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L’Italia dei patrizi e dei plebei

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 marzo 2018

Cosa ci insegna la storia antica? Nella Roma precristiana la popolazione era costituita da due categorie: la nobiltà e la plebe. La prima si sentiva benedetta dal censo e, quindi, legittimata ad avere l’accesso al potere e a controllare la plebe che era usata come strumento politico per interessi indirizzati altrove. Ci volle la secessione sul Monte Sacro nel 496 a.C. per far riconoscere alla plebe i suoi diritti e a far eleggere i propri rappresentanti. Allora vi era un uomo di grandi meriti, un certo Menenio Agrippa che con il suo celebre discorso ricordò ai suoi contemporanei, e ci ricorda, come il corpo umano funziona solo se tutte le sue parti sono correttamente integrate. Ma con il passare del tempo e l’avvento della comunicazione e il suo controllo da parte dei “patrizi” s’insinuò nella plebe, delle grandi città e delle campagne, la convinzione di essere tutelati e che i sacrifici siano necessari per acquistare benemerenze nell’alto dei cieli. Fino a che punto, mi chiedo, l’ingenuità degli uni e le furbizie degli altri si spingono sino a ridurre la plebe in una povertà sempre più estesa e un taglieggiamento sempre più benedetto dalle credenze feticistiche laiche e religiose del bene supremo, della sofferenza e del martirio come riscatto per conquistare la purezza dello spirito? Intanto non ci dicono perché quella minima parte dell’umanità rinuncia a soffrire per darsi ai bagordi, a lucrare sulla povertà, ad accaparrarsi i beni esistenti e a privarli alla plebe dei giorni nostri. E la povertà non vive nei deserti, nelle terre lontane e selvagge. E’ tra noi, nelle grandi e nelle piccole città, nei borghi e nei casolari delle nazioni dove la civiltà è tecnologica, scientifica, evoluta. Eppure prevale la plebe, alias proletari, alias piccoli borghesi, alias illusi per avere un soldo in più e per sentirsi in qualche modo un piccolo “patrizio” e, quindi, un “diverso”.
Qualcuno ha scritto in questi giorni che è inutile cercare delle pezze per ricucire un vestito ridotto a brandelli, perché il sistema è marcio e se non lo rivoltiamo come un calzino dando nuove regole, imponendo maggiore rispetto a chi soffre e a chi è reso in schiavitù e asservito a interessi che non lo riguardano, non andremo lontano, anzi ci fermeremo del tutto. Lo capiranno i “plebei” italiani che sono, per la cronaca il 75% della popolazione? (Riccardo Alfonso)

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L’Italia dei patrizi e dei plebei

Posted by fidest press agency su martedì, 3 ottobre 2017

agrippa-lanato1Cosa ci insegna la storia antica? Nella Roma precristiana la popolazione era costituita da due categorie: la nobiltà e la plebe. La prima si sentiva benedetta dal censo e, quindi, legittimata ad avere l’accesso al potere e a controllare la plebe che era usata come strumento politico per interessi indirizzati altrove. Ci volle la secessione sul Monte Sacro nel 496 a.C. per far riconoscere alla plebe i suoi diritti e a far eleggere i propri rappresentanti. Allora vi era un uomo di grandi meriti, un certo Menenio Agrippa che con il suo celebre discorso ricordò ai suoi contemporanei, e ci ricorda, come il corpo umano funziona solo se tutte le sue parti sono correttamente integrate. Ma con il passare del tempo e l’avvento della comunicazione e il suo controllo da parte dei “patrizi” s’insinuò nella plebe, delle grandi città e delle campagne, la convinzione di essere tutelati e che i sacrifici siano necessari per acquistare benemerenze nell’alto dei cieli. Fino a che punto, mi chiedo, l’ingenuità degli uni e le furbizie degli altri si spingono sino a ridurre la plebe in una povertà sempre più estesa e un taglieggiamento sempre più benedetto dalle credenze feticistiche laiche e religiose del bene supremo, della sofferenza e del martirio come riscatto per conquistare la purezza dello spirito? Intanto non ci dicono perché quella minima parte dell’umanità rinuncia a soffrire per darsi ai bagordi, a lucrare sulla povertà, ad accaparrarsi i beni esistenti e a privarli alla plebe dei giorni nostri. E la povertà non vive nei deserti, nelle terre lontane e selvagge. E’ tra noi, nelle grandi e nelle piccole città, nei borghi e nei casolari delle nazioni dove la civiltà è tecnologica, scientifica, evoluta. Eppure prevale la plebe, alias proletari, alias piccoli borghesi, alias illusi per avere un soldo in più e per sentirsi in qualche modo un piccolo “patrizio” e, quindi, un “diverso”.
Qualcuno ha scritto, in questi giorni, che è inutile cercare delle pezze per ricucire un vestito ridotto a brandelli, perché il sistema è marcio e se non lo rivoltiamo come un calzino dando nuove regole, imponendo maggiore rispetto a chi soffre e a chi è reso in schiavitù e asservito a interessi che non lo riguardano, non andremo lontano, anzi ci fermeremo del tutto. Lo capiranno i “plebei” italiani che sono, per la cronaca non meno del 70% della popolazione? (Riccardo Alfonso)

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L’Italia dei patrizi e dei plebei

Posted by fidest press agency su venerdì, 19 agosto 2011

Agrippa

Image by Crystalline Radical via Flickr

Editoriale Fidest. Cosa ci insegna la storia antica? Nella Roma precristiana la popolazione era costituita da due categorie: la nobiltà e la plebe. La prima si sentiva benedetta dal censo e, quindi, legittimata ad avere l’accesso al potere e a controllare la plebe che era usata come strumento politico per interessi indirizzati altrove. Ci volle la secessione sul Monte Sacro nel 496 a.C. per far riconoscere alla plebe i suoi diritti e a far eleggere i propri rappresentanti. Ma allora vi era un uomo di grandi meriti, un certo Menenio Agrippa che con il suo celebre discorso ricordò ai suoi contemporanei, e ci ricorda, come il corpo umano funziona solo se tutte le sue parti sono correttamente integrate.
Ma con il passare del tempo e l’avvento della comunicazione e il suo controllo da parte dei “patrizi” s’insinuò nella plebe, delle grandi città e delle campagne, la convinzione di essere tutelati e che i sacrifici siano necessari per acquistare benemerenze nell’alto dei cieli. Ma fino a che punto l’ingenuità degli uni e le furbizie degli altri si spingono sino a ridurre la plebe in una povertà sempre più estesa e un taglieggiamento sempre più benedetto dalle credenze feticistiche laiche e religiose del bene supremo, della sofferenza e del martirio come riscatto per conquistare la purezza dello spirito? Intanto non ci dicono perché quella minima parte dell’umanità rinuncia a soffrire per darsi ai bagordi, a lucrare sulla povertà, ad accaparrarsi i beni esistenti e a privarli alla plebe dei giorni nostri. E la povertà non vive nei deserti, nelle terre lontane e selvagge. E’ tra noi, nelle grandi e nelle piccole città, nei borghi e nei casolari delle nazioni dove la civiltà è tecnologica, scientifica, evoluta. Eppure prevale la plebe, alias proletari, alias piccoli borghesi, alias illusi per avere un soldo in più e per sentirsi in qualche modo un piccolo “patrizio” e, quindi, un “diverso”.
Qualcuno ha scritto in questi giorni che è inutile cercare delle pezze per ricucire un vestito ridotto a brandelli, perché il sistema è marcio e se non lo rivoltiamo come un calzino dando nuove regole, imponendo maggiore rispetto a chi soffre e a chi è reso in schiavitù e asservito ad interessi che non lo riguardano, non andremo lontano, anzi ci fermeremo del tutto. Ma lo capiranno i “plebei” italiani che sono, per la cronaca il 75% della popolazione? (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Pagine di storia: plebei e patrizi

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 settembre 2010

Nella Roma repubblicana nel 494 a. C., secondo la leggenda, il primo serio contrasto spinse i plebei a lasciare Roma per ritirarsi sul Monte sacro o secondo altri sull’Aventino. Fu Menenio Agrippa, incaricato dai patrizi, ad intermediare per fermare la protesta dei plebei. La secessione (dal latino secédere = allontanarsi, ritirarsi) rientrò solo dopo che i plebei ottennero delle importanti garanzie con l’elezione diretta dei loro rappresentanti (i tribuni della plebe e degli edili e seguito, qualche secolo dopo, dagli edili curili di origine patrizia ma con la possibilità che i plebei vi facessero parte). Queste rivendicazioni avevano un doppio valore politico e sociale. Rappresentavano un primo importante riconoscimento del rispetto della dignità umana a prescindere dalla propria condizione sociale. Fu una conquista lenta ma capace di consolidarsi nel tempo e che ebbe il suo momento importante nel 287 a. C. con la legge Ortensia proposta dal dittatore Quinto Ortensio dove fu riconosciuto il diritto giuridico ai plebei di far parte agli organismi rappresentativi della Repubblica. E’ così che si passa dalla repubblica patrizia alla repubblica oligarchica e dove l’opposizione passa dalle classi sociali a quelle degli abbienti e non abbienti.
Questo breve excursus storico ci serve oggi per capire cosa continua a dividere la società civile e a renderci conto che proprio all’interno delle classi sociali è stato tracciato un solco sempre più profondo tra la ricchezza e la povertà, tra il benessere e la miseria. Possiamo appartenere, in pratica, allo stesso ceto sociale ma a dividerci, sovente drammaticamente, è la nostra condizione economica. Questa trasversalità non fu compresa dal comunismo sovietico  mentre è stata accettata con cinismo dal capitalismo. In entrambi i casi essi hanno fallito la loro mission storica. Ora è vitale che si apra un capitolo nuovo delle relazioni umane se non vogliamo un fatale arretramento culturale e civile della società nel suo complesso. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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