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Quotidiano di informazione – Anno 30 n° 265

Posts Tagged ‘politica’

Il caso Aquarius: politiche migratorie

Posted by fidest press agency su martedì, 12 giugno 2018

Di fronte al caso della nave Aquarius, bloccata nel Mediterraneo con 629 profughi a bordo, l’Italia deve restare ancorata ai principi di umanità che sono nella sua tradizione, a partire dal dovere di salvare le vite umane in pericolo, così come ha fatto negli ultimi anni di fronte ad una delle più grandi tragedie di inizio millennio: la morte in mare e nel deserto africano di migliaia di persone, tra cui molti bambini, in fuga dal Sud del mondo verso l’Europa.
La Comunità di Sant’Egidio chiede di continuare a salvare e, al tempo stesso, invita i Paesi dell’Unione Europa ad assumere la loro responsabilità: le navi, come l’Aquarius, possono attraccare nei porti italiani o in altri porti del Mediterraneo, ma i differenti Stati europei, non solo l’Italia o la Grecia, dovrebbero condividere l’accoglienza facendosi carico, ognuno, di una quota di profughi. Il ricollocamento immediato di chi chiede asilo – come già sperimentato – alleggerirebbe l’impegno del nostro Paese e faciliterebbe l’integrazione che, occorre ricordarlo, è la più grande sfida vissuta attualmente dall’Europa alle prese con l’immigrazione. Interventi più incisivi e di lunga durata nei Paesi di origine dei migranti aiuterebbero ad affrontare il fenomeno alla sua radice insieme alla riapertura di vie di ingresso regolare per motivi di lavoro, dato anche il preoccupante calo demografico in atto in Europa e in Italia.

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La parabola berlusconiana

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 giugno 2018

Il “politico” Berlusconi è spuntato nella costellazione italiana circa un quarto di secolo fa. Ebbe una intuizione, o gliela suggerirono i soliti “ignoti”, di sdoganare il partito che fu di Almirante e in odore di fascismo e inviso alla sinistra fino al punto, anni addietro, di far cadere miseramente, il governo Tambroni (un monocolore Dc con il sostegno esterno del MSI). L’attuale ex-cavaliere aveva delle simpatie con i socialisti di Craxi ma ciò non lo distolse dallo stipulare un patto con la destra di Fini (erede di Almirante). Ora, stranamente, si meraviglia che il suo “pupillo” Matteo Salvini segretario della Lega e la stessa Giorgia Meloni, sia pure con qualche distinguo, hanno scelto di convivere con i pentastellati di Di Maio e compagni, pur riconoscendosi di destra. Cosa vuol dire, si chiede qualcuno? Siamo forse obbligati a dimenticare, citando i fatti più recenti, l’alleanza di Forza Italia con il Pd sancito con patto del Nazareno e con l’appoggio al Presidente del Consiglio Enrico Letta e al suo successore Matteo Renzi? Dati questi precedenti avremmo potuto pensare anche ad un governo Renzi Berlusconi se il voto degli italiani non avesse spaiato il duetto amoroso. Potremmo aggiungere, con un pizzico di ironia, che a pensar male si fa peccato ma spesso s’indovina. E’ che oggi il padrone di Villa San Martino, in quel di Arcore, sembra abbia tanta voglia d’esorcizzare lo spartiacque, che si è creato tra un modo di governare la cosa pubblica, stile XX secolo, e il nuovo che avanza, sia pure con qualche sgambetto di troppo da par suo, proprio da quella vecchia guardia che fa a pugni con l’anagrafe e mentalmente si è fermata alla logica degli inciuci. Se ne faccia una ragione. Non è nemmeno una questione anagrafica. E’ che i tempi sono mutati e la politica con essi, almeno si spera, ma quel che è certo senza Berlusconi, in ogni caso. (Riccardo Alfonso)

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Fratelli d’Italia: Una politica di coerenza nel nome della continuità

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 giugno 2018

“Se Fratelli d’Italia è un ottovolante Forza Italia è un brucomela: noi voliamo alto e le polemiche le lasciamo all’on. Napoli che oggi definisce incoerente Fratelli d’Italia. Consigliamo a Osvaldo Napoli di guardare in casa propria prima di puntare il dito verso un movimento che non ha mai inciuciato con la sinistra e Renzi come ha fatto Forza Italia. E non ci riferiamo solo al patto del Nazareno che per l’Italia ha prodotto risultati nefasti ma anche ad accordi ben più recenti, come quello sulla legge elettorale che ha gettato questa Nazione del caos totale. Lezioni di coerenza non le accettiamo da nessuno: siamo sempre stati dalla stessa parte, difendendo spesso in solitudine i valori di quel centrodestra che continua a essere maggioritario come sentimento tra i cittadini. E oggi come ieri, come detto sempre da Giorgia Meloni, abbiamo solo un capo a cui dare conto: il popolo italiano e continueremo a fare i suoi interessi, consentendo con la nostra astensione a un governo politico di iniziare a lavorare dopo una empasse voluta da chi ha appoggiato il rosatellum e votando di volta in volta i provvedimenti che considereremo utili per questa nazione. Ma comprendo che questa coerenza non sia di facile comprensione per chi in questi anni si è distinto per essere stata spesso la stampella del PD: scendano dalle giostre e riprendano a fare politiche per la gente, come FdI”. Lo dichiarano i deputati di Fratelli d’Italia Augusta Montaruli e Salvatore Deidda.

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Politica, governi e società dei consumi. Quando i metodi si intrecciano

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 maggio 2018

In primis fu grazie a Silvio Berlusconi, poi é stato come un fiume in piena. Stiamo parlando della ridefinizione del ruolo dei partiti, della loro funzione cosi’ come previsto dalla nostra Costituzione: Articolo 49 – Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Il concetto di partito é ovviamente libero e ognuno lo può intendere e mettere in pratica come crede. All’origine, il partito rappresenta una parte che propone e aggrega rispetto a programmi, idee, simpatie, etc.. Poi, col tempo e soprattutto grazie a Silvio Berlusconi, i partiti si sono trasformati in macchine di consenso, utilizzati da manager e non idealisti di vario tipo, per programmi forgiati presumibilmente per venire incontro ai desideri e alle necessità degli elettori. La differenza é tutta in questo “utilizzati da manager e non idealisti di vario tipo”. Cioé, alcuni business man verificano cosa va per la maggiora e, di conseguenza, organizzano il partito per farvi fronte, sì da avere poi la maggioranza di consensi per governare e/o amministrare il Paese. Come un prodotto. E’ la logica del marketing, del mercato basato sulla soddisfazione dei consumi, e sulla induzione verso questo o quell’altro consumo Cosa piace di piu’ in questo momento? La limonata con sei cubetti di ghiaccio? Bene, mi organizzo per dare la possibilita’, a chi ama la limonata con sei cubetti di ghiaccio, di poterla avere sempre, dovunque e a prezzi sempre piu’ concorrenziali. Se poi, invece di una limonata con sei cubetti di ghiaccio, si tratta di pensioni, aumenti salariali, diritti piu’ o meno inattuati o calpestati, non cambia; per il nostro manager é importate che questa istanza rappresenti una qualche maggioranza, ché la funzione del suo partito é gestire questa maggioranza grazie al potere che gli viene conferito dal sistema democratico. Il fatto che il partito, e i suoi manager, siano dei fan dell’aranciata senza ghiaccio o dei sostenitori della soppressione di alcuni diritti per il bene comune, é irrilevante. Quel che conta é che la presunta maggioranza la pensi in un certo modo, e che l’impegno del partito per questo modo consenta allo stesso di gestire il potere. In questo contesto, pur se rimangono ancora diverse sacche, le spinte ideali diventano irrilevanti o, al massimo, un corollario per cercare di meglio acquistare e meglio vendere il prodotto che ci appresta a gestire. Un esempio di questo metodo lo abbiamo sperimentato in modo calante in questi ultimi anni (Silvio Berlusconi, per l’appunto), ma é esploso in questi periodi. L’ultimo e’ il cosiddetto contratto tra Leganord e Movimento 5 Stelle. Due raggruppamenti politici che in campagna elettorale se le sono date tra di loro di santa ragione su questioni spesso una agli antipodi dell’altra, ma che poi hanno deciso di fare un accordo, ovviamente per il bene del Paese. In questo caso, più che il partito alla bisogna dopo il sondaggio di mercato su cosa vuole il popolo, é il programma (contratto) ad essere alla bisogna. “Lo vogliono gli italiani”, é in sintesi uno degli slogan che piu’ si sente echeggiare. E in un certo senso, é vero. Non sappiamo se questo sia un bene o un male. Quello che ci interessa evidenziare é l’esistenza di questo meccanismo, che ha cambiato l’approccio alla politica, passando da fasi di cittadini con cittadini, a fasi di attori e spettatori, dove i primi hanno dei registi e i secondi sono indirizzati dalle mode del momento. A noi preme che su questo ci sia una consapevolezza diffusa, da parte degli elettori come da parte di coloro che in qualche modo si candidano a gestire o amministrare questo o quell’altro contesto, conflitto, politica. Questo accade perche’ il sistema elettorale non favorisce la governabilità ma la rappresentanza. Dove quest’ultima e’ tale solo in teoria, in considerazione dell’approccio manageriale di cui abbiamo scritto sopra. E non dovrebbe accadere (il condizionale é d’obbligo) li’ dove il sistema elettorale favorisce la governabilità, cioe’ quando un minuto dopo i risultati elettorali si sa già chi governerà. Tipico, in questo senso, é il sistema elettorale americano, l’uninominale ad un turno.
La decisione spetta ai cittadini e agli elettori. In teoria. Perchè anche qui, chi non ci dice se per la formazione di una maggioranza che consenta il passaggio dall’attuale sistema proporzionale a quello uninominale, non ci si debba sottomettere alle logiche manageriali di cui sopra? Il discorso si fa sempre piu’ articolato, anche se la conclusione a cui siamo giunti non é una novita’ nel panorama istituzionale mondiale. Ma potrebbe essere una novità per l’Italia. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Il declino del PD: E’ nel suo Dna?

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 maggio 2018

Per comprendere meglio cosa sta accadendo in casa Pd è necessario fare qualche passo indietro e riandare al tempo in cui è stato capace, per ben due volte, di far cadere il governo Prodi per le sue faide interne e nel lasciare che gli desse una mano il suo alleato di sinistra. Nello stesso tempo rimangono gli interrogativi di sempre: Perché ha evitato di fare una legge sul conflitto d’interesse? Perché ha mancato di mostrare la grinta necessaria nelle elezioni del 2013 facendosi quasi raggiungere dal centro destra pur avendo in partenza quasi dieci punti di distacco? Perché non ha fatto le riforme che oggi dichiara di voler porre mano quando aveva i numeri e era al governo? E ci riferiamo a quelle “vere” e non fasulle come la “buona scuola”. Perché ha ignorato il malessere del paese assecondando il governo Monti che ci ha imposto una cura da cavallo senza una contropartita per la crescita? Perché si continua a dipendere dai poteri forti europei dove è evidente il conflitto d’interessi con la Germania con la quale siamo in concorrenza per l’esportazione di analoghi prodotti? Perché proseguiamo nell’ignorare i reali problemi che non ci consentono di far funzionare una giustizia al passo con i tempi e insistiamo nell’ospitare gli immigrati sino a trasformare l’Italia nel più grande campo profughi d’Europa? E i perché potrebbero continuare all’infinito in quanto mostra di cercare rimedi per la sua leadership più adatti per un funerale che per la sua guarigione. E la ciliegina sulla torta, si fa per dire, è stata messa allorquando Di Maio ha offerto al Pd un contratto per governare insieme ai pentastellati e ne ha ricevuto un gran rifiuto. E ora si scandalizza che lo stesso movimento abbia trovato un alleato diverso anche se tra mille tentennamenti e lo condanna all’oblio? Si dice che chi è causa del suo mal pianga se stesso se non fosse che le lacrime ci accomunano nella consapevolezza che stiamo perdendo un pezzo di storia politica che avremmo voluto volentieri evitare e coinvolge gli stessi valori della democrazia intesa nel suo piano nobile. (Riccardo Alfonso)

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La politica che non comprendiamo

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 maggio 2018

Il 4 marzo scorso ci sono state le elezioni politiche in Italia per dare al paese un nuovo parlamento e un governo. Per i successivi due mesi ci siamo incartati su posizioni ritenute inconciliabili da chi pur realizzando un certo successo elettorale non ha ottenuto i numeri sufficienti per governare ed è stato costretto a cercarsi delle alleanze oltre il proprio perimetro programmatico. Abbiamo in questo frangente compreso che è stata proprio la legge elettorale a circuitare ogni possibile accordo in quanto abbiamo avuto una coalizione al 37% e un movimento che da solo ha raggiunto il 32% dei consensi. Cosa ha significato tutto questo? Che alcuni partiti si sono presentati agli elettori facendo “cartello” per vincere le elezioni fallendo e l’altro che ha scelto il consenso in solitudine ma non ha ottenuto il quorum. Le due strade che si prospettavano erano due: o rifare la legge elettorale eliminando le coalizioni o introducendo semplicemente il premio di maggioranza. A questo punto, logica avrebbe voluto che il Parlamento apportasse la necessaria modifica alla legge e ci consentisse di ritornare al voto. Ed invece abbiamo assistito a un balletto da prime donne dove Salvini dichiara d’essere il vincitore e si rivolge ai “secondi” (i pentastellati) per colmare il divario esistente per consentire al centrodestra di governare e i secondi rispondono che possono farlo se la “coalizione” si “spaia” lasciando all’opposizione Forza Italia per via di un personaggio scomodo: Silvio Berlusconi. Proposta ritenuta inaccettabile. E allora? Abbiamo dovuto attendere due mesi per capirlo? Siamo così duri di comprendonio o i politici vivono in un altro mondo e non si rendono conto che il paese attende le riforme promesse e non realizzate da anni e che ora tutti i nodi sono arrivati al pettine e non c’è più tempo per traccheggiare? (Riccardo Alfonso)

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UNC: urge riforma fiscale e politica dei redditi

Posted by fidest press agency su domenica, 29 aprile 2018

Secondi classifica del rapporto Taxing Wages, l’Italia è terza tra i Paesi Ocse per il peso del cuneo fiscale sul costo del lavoro.”I dati di oggi confermano che urge una riforma fiscale per aumentare la busta paga netta che i lavoratori effettivamente incassano” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Inoltre, in questi anni di crisi, è mancata una politica dei redditi e la concertazione tra imprenditori e sindacati non ha funzionato. Non ci sono stati i rinnovi contrattuali, a cominciare dal pubblico impiego e questo ha dissanguato i lavoratori, impoverendoli. Anche se ora i rinnovi stanno arrivando, è di tutta evidenza che vanno cambiate le regole troppe discrezionali che governano l’adeguamento degli stipendi al costo della vita. Serve il ripristino della scala mobile all’inflazione programmata. Altrimenti, se gli stipendi e le pensioni restano al palo, mentre le tariffe ed il costo della vita salgono, i consumi della famiglie non potranno mai decollare” conclude Dona.

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Un sovrano senza corona e altro

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 aprile 2018

Non manca occasione per gli italiani di ripetere il ritornello del “popolo sovrano” come se si trattasse di uno scongiuro da esercitare per convincersi che vi è ancora un lumicino di speranza in questa nostra democrazia ridotta a brandelli. Certo che se noi immaginiamo un sovrano, come i politici lo trattano, c’è poco da stare allegri. E’ senza poteri pur dandoli. E’ senza libertà, pur offrendola, è deprivata dei suoi diritti per essere soffocata dai doveri e in balia di una giustizia condannata all’impotenza. Cosa vogliamo di più per dichiarare forfè e ritirarci scornati sull’Aventino? E’ così fanno i milioni di italiani che rinunciano al voto e guardano disgustati i maneggi della politica che sistematicamente li ignora e si diverte ad imbastire perverse trame di palazzo. Ma sbagliano. E ancora sbagliano quanti credono che la sovranità è per censo e non in seguito ad un duro e tenace impegno collettivo. Dobbiamo, innanzitutto, saper distinguere i soliti imbonitori di turno da chi è saggio ed è giusto non per profitto personale ma per vocazione. Possiamo anche sbagliarci ma non perseverare nell’errore se ci emendiamo per tempo dalle nostre iniziali improvvide valutazioni. L’arma con la pallotta in canna ce la offre la stessa democrazia che significa “governo del popolo” e che si esprime con il voto, ma a patto di saperla usare a tempo debito e dopo aver saputo distinguere il grano dalla gramigna. Ed è bene rammentare che quest’ultima se non estirpata in tempo potrebbe soffocare la spiga e inaridirla. Ed è questo il vero spirito che anima il popolo sovrano per sentirsi tale di nome e di fatto. (Riccardo Alfonso)

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Il centro destra si impallina da solo

Posted by fidest press agency su martedì, 17 aprile 2018

Il tira e molla tra il centro-destra e i pentastellati lascia l’amaro in bocca. Lo dobbiamo al fatto che abbiamo dovuto sorbirci l’intraprendenza berlusconiana anche quando si pensava fosse stato messo alle corde. Niente da eccepire se si fosse trattato di una normale contesa politica e non d’interessi di parte e tenuti sotto traccia con la questione dei rapporti di forza politici e le varie sonate populiste pronte a svanire il giorno dopo del voto. Ne consegue che dal 2013 ad oggi non esiste una forza maggioritaria nel paese che possa richiamarsi alla destra o alla sinistra nel senso classico del termine ma semmai un calderone centrista dove c’è dentro di tutto e fa gola a tutti. Questo centro è il solo nel poter dire che è in grado d’esprimere una maggioranza assoluta ma stranamente è nei fatti incapace a realizzarla.
Il perché si riesce a spiegarlo solo se partiamo dall’idea che gli elettori italiani nel complesso hanno al loro interno una trasversalità fortemente pronunciata che si può sintetizzare in due distinte fazioni e tantissimi distinguo. Tanto per fare un esempio banale, ma a mio avviso illuminante, ci troviamo con il modesto pensionato che vota Forza Italia. Un partito che fa implicitamente una politica in difesa dei grandi interessi del capitale anche se non vuole darlo a vedere, in modo palese, proprio per rubare la scena a quelli che ne avrebbero la titolarità. Nel frattempo il PD che dovrebbe avere la vocazione a sinistra si è di fatto trasformato in un movimento centrista che fa l’occhiolino alla destra. In questo modo si stanno rimescolando le carte tanto che non si può più dire che ognuno, con coerenza, riesca a fare la parte che gli spetta ma tenda a predicare bene e a razzolare male, anzi malissimo. A questo punto volendo semplificare le cose possiamo dire che in realtà sono solo due le forze im campo: quelli che hanno e quelli che sono ed è un discorso così esplicito che oggi sappiamo che ci vogliono 3 miliardi e mezzo di individui per eguagliare la ricchezza delle 45 persone più lucrose del mondo. Logica vorrebbe che un numero così grande fosse in grado di condizionare tale piccola entità ed invece succede tutto il contrario. E’ il nostro male oscuro e in Italia si manifesta in tutta la sua evidenza. (Riccardo Alfonso)

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“La Politica non è una Professione” di P. Calamandrei

Posted by fidest press agency su sabato, 14 aprile 2018

Milano 16 aprile alle ore 18,30 Auditorium Piero Calamandrei via Correggio 43 presentazione dell’XI volume della collana Diritti • Società • Frontiere – Edizioni Henry Beyle, “La politica non è una professione” di Piero Calamandrei, interverranno Peter Gomez (direttore de “ilfattoquotidiano.it”), Giuseppe La Scala (avvocato), Sandro Neri (direttore de “Il Giorno”), Massimiliano Panarari (docente di Marketing politico Luiss School of Government) e parlamentari ed esponenti del Centrodestra, del Centrosinistra e del Movimento 5 Stelle. L’incontro sarà coordinato da Ruben Razzante, docente di diritto dell’informazione presso l’Università Cattolica di Milano e la Lumsa di Roma. Il volume “La politica non è una professione” di Piero Calamandrei offre considerazioni inedite, pubblicate per la prima volta dalla casa editrice Henry Beyle. Lo scritto del grande giurista, avvocato, politico, scrittore, docente universitario, oltre che uomo di grande cultura, nasceva sotto forma di breve articolo che sarebbe dovuto uscire sulla rivista Argomenti, nell’agosto del 1943, subito dopo la caduta del fascismo, ma non andò mai in stampa.
Partendo dalle acute riflessioni di Piero Calamandrei, uno dei principali artefici della rinascita morale dell’Italia del secondo dopoguerra, relative al senso della politica, ai suoi profili etici e al ruolo di chi occupa posizioni pubbliche, i relatori analizzeranno il fenomeno del declino delle storiche ideologie politiche, cercheranno di rappresentare i possibili scenari futuri e proveranno a rispondere a quesiti molto stimolanti, ad esempio: Possiamo affermare che attualmente chi fa politica oggi sia mosso da una vera passione e non la consideri una semplice professione? Come si può formare la nuova classe dirigente?
“La politica non è una professione” è l’XI libro della collana Diritti • Società • Frontiere, promossa dalla Toogood Society – istituita da La Scala Studio legale nel 2013 per avviare un progetto di formazione culturale – in collaborazione con le Edizioni Henry Beyle. Tale iniziativa unisce la riscoperta di testi dimenticati all’attenta cura tipografica. “La Politica non è una Professione” è stampato in 575 copie numerate su carta carta Cotton Fedrigoni con caratteri Garamond monotype.“Il testo di Calamandrei sembra predittivo di un tema che è stato alla fine centrale nel ricambio della classe politica italiana ma quanto ciò sia avvenuto a vantaggio, o a svantaggio, della qualità della politica lo dobbiamo ancora scoprire. Di sicuro il Paese ha bisogno di competenze e come esse vadano formate e selezionate è forse uno snodo decisivo nel sistema”, ha detto Giuseppe La Scala, senior partner di La Scala.

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Politica: i rituali della politica di ieri e di oggi

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 aprile 2018

Gli inviti a un pranzo o a cena in quel di Arcore sono diventati degli incontri che nel tempo si sono istituzionalizzati e danno l’impressione che più di una colazione di lavoro si tratti di rituale che vuole celebrare il rispetto dovuto al dominus che convoca i suoi vassalli per dettare loro le linee guida nei rapporti con i sudditi. Se è questa la percezione che si ricava ha senza dubbio ragione Di Maio nell’affermare che se Salvini non taglia questa specie di cordone ombelicale non si può pensare ad un’azione politica di rinnovamento del sistema paese. Ma rinnovare cosa e perché? E soprattutto quali sono stati i guasti che in passato hanno provocato tanti danni e determinata una diffusa sfiducia nelle istituzioni e nei partiti che in qualche modo ne sono stati complici?
E’ opinione diffusa che dopo il boom degli anni post bellici la spinta non l’abbiamo colta nella sua interezza perdendo l’occasione d’offrire agli italiani un modello di società diverso. Ci siamo, invece, ripiegati su noi stessi e abbiamo cercato solo di gestire l’esistente o al massimo operare piccoli aggiustamenti qua e là. Non dimentichiamo, ad esempio, che la disoccupazione in Italia fin dagli anni della ricostruzione è stata in gran parte assorbita con procedure anomale. Si è pensato agli ammortizzatori sociali con le assunzioni fuori quota nella pubblica amministrazione che ha fatto gonfiare artificiosamente gli organici, con la leva obbligatoria e i fuori corsi universitari che hanno ritardato l’accesso al lavoro dei giovani. Non si è pensato ai una sistemica e seria politica industriale che prescindesse dagli interessi regionali o dalle mode del tempo per comprendere ciò che occorresse fare guardando al futuro e non al contingente. E questa stagnazione ha alla fine generato dei mostri come la corruzione, gli sprechi, l’urbanizzazione selvaggia trasformando le periferie delle grandi città in ghetti o in quartieri dormitori e una mobilità interna confusa e scarsamente regolamentata. Ora è illusorio pensare che in pochi anni possiamo invertire questa tendenza. Eppure è necessario porvi mano, ma non si può fare se continuiamo a gestire il paese con chi pensa ancora che questa specie di luna di miele possa continuare in eterno. Oggi non possiamo contare sulla compiacenza internazionale come è accaduto ai tempi della guerra fredda. Oggi gli stati si difendono persino con l’autarchia e l’Italia con tutte le sue debolezze rischia di essere schiacciata del tutto. (Riccardo Alfonso)

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Professionisti e dilettanti allo sbaraglio in politica

Posted by fidest press agency su domenica, 8 aprile 2018

Da quando vi è stato l’exploit dei pentastellati che nel 2013 hanno portato in parlamento un nutrito gruppo di persone per lo più inesperte negli affari di politica, i loro oppositori si sono riempiti la bocca di ironiche e persino velenose allusioni sulla loro impreparazione. Da allora ad oggi, e a dispetto delle Cassandre di turno, è spuntata una nuova classe politica che se non ci fosse stato l’apporto prezioso del movimento difficilmente avrebbe avuto la possibilità di candidarsi e ascendere alle cariche istituzionali. Diciamo si sono fatti le ossa e gli scranni possono averli scaldati alla pari dei loro dotti colleghi ma non hanno perso la passione per la conoscenza, l’approfondimento e la voglia di fare. Altre leve, in quest’ultima tornata elettorale, si sono aggiunte ai rieletti e non possiamo dire che si stanno adagiando sugli allori. Nonostante ciò i soloni della politica, che trasudano anni di frequentazioni del palazzo e ne conoscono gli angoli più riposti in specie quelli oscuri dove è possibile tramare e non per costruire l’avvenire del paese secondo “coscienza e virtù”, non mancano di lanciare strali velenosi alle reclute e a instillare nell’opinione pubblica il sospetto che sono dei dilettanti allo sbaraglio.
Io che dal 1960 in poi ho conosciuto i tempi della politica e pur non ricoprendo incarichi importanti ho avuto contatti con politici del taglio di Fanfani, Marcora, De Mita, Almirante, Berlinguer e molti altri mi sono reso conto che i loro indubbi successi personali furono anche favoriti dai loro collaboratori e più in generale da una classe politica che in massima parte veniva “addestrata” sia mediante le scuole di partito sia con la praticaccia nell’amministrare gli enti locali.
Cosa è cambiato da allora ad oggi? Senza dubbio l’afflato ideologico. Si pensava di più al partito e meno ai vantaggi personali che potevano derivarne in chiave economica e sociale. C’è stato persino chi, come Berlusconi, che manifestava, una volta passato alla politica in prima persona, una certa diffidenza, per non dire disprezzo per i “politici di carriera”. Questo, a mio avviso, lo doveva al fatto che aveva conosciuto l’aspetto meno nobile del politico, quello incline ai compromessi di bassa lega, venale e “inciuciaro”. Quello che aveva smarrita la sua carica ideologica e associava il mestiere di politico all’arrampicatore sociale con la logica del fine giustifica i mezzi per realizzare facili arricchimenti. Chi era, per lui l’elettore? Un poveraccio da infinocchiare a dovere, una specie di vuoto a perdere e solo utile per raccogliere voti e con tutte le altre sfumature del caso.
Ora se seguo lo stesso ragionamento di chi considera il politico solo un arrampicatore “economico” devo desumere che i pentastellati sono diventati per costui una sorta di mosca bianca e spiegabile unicamente con il fatto che c’è in giro tanta rabbia che si è trasformata in un voto di protesta e nulla più. Con il tempo, egli pensa, rientreranno buoni, buoni e con la coda fra le gambe all’ovile. E’ proprio così? Ho i miei dubbi. E’ che a nostra insaputa sono nati due partiti dalle ceneri dei precedenti: quello di chi è e quello del chi ha. E se pensiamo che la ricchezza dei 45 uomini più ricchi del mondo è pari a quella posseduta da 3 miliardi di persone il chi è e il chi ha si spiega benissimo. Ora confidiamo che questo nascituro cresca in fretta per presentare il conto ai cresi di turno. (Riccardo Alfonso)

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Politica: la logica di appartenenza

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 marzo 2018

Un altro tema caro ai politici che militano nei partiti è di voler riconoscere nei parlamentari del M5S qualcosa di “familiare”. Taluni dicono, infatti, che hanno una mentalità di “centro destra” e altri no essendo per lo più di “centro sinistra” e così dicendo si consolano pensando di poterli asservire, prima o poi, alla loro causa. A questo punto è forse noioso ripetere le stesse cose ma, a volte, è necessario, anche se potrebbe diventare un atto disperato se pensiamo che non ci sia peggiore sordo di chi non vuol sentire. Per anni Grillo ha cavalcato la protesta di quanti sono stati bellamente presi in giro dal nuovo che si prospettava e che diventava regolarmente il vecchio che si perpetuava con le mummie che li rappresentavano. Il cambiamento a questo riguardo non s’identifica più con la logica delle alleanze tra partiti, ma sulle cose da fare, e fare non significa solo dire, ovviamente. Ecco perché in casa FI e suoi alleati dovrebbe prevalere il convincimento che se il programma del M5S è affine al loro ciò che quest’ultimi possono garantire al Paese è un qualcosa che non possono più dare: la fiducia. E allora la governabilità esiste e con essa le maggioranze parlamentari qualificate. Si tratta solo di capire il nuovo che si presenta e di saper cogliere il diverso che non significa avere un partito padronale, da una parte, e le confuse anime sull’altra sponda, ma una cultura del cambiamento. Punto e basta. (Riccardo Alfonso)

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Politica: A pensar male si fa peccato ma spesso s’indovina

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 marzo 2018

Sono trascorsi 5 anni da quando l’allora segretario del PD Pierluigi Bersani promosse un incontro con i rappresentanti del Movimento 5 stelle per avviare un programma condiviso. E fummo in tanti ad assistere alle varie fasi del meeting in quanto fu trasmesso in streaming. La conclusione la conosciamo: fu un secco no da parte del movimento. Oggi le parti appaiono invertite. Il PD dichiara la sua indisponibilità ad entrare in gioco e pensa di ritirarsi sull’Aventino in sdegnato sussulto d’orgoglio per l’affronto ricevuto da quelli che ritiene i suoi naturali elettori mentre il Movimento si dice disponibile ad una intesa sui progetti e lo richiama ad un atto di “responsabilità”, nell’interesse generale del paese. Ci troviamo, quindi, al cospetto di un nuovo scenario dopo che alla vigilia del voto molti erano convinti, e noi con loro, che il PD di Renzi si sarebbe alleato con il centro destra ma a condizione che il suo partito si fosse mantenuto intorno al 25% dei consensi per neutralizzare i voti non sicuri del disaccordo interno di destra e di sinistra a partire da quelli della Lega e di Fratelli Italia usati da Berlusconi come un bancomat e per Renzi dalla fronda interna con Emiliano e per finire col ministro della giustizia. I risultati, invece, hanno scompaginato tali propositi e indotto Renzi ad una presa ad effetto con le sue dimissioni. Ora che fare? La mossa più logica sarebbe quella di smontare pezzo dopo pezzo le due coalizioni e riscrivere una nuova pagina d’intese con un accordo di programma comune tra cinque stelle e alcune componenti del centro destra e del Pd. E c’è chi fa notare che vi sono già delle assonanze tra il programma del M5s e quello del centro destra: “euro, vaccini, pensioni, bilancio in deficit, immigrazioni, giustizia e protezionismo”.
E crediamo che tale scenario era stato già messo in conto partendo dal fatto che questa strana legge elettorale ha di fatto proclamato due vincitori: una coalizione e un Movimento che ha viaggiato da solo. Non c’era e non c’è posto per un terzo elemento. Il problema è semmai un altro: chi sarà il garante che si assumerà anche l’onere della presidenza del consiglio? Logica vorrebbe che fosse al di sopra delle parti o, comunque, con una colorazione politica molto sfumata. Calenda si è già proposto nella rosa dei papabili, ma non è il solo. C’è anche chi pensa a Mario Draghi, l’attuale governatore della Bce e allo stesso Tajani. Staremo a vedere. (Riccardo Alfonso)

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La testimonianza: tra mafia e politica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 marzo 2018

Il DittatoreDopo anni di colpevoli silenzi, di tacite connivenze, di sistematiche disinformazioni sembra che ora gli italiani stiano prendendo coscienza del vissuto della politica e soprattutto del suo rimescolio con gli ambienti che viaggiano ai limiti del legale. C’è di conseguenza una voglia forte di cambiamento mandando alle ortiche tutto un passato di ambiguità ed anche di torbidi intrecci malavitosi. Oggi l’occasione mi offre l’opportunità di richiamarmi non solo a ciò che ho vissuto e testimoniato con un mio libro, “Il dittatore” ma anche al coraggio di quanti giornalisti e politici galantuomini che hanno rischiato e persino perso la vita per svelare questi misteri e offrire alla magistratura uno spunto per indagare. Si può dire che il tutto è iniziato con le vicende degli anni postbellici con il bandito Giuliano. Il separatismo siciliano e le intese mafiose si mescolarono alle ragioni di politica internazionale nel timore che l’Italia, con il più forte partito comunista dell’occidente, potesse finire nelle spire dell’Urss. Il compromesso storico e il delitto Moro furono l’altro passo che indusse taluni politici a ragionare su una pax-sociale che non potesse prescindere da quel potere forte mafioso che aveva imbrigliato con le sue trame l’autorità dello stato e che si apriva la strada su tutto il territorio nazionale. Nel mio libro mi sono soffermato a lungo sul delitto Pecorelli e quello del generale Dalla Chiesa. Fatti che si conoscevano da decenni ma volutamente ignorati. Persino una mia testimonianza prevista in una trasmissione televisiva fu annullata all’ultima ora. O tempora! O mores! (Riccardo Alfonso)

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La politica delle convergenze parallele

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 marzo 2018

E delle forme triangolari, tra le ideologie e le aberrazioni. In politica un po’ di geometria non guasta dopo le “convergenze parallele” indicate da un politico italiano per spiegare la possibilità di fare alleanze “particolari”. Dal punto di vista retorico, l’espressione è un ossimoro essendo parole in forte antitesi giacché due rette parallele non possono convergere. Oggi, invece, parliamo del triangolo della vita i cui vertici possiamo indicare con le tre tipiche età dell’essere umano: giovani, età intermedia e anziani. Mi riferisco al triangolo equilatero che con i suoi angoli interni tutti pari a sessanta gradi considero la figura più semplice in assoluto. Esso, con i suoi tre segmenti, realizza il minimo per delimitare una superficie chiusa. Su questa base si può costruire una piramide per entrare nella tridimensionalità. Oggi ci sembra, con l’allungamento dell’età media, tanto per restare alla nostra figura geometrica, da triangolo equilatero, si debba passare ad altre figure: l’isoscele con due lati e angoli con lunghezza uguale o scaleno con tutti i lati e angoli interni che hanno lunghezze differenti. Se vogliamo, introducendo questa variante “esistenziale” nella nostra nuova figura, dobbiamo dire che abbiamo un lato, i giovani, di trenta gradi, l’età intermedia di sessanta e quella degli anziani di novanta. Da una prima riflessione notiamo come il primo lato si sia accorciato provocando nei giovani una maturità precoce ma anche innaturale e con uno strascico di problemi non indifferenti che vanno, inevitabilmente, a scaricarsi nel secondo lato. Il terzo, invece, si è allungato e ha dato origine a un’altra irregolarità. Se a questo punto volessimo ritornare a quella che consideriamo la figura ideale che è data dal triangolo equilatero, dovremmo restituire ai giovani il loro spazio e tornare ad accorciare la speranza di vita agli anziani. Se partiamo da questo postulato, dobbiamo subito dopo chiederci: è praticabile tale strada? E ancora: “Quali sarebbero le conseguenze se la percorressimo?” Dovremmo in pratica restituire ai giovani quella fetta di giovinezza che abbiamo loro sottratto, e qui potrebbe anche starci bene, ma non è la stessa cosa per gli anziani che si vedrebbero preclusa la possibilità di vivere più a lungo.
Se usciamo per un momento da questo livello di astrattezza surreale e ci caliamo nella nostra quotidianità la risposta potrebbe diventare cinica pensando di stabilire un’età oltre la quale non si debba andare per continuare a tenere valida la figura del nostro triangolo isoscele.
Un’alternativa sarebbe di tenere “compresse” le età come in qualche modo è stato fatto in Italia con gli ammortizzatori sociali per i giovani nei fuori corso universitari e con la ferma obbligatoria. Oggi lo facciamo con i master e gli stage. Ma come possiamo conciliare la grande voglia dei giovani per la “maturità” e la loro spinta a diventare dei protagonisti nella società con le altre generazioni contestualmente presenti? Ciò vuol dire anticipare l’ingresso nell’età intermedia e che, a sua volta, finisce con l’esaurire ben presto la sua carica “propulsiva” diciamo intorno ai 55-60 anni.
Così finiamo con lo stabilire una regola che vede entrare nel mondo del lavoro e nelle istituzioni giovani che solo qualche anno fa relegavamo tra i banchi di scuola mentre estromettiamo dal sistema i cinquantacinquenni e che a loro volta diventano in pratica degli anziani da parcheggiare in solitudine nel limbo dell’attesa e che diventa maggiore per via dell’allungamento della vita.
E’ logico presumere che con questa diversa suddivisione del differenziale esistenziale s’ingenerino dei conflitti soprattutto da parte dei giovani rispetto agli anziani.
Giovani sempre più adulti e anziani sempre più superflui. Se vogliamo a questo punto ritornare alla logica delle “convergenze parallele” vi sarebbe un modo per affievolire i dissidi intergenerazionali stabilendo lavori ad hoc. Prendiamo ad esempio un giocatore di calcio professionista.
Sappiamo bene che la sua “vita sportiva” non andrà oltre i trentacinque anni. Dopo tale data dovrà cercarsi un diverso impiego. Perché non possiamo fare la stessa cosa, sulla base dei dati anagrafici o anche per età biologica, per ciascuno di noi?
Possiamo stabilire dei lavori “congeniali” a una certa età e non in altre e fare in modo che i vari passaggi siano mediati attraverso appositi corsi professionali.
Così potremmo trovare un lavoro a un settantenne senza per questo “rubarlo” a un trentenne. Se non altro potremmo ovviare quelle contraddizioni che abbiamo dovuto rilevare in questi ultimi anni con sistemi che per favorire il turn over si anticipava l’età pensionabile per poi rendersi conto che il loro costo sociale si ritorceva inevitabilmente sul sistema economico del Paese danneggiandolo seriamente. Come dire? Il rimedio era peggiore del male.
Oggi gli anziani possono diventare odiosi e scatenare intolleranze in tanti modi.
Prima di tutto per le loro richieste di adeguamenti pensionasti al costo della vita e poi per le loro necessità assistenziali ritenute sempre più costose e per i tentativi di taluni di essi di “arrotondare” le loro rendite con il lavoro in nero e ancor peggio nel fare delle loro professione un’attività inalienabile come in politica e nelle rappresentanze istituzionali. L’esempio tipico l’abbiamo con Berlusconi che da industriale è passato alla politica a tempo pieno e ora punta all’immortalità.
Ma come possiamo escludere una realtà alla quale tutti noi siamo sottomessi se non cercando di mediarla con la forza della ragione?
D’altra parte ogni età è necessaria e ineluttabile all’essere umano come per tutte le creature viventi per una legge che ci sovrasta ed è incomprimibile e immutabile: è quella del tempo. (Riccardo Alfonso)

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I mercati non temono la grande coalizione all’italiana

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 marzo 2018

A cura di Marco Piersimoni, Senior Investment Manager di Pictet Asset Management Italia Solo la creazione di un asse anti europeista con la saldatura tra M5S e Lega potrebbe generare instabilità. Ma a mettere sotto pressione gli spread dei periferici potrebbe essere, proprio il 4 marzo, il mancato via libera alla formazione del governo di Berlino.Il termometro finanziario più accurato per misurare il rischio politico italiano, ossia il livello dello spread BTP-Bund, non segnala preoccupazione da parte degli investitori per l’esito elettorale. Il mercato ha una sua razionalità: tutti gli ultimi appuntamenti politici, anche quelli che si sono conclusi con esiti teoricamente poco graditi ai mercati (referendum italiano), non hanno avuto impatti. La pazienza dei mercati potrebbe essere messa alla prova dal fattore tempo: di fronte ad un esito incerto, ossia con un parlamento non in grado di esprimere una maggioranza chiara, quanto ci vorrà per formare un governo? Saranno necessarie nuove elezioni? Alla Germania i mercati hanno lasciato un beneficio a tempo indefinito, mentre per l’Italia non si potrà contare su tanta condiscendenza.
Un primo punto importante: le differenze rispetto alle elezioni presidenziali in Francia di un anno fa sono enormi. Il risultato non sarà interpretato come un voto di fiducia sull’Europa. Le motivazioni sono molteplici: è diversa l’architettura istituzionale, è diverso il contesto economico (notevolmente migliorato in tutta Europa) e questo induce gli investitori istituzionali ad essere più ottimisti. Lo spread Btp-Bund resta inoltre uno dei differenziali di rendimento più generosi: a fronte di 130bp del decennale italiano, un bond governativo spagnolo o irlandese offrono rispettivamente 80bp e 40bp.Analizziamo dunque di seguito in quale misura il differenziale dei rendimenti tra titoli di Stato italiani e tedeschi potrebbe variare in base ai diversi scenari politici che si profilano all’indomani delle elezioni. Basiamo le nostre ipotesi esclusivamente sui risultati degli ultimi sondaggi pubblicati il 16 febbraio, prima del silenzio elettorale, secondo cui il M5S con il 28% delle preferenze si configurava come il primo partito italiano, seguito da Forza Italia al 17% e dalla Lega al 14%; la coalizione di centrosinistra raccoglieva invece circa il 25% delle intenzioni di voto. Tuttavia, con una quota di indecisi che si aggirava intorno al 20% e poco meno dei due terzi dei seggi che verranno assegnati con un complesso modello proporzionale, persistono alcuni elementi di incertezza che vale la pena non sottovalutare.Gli scenari possibili, considerando i dati a nostra disposizione, sono tre:
L’ipotesi più probabile (circa il 60%) è la vittoria delle elezioni del centro – destra ma senza una maggioranza in parlamento in grado di esprimere un governo. Questa impone delle alleanze politiche trasversali di compromesso. La prima coalizione possibile in questo contesto include Forza Italia, PD e +Europa (il partito di Emma Bonino), con il reclutamento degli eventuali voti mancanti tra l’ala più moderata della Lega, tra i delusi del M5S e tra gli eletti all’estero. Questa intesa, che potrebbe essere guidata da Gentiloni o da Tajani: non sarebbe una soluzione invisa all’Europa e dunque non avrebbe impatto negativo sull’andamento dei mercati. Anzi, una volta formato il governo, lo spread potrebbe portarsi verso quota 100. Il problema tuttavia potrebbe manifestarsi nel processo di formazione del governo stesso, processo per il quale Roma non può permettersi il lusso del tempo di cui ha goduto Berlino. Pertanto, movimenti erratici nelle fasi immediatamente successive al voto per poi convergere verso un livello di spread minore.
La seconda ipotesi (circa 30%) è la vittoria del centro-destra con i numeri per fare un governo. In questo scenario il dato dirimente risulta senza dubbio quello relativo al partito che raccoglierà la maggioranza relativa all’interno della coalizione. Se dovesse prevalere Forza Italia, il primo ministro designato dovrebbe essere Tajani. Un tale esito sarebbe visto dunque nel segno della stabilità: immaginiamo che lo spread Btp-Bund si muoverà poco. Da un lato, il mercato accoglierà con favore il profilo fortemente Europeista del premier; in secondo luogo, il programma fiscale del centrodestra è espansivo, pur facendo la dovuta tara alle promesse elettorali. Esiste in alternativa la possibilità che il maggior numero di preferenze sia a favore della Lega con Matteo Salvini premier: questo risultato ci porterebbe in uno scenario meno gradito ai mercati che potrebbe creare un certo grado di instabilità, con spread in salita di almeno 30/40 punti base. Si tratterebbe in ogni caso di un governo che non potrebbe sposare la piattaforma della Lega sui temi europei, bensì che dovrebbe accontentarsi di muoversi nei binari di un programma ammorbidito sulle posizioni del partito di Berlusconi che è comunque considerato un garante della tenuta europeista dell’Italia.
Esistono poi probabilità inferiori per tutta una serie di scenari alternativi (in totale non più del 10%), alcuni dei quali inverosimili ma che potrebbero turbare i mercati semplicemente aritmeticamente possibili. Tra questi, la possibile coalizione tra M5S, PD e LeU. Questo scenario non rappresenta un rischio anti-Europeista, ma si baserebbe su un programma di politica fiscale molto espansiva. Sarebbe anche grossa una sorpresa cui il mercato non è preparato, con possibile allargamento dello spread di circa 30bp. Certo, un’ipotesi remota, che richiederebbe il compiersi di significative giravolte politiche: il cambio di rotta del Movimento rispetto all’idea originale di non allearsi con un partito, il sacrificio di Matteo Renzi come leader PD. Infine, con probabilità inferiore al 5%, la creazione di un asse anti-europeista con i 5S che trovano l’accordo di governo a destra con Lega e Fratelli d’Italia. Questo è l’esito più pericoloso, che potrebbe portare lo spread sopra quota 200.
Infine, l’appuntamento elettorale italiano rischia di essere oscurato, dal punto di osservazione dei mercati, da un altro evento politico. Ovvero il referendum interno alla Spd con cui il partito socialista tedesco si esprimerà su un nuovo governo di Große Koalition con i cristiano democratici di Angela Merkel. Secondo gli ultimi sondaggi, la possibilità di un No sono del 25-30%. In questo caso, i previsti passi di integrazione europea sul tema dell’unione bancaria subiranno una grossa frenata: per spread e listini della periferia non sarà di certo una buona notizia. Va però detto che, se gli esiti del voto italiano e tedesco rispettano i pronostici suesposti, si apre una possibilità concreta – e con la Francia di Macron crediamo accompagnata da volontà politica – di riprendere il percorso di integrazione della Moneta Unica, migliorandone la governance a partire dal completamento dell’Unione Bancaria.

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Idea politica e idea dello Stato

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 marzo 2018

L’idea della politica e l’idea dello Stato modernamente inteso, sono oggi in rotta di collisione. E’ una frattura semantica conseguente al riconoscimento dell’asse centrale della società civile, alle multi e interdipendenze, alla razionalità plurale. Il nesso non si trova più concentrato nello Stato, in una classe, struttura, o ceto, ma in ogni persona umana. Il principio di libertà (persona) diritto alla proprietà (natura) s’identifica in un agire dotato di senso solo se rispetta questi due canoni fondazionali, di là della tripartizione del potere che Weber ha proposto: razionale, tradizionale, carismatico.
Lo Stato e l’impresa economica sono i due grandi soggetti creati dal mondo moderno. Entrambi sono attraversati dalla politica ma in forma sempre più ridotta, semplice postulato normativo, a una forma di giustificazione del potere esistente. In questo modo, la politica non è più riconoscibile come centro di una società, ma solo come sistema autoreferente senza finalità extra-sociali. Un potere che sempre più s’identifica con il vecchio detto: auctoritas non veritas facit legem. (Riccardo Alfonso)

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Dimitte voces accipe sensum

Posted by fidest press agency su giovedì, 1 marzo 2018

Tralascia la parola, cogli il senso. E’ questa la regola d’oro tra quanti ascoltano il “vociare” della politica, fatta di promesse, di bugie, di disinformazione, di provocazioni e chi più ne ha più ne metta.
Abbiamo tante, tantissime parole in libera uscita che è arduo dare loro un ordine, una misura, una spiegazione logica. E’ che, come nel detto latino, dobbiamo abituarci, per vederci chiaro, a capire ciò che si nasconde dietro il paravento delle parole. Le promesse elettorali di questi giorni rappresentano un campione di parole vendute al vento, raccolte dagli ingenui, smerciate dai furbi e dagli opportunisti delle opposte fazioni per gli usi di comodo. Se fossimo andati diritto alle riserve mentali che opportunamente nascondevano e ne avessimo colto il senso, con molta probabilità oggi saremmo più arrabbiati di prima, più offesi nei confronti di chi ha carpito la nostra buona fede, per aver fatto mercimonio delle nostre idee e principi.
Possibile che non siamo tanto maturi da andare oltre e fermarci solo per coglierne il senso? (Riccardo Alfonso)

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Il dopo voto e i larghi “inciuci”

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 febbraio 2018

logo fidest ookDobbiamo riconoscere che solo Berlusconi è capace di raccogliere le varie frange del centro destra e asservirle ai suoi interessi. Oggi a quella larga fascia di elettori che guardano al centro e strizzano l’occhiolino a destra ha offerto la solita pietanza che da oltre 20 anni è pronta ad elargire con una messa in scena unitaria e solida delle forze che ha raccolto. Se anche Fratelli d’Italia e la Lega serviranno solo come “portatori d’acqua” per poi disfarsene a urne chiuse, poco importa. Il suo scopo è raggiunto. Forza Italia uscirà dal pantano del 15-16% dei consensi per poter dire che la sua coalizione conta percentualmente il doppio se non di più. E in nome della governabilità a tutti i costi potrà tessere le sue trame per quella che potremmo definire “i larghi inciuci” e riabilitare, in qualche modo, il PD di Renzi che gli offre sul piatto d’argento un partito depurato dalle scorie della sinistra ma che potrà servirgli per dire all’Europa che l’operazione vale quanto è accaduto in Germania con la Merkel. Questa è, per Berlusconi, la carta vincente per il suo poker d’assi mentre i programmi sono irrilevanti. Non ne ha mai tenuto conto se non per rabbonire i più ricalcitranti e far sperare a occhi aperti i soliti gnoccoloni. Ora mi chiedo: E’ questa la politica che preferiamo e ancora l’Italia che vogliamo? Se si andiamo a votare Forza Italia e mettiamo la testa sotto la sabbia. Se no l’alternativa c’è e se proprio non ci crediamo del tutto basta pensare che potremmo mandare in pensione, con una X ben piazzata su un certo simbolo, tutta una classe politica che sa di vecchio e di stantio e non mi riferisco di certo alla loro età anagrafica ma a quella biologica. Ma ho i miei dubbi. Il potere è saldamente nelle mani di chi ha e non di chi è e questi ultimi, per giunta, non hanno, evidentemente, la consapevolezza della loro forza nei numeri abituati a sentirsi servus servorum Dei. Viva l’Italia, nel regno degli inciuci. (Centro studi politici e sociali della Fidest)

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