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Transizione digitale per le PMI lombarde

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 settembre 2021

La transizione digitale, in particolar modo quella legata alle tecnologie di Industria 4.0, potrebbe essere nei prossimi 7 anni a costo zero per molte PMI lombarde. È quanto emerge dalla stima effettuata dal Centro Studi CNA Lombardia, che ha valutato il combinato disposto di PNRR e dei fondi strutturali di Next Generation EU, che copriranno in maniera sinergica sia investimenti in ricerca, tecnologia e macchinari grazie al FESR, sia gli investimenti in capitale umano grazie al FSE plus.In sintesi, nei prossimi 7 anni le imprese lombarde potranno contare su aiuti e sostegni nell’ambito 4.0 e crescita digitale pari a 9,8 miliardi di euro, pari a 5 volte il totale dei fondi strutturali spesi negli ultimi 7 anni da Regione Lombardia tramite il FESR e il FSE ovvero per ricerca, innovazione, sviluppo, formazione, istruzione e politiche sociali e politiche attive per il lavoro.Queste risorse, secondo le stime CNA, genereranno due mercati paralleli. Da una parte infatti crescerà il bisogno di esperti e consulenti esterni muovendo un volume d’affari nella sola Lombardia pari al 20% delle risorse, ovvero 1,98 miliardi di euro. Dall’altra si prevede che le imprese investano nel capitale umano ed in particolare nella formazione continua, creando un volume d’affari che tipicamente è pari al 10% dell’investimento, ovvero 0.98 miliardi di euro. In questo caso le risorse del POR FSE regionale non saranno sufficienti a coprire i fabbisogni di formazione continua del personale, ma le PMI potranno giocare due carte di assoluto rilievo: da una parte il rifinanziamento del Fondo Nuove Competenze (il MISE ha assicurato un miliardo di euro su base nazionale), dall’altra l’accesso alle risorse dei fondi interprofessionali.In questa direzione si muove l’intesa siglata tra CNA Lombardia, l’ente di formazione Ecipa Lombardia e il MADE, Competence Center per l’Industria 4.0 per la definizione e la costruzione di percorsi formativi a favore della digitalizzazione delle micro e piccole imprese del territorio.L’iniziativa punta a finanziare i percorsi formativi con le risorse di Regione Lombardia a valere sul Programma Operativo Regionale FSE. Le imprese troveranno inoltre risposte formative incardinate a 5 filoni tematici: prodotto 4.0 e processo 4.0; manutenzione 4.0; big data 4 small business; automazione, robot, cobot ed ottimizzazione di processo; transizione sostenibile ed economia circolare.

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Quinta edizione del premio Open Innovative PMI

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 settembre 2021

Aprono le iscrizioni per la quinta edizione del premio Open Innovative PMI. Da oggi è possibile iscriversi al primo riconoscimento nazionale, ideato e organizzato in esclusiva per le PMI innovative da Grant Thornton, la member firm italiana di Grant Thornton International Ltd, network globale che fornisce servizi di consulenza in area Audit, Tax e Advisory con oltre 58.000 professionisti in circa 130 Paesi. Il Premio riconosce le migliori PMI innovative italiane e si inserisce nel progetto multidisciplinare “Open Innovative PMI” che ha il duplice scopo di monitorare, promuovere e valorizzare la migliore innovazione “made in Italy” e di portare attenzione su questa specifica tipologia di impresa.Il progetto si rivolge anche a grandi aziende, investitori e in generale a tutto l’ecosistema dell’innovazione italiana, del quale vuole rappresentare un punto d’incontro, proprio perché mira a diffondere una vera e propria cultura dell’innovazione.Open Innovative PMI si sviluppa in sei diverse sezioni interconnesse tra loro: il Premio, il Convegno, l’Osservatorio, l’Academy, il Vivaio e le News e per promuovere l’innovazione ha dedicato un’apposita piattaforma web http://www.openinnovativepmi.it.Inoltre, tra le diverse attività e iniziative, anche quest’anno verrà rilasciata l’analisi dell’Osservatorio Open Innovative PMI, che opera in collaborazione con l’Università di Pisa, mentre il 17 ottobre presso La Pinetina Golf Club, ad Appiano Gentile (CO), si terrà la seconda edizione di Open Innovative PMI Golf Race: un momento all’insegna dello sport e del networking tra professionisti del settore, giornalisti e imprenditori.Federico Feroci, partner di Grant Thornton e responsabile dell’Osservatorio Open Innovative PMI, ha commentato: “Il Premio, giunto alla sua quinta edizione, si conferma un’occasione importante per dare visibilità alle piccole e medie imprese ad alto potenziale di crescita, ossia a quelle imprese che pongono l’innovazione al centro del proprio modello di business”. Feroci ha poi aggiunto che: “Oggi più che mai la promozione di una cultura dell’innovazione è una chiave importante per lo sviluppo di tutto il tessuto economico italiano, in gran parte costituito proprio da piccole e medie imprese”.Le iscrizioni per il premio Open Innovative PMI sono aperte in forma libera e gratuita, a tutte le PMI iscritte nell’apposita sezione del Registro delle imprese della Camera di Commercio riservata alle PMI innovative, nonché a quelle in procinto di iscriversi, purché in possesso dei requisiti richiesti dalla legge per ottenere lo status di PMI innovativa alla data del 19 ottobre 2021. Attualmente sono circa 2000 le PMI innovative iscritte all’apposito registro della Camera di Commercio.Le categorie in gara quest’anno per la quinta edizione sono tre: “Ricerca, innovazione e digitale”, categoria alla quale possono candidarsi tutte le PMI innovative la cui componente economica e/o operativa sia per la maggior parte dipendente da attività di Ricerca&Sviluppo e/o da applicazioni di natura tecnologica; “Internazionalizzazione”, categoria specifica per tutte le PMI innovative che hanno avviato un percorso di espansione all’estero; “Millenials”, categoria dedicata esclusivamente a tutte le PMI nate prima del 2010.Una giuria indipendente, composta da esponenti del mondo accademico e della business community del panorama italiano si riunirà martedì 19 ottobre per valutare le candidature e selezionare le finaliste. Il presidente della commissione sarà Federica De Santis, docente presso il Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Pisa e responsabile scientifico dell’Osservatorio Open Innovative PMI.Il premio è patrocinato da MAECI, CNR, AIFI e ANDAF. L’evento di premiazione delle imprese vincitrici si terrà il prossimo 11 novembre a Roma. La cerimonia sarà preceduta da un convegno durante il quale Grant Thornton presenterà, in collaborazione con l’Università di Pisa, i risultati dell’analisi dell’Osservatorio Open Innovative PMI.

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Amazon Business a supporto delle PMI

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 luglio 2021

Amazon Business è una soluzione di procurement utilizzata da più di cinque milioni di aziende a livello globale. In Italia, Amazon Business permette a migliaia di piccole e medie imprese (PMI) locali di far crescere la loro attività di e-commerce B2B. Queste realtà vanno dai piccoli rivenditori di forniture per ufficio e produttori di apparecchiature elettroniche, alle aziende a conduzione familiare che vendono elettrodomestici, dagli aspirapolvere alle stampanti per la casa e l’ufficio. Queste PMI possono raggiungere clienti commerciali di tutte le dimensioni, compresi i clienti aziendali, che sono uno dei segmenti di clienti in più rapida crescita su Amazon Business. Amazon Business serve più del 50% delle aziende FTSE MIB in Italia, comprese 35 università e migliaia di organizzazioni no profit. Globalmente Amazon Business ha raggiunto più di 25 miliardi di dollari di vendite annualizzate in tutto il mondo, più della metà delle quali provengono da partner di vendita.Come azienda, Amazon investe miliardi di dollari ogni anno per aiutare i partner di vendita in tutto il mondo ad avere successo. Su Amazon Business i clienti possono usufruire di funzioni B2B su misura, come soluzioni di fatturazione, funzioni di determinazione dei prezzi o strumenti di analisi volti ad espandere la loro selezione. Per saperne di più su Amazon Business e su come forniamo ai nostri venditori la possibilità di modellare i loro processi di acquisto e le loro operazioni, visitare il sito http://www.amazon.it/amazonbusiness

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Report sulla rendicontazione ESG delle PMI quotate all’AIM

Posted by fidest press agency su domenica, 23 Maggio 2021

AcomeA SGR – società di Gestione del Risparmio specializzata in fondi comuni d’Investimento e gestioni patrimoniali – e Sustainable Value Investors (SVI) – prima realtà italiana a firmare i PRI (Principi per l’Investimento Responsabile) nella categoria “service provider” – presentano il secondo rapporto sulla rendicontazione ESG da parte delle PMI italiane quotate al mercato AIM di Borsa Italiana. Il Rapporto, illustrato oggi alla comunità finanziaria in occasione del tavolo virtuale sull’impatto delle variabili ESG sui profitti e sul valore delle imprese, ha analizzato 149 aziende quotate al 20 aprile 2021 sul segmento AIM e si concentra, in particolare, sullo stato di comunicazione, performance e integrazione dei parametri ESG delle società dell’AIM di Borsa Italiana, allo scopo di favorire il dialogo tra le aziende e gli investitori.Nella ricerca presentata dalla curatrice Daniela Carosio, Senior Partner di SVI, alla presenza di Matteo Serio, Managing Partner di AcomeA SGR, Marco Ruspi, Head of ESG di AcomeA SGR, Luca Tavano, Head of product development Mid&Small Cap-Primary Markets di Borsa Italiana, Francesco Mele, CFO & Head of Central Functions di Illimity, Fabio Ortolani, Vice Presidente del Fondo Pensione Eurofer, si evidenzia che, anche se in termini di divulgazione della sostenibilità le società AIM sono ancora allo stato embrionale, il dialogo con gli investitori è centrale per migliorare l’orientamento alla sostenibilità e il livello di rendicontazione qualitativo e quantitativo delle informazioni non finanziarie, liberando di fatto un potenziale di sviluppo delle PMI. Il top management di cinque società quotate all’AIM – Energica Motor Company S.p.A., Gruppo FOS, Vantea SMART, Reti S.p.A., CONVERGENZE S.p.A. – ha inoltre spiegato come sono state implementate nelle loro aziende strategie di impatto sostenibile e quali i risultati ottenuti in termini di crescita, vantaggi competitivi e branding.Ecco i principali risultati emersi dal rapporto:Sono 79 su 149 le società che non pubblicano alcun tipo di rendicontazione, in netta diminuzione rispetto al 2020 (84 su 129).Le restanti 70 presentano orientamenti diversi ai temi ESG:L’orientamento alle pubbliche relazioni, caratterizzato da vaghe dichiarazioni o impegno verso la sostenibilità promossa più che altro come forma di auto-branding; L’orientamento alla beneficenza (charity) – dove chiaramente le attività di charity non sono correlate al core business – e che spesso tende a presentarsi insieme all’orientamento PR;L’orientamento alla gestione del rischio ESG, caratteristico di imprese che divulgano e misurano le informazioni non finanziarie; L’orientamento strategico, quello più avanzato, che caratterizza le imprese che integrano gli obiettivi di sostenibilità all’interno della strategia aziendale e del business, puntando a massimizzare il valore economico attraverso un modello di business sostenibile. Le società che rilasciano informazioni ESG qualitative con orientamento PR sono aumentate, rispetto al 2020, del 54% (da 24 a 37) e quelle con orientamento Charity del 20% (da 10 a 12); sono aumentate del 91% le società AIM con orientamento avanzato alla sostenibilità in termini di ESG Risk Management e di ESG Strategico (da 11 a 21). Di seguito la tabella riassume la ripartizione per tipologia di orientamento e la variazione rispetto alla rilevazione dell’ottobre 2020.Il 47% delle aziende dell’AIM che rilasciano informativa ESG pubblicano per lo più un bilancio di sostenibilità di tipo qualitativo. Solo il 31% rilascia dati ESG quantitativi, il 29% riporta una matrice di materialità rispetto ai propri stakeholder e il 27% rendiconta secondo gli standard della Global Reporting Initiative (GRI). Infine, solo 3 società su 70 pubblicano una Rendicontazione Non Finanziaria ex Decreto Legislativo n. 254/2016 che recepisce la direttiva UE n.95/2014 sulla rendicontazione sociale, ambientale e di governance per le imprese oltre una certa dimensione e di interesse pubblico.79 aziende su 149 (53 su 129 nel 2020) hanno adottato un Codice Etico ex Decreto Legislativo 231/2001, cioè una mappa dell’insieme dei diritti, doveri e responsabilità dell’azienda nei confronti degli stakeholders per esonerare la responsabilità amministrativa e penale dell’azienda rispetto alla commissione di reati a suo favore. Le aziende che non lo adottano si trovano principalmente tra quelle più piccole e con minori ricavi.L’indagine sulle cause della scarsa propensione alla rendicontazione delle PMI, rivela che l’orientamento alla sostenibilità non dipende tanto da fattori strutturali, come la quantità di risorse finanziarie, energie e tempo, quanto da una diversa esposizione al controllo da parte di terzi, per esempio gli investitori istituzionali.

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Energia: dal 1 gennaio pmi obbligate a passare al cosiddetto mercato libero

Posted by fidest press agency su martedì, 5 gennaio 2021

Si è compiuto il primo gennaio il primo passo verso l’abbandono del mercato di maggior tutela nel settore dell’energia. A staccare la spina del mercato tutelato sono state circa 200 mila pmi, obbligate a passare al mercato libero in nome di una incompiuta liberalizzazione. Dal 1 Luglio 2007, infatti, esiste il mercato libero dell’energia, senza che mai si siano creati in esso i presupposti di una reale, libera, corretta e trasparente concorrenza. Secondo la nostra lunga esperienza in materia, invece, il mercato libero è stato il terreno di prova in cui si sono sviluppate e alimentate le più selvagge e sfrenate pratiche commerciali scorrette a danno dei clienti. Non parliamo solo di prezzi poco convenienti: la stessa Arera parla di un aumento medio, passando al mercato libero, di circa il 20% rispetto alle tariffe del mercato tutelato, con un aggravio di circa 675 mln l’anno a carico delle famiglie, ci riferiamo alle offerte poco chiare, contorte, ingannevoli, alle pratiche aggressive e al mancato rispetto delle più basilari norme sulla trasparenza nei confronti dei clienti. Una realtà che più volte abbiamo apertamente denunciato, in nome della quale ci siamo rifiutati di condividere il manifesto per la liberalizzazione condiviso da alcune aziende e associazioni dei consumatori meno attente sul tema.Per manifestare la nostra contrarietà all’abolizione del mercato tutelato ed al passaggio forzato a un mercato che di libero ha solo il nome non abbiamo messo a disposizione i nostri sportelli alla farsa dei “facilitatori” che avrebbero dovuto informare i cittadini sulla “bontà” di questa operazione, facilitandone appunto il passaggio al mercato libero. Al contrario abbiamo sempre rivendicato la necessità di una corretta informazione, soprattutto per sottrarre i cittadini dalla disinformazione e dalle vere e proprie minacce delle aziende. Campagna che, secondo una recente disposizione normativa, entro il 31 gennaio 2021 ARERA, GSE, Acquirente Unico ed ENEA dovranno organizzare. Per questo abbiamo chiesto loro di mettere al centro delle iniziative il punto di vista dei consumatori, attraverso un processo condiviso con le associazioni che li rappresentano.Ma, al fianco di una corretta informazione è necessario rendere più concorrenziale e trasparente il mercato, sfoltendo la vera e propria giungla di aziende, oltre 700, che vi operano. Per questo, da anni, chiediamo un albo ufficiale dei venditori, per far sì che sul mercato possano operare solo coloro che rispettano i diritti dei cittadini e dei lavoratori, che sono in possesso di tutti i requisiti necessari sul piano economico e che improntino la loro strategia industriale agli obiettivi dell’agenda 2030.Così come è impostato oggi, invece, il passaggio definitivo al mercato libero si configura solo come un enorme regalo alle maggiori aziende del Paese. Regalo che non abbiamo mai avallato e che abbiamo sempre contrastato in quanto a tutto svantaggio dei cittadini. Ci teniamo a sottolinearlo in risposta ad alcune accuse rivolte genericamente alle “associazioni dei consumatori che regolano i conti con Enel nel retrobottega”. Gli accordi nel retrobottega non fanno parte della nostra cultura, anzi, ben vengano queste polemiche per affermare la necessità di rapporti trasparenti e limpidi tra associazioni dei consumatori e aziende, che vadano al di là di sistemi di certificazione e di sostegno a vario titolo, su cui anche noi chiediamo di fare chiarezza.La data per il passaggio obbligato delle famiglie al mercato libero si avvicina, ma c’è ancora un anno di tempo per intervenire: su questa e su altre questioni, a partire dalla riforma degli oneri di sistema in bolletta attendiamo risposte dal Parlamento, in primis da chi si era impegnato a riparare a tali ingiustizie. Sarà un anno ricco di iniziative e rivendicazioni, per ottenere misure più eque per i cittadini, soprattutto per coloro che si trovano in situazioni di povertà o vulnerabilità energetica e per chi assiste malati che necessitano apparecchiature elettromedicali.

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Con la pandemia a rischio oltre il 10% dei posti di lavoro nelle PMI

Posted by fidest press agency su martedì, 29 dicembre 2020

Quali gli effetti della pandemia sul mondo del lavoro? Uno scenario critico con ricadute occupazionali negative soprattutto sulle piccole e medie imprese, che rischiano di perdere oltre il 10% dei posti di lavoro: una percentuale che sale al 14% se si guarda ai lavoratori autonomi. È il quadro disegnato dal Secondo Rapporto di monitoraggio sulla crisi da Covid-19, elaborato nella prima metà del mese di dicembre, a distanza di due mesi dalla precedente rilevazione, dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro su un campione di oltre 3mila iscritti all’Ordine, che dall’inizio dell’emergenza stanno assistendo PMI e lavoratori nelle loro attività. Per il 69,2% degli intervistati, le piccole e medie imprese torneranno solo nel 2022 ai livelli di fatturato pre-crisi. “Accanto a questi problemi e alle previsioni strutturali, ci sono poi da considerare le difficoltà di gestione delle risorse umane causate dalla pandemia e dal ricorso agli strumenti di integrazione salariale”, ha dichiarato il Presidente della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, Rosario De Luca. “Le criticità legate all’eccezionalità della fase economica e sanitaria, derivanti dal clima di incertezza, dalla difficoltà di programmazione, dalla gestione del lavoro a distanza, dallo stress dei lavoratori, finiscono per affossare le organizzazioni e, assieme ad esse, il clima e la qualità di lavoro”, ha aggiunto.

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“Coronavirus: le PMI italiane riusciranno a ripartire?”

Posted by fidest press agency su domenica, 15 novembre 2020

Per farlo ci serviamo degli ultimi dati di Istat e Cerved – Confindustria, rilevati o pubblicati nel corso degli ultimi mesi. Innanzitutto, secondo Istat, oltre la metà delle imprese (con il 37,8% di occupati) prevede una mancanza di liquidità per far fronte alle spese che si presenteranno fino alla fine del 2020. Il 38% (27,1% di occupati) segnala rischi operativi e di sostenibilità della propria attività e il 42,8% ha richiesto il sostegno per liquidità e credito.Non sorprende che oltre il 70% delle imprese (che rappresentano il 73,7% dell’occupazione) abbia dichiarato una riduzione del fatturato nel bimestre marzo-aprile 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019: nel 41,4% dei casi il fatturato si è più che dimezzato, nel 27,1% si è ridotto tra il 10% e il 50% e nel 3% dei casi meno del 10%; solo nell’8,9% delle imprese il valore del fatturato è invece rimasto stabile. Ma ovviamente questo è un dato parziale, che non fornisce un quadro completo della situazione, ma indica semplicemente gli effetti del lockdown.Il tema vero è che le imprese avevano smesso di crescere già prima del Covid. Questo si evince dal Report regionale PMI 2020, realizzato da Cerved e Confindustria, secondo cui il Covid si innesta in un periodo di debolezza per le PMI che, dal 2018, avevano praticamente interrotto la loro lenta ripresa per riagganciare i valori del 2008. Il Covid-19 avrà un impatto molto forte sui conti delle PMI, con ricadute pesanti sugli indici di redditività. In uno scenario più tranquillo si stima una contrazione del fatturato del 12,8% nel 2020, con un rimbalzo nel 2021 dell’11,2% (per una perdita di 227 miliardi di fatturato nel biennio 2020-21). E se continua la nuova ondata di Covid-19, il calo dei ricavi è stimato a -18,1% per l’anno in corso (+16,5% nel 2021), con minori ricavi che sfioreranno i 300 miliardi di euro.La buona notizia, che Confindustria e Cerved non mancano di sottolineare, è che i fondamentali finanziari delle PMI continuano a rafforzarsi, registrando una forte riduzione del peso dei debiti finanziari in rapporto al capitale netto, sceso nel 2018 al 63% (dal 66% del 2017 e dal 116% del 2007).Crediamo che quello che è successo nel 2020 possa avere l’effetto di una scossa e costringere le imprese a un cambiamento epocale: la pandemia ha dimostrato con i fatti che la digitalizzazione sia ormai una necessità e non è un caso che l’e-commerce sia stato, insieme ai dispositivi medicali, l’unico settore a crescere a doppia cifra, mentre gli altri perdevano altrettanto in termini di vendite. Tutte le imprese lo hanno compreso e stanno aggiungendo il canale digitale alla propria offerta. Ci saranno fallimenti, ci sarà una selezione, ma alla fine le PMI che resteranno sul mercato saranno più forti e promettenti di prima. E il FinTech sarà al loro fianco per supportarle nel cammino. A cura dell’ufficio studi di BorsadelCredito.it

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American Express si concentra sulla trasformazione digitale per le PMI

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 novembre 2020

American Express, società leader di servizi finanziari, Alibaba.com, la più grande piattaforma di e-commerce b2b al mondo, e webidoo, digital company italiana specializzata in servizi web, annunciano la nascita di una nuova offerta a sostegno delle piccole imprese.American Express ha scelto webidoo, un partner globale di Alibaba.com, per offrire un pacchetto di consulenza unico alle pmi, al fine di consigliarle su come sfruttare la piattaforma Alibaba.com con l’obiettivo di far crescere il proprio business. L’offerta è riservata esclusivamente ai titolari di American Express Business e Corporate Card in Italia.Le aziende partecipanti potranno usufruire di una sessione di consulenza individuale gratuita con webidoo, che lavorerà al loro fianco per analizzare le esigenze dei loro Clienti e supportare l’implementazione di strumenti di marketing digitale. La consulenza si concentrerà nel supporto alle pmi nella costruzione di un profilo sulla piattaforma di e-commerce b2b di Alibaba.com, offrendo consigli sulla creazione e gestione di una vetrina su Alibaba.com e su come gestire l’advertising. Questa consulenza a 360 gradi mira ad aiutare i clienti a cogliere le opportunità offerte dalla piattaforma Alibaba.com e a massimizzarne i vantaggi. American Express e webidoo stringono questa collaborazione nella convinzione che la digital transformation sia la chiave del successo per le pmi italiane. L’utilizzo di strumenti web appropriati fa accrescere il business online delle aziende garantendo loro un accesso privilegiato al mercato globale.

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Presentato il nuovo Rapporto Cerved PMI 2020

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 novembre 2020

Sono aziende con una forte solidità patrimoniale quelle che stanno affrontando la pandemia in Italia, nonostante un decennio di crescita lenta non sia riuscito a riportare la redditività ai livelli pre-crisi finanziaria. Purtroppo, ciò non basterà per reggere l’impatto di quest’emergenza sanitaria, che ha implicazioni economiche mai viste prima. Il Rapporto Cerved PMI 2020, presentato oggi, stima che il fatturato delle piccole e medie imprese diminuirà nel 2020 di 11 punti percentuali (fino a 16,3% nel caso di ulteriori lockdown) e la redditività lorda del 19%. Una simulazione condotta da Cerved sul totale delle imprese private, quindi non solo PMI, prevede poi che a fine 2021 vadano persi 1,4 milioni di posti di lavoro e si abbia una riduzione del capitale di 47 miliardi di euro (il 5,3% del valore delle immobilizzazioni) qualora, una volta cessate le attuali misure di sostegno, non ci siano prospettive di rilancio. Con nuove chiusure, i disoccupati salirebbero a 1,9 milioni, e a 68 i miliardi in meno di capitale (7,7%). Finora gli impatti della pandemia sono stati mitigati dai provvedimenti di emergenza, come l’estensione della Cassa Integrazione e gli interventi sulle garanzie pubbliche: nel 2020, dunque, nonostante i forti segnali di difficoltà la maggior parte delle PMI italiane chiuderà l’anno in pareggio o in utile e gli indici di redditività, pur crollando rispetto al 2019, risulteranno in media ancora positivi. Ma quando queste misure avranno fine, gli effetti della crisi potrebbero manifestarsi in maniera assai più rilevante: senza prospettive di rilancio, molti imprenditori potrebbero licenziare o dover chiudere le proprie attività. Sarà quindi decisivo, tra le altre misure di sostegno, il NextGenerationEU, il piano di finanziamenti per la ripresa dell’Europa (750 miliardi di euro, di cui 209 da destinare all’Italia) che ha messo al centro la sostenibilità e la digitalizzazione delle aziende. L’emergenza da Covid19 però ha sparigliato le carte: nel 2020 i ricavi delle PMI caleranno di 11 punti percentuali e la marginalità lorda crollerà di altri 20 punti rispetto ai livelli, già bassi, dell’anno precedente. Gli indici di solidità patrimoniale e finanziaria peggioreranno, ma grazie ai livelli di resilienza accumulati precedentemente, rimarranno (in media) sostenibili, con gli oneri finanziari al 15,5% del Mol e i debiti al 68% del capitale netto. Payline, il database di Cerved che fotografa in tempo reale i pagamenti delle imprese italiane, indica che i mancati pagamenti delle PMI hanno raggiunto il livello massimo durante il lockdown (45%, da una quota del 29% pre-Covid). Nei mesi successivi c’è stato un miglioramento, con una riduzione al 37% in luglio di fatture non saldate, ma un altro lockdown potrebbe arrestare questa ripresa, costando al sistema di PMI altri 5 punti di ricavi (-16,3%, rispetto ai -11% previsti per fine anno nello scenario base) e tredici punti di valore aggiunto (-27% rispetto a -14%). E ora? Cosa accadrà quando Cassa Integrazione, blocco dei licenziamenti e garanzie sui prestiti saranno interrotte e non sostituite da altre eventuali politiche di sostegno straordinarie? Una simulazione condotta su tutte le aziende iscritte al Registro delle Imprese (che occupano 16,7 milioni di addetti) e basata sull’impianto del Covid-assessment indica che potrebbero andare persi 1,4 milioni di posti di lavoro (l’8,3% degli occupati a fine 2019) tra uscita dal mercato delle società più fragili e ridimensionamento dovuto al ridotto giro d’affari. La cifra salirebbe a 1,9 milioni (-11,7%) nel caso di nuovi lockdown. Il tasso di occupazione si ridurrebbe dal 44,9% al 42,5% nello scenario base, scendendo fino 41,4% qualora si verificassero nuove chiusure. Gli effetti sarebbero particolarmente consistenti per le piccole imprese e per quelle che operano nel sistema moda, nella siderurgia, nella logistica e trasporti e in alcuni servizi alle persone. Nei dieci settori più colpiti – in particolare agenzie di viaggio, strutture ricettive, ristoranti, che potrebbero dover ridurre di un terzo o più il loro personale – si concentrerebbe circa la metà della perdita occupazionale. Solo nella ristorazione si potrebbero avere 432 mila posti di lavoro in meno; nuovi lockdown farebbero aumentare questa stima a 667 mila. Dal punto di vista territoriale, gli effetti maggiori si avrebbero nel Mezzogiorno: -9,4% di occupati nel settore privato, -13% nello scenario più severo. In termini di tassi di occupazione, il divario Nord-Sud non si allargherebbe ulteriormente solo grazie al maggior peso della Pubblica Amministrazione tra gli occupati del Mezzogiorno. Stessa analisi per quanto riguarda gli score economico-finanziari: le PMI con un bilancio rischioso sono passate da 37.000 nel 2007 a 17.000 nel 2019, praticamente dimezzandosi in tutti i settori economici, compresi quelli in cui la crisi è stata più intensa e persistente come le costruzioni; quelle con un bilancio più solido invece sono cresciute da 60.000 a 93.000. La natura asimmetrica della crisi: il 12% delle PMI perderà più di un quarto dei propri ricavi. La seconda ondata di contagi a cui stiamo purtroppo assistendo sta di nuovo portando alla ribalta la possibilità di nuovi lockdown per evitare di mettere sotto pressione il sistema sanitario, come già accaduto a marzo. La possibilità di stimare, grazie al Cerved Covid-Assessment, la probabilità di default e le previsioni dei ricavi di ogni società italiana consente di formulare previsioni granulari sul numero di addetti che perderanno la propria occupazione per l’uscita dal mercato dell’impresa e sul numero di quelli che potrebbero essere licenziati. A livello territoriale, si stima che il calo dell’occupazione riguarderà in maniera più pronunciata il Sud e l’Italia Centrale. Nel Centro le simulazioni indicano una perdita potenziale di 299.919 lavoratori nello scenario base e di 423.115 in quello più severo (-9% e -12,6%). Le Marche risultano la regione più colpita (-9,5% e -13,2%), seguita da Toscana (-9,3% e -13,2%), Umbria (-9,1% e -13%) e Lazio (-8,5% e -12%). In termini assoluti, nel Nord-Est si perderebbero 323.410 posti (-8% degli occupati del 2019), nello scenario pessimistico il numero salirebbe a 449.734 (-11,1%). In Veneto si stimano impatti in linea con la media nazionale, con una perdita rispettivamente dell’8,2% della base dei lavoratori (11,3%). Viceversa, gli effetti sarebbero più contenuti, in Emilia Romagna (-8,1% e -11,4%), in Trentino Alto Adige (-7,9% e -10,6%) e Friuli Venezia Giulia (-6,4% e -9,5%). L’area che rischia la più alta perdita di posti di lavoro in senso assoluto rispetto al 2019 è però il Nord-Ovest – 388.270 secondo lo scenario base, 560.118 nell’altro – ma in termini relativi il calo sarebbe più contenuto, tra il -7,4% e il -10,7%. Questo risultato dipende dalla tenuta della Lombardia, che perderebbe tra il 7,1% e il 10,3% degli occupati in base ai due scenari. Più intensi gli effetti in Valle d’Aosta (tra -11,2% e -15,8%) e Liguria (-9% e -13%). Il Piemonte è atteso al di sotto delle stime nazionali (-7,6% e -10,8%). Oltre la metà dell’occupazione andrà persa nei 10 comparti più colpiti, viceversa in quelli anticiclici l’incremento risulterà molto contenuto. Infatti, i settori che riducono maggiormente l’occupazione lo fanno in maniera sostanziale, mentre quelli che la espandono registrano incrementi modesti. Tra i macro-comparti, gli impatti maggiori sono attesi nelle costruzioni, che nel corso del 2021 potrebbero ridurre il numero di addetti dell’11,7% rispetto ai valori del 2019 (-202.574 unità), e addirittura del 15,6% (-269.709) nello scenario peggiore, mentre sull’agricoltura gli effetti saranno marginali (tra -2% e -2,6%). Complessivamente, potrebbero perdere il lavoro 314.180 persone nell’industria (il 9,9% degli addetti del 2019), cifra che salirebbe a 420.468 nello scenario più severo (-13,3%). Le conseguenze più pesanti sono attese nel sistema moda (da -14,7% a -20,5%), nella siderurgia (-12,8% e -17,8%), nel sistema casa (-12,3% e -17,2%), nei mezzi di trasporto (-11,2% e -13,6%); più ridotte sull’industria dei beni di consumo (-3,6% e -4,8%) e sulla chimica e farmaceutica (-2,1% e -2,9%). Nei servizi si stima un calo di 834.166 occupati secondo lo scenario base e di 1,2 milioni nel caso di una crisi più prolungata, che corrispondono al 7,9% e all’11,5% della forza lavoro impiegata a fine 2019. Anche nel terziario, gli impatti sono fortemente differenziati: si prevede un calo molto forte nella filiera della logistica e dei trasporti (tra -16,3% e -22,1%) e molto più ridotto per i servizi alle famiglie e alle imprese (-6,2% e -10,5%). Anche i servizi legati al turismo risultano tra i più colpiti e potrebbero perdere fino al 30-40% dei livelli di occupazione del 2019. In particolare le agenzie di viaggio potrebbero lasciare a casa tra le 29.000 (-33,9%) e le 37.000 persone (-43,0%). In termini assoluti, le perdite saranno invece molto elevate nella ristorazione (tra 432 e 667 mila posti di lavoro in meno) e negli alberghi (tra 115 e 152 mila). I cinque settori più in crescita per fatturato tra il 2020 e il 2019 occupano complessivamente 667 mila addetti, principalmente impiegati nella distribuzione alimentare moderna, dove l’aumento dei posti di lavoro è stimato tra 11 e 13 mila unità (+1,4% e +1,6%). Il commercio on-line dovrebbe assicurare la crescita relativamente maggiore dell’occupazione (tra +5,2% e +6,4%), ma in termini assoluti si tratta di appena 3.000 unità. In leggero aumento anche l’occupazione nelle specialità farmaceutiche, circa 1.000 addetti in più. (in sintesi)

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Internazionalizzare le PMI italiane: ecco dove vendere online

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 agosto 2020

Dopo il lockdown, con la graduale ripresa delle attività, le aziende italiane necessitano di rivedere i propri modelli di business. La digitalizzazione dei canali di vendita è una delle strategie che i retailer considerano più soddisfacente¹ e, secondo BrandOn Group, marketplace expert, le PMI italiane possono crescere attraverso le vendite online internazionali. È questo il focus dell’intervento di Paola Marzario, founder e Presidente di BrandOn Group, durante la presentazione del XXXIV Rapporto ICE e dell’Annuario 2020 Istat-ICE di questa mattina.Nonostante l’export online abbia raggiunto il valore di 11,8 miliardi di euro nel 2019, in aumento del 15% rispetto all’anno precedente, interessa ancora una piccola parte delle imprese italiane: solo il 40% usa anche canali eCommerce per vendere all’estero, mentre oltre metà (51%) solo quelli tradizionali e il 9% non esporta affatto. Dal fashion all’elettronica, all’oggettistica per la casa ai libri: BrandOn Group presenta la mappa dei principali marketplace internazionali, generalisti e di settore, suddivisi per Paese per aiutare le aziende italiane a orientare la propria strategia di vendita online in Italia e all’estero.
“La crescente accessibilità ai mercati internazionali che ICE sta agevolando per promuovere il Made in Italy grazie a importanti accordi con i marketplace internazionali è senza dubbio un vantaggio che le imprese devono poter sfruttare al meglio.” Commenta Paola Marzario, Presidente di BrandOn Group, che continua: “È altresì fondamentale che le istituzioni sviluppino programmi di formazione con l’obiettivo di riuscire ad abbassare il tasso di abbandono delle piattaforme digitali a un anno di distanza dalla loro adozione. Prima di tutto, infatti, un’azienda deve approcciarsi al mondo dei marketplace con una prospettiva di lungo periodo, investendo tempo e risorse economiche nell’adozione di soluzioni tecnologiche, nella soluzione di problematiche logistico-operative e nella formazione del personale.”

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“Il rating: uno strumento vitale per le Pmi tra credit crunch e lockdown”

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 luglio 2020

A cura di Valentino Pediroda, AD di modefinance, società FinTech specializzata in soluzioni di Intelligenza Artificiale per la valutazione e la gestione del rischio di credito. Tra le dinamiche che il Covid ha contribuito ad accelerare ce n’è una che fa tremare le imprese: ed è il credit crunch. I numeri sono noti: le piccole imprese, secondo Confesercenti, hanno perso 45 miliardi in 12 mesi pre-Covid – tanto per citare la categoria più bistrattata in questo ambito – tanto che la stessa Confesercenti, a settembre, definiva “una chimera” l’accesso al credito delle Pmi. Quanto è successo nel 2020 con il lockdown non farà che esacerbare la situazione. Anche perché per effetto delle regole di Basilea da anni è stato imposto alle banche di assegnare alle imprese più piccole un indice di rischiosità aggiuntiva anche a parità di tutte le altre condizioni (lo spiega bene questo documento di Bankitalia). Così nel tempo le banche hanno stretto i cordoni per preservare la qualità della propria patrimonializzazione.Tuttavia, le imprese hanno diverse frecce al proprio arco per rendersi più appetibili agli occhi di banche o altri soggetti eroganti finanziamenti. Una di queste, probabilmente la principale, è il rating. Dotarsene, con un atteggiamento proattivo, può essere un primo passo per l’accesso a fonti di finanziamento anche alternative al credito bancario, come i minibond.Intanto, un’analisi condotta a inizio 2020 da modefinance, società FinTech specializzata in soluzioni di Intelligenza Artificiale per la valutazione e la gestione del rischio di credito, su un campione di 187mila aziende con fatturato tra i 2 e i 50 milioni di euro, mostrava una fotografia piuttosto positiva in termini di merito di credito per queste Pmi. Il 65% di esse si colloca nella fascia di rating intermedio identificata da BBB a B: ovvero presenta una situazione economico-finanziaria equilibrata, pur se con margini compressi.È vero anche che si tratta della stessa categoria in cui, secondo i risultati di un successivo stress test condotto con il modello previsionale For-ST (Forecasting-StressTest) di modefinance, esiste il maggior rischio default ingenerato dalla crisi da Covid. Per la classe B la situazione è la più critica: con fatturati in calo del 20%, la probabilità di default si moltiplica, passando dallo 0,98% al 3,29% e diventando di gran lunga superiore a quella della tripla C al 2,38%.Il rating è la misura del merito creditizio di un’impresa , un parametro che consente di valutare le capacità di un soggetto di ripagare i debiti contratti. Il processo che porta all’emissione del rating si compone di tre fasi. La prima è l’analisi dei dati quantitativi che si concretizza nel calcolo del credit score, un punteggio di affidabilità creditizia calcolato sulla base dei dati di bilancio, inteso a valutare l’equilibrio economico-finanziario dell’impresa. Segue poi l’analisi andamentale, che valuta i rapporti intrattenuti dall’impresa con il sistema bancario, attraverso la lettura dei dati forniti dalla Centrale Rischi della Banca d’Italia e dai sistemi di informazione creditizia (SIC), e l’analisi degli aspetti qualitativi che possono influenzare l’andamento della società (capacità gestionali dell’impresa, situazioni politiche avverse, eventi imprevisti, ecc.). Di questi step, quello che maggiormente contribuisce alla definizione del rating finale è il risultato dell’analisi qualitativa sugli ultimi dati di bilancio.
Nel 2020, l’analisi qualitativa viene effettuata sui bilanci 2019 perciò prima che il diffondersi dell’epidemia di Coronavirus in Italia imponesse la chiusura delle attività. Certo, gli effetti della crisi potranno essere visibili dall’analisi della storia creditizia dell’azienda che, indagando le ultime segnalazioni inviate alla Centrale Rischi, fornisce un’informativa più aggiornata sulla salute dell’impresa. Ma il risultato dell’analisi qualitativa e andamentale potrà influire solo limitatamente sul rating finale assegnato all’impresa.Inoltre, le banche non sono le sole a erogare credito alle imprese. Molte iniziative vengono dalla finanza alternativa, un insieme di canali in grado di portare liquidità alle imprese in brevissimo tempo. Come l’emissione di minibond, attraverso cui le PMI possono raccogliere fino a 500 milioni di euro dagli investitori qualificati. Negli ultimi mesi, la Consob ha esteso la platea di piattaforme di crowdfunding autorizzate a collocare minibond e la conversione in legge del Decreto Liquidità ha esteso alle imprese emittenti prestiti obbligazionari la possibilità di ottenere la copertura della garanzia SACE. A patto che la società emittente abbia ottenuto una valutazione investment grade da parte di una Agenzia di Rating.I vantaggi dei minibond per le imprese sono diversi: è un canale che consente di diversificare le fonti di finanziamento e di ridurre la dipendenza dal credito bancario; ma anche e soprattutto avvicina le aziende al mondo finanziario in vista di eventuali future quotazioni (IPO), costituendosi come un primo passo per una maggiore e più sofisticata apertura del capitale. Il database del sesto Report italiano sui minibond del Politecnico di Milano conta 801 emissioni di minibond effettuate dalle imprese del campione a partire da novembre 2012. Il valore nominale totale dei minibond supera 5,5 miliardi di euro mentre la raccolta netta, dedotto il capitale già rimborsato nel corso del tempo, è pari a circa 4,75 miliardi. Il 2019 ha contribuito con 1,18 miliardi di euro arrivati da 207 emissioni: altro record storico (+21,1% la raccolta, +24,7% le emissioni rispetto al 2018). Tuttavia, il valore medio delle emissioni è al minimo tendenziale storico (4,68 milioni nel secondo semestre 2019).Nel campione totale, il 63% delle emissioni è sotto la soglia di 5 milioni e nel 2019 la percentuale sale quasi al 68%: il che indica che lo strumento inizia a essere apprezzato proprio da quelle piccole imprese più vessate dal credit crunch.L’accesso a finanziamenti a medio-lungo termine incrementa la liquidità, migliorando in generale l’equilibrio economico-finanziario dell’azienda. Ciò può portare a sua volta a una valutazione più alta dell’affidabilità creditizia, migliorando le condizioni di accesso al credito bancario. Un circolo virtuoso che si innesca a partire dalla richiesta di rating e che sul rating ha un effetto benefico. (By Diana Ferla)

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Risparmio: strumento di sostegno alle pmi

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 luglio 2020

di Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista. I centri di statistica europei e gli istituti di ricerca economici internazionali affermano che gli effetti negativi del Covid 19 per l’economia italiana sarebbero peggiori rispetto a quelli di molti altri paesi che hanno un livello di sviluppo simile al nostro. Ad esempio, senza una seconda ondata di contagi, per l’Italia l’Ocse stima una perdita di pil dell’11,3%, mentre la media europea dovrebbe essere del 9,1%.Per non rimanere indietro nella corsa alla ripresa produttiva occorrerà mettere in campo tutti gli strumenti nazionali ed europei disponibili, quelli tradizionali e soprattutto quelli nuovi. Per cominciare si dovrà far perno su due punti di forza particolarmente importanti per l’Italia: il risparmio delle famiglie e l’export, sia del made in Italy sia delle componenti tecnologiche e innovative più avanzate. Si ricordi che a fine 2019 la ricchezza immobiliare, monetaria e finanziaria delle famiglie italiane ammontava a circa 9.500 miliardi di euro, cioè più di otto volte il loro reddito imponibile. La propensione al risparmio è sempre stata in leggera crescita nonostante le non poche difficoltà dei settori produttivi. Le attività finanziarie delle famiglie, pari a circa 4.450 miliardi di euro, rappresentano quasi la metà dell’intera ricchezza delle famiglie. Secondo le stime ufficiali, le banche italiane gestiscono 1.134 miliardi di euro di risparmi in forma di titoli. Il risparmio gestito sarebbe di quasi 2.200 miliardi. Il mondo di una certa finanza lo sa benissimo, tanto che si mostra indifferente alle valutazioni negative delle agenzie di rating. Anzi, ci osserva sempre con l’acquolina in bocca. Per capirne la portata, basterebbe paragonare il debito privato delle famiglie italiane con quello delle famiglie dei paesi a economia più avanzata del pianeta. In Italia esso ammonta all’87% del reddito netto disponibile, più basso di quello della Germania che è del 95%. E’ anche molto meno di quello della Francia, pari a 121%. Senza dimenticare i paesi cosiddetti “frugali”: l’Olanda e la Svezia, dove il loro debito privato è del 239% del reddito disponibile, la Danimarca con il 282% e l’Austria con il 90%. Il debito pubblico, quindi, pur essendo un fattore molto rilevante, non può essere l’unico riferimento. Per il futuro, la sfida è nell’identificazione di forme e strumenti innovativi in grado di incanalare almeno parte di tanto risparmio direttamente verso gli investimenti produttivi. In Italia e in Europa i finanziamenti ai settori produttivi passano per due terzi attraverso il sistema bancario e solo per un terzo attraverso il libero mercato di capitali. Negli Usa, invece, questo rapporto è capovolto. Com’è noto, il sistema bancario, purtroppo, oltre ad essere lento ed eccessivamente burocratico, ha operato e opera con il “freno a mano” nella concessione del credito alle imprese. Ciò, in verità, è avvenuto un po’ ovunque. Anche con la grande liquidità messa a disposizione dei sistemi bancari da parte delle banche centrali dopo il 2008. Succede anche adesso, nel momento in cui si ha tanta nuova liquidità per far fronte alle emergenze della pandemia. Nei dodici mesi precedenti l’aprile 2020, le banche italiane, nonostante tutte le crisi, hanno raccolto nuovi depositi e risparmi per ben 95 miliardi di euro, ma hanno ridotto di 10 miliardi i crediti bancari alla clientela. Far fluire capitali dal risparmio privato direttamente all’industria non è impossibile. Basterebbe che lo Stato o la Banca d’Italia e la Bce estendessero al risparmio investito nelle imprese la stessa garanzia che è concessa a quello tenuto sui conti correnti. Attualmente lo Stato da garanzia fino a 100.000 euro. Una tale partecipazione del risparmio garantito al capitale di rischio delle imprese avrebbe l’effetto immediato di ridurre la leva finanziaria, che è causa non secondaria del livello di debito delle imprese. Si tratta di una proposta da tempo in circolazione. I beneficiari dovrebbero essere essenzialmente le pmi, le piccole e medie imprese che notoriamente sono il motore principale della creazione di ricchezza e dell’occupazione nell’economia italiana. Si potrebbero, da subito, favorire quelle pmi che operano nel settore delle esportazioni, che è il secondo pilastro di forza dell’economia. L’export conta circa un terzo del pil nazionale ed è stato una delle vie di uscita dalla crisi del 2008. Negli anni passati ha sempre avuto un tasso positivo con un significativo surplus commerciale. Da sole, però, senza essere accompagnate da una ripresa degli investimenti pubblici e privati, le pmi non sarebbero in grado di imprimere la spinta per una significativa crescita del reddito e dell’occupazione.Si potrebbe iniziare con le imprese di media dimensione che sono oltre 22.000, di cui la metà è già esportatrice di beni e servizi. Si dovrebbe, al contempo, sostenere, con le necessarie competenze organizzative anche nella formulazione di piani aziendali credibili, quelle altre che intendono in futuro muoversi sui mercati internazionali. Ciò potrebbe, senza esagerazioni, favorire la creazione di nuovi capitali per investimenti di almeno 10-20 miliardi di euro. Per lo Stato non comporterebbe nessun esborso né nessuna emissione di nuovo debito. Soltanto la sottoscrizione di una garanzia simile a quella data per i depositi bancari. Non sarebbero necessari nemmeno nuovi istituti o carrozzoni di vario genere. Per i controlli basterebbero le competenze della Banca d’Italia e della Consob. Non è la soluzione dei problemi ma sicuramente un notevole e concreto passo in avanti.

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Agricoltura: Prioritaria la tutela della PMI

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 aprile 2020

Gli anticipi degli aiuti diretti della Pac devono tutelare in primo luogo le piccole e medie imprese agricole che sono il vero motore della nostra agricoltura – dichiara il presidente nazionale Confeuro Andrea Michele Tiso. Con l’emendamento che permette di ricevere i fondi Pac prima del termine previsto, il Governo dimostra di aver preso coscienza che l’emergenza ha colpito duramente il settore primario e che sono necessarie misure straordinarie.Tra i problemi della Pac c’è tuttavia la distribuzione dei fondi, che ha sinora privilegiato le aziende multinazionali perdendo di vista i piccoli e medi agricoltori – prosegue Tiso. Nonostante i 408.31 miliardi stanziati nel settennato che si conclude quest’anno – equivalenti al 38% del bilancio Ue – in Europa continuano a scomparire ogni anno migliaia di piccole imprese agricole. Confeuro chiede da anni un deciso cambiamento di rotta a favore dei piccoli agricoltori, i veri custodi della biodiversità e del territorio che in queste settimane continuano a lavorare la terra per garantire la fornitura di beni alimentari a tutto il Paese. La sfida da affrontare è ora duplice. Da una parte far sì che l’erogazione degli anticipi non sia ostacolata da un eccesso di burocrazia; gli effetti delle di procedure farraginose sarebbero infatti ancora peggiori in un momento di emergenza. Dall’altra occorre mettere al centro della Politica agricola comune europea le piccole e medie imprese, le vere protagoniste della nostra agricoltura e le uniche in grado di far diventare realtà la svolta agroecologica garantendo rispetto dell’ambiente e produzioni di qualità.

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Smart Working, buona la risposta delle PMI italiane

Posted by fidest press agency su sabato, 11 aprile 2020

L’emergenza sanitaria Covid-19 che sta affrontando il nostro paese ha obbligato tutte le aziende italiane a rivedere i propri modelli organizzativi, introducendo lo smart working come unica modalità, laddove possibile, per proseguire con le attività. A distanza di un mese dalle misure di emergenze le PMI stanno vincendo questa sfida? Secondo un recente studio del Reputation Institute, pubblicato negli scorsi giorni sul Sole 24 Ore, le aziende italiane hanno risposto bene alle aspettative che si sono generate in questo momento crisi, dimostrando con i fatti vicinanza e responsabilità nei confronti dei dipendenti e della società in generale: le dimensioni Citizenship (Cittadinanza), Governance (Trasparenza) e Workplace (Benessere dei propri dipendenti) sono aumentate rispettivamente di 1,9, 2,7 e 3 punti. Le PMI italiane hanno, nel complesso, attivato prontamente misure di protezione a supporto della comunità e dei loro dipendenti, dimostrando così di avere una capacità di garantire la continuità lavorativa attraverso lo smart working.”L’impatto è stato molto forte” dichiara Maurizio Guidi, Sales & Marketing Manager di Datalog Italia, società specializzata in software professionali “all’inizio le aziende e gli studi hanno vissuto momenti di panico e di difficoltà. Tuttavia, passata la fase iniziale, hanno dimostrato capacità di attuare un veloce adattamento tecnologico”.Lo smart working si è reso necessario per tutte quelle attività non legate alle prime necessità e che si possono svolgere senza alcuna difficoltà da casa: in seguito all’emergenza sanitaria, il Governo è intervenuto più volte nella regolamentazione dello smart working, imponendo il lavoro agile come forma lavorativa primaria (con il Dpcm dell’11 marzo 2019) rispetto a quello in azienda.Quando si parla di tecnologie per lo smart working si fa riferimento sia alle piattaforme software sia ai device utilizzati. Per ottimizzare questi nuovi processi operativi è necessario integrare più strumenti, di modo che coprano aree funzionali diverse: un aspetto non semplice per chi è stato abituato, per anni, a processi tradizionali offline.”In questo processo repentino, ognuno di noi ha giocato, e continua a giocare, un ruolo chiave nella comunità: tutti possiamo offrire un contributo per superare la crisi” continua Guidi “per questo abbiamo cercato di supportare i nostri clienti in questo passaggio, offrendo sostegno pratico, morale e aiutando chi era in difficoltà a trovare le soluzioni organizzative e tecnologiche da attuare velocemente. Inoltre, abbiamo redatto una mini-guida allo smart-working, disponibile sul nostro sito, su quelli che sono i software e gli strumenti digitali gratuiti che supportano il lavoro agile”. “Esistono ormai numerosi strumenti tecnologici che facilitano il lavoro agile, connettendo persone remote, agevolando la condivisione e lo svolgimento dei processi lavorativi, aiutando a distribuire e condividere documenti e informazioni in modo immediato, facile e sicuro. Orientarsi fra questi non è facile per questo, sulla nostra guida abbiamo descritto e raggruppato le tecnologie per funzione-obiettivo e indicato, per ognuna, alcune delle soluzioni software migliori” conclude Guidi.Come usciranno le nostre imprese da questo periodo di crisi quindi?La risposta l’avremo solo tra qualche mese, nel frattempo c’è bisogno di sostenerci tutti e di guardare al futuro con forza e speranza.

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Misure choc per salvare le Pmi e con esse l’economia italiana

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 marzo 2020

È questa la ricetta che Consulenti del Lavoro e Commercialisti propongono al Governo per sostenere aziende e lavoratori in un momento di grandissima difficoltà economica e sociale conseguente al forte rallentamento, prima, e allo stop della maggior parte delle attività produttive, dopo, per contenere il contagio da Coronavirus. “Il protrarsi e l’ampliamento della emergenza sanitaria”, dichiarano congiuntamente Marina Calderone e Massimo Miani, rispettivamente presidenti del Consiglio nazionale dell’ordine dei
Consulenti del Lavoro e del Consiglio nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili, “hanno messo in ginocchio il tessuto economico del Paese e con esso lavoratori dipendenti e professionisti. I Consigli Nazionali dei Commercialisti e dei Consulenti del Lavoro propongono la sospensione fino al 30 giugno 2020 dei termini di versamento, con rateazione dei
versamenti sospesi a partire da settembre 2020, relativamente a:
– tributi, ritenute, contributi e premi assicurativi, sia correnti che rateizzati, nonché al diritto annuale alle CCIAA;
– somme dovute, anche in forma rateale, derivanti da avvisi bonari, accertamento con adesione, mediazione tributaria, conciliazione giudiziale, acquiescenza e definizione agevolata delle sanzioni;
– entrate tributarie e non tributarie, anche degli enti locali, derivanti da cartelle di pagamento o ingiunzioni o avvisi di accertamento esecutivi, nonché relativi alla rottamazione dei ruoli e al saldo e stralcio.
Propongono inoltre le seguenti misure:
– ripristino della possibilità di compensazione dei crediti per imposte dirette maturati nel 2019 anche prima della presentazione della relativa dichiarazione;
– eliminazione della proroga di due anni dei termini di accertamento e riscossione relativi ai periodi d’imposta in scadenza nel 2020;
– sospensione fino al 30 giugno 2020 dei termini procedimentali e processuali tributari;
– sospensione fino al 30 giugno 2020 delle procedure concorsuali, cautelari ed esecutive in corso;
– estensione ai professionisti iscritti in albi di tutte le misure di sostegno fiscale, per il lavoro e per la liquidità previste dal decreto-legge n. 18/2020 (come, a titolo esemplificativo, il credito d’imposta per gli studi professionali condotti in locazione,
le indennità di sostegno al reddito, le moratorie sui mutui, ecc.). In materia di lavoro, Consulenti del Lavoro e Commercialisti ritengono inoltre essenziali le seguenti misure:
– Ammortizzatore Sociale Unico con codice unico “Covid-19” da destinare adeguatamente al numero degli aventi diritto, senza creare ingestibili graduatorie con relative esclusioni;
– destinazione dell’A.S.U. a tutti i datori di lavoro a prescindere dall’ambito di applicazione a cui sono soggetti in merito agli ammortizzatori sociali;
– semplificazione delle procedure di richiesta dell’A.S.U. con la previsione di una mera informativa sindacale, per dare cosi rapidità all’iter procedurale delle stesse;
– pagamento mensile diretto da parte dell’INPS delle somme calcolate per ogni lavoratore con bonifico bancario; per il mese di marzo pagamento di un acconto di 1000 euro generalizzato per tutti i lavoratori ricompresi in tutte le istanze presentate, con saldo al mese successivo;
– eliminazione di ogni vincolo legato all’iscrizione a Enti o Fondi, preclusivo dell’accesso al sistema di integrazione salariale;
– rinvio al 30 settembre 2020 del termine per la presentazione delle Certificazioni Uniche e Uniemens.
Soltanto interventi coraggiosi di questo tipo potranno servire a famiglie, imprese e professionisti per far fronte alla gravissima crisi finanziaria ed economica provocata dall’emergenza sanitaria in atto. Siamo certi che il Governo, in momenti difficili come questo, farà il possibile, e anche più, per non lasciarli soli.

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“Importante intervento per enti microcredito e PMI”

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 marzo 2020

Nel Decreto Legge “Cura Italia”, pubblicato ieri in Gazzetta Ufficiale, sono state inserite importantissime norme che intervengo in materia sanitaria e poi, a tutela del lavoro, dell’impresa e che favoriscono l’accesso al credito delle PMI. Tra queste, l’articolo 49 prevede la garanzia gratuita per quelle PMI che accedono, per l’80%, al Fondo di Garanzia. Lo stesso vale anche per gli enti di microcredito (che siano PMI) affinché gli stessi possano acquisire, dal sistema bancario, la provvista necessaria per finanziare le PMI con operazioni di microcredito (a loro volta garantibili dal Fondo all’80% e senza valutazione). Con questa operazione di finanza etica si eleva a 40.000 euro l’importo massimo delle operazioni di microcredito e si facilita l’accesso al credito alle imprese in difficoltà. È un tema su cui stavamo lavorando nei mesi scorsi e che ha, giustamente, trovato spazio all’interno di questo provvedimento. Mentre con l’aumento del plafond del Fondo di Garanzia alle PMI (un miliardo e mezzo di euro) riusciremo, con operazioni di microcredito, a generare un effetto leva e soddisfare una platea molto più grande di Piccole e Medie Imprese che avranno bisogno di accedere al credito. Questa operazione, complessivamente, consentirebbe sostanzialmente di ammettere 70 miliardi di nuovi finanziamenti”.Lo ha scritto su Facebook il Sottosegretario di Stato al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Sen. Steni Di Piazza.

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Sostenibilità: Profili giuridici, economici e manageriali delle PMI italiane”

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 marzo 2020

A cura della Professoressa F. Massa, raccoglie i risultati di un recente studio interdisciplinare svolto da un gruppo di ricerca del Dipartimento di Management e Diritto dell’Università degli Studi di Roma “Vergata”.Si tratta di uno studio particolarmente importante nella comprensione delle PMI e del loro ruolo sociale in termini ambientali e sociali, considerando la scarsità di contributi scientifici relativi alle applicazioni del “green marketing” da parte di questi attori e la poca conoscenza delle pratiche anche tra manager e policy maker. La ricerca ha analizzato un campione di 46 aziende italiane, 39 aderenti alla Global Reporting Initiative e 7 alla UNIC, utilizzando un questionario per indagare la cosiddetta “sostenibilità olistica”: la quota del fatturato che ognuna di esse investe “sostenibilità” e le loro azioni di “green marketing”. Le imprese sono poi state divise in 4 cluster sulla base delle risposte fornite. Parallelamente, i ricercatori hanno redatto delle linee guida per implementare il management di ogni gruppo di imprese individuato.
Il concetto di “sostenibilità” ha subito una evoluzione nel corso degli ultimi anni. È ben noto il ruolo che le scelte green delle aziende giocano nei comportamenti di acquisto di consumatori che sempre di più premiano attenzioni verso la salvaguardia ambientale legata ai processi di produzione. Oggi la “sostenibilità” arriva a coinvolgere non soltanto l’impatto sull’ambiente naturale delle imprese, ma anche come esse impattino le vite dei cittadini. Condizioni di lavoro, diritti umani, salute, ambiente, innovazione, istruzione, formazione e previdenza sociale sono tutti ambiti dove le PMI giocano un ruolo importante per le comunità; le stesse PMI risultano fondamentali nel raggiungimento dei 17 obiettivi della sostenibilità definiti dall’ONU per l’Agenda 2030.
È in questo quadro che i ricercatori analizzano lo stato del “Green Marketing” delle PMI Italiane: un insieme di strategie per la produzione, distribuzione e promozione di prodotti con particolare attenzione alle ricadute di questi processi a livello ecologico e sociale. Questo è spesso affiancato da un cambiamento nel management, per favorire queste strategie ed assumere un’immagine “green” in breve tempo. Tale svolta può anche essere solamente un’operazione di facciata denominata “green washing”, con minime ricadute sull’ambiente naturale e collettivo dove l’impresa si trova ad operare.Le 46 imprese del campione sono state suddivise secondo il loro grado di investimento in azioni di “green marketing” e alla loro implementazione: attenzione ai materiali utilizzati e al loro riciclo; definizione di prezzi per incentivare azioni ambientali, o scoraggiare l’acquisto di prodotti più inquinanti; collaborazione e cooperazione con gli stakeholder; comunicazione del proprio orientamento ambientale; implementazione di tattiche e strategie di green marketing.

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Coronavirus: Nessuna misura a sostegno delle partite iva e delle Pmi in crisi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 26 febbraio 2020

Roma. “Abbiamo già espresso più volte il nostro disappunto in merito alla mancanza di attenzione da parte del Governo al mondo dei professionisti, del lavoro autonomo e delle PMI. I dati ISTAT e i problemi generati dal coronavirus in questi giorni certificano la crisi in cui versa il comparto rappresentato, in gran parte, dalla nostra Confederazione come pure la necessità di risposte immediate”. Lo ha dichiarato in una nota Federica DE PASQUALE, Vice Presidente di CONFASSOCIAZIONI.“E’ sconfortante apprendere dall’istituto di statistica – ha proseguito Federica DE PASQUALE – che a dicembre 2019 i lavoratori autonomi nel nostro Paese sono solo 5 milioni e 255 mila: mai così pochi dal 1977, un calo su base mensile di circa 16 mila unità. Questo drammatico dato diventa allarmante alla luce di una riduzione pari al 40% del numero di lavoratori con una partita IVA attiva che, negli ultimi tre anni, è passato da poco più di 8 milioni a circa 5 milioni. Senza dimenticare che il reddito medio annuo di un lavoratore con partita IVA è diminuito di circa 7 mila euro su per giù in 10 anni. Non è un caso che molti di questi lavoratori hanno subito un danno dalle politiche degli ultimi 6 anni di governo del Paese, soprattutto se parliamo di professionisti che lavorano con la PA, che subiscono costantemente i danni dello “strategico” ritardo dei pagamenti. Altro che “ricche partite IVA!”.“Un quadro desolante dove, nell’ultimo trimestre del 2019, il PIL è sceso dello 0,3% e dove registriamo un processo a ritroso che sta facendo venir meno anche quelle poche tutele che eravamo riusciti ad ottenere con la legge 81/2017 (c.d. Statuto del Lavoro Autonomo). Sono scadute – ha continuato la Vice Presidente di CONFASSOCIAZIONI – deleghe importanti che vedevano finalmente processi di equiparazione tra uomini e donne e tra professionisti e dipendenti. Occorre agire immediatamente con un piano ben strutturato su più fronti: previdenza, accesso ai servizi, agevolazioni fiscali e riforma dell’IRPEF e dell’IRES che non veda penalizzate le PMI e il mondo dei professionisti. Infine, occorre implementare tutti quei processi che possono facilitare l’utilizzo delle procedure digitali, abbattendo così la burocrazia con cui i professionisti sono costretti a convivere tutti i giorni.“ “Parlare in questi tempi di pari opportunità in ambito lavorativo non è più solo una questione di genere, ma occorre inquadrare il concetto – conclude Federica DE PASQUALE – in una logica di pari accesso al mondo del lavoro e delle tutele da parte dei lavoratori dipendenti come dei lavoratori autonomi e delle micro PMI, oggi i più danneggiati dai provvedimenti del Governo”.

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Credimi e Openjobmetis insieme per il futuro delle PMI

Posted by fidest press agency su martedì, 18 febbraio 2020

Credimi, il leader europeo del finanziamento digitale alle imprese, lancia Credimi Capitale Umano, una convenzione volta a supportare la crescita delle PMI e dell’occupazione in Italia. L’iniziativa permetterà alle maggiori aziende clienti di Openjobmetis – unica agenzia per il lavoro quotata al mercato azionario (segmento Star) di Borsa Italiana e tra i principali attori del mercato del lavoro da 19 anni – di accedere ad un canale dedicato per la richiesta a Credimi di un finanziamento (naturalmente soggetto ad approvazione di Credimi) della durata di 5 anni, con tempi di erogazione rapidi (soli tre giorni), senza garanzie e senza vincoli all’utilizzo, con un’esperienza completamente digitale e perfettamente tagliata sulle esigenze delle piccole e medie imprese italiane.Questa collaborazione si inserisce nella linea d’azione di Credimi, volta ad implementare sempre maggiori soluzioni a supporto del tessuto imprenditoriale italiano, in un contesto in cui le PMI per crescere ed essere competitive hanno sempre più la necessità di assumere i migliori talenti, ma spesso faticano a trovare le finanze per farlo. Si pensi che secondo una recente ricerca della CGIA di Mestre, nel periodo 2011-2018 il credito alle imprese si è contratto di ben 252 miliardi di euro, di cui 200 miliardi per le imprese con più di 20 addetti (un taglio del 27%) e oltre 50 miliardi per quelle con meno di 20 addetti (30%).Attraverso questo progetto, Credimi valuterà ed eventualmente erogherà finanziamenti alle aziende, che si dimostreranno interessate ad accelerare la crescita della propria impresa attraverso un investimento nella risorsa più importante, il Capitale Umano.“Crediamo che per crescere ed affermarsi sul mercato, ogni impresa abbia bisogno del giusto team” afferma Ignazio Rocco, CEO e fondatore di Credimi. “Ma attrarre talenti non è sempre facile: servono, tra le altre cose, le risorse adatte. Ecco perché insieme ad Openjobmetis abbiamo voluto creare la convenzione Credimi Capitale Umano: per dare alle PMI italiane la possibilità di investire e attrarre migliori talenti, e insieme a questi sviluppare il proprio business e le proprie potenzialità.” E aggiunge: “Il capitale umano per noi è la chiave di volta del successo di ogni azienda. Anche Credimi nasce da questa certezza: per noi la ricerca delle competenze migliori è stato il primo e più importante passo nella costituzione della società. Oggi siamo una squadra che conta più di 40 risorse specializzate nelle tecnologie digitali e finanziarie, in gran parte tra i 28 e i 35 anni, tutti azionisti dell’azienda. Crediamo che ogni società debba poter avere questa opportunità.” “Siamo orgogliosi di aver stipulato la convenzione Credimi Capitale Umano, un progetto all’avanguardia che potrà dare un supporto concreto alle PMI Italiane, vero motore di questo Paese” commenta Rosario Rasizza, CEO di Openjobmetis. “Una collaborazione che ritengo strategica e che vede due realtà leader di settore, che operano come abilitatori della crescita, lavorare fianco a fianco. Finanza e risorse umane sono infatti asset fondamentali per supportare la crescita delle aziende per facilitarne la competitività, in particolar modo in questa fase storica di contrazione del credito bancario”.

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Reti Transnazionali tra Industrie e PMI

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 gennaio 2020

Bruxelles. 31 marzo / 1 Aprile 2020. L’utilizzo di Tecnologie avanzate nei nuovi sistemi di Sicurezza e Difesa sta conoscendo una fase di rapido sviluppo. Applicazioni legate ai Big Data, all’Intelligenza Artificiale, alla Cybersecurity, alla Rilevazione Satellitare, sono ormai alla base di ogni strategia militare e di intelligence.Diversi Programmi Europei finanziano queste applicazioni in ambito civile e militare, integrando i fondi a disposizione dei singoli Stati. Ai Programmi internazionali si aggiungono le richieste di Tecnologie per la Difesa, provenienti dalla Nato, dall’Occar e dall’ European Defence Agency, attraverso specifiche procedure di Procurement.Su questi temi GreenHillAdvisory promuove un Workshop a Bruxelles, in collaborazione con la Commissione Europea, dedicato alle Aziende Italiane di hightech interessate ad entrare in questo mercato estremamente competitivo.Un’occasione per conoscere i Programmi Europei di finanziamento e le fasi di Procurement in ambito Sicurezza e Difesa. Un’opportunità di networking nei confronti di tutte le Istituzioni coinvolte nei processi decisionali: Commissione Europea DG Space and Defence / DG Grow, European Defence Agency, European Space Agency, Nato, Occar, Rappresentanze Italiane presso la Ue e la Nato. (fonte: CEO, GreenHillAdvisory http://www.greenhilladvisory.com.

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