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Antipolitica? Bene facciamo politica

Posted by fidest press agency su sabato, 23 settembre 2017

urne-voteI partiti che vanno per la maggiore (Pd, 5 stelle, Forza Italia, lega, ecc.) stanno sulla difensiva. Si sentono investiti dal vento gelido soffiato dal popolo degli elettori nei loro confronti. Il rischio è che possono essere travolti senza che si possa fare un distinguo e valutare le circostanze senza gravarle con il peso del sospetto. La differenziazione che facciamo è a livello umano e non riguarda la politica in se stessa che riteniamo fondamentale per la vita di una comunità e nel suo ruolo di mediatore in una società complessa come la nostra e attraversata da interessi spesso conflittuali tra loro.
Nello stesso tempo gli esponenti di questi partiti non si rendono conto della ragione di tali e tante contrarietà popolari. Credo che, intimamente, tutti concordino sulla necessità che la politica abbia un costo e che debba essere sobbarcato dalla collettività. Ciò che non è perdonato è di aver trasformato un contributo in una speculazione commerciale e per trarne personali interessi. Non solo. Queste cose si conoscevano da anni come lo è stato per la Lega Nord che ha utilizzato gran parte dei fondi pubblici per speculazioni finanziarie in Tanzania e Cipro e per usi privati. E tutto sarebbe passato come un “pettegolezzo” o una malevolenza di giornalisti come Fabio Bonasera e Davide Romano, e non sono i soli, che con i tipi delle Edizioni La Zisa hanno scritto la vera storia della “Lega Nord” riportando le stesse cose che poi ben sei procure ne hanno tratto lo spunto per aprire un fascicolo e avviare delle indagini con svariate ipotesi di reato. E oggi vi è stato uno strascico a Genova con il sequestro cautelare dei fondi della Lega. E non dimentichiamo che lo stesso Roberto Maroni autoproclamatosi “moralizzatore” se l’era presa con i giornalisti accusandoli di attacchi ingiusti e immotivati e minacciando querele. Avrebbe fatto meglio ad accertarsi prima di come stavano realmente le cose, ammesso che non le conoscesse già. E dire che gli italiani, se solo lo volessero, alle prossime elezioni dovrebbero andare in massa a votare penalizzando quei partiti che hanno dimostrato d’avere poca sensibilità e rispetto per la politica e minandola nelle sue fondamenta. Ne saranno capaci? Ne dubito, purtroppo. (Riccardo Alfonso)

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La politica continua a vivere in una bolla di grandi illusioni

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 settembre 2017

Enrico Cisnetto, “Cortina InConTra”

La politica si affaccia ai riti settembrini più che mai immersa in una bolla di grandi illusioni. E, di conseguenza, gli italiani tornano dalle ferie così come erano partiti: profondamente intrisi di scetticismo. Hai voglia di sbandierare i decimali di pil in più – la ripresa c’è, ma la crescita strutturale è ben altra cosa – o sfornare qualche dato sulla maggiore occupazione – nascondendo che in due casi su tre si tratta di contratti a termine, e che la disoccupazione è altrettanto aumentata – piuttosto che agitare la carota di nuovi bonus dal chiaro sapore elettorale: il sentimento diffuso è che il Paese non sia governato e, soprattutto, che non ci siano le condizioni perché lo diventi prossimamente. D’altra parte, si tratta di un’idea difficile da confutare. Anche a chi, come noi, non batte affatto un cuore populista e disfattista, gli basta vedere, da un lato, la rinuncia codarda a mettere mano alla legge elettorale, e dall’altro la dinamica del dibattito (si fa per dire) politico solo ed esclusivamente incentrato sugli equilibri di potere (presunti), per soccombere alla irrefrenabile pulsione di alzare le mani in segno di resa. Persino il giochetto estivo sull’understatement dell’attuale premier come caratteristica gradita dagli italiani e come premessa per individuare il prossimo – che sarebbe tema serio se fosse affrontato seriamente – finisce per rendere scoraggiante la prospettiva dei prossimi mesi. Nei quali con la manovra di bilancio ci giocheremo la residuale credibilità in Europa e la possibilità di consolidare o meno la ripresa economica, e con la campagna elettorale e il voto decideremo se la prossima legislatura sarà finalmente quella buona per traghettarci nella Terza Repubblica o se sarà l’ennesima occasione sprecata a favore della transizione infinita. Il maledetto vizio di compulsare continuamente i sondaggi e, peggio ancora, di usarli per costruire trame politiche, spinge i partiti a immaginare situazioni che non esistono. Per esempio, si fantastica che il centro-destra unito possa vincere le elezioni e a questo fine si costruiscono a tavolino mediazioni politiche per rendere compatibili la posizione europeista del partito di Berlusconi e Tajani, collocata nell’alveo del partito popolare europeo e nel solco merkeliano della Dc tedesca, con quella eurodisfattista del duo Salvini-Meloni. Trascurando non solo che per vincere ci vogliono i voti – e in un contesto proporzionale questa armata brancaleone non arriverà mai al 51% – che acqua santa e diavolo non sono fatti per stare insieme e che il Cavaliere, per quanti remise en forme faccia, rimane pur sempre un ottantenne senza uno straccio di classe dirigente intorno, ma soprattutto che la cosa è già stata lungamente sperimentata nel passato con esiti disastrosi. Allo stesso modo si immagina che la gauche, spaccata non solo tra il Pd e chi sta alla sua sinistra ma anche e soprattutto dentro i Democratici in un festival dei veti incrociati che si fatica persino a censire, possa in qualche modo tornare a palazzo Chigi, tanto che si discute se ciò sia più probabile con Renzi o qualcun altro, trascurando di percepire che nella società il sentimento diffuso sia quello di voler infliggere una dura punizione a coloro – tutti, Renzi in primis ma nessuno escluso – che hanno abusato del consenso e mortificato le aspettative in modo intollerabile. Forse si fanno illusioni anche i 5stelle, fin qui candidati ad essere il primo partito ma con l’handicap di non aver costruito uno straccio di alleanze, visto che sembrano trascurare l’effetto per nulla positivo sui potenziali elettori che stanno provocando sia i disastrosi risultati degli amministratori locali arrivati alla conquista di alcune città, che le scene un po’ ridicole di sorda competizione interna in un contesto dove tutti contano uno ma due (Grillo e Casaleggio) contano più di tutti gli altri messi assieme.All’intero sistema politico, dunque, sfugge il fatto che in queste condizioni la cosa più probabile, per non dire certa – tanto più se ci si presenterà al cospetto dei cittadini senza essere riusciti ad evitare la mortificazione di doverli costringere a votare con due mozziconi di leggi elettorali rivenienti da altrettanti bocciature della Corte Costituzionale – è che le elezioni non laureino alcun vincitore. Cosa che non rappresenterebbe un dramma se le forze politiche, consce di questa probabilità, si muovessero fin d’ora a creare le condizioni per cucire, dopo, le alleanze necessarie a dare un governo al Paese. Non si dice, come noi invece abbiamo sempre auspicato e come bisognerebbe fare in un paese serio, che questo “patto di governabilità” sia sottoscritto adesso, o comunque prima del voto, ma che almeno si evitasse di parlare fin d’ora di inciucio come se le larghe intese tra moderati e riformisti fossero una lesione alla democrazia.L’unico embrione di questa discussione s’intravede in qualche analisi giornalistica circa le qualità della leadership che occorre in una fase politica come questa. Assodato che il decisio-bullismo alla Renzi è stato (giustamente) rottamato da tutti (tranne che dal suo inventore), si discetta se è meglio il piglio di Minniti – che sta facendo complessivamente molto bene il suo mestiere, come dimostra il fatto che una parte non piccola del suo partito non glielo riconosce – e di Calenda o la sorniona bonarietà di Gentiloni. Detta così pare un gioco estivo da spiaggia, e infatti quasi sempre finisce a gossip. In realtà, dietro c’è (ci sarebbe) un’analisi politica molto profonda da fare, riguardo l’eccesso di leaderismo che ha caratterizzato la nostra Seconda Repubblica (e in generale il mondo dopo il passaggio del secolo) e gli effetti dell’ubriacatura maggioritaria che non ha affatto portato maggiore governabilità. Occorre dunque ripartire dalla natura del sistema politico – e di conseguenza istituzionale – che occorre per far uscire l’Italia dal declino imboccato un quarto di secolo fa. C’è il tema dei partiti – che vanno rivalorizzati, ma senza nascondere il fatto che non possono più essere come quelli del dopoguerra – della loro capacità di rappresentanza in una società atomizzata e liquida come la nostra, e del peso che essi debbono avere rispetto alle leadership personali. E c’è il tema delle alleanze tra soggetti politici diversi, che a sua volta pone quello delle figure più adatte alla mediazione, necessariamente inclusive ma non per questo prive del necessario decisionismo.Nonostante tutto, non vogliamo arrenderci allo scoramento. Buona ripresa. (Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Un sordo, due sordi, tutti sordi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 agosto 2017

poker d'assiMa nella casa dei sordi c’è anche da dire: non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. E’ che in Italia sta di nuovo prendendo piede la vecchia politica che con il governo Renzi ha cercato di seguire la strada camaleontica del tutto cambiare per nulla cambiare e con la segreta, ma mica tanto, volontà di ciurlare nel manico i ben pensati. Non sembra esserci riuscito e ora si esce dal giro e si scoprono le carte cercando di vincere con un full d’assi. Resta la scala reale ma nessuno, per il momento, mostra d’averla. Forse ci riuscirà il vecchio giocoliere della politica: Silvio Berlusconi. Il suo revival appare sempre più praticabile e già si coltivano le alleanze europee per puntellare l’Europa che mai come di questi tempi è andata giù nei consensi popolari. Sembra quasi che per vincere questa partita delle elezioni politiche italiane sia necessario fare il “passo del gambero” per una certa nomenclatura partitica. Il tutto senza tenere in conto i reali bisogni del paese, il suo spirito innovativo, la sua voglia di crescita culturale e sociale. Nessuna voce riesce a scuotere i grandi signori della politica, sembrano sordi ad ogni istanza. Per loro conta solo il potere, l’interesse di bottega, il toto ministri e gli inciuci di basso profilo. Chi è povero può gridare alla luna le sue miserie, chi si barcamena nel precariato teme il peggio e si illude di esserne uscito sia pure per il rotto della cuffia, chi è pensionato si attacca alla miseria della sua rendita ma non sa di rischiare di comprometterla quando decideranno di far scomparire il calcolo retributivo e già le premesse di sono tutte. E poi vi sono i molti giovani senza futuro e prima o poi dovranno vedersela con gli immigrati che per rabbonirli occorre trovare loro da subito un impiego. C’è solo una speranza ma saranno capaci gli italiani di coglierla al volo prima che la voce suadente dell’imbonitore di turno non li seduca? E in questo caso non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire l’altro suono della campana. (Riccardo Alfonso)

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La politica ed i gruppi di pressione

Posted by fidest press agency su domenica, 20 agosto 2017

logo fidest ookNoi possiamo indicare in diverso modo chi cerca di influire in qualche misura sulle decisioni che i rappresentanti delle istituzioni, e soprattutto gli organi che legiferano, vanno assumendo. Possono essere interpretati in vario modo e persino riconosciuti legittimi da chi riceve tali “pressioni” mentre altri possono gridare allo scandalo e ritenerla una forma di mal costume politico. Si tratta, a questo punto, d’intenderci sulle cose che questi gruppi chiedono, il come lo chiedono e gli obiettivi che intendono prefiggersi. Proprio per questo motivo in alcuni Paesi si parla apertamente di “lobby” e si conferisce ad essa una determinata regolamentazione per evitare gli abusi e portare alla luce del sole le loro istanze. Ma se noi, a questo punto, parliamo di “democrazia malata” ci riferiamo soprattutto al fatto che la partita che si gioca tra chi chiede e chi riceve il messaggio non si fonda sull’interesse generale di un Paese o di un insieme di nazioni, ma va a toccare interessi molto particolari che trovano spazio solo perché chi è preposto a proporli dispone di ingenti somme di denaro e tende a condizionare il politico con profferte di dubbia moralità per non parlare di illiceità secondo la vigenza delle leggi. Non parliamo, ovviamente, dei casi estremi allorché è il mafioso ad essere la sirena di turno, ma a quelle imprese che in qualche modo lucrano sulla spesa pubblica. Pensiamo a talune società farmaceutiche, di quelle, ovviamente, più spregiudicate ed aggressive sul mercato. Per un altro verso ci viene da pensare alle fabbriche di armi, che vorremmo chiudessero del tutto i battenti. Ma vi sono anche aspetti meno, come dire, trasgressivi e più portati a tenere il passo sulla via vecchia secondo il detto che ci cerca di imboccare quella nuova non sa quel che trova: hic sunt leones. Pensiamo, quindi, all’istituto delle Province che ha fatto il suo tempo e che una legge recente ci ha relegato al miraggio di averle abolite ed invece sono lì sia pure con un nome diverso. Pensiamo ad una rete dell’assistenza sanitaria interamente formatizzata a livello regionale o nazionale che continuiamo a sognarcela, pensiamo ad un diverso impatto con l’emigrazione introducendo il criterio della stagionalità lavorativa ed invece siamo stati sommersi dagli immigrati che sono venuti abusivamente in seicentomila negli ultimi due anni. Sappiamo in pratica che vi sono diversi modi d’essere alternativi se solo non ci portassimo la classica palla di piombo al piede e che possiamo chiamare “interessi lobbistici” o quanto altro ma che hanno per lo più lo scopo di difendere l’esistente ma il difetto grave di non saper guardare di là del proprio naso. (Riccardo Alfonso)

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Il grande Centro: Utopia o realtà?

Posted by fidest press agency su domenica, 20 agosto 2017

camera deputatiAbbiamo raccolto solo una minima parte gli interventi pubblici e privati in favore di una coalizione di Centro che fosse in grado di coagulare intorno a sè tutti quei movimenti politici ed aspettative dell’elettore che in esso si riconoscessero. Possiamo dire che guardando la nostra storia contemporanea l’idea di una coalizione partitica che fosse in grado di raccogliere i consensi della maggioranza degli italiani non è venuta mai meno. Prova ne è stata che con l’infausta decisione di liquidare la Democrazia Cristiana negli anni ’90 non si è fatto altro che correre ai ripari «aprendo un’altra porta» con il movimento ideato da Berlusconi e denominato Forza Italia. Era, senza dubbio, un sostituto «imperfetto» ma l’unico disponibile ed in grado di non disperdere il notevole patrimonio espresso da quella maggioranza silenziosa, ma forte nei suoi contenuti. Ora è giunto il momento, per quanto ci è dato sapere, di ritrovare la stessa maggioranza pronta a ridefinire la sua posizione e a rigenerare il vecchio ed intramontabile conio. D’altra parte da queste colonne abbiamo sempre sostenuto che esiste una forza nazionale capace da sola d’esprimere il 50-55% dei consensi popolari, di ritrovare il suo zoccolo duro nei valori condivisi e nella maturità civile, economica, religiosa e sociale di un grande popolo. Eppure per ragioni, a tratti, inconfesse abbiamo finito con il rifiutare questa lettura disperdendoci dietro rivalità e distingui solo personali e di posizione e che poco nulla avevano a che fare con le aspettative di un Centro che è grande non per meriti di questo o di quel politico ma per la sua stessa natura, per germinazione spontanea. E’ un centro che sa essere non solo un modo di pensare ma è anche capace di affrontare le sfide che il nuovo ed il diverso ci prospetta con coraggio e determinazione. Ma stiamo bene attenti. Non dimentichiamo che se c’è un centro non vuol dire che noi dobbiamo semplicemente fare una somma matematica delle possibili aree di consenso senza pensare agli uomini che ne saranno la guida e conferiranno ad esso certezze e forza di coesione. Vuole anche dire, se necessario, mettersi da parte. Vuole anche dire dare prova di altruismo politico, di solidarietà civile, di etica. In altri termini non dobbiamo fare la ruota, come i pavoni, intorno alle belle parole ma dare ad esse solidità di contenuti: non solo predicare bene ma razzolare ancora meglio. (n.r.)

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La politica del: Perseverare diabolicum

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 agosto 2017

berlinoErrare humanum est, perseverare diabolicum. E’ quanto sta accadendo agli italiani che non sembrano fare tesoro del loro passato recente che è partito con il piede sbagliato nel ricercare l’unità del Paese. Da allora ha incominciato a darsi dei governi fantoccio intrisi di corruzione e di logiche clientelari e che, si è concluso regalando, alla dittatura fascista, l’intero paese per la litigiosità delle opposizioni. Un’esperienza finita tragicamente con un bagno di sangue e una guerra fraticida carica di distruzioni. Il poi è stato edulcorato da una democrazia incapace di avere una forza politica di alternanza. E abbiamo vivacchiato sino alla caduta del muro di Berlino che ha sancito di fatto la fine della guerra fredda e dell’Urss. E’ seguita la primavera di “mani pulite” nella sua battaglia contro la corruzione che aveva nella politica il protettore più autorevole ma ciò non ci ha impedito di finire nuovamente tra le braccia di un novello imbonitore. Ad opporsi i soliti partiti che avrebbero potuto evitarci le sue esternazioni e la sua scalata al potere, se solo fossero riusciti a marciare uniti ed invece è prevalso il divide et impera. Ora ci risiamo. Un altro governo che per difendere gli interessi di pochi non si fa scrupolo di accanirsi contro le classi più deboli e i partiti che fanno? Tramano solo per spartirsi una fetta di potere, costi quel costi. E il popolo sta lì come inebetito a far trastullare i sondaggisti che lo danno favorevole a chi mette le mani nelle loro tasche e gli ruba l’aria per respirare. Siamo diventati “l’anitra zoppa” della democrazia compiuta, siamo diventati il laboratorio di una logica capitalistica che non accetta i valori della vita nella sua accezione universale. E’ un privilegio di casta, riservato a pochi. Agli altri, al massimo, sono riservate le briciole. E’ la nuova schiavitù delle masse. E’ la sua cultura masochista. (Riccardo Alfonso direttore del centro studi politici e sociali della fidest)

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L’Italia e i cattolici

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 agosto 2017

togliatti_gramsciLeggendo qua e là tra i miei appunti e qualche articolo o saggio è balzata alla mia attenzione un passo riguardante le memorie di Nina Bocenina, la segretaria russa di Palmiro Togliatti. Ella racconta che un giorno attorno al Natale del 1943 ebbe una interessante conversazione all’Hotel Lux di Mosca con l’uomo che lei conosceva come Ercole Ercoli (Togliatti) sul tema dei cattolici sulla storia d’Italia. Togliatti allora si dilungò a spiegarle le caratteristiche particolari della fede e l’organizzazione della Chiesa cattolica. Ad un commento scettico della Bocenina Togliatti le risposte “arrabbiato”: “Non sono sciocchezze cara compagna Nina. Il cattolicesimo in Italia non è semplicemente la Chiesa. E’ un modo di pensare, è un complesso intreccio tra la storia e la politica, tra la cultura e la filosofia. Chi non è capace di discutere alla pari con gli attivisti cattolici può essere paragonato ad un agente dei servizi segreti che va nelle retrovie del nemico senza conoscere la sua lingua e il suo regolamento.” Ora ci chiediamo quanta influenza possa aver avuto, dopo il ritorno di Togliatti in Italia, questo convincimento nell’azione del Partito Comunista Italiano e quanto della “questione cattolica” vi resta oggi che i due partiti di allora si sono sciolti come neve al sole ma hanno lasciato i loro nipotini navigare in acque partitiche affini. Tutto questo probabilmente continua ad accadere in quanto l’Italia non ha ancora fatto definitivamente i conti con una parte rilevante del proprio passato. E ci riferiamo, nello specifico, ai 60 anni posti a cavallo tra il XIX ed il XX secolo allorché si rese aspro il conflitto tra la Chiesa e lo Stato. Di quello spaccato di storia patria quante verità sono emerse e quante altre sono state sottaciute dagli storici? Sarebbe interessante riaprire la questione per una disamina più approfondita di quel trascorso forse doloroso, forse esaltante che ha costellato la vita di una Nazione che cresceva, territorialmente parlando, ma che nutriva in sé profondi travagli esistenziali mai domi, mai sanati completamente a tutt’oggi. (Riccardo Alfonso direttore del centro studi religiosi e filosofici della Fidest)

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Come far crescere un’Europa politica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 agosto 2017

parlamento europeoE’, senza dubbio, una spinta in positivo eppure la sua crescita sembra aver raggiunto in questi giorni un brusco segnale di arresto. Qualcuno già si interroga se non sia una crisi irreversibile dello “Stato moderno”. Crisi derivata dalla identificazione dell’assolutezza dello Stato come moderno Leviatano. E che ha prodotto gli statalismi presenti ancora oggi nelle menti e nei cuori delle formazioni politiche di destra (destra sociale) e di sinistra della geografia politica italiana ed europea (con l’unica differenza tra destra e sinistra. Il nazionalismo come cornice unitaria nella destra, mentre la sinistra è classista ed internazionalista al tempo stesso). Una assolutezza dello Stato, da cui gli statalismi, che ha prodotto di converso la concezione dell’uomo come “unità numerica, intero assoluto che non ha altro rapporto se non con se stesso (J.J. Rousseau). E’ l’individualismo narcisista che ritroviamo nel liberismo darwiniano e nel liberismo esistenziale del radicalismo. Trasversali oggi da destra a sinistra. Come si è visto anche di recente a proposito delle polemiche sulla fecondazione eterologa, sull’omosessualità, sull’eutanasia, sull’assistenza al suicidio, sull’indifferentismo sociale di una certa èlit economico-finanziaria, ecc.
Chi è il leviatano? Dietro il profilo di un paesaggio sereno sulle cui vallette si distendono i villaggi di una terra pacificata e retta dal “buon governo”, si erge il torso di una creatura gigantesca dal capo incoronato, che impugna con la destra la spada e con la sinistra un pastorale, mentre l’immenso corpo figura composto di una miriade di omini con lo sguardo rivolto a lui. E’ il simbolo del leviatano quale è rappresentato nel famoso frontespizio dell’omonima opera di Hobbes, pubblicata nel 1651. Quello che per lo più di duemila anni, attraverso le scritture, la tradizione ebraico-cabalistica è l’immaginario medievale, è stato il drago marino, il serpente dalle mille spire, l’essere mostruoso, l’apocalittica potenza messa da Dio in terra per umiliare gli uomini, divenne con Hobbes, l’emblema ed il nome del Dio mortale, incarnò il corpo dello Stato sovrano, del “contratto” fra gli uomini. La sterminata eredità di pensiero e di idee che la riflessione sul potere e sul governo degli uomini ci ha trasmesso attraverso i tempi, dalla “politikè tèkne” della “polis” greca allo “Stato machiavelliano”, dal sovrano hobbesiano che non è un “defensor pacis” (Marsilio da Padova), ma “creator pacis”, alle concezioni razionalistiche e moderne di Stato e Nazione: questa eredità oggi si dice che è il simbolo del Leviatano, dopo tre secoli in cui ha segnato il destino della modernità, ha oggi irrevocabilmente esaurito la sua efficacia. Con l’avanzare del dominio della tecnica, la mega-macchina statuale appare sempre più. Come aveva intuito Nietzsche, un gelido mostro. Pervicacemente menzognero e totalmente incapace di percepire la vita nel suo divenire. Aveva ragione Nietzsche? Il problema non è lo Stato, la sua assolutizzazione, cioè la sua pretesa di essere fonte suprema del diritto. (Riccardo Alfonso direttore centro studi politici e sociali della Fidest)

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Giustizia e politica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 agosto 2017

corte europea giustiziaLa crisi politica italiana degli anni Novanta sarebbe stata, probabilmente, ben più dolorosa e gravida di peggiori conseguenze se non fosse iniziata la stagione di mani pulite. Ad essa dobbiamo dire grazie se ci ha fatto dimenticare o accettare tale crisi dandole quella fiducia che si meritava. Ma la circostanza è stata di breve durata. Il perché lo sappiamo bene. La giustizia dei principi e della legalità ha finito con lo scontrarsi, inevitabilmente, con le grosse inefficienze del sistema giudiziario, sintetizzate dalle prescrizioni incombenti e dall’arretrato pauroso. Ad aggravare il tutto vi sono gli errori commessi dalla magistratura, tra gli inevitabili e quelli evitabili, che per motivi di “casta” non sempre è disposta a riconoscere. Vi si aggiunge la logica della contrapposizione che parte della politica e trasborda, a volte, negli altri poteri dello Stato. E’ una “modalità comportamentale” che coglie oramai ogni pretesto e finisce con il creare un intreccio perverso fra la dimensione tecnica dei problemi giudiziari ed il loro substrato politico. Alla fine i problemi invece di essere portati a soluzione si complicano ancora di più. E’ una spirale che va spezzata per abbassare le tensioni ancora forti fra giustizia e politica e lo si può fare in un solo modo rispettando le reciproche competenze e nel tenere alta la cultura della legalità. La verità è che non siamo riusciti a trovare per quel seme del passato, nel nostro presente ed ancor più per il nostro futuro il terreno fertile per farlo germinare. (Riccardo Alfonso direttore Centro studi sociali e politici della Fidest da “Lezioni di politica”)

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Quella politica che non sopporta la politica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 agosto 2017

logo fidest ookLo affermava Paul Valere e forse voleva rendere evidente il fatto che la politica è superficiale e istantanea. Diciamo che è presentimento e forse anche pregiudizio, ma i fatti ci dimostrano che qualcosa di vero esiste in questa politica che ci lascia perplessi. C’è una commedia di Karl Kraus dal titolo “Gli ultimi giorni dell’umanità” che è una fiammeggiante requisitoria contro la guerra. Siamo alla vigilia della Prima guerra mondiale, e ci troviamo nell’anticamera affollata di giornalisti del primo ministro austro-ungarico qualche ora dopo l’assassinio di Sarajevo. Di lì a poco esce l’addetto stampa del ministro e a chi gli chiede quali decisioni si stanno prendendo egli risponde laconico: dipenderà dal comunicato. E’ credo un rovesciamento del messaggio del nostro tempo politico. Oggi i protagonisti della politica italiana passano i loro giorni a consultare l’oroscopo dei sondaggi, con una contrazione di relazioni e d’intelligenza politica che è un poco preoccupante. E’ come andare da un orologiaio e chiedere notizie dell’eternità. E’ un modo di pensare al progetto politico come di un qualcosa che si inventa e non si vive. Ci identifichiamo di più con una politica che corre sempre più in superficie sul piano dell’annuncio e vive meno nell’opinione pubblica. Lo osserviamo anche nel lessico. Oggi i politici italiani usano poco la parola del “popolo” e preferiscono la più asettica di “gente”. Essa adombra un’anomia. Lo stesso dicasi riguardo la parola audience. E a questo punto, credo, abbiamo ancora una volta percepito il rischio di un corto circuito.(Riccardo Alfonso direttore Centro studi sociali e politici della Fidest da “Lezioni di politica”)

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Qual è la condizione per una forte ripresa della politica?

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 agosto 2017

SEDE DEL SOLE 24 ORE

Giorgio Lombardi ha scritto qualche tempo fa sulle pagine del quotidiano “Il Sole 24 Ore” che essa “E’ il richiamo ai valori della tradizione, della visione, del progresso possibile ed è soprattutto la capacità di riconoscersi del popolo nelle istituzioni, che rappresenta il modo essenziale per recuperare la rappresentatività e la legittimità della politica. Non più soltanto rapporti tra le istituzioni ma anche e direi soprattutto nella relazione permanente di identificazione tra cittadino e Stato. Far sentire propria al popolo la sua storia, le sue tradizioni, le sue città, le sue radici.” Non si tratta, ovviamente, di una mera richiesta di ricostruire la memoria storica del paese quanto della necessità di entrare nel cuore delle grandi sfide del presente, anzi ne è la condizione. E il vissuto di oggi presenta una continuità che si riverbera immancabilmente sul futuro. E’ il cordone ombelicale che da una esistenza passa all’altra, ne riassume il legame ma anche l’inevitabile separazione per dar vita a quella creatura che fa parte degli eventi del poi ma non può nel contempo sottrarsi al pensiero di un legame che gli è appartenuto e ne assunto la sua porzione di Dna. (Riccardo Alfonso direttore Centro studi sociali e politici della Fidest da “Lezioni di politica”)

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La gioventù che reclama il suo posto nella politica

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 agosto 2017

montecitorio

Roma. Negli anni che ci sono oramai alle spalle si è maturata progressivamente la rottura di quel rapporto di fiducia tra politica e società italiana che è stata alla base della grande trasformazione del paese. I suoi primi forti sussulti li abbiamo avvertiti negli anni sessanta e settanta dando vita nelle università e nella società italiana quel movimento passato alla storia come sessantottini. E’ subentrato, poi, una sorta di “calma irreale” per quanto si avvertissero, sotto la cenere, i segni di un fuoco che era ancora vivo e vegeto. La ragione di questa stasi è forse dipesa più da motivi di politica internazionale che non da quella nazionale se pensiamo che ci trovavamo in una delle fasi più acute del conflitto tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica e che le due superpotenze, per ragioni contingenti anche opposte, puntavano al mantenimento dei comunisti italiani fuori dal governo. Ciò che ha fatto rinverdire il fuoco, spazzando via la cenere che lo copriva, è stata la caduta del muro di Berlino e ciò che ne è seguito. Ma non è stato lo stesso ardore del passato perché lo scenario è apparso in continua e rapida trasformazione mettendo a nudo il vuoto politico che si è creato e ad esso non si è costituito un nuovo orientamento quanto scomposti interventi destabilizzanti all’interno e all’esterno in un quadro geopolico mondiale. In questo confuso scenario le stesse ragioni dei giovani nel ricercare una loro allocazione politica sono state travolte da eventi che li hanno attraversati e scavalcati. Pensiamo alla rivoluzione giudiziaria di mani pulite degli anni novanta. Pensiamo allo sfruttamento della sua onda perbenista e dell’uso camaleontico di quei partiti che, senza fare i conti con la loro storia e la loro tradizione, hanno puntato a caratterizzarsi in movimenti estremamente flessibili per porsi alla testa della protesta sociale e verso una rivalsa politica in termini elettorali. Ed ancora una volta si è lasciato da parte lo spontaneismo della protesta giovanile e si è cercato di inglobarla, e possiamo dire sino ad oggi con successo, nelle logiche partitocratriche dal sapore molto antico ed anche stantio. E quel fuoco, alla fine, si è rivelato fatuo. (Riccardo Alfonso direttore centri studi sociali e politici della Fidest)

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Gli italiani vanno in vacanza, e TerzaRepubblica con loro, guardando alla politica con lo stesso distacco e disgusto di sempre

Posted by fidest press agency su martedì, 8 agosto 2017

vacanzeNonostante un presidente del Consiglio rassicurante – condizione necessaria ma non sufficiente, anzi sempre meno sufficiente – e non più un presunto premier arrogante e dividente, nonostante un clima economico indubbiamente meno cupo, la sensazione più diffusa è che il “non governo” prevalga sul “governo” dei problemi, di cui non si analizzano mai le cause ma per i quali si declamano soluzioni per lo più sbagliate e che comunque rimangono lettera morta. Questo sentimento di forte diffidenza da parte dei cittadini è percepito dalla classe politica – più per effetto della sua amplificazione mediatica che per capacità di ascolto degli umori della società – la quale, però, reagisce nel peggiore dei modi: vellica le pulsioni che la sfiducia genera nell’avversione alla politica, al ceto che la pratica e alle istituzioni che la ospitano. Finendo così con l’alimentarla, la sfiducia, in una perversa rincorsa il cui propellente è il populismo. Come hanno fatto notare Angelo Panebianco e Michele Ainis, il Parlamento, mentre tenta maldestramente di rintuzzare il discredito, pare preda di una sorta di cupio dissolvi, un istinto suicida per cui per placare l’odio di massa finisce col porgere la testa al boia. Usare il lessico e assumere le pose dell’antipolitica ne disperato tentativo di salvare la pelle è il miglior modo di lasciarcela.
Prendete la questione dei vitalizi per i parlamentari. L’intervento che è stato votato – non a caso dalle componenti più populiste del nostro sistema politico – oltre ad essere contestabile (anche costituzionalmente) nel merito, inefficace nelle conseguenze (si risparmiano spiccioli) e inutile sul piano sostanziale (i vitalizi erano già stati aboliti nel 2012, e trasformati in un normalissimo sistema previdenziale), è pernicioso proprio sul terreno del rapporto fiduciario con i cittadini, perché conferma loro che i politici sono una casta che si è appropriata di sfacciati privilegi. E questo effetto è molto più forte del messaggio – “noi i privilegi abbiamo il coraggio di toccarli” – che si voleva dare per riconquistare la faccia perduta. Dunque il suicidio è triplo: Camera e Senato fanno male il loro mestiere; si certifica che l’antipolitica e l’antiparlamentarismo hanno ragione di esistere; si alimentano i sentimenti che si vorrebbero soffocare, perché lungi dall’apparire il riparo ad una colpa scontandone la pena, appare agli infuriati una furbata riabilitativa e ai ragionevoli l’ennesimo peccato mortale. E come i vitalizi, sono tanti gli atti di autolesionismo praticati dalla politica, dalla cancellazione delle immunità ai contorcimenti sul finanziamento pubblico dei partiti. Se a questo aggiungete l’impotenza pluridimostrata sulla legge elettorale, l’empasse delle relazioni tra i partiti – tanti disegni tattici, nessuna strategia politica – e le implosioni dentro di essi, a cominciare dal Pd, oltre ad una serie di atteggiamenti ridicoli, come il rapido passaggio dalla Macron-mania alla Macron-fobia (il copyright è di Claudio Martelli) che non ha risparmiato nessuno, il quadro vi apparirà completo e per ciò stesso ancor più deprimente. Ma ci sono almeno altre quattro questioni che concorrono a formare un quadro a tinte fosche mentre andiamo in ferie.
La più sentita dagli italiani è quella relativa all’immigrazione. Qui la benefica risolutezza del ministro Minniti non trova riscontro nelle infrastrutture poste a presidio e nella politica estera. Le prime mostrano non sono solo una carenza dello Stato, ma anche degli enti locali. Cosa che ci porta alla seconda delle quattro questioni, quella del decentramento. Una volta si diceva: meno male che ci sono i sindaci e, almeno in qualche caso, i governatori delle Regioni. Ora la gara a chi fa peggio tra la politica centrale e quella locale non vede alcun vincitore, perché è difficile dire cosa è peggio. E non c’è neppure l’ombra di una proposta, che invece sarebbe indispensabile, che semplifichi la giungla del decentramento, almeno mettendo il tetto minimo dei 5 mila abitanti per i Comuni (ora sono oltre il 70% degli 8mila totali). Ma sono molte le circostanze, non solo quella dell’isolamento che l’Italia patisce in Europa sulla questione della gestione dei flussi di migranti, che rendono chiaro ai cittadini l’inesorabile processo di marginalizzazione internazionale del nostro Paese, dalla Libia al caso Fincantieri. Per carità, è da tempo che siamo marginali, ma mai si è toccata con mano così come ora la nostra totale irrilevanza. La quale è figlia da un lato del crollo verticale della statura e credibilità dei nostri rappresentanti, e dall’altro della tendenza a non prendere mai posizione, pensando che la furbizia ci possa consentire di stare un po’ con tutti. Ma siccome non è così, finiamo per non stare con nessuno: né con l’asse franco-tedesco, né a capo di un fronte opposto (che non esiste), né pro né contro Trump, Putin, i cinesi. Tutto questo si ripercuote anche sull’economia, quarta e ultima questione che pesa sul Paese. Teoricamente dovrebbe essere quella che tinge di rosa la tela scura, ma non è così. Sia chiaro, la ripresa c’è, ed è – questo va riconosciuto – un po’ più consistente di quanto noi stessi avevamo pronosticato. D’altra parte, i più recenti indicatori confermano l’accelerazione della attività produttiva; gli ultimi sondaggi presso le imprese segnalano il riavvio degli investimenti; le prospettive per le esportazioni continuano ad essere favorevoli. Ma, come ha autorevolmente chiarito il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, si tratta di una ripresa congiunturale, non strutturale. E per cancellare l’eredità della crisi più grave e profonda della nostra storia repubblicana, le cui conseguenze sono visibili nei picchi raggiunti dalla disoccupazione, dall’incidenza del debito pubblico sul pil e da quella dei crediti deteriorati sul totale dei prestiti delle banche, serve ben più di una semplice ripresa congiunturale. E che ci sia questa forte precarietà della ripresa economica, il Paese lo percepisce. In particolare lo colgono le sue forze produttive, a cui per oltre due anni è stato raccontato che era già in atto ciò che ancora era di là da venire, e per di più omettendo di dire che il poco che c’era dipendeva non dalle presunte riforme fatte – poche, e per di più sbagliate (80 euro) o parziali (Jobs act, concorrenza) – ma dalla politica monetaria espansiva della Bce e dalla ripresa mondiale. Insomma, siamo dentro una ripresa “geneticamente modificata”, come ha sagacemente scritto Dario Di Vico, in cui imprenditori e lavoratori vedono più ciò che manca (inflazione, occupazione, consumi) rispetto a ciò che c’è. E qui torniamo, conclusivamente, alla politica. Ha contezza di tutto questo? Non è qualunquismo se diciamo: neanche lontanamente. Il governo sembra appagato del miglioramento degli indicatori congiunturali – che saranno branditi nella propaganda immaginando stoltamente di farne strumento di acquisizione del consenso – preoccupato di come rendere non controproducente ai fini elettorali la prossima manovra di bilancio e fatalista circa la dinamica del confronto politico. Un po’ troppo poco per essere l’argine al dilagare del populismo. Il quale trova nuova linfa, mentre i suoi vessilliferi mostrano tutto il loro dilettantismo, proprio dalla sfiducia e dal pessimismo che l’ormai patologica empasse della politica, tanto clamorosa quanto drammaticamente preoccupante per le sorti della stessa democrazia, continua a generare. Ciononostante, buone vacanze. (Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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La politica delle parole

Posted by fidest press agency su giovedì, 3 agosto 2017

cassa del mezzogiornoMolte volte siamo costretti, in presenza di fax e e-mail di protesta per taluni atteggiamenti assunti dai partiti sia della maggioranza sia della minoranza che oggi ci governa o è stata all’opposizione, a difendere il ruolo centrale della politica. Lo facciamo, e non lo nascondiamo, con crescente difficoltà. Non è necessario, d’altra parte, avere una memoria da “elefanti” per ricordarci anche e solo una piccola parte di quelle tante promesse che ci hanno rifilato da decenni. Sono tante come quella “storica” del nostro Mezzogiorno la cui soluzione era auspicata sin dall’inizio del XX secolo e lo sta a dimostrare l’archivio storico dei dibattiti parlamentari sulla questione meridionale, che oggi si possono leggere, e che ha tanto appassionato i parlamentari di quel periodo. Parole, sempre parole e nulla di più. Persino quando si è passati ai “fatti” con l’istituzione della Cassa del Mezzogiorno, la delusione è diventata più cocente per i modesti risultati conseguiti che alla fine si sono vanificati dopo aver affrontato spese ingenti per un progetto di industrializzazione del meridione così ben orchestrato a livello politico e propagandistico. Con questo bagaglio di delusioni come possiamo pensare che la politica si possa riscattare o anche presentare in modo credibile con un suo pur qualificato progetto? Ed oggi dobbiamo aggiungere anche la circostanza che se gli italiani non sono diventati tutti comunisti o democratici di sinistra è perché da quel pulpito si predicavano e si predicano ancora più sacrifici mentre si lasciano insolute le riforme strutturali che ci avrebbero consentito di tagliare decisamente i rami secchi e dirottare le risorse, pur scarse, verso gli investimenti produttivi ed un più ordinato riequilibrio dei nostri conti pubblici. Oggi, se vogliamo dirla proprio tutta, la sinistra per raccogliere voti sta diventanto “populista” rincorrendo a perdifiato i loro naturali detentori di tali attributi, ma solo per spiazzarli. E questo doppio inganno dovrebbe farci riflettere, per via che l’opinione pubblica riesca a percepirlo nella giusta misura. (Riccardo Alfonso)

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Politica: Perché si naviga a vista?

Posted by fidest press agency su martedì, 1 agosto 2017

motonave shardenLa famiglia rappresenta, in una società composita come la nostra, il primo nucleo di un raggruppamento sempre più ampio e composito. Se configuriamo lo stato come la summa di tutti i nuclei familiari esistenti in una comunità possiamo dire che ci troviamo in una grande famiglia allargata dove si dilatano necessariamente i vari problemi ma che abbiamo anche l’opportunità di riconoscerci in essi, sia pure nel nostro piccolo, in quanto la sola variabile è nell’ordine di grandezza ma non nei contenuti. Se partiamo da questa considerazione possiamo comprendere meglio la conflittualità che può nascere tra il capo famiglia e i suoi componenti e, in un modello più vasto, tra il capo dell’esecutivo e le varie parti sociali. Questo raffronto è ancora più pregnante se prendiamo a “modello base” una famiglia patriarcale, da una parte, e il capo dell’esecutivo dall’altra. In entrambi i casi abbiamo rilevato un calo netto dell’autorità che un tempo si riconosceva al capo famiglia e al rispetto che si nutriva per l’anziano. Non basta più far calare i propri meriti dal fatto che si è padre e marito. La moglie chiede una corresponsabilità nella gestione del menage, solo pochi anni fa impensabile, e i figli, a loro volta, tollerano poco essere richiamati anche se chi lo fa è motivato non solo dal suo ruolo genitoriale. Lo stesso sta accadendo nella famiglia più grande che ruota intorno al concetto di stato. Si giudica per quello che si è e non per quello che si rappresenta. Per questo motivo che ricopre cariche istituzionali ha l’obbligo-dovere d’essere d’esempio, di mostrare maggiore preparazione, più equilibrio, più obiettività. E i partiti, che nel piccolo sono rappresentati dal modo come i familiari interpretano la funzione guida di chi si è assunto l’incarico e ne esprime una valutazione critica, devono riflettere un rapporto altrettanto valido se vogliono essere rispettati, seguiti, sostenuti. Proprio per questo motivo noi abbiamo bisogno a tutti i livelli di “comando” e di partecipazione e di adesione di una figura che sappia essere all’altezza del compito che gli abbiamo assegnato non come capo ma come primus inter pares. Se non entriamo in quest’ordine d’idee prevarrà solo il nostro spirito gregario, acritico, servile, pappagallesco. E la famiglia e la società avranno di che lamentarsi. Diventa, inesorabilmente, una crisi di sistema. (Riccardo Alfonso)

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La politica è una partita a scacchi?

Posted by fidest press agency su martedì, 1 agosto 2017

scacchieraPer certi politicanti, e non solo purtroppo, la politica si gioca davanti a una tavola quadrata composta da 64 caselle (dette case) di due colori alternati e contrastanti. I due contendenti dispongono di 16 pezzi ciascuno composti da un re, una regina, due alfieri, due cavalli, due torri e otto pedoni. L’obiettivo finale, conseguente alle mosse giuste per contrastare quelle dell’avversario, è di dare scacco matto nel senso di attaccare il re senza che abbia la possibilità di sfuggire. Se poi spostiamo questa competizione nelle “segrete” della politica ci accorgiamo che vi sono molte più assonanze di quanto non appaiono in superficie. Il gioco, se vogliamo, si fa ancora più raffinato se con le nostre mosse spingiamo l’avversario a commettere degli errori. E’ quanto sta accadendo tra il PD di Renzi e i Cinque stelle di Grillo. Un passo falso grillino è stato compiuto quando ha puntato alla conquista del Campidoglio offrendo così all’avversario motivi per metterlo in cattiva luce, data la non facile amministrazione di questo comune. Ora, a nostro avviso, i renziani hanno alzato ancora di più la posta quando hanno assecondato la battaglia tutta parlamentare sui “vitalizi” inserendovi la polpetta avvelenata della possibilità che la legge una volta approvata potesse aprisse la strada ad una revisione delle vecchie pensioni basate sul calcolo retributivo e non contributivo che a tutt’oggi interessa almeno 15 milioni di italiani. Ciò vuol dire, come minimo, una riduzione delle attuali rendite di almeno il 30%. Cosa può significare in chiave elettorale? D’avere, per lo meno, quindici milioni di pensionati a dir poco infuriati e ostili verso i pentastellati. Ora che la frittata è stata fatta c’è da chiedersi se i grillini sono o meno consapevoli che sono sotto scacco e se sono in grado di correre ai ripari. Forse nonostante tutto non siamo ancora allo scacco matto ma siamo decisamente molto vicini. (Riccardo Alfonso direttore Centro studi politici ed economici della Fidest)

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La Raggi e i costi della politica

Posted by fidest press agency su lunedì, 31 luglio 2017

virginia raggi“La Raggi dopo l’approvazione dell’assestamento di bilancio dichiarato: ‘Siamo un po’ compressi perché le precedenti amministrazioni non hanno fatto un buon lavoro’. Siamo al solito disco rotto sulla ‘la colpa è degli altri’. Ma 3,6 milioni di fondi comprensivi degli oneri accessori per 56 collaboratori esterni come denuncia oggi un importante quotidiano della capitale sono scelte che riducono in mera chiacchiera elettorale il risparmio promesso. Sono scelte che non ricadono su altri ma su l’attuale giunta. Peraltro si tratta di una scelta che non sembra aver dato grandi risultati considerando la situazione di degrado in cui versa la capitale. I fondi per le collaborazioni sono inoltre destinati a salire perché la sindaca Raggi, maestrina del rigore quando era all’opposizione e che gridava allo scandalo per i 4 milioni spesi dal centrosinistra, nel giugno scorso ha firmato una Ordinanza per aumentare a 102 le poltrone della sua segreteria e della Giunta, facendo lievitare la spesa fino a 5 milioni. Un record! La Raggi e il M5S capitolino mandano così in soffitta anche la diminuzione dei costi della politica.”Così in una nota la consigliera capitolina del PD Ilaria Piccolo. (nr. segue la risposta della Raggi. Abbiamo messo a confronto i due dati per correttezza informativa e anche per capire sino a che punto la “passione politica” non rende giustizia alla regola dei numeri e dei precedenti)

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La storia e l’uovo di Colombo

Posted by fidest press agency su martedì, 18 luglio 2017

berlinoCi sono fatti che noi accettiamo per quelli che sono e circostanze che ci fanno riflettere se andiamo ad analizzarle, talvolta con il senno di poi. E così meditando ci rendiamo conto che il concetto di verità diventa in molti casi relativo. La non politica dei politici. Spero di non fare semplicemente il verso a quanti hanno scritto sull’argomento andando ad analizzare il voto politico e amministrativo degli Italiani dagli anni successivi alla seconda guerra mondiale ad oggi. E’, ovviamente, un lungo discorso ma che intendo riprendere solo per sommi capi e riferendomi ai fatti più recenti lasciando la dietrologia agli storici. Sappiamo bene che a livello mondiale due sono stati gli eventi più significativi che hanno rivoluzionato il concetto stesso di fare politica: il 1989 con la caduta del muro di Berlino e l’11 settembre del 2001 con la “tragedia americana” del terrorismo di matrice araba. In Italia, più modestamente, abbiamo avuto l’exploit della magistratura con il fenomeno delle così dette “mani pulite” che ha fatto un solo falò di partiti pur gloriosi ma diventati impuri dalla corruzione. Sono usciti, sia pure ridimensionati, da queste “forche caudine”, solo i partiti di sinistra anche se il colpo di maglio l’hanno avuto, subito dopo, in seguito al crollo dell’Urss. Nel 1993 gli italiani hanno scoperto di trovarsi senza un partito di “centro”. E’ stato allora che con una vigorosa azione mediatica l’uomo che di queste cose era un maestro seppe mettere in piedi, in poco tempo, un partito, imporlo alla politica e vincere le elezioni. Chi era costui? Era un ex per molte cose ma non della politica che amministrava, come si soleva a quel tempo, per interposta persona. Ma con la caduta del suo “idolo” e in mancanza di un sostituto degno di questo nome pensò bene di scendere personalmente nell’agone politico. Era sin d’allora simpatico alle folle e accattivante e dalla sua un’altra dote di sicuro successo: la proprietà di ben tre reti televisive, quella di alcune testate giornalistiche e tanti soldi da mettere sul piatto. Per sua natura non poteva reggere alla pari di uomini politici di carriera ma il suo successo, negli anni che seguirono, fu dettato dalla debolezza degli avversari e dalla loro divisione (divide et impera di antica memoria). Le elezioni politiche del 2006 con la sconfitta elettorale, sia pure di misura, aveva messo praticamente alle corde quest’uomo venuto dal mondo delle immagini e poteva chiudere un capitolo della cronaca politica italiana se i vincitori avessero avuto il buon senso di ricercare non il successo fine a se stesso ma a consolidarlo con una forte leadership e un programma di governo che sapesse fare delle scelte coraggiose di politica sociale, di difesa delle fasce più deboli e di riforme dalla giustizia alla scuola. In difetto avrebbe dovuto subito riproporsi al voto e senza tentennamenti dell’ultima ora. Ciò non è stato proprio perché i nostri politici possono avere molti meriti personali ma manca loro una dote essenziale: non hanno idea di cosa significa fare politica intesa nell’interesse generale. Ora sta subentrando un’altra insidia che spinge questi non-politici a considerare il voto popolare un “incidente di percorso” e che va esorcizzato con l’abilità dell’esorcista. Occorre in pratica abbassare la partecipazione al voto degli italiani. Italiani sfiduciati, italiani che si sentono in trappola da governi che possono cambiare colore ma la sostanza è la stessa, governi che in pratica non governano per il bene comune ma che vivacchiano e sopravvivono a forza di slogan, di promesse e anche di velate minacce. E l’italiano elettore risponde coerentemente non andando a votare o a votare ma lascia in bianco o con improperi la scheda. Non solo. Continua a dividersi immaginando partiti nuovi o nuovi solo nelle sigle ma riciclati dal passato. Se dopo tutto il detto cerco di leggere il futuro mi rendo conto che non sarà cosa facile gestirlo con quanto abbiamo per le mani. Forse il mal sottile che ci corrode è quello del nostro spirito gregario che è suddito della nostra vocazione ad avere un capo e a genuflettersi ai suoi piedi. Non esce dalla nostra logica il primus inter pares e il convincimento che esiste una stragrande maggioranza che non ha voce e una ristretta minoranza che voce ne ha fin troppo e la fa sentire ai quattro venti assordandoci e facendoci perdere il senso dell’equilibrio. Se non usciamo da questa “prigione” ideologica e culturale e cerchiamo di far valere la ragione dei più all’interesse dei pochi resteremo per sempre dei servus servorum Dei per buona pace di potenti e la disperazione dei benpensanti. (Riccardo Alfonso direttore centro studi politici ed economici della Fidest)

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La politica e gli italiani all’estero

Posted by fidest press agency su sabato, 15 luglio 2017

fucsia-nissoli-fitzgeraldDichiarazione dell’onorevole Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia: “Leggiamo dichiarazioni farneticanti da parte del Partito democratico nei confronti del presidente Silvio Berlusconi, di Forza Italia, e della nostra deputata Fucsia Fitzgerald Nissoli. Lo sconosciuto parlamentare dem, Marco Fedi, mette una dietro l’altra una serie assurda di bugie e falsità.Il nostro movimento politico, sin dai primi anni della sua costituzione, è stato ed è da sempre in prima linea per gli italiani all’estero, per i loro bisogni, per la loro rappresentanza democratica.Ricordiamo al distratto deputato del Pd che se oggi lui siede negli scranni del Parlamento e se può permettersi di formulare simili accuse lo deve alle azioni concrete del governo Berlusconi, che, con la legge Tremaglia prima e con la legge elettorale varata nel 2005 poi, permise il primo voto per corrispondenza degli italiani residenti all’estero in occasione di due referendum del 2003 e per le elezioni politiche del 2006.Renzi, con l’Italicum e con la sua riforma della Costituzione, voleva intaccare questa conquista di civiltà. Gli italiani, anche quelli all’estero, seguendo l’indicazione di Forza Italia, gli hanno detto di ‘No’.Fedi si metta l’anima in pace, faccia politica, se ne è capace, e insulti semmai i suoi compagni di partito. Con Forza Italia si misuri sul campo e vedremo alle prossime elezioni se gli italiani residenti all’estero staranno dalla sua o dalla nostra parte”.

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Ius soli – Lupi: “Al Pd dico: perché la fiducia? Dov’è la fretta?”

Posted by fidest press agency su venerdì, 14 luglio 2017

camera deputati“Il Partito democratico più che ad attuare il programma di governo, di cui esprime il presidente del Consiglio oltre che costituirne il perno della maggioranza, sembra da tempo dedito alla provocazione. Il suo presidente, Matteo Orfini, si è fissato sul fatto che la legge sullo ius soli debba essere approvata entro il mese di luglio. E pur di riuscirci chiede con insistenza che su questo provvedimento, che è di iniziativa parlamentare e non è nel programma del governo, venga messa la fiducia. Non una, ben quattro volte! A chi gli chiede il perché di tanta fretta risponde che 637 giorni di riflessione su questa legge sono abbastanza. Potrei rispondergli che 872 sono di più, tanti sono infatti i giorni che il ddl sulla concorrenza ha accumulato in attesa di diventare legge, e ancora non c’è riuscito per i continui rinvii del Pd. Quello sulla concorrenza è un provvedimento ben più urgente oggi: è nel programma del governo ed è un impegno che l’Italia si è presa in Europa. Lo aspettiamo dal 20 febbraio 2015. Orfini vuole che il Senato ne parli in questo mese di luglio o preferisce imporre a colpi di fiducia una legge in una materia delicata come la cittadinanza, che ha implicazioni culturali significative e un deciso impatto sociale? Su una materia come questa Orfini vuol concedere al Parlamento di discuterne ancora o ha deciso lui che è arrivato il tempo di cassare ogni discussione? Dobbiamo fidarci di lui che va bene così o possiamo discuterne liberamente in Aula? Se lo ius soli viene approvato a forza in luglio o dopo un argomentato dibattito in settembre, che cosa cambia per le urgenze del Paese? C’è un detto siciliano che forse ben spiega questi continui tentativi del Pd di forzare la volontà del Parlamento: la fissazione è peggio della malattia”. Lo dichiara Maurizio Lupi, presidente dei deputati di Alternativa popolare.

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