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Posts Tagged ‘politica’

Elezioni: “La vittoria nelle urne della destra era prevista”

Posted by fidest press agency su martedì, 27 settembre 2022

In essa si sommano errori politici e strategici dei partiti e qualche volta anche dei movimenti progressisti di questo Paese”: lo dichiara Gabriele Piazzoni, segretario generale di Arcigay. Che prosegue: “C’è tuttavia un punto preciso da cui ripartire: questa tornata elettorale ha visto per la prima volta convergere sul tema dell’affermazione dei diritti e del contrasto all’odio, alla violenza e alle discriminazioni, numerose forze politiche, di schieramenti diversi, che sommate rappresentano una maggioranza dell’opinione pubblica, seppur frazionata in diversi partiti. Il fronte dei diritti è ampio e, nonostante questa sciagurata legge elettorale lo confini in una porzione modesta di seggi parlamentari, esso può contare sulle numerose connessioni fuori dai palazzi. Queste connessioni sono oggi indispensabili e strategiche per organizzare una resistenza e una politica sui temi delle persone lgbtqi+, della parità di genere, del razzismo, delle persone migranti, delle persone con disabilità, di tutte le famiglie possibili. Queste connessioni, però, devono poter contare su una lealtà reciproca e sul definitivo superamento di qualsiasi tentennamento, perché sono quei tentennamenti ad aver lasciato l’Italia al palo sui diritti civili e sociali anche quando c’erano i numeri per approvare le leggi indispensabili a superare il ritardo del nostro Paese.”, conclude Piazzoni.

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Tra salute e politica

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 settembre 2022

Notizie di cronaca, di politica e temi relativi al benessere fisico sono i principali argomenti di interesse degli adulti con un’età compresa tra i 57 e i 75 anni. Sono questi alcuni dei principali elementi emersi da una ricerca effettuata dall’Istituto Tips Ricerche in collaborazione con i ricercatori dell’Università Cattolica intitolata “Non dimentichiamoci dei boomers!” e basata su 450 interviste online realizzate nei mesi scorsi. Lo studio si è svolto nell’ambito del progetto Opinion Leader 4 Future nato dalla collaborazione tra l’Alta Scuola in Media, Comunicazione e Spettacolo (ALMED) dell’Università Cattolica e l’ufficio Media Relation del Gruppo Credem, tra i principali gruppi bancari nazionali e tra i più solidi a livello europeo, con l’obiettivo di indagare, grazie ai ricercatori universitari, il ruolo dei leader d’opinione nel panorama informativo nazionale ed internazionale.Più in dettaglio, la ricerca condotta dall’istituto Tips Ricerche ha coinvolto i cosiddetti “baby boomer”, persone nate tra il 1946 e il 1964, che sono stati protagonisti dell’esplosione economica e demografica della seconda metà del XX secolo. Rappresentano una larga parte del Paese, sono longevi e godono di una buona qualità di vita. Dalla ricerca è emerso che questa generazione, rispetto a quelle più giovani, è molto attenta all’informazione e predilige maggiormente i contenuti di cronaca e di politica citati tra i principali interessi dall’84% degli intervistati. La salute è un altro argomento che riveste particolare rilevanza per questa fascia demografica, sia in un’ottica di cura sia di prevenzione, per via dei disagi e della paura legati al perdurare dell’emergenza sanitaria.Per quanto riguarda i mezzi d’informazione, dalla ricerca emerge che gli adulti tra 57 e 75 anni, rispetto alle generazioni successive, prediligono le testate giornalistiche (quotidiani, periodici, online). La fiducia nei confronti delle fonti citate è tuttavia inferiore rispetto ad altre fasce d’età, infatti l’autorevolezza e la storicità dell’editore è un fattore di garanzia solo per il 20% degli intervistati contro il 35% degli under 40. Per entrare nel dibattito e alimentare il proprio punto di vista rispetto alle differenti tematiche sono considerati dei validi strumenti i telegiornali e i talk televisivi. I 57-75 enni, inoltre, per informarsi sui temi quali il risparmio, gli investimenti, l’agire quotidiano e la gestione e la cura dei patrimoni immobiliari, dichiarano di avere tra i propri principali riferimenti gli interventi di esperti e professionisti noti, raccolti sia attraverso i principali mezzi di comunicazione (come televisione e web) sia direttamente nel caso di conoscenza personale. In particolare, il 63% dei baby boomer considera i professionisti che intervengono pubblicamente sui media e le persone di fiducia come fonte di informazione essenziale. Fra tutti gli esperti sono considerati maggiormente affidabili quelli più autorevoli e con un forte bagaglio esperienziale (78% contro il 40% degli under 40). Le abilità comunicative e digitali e la reperibilità sono elementi secondari rispetto alla richiesta di coerenza e, conseguentemente, di capacità e coraggio nell’ammettere eventuali errori, caratteristiche valide anche per i professionisti televisivi (92% contro l’82% dei più giovani).

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Politica: Non c’è peggior sordo…

Posted by fidest press agency su sabato, 17 settembre 2022

Di chi non vuol sentire. Mi sembra la classica commedia di Goldoni: “un sordo, due sordi, tutti sordi. Alla fine, si scopre che tutti ci sentivano bene. Ciò sta accadendo in questi giorni in Italia nella convulsa ricerca di una quadratura del cerchio ma che di convulso ha solo il non voler sentire la voce degli altri. Ci stracciamo le vesti nel declamare la crisi del sistema Italia, e a ragione, ma ci guardiamo bene a ricercare la soluzione sebbene sia a portata di mano poiché ciò significherebbe perdere il controllo nella stanza dei bottoni. E allora di quale interesse nazionale parliamo? Non è certo dell’economia del paese, dell’industria, del lavoro, della giustizia, del fisco, della salute e della scuola. Discettiamo, semmai, sul modo come mercanteggiare una presidenza del consiglio e della repubblica, un posto di ministro e di sottogoverno. Questa è, per costoro, la priorità del paese mentre altri tremano alla sola idea che qualcuno possa votare la sua ineleggibilità che lo costringerebbe a presentarsi “nudo” davanti alla giustizia. Una giustizia che è stata presa a sberleffi per 25 anni e costretta a fare da cassa di risonanza ad un uomo che in tutti i modi ha cercato di sfuggire ad un giudizio ma a servirsene per presentarsi da vittima al suo elettorato. Un’Italia che per colpa di questi sordi per vocazione fa perdere il senso della misura a tutti gli altri. Usque tandem… (Riccardo Alfonso)

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Elezioni: Una politica “evaporata” ci fa votare per un finto sistema bipolare

Posted by fidest press agency su sabato, 10 settembre 2022

By Enrico Cisnetto. Viviamo un momento drammatico in cui gli equilibri planetari sono violentemente messi in discussione. Ci accingiamo ad entrare in una tempesta perfetta che è la sommatoria di una crisi energetica senza precedenti, del ritorno (stabile) dell’inflazione, di una recessione globale simile a quella del 2008, o forse anche peggiore, e che ci farà dolorosamente impoverire. Ma la portata epocale di tutto ciò sfugge, per ignoranza nell’analisi e per povertà assoluta di risposte. E in più affrontiamo il momento più complicato dal secondo dopoguerra con la classe politica peggiore di sempre, fatta di leader usa e getta prigionieri dei social e di gregari dilettanti senza né arte né parte. Con il sistema politico-istituzionale da tempo in default senza che nessuno ci abbia messo mano. Con un capitalismo che si divide tra chi ha successo individuale ma non fa sistema e chi sopravvive solo grazie alla spesa pubblica e all’evasione fiscale. Con una società attraversata dai sentimenti del disincanto e del rancore che sono l’anticamera dell’anti-politica, del populismo e delle illusioni sovraniste. Come ha magistralmente scritto lo psicoanalista Massimo Recalcati sulla Stampa, siamo di fronte alla “evaporazione della politica”, insieme causa ed effetto di una crescente astensione dal voto e matrice della nascita e della morte in tempi sempre più veloci di fenomeni politici fondamentalisti (i migliori che cacciano i peggiori, ma che dopo aver a loro volta fallito vengono cacciati dal “nuovo che avanza”). Certo, è vero quello che sostiene Giuliano Amato, e cioè che oggi tutte le democrazie “sono fragili perché non hanno più quei grandi persuasori di massa che erano i partiti” e dunque la politica “non ha un ruolo guida”. Tutto l’Occidente è contagiato da questa malattia, e ciò spiega il successo, anche presso le nostre opinioni pubbliche, delle cosiddette “democrature”. Ma la patologia italiana va oltre, perché in nessun paese europeo esistono partiti di plastica che abbiano generato politici di cartapesta (felice espressione di Francesco Cundari). Così come va oltre il fisiologico l’intensità dello scontro tra le forze politiche nella contesa elettorale. Come ha notato Massimo Franco, l’eccesso di aggressività – fatto di allarmi sulla tenuta della democrazia, minacce di guerra civile, terrorismo sulle sanzioni alla Russia – non solo infetta i rapporti tra i partiti (compresi quelli alleati), ma trasferisce veleni nei rispettivi elettorati, creando “un serbatoio di parole d’ordine tossiche destinato a inquinare a lungo anche il dopo elezioni”. Lo dimostra l’accoglienza che stanno avendo gli accorati appelli di Guido Crosetto, maître à penser di Giorgia Meloni, a considerare la necessità che subito dopo il voto, quale che sia il risultato, si dovranno unire tutte le forze migliori per salvare il Paese (“e tutte vuol dire tutte”, sottolinea Crosetto): pur trattandosi di un auspicio sacrosanto, già viene bollato (l’ineffabile avvocato Conte è specialista in questo) come inciucio di potere all’insegna del più bieco opportunismo. Con il risultato che i compromessi che inevitabilmente si dovranno fare dopo le elezioni saranno difficili se non impossibili da realizzarsi. O, se si faranno, risulteranno poco credibili e dunque fragili (come dimostra la breve durata del governo Draghi). Intanto il voto che esprimeremo tra due settimane sarà il compimento di una crisi che è ormai prossima ai trent’anni e che ha prodotto il declino strutturale dell’Italia. In questi anni non è stata risolta alcuna delle questioni che avevano portato alla fine della Prima Repubblica, a cominciare dalla giustizia, che sono davanti a noi aggravate dal trascorrere del tempo e dall’aggiungersi di nuove problematiche. Inizialmente ci si era illusi che il bipolarismo, forzato dagli elementi maggioritari della legge elettorale (nelle sue varie declinazioni), consegnasse al Paese una sana governabilità. Ma un sistema basato sulla contrapposizione tra “bene e male”, rappresentati dal berlusconismo e dall’anti-berlusconismo, non poteva che generare populismo e ingovernabilità, fino alla crisi estrema del 2011 quando è morta la soi-disant Seconda Repubblica senza che nascesse la Terza. Il fallimento degli esperimenti fatti tra il 2011 e il 2018 ha portato al successo dell’antipolitica e alla nascita di uno sgangherato bipopulismo, crollato miseramente quando si è stati costretti a chiedere aiuto a Draghi. Se a questo si aggiunge che pur essendo ormai conclamata da tempo la crisi del tutto irreversibile del sistema politico – partiti personali, cartelli elettorali spacciati per coalizioni, Parlamento impotente e dequalificato e ora per di più a ranghi ridotti, presidenzialismo surrettizio, ecc. – la questione non è stata minimamente affrontata, neppure nel suo aspetto più facile (legge ordinaria) e più urgente come le modalità di espressione e conteggio del voto – salvo pentirsi ora quasi tutti di non avere seppellito l’orrido Rosatellum a favore di un proporzionale accompagnato da un severo sbarramento, alla tedesca – si capisce sia perché la sollecitazione al voto stia lasciando indifferenti quando non fortemente arrabbiati i cittadini (non a caso mai così incerti se andare ai seggi, e, andandoci, chi votare).Non è un caso, dunque, che a farla da padroni siano i sondaggi, le cui indicazioni sembrano addirittura diventate il contenuto stesso dell’offerta politica, per cui il Pd sicuro di perdere chiede di far argine alla sicura vincitrice Meloni per evitare che almeno non abbia i due terzi dei seggi e possa cambiare la Costituzione senza colpo ferire. Considero altamente probabile che i numeri che ci vengono propinati da settimane, peraltro niente affatto omogenei salvo sul fatto che a vincere sarà il cosiddetto centro-destra, saranno quelli veri. Anche perché ciò che conta non sono le percentuali complessive dei contendenti, ma l’effettiva distribuzione dei seggi (che per il 37% saranno assegnati dai collegi uninominali e dunque secondo la logica maggioritaria, e il 63% dal voto proporzionale). Ma non serve a nulla divinare quale sarà il responso effettivo delle urne, anzi è distorcente. Quello che importa sapere è che: a) è improprio l’uso delle definizioni di centro-destra e centro-sinistra, vuoi perché a sinistra la coalizione non si è formata e vuoi perché la destra è orfana del centro, e il cartello elettorale è talmente diviso su quasi tutto che è pronta a implodere un minuto dopo la chiusura delle urne; b) è errato continuare a considerare bipolare il sistema politico, visto che in campo i poli sono quattro (5stelle e TerzoPolo oltre ai due già citati); c) è truffaldino evocare il “voto utile”, proprio perché non siamo in un sistema bipolare e perché se l’esito delle elezioni è ancora indefinito – per esempio al Senato ci potrebbe essere una situazione di pareggio o di maggioranza risicata – o comunque destinato a cambiare in tempi brevi, anche i voti alle formazioni minori risulteranno utili, se non addirittura determinanti. (abstract by http://www.terzarepubblica.it

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Tutto è spettacolo in politica: prepariamoci alla prossima sceneggiata

Posted by fidest press agency su sabato, 13 agosto 2022

Vi è tanta l’ansia di creare uno spazio d’ascolto che non si trascurano gli eccessi per rendere più allettante l’audience da chi è preposto al lancio di queste “bufale”. Non solo. Se ci troviamo in competizione con altri come accade nei talk show cerchiamo di strappare il breve tempo che ci è riservato adottando due specifiche tecniche. La prima è quella d’interloquire mentre parlano gli altri per rubare il loro spazio e la seconda per cercare le frasi a effetto che sintetizzino in qualche modo un certo discorso anche a costo d’essere incompleti e vaghi. Ciò significa che occorre essere preparati e aggressivi, concilianti e pacati quanto basta per cogliere il massimo d’attenzione non certo per gli astanti ma per quel pubblico che è dall’altra parte dello schermo. Tutto questo va detto per capire la ragione che spinge un politico a scoraggiare la partecipazione dei suoi rappresentanti a incontri mediatici del genere dove si rischia di fare da cassa di risonanza più per la diffusione delle idee altrui che per le proprie. Ma l’insidia è ancora più raffinata nel far passare questa scelta prudenziale come l’arroganza del padre padrone che vuole accentrare solo su di se le luci della ribalta. La verità è che si vuole far dimenticare, la vera natura del dominus che convoca periodicamente i suoi “lacchè” per l’indottrinamento prima di lanciarli nell’agone mediatico. Chi è buon intenditore intenda. (Riccardo Alfonso)

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Politica e lo psicodramma italiano

Posted by fidest press agency su sabato, 6 agosto 2022

Cosa ci sta capitando come “popolo di elettori” è a dir poco sconcertante. Nel 2011 Berlusconi è stato costretto a dimettersi per evitare il tracollo dell’Italia. Così uno dei più potenti partiti del dopoguerra ha perso in tre anni circa la metà dei suoi parlamentari. È stato indotto ad appoggiare un governo cosiddetto di tecnici che ha fatto al suo posto il “lavoro sporco” nel rimettere in carreggiata il nostro dissesto economico e finanziario non senza farci pagare un rigore senza crescita. Nonostante ciò, come se nulla fosse, Berlusconi si è “rifatta la faccia” ed è sceso di nuovo in campagna elettorale autodefinendosi salvatore della patria. Ora da novello tribuno del popolo lancia i suoi anatemi nei confronti di chi cerca di isolarlo e invoca un governo di larghe intese partecipandovi in prima persona ma non si sa ancora bene se candidandosi al senato e da lì alla sua Presidenza o da ministro del prossimo governo. A questo punto c’è da chiedersi se viviamo in un paese normale oppure no. Noi continuiamo a votare e a seguire un uomo che ci ha portati a una crisi di sistema senza precedenti e ancora a ritrovarci a sostenerlo. Abbiamo dimenticato tutto: le figuracce che ci ha fatto fare in campo internazionale, le sue amicizie ambigue da Gheddafi a Putin, le sue vicende giudiziarie che hanno finito con il ridicolizzare la giustizia del nostro paese che per anni lo insegue per giudicarlo e tutte le volte ora per una provvidenziale prescrizione o leggi ad personam come la depenalizzazione del falso in bilancio lo ritroviamo a capo a dodici. Usque tandem… (Riccardo Alfonso)

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Politica: Non è più tempo di discussioni

Posted by fidest press agency su sabato, 6 agosto 2022

Ci risiamo. Dopo aver digerito non sempre bene i risultati elettorali che ci hanno portato dal 2018 ad oggi ora il passatempo dei nostri “esperti” dalla politica alla filosofia, dalla sociologia al pettegolezzo sembrano concentrati sui passi che i nuovi leader compiranno e come intendono risolvere gli aspetti più urgenti del nostro vivere quotidiano. Da più disparate parti i talk-show, infatti, si stanno organizzando con discussioni di ogni genere ora sul conflitto d’interessi ora sulla riforma della giustizia, ora sulla legge elettorale ora sulla riforma del lavoro e via di questo passo. Non bastano per questi amatori delle tavole rotonde i tanti bla bla che per decenni abbiamo dovuto sorbire sulle riforme preannunciate, quasi realizzate salvo un nulla di fatto all’ultima ora. È tempo di concretizzare e non di parlare al vento. Il sistema Italia ha in nuce tutte le potenzialità possibili e immaginabili per darsi una nuova figura di sé. Ciò che manca è la volontà politica. Ciò che manca è l’impegno parlamentare a realizzare e non ad anticipare il bene e a razzolare male tra le pieghe delle commissioni, dei rinvii, degli approfondimenti ecc. Basterebbe stabilire per regolamento parlamentare che tutte le proposte di legge dei suoi membri venissero esaminate dalle apposite commissioni entro sessanta giorni e votate o rinviate in aula per l’esame generale e il relativo voto. Diamoci una mossa se vogliamo realisticamente imprimere una svolta al paese e non lasciamo che la nuova speranza per un cambiamento radicale sul modo come interagire tra i cittadini e le istituzioni non si trasformi come in passato in un mero esercizio tautologico (Riccardo Alfonso)

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L’incertezza politica accresce le preoccupazioni delle famiglie

Posted by fidest press agency su venerdì, 5 agosto 2022

In un clima reso già molto difficile da una crescita dell’inflazione che non si registrava da decenni, dalla guerra in Ucraina e dalla recrudescenza della pandemia, la crisi di Governo e le possibili ripercussioni sull’economia italiana hanno accresciuto le ansie delle famiglie, restituendo una fotografia tra le peggiori degli ultimi due anni e mezzo: quasi 1 nucleo familiare su 2 (47,5%) teme fortemente le conseguenze dell’aumento dei prezzi sulla propria condizione economica, così come 4 su 10 non smettono di angosciarsi per il perdurare della guerra e, in controtendenza rispetto al passato nel periodo estivo, si fanno più forti anche le preoccupazioni per la pandemia. A dirlo sono le rilevazioni effettuate tra il 20 e il 23 luglio – quindi proprio all’indomani della fine del governo Draghi – da Termometro Italia, l’indagine avviata nel marzo 2020 da Innovation Team, unità di ricerca di MBS Consulting, Gruppo Cerved, per monitorare l’impatto del Covid19 e che oggi prosegue per rilevare come le famiglie vivono la ripresa, l’inflazione e le tensioni internazionali, le prospettive future. L’indagine periodicamente intervista oltre 500 capifamiglia ed espande i dati all’universo delle famiglie italiane (26 milioni) in funzione di area geografica, tipologia familiare e professione della principale fonte di reddito.“A fronte del sensibile aumento dei prezzi, l’ultimo trimestre ha visto precipitare la situazione economica delle famiglie, che risulta la peggiore dall’inizio delle rilevazioni – commenta Fabio Orsi, partner di Innovation Team, unità di ricerca di MBS Consulting, Gruppo Cerved -: infatti, il 60,9% dei nuclei ha dovuto intaccare i propri risparmi (+5,7% rispetto al mese scorso) e quasi il 25% in maniera consistente. L’impatto dell’inflazione sui prezzi dei beni di consumo è vissuto come grave o molto grave da quasi il 40% degli intervistati, con effetti importanti sulle abitudini di acquisto: addirittura 2 su 3 hanno ridotto le spese (62,5%, giugno: 63,7%), e con le vacanze in corso o alle porte, anche il caro-carburante ha pesato fortemente sul bilancio familiare, con conseguenze gravi per il 42,6% dei capi famiglia. Dopo mesi di relativa stabilità, insomma, la situazione sta scivolando nuovamente verso i picchi di febbraio”.Anche le aspettative per il futuro non sono buone: nei prossimi mesi praticamente tutti (86,5%, quasi 9 famiglie su 10) si aspettano un periodo difficile o molto difficile, fatto persino di rinunce a bisogni primari per 1 intervistato su 4 (24,3%). Se poi si fa correre la mente al prossimo anno le previsioni non migliorano: per il 73,3% dei rispondenti (+3,7% rispetto a giugno) la crisi di governo porterà un netto peggioramento nella condizione economica del Paese, e per 1 capofamiglia su 2 (il dato massimo mai rilevato: 51%, +10,4%) anche nella propria. Il 33,6% teme anche un peggioramento nella condizione lavorativa (+8,3%).Come se non bastasse, con l’ennesimo aumento dei contagi da Covid-19 la pandemia torna ad assumere un ruolo importante nelle preoccupazioni delle famiglie, con pensieri polarizzati: rispetto a un mese fa, crescono sia gli ottimisti (39,5%) che i pessimisti (35,5%).

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Latte: Cia, su accordo prezzo pesa variabile rincari produttivi e instabilità politica

Posted by fidest press agency su martedì, 26 luglio 2022

L’accordo sul prezzo del latte per il 2022 raggiunto con Italatte, società del gruppo Lactalis, non soddisfa pienamente Cia-Agricoltori Italiani. L’aumento ottenuto dagli allevatori, infatti, rischia di essere superato presto dall’incremento dei costi di produzione, che non si ferma, complice l’instabilità dei mercati e, ora, anche quella politica con la caduta del governo. Una situazione difficile, che obbliga a una riflessione sugli scenari futuri del comparto lattiero-caseario.Le aziende zootecniche -ricorda Cia- continuano a registrare un’impennata dei costi produttivi. Solo nel primo trimestre dell’anno, gli esborsi degli allevatori sono cresciuti del 16,6% rispetto allo stesso periodo del 2021. Sono aumentati i prezzi degli animali da allevamento (+9,8%) e dei mangimi (+21%), oltre che dei prodotti energetici (+61,5%). E la dinamica dei prezzi di vendita ha dimostrato di non essere in grado di assorbire i maggiori costi, esponendo gli allevatori all’erosione dei margini di guadagno, ormai ai minimi storici. Ad aggravare il quadro, poi, le altissime temperature estive che, nella maggior parte delle stalle, stanno provocando una minore produzione di latte.L’accordo con Italatte, ieri, è stato raggiunto su una media di 57 centesimi al litro con nello specifico: 55 cent/l nei mesi di luglio e agosto, 57 cent/l nei mesi di settembre e ottobre, 58 cent/l nel mese di novembre e 60 cent/l nel mese di dicembre.Cia ritiene, innanzitutto, che accordi siglati con player che possono condizionare, a livello nazionale, le future trattative di mercato delle varie realtà del settore, devono coinvolgere necessariamente tutte le forze della filiera, soprattutto in un momento così delicato e instabile dal punto di vista politico ed economico.Una valutazione che si rafforza in considerazione della distanza dell’accordo dagli attuali valori del latte spot, che il 18 luglio ha raggiunto 65,75 euro al quintale. A Milano le quotazioni si attestano questa settimana sui 650–660 euro/tonnellata, mantenendosi per la quarta settimana consecutiva sopra la soglia dei 600 €/t mai raggiunta in precedenza. Prezzi sostenuti anche dalla minore produzione di latte a livello mondiale.In questo scenario di settore, e in quello di crisi generale, con l’inflazione al +8% e lo spettro di una contrazione dei mercati finanziari che rischia di impattare disastrosamente sui mutui e sulla liquidità delle aziende agricole -osserva Cia- sottoscrivere un accordo che non contempla la variabilità e la complessità di tutti questi elementi, rischia di avere un effetto controproducente sulla sostenibilità economica delle stalle, già in una situazione di forte difficoltà, per i forti rincari sull’alimentazione del bestiame, acuiti dalla perdurante siccità che sta mettendo a rischio le colture foraggere. “L’attuale situazione del Governo ci pone in una posizione di forte preoccupazione per le prospettive future delle imprese zootecniche, che necessitano di interventi concreti, urgenti e sicuri, per superare questa fase critica -spiega il presidente nazionale di Cia, Cristiano Fini-. C’è bisogno di un governo pienamente operativo, perché tutto questo caos avrà ripercussioni sull’accesso alle risorse finanziarie e sulla tenuta delle aziende del settore”.

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Italia: la crisi politica e gli obiettivi del Pnrr

Posted by fidest press agency su sabato, 16 luglio 2022

“A livello europeo facciamo una pessima figura. Dovremmo spiegare come si fa a raggiungere gli altri obiettivi del Pnrr da qui a fine anno se ci si blocca per tre mesi di campagna elettorale nella quale tutto è fermo. E ovviamente questa difficoltà porterà a una difficoltà di utilizzare quelle risorse ora. Già, è un lavoro molto complicato, perché il Pnrr è un piano ambizioso che va seguito con molta cura, seppure viene frenato da questa crisi ed eventuali elezioni, questo è ancora peggio. Qui sono in ballo le imprese che ci stanno mettendo la faccia, che stanno provando a lavorare sul Pnrr, e gli enti territoriali. C’è un’economia reale che, oltre ai mercati e a quello che dai cittadini è visto forse più lontano, parla di famiglie, di lavoro, di difficoltà reali. Ora siamo a pochissimi mesi dalla fine di questa legislatura, bisogna fare delle cose importanti e la cosa peggiore io credo è che in queste ore chi ha scatenato questa crisi ha anche dimostrato che non è capace di capire le proprie scelte quali reazioni hanno”. Lo ha detto il Vice Ministro dell’Economia e dell Finanze, Laura Castelli, intervenendo a Sky Tg24 Economia, in merito alla crisi innescata dal MoVimento 5 Stelle.

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Una crisi politica che sa tanto di “Autolesionismo allo stato puro”

Posted by fidest press agency su sabato, 16 luglio 2022

By Enrico Cisnetto Direttore Terza Repubblica. Riprendiamo, sia pure per sommi capi, un interessante articolo di Cisnetto, un giornalista molto noto e qualificato: “Questa crisi è talmente surreale da indurmi a pensare che persino l’avvocato Conte viva con imbarazzo questa follia, inspiegabile agli occhi degli italiani, figuriamoci a quelli delle cancellerie di tutto il mondo e caduto per un dissenso sull’installazione di un termovalorizzatore a Roma, caput mundi in quanto a rifiuti che la sommergono. E poi che la crisi è arrivata nonostante il governo abbia ottenuto la fiducia in parlamento e conservato, anche senza i dissidenti, un’ampia maggioranza a sostenerlo. Detto questo, non è vero che quanto è successo in queste ore sia un fulmine al ciel sereno, del tutto imprevisto e imprevedibile. Basta mettere insieme i pezzi giusti, e vedrete che il puzzle si comporrà dimostrando che la crisi viene da lontano. Una è l’inacidirsi dei rapporti tra il presidente del Consiglio e le forze politiche, in particolare i parlamentari e alcuni leader, Conte e Salvini in primis (direi a pari merito). Un’altra è l’allontanamento sostanziale tra Draghi e Mattarella: rapporti perfetti sul piano formale, ma fine della precedente sintonia. Un’altra ancora è il cambiamento di umore dello stesso Draghi, il cui livello di insofferenza, e dunque in parallelo il desiderio di chiudere un’esperienza che non avrebbe neanche voluto iniziare, è andato via via crescendo. E, paradossalmente, la crescita di ruolo di Draghi nello scenario di guerra – decisivo in Europa e principale interlocutore di Washington – ha finito per acuire le tensioni, non fosse altro per gelosia nei suoi confronti e per la sempre più evidente constatazione della distanza siderale che separa la sua statura da quella di tutti gli altri, rosiconi e non, cosa che allunga la sua figura oltre le prossime elezioni e fa temere ai tanti aspiranti di non poter competere per lo scranno di palazzo Chigi. D’altra parte, per come Conte ha messo le cose, Draghi non poteva certo far finta di niente, derubricando l’uscita dall’aula dei senatori grillini ad una ragazzata, come peraltro molti di loro, spaventati dal pericolo delle elezioni anticipate che loro stessi hanno innescato, avrebbero voluto. Specie dopo aver commesso l’errore di aver detto e poi con tigna ripetuto che il suo governo o era con i 5stelle dentro, o non era. Non c’è dubbio che l’eventuale ritiro di Draghi dalla scena rappresenterebbe un danno per l’Italia – che, ricordiamoci, è la principale beneficiaria del Next Generation Ue, soldi che sono a rischio se il Pnrr non dovesse marciare, in termini di investimenti e di riforme strutturali, così come previsto – ma anche per l’Europa orfana di leadership forti e sotto il tiro di Putin, che ha nella destabilizzazione del Vecchio Continente il vero obiettivo dell’attacco a Kiev. E lo stesso vale per l’intero fronte occidentale, ora che Putin e Xi Jinping fanno a gara a voler ridisegnare la cartina geografica mondiale. Ma Draghi si farà convincere da un messaggio di Biden e una telefonata di Powell (Federal Reserve) piuttosto che da un accorato appello di Macron e von der Leyen, a riprendere il cammino interrotto, in modo da evitare elezioni anticipate? E se sì, è più probabile ed è meglio per il Paese che lo faccia attaccando i cocci della vecchia maggioranza – approfittando della quasi certa disponibilità dei 5stelle a tornare sui loro passi e votare la fiducia – oppure che lo faccia presentando un programma stringente che induca Conte a rimanere fuori e su cui misurare preventivamente le intenzioni dell’ondivago Salvini? Sono le domande che ho posto a quattro esperti di politica e di funzionamento delle istituzioni come Armaroli, Folli, Panarari e Panebianco in un’edizione speciale di War Room, ottenendone una sola ma importante certezza: mercoledì il presidente dimissionario alla Camera farà un discorso durissimo, mettendo in fila le responsabilità di ciascuno. Questo, però lascia inevasa la domanda: ma per fare cosa? A palazzo Chigi e nell’entourage di Draghi in queste ore si lascia intendere che dopo quel discorso tutto dipenderà dalle risposte che i partiti daranno. Se saranno convincenti forse l’ex banchiere si lascerà convincere. Altrimenti il pallino tornerà nelle mani del presidente della Repubblica, cui spetterà di decidere se mandarci a votare tra la fine di settembre e gli inizi di ottobre chiedendo a questo governo, specie se non avrà ottenuto un voto di sfiducia così come è stato fin qui, di restare in carica per gli affari correnti. Oppure se metter su un governo elettorale con alla guida una figura istituzionale come il presidente della Corte Costituzionale, Amato, o del Consiglio di Stato, Frattini. O, ancora, se scaricare su Draghi la colpa dello stallo e incaricare qualcuno con l’obiettivo di arrivare al voto a scadenza naturale (tra il 23 di marzo e la fine di maggio del 2023), dimostrando che in fondo la maggioranza, almeno numericamente, c’è.Ovviamente io non posso conoscere ciò che probabilmente non sanno neppure gli interessati, e cioè quali delle diverse opzioni diventerà realtà. E comunque, piuttosto che avventurarmi in pronostici, preferisco dire ciò che auspico avvenga. Io spero che Draghi voglia cogliere l’occasione per fare due cose. La prima è continuare a dare all’Italia un governo che affronti i tanti e gravi problemi che sono sul tappeto e colga le opportunità che pure ci sono, specie in sede europea. La seconda, invece, è di natura squisitamente politica: fare in modo che entro i tempi di questa legislatura il sistema politico evolva archiviando finalmente la fallimentare contrapposizione bipolare a favore di ricomposizione del quadro politico che unisca in un patto di governo le forze euro-atlantiste e lasci fuori quelle populiste e sovraniste. Si dirà: ma Draghi ha sempre detto di non avere alcuna intenzione di scendere nell’arena politica. Vero, e non c’è alcun bisogno che lo faccia. Basterebbe che facesse in modo da favorire nei fatti il determinarsi di questa distinzione.In questa situazione, Draghi dovrebbe presentarsi in Parlamento con un programma di riforme lontano anni luce dalla bonus economy fin qui praticata – versione moderna del vecchio partito della spesa pubblica, che dal 2018 ad oggi ci è costata ben 38 miliardi, di cui 23 per il solo reddito di cittadinanza (sono grato ad Antonio Mastrapasqua per questo calcolo) – e tutto finalizzato ad accelerare il (troppo lento) convoglio del Pnrr e ad affrontare con la necessaria fermezza le emergenze dell’autunno. Se 5stelle e Lega, o parte di esse, non lo voteranno, tanto meglio. Se ci saranno i numeri vada fino in fondo, tenendo fede al suo blasone, e altrimenti avrà comunque scavato un solco nel quale le pur (fin qui) smandrappate forze che guardano al centro o che comunque non intendono schierarsi né con il centro-destra né con il centro-sinistra, potranno fare strada. Francamente, è inutile dire che i nodi li deve sciogliere Conte, è come pretendere che uno zoppo corra i 100 metri. Il pallino è in mano a Draghi. E a Mattarella. Si ricordino entrambi che prima di ogni altra cosa viene il Paese. (n.r. Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur) fonte: http://www.terzarepubblica.it

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Il balletto della politica per portare il gas israeliano in Italia

Posted by fidest press agency su sabato, 2 luglio 2022

Nel 2016 fu lanciato un progetto per portare il gas israeliano in Italia e da qui in Europa. Esso prevedeva una prima pipeline da Israele a Cipro, una seconda da Cipro a Creta, con un approdo finale in Peloponneso. Da lì un altro tronco avrebbe portato il gas in Salento per allacciarsi alla rete italiana di metanodotti. Tale investimento era sviluppato da una joint venture 50/50 fra la greca DEPA S.A, e il gruppo italo-francese Edison S.p.A. Esso dovrebbe trasportare il gas in Italia attraverso il tronco Poseidon anch’esso a partenariato italiano. Il piano è stato dichiarato dalla UE progetto di interesse comune (PCI) e anche incluso nel progetto di sviluppo decennale della UE (TYNPD) La UE ha già finanziato gli studi preliminari con circa 35 m€. Per l’Italia questo potrebbe portare a una maggior diversificazione dei suoi fornitori di gas. Nell’incontro intergovernativo del 2017 a Telaviv, l’allora ministro Calenda aveva definito questo progetto “un fondamentale asse di sviluppo della strategia energetica complessiva del Mediterraneo”. Due anni dopo, un politico di tutt’altro orientamento, l’on. Salvini, in occasione della sua visita in Israele si dichiarò favorevole all’iniziativa e invitò le aziende italiane a parteciparvi. Ciò non fu gradito ai 5 stelle e l’allora Presidente Conte affermò “sicuramente in questo momento il governo non ha alcuna sensibilità per realizzare il tratto finale di Poseidon (che nel frattempo ha ottenuto tutte le approvazioni necessarie), come originariamente progettato. Poco dopo il ministro dello sviluppo economico Patuanelli il 2 gennaio 2020 in una lettera alla sua controparte greca esprimeva “le sue più sentite congratulazioni per il successo dell’iniziativa EastMed che l’Italia continua a sostenere”. Infine (temporaneamente) il governo italiano nel Piano nazionale integrato per l’energia e il clima presentato il 24 gennaio scorso scrive “Il progetto potrebbe non rappresentare una priorità, visto che gli scenari di decarbonizzazione possono essere attuati tramite le infrastrutture esistenti”. Un gigantesco guazzabuglio quindi, a cui si uniscono cambi di opinione a 360 gradi del nostro alleato americano che per ragioni tutte sue ritiene di avere il ruolo principale. Come andrà a finire?

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Édouard Louis: Sull’arte e la politica

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 Maggio 2022

Collana le Onde, trad. Annalisa Romani, pp. 96, 9 euro. Uno scrittore francese di culto incontra un grande regista. L’autore sarà in Italia l’8 giugno, ospite della Milanesiana, ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi. Per l’occasione porterà in scena lo spettacolo teatrale Chi ha ucciso mio padre, scritto e interpretato da Édouard Louis, diretto da Thomas Ostermeier. Prologo letterario di Andrée Ruth Shammah. Due artisti di due paesi e di due generazioni diverse parlano di arte, cinema, letteratura e del loro ruolo oggi. Come può l’arte porre e ripensare la questione della violenza di classe? Come inventare un’arte che destabilizzi davvero i sistemi di potere e non li descriva solamente? E quale può essere il ruolo dell’arte in un inquietante contesto politico globale? Tentando di rispondere a queste domande e confrontando le loro riflessioni, Ken Loach ed Édouard Louis delineano un manifesto per una trasformazione radicale dell’arte.

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Politica, economia e miliardari. Caso Musk. Aduc: ok, ma antitrust e legislatori indipendenti

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 Maggio 2022

Un nuovo extra-miliardiario si aggira per i meandri della politica e dell’economia politica, Elon Musk. Niente di nuovo visto l’ex-presidente Usa Donald Trump, sempre attivo in politica e dato come ricandidato alle prossime presidenziali del suo Paese; venuti di “moda” di recente, i cosiddetti oligarchi russi, consiglieri o attivi nelle altre sfere del loro Paese; il lungo elenco di personaggi politici, anche con principali cariche istituzionali, presenti in vari Paesi. Impegno da non confondere con quello umanitario di Bill Gates e George Soros con la “Bill&Melinda Gates Foundation” e le “Open Society Foundations”, ché entrambe operano con interventi umanitari e culturali. Musk, padre di sette figli, su Twitter ha manifestato la propria preoccupazione per il calo di natalità in Usa e non solo: “L’Italia non avrà più una popolazione se queste tendenze continueranno”. Inoltre, notizia sull’arrivo della recessione in Usa che ha fatto il giro del mondo: “Probabilmente sarà dura, non so, un anno, forse 12-18 mesi” . Tra le varie cose, di simpatie repubblicane Usa, Musk ritiene che la cancellazione dell’account di Donald Trump da Twitter sia stata un errore.La “preoccupazione” è per chi, ricoprendo cariche istituzionali e in conflitto di interessi rispetto alle proprie aziende, possa indirizzare la politica in un senso o un altro.Si tratta di miliardi di consumatori e utenti di servizi indotti verso un prodotto o un altro, mortificati e/o privati di scelta. Mercati che prendono indirizzi per gli interessi economici di imprenditori/politici piuttosto che per il bene pubblico, con quest’ultimo ritenuto tale perché soddisfa l’interesse del magnate istituzionalizzato. Non solo, ma anche quando l’imprenditore non è istituzionalizzato, non sono una novità le pressioni (di lobby e non), fino a veri e propri ricatti (soprattutto) occupazionali che fanno prendere una scelta piuttosto che un’altra. Di politica è bene che se ne occupino tutti i cittadini e, quindi, benvenuto anche a Musk e ad altri come lui.Ma perché il mercato e la politica non diventino succubi delle loro mire private, occorrono filtri antitrust e legislatori indipendenti. Metodi che, al momento – in Italia, quanto in Europa o in Usa – non ci sono e che, fino ad oggi, quando arrivano sono quasi sempre tardivi e/o con provvedimenti insufficienti quanto inadeguati. Elon Musk è bravo quanto potente, ma sarebbe inopportuno domandarci fra qualche anno se era proprio quello che ci serviva l’acquisto che abbiamo fatto di una Tesla elettrica (bonus di ogni tipo, e non solo). François-Marie Arouet http://www.aduc.it

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Mercati finanziari e le ripercussioni della politica “Zero-Covid”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 Maggio 2022

Attuata dalle Autorità cinesi, a cura di Paolo Mauri Brusa, gestore del team Multi Asset Italia di GAM (Italia) SGR. Secondo i ricercatori della Fudan University di Shanghai, se il Governo cinese dovesse abbandonare la politica di intransigenza sulle infezioni da Covid si rischierebbe uno Tsunami di contagi, con oltre 100 milioni di casi sintomatici e 5 milioni di ricoveri che manderebbero in tilt il sistema sanitario nazionale, provocando 1,6 milioni di decessi. Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature Medicine, ha rilevato che il livello di immunità indotto dalla recente campagna di vaccinazione sarebbe insufficiente a fermare la variante omicron, visti i bassi tassi di copertura tra la popolazione anziana e la capacità del virus di eludere la protezione fornita dai vaccini cinesi. Secondo le stime del governo, grazie alle misure adottate finora sono stati evitati almeno 1 milione di decessi da inizio pandemia. Il numero di morti da Covid ammonta, infatti, a 5 mila unità contro le 990 mila degli Stati Uniti che, oltretutto, contano solo un quarto della popolazione cinese. Tuttavia, aumentano le preoccupazioni per i costi sociali e finanziari di “Covid Zero”, che ha richiesto restrizioni sempre più severe. Due sondaggi pubblicati la scorsa settimana hanno confermato il basso morale della comunità imprenditoriale. L’indice Caixin, che valuta le prospettive dell’attività industriale, è sceso a 46 in aprile da 48,1 del mese precedente. Un indice inferiore a 50 indica una contrazione economica. La situazione è ancora peggiore nel settore dei servizi, dove l’indice è passato da 42 a 36,2. Secondo Nomura 46 città cinesi, che rappresentano un quarto della popolazione e il 35% del prodotto interno lordo del Paese, stanno vivendo un blocco totale o parziale delle attività. Foxconn ha dovuto dapprima sospendere, poi ridurre la produzione nel suo maggior stabilimento di Zhengzhou, da dove escono circa il 70% degli iPhone di casa Apple. Il lock-down nella città di Xi’an, durato un mese, ha causato disagi ai principali produttori di chip Micron Technology e Samsung, mentre Toyota e Volkswagen hanno dovuto sospendere la produzione nelle fabbriche di Jilin. Molte istituzioni finanziarie hanno abbassato le stime di crescita per il 2022 dal 5,5% al 4%. Ma secondo alcuni economisti i lock-down hanno già causato una contrazione che è costata alla Cina quasi 2700 miliardi di dollari e, in assenza di un allentamento delle misure restrittive, l’anno in corso potrebbe risultare persino peggiore del 2020, quando la crescita si fermò al +2,3%. Malgrado le valutazioni dei listini azionari siano arrivate a livelli storicamente bassi, le prospettive per i prossimi mesi restano alquanto incerte. In assenza di vaccini efficaci contro le nuove varianti o farmaci per la cura delle infezioni da Covid, il Governo non farà di certo retromarcia perché vorrebbe dire riconoscere implicitamente come errata la decisione di tutti questi mesi.

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FED: le prossime mosse di politica monetaria sono già prezzate dai mercati?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 Maggio 2022

A cura di Jeffrey Cleveland, Chief economist di Payden & Rygel. Dopo aver eseguito una delle mosse di politica monetaria più rapide nella storia, la Fed sembra pronta ad attuare una serie di rialzi dei tassi di 50 punti base. Anche se il ritmo dei rialzi sembra prestabilito, in ultima analisi il percorso politico della Fed dipenderà in gran parte dalla forza del mercato del lavoro, a partire dal report sui posti di lavoro di aprile.Nel complesso le decisioni politiche annunciate alla riunione del FOMC di maggio sono state ampiamente anticipate, attenuando gran parte della reazione del mercato. Detto questo, gli investitori obbligazionari hanno trovato conforto nel fatto che il presidente della Fed abbia escluso un rialzo dei tassi di 75 punti base e la lenta accelerazione della riduzione del bilancio ha placato i timori di un ritmo di riduzione più aggressivo. La domanda critica è “Quale sarà il prossimo passo della politica?”. La traiettoria dei rialzi della Fed è già “prezzata” dai mercati? Su questo restiamo scettici. Dopo tutto, sei mesi fa, la Fed si stava impegnando a mantenere i tassi a zero per raggiungere la massima occupazione. Sei mesi dopo il FOMC si sta muovendo “rapidamente” verso la neutralità, perché il mercato del lavoro è “insostenibilmente caldo”. Questo voltafaccia repentino ci ha reso cauti. Non escludiamo che la posizione della Fed possa cambiare ancora.Il problema dalla nostra prospettiva è che, nella misura in cui il mercato del lavoro rimane “caldo”, la Fed potrebbe essere costretta a muoversi in una direzione ancora più aggressiva. A partire dalla riunione del FOMC di maggio, ci aspettiamo due ulteriori rialzi di 50 punti base, a giugno e a luglio. Dopo di che, come ha dichiarato mercoledì il presidente Powell, anche se l’inflazione “sta cominciando a scendere”, è improbabile che il FOMC si fermi, piuttosto “tornerebbe ad aumenti di 25 punti base”. Ulteriori aumenti di 25 punti base a settembre, novembre e dicembre porteranno il tasso dei Fed funds al 2,75% entro la fine dell’anno (che coincide con la nostra visione di base). Ma l’andamento storico della domanda di lavoro suggerisce che il tasso di disoccupazione continuerà a diminuire nei prossimi mesi e non ad appiattirsi o a salire come pensano i politici (vedi grafico sotto). Se abbiamo ragione, la domanda continuerà a superare l’offerta, e la Fed potrebbe presto concludere che i tassi di politica monetaria dovranno muoversi “sopra la neutralità”, intorno al 3,5-4,0%. Per arrivare al 3,5-4,0% più velocemente, la Fed potrebbe continuare ad aumentare di 50 punti base ad ogni prossima riunione nel corso di quest’anno – raggiungendo un tasso finale più alto di quello che il mercato si aspetta attualmente. (abstract)

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La guerra evita la crisi del governo Draghi ma la legislatura è finita e l’unità nazionale anche

Posted by fidest press agency su martedì, 12 aprile 2022

Diciamoci la verità, se non ci fosse la guerra scatenata da Putin in Ucraina, e soprattutto se non ci fossero le pesanti conseguenze che sta producendo con cui avere a che fare, il governo Draghi non esisterebbe più e la legislatura sarebbe (anticipatamente) già finita. La rottura stava per accadere in febbraio, e la visita che il 18 di quel mese Mario Draghi ha fatto a Sergio Mattarella per esternargli tutta la sua irritazione di fronte agli agguati dei partiti (il governo era andato sotto ben 4 volte alla Camera) e il successivo vertice con i capidelegazione, ne erano stati i prodromi. “Se ai partiti e al Parlamento non va bene questo governo, trovatevene un altro”, aveva detto a brutto muso il presidente del Consiglio. Non sappiamo se a dare lo strappo sarebbe stato Draghi (più probabile) o uno dei suoi nemici travestiti da alleati (meno probabile), ma non è azzardato ipotizzare che da lì a pochi giorni la corda di sarebbe rotta. Tuttavia, il 24 febbraio le truppe russe marciavano su Kiev, aprendo uno scenario inedito e drammatico, che non poteva non condizionare le vicende politiche nazionali in tutta Europa, e in Italia congelare la potenziale crisi di governo. E se anche questo stallo non ha impedito ai partiti, in particolare ai 5stelle ma anche la Lega, di logorare l’esecutivo con atteggiamenti ambigui proprio sulla guerra – dal “pacifismo” peloso di Salvini alla polemica di Conte sull’aumento delle spese militari – è evidente che nessuno può, in questa situazione, prendersi la responsabilità di far cadere il governo nel pieno della più grave crisi internazionale dalla fine sella seconda guerra mondiale. Ma fino a quando può durare questo limbo? A giudicare dalla scelta di Lega e Forza Italia di far saltare la riforma del fisco, e dall’aggrovigliarsi di veti incrociati sul provvedimento Cartabia che riforma il Csm, le tensioni all’interno della maggioranza, ma soprattutto nei confronti di Draghi, sono destinate a crescere ogni giorno di più. E, peraltro, non mancheranno le occasioni, visto che il Paese rischia di tornare in recessione, con tutto quel significa in termini di tensioni sociali, e che le decisioni che ci attendono, specie in materia di energia, sembrano fatte apposta per gettare benzina sul fuoco. Con il partito della spesa che già reclama “sforamenti” di bilancio, e le pulsioni populiste che fanno capolino, come dimostra l’inutile polemica sulla frase del presidente del Consiglio su “pace e condizionatori d’aria”, come se non fosse vero che aiutare gli ucraini e perseguire la fine della guerra non comporti sacrifici per tutti noi. La verità è che se si somma il fronte dei putiniani dichiarati e di quelli travestiti da pacifisti, con quello del “chissenefrega degli ucraini, la guerra non ci riguarda” e quello dei vecchi e nuovi riflessi condizionati anti-atlantisti e anti-occidentali, il partito anti-Draghi si fa folto, e a palazzo Chigi l’unica arma che sembra poter (e voler) usare è quella della “fiducia” da mettere sui vari provvedimenti per evitare di essere battuto in aula. D’altra parte, Draghi sa che i parlamentari non faranno karakiri facendogli mancare l’appoggio fino a quando (a settembre) non saranno maturate le coperture previdenziali di questa legislatura. Ma anche lui, che ora è bloccato dall’emergenza del conflitto, non ha nessuna intenzione di tirare a campare. E se solo si aprirà uno spiraglio, ho motivo di ritenere che non si farà scappare l’occasione di togliersi dalla linea di tiro dei partiti. Solo che spaventa cosa possa produrre il combinato disposto tra l’irresponsabilità di buona parte della classe politica, che affronta un passaggio epocale come questo con la logica becera della speculazione elettorale (peraltro presunta), e la stanchezza mista a irritazione di Draghi, cui sembra mancare l’intenzione di usare la leva della sua insostituibilità per forzare la mano e imporre le sue scelte (non lo ha fatto durante la lunga fase della campagna quirinalizia, e non lo sta facendo ora, come dimostra il mezzo passo indietro di fronte a Conte sui tempi di aumento delle spese militari, inopinatamente protratti fino al 2028). Perchè l’Italia non può permettersi, nel bene come grande paese fondatore della comunità europea e nel male come paese appesantito dal debito pubblico e attardato nella crescita economica, di non assumersi la responsabilità di avere un ruolo attivo sia nell’affrontare la catastrofe umanitaria che la guerra sta producendo, sia nell’affrontare tutti i rischi di natura geopolitica che si stanno palesando di fronte alla strategia imperialista di Putin. Purtroppo, è inutile nascondercelo, l’ora buia, pur essendo di una gravità senza precedenti, non è in grado di svegliare coscienze a dir poco sopite, di animare intelligenze e lungimiranze che non ci sono, di rinsaldare solidarietà solo enunciate. Quelli che la politica italiana sta mostrando sono i limiti che ha, non potrebbe essere diversamente. Sì, certo, la nascita del governo Draghi e della maggioranza larga che lo ha votato, tanto più perchè al cospetto di una pandemia che sembrava non domabile, avevano fatto sperare che i drammatici vuoti dei partiti e della classe politica – politici, culturali, programmatici, morali – potessero essere riempiti e che le istituzioni, fragili quando non marce, potessero essere rivitalizzate e risanate. Ma così non è accaduto, e probabilmente è stato ingenuo sperarlo. E così non sembra proprio poter accadere pur di fronte ad una guerra alle porte di casa. E per doverlo constatare non serve scorrere le inchieste giornalistiche (tardive) o attendere quelle giudiziarie (fin qui solo evocate) sui legami che collegano partiti, correnti, fondazioni e singoli politici a Mosca, che in questi anni ha lavorato intensamente per attivare e oliare rapporti, per creare dipendenze e vincoli cui non poter sfuggire. Basta osservare le ambiguità con cui stanno gestendo le proprie posizioni rispetto alla guerra e a Putin, la Lega di Salvini (con poche e poco visibili eccezioni), i 5stelle fuoriusciti e quelli di Conte (ma non Di Maio, fin qui ineccepibile), Berlusconi (ma non tutta Forza Italia), l’insolitamente silenzioso Renzi e chi sta a sinistra del Pd, confortati dalle allucinanti posizioni dell’Anpi. Con il risultato che sulla politica estera l’unica forza di opposizione condivide (magari tatticamente più che convintamente, ma intanto) la linea euroatlantica di palazzo Chigi molto più di varie forze di maggioranza. Devo anche dire che un contributo non secondario a determinare nel Paese questo clima inquinato, antitesi del binomio “riflessione-coesione” di cui invece avremmo disperatamente bisogno, lo stanno dando – more solito – i media e più in generale il mondo culturale e intellettuale. Da un lato, la spettacolarizzazione della guerra e del dolore, dall’altro la banalizzazione dei grandi temi geopolitici: sono gli ingredienti di una indigesta pietanza mediatica che ogni giorno ci viene fornita abusando del titolo di informazione. Che diventa vomitevole quando si aggiungono le risse da talk show, alimentate anche a costo di dare spazio e voce a portatori di tesi improbabili (come già era capitato con i no-vax, che non a caso hanno spesso i medesimi protagonisti) o palesemente false e schifosamente negazioniste. Non voglio qui attribuirmi meriti o menare vanto, ma devo dire che il polso di quanto sia diventato insopportabile, oltre che maledettamente dannoso, questo teatrino mediatico, me lo danno le crescenti manifestazioni di apprezzamento per War Room, sia da parte del pubblico, cui piace riflettere più di quanto non si pensi, ma ancor più da parte degli ospiti, che trovano finalmente un luogo di confronto dover poter esprimere le proprie argomentazioni senza la mortificazione della rissa verbale, dell’ammucchiarsi degli ospiti, dell’esasperazione dei contrasti. Difficile che una società legga le condizioni in cui si trova e che la politica sia indotta a fare scelte coraggiose anziché vellicare i bassi istinti popolari, in un contesto informativo e culturale siffatto. Chiusa questa parentesi e tornando alla questione “vita e durata del governo”, se alle ambiguità sulla guerra si aggiungono tutte le altre questioni su cui un po’ tutti sono intenti a praticare i distinguo, si vede quanto sia consunta la trama e mortificato lo spirito dell’unità nazionale. Se poi si considera il rischio che in Francia possa vincere la destra nazionalista e filo-russa – spero ardentemente di no, ma la crescita della Le Pen è indubbia – andando a rafforzare i significati continentali della riconferma in Orban in Ungheria, con tutto quello che significherebbe anche per noi, si capisce come l’infinita transizione politico-istituzionale italiana possa avere esiti devastanti. Quali? Non sarà, almeno fino a settembre, una crisi di governo. Ma potremmo ritrovarci a dover constatare che c’è qualcosa di peggio: il non-governo. Per ulteriori informazioni, consultate il sito http://www.terzarepubblica.it

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Difesa: Rojc (Pd), senza sicurezza non c’è protezione sociale

Posted by fidest press agency su giovedì, 31 marzo 2022

“L’invasione dell’Ucraina ha cambiato il mondo e mostrato i rischi cui sono esposti Paesi incapaci di garantire la sicurezza, che coincide con l’interesse nazionale e senza la quale non c’è nemmeno protezione sociale. Sono incomprensibili e pericolosi irrigidimenti di principio che mettano in crisi o anche solo in difficoltà il Governo: la crisi energetica e i riflessi sull’economia non sono distinti dalla guerra e dalle tensioni con la Russia. Ora più che mai è fondamentale il valore dell’unità nazionale e del rispetto degli accordi internazionali, su tutti i settori inclusa la difesa”. Lo afferma la senatrice Tatjana Rojc (Pd), in merito al ddl Ucraina e agli impegni del Governo sulle spese per la difesa.

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FED: al via un nuovo ciclo di politica monetaria

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 marzo 2022

A cura di Roberto Rossignoli, Portfolio Manager Moneyfarm. Sta finalmente accadendo. Dopo oltre 3 anni dall’ultimo rialzo dei tassi, la Fed ha deciso di alzare i tassi di interesse di 25 bps, dando il via a un nuovo ciclo di politica monetaria.Il “rullo di tamburi” era diventato più forte già da alcuni mesi, con la stretta monetaria quindi largamente prevista. Il contesto inflazionistico non era più compatibile con una politica a tasso zero già da diversi mesi e, anzi, prima dell’esplosione delle tensioni in Ucraina, era sul tavolo degli investitori anche una possibile mossa di 50 punti base. Il tasso di inflazione, confermato la scorsa settimana al 7,9%, il più alto dal 1982, era semplicemente troppo alto e occorreva un’azione urgente. Ovviamente, con tutta l’incertezza derivante dall’Ucraina, i policy makers hanno optato per un approccio più graduale, in linea con le aspettative di mercato e con quanto affermato dal presidente della Fed Powell nei suoi ultimi interventi pubblici. Interessante notare come un governatore della Fed abbia dissentito dalla decisione finale, rimanendo a favore di un aumento di 50 punti base.È anche interessante esaminare l’aggiornamento delle proiezioni economiche. Come osservato per la Banca Centrale Europea, le proiezioni della Fed sono cambiate rispetto a dicembre, alla luce di un’inflazione che si sta dimostrando più ostinata del previsto. La Fed ora prevede che il tasso mediano dei Fed Funds per il 2023 sia del 2,8%, rispetto all’1,6% delle previsioni di dicembre. La Fed ha anche commentato che l’impatto della crisi in Ucraina è stato probabilmente quello di esercitare pressioni al rialzo sui prezzi e potenzialmente di frenare l’attività economica.I mercati erano, e continuano a essere, posizionati per molti altri rialzi quest’anno e nel 2023. Attualmente ne sono previsti almeno altri 6 e la decisione può arrivare a ogni meeting. Altri rialzi da 50 bps non sono da escludersi, ha confermato il governatore Powell nella conferenza stampa. Infine, anche la parola “recessione” ha iniziato ad apparire nelle domande rivolte al governatore. L’appiattimento della curva dei tassi d’interesse governativi è tipicamente un cattivo segnale, ma per ora il governatore ha escluso che le mosse della FED possano indurre un eccessivo rallentamento dell’economia. Nonostante la mossa fosse già in qualche modo attesa, abbiamo assistito a una certa volatilità subito dopo l’annuncio: il dollaro si è rafforzato, i tassi d’interesse sono saliti e l’azionario è leggermente sceso. D’altronde si tratta pur sempre di un nuovo ciclo di rialzi per la politica monetaria, il primo dal lontano dicembre 2015, e dalle parole del governatore sembra che l’intenzione sia quella di combattere l’inflazione ad ogni costo.

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Politiche per la famiglia… quale famiglia?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 9 marzo 2022

In Italia più di una famiglia su tre (35,1%) è formata da una sola persona, il 27,1% da due componenti, il 18,5% da tre persone. Le famiglie costituite da quattro componenti sono il 14,2%, quelle da cinque sono il 3,7% mentre le famiglie numerose (6 o più componenti) rappresentano l’1,4% del totale. Sono i dati Istat diffusi oggi (1) relativi al 2019. Suscita attenzione particolare l’aumento delle famiglie “single” che, nel 1971, erano il 12,9% e che oggi sono il 35,1%, cioé vive da solo circa il 15% delle persone abitualmente dimoranti in Italia. Due riflessioni: – perché le politiche per le famiglie (nazionali, regionali e locali) sono quasi esclusivamente per quei nuclei che hanno almeno due-tre-quattro persone? Forse che i single non soffrono degli stessi problemi delle coppie, con o senza figli e/o altri parenti? E i single, a differenza degli altri, hanno sicuramente più spese degli altri nuclei ché, per quanto i costi sono sempre proporzionali al numero dei componenti della famiglia, la base del single è sempre maggiore. – la famiglia tipo per la quale veniamo bombardati di pubblicità è quella di quattro persone (meglio se con un figlio e una figlia e, tranne rari casi, rigidamente eterosessuale).Due riflessioni che ci inducono a pensare che le politiche per la famiglia sono concepite e approvate da persone “normali” per altrettante persone “normali”… anche se la normalità è quella dei dati Istat. Quindi, un terzo delle famiglie italiane è emarginata, nonostante tutti gli amministratori non fanno altro che ripeterci che il loro impegno principale è per la famiglia. François-Marie Arouet – http://www.aduc.it

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