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Posts Tagged ‘plastica’

Plastica nello stomaco del capodoglio

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 maggio 2019

capodoglioA pochi giorni dalla partenza di una spedizione di ricerca, monitoraggio, documentazione e sensibilizzazione sullo stato dei nostri mari, organizzata insieme a The Blue Dream Project, Greenpeace diffonde le immagini di quanto è stato ritrovato nello stomaco del capodoglio spiaggiato due giorni fa sulle coste della Sicilia.«Quello che è stato trovato due giorni fa sulla spiaggia di Cefalù era un giovane capodoglio di circa sette anni appena. Come si può vedere dalle immagini che diffondiamo, nel suo stomaco è stata trovata molta plastica. Le indagini sono appena iniziate e non sappiamo ancora se sia morto per questo, ma non possiamo certo far finta che non stia succedendo nulla», dichiara Giorgia Monti, responsabile campagna Mare di Greenpeace Italia. «Sono ben cinque i capodogli spiaggiati negli ultimi cinque mesi sulle coste italiane. Nello stomaco della femmina gravida ritrovata a marzo in capodoglio stomacoSardegna sono stati trovati addirittura 22 kg di plastica. Il mare ci sta inviando un grido di allarme, un SOS disperato. Bisogna intervenire subito per salvare le meravigliose creature che lo abitano».Greenpeace e The Blue Dream Project monitoreranno per tre settimane i livelli di inquinamento da plastica in mare, in particolare nel Mar Tirreno Centrale. Una spedizione di ricerca che si concluderà in Toscana l’8 giugno, in occasione della Giornata mondiale degli oceani.In occasione della conferenza stampa di presentazione del tour, che si terrà martedì 21 maggio alle ore 11 presso la Sala conferenze Lega Navale di Ostia, i ricercatori del Dipartimento di Biomedicina Comparata e Alimentazione dell’Università degli Studi di Padova, centro di riferimento per le autopsie sui grandi cetacei spiaggiati lungo le coste italiane, presenteranno un report preliminare sullo spiaggiamento dei cetacei in Italia, con un focus proprio sui capodogli e la plastica. (foto copyright Greenpeace)

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I produttori di articoli monouso in plastica sono praticamente tutti italiani

Posted by fidest press agency su venerdì, 19 aprile 2019

Solo i produttori di stoviglie ‘usa e getta’ (piatti, bicchieri, posate, cannucce e mescolatori) sono una trentina nel territorio italiano e occupano circa 3.000 dipendenti. “I prodotti monouso in plastica – spiega Marco Omboni, Presidente di Pro.Mo Federazione Gomma Plastica – rappresentano solo lo 0,6% della plastica prodotta in Europa. Bandire la plastica monouso produrrebbe gravi danni imprenditoriali e occupazionali per le nostre imprese. Il problema della dispersione dei prodotti monouso nell’ambiente è un problema di educazione, e la maleducazione non distingue tra un materiale e l’altro. Occorre quindi potenziare il riciclo, in cui l’Italia è virtuosa, nell’ottica dell’economia circolare e dare tempo alle imprese per sperimentare nuovi materiali favorendole con incentivi fiscali”.
Un’errata applicazione della direttiva UE rischia dunque di mettere in crisi altri settori economici in cui l’Italia è leader in Europa: dalle acque minerali alla distribuzione automatica. Il primo comparto ha un giro d’affari di 3 miliardi di euro, comprende 246 marche italiane e 126 imbottigliatori che esportano in oltre 100 Paesi del mondo. La Distribuzione Automatica di cibi e bevande, dove l’acqua è il secondo prodotto più venduto, ha un giro d’affari di 3 miliardi di euro con 3.000 aziende di gestione dei distributori che occupano 33.000 dipendenti. “La distribuzione automatica – spiega Massimo Trapletti, Presidente di CONFIDA Associazione Italiana Distribuzione Automatica – opera al 97% all’interno di edifici chiusi (aziende, ospedali, scuole e università) dove è attiva la raccolta differenziata della plastica quindi la possibilità che la plastica utilizzata nel nostro settore venga dispersa nell’ambiente è inesistente. Inoltre il vending è il primo settore che sperimenta un progetto, chiamato RiVending, di riciclo della plastica di bicchieri e palette del caffè che viene reintrodotta in produzione per produrre nuovi prodotti”.
La campagna “Plastic Free”, anche grazie al favore mediatico, ha spinto inoltre numerose amministrazioni locali (Comuni e Regioni), Università e altri enti a dar vita a ordinanze, mozioni e regolamenti divergenti tra loro e spesso contrastanti con i contenuti stessi della Direttiva Europea come emerge dall’analisi dell’avvocato Andrea Netti, titolare dello studio ADR, esperto di diritto amministrativo: “Il 47% dei provvedimenti analizzati include erroneamente i bicchieri tra i prodotti monouso in plastica da abolire e ancora il 52% vuole abolire anche le bottiglie d’acqua quando la Direttiva UE richiede invece nuovi requisiti di fabbricazione”.

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Direttiva UE plastica: “A rischio chiusura 30 aziende italiane con 3000 addetti”

Posted by fidest press agency su venerdì, 19 aprile 2019

Bruxelles. Con l’entrata in vigore della direttiva UE sulla plastica monouso rischiano la chiusura trenta aziende italiane della filiera della plastica che danno impiego complessivamente a 3.000 addetti. L’allarme viene lanciato dal movimento ecologista europeo Fare Ambiente insieme a 7 associazioni di categoria e consorzi tra cui Unionplast (Federazione Italiana Gomma Plastica), Corepla (Consorzio Nazionale per la raccolta e il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica), Confida (Associazione Italiana Distribuzione Automatica): “La nuova normativa – spiega Vincenzo Pepe, Presidente di Fare Ambiente – non inciderà, se non in minima parte, sul problema ambientale. Infatti il 90% della plastica presente negli oceani proviene da dieci fiumi extra-europei, come dimostrano i dati del Programma Ambiente delle Nazioni Unite (Unep) mentre i rischi produttivi e occupazionali per le imprese italiane sono alti”. E’ il messaggio che le associazioni questa mattina hanno lanciato ai rappresentanti delle istituzioni presenti al convegno tematico organizzato a palazzo Giustiniani: tra i politici in sala il sottosegretario all’Ambiente Vannia Gava, il presidente della commissione Industria Gianni Pietro Girotto, l’europarlamentare Lara Comi e la deputata Maria Stella Gelmini. Il movimento ecologista europeo Fare Ambiente punta il dito anche sulle possibili conseguenze sulla sicurezza alimentare: “Si pensi soprattutto ad esempio a piatti e bicchieri di plastica usati negli ospedali. Vietarne l’uso porterà rischi per la salute dei consumatori”. E la tesi è confermata anche dallo studio del prof. David Mc Dowell dell’Università dell’Ulster e presidente in carica del comitato consultivo britannico per la sicurezza alimentare, che ha “provato il collegamento tra il bando dei prodotti monouso in plastica e l’aumento della diffusione di batteri come escherichia coli, campylobacter, listeria, norovirus e altri virus che causano gastroenteriti acute”.

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Direttiva europea sul divieto della plastica

Posted by fidest press agency su giovedì, 18 aprile 2019

La direttiva prevede che tutti gli Stati membri dovranno vietare, entro il 2021, l’uso di prodotti plastici monouso più frequentemente rinvenuti in mare come posate (forchette, coltelli, cucchiai e bacchette), piatti, cannucce, cotton fioc in plastica non biodegradabili, bastoncini di plastica per palloncini, tazze in polistirolo espanso e contenitori per alimenti. Gli Stati membri dovranno, inoltre, garantire che almeno il 50% degli attrezzi da pesca contenenti plastica, smarriti o abbandonati, venga raccolto ogni anno, con un obiettivo di riciclaggio almeno del 15% entro il 2025. Tutte misure che serviranno a ridurre la mole dei rifiuti di plastica in mare del 50% entro il 2025 e dell’80% entro il 2030.Per Marevivo è necessario vietare anche i bicchieri di plastica. Si tratta di prodotti usa e getta che si ritrovano spesso in spiaggia e rappresentano circa il 20% dei rifiuti marini. L’associazione ritiene fondamentale che il Governo inserisca, nell’atto di recepimento della direttiva comunitaria, anche il divieto dell’uso dei bicchieri di plastica, così come già previsto per altri prodotti. Un’integrazione che consentirebbe al nostro Paese di essere all’avanguardia e che sarà di certo considerata positivamente dalla Commissione Europea.«Ho scelto di sostenere questa associazione – dichiara Andy Bianchedi, Cavaliere del mare di Marevivo – perché ne condivido le finalità e le modalità che portano ad azioni con risultati concreti. Mi sto battendo insieme a Marevivo per l’eliminazione della plastica monouso, supportando la campagna #StopSingleUsePlastic. Non si spiega perché i bicchieri non siano stati inseriti nella normativa, solo in Italia ne consumiamo tra i 6 e i 7 miliardi all’anno, è assurdo pensare di continuare così. Occorre vietare anche i bicchieri, la Direttiva europea è ancora migliorabile».

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Il PE conferma il divieto d’uso della plastica usa e getta entro il 2021

Posted by fidest press agency su sabato, 30 marzo 2019

Il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva una nuova legge che vieta l’uso di articoli in plastica monouso come piatti, posate, cannucce e bastoncini cotonati.La direttiva è stata approvata con 560 voti favorevoli, 35 contrari e 28 astensioni.Posate monouso, cotton fioc, cannucce e mescolatori vietati entro il 2021 Obiettivo di raccolta del 90% per le bottiglie di plastica entro il 2029 Applicazione più rigorosa del principio “chi inquina paga”I seguenti prodotti saranno vietati nell’UE entro il 2021:
posate di plastica monouso (forchette, coltelli, cucchiai e bacchette)
piatti di plastica monouso
cannucce di plastica
bastoncini cotonati fatti di plastica
bastoncini di plastica per palloncini
plastiche ossi-degradabili, contenitori per alimenti e tazze in polistirolo espanso
Il 90% delle bottiglie di plastica dovrà essere raccolto dagli Stati membri entro il 2029. Inoltre, le bottiglie di plastica dovranno contenere almeno il 25% di contenuto riciclato entro il 2025 e il 30% entro il 2030.L’accordo rafforza inoltre l’applicazione del principio “chi inquina paga”, introducendo una responsabilità estesa per i produttori. Questo nuovo regime si applicherà ad esempio ai filtri di sigaretta dispersi nell’ambiente e agli attrezzi da pesca persi in mare, per garantire che i produttori sostengano i costi della raccolta.Le nuove norme stabiliscono infine che l’etichettatura informativa sull’impatto ambientale di disperdere per strada le sigarette con filtri di plastica sarà obbligatoria. Ciò dovrà valere anche per altri prodotti come bicchieri di plastica, salviette umidificate e tovaglioli sanitari.

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La plastica minaccia la salute umana

Posted by fidest press agency su sabato, 23 febbraio 2019

Un rapporto diffuso nelle ultime ore dal Center for International Environmental Law (CIEL) evidenzia l’urgenza di adottare il principio di precauzione per proteggere l’umanità dall’inquinamento della plastica. Valutate tutte le fasi del ciclo produttivo e di vita di questo materiale, il report infatti rileva evidenti rischi per la salute umana.Nel dettaglio, il rapporto del CIEL evidenzia come:
· le materie plastiche presentano differenti rischi per la salute umana in ogni fase del loro ciclo di vita: dalle sostanze chimiche pericolose rilasciate durante l’estrazione del petrolio e la produzione delle materie prime, all’esposizione agli additivi chimici rilasciati durante l’utilizzo delle materie plastiche, per terminare con l’inquinamento dell’ambiente e del cibo che può derivare dal rilascio di plastica nell’ambiente;
· le microplastiche, come frammenti e fibre, a causa delle loro piccole dimensioni possono entrare nel corpo umano attraverso il contatto, l’ingestione o l’inalazione, penetrare nei tessuti e nelle cellule generando impatti sull’uomo, anche a causa del rilascio di sostanze chimiche pericolose;
· incertezze e lacune conoscitive non consentono di avere un quadro dettagliato circa gli impatti sulla salute umana e impediscono a consumatori, comunità e istituzioni di prendere decisioni consapevoli su questo materiale.
Commentando quanto emerge dal report di CIEL, Giuseppe Ungherese, responsabile campagna Inquinamento di Greenpeace Italia, dichiara:«I rischi per la salute derivanti dall’inquinamento da plastica sono stati ignorati per troppo tempo, un atteggiamento che va contro le regole basilari della prevenzione che dovrebbero guidare le scelte istituzionali e delle multinazionali e venire prima dei profitti. Imprese e istituzioni hanno scelto invece di mantenere lo status quo. Non sono solo gli oceani e gli animali marini a soffrire le conseguenze della dipendenza dalla plastica della nostra società, siamo tutti noi a subirne gli effetti. Nonostante ci sia ancora molto da chiarire su tutti i possibili impatti generati dalla plastica sulla salute umana, i rischi sono evidenti. Le conoscenze attuali impongono di applicare concretamente il principio di precauzione e iniziare a eliminare definitivamente la plastica, a partire dall’usa e getta».«Il ricorso a questo materiale, oltre a devastare il Pianeta, continua a mantenerci dipendenti dai combustibili fossili, contribuendo ai cambiamenti climatici», continua Ungherese. «Non ci sono motivi per continuare a mettere a rischio la salute umana in nome della presunta convenienza della plastica. Da mesi chiediamo alle grandi multinazionali, responsabili della commercializzazione dei più grandi volumi di plastica usa e getta, di assumersi le proprie responsabilità riducendo drasticamente la produzione di plastica monouso», conclude.

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L’inquinamento da plastica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 giugno 2018

Riciclare la plastica non è la soluzione per contrastare una delle emergenze ambientali più gravi dei nostri tempi: l’inquinamento da plastica. Con una produzione in vertiginosa crescita su scala globale, che raddoppierà i volumi attuali entro il 2025, l’unica possibilità per intervenire in modo risolutivo è ridurre, drasticamente e con urgenza, l’immissione sul mercato di imballaggi in plastica usa e getta. È quanto emerge dai dati illustrati nel rapporto “Plastica: il riciclo non basta. Produzione, immissione al consumo e riciclo della plastica in Italia” redatto dalla Scuola Agraria del Parco di Monza per conto di Greenpeace in cui viene analizzata la situazione specifica relativa alla sola plastica da imballaggi e all’efficacia del sistema di riciclo nel nostro Paese – e non complessivamente a tutta la plastica immessa sul mercato – per contrastare l’inquinamento da plastica.“Riciclare è un gesto importante ma che da solo non basterà a salvare i mari del Pianeta dalla plastica. Le grandi aziende che continuano a fare profitti con la plastica usa e getta sanno benissimo che è impossibile riciclarla tutta ma continuano a produrne sempre di più. È necessario che i grandi marchi si assumano le proprie responsabilità partendo proprio dalla riduzione dei quantitativi di plastica monouso immessi sul mercato” dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia.L’Italia è al secondo posto in Europa, dietro la Germania, per plastica prodotta con un immesso al consumo che può essere stimato in 6 – 7 milioni di tonnellate annue, il 40 per cento delle quali viene impiegato per produrre imballaggi. Nonostante nel nostro Paese il tasso di riciclo degli imballaggi sia cresciuto negli ultimi anni, passando dal 38 per cento del 2014 al 43 per cento del 2017, non è riuscito a bilanciare l’aumento del consumo di plastica monouso. Infatti, le tonnellate di imballaggi non riciclati sono rimaste sostanzialmente invariate dal 2014 (1,292 milioni di tonnellate) al 2017 (1,284 milioni di tonnellate) vanificando, di fatto, gli sforzi e gli investimenti per migliorare e rendere più efficiente il sistema del riciclo. Oggi in Italia, secondo i dati Corepla del 2017, di tutti gli imballaggi in plastica immessi al consumo, solo poco più di 4 su 10 vengono effettivamente riciclati, 4 invece vengono bruciati negli inceneritori e i restanti immessi in discarica o dispersi nell’ambiente.
Secondo Greenpeace, sono proprio le aziende leader del mercato mondiale a dover fare di più. Per tale motivo l’organizzazione ambientalista nei mesi scorsi ha lanciato una petizione (no-plastica.greenpeace.it), sottoscritta da più di un milione di persone in tutto il mondo, in cui si chiede ai grandi marchi come Coca-Cola, Pepsi, Nestlé, Unilever, Procter & Gamble, McDonald’s e Starbucks di ridurre drasticamente l’utilizzo di contenitori e imballaggi in plastica monouso.

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Mostra: “Plastica? … Sì, grazie!”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 giugno 2018

Mantova Dal 15 giugno al 30 giugno 2018 la Galleria Arianna Sartori di Mantova nella sede di Via Cappello 17, ospiterà la mostra personale dell’artista milanese CIBI intitolata “Plastica? … Sì, grazie!” Declinazione artistica di un materiale controverso. Incominciamo dalle mele. L’inaugurazione della mostra si svolgerà Venerdì 15 giugno alle ore 18.00 alla presenza dell’artista.“Mi sono da sempre dedicato alla plastica, per necessità e per lavoro; grazie al suo fascino si creò un legame importante cosicché la mia attività si svolse al fianco di una compagna gradevole, sempre giovanile, in continua trasformazione, mai annoiante.
Da molto tempo rifletto sulla possibilità di utilizzarla anche in applicazioni meno industriali e ripetitive ma più artigianali ed amene; lentamente è andata delineandosi una personale interpretazione artistica e sempre di più è aumentato il desiderio di esprimerla; molti anni dopo e nel tempo libero l’ho appagato dando così vita all’iniziativa che qui presento.Nei miei lavori, abbinato al legno, utilizzo il pmma (polimetilmetacrilato). Puntare su questo materiale non è stato difficile, è bello, caldo, trasparente e soprattutto longevo e stabile alla luce; per queste ragioni molti artisti lo hanno scelto per esprimere la propria creatività.Anche la mia declinazione non poteva prescindere dalle sue qualità cercando però di utilizzarlo in una forma nuova ed inedita verso la quale è stata indirizzata tutta la sperimentazione.
Oggi nel mio lavoro la mela è diventata una componente marginale che comunque non trascuro e continuo ad utilizzare come strumento per affinare un metodo trasportando i risultati sulle nuove realizzazioni.Così la mia tela acrilica diventa un materiale sartoriale che oltre a cucirsi addosso a pezzi della natura come un frutto, una foglia, un pezzo di legno diventa un binario, un tracciato, una geometria sognate, una architettura planare ma… rimaniamo alle mele che gentilmente accolte nella Galleria di Arianna Sartori saranno le protagoniste”.
CIBI nasce a Rho nel 1955, frequenta a Milano la facoltà di chimica industriale entrando ben presto nel mondo del lavoro dedicandosi alla plastica; in tale materiale intravede da subito potenzialità creative straordinarie ma lascia questa visione alle spalle per dedicarsi all’azienda nella quale ricerca, sperimenta e porta sul mercato numerose soluzioni nei settori industriali più diversi. Ed è durante questo affascinante cammino all’interno dell’universo plastico che Cibi incontrerà il polimetilmetacrilato (PMMA): ne rimarrà folgorato ed una sorta di innamoramento / panico farà sì che esso diventi da quel momento il suo punto di riferimento sul quale dedicarsi con grande passione e concentrare l’attenzione.

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Livelli inquinamenti da plastica in Antartide

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 giugno 2018

Analisi di laboratorio condotte su alcuni campioni raccolti durante una recente spedizione di Greenpeace in Antartide, evidenziano la presenza di microplastiche e altre sostanze chimiche in mare e nella neve. “Siamo abituati a pensare all’Antartide come a una terra remota e incontaminata,” dichiara Frida Bengtsson, della campagna di Greenpeace per la protezione dell’Antartide, “ma ormai l’impronta dell’uomo è evidente, dall’inquinamento ai cambiamenti climatici, fino alla pesca industriale al krill. Questi risultati mostrano che anche le zone più remote dell’Antartide sono contaminate dalla microplastica e da sostanze chimiche pericolose. È fondamentale agire alla radice per porre fine alla presenza di queste sostanze inquinanti in Antartide, e bisogna istituire un Santuario antartico che garantisca protezione a pinguini, balene e all’intero ecosistema.”Ci sono relativamente pochi dati per quanto riguarda la presenza di microplastica nelle acque dell’Antartide e queste analisi forniscono dati molto importanti. In sette campioni su otto di acque superficiali sono state trovate microplastiche e microfibre (almeno un frammento di microplastica per litro). Inoltre, su nove campioni di particolato marino, raccolti con la rete manta, due contenevano frammenti di microplastica. Le analisi di Greenpeace hanno documentato in Antartide anche la presenza di sostanze contaminanti come i PFAS (sostanze perfluoroalchiliche).
“La plastica è stata trovata in ogni angolo dei nostri oceani, dall’Artide all’Antartide e nel punto più profondo dell’oceano, la Fossa delle Marianne” dichiara Giuseppe Ungherese, della Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. “Abbiamo bisogno di un’azione urgente per ridurre la quantità di plastica nei nostri mari e creare riserve marine su vasta scala – come un grande Santuario antartico, già richiesto da oltre un milione e mezzo di persone – per proteggere la vita marina e i nostri oceani per le future generazioni”.I campioni sono stati raccolti durante una spedizione di Greenpeace in Antartide durata tre mesi, da gennaio a marzo 2018. Greenpeace ha condotto ricerche scientifiche come parte di una campagna volta alla creazione di un Santuario in Antartide. Con 1,8 milioni di chilometri quadrati di superficie, il Santuario misurerebbe cinque volte la Germania, rappresentando così la più vasta area protetta sulla Terra. Il progetto è stato proposto dall’Ue e una decisione verrà presa in occasione del prossimo incontro dell’Antarctic Ocean Commission (CCAMLR), il prossimo ottobre.“In Antartide abbiamo trovato ogni genere di rifiuto dell’industria ittica, come boe, reti e teloni, ed è stata una scena davvero desolante. Li abbiamo raccolti, ma ho capito chiaramente quanto sia importante impedire queste attività pericolose se vogliamo davvero proteggere l’incredibile fauna dell’Antartide.” conclude Bengtsson.

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L’Europa pone il veto sulla plastica

Posted by fidest press agency su martedì, 22 maggio 2018

I punti principali che la Commissione Europea inserirà nella direttiva sulla riduzione dell’inquinamento che verrà diffusa a fine maggio, riguardano la riduzione del consumo dell’uso della plastica e, in particolare, dei prodotti usa e getta alimentari in plastica (piatti, posate, bicchieri, ecc..). Nella bozza del provvedimento, pubblicata dal sito di informazioni sulla Ue Euractiv, si anticipa che saranno più severe le regole sullo smaltimento degli imballaggi, che dovranno essere scritti a chiare lettere i pericoli dell’inquinamento causato dalla plastica sulle confezioni delle aziende che ne fanno uso e che le bottigliette avranno tappi integrati per evitarne la dispersione nell’ambiente.Tutte misure volte alla salvaguardia del nostro pianeta, dal momento che la plastica viene utilizzata ovunque intorno a noi e il consumo sta crescendo in maniera esponenziale rispetto agli anni precedenti.L’Associazione CODICI ricorda ai Consumatori che è responsabilità di tutti porre particolare attenzione sullo smaltimento dei rifiuti e, laddove possibile, sarebbe buona regola quella di evitare il consumo della plastica.La direttiva prevede la messa al bando di alcuni prodotti in plastica come: cotton fioc, prodotti alimentari in plastica, fino ai palloncini gonfiabili. Questo genere di prodotti andranno sostituiti da materiali similari che non siano in plastica.Il 90% della plastica deriva da combustibili fossili vergini; pertanto, produrre e utilizzare la plastica pone molti problemi. Il materiale, spesso monouso, si disperde rapidamente nell’ambiente e i tassi di riciclaggio sono troppo bassi rispetto agli impatti negativi sull’ambiente, sul clima e sulla salute delle persone.La nuova strategia sulle materie plastiche della Commissione europea rientra in una più ampia iniziativa sull’economia circolare e intende stabilire un percorso ambizioso e a lungo termine per ripensare il problema dell’inquinamento da plastica.L’obiettivo della Commissione Europea è quello di riuscire a ridurre in sei anni l’uso di recipienti rigidi per alimenti pronti al consumo e di bicchieri monouso in plastica.Un passo importante, secondo CODICI, a favore dell’ambiente e un cambiamento radicale per i Consumatori che di fronte a tali nuove regole saranno chiamati a ridisegnare le loro abitudini in favore di una visione green.

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Greenpeace a Nestlè: Servono piani più ambiziosi sulla plastica usa e getta

Posted by fidest press agency su sabato, 14 aprile 2018

Nestlé, azienda leader mondiale del settore alimenti e bevande, ha pubblicato oggi i propri piani per affrontare la crescente crisi globale dell’inquinamento da plastica. Questi non includono misure chiare e concrete volte a ridurre, ed eliminare gradualmente, gli imballaggi e i contenitori in plastica monouso. L’azienda considera sufficientemente “ambizioso” rendere tutti gli imballaggi completamente riciclabili o riutilizzabili entro il 2025 e aumentare la percentuale di plastica riciclata negli imballaggi.”Le dichiarazioni odierne di Nestlé sugli imballaggi in plastica includono alcuni elementi di greenwashing con cui l’azienda svizzera non affronta concretamente la crisi globale dell’inquinamento da plastica che essa stessa ha contribuito a generare. Il piano di Nestlé non va verso la riduzione della plastica monouso, rischiando di stabilire uno standard di basso livello per l’intero settore” dichiara Graham Forbes, responsabile della campagna oceani di Greenpeace. “Una società delle dimensioni di Nestlé dovrebbe ridurre – e gradualmente eliminare – l’impiego di plastica usa e getta, consapevole del fatto che il riciclo della plastica non basta a proteggere i mari del Pianeta” conclude Forbes.
Greenpeace ha recentemente lanciato una petizione a livello globale (no-plastica.greenpeace.it) per chiedere ai grandi marchi mondiali, tra cui Nestlé, di affrontare concretamente il problema dell’inquinamento da plastica riducendo il ricorso a contenitori e imballaggi monouso. La necessità di un’azione urgente e concreta volta alla riduzione dell’utilizzo di plastica monouso da parte dell’azienda svizzera è confermata dai recenti risultati di un’attività di pulizia e audit, effettuata lungo le coste di Freedom Island nelle Filippine, in cui è emerso che gli imballaggi dei prodotti a marchio Nestlé costituivano la parte preponderante dei rifiuti in plastica presenti. I risultati sono stati confermati anche nel corso di altre attività di pulizia e audit effettuati in altre nazioni nel corso del 2017.

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Rifiuti di plastica e strategia europea

Posted by fidest press agency su venerdì, 19 gennaio 2018

sacchetti plasticaLa prima strategia sulla plastica, adottata oggi, si inserisce nel processo di transizione verso un’economia più circolare. La strategia è intesa a proteggere l’ambiente dall’inquinamento da plastica e a promuovere al contempo la crescita e l’innovazione, trasformando così una sfida in un programma positivo per il futuro dell’Europa. Vi è un forte interesse commerciale nel modificare il modo in cui i prodotti sono progettati, realizzati, utilizzati e riciclati nell’UE e assumendo un ruolo guida in questa transizione potremo creare nuove opportunità di investimento e nuovi posti di lavoro.
La strategia sulla plastica di oggi cambierà la progettazione, la realizzazione, l’uso e il riciclaggio dei prodotti nell’UE: troppo spesso il modo in cui le materie plastiche sono attualmente prodotte, utilizzate e gettate non permette di cogliere i vantaggi economici derivanti da un approccio più circolare e arreca danni all’ambiente. Il duplice obiettivo è quello di tutelare l’ambiente e, al tempo stesso, di porre le basi per una nuova economia delle materie plastiche, in cui la progettazione e la produzione rispettano pienamente le necessità del riutilizzo, della riparazione e del riciclaggio e in cui sono sviluppati materiali più sostenibili.
L’Europa è nella posizione migliore per guidare tale transizione e questo approccio sarà fonte di nuove possibilità di innovazione, competitività e creazione di posti di lavoro. Con la strategia sulla plastica, la Commissione ha adottato un quadro di monitoraggio, costituito da una serie di dieci indicatori chiave che coprono tutte le fasi del ciclo, che misurerà i progressi compiuti nella transizione verso un’economia circolare a livello nazionale e di UE.

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Inquinamento marino da plastica

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 giugno 2017

attivisti greenpeace1BREMA. Attivisti di Greenpeace protestanoa Brema, in Germania, durante la Conferenza del G20 sull’inquinamento marino da plastica. Cinquanta attivisti si sono immersi in un lago in prossimità della sede dell’incontro e hanno formato la scritta “ACT” (Agite) per chiedere passi concreti e soluzioni vincolanti per ridurre l’uso e la produzione di plastica usa e getta. Gli attivisti hanno aperto uno striscione con il messaggio “Per oceani liberi dalla plastica”.“I nostri oceani soffocano sotto otto milioni di tonnellate di plastica che viene gettata e finisce in mare ogni anno. Il problema sta rapidamente peggiorando e per risolverlo servono fatti concreti e scelte ambiziose, non parole. I potenti della terra riuniti al G20 hanno la responsabilità di questo cambiamento attraverso l’adozione di provvedimenti e soluzioni legalmente vincolanti che risolvano il problema alla fonte e favoriscano l’innovazione e l’implementazione di sistemi di fornitura alternativi e sostenibili” dichiara Serena Maso, Campagna Mare di Greenpeace Italia.Si stima che il 60-80 per cento dei rifiuti marini sia costituito da attivisti greenpeaceplastica. Tra i 4 e i 12 milioni di tonnellate di plastica finiscono ogni anno nei mari, e solo il 14 per cento della plastica viene riciclato.Greenpeace chiede ai governi di vietare la produzione della plastica all’origine, come primo passo fondamentale, includendo un piano con tempistiche vincolanti per i prodotti usa e getta di plastica, tra cui imballaggi e microsfere. Tutte le aziende e i produttori di materiali in plastica, come ad esempio gli imballaggi, devono obbligatoriamente dotarsi di un “Sistema di Responsabilità Estesa del Produttore” per contribuire a risolvere il problema.“Riciclare non basta, è necessario che i governi affrontino il problema dando priorità alle politiche di gestione dei rifiuti e adottando azioni mirate per prevenire il problema alla fonte, riducendo la produzione e per il riuso e il riciclo dei prodotti”, continua Maso. “L’innovazione e l’implementazione di sistemi di fornitura alternativi e la sostituzione delle microsfere con materiali sostenibili sono fondamentali”. Negli ultimi cinquant’anni la produzione globale di plastica è cresciuta in modo esponenziale. Solo tra il 2002 e il 2013 è aumentata del 50 per cento circa, passando da 204 a 299 milioni di tonnellate. A questi ritmi entro il 2020 si produrranno più di 500 milioni di tonnellate di plastica ogni anno: un aumento del 900 per cento rispetto ai livelli del 1980. (attivisti greenpeace)

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La plastica nel piatto, dal pesce ai frutti di mare

Posted by fidest press agency su martedì, 30 agosto 2016

sacchetti plasticaSempre più plastica viene ingerita dagli organismi marini e può risalire la catena alimentare fino ad arrivare nei nostri piatti. Lo denuncia oggi un nuovo rapporto – “La plastica nel piatto, dal pesce ai frutti di mare”- realizzato dai laboratori di ricerca di Greenpeace, che raccoglie i più recenti studi scientifici sugli impatti delle microplastiche, incluse le microsfere, sul mare e quindi su pesci, molluschi e crostacei.La presenza di frammenti di plastica negli oceani è un problema noto da tempo ma in crescita esponenziale. Una volta in mare, gli oggetti di plastica possono frammentarsi in pezzi molto più piccoli, e diventare microplastica. Un caso a parte sono le microsfere: minuscole sfere di plastica prodotte apposta per essere usate in numerosi prodotti domestici (cosmetici e altri prodotti per l’igiene personale). Un recente rapporto di Greenpeace Est Asia ha analizzato le politiche ambientali di trenta imprese del settore dei cosmetici e altri prodotti domestici, mostrando che nessuna azienda ha piani efficaci per l’eliminazione tempestiva delle microsfere. Il rapporto di Greenpeace offre indicazioni allarmanti sugli impatti delle microplastiche su vari organismi marini, tra cui diverse specie di pesci e molluschi comunemente presenti nei nostri piatti, anche se gli effetti sulla salute umana sono ancora troppo poco studiati. Anche per questo, Greenpeace Italia chiede al Parlamento di adottare al più presto il bando alla produzione e uso di microsfere di plastica nel nostro Paese: su iniziativa dell’associazione Marevivo è stata già presentata una proposta di legge. Si tratta di una misura precauzionale, al vaglio in numerosi Paesi, necessaria per fermare al più presto il consumo umano di questi materiali.“Una mole crescente di prove scientifiche mostra che le microplastiche possono generare gravi conseguenze sugli organismi marini e finire nei nostri piatti. Un bando alla produzione di microsfere è, per il Governo e il Parlamento, la via più semplice per dimostrare attenzione agli effetti dell’inquinamento del mare e ai relativi rischi per la salute umana anche se è solo un primo passo per affrontare il gravissimo problema della plastica nei nostri oceani” afferma Giorgia Monti, responsabile Campagna Mare di Greenpeace Italia. Arrivate al mare, le microplastiche possono sia assorbire che cedere sostanze tossiche ed è dimostrato che vengono ingerite da numerosi organismi: pesci, crostacei, molluschi. Purtroppo, non ci sono ancora ricerche sufficienti a definire con certezza gli impatti sulla salute umana ma i dati disponibili confermano la necessità di applicare con urgenza il principio di precauzione, vietando la produzione di microsfere e definendo regole stringenti per ridurre in generale l’utilizzo di plastica. Si stima che ogni anno arrivino in mare otto milioni di tonnellate di plastica: che siano microsfere o frammenti dovuti alla degradazione di altri rifiuti (imballaggi, fibre o altro).

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“Mirabilia domestica”: Sculture di sabbia e utensili della cucina diventano protagonisti

Posted by fidest press agency su sabato, 7 novembre 2015

quadro con tre vasiRoma galleria Michelangelo di via Giovanni Giraud, 6, mostra “Mirabilia domestica” di Lucio e Peppe Perone, visitabile fino al 5 dicembre 2015. I due fratelli tornano ad esporre insieme dopo quindici anni che non accadeva. Lo fanno con una doppia personale allestita nel cuore di Roma nella Galleria Michelangelo di Fabio Cozzi a cura del critico d’arte Marco Tonelli. Quaranta opere dove prendono forma: quotidianità, fantasia, natura e gioco. Dove tutto è sorpresa e mai banalità. Un linguaggio, quello utilizzato da questi due artisti, molto apprezzati in Italia e all’estero, semplice e allegro come quello dei bambini. E’ così che prendono forma le sculture fatte con la sabbia e che gli utensili della cucina diventano protagonisti assoluti. Sempre così che il messaggio arriva dritto diritto al cuore di chi osserva. Nel corso della mostra si potranno apprezzare opere curiose e uniche realizzate nei materiali più diversi dal legno al ferro passando per l’acciaio, il polistirolo e la plastica. “Credo che l’arte diventi universale – dice Lucio Perone – quando riesce ad arrivare a tutti. I bambini riescono a giocare con altri bambini anche quando parlano lingue diverse”. “Uso la sabbia come fosse una tavolozza di colori – aggiunge Peppe Perone mentre descrive alcune delle sculture più curiose della mostra – Creo opere che sembrano fragili ma che in realtà non lo sono. Granelli raccolti sulle spiagge italiane ma anche in molti paesi bellissimi all’estero”. “Una mostra da non perdere – dichiara il gallerista Fabio Cozzi – Non solo per la bellezza delle opere ma anche per l’eccezionalità di questa doppia personale che vede di nuovo insieme, dopo quindici anni, due fratelli che non lavorano a quattro mani ma che nella loro bravura sembrano completarsi e generare uno stile assolutamente unico”.
Lucio Perone nasce a Napoli nel 1972, frequenta il Liceo Artistico di Benevento e nel 1994 si diploma in scultura all’Accademia di Belle Arti di Napoli. Condivide con il fratello Giuseppe il percorso formativo e l’attività iniziale. Nel 2007 vince il Premio Internazionale Giovane Scultura, Fondazione Messina, Casal Betrame Linee all’orizzonte, Galleria d’Arte Moderna, Genova. Nel 2014 partecipa alla mostra L’eredita dell’arte. Mimmo Paladino – Mohanna Durra, Giordan National Gallery of Fine Arts di Amman, Giordania.
Peppe Perone nasce a Napoli nel 1972. Vive e lavora a Rotondi, Avellino. Dopo aver frequentato il Liceo artistico a Benevento, nel 1994 si diploma in scultura all’Accademia di Belle Arti di Napoli. Nel 2000 viene invitato a realizzare una scultura manifesto per le Bandiere di Maggio in piazza del Plebiscito a Napoli. Nel 2014 disegna con il fratello Lucio il Manifesto del Premio Strega 2014 e partecipa ad alcune mostre collettive, tra cui The spring break show da Guidi&Schoen, Cosa Succede a Rotondi? nell’ambito del progetto Sistema Irpinia per la Cultura Contemporanea, Land like the Sea e Capri. The island of art, tenutesi entrambe a Capri. (foto: quadro con tre vasi)

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Sacchetti di plastica: nuove norme per ridurne l’utilizzo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 aprile 2015

sacchetti plasticaSecondo le nuove norme in votazione martedì in Parlamento, i Paesi dell’UE dovranno ridurre drasticamente l’uso dei sacchetti di plastica più comuni e più inquinanti.La relatrice ha dichiarato che il Parlamento ha accettato la sua raccomandazione in seconda lettura che conferma l’accordo con il Consiglio dei Ministri dello scorso novembre.”Questa legislazione creerà una vera e propria situazione favorevole per tutti”, ha detto Margrete Auken (Verdi/ALE, DK), relatrice per il provvedimento. “Stiamo parlando di un problema ambientale immenso. Miliardi di sacchetti di plastica finiscono direttamente in natura come rifiuti non trattati. Danneggiano la natura, i pesci, gli uccelli, e dobbiamo fare i conti con tutto ciò”, ha aggiunto, dopo che il Parlamento ha accettato la proposta di raccomandazione per la seconda lettura che conferma l’accordo raggiunto con il Consiglio dei ministri nel novembre dello scorso anno.”La Commissione europea ha detto che i paesi dovrebbero affrontare la questione da soli, ma in realtà non lo stanno facendo! Si potrebbero risparmiare 740 milioni di euro l’anno, secondo i calcoli della Commissione “, ha aggiunto la relatrice.Gli Stati membri dell’UE saranno in grado di scegliere se:adottare misure per ridurre il consumo medio annuo di sacchetti di plastica a 90 sacchetti leggeri per cittadino entro il 2019 e a 40 entro il 2025;oppure, garantire che, entro il 2018, i sacchetti leggeri non siano più forniti ai consumatori a titolo gratuito.Inoltre, la Commissione europea è tenuta a valutare e proporre misure adeguate per l’impatto ambientale delle materie plastiche oxo-biodegradabili che si frammentano in piccole particelle. Entro il 2017, la Commissione dovrà proporre l’etichettatura e la marcatura per un riconoscimento a livello europeo dei sacchetti di plastica biodegradabili e compostabili.I sacchetti di plastica leggeri più sottili di 50 micron – ossia la stragrande maggioranza dei sacchetti di plastica utilizzati nell’UE – sono meno riutilizzabili rispetto ai modelli più spessi e diventano rifiuti più rapidamente. Sono quindi più soggetti a disperdersi nell’ambiente e a inquinare gravemente i corsi d’acqua e gli ecosistemi acquatici.Si stima che nel 2010 ogni cittadino europeo abbia utilizzato 198 sacchetti di plastica, di cui circa il 90% in materiale leggero. Il consumo dei sacchetti di plastica è destinato a crescere ulteriormente e, inoltre, i dati raccolti suggeriscono che, nel 2010, oltre 8 miliardi di sacchetti di plastica siano diventati rifiuti.

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Chirurgia plastica estetica: il 16% delle operazioni effettuate per rimediare al primo intervento

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 ottobre 2014

chirurgia esteticaNon sempre è buona la prima. Nell’ambito della chirurgia plastica estetica può capitare che l’intervento non soddisfi le aspettative del paziente o che insorga qualche complicazione imprevedibile che rende necessario sottoporsi a un nuovo ritocco.Secondo l’indagine condotta dall’Associazione Italiana di Chirurgia Plastica Estetica (Aicpe), nel 2013 le operazioni secondarie, eseguite per rimediare a una precedente andata male, sono state il 16% di quelle eseguite a scopo estetico, pari a 37.884 interventi. Per tornare in sala operatoria, i pazienti si sono rivolti allo stesso dottore da cui sono stati operati la prima volta nel 31,1% dei casi, mentre la maggioranza (68.9%) ha preferito optare per un altro collega.«Il rapporto fra il chirurgo e un paziente che si rivolge a lui dopo essere stato operato da altri, rappresenta una situazione delicata e spinosa. Il secondo intervento deve essere gestito in maniera seria e professionale per evitare che si creino problemi per il primo chirurgo, il secondo operatore e, ancora di più, per il paziente» afferma il presidente di Aicpe, Mario Pelle Ceravolo.Per informare correttamente i pazienti ed evitare spiacevoli sorprese o disillusioni, Aicpe ha messo a punto una sorta di vademecum: «La chirurgia plastica non è una disciplina perfetta: pur essendo una scienza medica oggettiva, agisce su individui diversi che reagiscono in maniera differente allo stesso trattamento – spiega il presidente di Aicpe -. Anche se ci si rivolge a un bravo chirurgo, il risultato può non essere ottimale a causa di una reazione particolare dei tessuti del paziente o, più spesso, di situazioni contingenti imprevedibili».Il primo consiglio di Aicpe, valido per medici e pazienti, è avvalorare l’importanza del consenso informato,un documento che porta il paziente a conoscenza dei rischi e delle complicazioni inerenti l’operazione cui sta per sottoporsi. «Un consenso che spieghi esaustivamente i rischi di ogni intervento è una testimonianza di serietà da parte del chirurgo – dice Pelle Ceravolo -. Quindi non uno sgravio di responsabilità, ma la testimonianza di aver accuratamente informato il paziente. Uno dei motivi più frequenti dell’insoddisfazione dei pazienti è proprio la mancanza di informazione da parte del medico. Spesso la delusione è la conseguenza più di un fraintendimento tra le parti che di incapacità tecnica o di errori chirurgici. Non sempre è facile capire e farsi capire, soprattutto quando si parla di estetica».Secondo consiglio, in caso di richiesta di risarcimento, evitare di andare in giudizio, in quanto tale modalità di solito finisce per essere svantaggiosa per entrambe le parti. «Trovare un accordo transattivo è il modo più semplice ed economico per evitare una causa lunga e dispendiosa per tutti, e dagli esiti incerti» chiosa il presidente.Per i pazienti non soddisfatti, la prima opzione del paziente è farsi rioperare dallo stesso medico: «Di solito è lo stesso chirurgo plastico a proporre un secondo intervento correttivo, generalmente a condizioni economicamente più vantaggiose di quanto farebbe un nuovo chirurgo – afferma il presidente Aicpe -. Se, per una serie di ragioni, si decide di non ricorrere allo stesso medico, è bene scegliere un professionista di maggiore esperienza, accertandosi sulla sua capacità nel gestire casi già operati, con il quale creare un nuovo rapporto di massima sincerità e fiducia. È necessario approfondire con il secondo chirurgo tutti gli argomenti relativi alla dinamica dell’insuccesso e alle aspettative del paziente, che a volte, per la delusione o la rabbia perde la capacità di ragionare con oggettività e realismo. È infine consigliabile che il paziente autorizzi il secondo operatore a entrare in contatto con il primo per conoscere quello che è stato fatto e per avere altre informazioni che il paziente potrebbe non conoscere».
Quando si perde la fiducia in un medico e si decide di rivolgersi a un altro, non si può pensare che l’ultimo possa risolvere perfettamente tutti i problemi e offrire una soluzione magica: «Un secondo intervento è sempre più difficile del primo, è come un sarto che deve confezionare di nuovo un vestito tagliato male in precedenza – aggiunge Pelle Ceravolo -. Se errore c’è stato dev’essere riconosciuto e il paziente risarcito delle spese affrontate e dei danni subiti. Tra tutte le parti deve però instaurarsi un rapporto onesto che gioverà ai due chirurghi operatori e ancora di più al paziente che potrà essere assistito dal nuovo professionista nella maniera migliore».
AICPE: L’Associazione Italiana Chirurgia Plastica Estetica (www.aicpe.org), la prima in Italia dedicata esclusivamente all’aspetto estetico della chirurgia, è nata nel settembre 2011 per dare risposte concrete in termini di servizi, tutela, aggiornamento e rappresentanza. Ad AICPE, che è gemellata con l’American Society for Aesthetic Plastic Surgery (ASAPS), la più importante società di chirurgia estetica al mondo, hanno aderito oltre 200 chirurghi in tutta Italia. Membri di Aicpe possono essere esclusivamente professionisti con una specifica e comprovata formazione in chirurgia plastica estetica, che aderiscono a un codice etico e di comportamento da seguire fuori e dentro la sala operatoria. L’associazione ha elaborato e pubblicato le prime linee guida del settore, consultabili sul sito internet, in cui si descrive il modus operandi dei principali interventi. Scopo di AICPE è tutelare pazienti e chirurghi plastici in diversi modi: disciplinando l’attività professionale sia per l’attività sanitaria sia per le norme etiche di comportamento; rappresentando i chirurghi plastici estetici nelle sedi istituzionali, scientifiche, tecniche e politiche per tutelare la categoria e il ruolo; promuovendo la preparazione culturale e scientifica. Tra gli obiettivi c’è anche l’istituzione di un albo professionale nazionale della categoria.

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Chirurgia plastica, Italia settima al mondo per numero di interventi nei dati Isaps 2013

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 luglio 2014

MedicinaL’Italia è il settimo Paese al mondo per numero di interventi di chirurgia e medicina estetica. È quanto emerge dal sondaggio condotto dalla International Society of Aesthetic Plastic Surgery (Isaps), la più grande associazione al mondo di chirurghi plastici estetici, che anche quest’anno ha realizzato un’indagine sui principali trattamenti chirurgici e non chirurgici realizzati nel 2013.I Paesi che hanno effettuato il maggior numero di trattamenti sono stati gli Stati Uniti (3.996.631 interventi, 17% del totale), seguiti a distanza da Brasile (2.141.257, 9,1%) e Messico (884.353 (3.8%). Settima l’Italia con 192.576 interventi, pari all’1.6% del totale. «Un risultato che conferma come l’Italia sia uno dei Paesi chiave per il settore della chirurgia e medicina estetica – aggiunge Campiglio -. Tra i soci di Isaps, peraltro, gli italiani sono molto numerosi. Un ulteriore segno del ruolo di primo piano che riveste il nostro Paese in questo campo»Le procedure chirurgiche più richieste al mondo sono state l’aumento del seno (1.773.584); liposuzione (1.614.031); blefaroplastica (1.379263); lipofilling (trapianto di grasso autologo) 1.053.890 e rinoplastica (954.423). Le stesse rilevate in Italia dall’indagine effettuata dall’Associazione Italiana di Chirurgia Plastica Estetica (Aicpe): «Per il 2013 i cinque interventi più praticati in Italia sono gli stessi rilevati da Isaps a livello mondiale – afferma Pierfrancesco Cirillo, segretario di Aicpe -. Questo significa che le esigenze degli italiani sono sostanzialmente allineate con quelle del resto del mondo: una tendenza peraltro che risulta sempre più evidente in tutti i Paesi considerati. I canoni di bellezza sono sempre più globalizzati».Diverso invece il discorso per quanto riguarda la medicina estetica: se a livello mondiale l’intervento più praticato in assoluto si conferma essere la tossina botulinica (5.145.189), seguita a distanza da filler e riassorbibili (3.089.686), in Italia la situazione è diversa. Al primo posto si conferma infatti l’acido ialuronico, seguita dalla tossina botulinica: «Nel nostro Paese si registra ancora una certa resistenza nei confronti della tossina botulinica, a causa spesso di informazioni non sempre scientificamente corrette» commenta Cirillo. I dati sono stati raccolti grazie a un questionario di due pagine inviato ad oltre 30.000 chirurghi plastici di tutto il mondo . Le risposte analizzate da Industry Insight, azienda statunitense indipendente specializzata in queste ricerche da oltre 15 anni, sono state 1.567.
AICPE: L’Associazione Italiana Chirurgia Plastica Estetica (www.aicpe.org), la prima in Italia dedicata esclusivamente all’aspetto estetico della chirurgia, è nata nel settembre 2011 per dare risposte concrete in termini di servizi, tutela, aggiornamento e rappresentanza. Ad AICPE, che è gemellata con l’American Society for Aesthetic Plastic Surgery (ASAPS), la più importante società di chirurgia estetica al mondo, hanno aderito oltre 200 chirurghi in tutta Italia. Membri di Aicpe possono essere esclusivamente professionisti con una specifica e comprovata formazione in chirurgia plastica estetica, che aderiscono a un codice etico e di comportamento da seguire fuori e dentro la sala operatoria. L’associazione ha elaborato e pubblicato le prime linee guida del settore, consultabili sul sito internet, in cui si descrive il modus operandi dei principali interventi. Scopo di AICPE è tutelare pazienti e chirurghi plastici in diversi modi: disciplinando l’attività professionale sia per l’attività sanitaria sia per le norme etiche di comportamento; rappresentando i chirurghi plastici estetici nelle sedi istituzionali, scientifiche, tecniche e politiche per tutelare la categoria e il ruolo; promuovendo la preparazione culturale e scientifica. Tra gli obiettivi c’è anche l’istituzione di un albo professionale nazionale della categoria.
ISAPS: Fondata 43 anni fa alle Nazioni Unite da un gruppo di chirurghi plastici, l’Isaps è oggi la più grande associazione di categoria, con 2.360 membri in 93 Paesi. I chirurghi, per essere ammessi, sono sottoposti a una rigida selezione e devono avere precise qualifiche e requisiti. La missione dell’Isaps è duplice: da un lato informare i chirurghi plastici sulle ultime tecniche del settore e dall’altro promuovere la sicurezza per i pazienti.

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Medicina estetica, quando l’emergenza è in ambulatorio

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 settembre 2013

 

Perugia il 27 e 28 settembre si tiene un corso patrocinato dall’Associazione Italiana di Chirurgia Plastica Estetica (Aicpe) che spiega come gestire le complicazioni più frequenti.Li chiamano interventi mini-invasivi e sono quei trattamenti di bellezza che si eseguono ambulatorialmente in pochi minuti o in poche ore. Anche in Italia sono sempre più praticati: nel 2012, secondo i dati di Aicpe (Associazione di chirurgia plastica estetica) sono aumentati dell’11% rispetto all’anno precedente. La definizione “mini-invasivi”, tuttavia, è fuorviante: la tendenza, infatti, è quella di interventi sempre più invasivi, per cercare di ottenere risultati sempre più importanti. Con una serie di problemi: per eseguire questi trattamenti per legge è sufficiente una laurea in medicina, mentre per gestire le situazioni di emergenza è necessaria una formazione specifica. Da qui l’idea di un corso teorico-pratico, patrocinato da Aicpe, in cui saranno simulate le problematiche più frequenti che un medico può incontrare durante l’attività professionale. L’evento è organizzato in Umbria, nel Centro di formazione in emergenza-urgenza di via Piccolotti a Marsciano, provincia di Perugia, venerdì 27 e sabato 28 settembre.
«Oggi le metodiche eseguite in regime ambulatoriale stanno diventando sempre più invasive, con un largo uso di anestetici locali e di farmaci che possono esporre i sanitari all’insorgere di emergenze sul paziente, che devono essere gestite prontamente e con le giuste conoscenze – afferma Bruno Bovani, chirurgo plastico di Perugia socio di Aicpe e organizzatore del corso -. Mentre in sala operatoria il chirurgo deve attenersi a rigide norme di sicurezza ed è assistito da un’equipe di professionisti preparati ad affrontare gli imprevisti, in ambulatorio il dottore è da solo a dover gestire, in tempi brevissimi, eventuali complicazioni. E per i medici non specializzati o con poca esperienza, non è così scontato sapere cosa fare» Lo scopo è fornire al medico gli strumenti più avanzati per fronteggiare le situazioni di pericolo, nell’ottica di una maggiore sicurezza per i pazienti.
Ma quali sono le complicazioni più frequenti? «Quella più diffusa è la crisi vagale, ossia lo svenimento: il paziente perde i sensi in risposta a stress emotivo o perché impressionabile – dice Bovani -. Uno degli elementi che possono causare problemi, anche seri, sono gli anestetici locali: l’eccessiva o cattiva somministrazione può indurre reazioni neurologiche o di cardiotossicità, che vanno dall’intossicazione alla crisi cardiaca. Nei pazienti che già soffrono di altre patologie, possono insorgere crisi ipertensive, mentre la somministrazione di farmaci e anestetici può portare a crisi allergiche, anche con shock anafilattico, che sono da gestire subito».
Il corso di Perugia si terrà in una vera sala operatoria dotata delle più moderne tecnologie e di una sala regia in grado di simulare le principali tipologie di emergenze a cui si può andare incontro durante l’attività. Alla fine del corso si terrà un test finale per conseguire una certificazione rilasciata dall’azienda USL Umbria 1.
AICPE. L’Associazione Italiana Chirurgia Plastica Estetica, la prima in Italia dedicata esclusivamente all’aspetto estetico della chirurgia, è nata con l’obiettivo di dare risposte concrete in termini di servizi, tutela, aggiornamento e rappresentanza. Pur essendo una novità per il nostro Paese, non lo è affatto in molte altre nazioni europee e non, dove esistono da tempo associazioni che raccolgono tutti coloro che si interessano di chirurgia estetica. Ad Aicpe al momento hanno aderito più di 170 chirurghi in tutta Italia, tra cui si annoverano professionisti di fama e docenti universitari. Membri di Aicpe possono essere esclusivamente professionisti con una specifica e comprovata formazione in chirurgia plastica estetica, che aderiscono a un codice etico e di comportamento da seguire fuori e dentro la sala operatoria. Scopo di Aicpe è tutelare pazienti e chirurghi plastici in diversi modi: disciplinando l’attività professionale sia per l’attività sanitaria sia per le norme etiche di comportamento; rappresentando i chirurghi plastici estetici nelle sedi istituzionali, scientifiche, tecniche e politiche per tutelare la categoria e il ruolo; promuovendo la preparazione culturale e scientifica; elaborando linee guida condivise. Tra gli obiettivi c’è anche l’istituzione di un albo professionale nazionale della categoria.(Silvia Perfetti)

 

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Riciclo plastica

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 maggio 2012

Le mille vite della plastica, ricorda Rocco Tiso il Presidente della Confeuro, oggi poggiano saldamente su 657mila tonnellate di materiale raccolto. Con prospettive molto buone se è vero che la quantità e la qualità della raccolta differenziata e del riciclo sono in continuo aumento. Secondo il bilancio del Corepla crescono infatti quantità e qualità. Nel 2011 sono state raccolte 657.216 tonnellate di imballaggi in plastica, ossia il 7% in più sul 2010, quasi 11 kg pro capite. La media di quasi 11 chili pro capite in realtà nasconde una forte differenziazione da regione a regione. È il caso del “virtuoso” Veneto che con 18,3 chili è la regione con la più alta quota procapite e casi che invece dimostrano che persone non fanno la raccolta differenziata. Ma ciò che è più importante però è che all’aumento della quantità corrisponde anche l’aumento del riciclo. Un elemento che testimonia il miglioramento della qualità del rifiuto. Grazie a questo è stato possibile produrre nuovi materiali, generando nel contempo valore economico per la collettività. Per la precisione sono state avviate a recupero energetico 225mila tonnellate di materiale da raccolta differenziata. Resta però ancora molto da fare, afferma infine il Presidente della Confeuro. È necessario dunque favorire l’ulteriore crescita della qualità, la continua innovazione per migliorare le opportunità di riciclo e la creazione di un vero mercato di combustibili alternativi.

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