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Posts Tagged ‘politica italiana’

Il caso Draghi e la politica italiana

Posted by fidest press agency su sabato, 6 febbraio 2021

Abbiamo dato, in seguito all’incarico affidato dal Presidente Mattarella al prof. Mario Draghi ex governatore della BCE, largo spazio alle opinioni che ci sono pervenute da più parti sia dai settori della politica sia da quelli dell’economia e della finanza, da Enrico Cisnetto e alcuni colleghi ben addentro alle “alchimie” della politica e della finanza internazionale. Lo abbiamo fatto da cronisti che ricevono e rilanciano una notizia “asetticamente” per consentire a chi ci legge di farsi un’idea di quanto accade in Italia. Un dato, comunque è certo: il nostro paese è al cospetto di una crisi di sistema dove la politica ha perso mordente e si è asservita ad altri interessi che non sono e non possono essere quelli della grande maggioranza degli italiani che cercano lavoro, una retribuzione adeguata, un livello d’istruzione al passo con i tempi, una sanità generalista, una giustizia che funziona e quanto altro. Per contro da anni assistiamo al balletto delle promesse mancate che rendono sempre più vago e incerto il nostro futuro, quello dei nostri figli e nipoti a fronte di un proliferare di partiti ad personam che rendono sempre più confuso e instabile il quadro politico. (redazionale)

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La politica italiana delle bolle di sapone

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 settembre 2018

Da tempo gli italiani sono scontenti e insofferenti della politica e di chi l’amministra. Eppure vedevano che le cose non andavano bene ma hanno preferito fare come le tre famose scimmiette: turarsi la bocca, tapparsi le orecchie e coprirsi gli occhi.
Hanno dimenticato, ad esempio, che alla fine della seconda guerra mondiale l’Italia era, di fatto, profondamente divisa. Da una parte vi era il popolo “mafioso” con le sue spinte separatiste (ricordo il bandito Giuliano), dall’altra una burocrazia, dai grand commis ai piccoli funzionari fondamentalmente legati a logiche burocratiche che ingessavano il sistema.
Se vogliamo era una divisione “politica” che si sovrapponeva o si intersecava con certi uomini della finanza e della grande industria che già furono i convinti supporter all’ascesa al potere di Mussolini ritenendolo l’unico capace, con un atto di forza, di tacitare le turbolenze libertarie di una certa sinistra che per sua colpa, per colpa dei suoi integralismi, non seppe proporsi in modo unitario come un’alternativa democratica al governo del Paese.
Ed ecco come ci siamo trovati alla vigilia della grande svolta elettorale del 1948, dove l’elettorato si sentiva ancora “schiacciato” dal peso della “destra fascista” e dai timori di una “sinistra” incapace di portare il paese a una “pacificazione senza grossi traumi” ed entro una logica “capitalistica” che ancora oggi è malamente interpretata rispetto ai valori più propri della tradizione cattolica e laica italiana. In quel clima si collocarono la figura di De Gasperi e dei suoi successori alla guida della D.C. con la loro proposta “centrista” di uno schieramento che potesse fare da calmieratore tra gli opposti interessi.
Ma al tramonto degli anni dell’emergenza venne l’alba della consapevolezza nella quale si sentiva il bisogno di proporre qualcosa di diverso per restituire unità al paese, ed un ordine sociale ed economico più realistico e duraturo, e per ridare fiato alle energie sopite e ai richiami del diverso che provenivano oltre confine.
Per farlo dovevano cadere le “gestioni politiche” e se vogliamo “affaristiche” imperniate su un non ben definito “consociativismo” in quanto si riducevano nel trovare una loro composizione non più in sede politica ma in chiave di spartizione di voti, di tangenti, di concessioni, di assunzioni compiacenti e via dicendo. S’imponeva un cambiamento ma con quali guide politiche? Gli elettori, nell’ultima tornata delle politiche del 4 marzo scorso hanno pensato, questa volta, alla Lega e ai Pentastellati. Hanno visto giusto? E ancora avevano forse una valida alternativa? (Servizio Fidest)

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I protagonisti dell’ultima ora della politica italiana

Posted by fidest press agency su domenica, 3 giugno 2018

Scrive Raniero La Valle: “la ripresa del processo politico italiano con l’avvio del governo derivante dalle elezioni del 4 marzo, ci consente di porre fine all’astinenza che nella Newsletter n. 94 del 29 maggio scorso avevamo adottato per non intervenire dal sito nel momento più duro dello scontro politico. Mi sembra giusto ora riprendere il discorso a partire dall’immagine della “tragedia greca” a cui nell’opinione espressa quel giorno in altra sede avevamo confrontato la crisi politica in atto. Questa immagine serviva a cogliere i moventi profondi e perfino inconsci che avevano spinto i protagonisti della crisi, così come oggi può aiutarci a valutarne gli sviluppi. Non intendo però dare un giudizio politico; molti, anche della nostra più stretta cerchia di amici, sono affranti per la formazione del governo Conte con Savona Salvini e Di Maio, e non voglio contraddirli; dico solo perché non credo che il fallimento sarebbe stata una soluzione migliore. Non lo credo per la ragione per cui abbiamo lottato per tutta la vita, e a volte fatto anche scelte difficili e dolorose, e perfino laceranti nella nostra comunità ecclesiale; e la ragione è che quando la democrazia giunge a un blocco per la quale non può più proseguire, bisogna fare le scelte anche più ardue perché non venga meno il principio potente che è alla base di tutto, che è quello dei numeri, che è il governo dei più, non dei più forti; perché è vero che la democrazia non sta solo nei numeri (perciò ci sono le Costituzioni) ma senza i numeri non c’è affatto democrazia; e la democrazia non sta in natura, è un prodotto della ragione, può finire. E la seconda ragione per cui un fallimento sarebbe stato distruttivo non solo della democrazia ma della stessa politica, è che non si può dare per acquisito che le forme e le regole del capitalismo – anche costituzionalizzato e tradotto in regime come lo è purtroppo nei Trattati europei – non si possono cambiare e addirittura nemmeno discutere.
L’analisi che di questa drammatica esperienza è ora utile e necessario fare, al di là di quelle di partito, è un’analisi di antropologia politica. Perché quello che colpisce è quanto, contro la stessa lezione di Machiavelli, i diversi soggetti abbiano operato in questa vicenda, quasi spinti da un fato, a favore non di se stessi ma dei propri “nemici” e in modo da far accadere precisamente ciò contro cui più strenuamente combattevano; si potrebbe dire, in termini colti, che si è assistito a una gigantesca eterogenesi dei fini.
Per primo è capitato al presidente Mattarella, che giustamente voleva tutelare l’euro, la pace sociale e i risparmi degli italiani. Ma proclamando ufficialmente dalla città sul monte del Quirinale che il diniego a Savona era motivato dal fatto che il suo insediamento all’Economia avrebbe potuto essere visto come tale da “provocare probabilmente o addirittura inevitabilmente la fuoruscita dell’Italia dall’euro”, mentre assicurava che quel governo non ci sarebbe stato, certificava nello stesso tempo che in Italia c’era già in atto, e non solo in ipotesi nel futuro, una maggioranza dell’elettorato e di seggi parlamentari pronti a buttare a mare l’euro e a tornare alla lira. Di qui il panico dei mercati, la febbre delle cancellerie, il salto in alto dello spread, i miliardi bruciati nelle borse di mezzo mondo.
Il secondo a farsi del male è stato Di Maio che precipitandosi nel baratro della richiesta di impeachment dimostrava l’immaturità politica del movimento, distruggeva la credibilità istituzionale acquisita nella sua lunga marcia da forza anti-sistema a ortodosso innovatore del sistema, e lanciava un’inopinata ciambella di salvataggio al suo maggior nemico, il partito democratico, che poteva tornare sulla scena issando lo stendardo del Quirinale e proponendosi come albergo di una santa alleanza a difesa del santo Graal monetario e del reddito di sussistenza degli italiani a rischio di miseria.
Terzo è stato Salvini, che nella sua scaltrezza disinnescava la mina dell’impeachment, ma perdeva il valore aggiunto di chiave di volta di una maggioranza parlamentare e, risucchiato nell’alleanza di destra, rimetteva in corsa il cavaliere che era il suo vero antagonista e che si affrettava a candidarsi lui stesso al governo per salvare la patria.
Quarto Renzi, che perorava l’immediato abbandono della nave ammutinatasi il 4 marzo e voleva nuove elezioni già il 29 luglio, per lucrare il dividendo del disastro e recuperare qualcosa dei consensi perduti, destinati invece in tal modo a perdersi sempre più.
Quinto, Romano Prodi, che a difesa di tutta la politica interna ed estera seguita dall’Italia dal dopoguerra ad oggi (in cui egli stesso ha avuto gran parte dall’IRI all’euro, da Roma a Bruxelles) ha chiesto di fare delle prossime elezioni un referendum sullo stare o fuoruscire dall’euro, ormai identificato con l’Europa, chiamando alla lotta un ampio schieramento di forze politiche e sociali. Il paradosso sta nel fatto che il referendum sull’euro, illegittimo per la Costituzione, è stato finora ragione di veemente accusa contro coloro che lo volevano promuovere; e se ora è il ceto istituzionale stesso che lo vuole indire sotto le mentite spoglie delle elezioni politiche, se lo si perde, come Renzi ha perso il suo, non c’è più Mattarella che tenga e l’euro se ne va in frantumi. Prova questa che la politica, quando è schiacciata sul paradigma del denaro, diventa ciò che del denaro è la massima sfida: un gioco d’azzardo.
Sesto, il coro del circuito mediatico e televisivo che a forza di manipolare l’informazione rischia di non poter informare più. Ne è stato esempio la falsa e devastante notizia diffusa dall’Huffington Post sull’uscita dall’euro e dal debito che sarebbe stata contenuta nella prima bozza del famoso “contratto”, quando invece era un “draft” proposto all’inizio da uno dei partecipanti alla trattativa; con la conseguenza che qualunque altro negoziato futuro dovrà avvenire in segreto senza informazione alcuna, secondo l’antica saggezza del Conclave che stacca ogni comunicazione col mondo e si fa vivo solo con segnali di fumo.
L’unico a uscire indenne da questo generale autolesionismo è stato il povero Conte, dileggiato come il Signor Nessuno, l’Uomo Qualunque o il Cavaliere inesistente, uscito di scena con dignità e poi silenziosamente riapparso “nei pressi di Montecitorio” nel giorno peggiore della crisi, dando occasione alla TV che ne ha colto al volo l’immagine di riaffacciare quell’ipotesi di governo che poi si è realizzata. E altrettanto bene Cottarelli, che ha lasciato il Quirinale affermando che la soluzione di un governo politico era di gran lunga migliore di quella “tecnica” da lui stesso tentata, e ponendo fine alla febbre delle elezioni da rifare.
Questo è stato l’angoscioso scenario della crisi, fino a quando un ravvedimento operoso ha mostrato che a decidere può non essere il fato, o un’altra astrazione idolatrica simile a lui, ma può essere la politica, cioè l’intelligenza e il cuore delle persone. Così Mattarella ha fatto finta di non ricordarsi che Di Maio gli voleva scatenare l’impeachment; Di Maio ha avuto l’umiltà di riconoscere il suo errore e di chiederne scusa; Salvini ha mostrato che il governo davvero lo voleva fare e non, come tutti lo accusavano, di voler approfittare a spese del Paese del vento in poppa elettorale; Savona ha accettato di passare come un ministro senza portafoglio da tenere sotto sorveglianza; di Conte e Cottarelli abbiamo detto.
Ora che il governo c’è, ognuno torni al suo ruolo, di maggioranza o di opposizione, di appoggio o di critica. Per quanto ci riguarda il criterio supremo sul quale giudicarlo è quello della salvaguardia e dell’onore offerti allo straniero, perché “ricordatevi che anche voi siete stati stranieri in Egitto”. E non sta questo alla base della famosa tradizione giudeo.cristiana rivendicata nei comizi giurando sulla Costituzione e sul Vangelo e con il rosario in mano, con la promessa che “gli ultimi diventeranno i primi”? (Raniero La Valle – fonte: Chiesadituttichiesadeipoveri.it)

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La tragedia greca nella politica italiana

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 Maggio 2018

Come nella tragedia greca, dove pur accadono i fatti più terribili, tutti avevano ragione, e una ragione più forte di loro che li spingeva. Aveva ragione in via di principio Mattarella, a rivendicare i poteri di nomina dei ministri datigli dall’art. 92 della Costituzione, e a temere Savona nel governo, spaventato com’era, anche se più del dovuto, per la minaccia della macchina da guerra turbo-capitalista, già giunta all’insulto a un’”Italia pezzente”, rea di uno sgarro verso la moneta sovrana. Aveva ragione il presidente incaricato Conte a insistere per quella nomina, proprio perché egli non era un tecnico messo al governo per fare i compiti imparati alla Bocconi, ma era un politico investito da compiti nuovi da un mandato popolare attraverso le forze politiche che avevano vinto le elezioni. Aveva ragione Salvini a non cedere sul nodo centrale della sua proposta politica volta a rimettere in discussione i rapporti di forza creati dalla moneta unica europea, perché la rinuncia a farlo, senza nemmeno provarci, significava rinuncia alla politica pur di avere il potere, il che sarebbe stato la definitiva catastrofe della politica e il suicidio del suo partito. Aveva ragione Di Maio a tener fede al patto stipulato con Salvini, perché era lo stesso patto o “contratto” appena promesso agli italiani, e stracciarlo, buono o cattivo che fosse, significava distruggere la differenza che aveva fatto grande il Movimento 5 stelle e che ora lo legittimava a governare. E aveva ragione Savona a dire che lui non chiedeva niente, tantomeno di fare il ministro, ma che le idee sono idee, e quelle non si barattano al primo guaito dei cani da guardia.
Insomma era un quadro in cui tutti finivano perdenti; e perdente è stato anche chi l’ha avuta per vinta, il presidente della Repubblica, perché egli può non nominare un ministro ma a Costituzione invariata non può farlo in nome di un’altra linea politica, perché in una democrazia parlamentare la politica la scelgono gli elettori e il Parlamento, e non gli organi di garanzia, che, facendolo, cessano precisamente di garantire; come farebbe la Corte Costituzionale se invece di dichiarare incostituzionali le leggi, si mettesse lei a legiferare per fare le leggi giuste.
Come spesso nelle tragedie greche, l’unico veramente ad avere torto è stato il coro. Bisognerebbe avere l’acutezza di René Girard nell’interpretazione dei miti greci, per descrivere tutta la forza di interdizione, la falsa sapienza e l’orgia dei luoghi comuni messi in campo dal circuito mediatico e informativo per vituperare e sbeffeggiare il governo nascente, quel coro che ventiquattro ore su ventiquattro ha spiegato al “pubblico” che arrivavano i barbari. Questo del coro che si finge oggettivo e neutrale sta diventando uno dei maggiori problemi della democrazia italiana nella formazione del consenso, all’ora in cui non si fa più politica, ma solo la si racconta, e chi ha gli strumenti del racconto, incurante della verità, impone la sua egemonia e porta il Paese dove non vuole andare.
Come nella tragedia greca, anche qui c’è una vittima, e c’è un sacrificio. In questo senso il caso Savona ha un valore cruciale, nello svelare qual è il vero problema.
Che cosa aveva detto Savona? Aveva detto che fatto l’euro, bisognava fare l’Europa, perché non era ammissibile una moneta senza una sovranità, e perciò una politica che la governasse; in democrazia si sa chi è il sovrano, il popolo, e se quello è spodestato, sovrana diventa la stessa moneta. Perciò alla moneta unica doveva seguire l’unità politica dell’Europa, in mancanza della quale le diverse sovranità nazionali sarebbero rimaste in conflitto, come infatti è avvenuto, mentre, in attesa, l’unione corretta tra loro avrebbe dovuto essere, come un tempo, quella di un mercato comune. Questo oggi non è più possibile, per i fatti compiuti. È chiaro che dall’euro non si può uscire, e tantomeno dall’Europa, e Savona ha spiegato che non voleva affatto questo, ma un’Europa più forte e più equa. La sua tesi che spinge all’unità politica si può pertanto discutere, ma certo non era antieuropeista, anzi era più europea; gli euroscettici sono quelli che impazziscono per l’euro, ma lo vogliono indipendente dall’Europa. Tanto poco populista e sovversiva è questa tesi che l’unità politica dell’Europa, perché non fosse anarchica l’unione economica, era stata l’idea dei padri fondatori ed è stata rivendicata in questi anni dai ceti intellettuali e politici più avveduti, e sostenuta dai migliori costituzionalisti e filosofi del diritto, a cominciare da Ferrajoli. Del resto è sempre stato così. La moneta rappresenta un sovrano. Se non fosse stato così Gesù non avrebbe potuto dare la famosa risposta del “date a Cesare”. A Roma, dopo l’imperatore Antonino Caracalla, che la coniò, l’antoniano fu la moneta più diffusa, e ogni imperatore ci metteva la sua faccia. Ma oggi, a quale Cesare si darebbe l’euro, per dare a Dio ciò che è di Dio?
Ed è tanto poco eretica e tanto perfettamente fattibile l’idea che il denaro vada governato, che un dettagliato documento pubblicato in questi giorni dalla Congregazione per la dottrina della fede lo suggerisce e spiega anche come si fa. È intitolato, con la classicità del latino, “Oeconomicae et pecunariae questiones”. È un testo difficile per i non addetti ai lavori, e forse non c’entra col Paradiso; ma sarebbe bene che gli addetti ai lavori lo leggessero, perché dice che se ne può parlare, che il controllo della finanza si può fare, che le ricette ci sono, magari si possono discutere e preferirne altre, ma le “cose pecuniarie” non sono un tabù, non sono l’arca dell’alleanza, non è il dogma trinitario; del denaro, dell’euro, della finanza, del rapporto fra economia e politica si può discutere, le cose sono nelle nostre mani.
La tragedia che è stata rappresentata è che invece la finanza, i mercati, il debito, il rating, il pareggio, il 3 per cento, non si possono neanche nominare, non ci appartengono, sono custoditi nel forziere del tempio, e basta un accenno a voler scostare il velo, a guardare cosa c’è dietro, cosa si nasconde dietro il fumo delle vittime e degli olocausti, ed ecco che scattano come furie le prostitute sacre e le vestali del tempio, e dicono: no, questo governo non si deve fare, questo tipo non deve essere ministro, e come il bene diventa spregevole se lo si chiama buonismo, così il popolo diventa spregevole solo che si abbia l’avvertenza di chiamarlo populismo, così come la sovranità se diventa sovranismo. Non che non ci fossero problemi seri col populismo italiano e con le pulsioni securitarie di Salvini, ma non per questo ci si è stracciate le vesti.
Questa è la vera tragedia, e mentre fioccano le accuse di fascismo, spunta la nuova intimazione del regime, da mettere in tutte le banche e in tutte le cancellerie, e in tutti i Parlamenti dell’Unione: “Qui non si fa politica, si specula”. Ma noi ci possiamo stare? Nei settant’anni della nostra Repubblica, è la seconda volta che un voto popolare viene neutralizzato e che un processo politico, lungamente perseguito, viene intercettato e impedito nel momento in cui l’elettorato lo promuove, dandone mandato alle due forze vincitrici nelle urne. La prima volta lo fu in modo terribile e cruento, e fu il caso Moro, che si consumò non senza input esterni, e anche grazie al fatto che la DC, il PCI e il presidente della Repubblica del tempo, non seppero fare la scelta giusta per rispondere alla sfida. Nulla di paragonabile oggi; i tempi sono cambiati, non c’è nessuna violenza, e nemmeno ci sono segreti che restano nascosti, la DC non c’è più, e non c’è che il PD che avrebbe dovuto ereditare quella lezione e che invece è oggi il maggior responsabile del rischio in cui è finita la Repubblica. Ma anche questa volta la democrazia è in questione, e le conseguenze possono essere devastanti. Dunque è giusto in questo momento di crisi della politica, salvare le istituzioni, a cominciare dalla democrazia rappresentativa e repubblicana. (Raniero La Valle)

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“La stampa finanziaria internazionale è sempre più preoccupata dall’evolversi della situazione politica italiana”

Posted by fidest press agency su martedì, 15 Maggio 2018

Lo è specialmente dopo aver capito che la possibilità di avere un governo a guida “populista” Lega – Movimento Cinque Stelle si sta facendo via via più concreta. Ieri è stato il Financial Times, con un editoriale di Wolfgang Munchau, a spiegare perché l’Europa si dovrebbe seriamente preoccupare per la minaccia rappresentata dai due partiti guidati da Matteo Salvini e Luigi di Maio.
“I contorni di una coalizione di governo in Italia tra il Movimento Cinque Stelle e la Lega stanno emergendo. Fino a non molto tempo fa, entrambe le parti erano profondamente euroscettiche se non antieuropee. La lega è la più estrema delle due. Dovremmo essere preoccupati?”, si chiede Munchau. La risposta è molto netta: “sì, ma non per le ragioni che si possono credere. I nuovi leader italiani hanno studiato attentamente lo scontro tra la Grecia e il resto dell’eurozona tre anni fa. Non inizieranno il loro mandato infrangendo le regole fiscali dell’UE. Non minacceranno di lasciare l’euro. Ma dovremmo pensare a questo come a un ritiro tattico. Nessuno dei problemi per l’Italia nella zona euro è stato risolto. Non ci saranno né grandi riforme strutturali né riforme sostanziali nella governance dell’eurozona.”
“I due partiti hanno condotto una campagna di cambiamenti radicali alle politiche economiche e sociali italiane e all’immigrazione. La lega vuole una tassa sul reddito fisso. Five Star ha fatto una campagna su un reddito base universale. Entrambe le parti vogliono annullare le riforme pensionistiche del 2011. La Lega vuole uno studio di fattibilità per un “mini-BOT”, uno strumento di debito garantito sulle entrate fiscali future che dovrebbe essere accettabile come mezzo di pagamento – in altre parole, una valuta parallela . Pensala come un modo per uscire dalla zona euro senza uscire dalla zona euro. Queste promesse, se attuate in toto, non sono coerenti con lo spirito o le regole dell’UE.”Anche la piattaforma Bloomberg.com, la più seguita dagli investitori di tutto il mondo, apre per il terzo giorno consecutivo con il rischio “populismo” in Italia, scrivendo che “alla fine, l’Italia ha ceduto alle forze del populismo”.L’Italia, quindi, padre fondatore dell’Europa, è ormai vista dalla stampa estera come lo Stato più anti-europeo tra tutti i paesi membri dell’Unione, la principale fonte di preoccupazione per il futuro del Vecchio Continente. Non è certamente un buon biglietto da visita per i grandi investitori internazionali i quali, ne siamo certi, cominceranno presto a scommettere nuovamente al ribasso sul nostro Paese”. Lo afferma in una nota Renato Brunetta, deputato di Forza Italia.

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La politica italiana tra il fantastico e il reale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 aprile 2018

In questi giorni i dibattiti in televisione impazzano e i social mostrano umori e malumori tra chi vorrebbe i pentastellati assumere lo stesso atteggiamento che fu scelto nel 2013 congelando di fatto il voto ottenuto e chi si compiace delle mosse di Di Maio e lo considera uno stratega eccezionale. In pratica se restiamo in casa dei Cinque stelle ci troviamo con un elettorato “dubbioso” sulla strada migliore da scegliere e il timore più avvertito è che il loro capo politico possa essere ingoiato con il sol boccone dal pitone berlusconiano dopo averlo avvolto e stritolato con le sue spire. Non si fidano di Berlusconi. E ora vengono a sapere del suo “revival” politico nell’intento di riconquistare la scena nazionale più forte di prima come una riedizione dell’Idra di Lerna dalle innumerevoli teste che mozzate erano capaci di rinascere, duplicandosi.
E se vogliamo proprio da qui parte quell’antica maledizione che perseguita la politica italiana e che gli elettori di ieri e di oggi non riescono a percepire nella giusta misura e a porvi riparo con degli appropriati antidoti.
Il fascismo di ieri è stata la speranza, mal riposta, dal capitalismo conservatore italiano per esorcizzare l’ondata rivoluzionaria russa così come lo è stato per i loro camerati tedeschi, generando il nazismo.
Lo stesso destino è toccato negli anni post bellici della seconda guerra mondiale dove il comunismo sovietico tendeva ad attrarre ideologicamente un’Italia uscita malconcia dalla sua avventura militare e diventata sensibile al richiamo di valori sociali e civili, a lungo sopiti dal fascismo.
E la maledizione in entrambi i casi è stata quella di aver creduto alle promesse, alla speranza di un avvenire migliore e duraturo. E la delusione ci ha portati a subire il fascino dei pifferai di turno ritenendoli, in prima battuta, diversi dagli altri e capaci di garantire per lo meno i diritti acquisiti anche se venivano di continuo erosi per sostenere una classe di privilegiati.
Ora ritornando all’attualità dobbiamo constatare che l’insegnamento trascorso non sembra averci lasciato una traccia significativa e siamo pronti a correre gli stessi rischi del passato, sia pure sotto altri camuffamenti, perché è in noi inguaribile una visione della società votata secondo i valori e non secondo gli interessi partigiani. Ma ora rischiamo di ritrovarci da capo a dodici. E’ la nostra maledizione. (Riccardo Alfonso)

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Totalmente priva di bussola, la politica italiana vive di episodi, fughe in avanti, fascinazioni momentanee

Posted by fidest press agency su martedì, 25 luglio 2017

montecitorio

Adesso è il momento della sensazione che il centro-destra possa vincere le prossime elezioni, ed ecco che tutti – protagonisti, comparse, gente vogliosa di un accredito o di un riaccredito – si muovono in quella direzione. Persino gli avversari ragionano partendo dal presupposto che quella suggestione sia fondata, e regolano le loro mosse (si fa per dire) di conseguenza. Ma si tratta di speranze e preoccupazioni mal riposte. Insomma, siamo di fronte all’ennesima Grande Illusione. È illusorio, infatti, pensare che esistano le condizioni perché una coalizione sufficientemente vasta si possa formare e vincere, tanto più in mancanza di additivi maggioritari. E, ammesso e non concesso che l’operazione riesca, è ancora più illusorio immaginare che una volta conquistata la maggioranza, un’armata brancaleone che metta insieme europeisti convinti, europeisti tiepidi e anti-europeisti sia in grado di governare e di resistere nel tempo. Eppure, è bastata qualche intervista del Cavaliere ottantenne, un leggero miglioramento alle ultime amministrative e nei sondaggi e, ora, l’uscita dal governo di un ministro certo non di prima grandezza come Enrico Costa, con l’esplicita intenzione di rimettersi in marcia verso destra, per far pensare che alla fine le strutturali divergenze tra Berlusconi e Salvini-Meloni – a nostro avviso sane, da coltivare e rimarcare, non da sbianchettare – finiranno magicamente per scomparire a favore di un programma di governo condiviso.La verità è che, come abbiamo sottolineato più volte in questa sede, la fine del vecchio bipolarismo – verso il quale non nutriamo neppure un briciolo di nostalgia e rimpianto, nonostante la Seconda Repubblica bis che stiamo vivendo ora sia a dir poco penosa – non consente la rinascita delle due coalizioni su cui si era articolato, né il nascente (e sempre più diffuso) anti-renzismo può essere la nuova linea di demarcazione tra le aggregazioni politiche così come lo fu l’anti-berlusconismo, non fosse altro perché lungo quella faglia il primo a spaccarsi è il Pd. Certo, la cosa a sinistra appare più evidente per il ruolo di “spaccatutto” giocato da Renzi, ma anche dall’altra parte – con buona pace dei Toti e dei Brunetta – le fratture sono insanabili, ed è bene che tali rimangano se non si vuole buttar via un’altra legislatura.E poi, si prenda atto una buona volta che Lega e Fratelli d’Italia sono perfettamente allineati sulle scelte di fondo dei grillini, usano lo stesso linguaggio populista (anzi, Salvini ha di gran lunga scavalcato Grillo) e si riferiscono (seppur più a parole che nei fatti) agli stessi interlocutori internazionali, Putin e Trump, in chiave anti Bruxelles-Francoforte-Berlino-Parigi. Dunque, se al traguardo elettorale i 5stelle saranno il partito che avrà preso più voti e se, inevitabilmente, riceveranno per questo fatto il mandato esplorativo del capo dello Stato, potete star certi che essi chiederanno e accetteranno i voti leghisti e della destra ex An, e che questi ultimi non glieli faranno certo mancare. Si dirà, allora, che occorre evitare quella saldatura-iattura, e che se Berlusconi riuscisse nell’intento di sottrarre Salvini-Meloni all’abbraccio mortale di Grillo sarebbe benemerito. Vero. Ma non a qualunque prezzo. Perché se il prezzo fosse, come è logico pensare che sarebbe, quello di portare una forza aderente al gruppo dei Popolari europei come Forza Italia, su posizioni di crescente euro-scetticismo, allora il gioco sarebbe a saldo negativo.Occorre, invece, lavorare per creare le condizioni dell’unica alternativa alla vittoria dei populisti, che per ora, purtroppo, rimane la più probabile, anche perché gli errori di Renzi e la sua crescente antipatia presso l’elettorato borghese che inizialmente lo aveva sostenuto spingono voti verso i 5stelle o l’astensione, non (più di tanto) verso Berlusconi. Quale? Ma l’alleanza tra Pd – sperabilmente de-renzizzato o comunque messo in qualche modo al riparo dai dannosi difetti di Renzi – e Forza Italia, con l’aggiunta di una forza centrista che deve formarsi al più presto. Qualche lettore affezionato potrebbe farci osservare che va dunque incoraggiata l’iniziativa presa da Costa. La risposta è sì, come è affermativa per tutte quelle iniziative che in qualche modo aggregano forze moderate e riformiste oggi sparse e spaesate. Ma perché sia un minimo efficace, l’operazione centrista non può nascere all’ombra di Berlusconi, perché la funzione di questa forza nascente dovrà necessariamente essere quella di fare da anello di congiunzione politico e programmatico tra Pd e Forza Italia, appunto. L’idea che ciò che deve nascere sia satellite del partito del Cavaliere è peregrina, sia sotto il profilo elettorale, perché intercetterebbe solo una parte del voto borghese in movimento, sia sotto il profilo politico, perché per funzionare richiederebbe una situazione bipolare e non tripolare (o addirittura quadripolare, se le forze a sinistra del Pd riusciranno a coagularsi) come è adesso.Ma c’è un’altra condizione per rendere davvero ragionevole l’operazione neo-centrista: o la forza che si va creando è veramente “nuova”, e allora non può nascere su iniziativa di soggetti “vecchi”, o è la riaggregazione di forze esistenti con leader sperimentati, e allora non si può partire dal presupposto che qualcuno – leggi Alfano – debba stare fuori. Se i centristi della prima e dell’ultima ora si mettono a darsi l’un l’altro le pagelle e rilasciare certificati di idoneità, possono anche risparmiarsi la fatica, perché non andranno da nessuna parte. Ovvio che a noi, che siamo fuori dall’agone politico, piacerebbe di più veder nascere qualcosa di veramente nuovo per mano di protagonisti non consumati da vicende che, in molti casi a torto, hanno logorato altri. E non a caso abbiamo sollecitato i Calenda e i Parisi a farsi avanti secondo quella linea di “terzietà” che è la sola che può consentire di strappare molti italiani alla deriva del non voto. Ma siamo sufficientemente pragmatici e soprattutto non inclini al giustizialismo per sapere che anche chi è stato ed è tuttora in prima linea da anni, può dare il suo contributo.
Ci aspetta una fase difficile. La politica ha perso la bussola, l’Europa si sta ridisegnando per mano di altri secondo una dinamica che ci vede marginali se non addirittura esclusi, l’economia rivede finalmente un pizzico di ripresa, ma è congiunturale e insufficiente quando invece sarebbe tosto ora che si consolidasse e divenisse strutturale. In questo quadro, continuare a coltivare Grandi Illusioni – prima il bipolarismo, poi la new generation di Renzi, ora il ritorno di Berlusconi e del suo centro-destra – è un peccato davvero mortale.(Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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La mia rabbia in corpo

Posted by fidest press agency su giovedì, 3 ottobre 2013

Ho litigato di brutto con il macellaio dopo l’acquisto di una fettina di carne di vitello. Non certo per quello che costa, oramai ci sono abituato, anche se non accetto le speculazioni di mercato che fanno surrettiziamente lievitare i prezzi. La materia del contendere è stato il ruolo di Grillo e del suo movimento. Il macellaio insisteva nel dire che Grillo l’ha deluso perché non ha cercato di allearsi con il Pd per una nuova maggioranza di governo e con l’aggravante che ha permesso, in tal modo, di rilanciare Berlusconi e dargli nuove opportunità per ricattare il Paese.
Il motivo del mio palese malumore si è improvvisamente scaricato su uno dei tanti che ha avuto la sventura, probabilmente in modo inconsapevole, d’interferire dialetticamente sul mio pensiero. Già un anno fa sostenevo che se volevamo offrire al Movimento5stelle il ruolo necessario per governare il paese e fare piazza pulita degli “inciuciari” di professione occorreva che gli italiani lo votassero almeno al 43%. L’aver raggiunto, invece, il 25% è stata una “disgrazia” per Grillo perché al buon risultato in termini assoluti vi corrispondeva l’impossibilità d’essere un protagonista della storia politica italiana. Ora sono consapevole che se la prossima risposta elettorale ruoterà intorno al 20-25% il movimento potrà solo vivacchiare e finire nel vortice di quelle cadute d’immagine decisamente irreversibile.
Ma per uscire da questa spirale perversa occorre, a mio avviso, fare un altro avanzamento. Sta bene la rete, stanno bene i comizi in piazza, ma starebbero altrettanto bene i rapporti diretti con categorie di cittadini, ad esempio i pensionati. Perché proprio costoro? Per il semplice motivo che sono le persone che più delle altre si vedono per strada, fanno capannello a gruppetti di 3-4, occupano le panchine dei giardini, vanno a fare la spesa e sono diventati, in pratica, il passaparola ideale per un confronto dialettico. In proposito ho un progetto curato dei miei centri studi e che sto verificando sul terreno. (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)

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Gli italiani con la berlusconite cronica

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 settembre 2013

Berlusconi è arrivato al capolinea ma non sembra avvedersene. Convengo con Rosario Amico Roxas quando scrivendomi afferma: “Ci sono elementi piuttosto “strani” in questa tragicommedia che vede Berlusconi prim’attore, regista, suggeritore e capo claque.” Nasce il legittimo sospetto che non tutto si limiti a un processo, ai suoi tre gradi di giudizio e alla condanna passata in giudicato anche se il cavaliere ha fornito prova di non digerirla scagliandosi con veemenza contro i giudici e accusandoli di persecuzione giudiziaria e di complotto “comunista-stalinista”. C’è, indubbiamente, qualcosa d’altro.
Rosario nell’intento di capire quest’atteggiamento così inquietante pensa che “debba essere accaduto qualcosa che non doveva accadere e cioè la personalizzazione di interessi che dovevano rimanere globali o societari; ed invece è emerso un circuito di denaro che non confluiva nella “comune amministrazione, ma finiva nelle tasche di un solo personaggio o, al massimo, di alcuni soci/complici.”
Sta di fatto che questo “panorama” spiega più di tutte le altre possibili ragioni, la volontà di Berlusconi di dimostrare l’infondatezza della condanna pur giunta al suo epilogo naturale. E lo fa non per l’orecchio degli italiani, anche perché per anni hanno dimostrato una sordità patologica, ma per chi, al contrario, ci sente molto bene.
E chi, come ha fatto negli anni andati, è in grado di dargli una mano? Non certo gli uomini e le donne del suo partito, ma una certa classe dirigente del Pd che in passato ha chiuso un occhio e anche due sull’ineleggibilità di Berlusconi, sui suoi conflitti d’interesse, sulle leggine ad personam per favorire le sue televisioni, ecc. ecc.
E le grandi manovre sono già iniziate. Se vi sono dei parlamentari Pd con le mani pulite e credo che siano in tanti non facciano come la classica scimmietta sottraendosi all’ascolto, alla vista e alla parola e dimostrino al proprio elettorato che gli inciuci non sono più di moda. (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)

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The Economist e fiducia a Berlusconi

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 ottobre 2010

Anticipazioni del numero di The Economist che sarà in edicola domani.
–          Sezione Europe, l’articolo sulla politica italiana: Silvio the survivor / Italy’s prime minister scrapes through another political showdown
–          Sezione Europe, la rubrica Charlemagne sulle sanzioni proposte dal Presidente Barroso con il titolo: Economic sanctions? Yes, please / Brussels wants to delve deep into the running of national economies. It should beware of digging too far
–          Sezione Leaders, la storia di copertina sulla crescita economica indiana: India’s surprising economic miracle / The country’s state may be weak, but its private companies are strong
–          Sezione Leaders, l’editoriale sulla successione politica di Lula in Brasile: The handover /Lula gave Brazil continuity and stability. Now he needs to give his successor independence
Silvio the survivor. Too many ugly things have been said. The marriage is in tatters. They will sleep in separate beds but, for reasons of convenience, under the same roof. Such is the unhappy future that seems to await Italy’s conservative government after a condence vote in the Chamber of Deputies, the lower house of parliament, on September 29th. The house endorsed, by 342 votes to 275, a revised government programme submitted by the prime minister, Silvio Berlusconi. The vote was meant to have closed a rift on the right that opened two months ago when followers of Gianfranco Fini, once the prime minister’s closest ally, founded their own group in parliament, Future and Freedom for Italy (FLI). Most of the rebels actually backed Mr Berlusconi’s programme. But they did so with many an if and but, leaving the impression that they had acquiesced largely because they were not yet ready for the election that would have been likely had Mr Berlusconi lost. They may not remain unprepared for long, however. In a break from the debate, Mr Fini called a meeting for October 5th to discuss a new political projectwidely taken to mean starting a new party. The atmosphere on the Italian right is poisonous. Since early August, Mr Fini has come under sustained attack from news-
papers close to the prime minister. And they have scored some direct hits. They have shown that an apartment in Monaco rented by Giancarlo Tulliani, the brother of Mr Fini’s partner, was originally bequeathed to Mr Fini’s old party and sold at what they claim was a knock-down price to companies registered in the Caribbean island of St Lucia. They allege the compa- nies belong to Mr Tulliani. Mr Fini has said he will stand down as lower-house speak- er if this is proved. (St Lucia’s nance minister, in a break with traditions of corporate condentiality, has said it can be.) The aair has damaged Mr Fini. A prime justication for his rebellion was dissatisfaction with Mr Berlusconi’s lacka- daisical view of alleged corruption in his government and his party. The FLI’s leader has also been tested by disagreements in his edgling group. Some members want to stay as a faction within Mr Berlusconi’s People of Freedom (PdL); others relish the prospect of belonging to a new party. The FLI nevertheless poses a genuine threat to the government, as Mr Berlus- coni’s unexpected decision to go for a condence vote showed. He had planned for a dierent sort of test that would show he could gain an absolute majority for his plans without the FLI’s support. But despite a recruitment campaign that added several defectors to the governing majority (and prompted fresh corruption allega- tions from the opposition), Mr Berlusconi’s parliamentary managers were unable to guarantee him the numbers. So he opted instead for a condence vote that could be won with a simple majority. It remains to be seen whether the out-
come will restore the stability Italy needs, and if so for how long. For almost a year the government has been semi-paralysed. First, there was a string of scandals over the prime minister’s private life. Next, his government was plunged into the rst of several controversies over allegedly crooked dealings by ministers and aides. And then came the split with Mr Fini. Mr Berlusconi told parliament that Italy had weathered the crisis better than any other European country. But, though the budget decit is smaller than others’, this is nonsense. GDP fell by 5% in 2009. The OECD forecasts that by the end of 2010 it will have inched up by 0.1%, making Italy the slowest-growing member of the G7.  Mr Berlusconi has still to nd a replacement for an industry minister who re- signed almost ve months ago. And debate within the government on stimulating growthalways tricky in an administration with no common economic philoso phyappears to be at a standstill. This week’s victory will allow Mr Berlusconi to continue his loveless alliance with Mr Fini. But, like other partnerships of convenience, it scarcely oers a solid basis on which to build plans for the future.

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