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Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 151

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Mercati finanziari e le ripercussioni della politica “Zero-Covid”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 Maggio 2022

Attuata dalle Autorità cinesi, a cura di Paolo Mauri Brusa, gestore del team Multi Asset Italia di GAM (Italia) SGR. Secondo i ricercatori della Fudan University di Shanghai, se il Governo cinese dovesse abbandonare la politica di intransigenza sulle infezioni da Covid si rischierebbe uno Tsunami di contagi, con oltre 100 milioni di casi sintomatici e 5 milioni di ricoveri che manderebbero in tilt il sistema sanitario nazionale, provocando 1,6 milioni di decessi. Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature Medicine, ha rilevato che il livello di immunità indotto dalla recente campagna di vaccinazione sarebbe insufficiente a fermare la variante omicron, visti i bassi tassi di copertura tra la popolazione anziana e la capacità del virus di eludere la protezione fornita dai vaccini cinesi. Secondo le stime del governo, grazie alle misure adottate finora sono stati evitati almeno 1 milione di decessi da inizio pandemia. Il numero di morti da Covid ammonta, infatti, a 5 mila unità contro le 990 mila degli Stati Uniti che, oltretutto, contano solo un quarto della popolazione cinese. Tuttavia, aumentano le preoccupazioni per i costi sociali e finanziari di “Covid Zero”, che ha richiesto restrizioni sempre più severe. Due sondaggi pubblicati la scorsa settimana hanno confermato il basso morale della comunità imprenditoriale. L’indice Caixin, che valuta le prospettive dell’attività industriale, è sceso a 46 in aprile da 48,1 del mese precedente. Un indice inferiore a 50 indica una contrazione economica. La situazione è ancora peggiore nel settore dei servizi, dove l’indice è passato da 42 a 36,2. Secondo Nomura 46 città cinesi, che rappresentano un quarto della popolazione e il 35% del prodotto interno lordo del Paese, stanno vivendo un blocco totale o parziale delle attività. Foxconn ha dovuto dapprima sospendere, poi ridurre la produzione nel suo maggior stabilimento di Zhengzhou, da dove escono circa il 70% degli iPhone di casa Apple. Il lock-down nella città di Xi’an, durato un mese, ha causato disagi ai principali produttori di chip Micron Technology e Samsung, mentre Toyota e Volkswagen hanno dovuto sospendere la produzione nelle fabbriche di Jilin. Molte istituzioni finanziarie hanno abbassato le stime di crescita per il 2022 dal 5,5% al 4%. Ma secondo alcuni economisti i lock-down hanno già causato una contrazione che è costata alla Cina quasi 2700 miliardi di dollari e, in assenza di un allentamento delle misure restrittive, l’anno in corso potrebbe risultare persino peggiore del 2020, quando la crescita si fermò al +2,3%. Malgrado le valutazioni dei listini azionari siano arrivate a livelli storicamente bassi, le prospettive per i prossimi mesi restano alquanto incerte. In assenza di vaccini efficaci contro le nuove varianti o farmaci per la cura delle infezioni da Covid, il Governo non farà di certo retromarcia perché vorrebbe dire riconoscere implicitamente come errata la decisione di tutti questi mesi.

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FED: le prossime mosse di politica monetaria sono già prezzate dai mercati?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 Maggio 2022

A cura di Jeffrey Cleveland, Chief economist di Payden & Rygel. Dopo aver eseguito una delle mosse di politica monetaria più rapide nella storia, la Fed sembra pronta ad attuare una serie di rialzi dei tassi di 50 punti base. Anche se il ritmo dei rialzi sembra prestabilito, in ultima analisi il percorso politico della Fed dipenderà in gran parte dalla forza del mercato del lavoro, a partire dal report sui posti di lavoro di aprile.Nel complesso le decisioni politiche annunciate alla riunione del FOMC di maggio sono state ampiamente anticipate, attenuando gran parte della reazione del mercato. Detto questo, gli investitori obbligazionari hanno trovato conforto nel fatto che il presidente della Fed abbia escluso un rialzo dei tassi di 75 punti base e la lenta accelerazione della riduzione del bilancio ha placato i timori di un ritmo di riduzione più aggressivo. La domanda critica è “Quale sarà il prossimo passo della politica?”. La traiettoria dei rialzi della Fed è già “prezzata” dai mercati? Su questo restiamo scettici. Dopo tutto, sei mesi fa, la Fed si stava impegnando a mantenere i tassi a zero per raggiungere la massima occupazione. Sei mesi dopo il FOMC si sta muovendo “rapidamente” verso la neutralità, perché il mercato del lavoro è “insostenibilmente caldo”. Questo voltafaccia repentino ci ha reso cauti. Non escludiamo che la posizione della Fed possa cambiare ancora.Il problema dalla nostra prospettiva è che, nella misura in cui il mercato del lavoro rimane “caldo”, la Fed potrebbe essere costretta a muoversi in una direzione ancora più aggressiva. A partire dalla riunione del FOMC di maggio, ci aspettiamo due ulteriori rialzi di 50 punti base, a giugno e a luglio. Dopo di che, come ha dichiarato mercoledì il presidente Powell, anche se l’inflazione “sta cominciando a scendere”, è improbabile che il FOMC si fermi, piuttosto “tornerebbe ad aumenti di 25 punti base”. Ulteriori aumenti di 25 punti base a settembre, novembre e dicembre porteranno il tasso dei Fed funds al 2,75% entro la fine dell’anno (che coincide con la nostra visione di base). Ma l’andamento storico della domanda di lavoro suggerisce che il tasso di disoccupazione continuerà a diminuire nei prossimi mesi e non ad appiattirsi o a salire come pensano i politici (vedi grafico sotto). Se abbiamo ragione, la domanda continuerà a superare l’offerta, e la Fed potrebbe presto concludere che i tassi di politica monetaria dovranno muoversi “sopra la neutralità”, intorno al 3,5-4,0%. Per arrivare al 3,5-4,0% più velocemente, la Fed potrebbe continuare ad aumentare di 50 punti base ad ogni prossima riunione nel corso di quest’anno – raggiungendo un tasso finale più alto di quello che il mercato si aspetta attualmente. (abstract)

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La guerra evita la crisi del governo Draghi ma la legislatura è finita e l’unità nazionale anche

Posted by fidest press agency su martedì, 12 aprile 2022

Diciamoci la verità, se non ci fosse la guerra scatenata da Putin in Ucraina, e soprattutto se non ci fossero le pesanti conseguenze che sta producendo con cui avere a che fare, il governo Draghi non esisterebbe più e la legislatura sarebbe (anticipatamente) già finita. La rottura stava per accadere in febbraio, e la visita che il 18 di quel mese Mario Draghi ha fatto a Sergio Mattarella per esternargli tutta la sua irritazione di fronte agli agguati dei partiti (il governo era andato sotto ben 4 volte alla Camera) e il successivo vertice con i capidelegazione, ne erano stati i prodromi. “Se ai partiti e al Parlamento non va bene questo governo, trovatevene un altro”, aveva detto a brutto muso il presidente del Consiglio. Non sappiamo se a dare lo strappo sarebbe stato Draghi (più probabile) o uno dei suoi nemici travestiti da alleati (meno probabile), ma non è azzardato ipotizzare che da lì a pochi giorni la corda di sarebbe rotta. Tuttavia, il 24 febbraio le truppe russe marciavano su Kiev, aprendo uno scenario inedito e drammatico, che non poteva non condizionare le vicende politiche nazionali in tutta Europa, e in Italia congelare la potenziale crisi di governo. E se anche questo stallo non ha impedito ai partiti, in particolare ai 5stelle ma anche la Lega, di logorare l’esecutivo con atteggiamenti ambigui proprio sulla guerra – dal “pacifismo” peloso di Salvini alla polemica di Conte sull’aumento delle spese militari – è evidente che nessuno può, in questa situazione, prendersi la responsabilità di far cadere il governo nel pieno della più grave crisi internazionale dalla fine sella seconda guerra mondiale. Ma fino a quando può durare questo limbo? A giudicare dalla scelta di Lega e Forza Italia di far saltare la riforma del fisco, e dall’aggrovigliarsi di veti incrociati sul provvedimento Cartabia che riforma il Csm, le tensioni all’interno della maggioranza, ma soprattutto nei confronti di Draghi, sono destinate a crescere ogni giorno di più. E, peraltro, non mancheranno le occasioni, visto che il Paese rischia di tornare in recessione, con tutto quel significa in termini di tensioni sociali, e che le decisioni che ci attendono, specie in materia di energia, sembrano fatte apposta per gettare benzina sul fuoco. Con il partito della spesa che già reclama “sforamenti” di bilancio, e le pulsioni populiste che fanno capolino, come dimostra l’inutile polemica sulla frase del presidente del Consiglio su “pace e condizionatori d’aria”, come se non fosse vero che aiutare gli ucraini e perseguire la fine della guerra non comporti sacrifici per tutti noi. La verità è che se si somma il fronte dei putiniani dichiarati e di quelli travestiti da pacifisti, con quello del “chissenefrega degli ucraini, la guerra non ci riguarda” e quello dei vecchi e nuovi riflessi condizionati anti-atlantisti e anti-occidentali, il partito anti-Draghi si fa folto, e a palazzo Chigi l’unica arma che sembra poter (e voler) usare è quella della “fiducia” da mettere sui vari provvedimenti per evitare di essere battuto in aula. D’altra parte, Draghi sa che i parlamentari non faranno karakiri facendogli mancare l’appoggio fino a quando (a settembre) non saranno maturate le coperture previdenziali di questa legislatura. Ma anche lui, che ora è bloccato dall’emergenza del conflitto, non ha nessuna intenzione di tirare a campare. E se solo si aprirà uno spiraglio, ho motivo di ritenere che non si farà scappare l’occasione di togliersi dalla linea di tiro dei partiti. Solo che spaventa cosa possa produrre il combinato disposto tra l’irresponsabilità di buona parte della classe politica, che affronta un passaggio epocale come questo con la logica becera della speculazione elettorale (peraltro presunta), e la stanchezza mista a irritazione di Draghi, cui sembra mancare l’intenzione di usare la leva della sua insostituibilità per forzare la mano e imporre le sue scelte (non lo ha fatto durante la lunga fase della campagna quirinalizia, e non lo sta facendo ora, come dimostra il mezzo passo indietro di fronte a Conte sui tempi di aumento delle spese militari, inopinatamente protratti fino al 2028). Perchè l’Italia non può permettersi, nel bene come grande paese fondatore della comunità europea e nel male come paese appesantito dal debito pubblico e attardato nella crescita economica, di non assumersi la responsabilità di avere un ruolo attivo sia nell’affrontare la catastrofe umanitaria che la guerra sta producendo, sia nell’affrontare tutti i rischi di natura geopolitica che si stanno palesando di fronte alla strategia imperialista di Putin. Purtroppo, è inutile nascondercelo, l’ora buia, pur essendo di una gravità senza precedenti, non è in grado di svegliare coscienze a dir poco sopite, di animare intelligenze e lungimiranze che non ci sono, di rinsaldare solidarietà solo enunciate. Quelli che la politica italiana sta mostrando sono i limiti che ha, non potrebbe essere diversamente. Sì, certo, la nascita del governo Draghi e della maggioranza larga che lo ha votato, tanto più perchè al cospetto di una pandemia che sembrava non domabile, avevano fatto sperare che i drammatici vuoti dei partiti e della classe politica – politici, culturali, programmatici, morali – potessero essere riempiti e che le istituzioni, fragili quando non marce, potessero essere rivitalizzate e risanate. Ma così non è accaduto, e probabilmente è stato ingenuo sperarlo. E così non sembra proprio poter accadere pur di fronte ad una guerra alle porte di casa. E per doverlo constatare non serve scorrere le inchieste giornalistiche (tardive) o attendere quelle giudiziarie (fin qui solo evocate) sui legami che collegano partiti, correnti, fondazioni e singoli politici a Mosca, che in questi anni ha lavorato intensamente per attivare e oliare rapporti, per creare dipendenze e vincoli cui non poter sfuggire. Basta osservare le ambiguità con cui stanno gestendo le proprie posizioni rispetto alla guerra e a Putin, la Lega di Salvini (con poche e poco visibili eccezioni), i 5stelle fuoriusciti e quelli di Conte (ma non Di Maio, fin qui ineccepibile), Berlusconi (ma non tutta Forza Italia), l’insolitamente silenzioso Renzi e chi sta a sinistra del Pd, confortati dalle allucinanti posizioni dell’Anpi. Con il risultato che sulla politica estera l’unica forza di opposizione condivide (magari tatticamente più che convintamente, ma intanto) la linea euroatlantica di palazzo Chigi molto più di varie forze di maggioranza. Devo anche dire che un contributo non secondario a determinare nel Paese questo clima inquinato, antitesi del binomio “riflessione-coesione” di cui invece avremmo disperatamente bisogno, lo stanno dando – more solito – i media e più in generale il mondo culturale e intellettuale. Da un lato, la spettacolarizzazione della guerra e del dolore, dall’altro la banalizzazione dei grandi temi geopolitici: sono gli ingredienti di una indigesta pietanza mediatica che ogni giorno ci viene fornita abusando del titolo di informazione. Che diventa vomitevole quando si aggiungono le risse da talk show, alimentate anche a costo di dare spazio e voce a portatori di tesi improbabili (come già era capitato con i no-vax, che non a caso hanno spesso i medesimi protagonisti) o palesemente false e schifosamente negazioniste. Non voglio qui attribuirmi meriti o menare vanto, ma devo dire che il polso di quanto sia diventato insopportabile, oltre che maledettamente dannoso, questo teatrino mediatico, me lo danno le crescenti manifestazioni di apprezzamento per War Room, sia da parte del pubblico, cui piace riflettere più di quanto non si pensi, ma ancor più da parte degli ospiti, che trovano finalmente un luogo di confronto dover poter esprimere le proprie argomentazioni senza la mortificazione della rissa verbale, dell’ammucchiarsi degli ospiti, dell’esasperazione dei contrasti. Difficile che una società legga le condizioni in cui si trova e che la politica sia indotta a fare scelte coraggiose anziché vellicare i bassi istinti popolari, in un contesto informativo e culturale siffatto. Chiusa questa parentesi e tornando alla questione “vita e durata del governo”, se alle ambiguità sulla guerra si aggiungono tutte le altre questioni su cui un po’ tutti sono intenti a praticare i distinguo, si vede quanto sia consunta la trama e mortificato lo spirito dell’unità nazionale. Se poi si considera il rischio che in Francia possa vincere la destra nazionalista e filo-russa – spero ardentemente di no, ma la crescita della Le Pen è indubbia – andando a rafforzare i significati continentali della riconferma in Orban in Ungheria, con tutto quello che significherebbe anche per noi, si capisce come l’infinita transizione politico-istituzionale italiana possa avere esiti devastanti. Quali? Non sarà, almeno fino a settembre, una crisi di governo. Ma potremmo ritrovarci a dover constatare che c’è qualcosa di peggio: il non-governo. Per ulteriori informazioni, consultate il sito http://www.terzarepubblica.it

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Difesa: Rojc (Pd), senza sicurezza non c’è protezione sociale

Posted by fidest press agency su giovedì, 31 marzo 2022

“L’invasione dell’Ucraina ha cambiato il mondo e mostrato i rischi cui sono esposti Paesi incapaci di garantire la sicurezza, che coincide con l’interesse nazionale e senza la quale non c’è nemmeno protezione sociale. Sono incomprensibili e pericolosi irrigidimenti di principio che mettano in crisi o anche solo in difficoltà il Governo: la crisi energetica e i riflessi sull’economia non sono distinti dalla guerra e dalle tensioni con la Russia. Ora più che mai è fondamentale il valore dell’unità nazionale e del rispetto degli accordi internazionali, su tutti i settori inclusa la difesa”. Lo afferma la senatrice Tatjana Rojc (Pd), in merito al ddl Ucraina e agli impegni del Governo sulle spese per la difesa.

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FED: al via un nuovo ciclo di politica monetaria

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 marzo 2022

A cura di Roberto Rossignoli, Portfolio Manager Moneyfarm. Sta finalmente accadendo. Dopo oltre 3 anni dall’ultimo rialzo dei tassi, la Fed ha deciso di alzare i tassi di interesse di 25 bps, dando il via a un nuovo ciclo di politica monetaria.Il “rullo di tamburi” era diventato più forte già da alcuni mesi, con la stretta monetaria quindi largamente prevista. Il contesto inflazionistico non era più compatibile con una politica a tasso zero già da diversi mesi e, anzi, prima dell’esplosione delle tensioni in Ucraina, era sul tavolo degli investitori anche una possibile mossa di 50 punti base. Il tasso di inflazione, confermato la scorsa settimana al 7,9%, il più alto dal 1982, era semplicemente troppo alto e occorreva un’azione urgente. Ovviamente, con tutta l’incertezza derivante dall’Ucraina, i policy makers hanno optato per un approccio più graduale, in linea con le aspettative di mercato e con quanto affermato dal presidente della Fed Powell nei suoi ultimi interventi pubblici. Interessante notare come un governatore della Fed abbia dissentito dalla decisione finale, rimanendo a favore di un aumento di 50 punti base.È anche interessante esaminare l’aggiornamento delle proiezioni economiche. Come osservato per la Banca Centrale Europea, le proiezioni della Fed sono cambiate rispetto a dicembre, alla luce di un’inflazione che si sta dimostrando più ostinata del previsto. La Fed ora prevede che il tasso mediano dei Fed Funds per il 2023 sia del 2,8%, rispetto all’1,6% delle previsioni di dicembre. La Fed ha anche commentato che l’impatto della crisi in Ucraina è stato probabilmente quello di esercitare pressioni al rialzo sui prezzi e potenzialmente di frenare l’attività economica.I mercati erano, e continuano a essere, posizionati per molti altri rialzi quest’anno e nel 2023. Attualmente ne sono previsti almeno altri 6 e la decisione può arrivare a ogni meeting. Altri rialzi da 50 bps non sono da escludersi, ha confermato il governatore Powell nella conferenza stampa. Infine, anche la parola “recessione” ha iniziato ad apparire nelle domande rivolte al governatore. L’appiattimento della curva dei tassi d’interesse governativi è tipicamente un cattivo segnale, ma per ora il governatore ha escluso che le mosse della FED possano indurre un eccessivo rallentamento dell’economia. Nonostante la mossa fosse già in qualche modo attesa, abbiamo assistito a una certa volatilità subito dopo l’annuncio: il dollaro si è rafforzato, i tassi d’interesse sono saliti e l’azionario è leggermente sceso. D’altronde si tratta pur sempre di un nuovo ciclo di rialzi per la politica monetaria, il primo dal lontano dicembre 2015, e dalle parole del governatore sembra che l’intenzione sia quella di combattere l’inflazione ad ogni costo.

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Politiche per la famiglia… quale famiglia?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 9 marzo 2022

In Italia più di una famiglia su tre (35,1%) è formata da una sola persona, il 27,1% da due componenti, il 18,5% da tre persone. Le famiglie costituite da quattro componenti sono il 14,2%, quelle da cinque sono il 3,7% mentre le famiglie numerose (6 o più componenti) rappresentano l’1,4% del totale. Sono i dati Istat diffusi oggi (1) relativi al 2019. Suscita attenzione particolare l’aumento delle famiglie “single” che, nel 1971, erano il 12,9% e che oggi sono il 35,1%, cioé vive da solo circa il 15% delle persone abitualmente dimoranti in Italia. Due riflessioni: – perché le politiche per le famiglie (nazionali, regionali e locali) sono quasi esclusivamente per quei nuclei che hanno almeno due-tre-quattro persone? Forse che i single non soffrono degli stessi problemi delle coppie, con o senza figli e/o altri parenti? E i single, a differenza degli altri, hanno sicuramente più spese degli altri nuclei ché, per quanto i costi sono sempre proporzionali al numero dei componenti della famiglia, la base del single è sempre maggiore. – la famiglia tipo per la quale veniamo bombardati di pubblicità è quella di quattro persone (meglio se con un figlio e una figlia e, tranne rari casi, rigidamente eterosessuale).Due riflessioni che ci inducono a pensare che le politiche per la famiglia sono concepite e approvate da persone “normali” per altrettante persone “normali”… anche se la normalità è quella dei dati Istat. Quindi, un terzo delle famiglie italiane è emarginata, nonostante tutti gli amministratori non fanno altro che ripeterci che il loro impegno principale è per la famiglia. François-Marie Arouet – http://www.aduc.it

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Una riflessione sulla politica agricola comunitaria

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 marzo 2022

“I rincari energetici legati al rilancio economico post-pandemia, fortemente acuiti dagli scenari di guerra in Ucraina, devono necessariamente aprire un dibattito sulle fragilità dell’Unione europea. Dobbiamo innanzitutto pianificare una strategia sulle fonti di energia così da avere una stabilità che possa fronteggiare gli shock a cui stiamo assistendo e che ci vedono alquanto impreparati. Ma non importiamo solo energia. Emerge con tutta la sua rilevanza anche l’indipendenza alimentare dell’Europa, temi che con la difesa comune devono essere al centro delle discussioni politiche sul futuro dell’Ue”. Lo dichiara il deputato Filippo Gallinella (M5S), presidente della commissione Agricoltura. “Nella prossima programmazione sino al 2027 della Politica Agricola Comune – aggiunge -, ci siamo concentrati sulla sostenibilità delle produzioni alimentari, ponendo in secondo piano l’aspetto quantitativo, mentre ciò che accade a livello globale ci ricorda come l’Europa sia drammaticamente dipendente dalle importazioni”.”Ritengo, pertanto, non più rinviabile la riapertura del dibattito sull’autosufficienza alimentare per indirizzare i finanziamenti comunitari su produzioni sostenibili che, però, riescano a coprire il fabbisogno di tutta Europa nonché a permettere di esportare. Del resto, in prospettiva avremo una stabilità demografica nei prossimi 50 anni che ci permette di fare programmazione e decidere dove focalizzare gli interventi di sostegno e incentivazione” conclude Gallinella. ByMoVimento 5 Stelle Camera dei Deputati

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Politica sanitaria: Ricciardi: “Trasformare i piani europei in un grande piano nazionale”

Posted by fidest press agency su giovedì, 3 marzo 2022

“Dall’Europa arriva il più grande programma di ricerca mai varato per la mission Cancer, che si allarga a tutti i settori della sanità pubblica. L’Europa oggi ci chiede di ottimizzare la diagnosi e la terapia, sottolineando il tema dell’equità, perchè in Europa esiste un’enorme inequità anche all’interno degli stessi Paesi. Io onestamente vedo un’eccessiva frammentazione per approcciare questi programmi. In Francia vedo un sistema paese che ha appena varato un piano di 10 anni, un piano nazionale articolato con obiettivi da raggiungere, con metodologie. Il mio suggerimento è cercare di fare la stessa cosa in Italia. Ci vorrebbe un coordinamento nazionale decennale che consenta al nostro Paese di massimizzare le risorse che vengono messe a disposizione. Noi abbiamo tra i più grandi professionisti del settore ma corriamo il rischio di non poterli valorizzare”. Lo dice Walter Ricciardi, Chair of the EU Cancer Mission, intervenendo all’evento “Sconfiggere il cancro: una priorità per l’Italia. Le nuove linee guida del Beating Cancer Plan. Dall’Europa all’Italia strategie per eliminare le diseguaglianze nell’accesso a diagnosi e cure”, organizzato da Beatrice Lorenzin, responsabile del Forum tematico Politica Sanitaria.

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La lezione politica delle bollette: mancanza di Europa

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 febbraio 2022

Nella disputa Nato/Russia c’è di mezzo, oltre l’Ucraina, l’Unione Europea che, allo stato dei fatti, nonostante lo scalpitare del presidente francese Emmanuel Macron, sembra più o meno rappresentata dalla Germania. Che ha detto in modo esplicito che se non si risolve la questione nel migliore dei modi (cioé: come vogliono Usa e Germania) di forniture gas dal Nord Stream 2 non se ne parla.La lezione politica è semplice quanto difficile se non, al momento, impossibile. Manca l’Europa. Quella delle politiche energetiche e quella di una difesa comune, nonché di una politica estera. Quella di un continente che si gestisca confini e rapporti come meglio gli torna utile. Un continente libero che – memore di come e perché fu liberato dalle forze alleate con la fine della seconda guerra mondiale, forte di essere una potenza economica mondiale al pari di Usa, Cina e Russia – decida di andare per conto proprio, guardando gli interessi immediati dei propri cittadini, pur se in un contesto, come si dice, atlantista…. chè di meglio al momento non si conosce. Non si tratterebbe dello staterello che nasce per dar forza a qualche indipendentismo da fregola cultural-separatista (Catalogna docet), ma di uno Stato che non può che essere federale, Tutto questo per fare di testa nostra? Non necessariamente, ma trattando al pari con Russia e Usa, senza di fatto delegare l’europea Germania e, quindi, mettendo al centro gli interessi dei propri cittadini in un contesto di equilibrio e armonia mondiale. Ci ricorderemo di queste vicende delle bollette energetiche quando, per esempio, ci saranno le prossime elezioni (dalle amministrative alle europee)? Facendo tesoro di quanto i nostri rappresentanti hanno fatto di concreto fino ad oggi e di quanto potrebbero fare in questa visione da Stati Uniti d’Europa. I consumatori sono importanti, non solo perché consumano, ma anche perché come cittadini possono decidere sulla propria vita. François-Marie Arouet – Aduc http://www.aduc.it

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Vengono al pettine i nodi della politica del tasso d’interesse zero

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 febbraio 2022

By Mario Lettieri e Paolo Raimondi. Si stanno ancora sottovalutando gli effetti della politica di tasso d’interesse zero, e sotto lo zero. Le dirette conseguenze delle azioni intraprese dalle banche centrali per sostenere i mercati finanziari durante e dopo la Grande Crisi Finanziaria sono stati i rendimenti obbligazionari negativi. Le banche hanno ridotto i tassi d’interesse e avviato programmi di stimolo, finalizzati all’acquisto di obbligazioni, con importanti ricadute sui mercati dei titoli a reddito fisso. Anche una parte del debito societario, a volte persino quello classificato come “spazzatura”, è stato scambiato con rendimenti negativi, nonostante il loro maggiore rischio d’insolvenza. Tale politica ha reso molto conveniente accendere nuovi debiti, anche attraverso la cosiddetta leva finanziaria che spesso usa gli asset da acquisire come garanzia per ottenere i crediti. Ciò, di conseguenza, ha “ingolfato” i mercati con titoli, in particolare obbligazioni pubbliche e corporate bond, a tassi d’interesse negativo. La crisi sembrava essere sotto controllo, ma le turbolenze dei mercati, seguite allo scoppio della pandemia, hanno indotto le banche centrali a riavviare i loro programmi di acquisto di attività e il mercato delle obbligazioni a rendimento negativo è cresciuto dall’aprile 2020. A fine settembre 2021 la stima delle obbligazioni a tasso negativo era di circa 15.000 miliardi di dollari, più di un quinto di tutto il debito dei governi e delle imprese a livello mondiale. Secondo l’indice Bloomberg Barclays, le recenti politiche restrittive della Federal Reserve avrebbero contribuito a ridurre lo stock totale di debito con rendimento negativo a 10.700 miliardi di dollari, in netto calo rispetto al picco di 18.000 miliardi del dicembre 2020. Le opinioni degli economisti sulla questione sono state molto diverse. Larry Summers, già segretario del Tesoro americano, ha definito i tassi negativi come “l’economia del buco nero”, mentre l’influente Kenneth Rogoff dell’università di Harvard, ha raccomandato le banche centrali di farne il cuore della loro politica.Titoli pubblici a tassi negativi sono stati emessi dal Giappone, dalla Svizzera, dalla Gran Bretagna, dalla Germania, dalla Francia. Tale politica ha coinvolto anche l’Italia e persino la Grecia, che dal 2009 ha affrontato molte crisi del debito.Gli Usa non l’hanno fatto, ma alcuni buoni del Tesoro sono stati scambiati sotto lo zero. Numerosi sono stati, invece, i corporate bond americani a tasso negativo. I fondi pensione e le compagnie assicurative sono tenuti ad acquistare obbligazioni, anche con rendimenti negativi, per gestire il rischio o coprire passività a lungo termine. Si tratta, però, di una situazione che non può durare per molto tempo. Il rischio è la sospensione delle attività e la bancarotta, salvo che non vi sia un salvataggio con i soldi pubblici. Per i fondi, in verità, gli aumenti dei prezzi delle materie prime, a cominciare da quelle energetiche, sono stati una “manna dal cielo”. Hanno “brindato” all’arrivo dell’inflazione e al conseguente aumento dei rendimenti dei titoli. Le obbligazioni a basso rendimento influiscono anche sui mercati azionari, determinando l’alternanza di boom con crolli frequenti e l’inevitabile instabilità finanziaria. Nel 2013 la previsione della Fed di ridurre il quantitative easing provocò l’aumento dei rendimento dei Treasury bond e il calo dei valori delle azioni. I bassissimi tassi d’interesse hanno incoraggiato alcune società a riacquistare le proprie azioni con il denaro raccolto dall’accensione di nuovi debiti, il che, accrescendo il valore delle azioni, ha fatto “lievitare” anche i bonus dei manager. Il tasso zero ha anche alimentato il cosiddetto “carry trade” sui mercati valutari, invogliando gli investitori di un paese con i rendimenti negativi ad acquistare obbligazioni di altri paesi a più alto rendimento ma anche più instabili, esponendoli a possibili fluttuazioni valutarie. L’entrata in gioco dell’inflazione, perciò, potrebbe avere degli effetti inaspettati e dirompenti sui titoli a reddito fisso, pubblici e privati, e sui mercati finanziari. La cosa peggiore sarebbe affrontare questa nuova fase destabilizzante senza idee alternative e senza e programmi correttivi. Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista

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Crisi energetica e politica del’Ue

Posted by fidest press agency su mercoledì, 9 febbraio 2022

L’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder e’ candidato ad entrare nel consiglio di amministrazione della compagnia energetica russa Gazprom. L’ex capo del governo tedesco e’ gia’ presidente del consiglio di amministrazione della compagnia petrolifera russa Rosneft e presidente del consorzio Nord Stream AG, che si e’ occupato della costruzione dell’omonimo gasdotto che invia carburante dalla Russia alla Germania attraverso il Mar Baltico.La vocazione manageriale di Schoreder si aggiunge a quella di altri capi di governo che hanno fatto altrettante scelte professionali. Ci viene in mente il leader liberaldemocratico britannico Nick Clegg con Facebook/Meta e, ultimo della serie, l’ex-primo ministro austriaco Sebastian Kurz approdato ad un’azienda della Silicon Valley. Tutte aziende che alterano, e non poco, la governabilità dell’economia da parte degli Stati, con queste aziende che diventano Stati e sovra-Stati a loro volta.Forse, ma è prematuro, sarebbe da includere anche il nostro Matteo Renzi, anche se per ora si milita ad una serie di conferenze in Arabia.Tornando a Schroeder, è innegabile che è inserito e sta migliorando il proprio inserimento in una delle attività economiche chiave dell’attuale crisi energetica e politica tra Ue/Usa e Russia. Non ci interessa sapere come l’ex-canceliere abbia conciliato la sua difesa degli interessi tedeschi e dell’Ue quando da tempo ha accettato di essere parte dirigente di una delle principali aziende russe. Prendiamo atto che era lì e che ora sarà in un posto ancora più strategico.Noi siamo come il volterriano personaggio “Candide”, disincantato ma non stupido, e ci poniamo una domanda: stiamo generando mostri per il nostro futuro o non abbiamo compreso nulla della vita? François-Marie Arouet, Aduc

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Politica energetica europea

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 febbraio 2022

Improvvisamente l’Europa si è accorta che la sicurezza dell’approvvigionamento delle fonti energetiche, sulle quali si era cullata per anni, non è certa, che la transizione energetica ha tempi lunghi e che le decisioni di privilegiare una fonte non è così semplice come si pensava. La ripresa economica e le tensioni ai confini ucraino-russi hanno fatto lievitare il costo dei combustibili e, a cascata, su tutti i prodotti di consumo. Decarbonizzare è il traguardo che si è posta l’Unione europea, di qui al 2050, ma altrettante misure sono necessarie per l’integrazione energetica europea e per la diversificazione delle fonti esterne di approvvigionamento. Da subito, per esempio, si possono costituire riserve di gas comuni pronte per l’emergenza. La Commissione europea ha ora dato il via libera all’utilizzo del gas e del nucleare come fonti utili per la transizione energetica. La Francia ha annunciato la costruzione di nuove centrali e il potenziamento di quelle vecchie, Finlandia, Paesi Bassi e Polonia progettano nuove centrali, mentre la Germania chiuderà le proprie centrali entro quest’anno, il che comporterà maggior ricorso al gas e al carbone e Spagna e Belgio dismetteranno le centrali nucleari entro il 2035. Insomma, si va in ordine sparso perché manca una politica energetica comune. Che sia necessaria è di tutta evidenza. Primo Mastrantoni, Aduc http://www.aduc.it

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Inflazione e politica monetaria

Posted by fidest press agency su domenica, 30 gennaio 2022

A cura di Michele Morra, Portfolio Manager Moneyfarm. Gli investitori più attenti si saranno certamente accorti che l’inizio dell’anno è stato relativamente agitato per i mercati. La crescita quasi incontrastata degli ultimi 18 mesi ha subito una battuta di arresto, con i principali indici che hanno fatto registrare dei significativi cali (S&P 500 -7.5%, Nasdaq -12.2%, EuroStoxx -3.35%). La correzione, a nostro avviso, non deve destare particolari preoccupazioni. Dopo circa due anni di crescita quasi lineare è fisiologico che i mercati registrino prima o poi delle correzioni. Ciò che ci conforta è che le ragioni di questo rallentamento sono tutte ascrivibili alle dinamiche interne al ciclo finanziario, da tempo considerate nelle nostre valutazioni. Non ci sono elementi esterni che ci spingono a stravolgere le nostre valutazioni strategiche.Insomma, è necessario contestualizzare questo calo nel quadro della dinamica di mercato di lungo termine, che si può apprezzare nel grafico qui di seguito. Ma argomentare che i mercati non possono sempre salire, oltre ad essere un dato di fatto, è anche limitativo. Ciò che è necessario fare è analizzare a fondo i motivi di questo passaggio e ragionare per capire quali siano le possibili opportunità per gli investitori.La dinamica di stretta monetaria sta portando gli operatori a rivedere le proprie aspettative, con un impatto sui prezzi degli asset che, prima o poi, si sarebbe dovuto esprimere. Non solo un aumento dei tassi rende le valutazioni azionarie meno interessanti rispetto alle obbligazioni, ma porta anche con sé la paura di un “policy mistake”, ossia di un rialzo dei tassi troppo marcato che possa minare la crescita economica. Tale paura è evidente anche se guardiamo alle aspettative di lungo termine della Fed e ai tassi impliciti negli strumenti monetari. Se nel grafico seguente confrontiamo la linea nera con quella rosa, possiamo vedere che i mercati si aspettano una politica monetaria di lungo termine più accomodante di quella indicata dai membri della Fed. Ovviamente il tema su cui stiamo ragionando e sul quale agiremo molto presto resta quello della rotazione azionaria. Crediamo che esistano segmenti che hanno valutazioni meno stressate e maggiori possibilità di avvantaggiarsi della ripresa economica nel 2022. Nelle prossime settimane agiremo sulla componente azionaria del portafoglio per approfittare di queste tendenze. Lo scenario di lungo termine resta comunque positivo per l’azionario.Per la maggior parte degli investitori, in presenza di correzioni fisiologiche del mercato, la scelta migliore resta quella di rimanere fedeli al piano di investimento, approfittando dei tempi favorevoli se esistono possibilità finanziarie coerenti con l’orizzonte temporale. Un recente studio che abbiamo effettuato sul comportamento di un campione di 12.000 investitori durante il precedente crollo di mercato legato allo scoppio della pandemia dimostra che questa strategia, nella maggior parte dei casi, garantisce migliori performance rispetto al tentativo di anticipare il mercato con compravendite.

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Capital Group – I fattori chiave da monitorare per i mercati emergenti sono: virus, inflazione e incertezza politica

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 gennaio 2022

Kirstie Spence, Gestore di portafoglio di Capital Group. L’inflazione rimane elevata nei mercati emergenti (ME) con rischi continui ma gestibili. Gran parte dello shock inflazionistico ravvisabile nei ME può essere attribuito alla volatilità dei prezzi dei prodotti alimentari e dell’energia. I prezzi degli alimenti rappresentano una componente dell’inflazione IPC molto più ampia nelle economie emergenti rispetto ai mercati sviluppati; pertanto, tali economie sono più sensibili agli shock dell’offerta, a livello sia globale sia locale. È probabile che molti di questi fattori siano transitori, quindi è ragionevole aspettarsi che l’inflazione degli alimenti si stabilizzi con l’apertura delle economie emergenti. Detto questo, dovremo prestare attenzione all’impatto a lungo termine che le condizioni meteorologiche e il prezzo dell’energia genereranno sui prezzi dei prodotti alimentari.Tendenzialmente i prezzi dell’energia hanno un effetto particolarmente significativo sui ME, nonostante l’effetto finale sui consumatori vari dal momento che i prezzi dei combustibili rappresentano una questione politica in molti paesi emergenti. I prezzi del petrolio hanno registrato una ripresa dall’inizio dell’anno, trainati da fattori sia dal lato dell’offerta sia da quello della domanda. Sul fronte della domanda abbiamo assistito a una forte ripresa, mentre l’offerta è rimasta limitata. Ora i prezzi del petrolio riflettono meglio i fondamentali ed è ragionevole aspettarsi almeno un po’ di stabilità nei prossimi 12-24 mesi, con i prezzi più alti che innescano una reazione nella domanda e nell’offerta. Anche gli effetti base dovuti all’aumento dei prezzi del petrolio dovrebbero normalizzarsi il prossimo anno, aiutando ad attenuare l’inflazione dei prezzi dell’energia.Mentre si prevede che la crescita globale rallenti rispetto ai livelli del 2021, secondo le stime del nostro Capital Strategy Research Group nei prossimi 12 mesi i tassi di crescita delle principali economie resteranno superiori al trend, fatta eccezione per la Cina. I sondaggi PMI del settore manifatturiero globale indicano una continua perdita di momentum, ma rimangono al di sopra di quota 50, il che indica una crescita economica continua.Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) prevede che l’economia globale registrerà una crescita del 4,9% nel 2022, rallentando rispetto al 5,9% del 2021. Questo dato rispecchia in ampia misura economie sviluppate più deboli, principalmente a causa di interruzioni dell’offerta e restrizioni dettate dal virus. I Paesi emergenti, nel frattempo, si sono dimostrati relativamente resilienti alle nuove varianti del virus e alle continue strozzature sul fronte dell’offerta. Ciononostante, esiste una forte differenziazione fra i ME. I Paesi che si trovano nelle prime fasi di riapertura delle economie (es. India) e gli esportatori di materie prime dovrebbero registrare una crescita economica più rapida, mentre quelli che si trovano in fasi successive della riapertura (es. Messico) hanno più probabilità di osservare un rallentamento della crescita. L’America Latina in particolare (trainata dal Brasile) registrerà probabilmente una crescita molto più lenta, considerata la velocità della stretta monetaria attuata nel 2021. Nel frattempo, nell’Europa centrale e orientale la crescita dovrebbe riprendersi con maggiore decisione grazie ai benefici legati agli ampi trasferimenti fiscali dell’UE.Ci si aspetta che le banche centrali dei mercati sviluppati rallentino l’espansione monetaria nel 2022. La Federal Reserve (la Fed) ha iniziato a ridurre gli acquisti di asset a novembre a un ritmo di circa 15 miliardi di USD al mese e proseguendo su tale traiettoria il programma di acquisti terminerà a metà 2022. La Banca Centrale Europea (BCE) ha mantenuto il tasso sulle operazioni di rifinanziamento principali a zero da marzo 2016 e non sembra propendere per un aumento dei tassi d’interesse nel prossimo futuro. Tuttavia, a settembre ha iniziato a rallentare il ritmo di acquisto di obbligazioni attraverso il suo Programma di acquisto per l’emergenza pandemica (PEPP), che dovrebbe concludersi entro marzo 2022.Nel frattempo, in molti Paesi emergenti sono state mantenute politiche monetarie più ortodosse, poiché la maggioranza delle banche centrali dei ME non ha avuto la flessibilità e la fiducia di mercato necessarie per adottare un’attività di quantitative easing (QE) impattante. Ora che l’attività economica ha iniziato a riprendersi ed è apparsa l’inflazione, molte banche centrali dei ME hanno già iniziato il ciclo di rialzi, tra cui la maggior parte delle banche centrali dell’America Latina e dell’area CEEMEA (Europa centrale e orientale, Medio Oriente e Africa), esclusa la Turchia, e questa tendenza sembra destinata a continuare nel 2022, con la possibile eccezione della Cina in questa fase.La traiettoria del virus, le sue varianti e le risposte dei governi sono chiaramente un fattore di rischio chiave costante.L’inflazione rappresenta un’incertezza significativa per il 2022. Una prospettiva inflazionistica più favorevole, che potrebbe essere supportata allentando le difficoltà sul fronte dell’offerta, permetterebbe alla Fed di rimanere ferma più a lungo. Questo potrebbe consentire una combinazione di disinflazione e crescita robusta, potenzialmente a vantaggio degli asset dei ME. In alternativa, se l’inflazione apparirà più persistente del previsto, la Fed potrebbe alzare i tassi prima o più del previsto, presentando rischi di ribasso per il debito dei mercati emergenti.Il cambiamento del regime di politica monetaria della Cina e la transizione verso una crescita di qualità più elevata rappresentano un’altra incertezza, soprattutto a causa della rilevanza del Paese nella domanda e nelle filiere produttive globali. Tuttavia, mentre gli investitori sono stati comprensibilmente destabilizzati dall’ondata di cambiamenti normativi del 2021, è importante comprendere che i cicli normativi non sono rari in Cina e i rischi legati alle politiche dovrebbero sempre essere presi in considerazione quando si investe in questo Paese o in altre economie emergenti. In realtà, negli ultimi anni la Cina ha già attraversato diversi episodi di inasprimento normativo in vari settori, come la campagna anticorruzione, la legge sulla cybersecurity e la stretta sui videogame.Da ultimo c’è il rischio di incertezza politica. L’America Latina in particolare ha osservato un aggravarsi delle tensioni sociali, dopo anni di crescita ridotta seguiti dalla pandemia. In Colombia e Brasile nel 2022 si terranno le elezioni presidenziali. Entrambi i Paesi hanno subito uno stress di mercato nel 2021, e la Colombia ha perso il rating investment grade da due agenzie di rating. Il Messico potrebbe indire un referendum revocatorio del Presidente Andrés Manuel López Obrador (AMLO), mentre l’Argentina proseguirà le trattative con il Fondo Monetario Internazionale. Al di fuori dell’America Latina, nel 2022 si terranno elezioni in Ungheria, India e Kenya.

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Si è chiuso un anno intenso, e di grandi cambiamenti

Posted by fidest press agency su martedì, 4 gennaio 2022

È stato l’anno del giuramento del Governo Draghi. In una fase estremamente complicata, la politica ha saputo rispondere con responsabilità. Un supporto ed una maggioranza inediti, anche in termini numerici, che stanno garantendo governabilità al Paese. Un anno in cui non è mai mancato l’impegno quotidiano per garantire a cittadini, famiglie e imprese il necessario supporto, in un periodo purtroppo ancora segnato dalla pandemia. Nonostante l’emergenza siamo riusciti a dare al paese risultati importanti e storici.Con Comuni, Città Metropolitane e Province abbiamo registrato la prima grande rivoluzione. Cancellando la spesa storica in favore dei costi standard tutti i Comuni italiani sono più uguali, ed a loro vengono date le stesse risorse per asili nido e spesa per la funzione sociale (vuol dire assistenza domiciliare per favorire la permanenza a domicilio degli anziani; ma anche attività di sostegno ai minori in età scolare, e ai nuclei familiari fragili, tra cui i centri per le famiglie, o l’assistenza domiciliare, i centri diurni ed i servizi di trasporto per i disabili). Un criterio che da domani estendiamo anche a Province e alle Città Metropolitane su molti servizi come l’istruzione secondaria, i trasporti, la polizia provinciale, la gestione del territorio o l’ambiente.Rendere l’Italia uguale, da nord a sud, era il mio obiettivo. E lo abbiamo raggiunto.È stato l’anno dell’Assegno Unico Universale. Già da luglio ne beneficiano i lavoratori autonomi e gli incapienti. Lo Stato torna ad investire sul futuro, credendo nei giovani e nella famiglia, ma soprattutto, finalmente, inizia a garantire ai lavoratori autonomi gli stessi diritti dei dipendenti.Il 2021 sarà ricordato anche per essere l’anno della Riforma Fiscale. Se ne parlava da oltre 40 anni, e grazie alla forza di tutti i partiti finalmente si riducono le tasse. Riduciamo l’IRPEF per ceto medio e redditi bassi, iniziamo a cancellare l’IRAP e riduciamo i contributi ai dipendenti. Non è finita certo qui, ci aspetta un 2022 nel quale dobbiamo ridurre ancora le tasse, ma la strada oramai è tracciata.E poi i 51 obiettivi del PNRR, obiettivi mai raggiunti negli ultimi decenni e che, vi assicuro, necessitavano di una grande forza di volontà. Far volare l’Italia al livello di altri Paesi europei, non solo è possibile ma è ciò che dobbiamo alla nostra bellissima Patria.Per me è certamente stato l’anno dell’Economia Sociale che, come ho detto, rappresenta il futuro. Ho dedicato moltissimo tempo alla costruzione di una rete internazionale, al monitoraggio interno, all’individuazione delle effettive necessità. Una delega finalmente incardinata al Ministero dell’Economia e delle Finanze, come in tutti i Paesi europei. Ho un disegno chiaro, che intendo costruire con tutti gli attori e operatori. La costruzione del Conto Satellite e, l’istituzione di un Fondo ad hoc nello stato di previsione del MEF, rappresentano un nuovo inizio per un settore che ha ancora molte potenzialità inespresse.E poi il grande lavoro di squadra, fatto per garantire il Superbonus, la digitalizzazione della pubblica amministrazione attraverso l’AppIo, che volli con tutte le mie forze e che oggi è supporto della gestione Covid. Il rifinanziamento e la correzione del Reddito di Cittadinanza. E ancora, la resa strutturale degli interventi per il rilancio dell’export (su cui abbiamo raggiunto risultati importantissimi, direi record) e la valorizzazione del Made in Italy.Il nostro impegno non mancherà mai. Auguri, buon 2022!”. Così, sui social, il Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze, Laura Castelli.

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“Gli ebrei di ogni parte del mondo sono responsabili della politica di Israele”

Posted by fidest press agency su lunedì, 27 dicembre 2021

È il pensiero del nuovo presidente del Cile, Gabriel Boric, che non ha mai nascosto la sua avversione per lo Stato ebraico e per gli ebrei in generale.Perché se negli ultimi mesi, il neo eletto presidente ha concentrato le sue attenzioni su Israele, ritenuto “uno stato genocida”, in passato ha attaccato duramente gli ebrei cileni, ritenendoli responsabili della politica di Gerusalemme. Un episodio che concentra bene il sentimento di Boric è datato 2019, quando in risposta a un regalo della Comunità ebraica del suo paese, scrisse su Twitter:“La comunità ebraica in Cile mi invia un vasetto di miele per il capodanno ebraico, ribadendo il suo impegno per “una società più inclusiva, solidale e rispettosa”. Apprezzo il gesto, ma potrebbero andarsene chiedendo a Israele di restituire il territorio palestinese occupato illegalmente”.Comunità ebraica che per tanto tempo ha provato a contrastare un’idea molto pericolosa, da sempre base per attacchi terroristi contro gli ebrei in diverse parti del mondo.Idea pericolosa perché, estendendola, dovrebbe portare alle conclusioni, per esempio, che tutti i musulmani siano responsabili del terrorismo islamico oppure che tutti i cattolici siano responsabili di ciò che non va in Vaticano, dagli scandali sessuali a quelli economici, che hanno caratterizzato parte della storia dello IOR.Per fortuna non è così, a nessun ebreo è imputabile la politica d’Israele, così come gli islamici e i cattolici non hanno colpe se qualche loro rappresentante non segue la retta via.In queste dichiarazioni di Boric, però, c’è un lato positivo.Hanno dimostrato che la distinzione fra antisionismo e antisemitismo è una mera differenziazione per non dire di odiare gli ebrei.Una distinzione che non è mai esistita. E mai esisterà. Nel mondo ebraico c’è preoccupazione per la vittoria di Boric, ma questo non ha impedito alla Comunità ebraica cilena di congratularsi per la sua elezione.

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L’Italia, la politica e il patriottismo

Posted by fidest press agency su martedì, 21 dicembre 2021

Questa Italia è quella che è incoronata Paese dell’anno dal settimanale britannico The Economist, bibbia della conoscenza liberal e della finanza mondiale. Grazie a Mario Draghi che ha unito i partiti rissosi, assicurato i soldi del Ricovery Found, record di vaccinati e – si legge – un recupero economico migliore di Francia e Germania. E poi, diciamocelo: da quando c’è Draghi siamo sempre i primi da qualche parte nel mondo. ma guardando con maggiore attenzione l’altra faccia delal medaglia ci troviamo con un Paese che: – ha trasferito le risse dei partiti all’interno delle loro correnti e sono partiti pronti ad esplodere foss’anche per una sola poltrona; – tra i soldi del Ricovery Found molti dovranno essere restituiti con gli interessi; – il paragone con le economie di Francia e Germania va dimensionato al fatto che il crollo del Pil italiano è stato il doppio di quello tedesco, e per questo si nota meglio nella ripresa generale europea; – la politica energetica, centrale e determinante per tutti, annaspa di fronte all’attuale crisi che porta le bollette alle stelle: l’Italia, senza politiche a brevissima scadenza che non continuare con la propria dipendenza dall’estero, può solo seguire ciò che fanno Germania e Ue, cercando di ridurre il danno trasferendo la fiscalità energetica da altre parti per le quali non è noto il gettito (e quindi… quanto durerà?); – prezzi al consumo che crescono ogni mese di più; – stipendi tra i più bassi del mondo; – tutti pieni di debiti, con le prossime generazioni che non avranno alternative a vendersi al miglior offerente. Quest’Italia, cosa fa? Certamente non delega i sindacati a rappresentarla con scioperi indetti da chi (Cgil e Uil) manifesta fingendo di voler risolvere problemi accusando la politica di non vedere gli stessi problemi. Ma sembra che, mentre naviga a vista e continua a vivere il proprio complesso di inferiorità verso l’estero, si stringa intorno a Draghi, la cui politica piace a The Economist. Magazine che fa politica non per un disinteressato bene dell’umanità ma per la finanza mondiale, e che trova utili le politiche di Draghi… e non è una novità che ai fondi internazionali interessino gli indebitati… e noi stiamo per diventare tra i maggiori indebitati e che, per non soccombere, avremo poche alternative a metter mano a proprietà e conti correnti. Uno scenario probabile. Contro il quale non fa gioco il coro provinciale pro The Economist come se avessimo vinto un festival europeo della canzone. Ma potrebbe servire porsi una domanda: cosa può fare il governo per non farci indebitare, per passare da carburante della finanza mondiale ad attori della stessa? Cosa il governo e il legislatore stanno facendo in questa direzione, valutando il rafforzamento delle nostre peculiarità (per es. turismo, moda, gastronomia, etc) e l’apertura a nuovi mercati emergenti (per es. cannabis, medica e ricreativa)? COMUNICATO STAMPA DELL’ADUC http://www.aduc.it

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L’IPC statunitense di ottobre aggiunge pressione alla politica della Fed

Posted by fidest press agency su sabato, 20 novembre 2021

Commento a cura di Tiffany Wilding, economista esperta di America Settentrionale di PIMCO sull’inflazione Usa. Un altro rapporto sull’inflazione dell’indice dei prezzi al consumo (CPI) statunitense più solido del previsto per ottobre 2021 lascia decisamente intendere che i funzionari della Federal Reserve anticiperanno il calendario previsto per l’aumento dei tassi, nel tentativo di gestire il rischio che le aspettative di inflazione a lungo termine accelerino a causa delle pressioni inflazionistiche e della conseguente incertezza economica. La Fed rilascerà le previsioni aggiornate sull’aumento dei tassi a dicembre; dopo quest’ultimo rapporto sull’IPC, crediamo che la previsione media aggiornata della Fed potrebbe indicare due aumenti dei tassi nel 2022 e tre o quattro aumenti nel 2023.Il rapporto CPI di ottobre ha mostrato che i prezzi di un’ampia gamma di beni al dettaglio sono aumentati più del previsto, poiché i consumatori hanno anticipato gli acquisti per il periodo natalizio, e anche l’accelerazione nelle categorie degli alloggi negli ultimi due mesi è stata più decisa del previsto. Le continue pressioni della catena di approvvigionamento e la domanda di automobili hanno anche contribuito all’aumento dell’inflazione riportata. Per ora, ci aspettiamo che il ritmo del tapering degli acquisti di asset continui a 10 miliardi di dollari al mese per i Treasuries statunitensi e 5 miliardi di dollari al mese per i titoli garantiti da ipoteca (MBS) agency. Tuttavia, non saremmo sorpresi di vedere più richieste per i funzionari della Fed ad accelerare il tapering a gennaio, quando dovranno annunciare l’andamento in corso. (abstract)

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GAM: Germania, ancora presto per una direzione politica definita”

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 ottobre 2021


A cura di Niall Gallagher, Investment Director European Equities di GAM Investments. Il risultato delle elezioni tedesche richiederà probabilmente diverse settimane per essere interpretato e non è chiaro quale mix di “colore” politico ci sarà nella coalizione e quali politiche saranno prioritarie. È improbabile che la fine di un’era di governi guidati dalla CDU venga rimpianta dai mercati finanziari, dato che la cancelliera Merkel non era molto apprezzata dagli attori di mercato. Se l’esperienza del governo guidato da Schroder è un qualcosa a cui ispirarsi, soprattutto per le riforme Hartz che hanno portato a politiche favorevoli al mercato e che sono riuscite di rinvigorire l’economia tedesca dalla metà degli anni 2000 in poi, non c’è quindi motivo di temere una coalizione guidata dalla SPD. Numerose questioni politiche in Germania non sono state gestite al meglio negli ultimi anni, in particolare per quanto riguarda la transizione energetica, per cui la Germania sta per eliminare gradualmente l’energia nucleare senza carbonio mentre continua a bruciare grandi quantità di lignite per generare elettricità, potenzialmente fino al 2038. Progressi sull’Unione bancaria all’interno dell’UE e politiche fiscali più attente che enfatizzano gli investimenti infrastrutturali di lungo periodo saranno più probabili con un cambio di governo e una nuova rotta.

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Libro sulla comunicazione politica americana

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 settembre 2021

A Brescia, nell’ambito di Librixia, una delle principali fiere del libro a livello nazionale, si è svolta la presentazione del libro di Alessandro Vittorio Sorani, presidente di Confartigianato Imprese Firenze, dal titolo “La comunicazione politica americana da Kennedy a Trump” (Mauro Pagliai Editore). Il volume, che traccia un ritratto di undici presidenti americani e del loro modo di comunicare, è stato presentato, oltre che dall’autore, dal vicesindaco di Firenze Alessia Bettini, dal sindaco di Brescia Emilio Del Bono e dal presidente di Confartigianato Brescia, nonché presidente vicario nazionale di Confartigianato, Eugenio Massetti. La presentazione si colloca nell’ambito della collaborazione tra Librixia e Firenze Books, la fiera del libro che si si svolgerà a Firenze dall’8 al 10 ottobre, negli spazi della Manifattura Tabacchi.“Tra Confartigianato Imprese Firenze e Brescia – sottolinea Sorani – c’è un forte legame, così come tra le due manifestazioni legate ai libri. Confartigianato si impegna da sempre a sostegno della diffusione della cultura della lettura nel nostro Paese: abbiamo deciso di farlo promuovendo due festival simili dedicati alla promozione del libro. Questa presentazione è stata l’occasione per analizzare le mosse politiche e comunicative dei presidenti americani e per fare un parallelismo con la situazione politica attuale del nostro Paese”.“Questo libro – ha dichiarato il vicesindaco di Firenze Alessia Bettini – mi ha particolarmente colpito e ringrazio Alessandro Sorani perché raccontandoci la comunicazione degli Stati Uniti ha messo in evidenza un aspetto importante della politica, in cui credo molto: bisogna recuperare e dare nei contenuti una visione di futuro, che forse nella politica italiana manca da troppo tempo. Io credo che invece in questo periodo post pandemico ci sia bisogno di tornare un po’ a sognare, di avere una visione delle città, del Paese”.

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