto del convincimento giudiziale; in ogni caso deve constatarsi che la sentenza ha colto gli aspetti essenziali dell’indagine e, con aderenza alla realtà processuale, ha individuato le ragioni della condanna con un procedimento logico immune da vizi. La Corte romana ha esaminato lo scritto incriminato nel suo complesso e nelle sue proposizioni testuali, così verificando la puntuale coincidenza della contestazione formale con lo specifico contenuto delle accuse rivolte al defunto Pontefice; ed ha indicato partitamente i passi della narrazione in cui l’autore, inventando fatti, o abbandonandosi ad assurde fantasie, ha rivelato mere intenzioni denigratorie, del tutto estranee ad un corretto metodo storiografico. Sarebbe inutile prolissità ripercorrere i punti della complessa ed articolata motivazione; basterà soltanto ricordare l’esauriente dimostrazione di profonde alterazioni della verità, come la “freddezza” con la quale il Vaticano aveva accolto le proposte Dollmann, e le istruzioni impartite a Padre Pancrazio di non frequentare gli uffici tedeschi nel mattino del 24 marzo; o dell’arbitraria scissione della circostanza inerente alle comunicazioni telefoniche tra l’ambasciatore tedesco presso la S. Sede e Kesserling; o dell’operazione di “assurda fantasia” compiuta dall’autore nel tentativo di dimostrare che il massacro era stato compiuto contro la volontà di quasi tutti i personaggi che vi avevano partecipato. Si tratta di esemplificazioni, tuttavia sufficienti a rivelare l’inesistenza dei vizi denunciati: non la mancanza della motivazione, neppure sotto la specie dell’apparenza, o del travisamento, o dell’omesso esame di fatti decisivi, poiché l’analisi della vicenda, sempre puntuale, ha investito circostanze essenziali nell’economia dello scritto e nella struttura delle accuse, con piena aderenza agli elementi processuali acquisiti; non la contraddittorietà, poiché la motivazione si snoda su proposizioni logicamente armoniche, che non rivelano alcuna reciproca incompatibilità. L’imputato è tenuto, secondo soccombenza, al rimborso della spese in favore della parte civile, liquidate nella misura indicata nel dispositivo. La Corte Suprema di Cassazione in data 29 settembre 1983 annulla senza rinvio la sentenza impugnata in ordine al reato di diffamazione aggravata commesso con l’edizione italiana del 1967 del libro “Morte a Roma” perché estinto per amnistia, ferme le statuizioni concernenti gli interessi civili. Rigetta nel resto il ricorso, e condanna il Katz al rimborso delle spese in favore della parte civile Elena Rossignani, che liquida in lire 450.000, di cui lire 430.000 per onorari di difesa”. (Alberto Di Marco)

 

 

 

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Due libri su Pio XII e gli Ebrei

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 marzo 2011

Marino, (Rm) 27 marzo alle 17,30 presso la sede operativa di Via Cavour, 91a con il Patrocinio del Comune di Marino. La presentazione di due libri che illustrano la figura di un Papa che ancora alimenta la polemica storica e religiosa: Pio XII, al secolo Eugenio Pacelli. Il primo libro, del Professor Livio Spinelli, ritrae la figura di Papa Pacelli come cittadino di Santa Marinella (Rm): Il nostro concittadino Eugenio Pacelli.  Fin da bambino Eugenio Pacelli frequentava Santa Marinella insieme al fratello Avvocato Francesco Pacelli, plenipotenziario del Vaticano per la firma dei patti lateranensi. Si farà una carrellata storica per rievocare quel tempo quando a Santa Marinella il Cardinal Pacelli aveva come dirimpettaio il Re d’Italia che per una malattia polmonare di sua figlia la Principessa Jolanda si era fatto costruire una villa dove ha oggi sede l’Ospedale del Bambin Gesù. Il secondo libro, Pio XII tra cronaca e agiografia è stato invece scritto dall’americana Suor Margherita Marchione e tradotto da Spinelli in italiano. Il libro è stato donato di recente a Benedetto XVI e tratta la questione spinosa del rapporto Papa-ebrei durante l’occupazione nazista rivalutando la storia del Pontefice, accusato da molti storici di non aver aiutato gli ebrei romani. Alla presentazione sarà presente il Professor Spinelli, autore e curatore dei due libri, che presenterà anche un video inedito di Suor Marchione a Gerusalemme dal titolo ‘Yad Vashem’. Introduce: Francesca Marrucci, Segretario Organizzativo di Punto a Capo Onlus.

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Pensieri di Papa Pio XII

Posted by fidest press agency su domenica, 5 dicembre 2010

Roma 9 dicembre ore 18 via Giulia 142 Sala Mostre & Convegni Gangemi Editore Presentazione del volume Pensiero giuridico, economico e sociale del Pontefice Pio XII di Alberto De Marco interverranno Mons.Giancarlo Centioni Decano dei cappellani militari Prof. Tito Lucrezio Rizzo, Consigliere Capo Servizio, Responsabile della Sicurezza della Presidenza della Repubblica; Arch. Laura Villani , Direttore della rivista bilingue “Lifestyle” Avv.Daniele Costi, Presidente dell’Unisped e della Pave the Way Foundation Dr.Salvatore Carluccio, Dirigente della Federconsumatori del Lazio e Presidente dell’Associazione Mondoconsumatori Avv. Ugo Pansolli, Consigliere Eurispes e Presidente dell’Associazione Aditus intermezzo musicale della violinista Elena Pezzella dell’orchestra giovanile del Santa Cecilia Sarà presente l’autore per informazioni e contatti:  Protagonista del libro è Papa Pio XII il cui operato risulta essere chiave nel far decifrare alcuni passaggi emblematici di un secolo che ha visto momenti di abissale crisi dell’umanità. In questi momenti di tenebre il Papa più di ogni altro rappresentante del potere politico doveva adoperarsi per riuscire a far superare indenni la cecità della violenza della guerra e del genocidio. La storia sembra essersi impigliata nella definizione di questo Papa Pacelli tanto amato e tanto odiato, tanto criticato e poco conosciuto da farne un caso denso di inesplorati significati e messaggi ancora da decodificare in modo compiuto e definitivo. Questo libro vuole dare un contributo nel fare luce su un personaggio così importante, controverso e moderno sulla base di interessanti documenti spesso inediti ed esclusivi

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La figura di Papa Pio XII

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 ottobre 2010

Suscita sempre un grande interesse. L’epoca tragica  della  guerra e le vicende che seguirono conferirono al  suo Pontificato una caratteristica di eccezionalità e di straordinario rilievo nel ventesimo secolo.  Se ai difficili eventi si adeguarono il pensiero e l’azione, lo spirito che mosse il Papa nel guidare la Chiesa spazia al di là dei tempi. Conobbe i problemi che pone alla coscienza umana il rapidissimo evolversi della civiltà e della scienza e seppe risolverli in base agli irrinunciabili principi morali del cristianesimo. Si rese conto delle enormi difficoltà che una cultura secolarizzata pone al cammino e alla stessa sopravvivenza della Chiesa; seppe guardare lontano al di là delle contese degli uomini e delle potenze dell’epoca, per indicare gli elementi per costruire un mondo migliore. Questi fondamenti, di natura giuridica, morale, filosofica e sociale, rimangono i cardini per la soluzione dei problemi d’oggi.  L’individuo minacciato nella sua libertà, la famiglia in crisi per molteplici cause, la società dilaniata da permanenti conflitti non possono  avere  altra   speranza  che  quella  fondata sui valori perenni e sulla sapienza dei precetti divini.   Pio XII,  non ritenne possibile compromessi con lo spirito del mondo, né volle accettare alcun cedimento nell’annuncio della morale evangelica ed esautorò ogni forma di debolezza dalla  missione della Chiesa. Non esitò a condannare errori che mettevano in pericolo la purezza della dottrina cattolica o la dignità della persona umana, da qualunque parte venissero: da teologi o da filosofi, da politici o da scienziati. Nessuna categoria di  uomini  sfuggì  al  suo  attento  sguardo e  nel suo Magistero non ignorò i problemi di natura giuridica e morale.  L’insegnamento di Pio XII, pur estendendosi ai più svariati temi, si riduce sempre ad unità, facendo di continuo perno sui valori della persona.  L’intuizione che Egli ebbe per i valori umani in rapporto alle esigenze del nostro tempo, la contemporaneità con cui cercò di perseguirli e di armonizzarli non in modo retorico ma in termini di concreto dibattito dottrinale,  fanno si che lo si possa considerare un anticipatore per tanti orientamenti di vita cristiana, individuale e collettiva,  tuttora persistenti nella nostra società.
Il libro “ Pensiero Giuridico,  Economico E Sociale Del Pontefice Pio XII ”, Gangemi  Editore (Casa Editrice specializzata per la pubblicazione dei libri di diritto, di storia e di architettura), sarà disponibile nelle librerie alla fine del mese di ottobre. Dal libro è tratto un film documentario che recentemente ha ricevuto il nulla osta per la distribuzione cinematografica dalla Direzione Generale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Alberto De Marco, animato da   profondi   sentimenti,  offre  un’altra carezza  ai  nostri  cuori,  rinunciando integralmente ai  diritti d’autore per devolverli  all’Associazione “Amici di Totò …  a  prescindere!  Onlus”. Si tratta di un  contributo  finalizzato alla realizzazione  di un  progetto di  solidarietà  con  le  Associazioni: “Un Tetto Insieme”,  “Aditus”  (Tutela e Promozione Sociale) e  Per  Vivere Insieme – Onlus. Costruirà con  le  suddette:  una Community  Housing  per sofferenti psichici allo scopo di garantire una residenza protetta, cure e riabilitazione, reinserimento sociale nonché lavorativo. Al fine di attuare il progetto sul  disagio mentale, l’Associazione  “Amici di Totò … a prescindere! – Onlus,  Part. Iva e Cod.  Fisc.  07013111005,  destinerà altresì dal  2010 il  5 per 1000  della dichiarazione dei redditi  unitamente ai proventi dei films documentari: “Omaggio a Totò,  Maschera, Principe e Poeta” e “Pio XII, il Pontefice più amato e vituperato del   XX   secolo”.  L’Associazione,   attraverso l’impegno culturale e soprattutto sociale, contribuirà al progetto e pertanto rivendica un immobile con l’Associazione “Un Tetto Insieme”, costituita  dai familiari  delle  persone  affette  dalle  suddette  patologie,  che  da  anni   ha   presentato   regolare  domanda   e  sollecitato  il  Comune   di   Roma.  Impegnata  tout – court  in  una battaglia impari contro l’indifferenza delle istituzione, continua con  determinazione, animata all’amore,  dalla  volontà  e  dal  sacrificio  quotidiano ed eroico, consapevole e desiderosa di lasciare un  futuro agli sfortunati  familiari. Considerato comunque un  sogno  legittimo  e  realizzabile, che un   giorno,  probabilmente  non lontano,  gli consentirà di   aprire uno squarcio contro  “quel muro di gomma” che li sovrasta, mentre per le autorità  rappresenta  soltanto  una  “pura  utopia”.  Ad onore del vero a paladino ed inesauribile sostenitore del suddetto progetto sociale si erge l’onorevole Carlo Ciccioli, Vice Presidente della Commissione Salute, un politico “sui generis”, animato da profondi sentimenti e da un grande interesse per la collettività. E’ il latore di una proposta recente di legge sulle problematiche del disagio mentale al vaglio della Commissione che si propone di superare i limiti della legge Basaglia. (Alberto De Marco) (pio XII)

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Oltre a Pio XII

Posted by fidest press agency su domenica, 31 gennaio 2010

Lettera al direttore. Il 2 dicembre del 1940, suor Maria Lucia, la veggente di Fatima, scriveva a Pio XII: «Vengo, Santo Padre, a rinnovare una domanda, che fu già portata varie volte presso Vostra Santità…Nel 1929 Nostra Signora mediante un’altra apparizione domandò la Consacrazione della Russia al suo Cuore Immacolato… In varie comunicazioni intime Nostro Signore non ha cessato di insistere in questa domanda… la Consacrazione del mondo all’Immacolato Cuore di Maria con menzione speciale della Russia…».” Il 27 aprile del 2000, la veggente, assieme al vescovo di Leiria – Fatima, incontra Mons. Tarcisio Bertone, e “condivide l’interpretazione secondo cui la terza parte del «segreto» consiste in una visione profetica…Essa ribadisce la sua convinzione che la visione di Fatima riguarda soprattutto la lotta del comunismo ateo contro la Chiesa e i cristiani” (Joseph Card. Ratzinger – Il Messaggio di Fatima – Elledici). La rivelazione del «segreto» sarebbe avvenuta nel 1917. Sin da allora, prima la Signora di Fatima, e poi Nostro Signore, si sarebbero preoccupati delle vittime cristiane del comunismo, senza fare un minimo cenno alla vittime ebree del nazionalsocialismo. Una consacrazione della Germania al Cuore Immacolato di Maria, non sarebbe stata più che opportuna? Ma forse il Signore, e la Signora di Fatima temevano di irritare Hitler, il quale ad un gruppo strettissimo dei suoi collaboratori nella cancelleria del Reich, ebbe a dichiarare: «Il fascismo può fare, se vuole, in nome di Dio la sua pace con la chiesa. La farei anch’io, e perché no? Ciò non m’impedirà tuttavia di sradicare ogni forma di cristianesimo dalla Germania. O si è cristiani o si è tedeschi. Non si può essere l’uno e l’altro!» (Fr. Zipfel, Kirchenkampf in Deutschland, 1933 – 1945, Berlino 1965,9). E forse lo stesso timore indusse Pio XII al silenzio. (Francesca Ribeiro)

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Pio XII: Il papa che si oppose a Hitler

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 ottobre 2009

Michael Hesemann Peter Gumpel (Prefazione) Collana Donne e uomini nella storia n. 38  pp. 344 Î 20,00 ISBN 88-315-3687-5  Su Pio XII è stato scritto molto, soprattutto in riferimento alla seconda guerra mondiale e alla Shoah. Molti si sono chiesti se una sua aperta condanna alla Shoah avrebbe potuto fermare l’orrore del nazismo. Questo volume – versione riveduta, aggiornata e ampliata del libro dello storico Hesemann, pubblicato in Germania nel 2008 – fa chiarezza sulla figura di Pio XII, la cui memoria è stata oscurata da alcuni scritti che avevano l’obiettivo di gettare il sospetto sul presunto silenzio di Pacelli nei confronti del nazismo. Questo testo si basa su fonti storicamente ineccepibili e mette a disposizione del pubblico moltissime informazioni, frutto dell’esame di documenti, testimonianze, saggi e articoli su Pio XII e sulle diverse e delicate situazioni che il Pontefice dovette affrontare.   L’opera di Michael Hesemann si pone come obiettivo quello di aiutare a comprendere la vita e l’attività di Eugenio Pacelli, che con il nome di Pio XII governò la Chiesa cattolica in uno dei periodi più bui della storia dell’umanità. Un’opera basata su fonti storicamente ineccepibili e al tempo stesso redatta in modo assai chiaro e scorrevole, da garantirne una lettura facile e gradevole. Un libro utile e un ottimo strumento di conoscenza di quegli anni bui e dolorosi.
Michael Hesemann è uno storico, documentarista e giornalista specializzato in divulgazione storica e scientifica, apprezzato a livello internazionale. Dal 1983 al 1989 ha studiato storia, antropologia culturale, lettere e giornalismo all’Università di Gottinga. Con l’editrice Sankt Unlich ha pubblicato: Die Dunkelmänner. Mythen, Lügen und Legenden um die Kirchengeschichete (2007); Paulus vom Tarsus. Archäologen auf den Spuren des Völkerapostels (2008). Oggi vive tra Düsseldorf e Roma. In Italia ha già pubblicato: Testimoni del Golgota. Le reliquie della Passione di Gesù, San Paolo, Cinisello Balsamo [MI] 2003

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Nuovo libro della suora americana Margherita Marchione

Posted by fidest press agency su sabato, 2 maggio 2009

totoRoma giovedì 21 maggio dalle ore 16.00 alle ore 20.00 presso la “Sala Conferenze”, Palazzo Marini della Camera dei Deputati in Via del Pozzetto, 158 l’Associazione Amici di Totò…a prescindere! – Onlus, in collaborazione con il Gruppo Archeologico Romano e con l’Associazione Mondoconsumatori presenta l’ottantaseienne Madre Marchione autrice del suo nuovo libro:  “Papa Pio XII Un’antologia di testi nel 70° anniversario dell’Incoronazione”, edito dalla Libreria Editrice Vaticana con traduzione in inglese. La religiosa, nel corso della sua vita, è stata autrice di oltre venti libri relativi alla figura di Papa Pio XII ed è impegnata attualmente nella realizzazione di un Museo in America dedicato al Pontefice.  Presenterà l’attore Angelo Blasetti. Alcuni brani del libro saranno letti dall’attore e regista Arnaldo Ninchi. Per l’occasione sono stati invitati il Cardinale Bertone, Segretario di Stato del Vaticano, il Consigliere Capo Servizio della Presidenza della Repubblica, Docente Universitario e nuovo Presidente del Sindacato dei Funzionari del Quirinale, Dott. Tito Lucrezio Rizzo, il Maestro Georges de Canino, artista e storico della Shoah, il giornalista e scrittore Dott. Andrea Tornielli ed il Prof. Grazioli  Porfirio, Presidente della “Città dei Ragazzi”.L’invito è stato esteso, altresì, al  Senatore Giulio Andreotti e alla figlia di Guglielmo Marconi, la principessa  Elettra. Nel corso della manifestazione il pubblico potrà vedere dei filmati inediti del 1934 del Cardinale Eugenio Pacelli e dei periodi successivi alla sua Incoronazione, dove risulta evidente anche il suo aiuto concreto  per  i perseguitati.  A tal proposito il Presidente dell’Associazione Amici di Totò Dott.  Alberto De Marco precisa che il materiale inedito di Pio XII è pervenuto in donazione ed è stato riversato dalle vecchie pellicole dei 16  millimetri in una nuova veste per favorire una migliore visione. (foto totò)

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