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Quotidiano di informazione – Anno 30 n°122

Posts Tagged ‘politica’

Un sovrano senza corona e altro

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 aprile 2018

Non manca occasione per gli italiani di ripetere il ritornello del “popolo sovrano” come se si trattasse di uno scongiuro da esercitare per convincersi che vi è ancora un lumicino di speranza in questa nostra democrazia ridotta a brandelli. Certo che se noi immaginiamo un sovrano, come i politici lo trattano, c’è poco da stare allegri. E’ senza poteri pur dandoli. E’ senza libertà, pur offrendola, è deprivata dei suoi diritti per essere soffocata dai doveri e in balia di una giustizia condannata all’impotenza. Cosa vogliamo di più per dichiarare forfè e ritirarci scornati sull’Aventino? E’ così fanno i milioni di italiani che rinunciano al voto e guardano disgustati i maneggi della politica che sistematicamente li ignora e si diverte ad imbastire perverse trame di palazzo. Ma sbagliano. E ancora sbagliano quanti credono che la sovranità è per censo e non in seguito ad un duro e tenace impegno collettivo. Dobbiamo, innanzitutto, saper distinguere i soliti imbonitori di turno da chi è saggio ed è giusto non per profitto personale ma per vocazione. Possiamo anche sbagliarci ma non perseverare nell’errore se ci emendiamo per tempo dalle nostre iniziali improvvide valutazioni. L’arma con la pallotta in canna ce la offre la stessa democrazia che significa “governo del popolo” e che si esprime con il voto, ma a patto di saperla usare a tempo debito e dopo aver saputo distinguere il grano dalla gramigna. Ed è bene rammentare che quest’ultima se non estirpata in tempo potrebbe soffocare la spiga e inaridirla. Ed è questo il vero spirito che anima il popolo sovrano per sentirsi tale di nome e di fatto. (Riccardo Alfonso)

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Il centro destra si impallina da solo

Posted by fidest press agency su martedì, 17 aprile 2018

Il tira e molla tra il centro-destra e i pentastellati lascia l’amaro in bocca. Lo dobbiamo al fatto che abbiamo dovuto sorbirci l’intraprendenza berlusconiana anche quando si pensava fosse stato messo alle corde. Niente da eccepire se si fosse trattato di una normale contesa politica e non d’interessi di parte e tenuti sotto traccia con la questione dei rapporti di forza politici e le varie sonate populiste pronte a svanire il giorno dopo del voto. Ne consegue che dal 2013 ad oggi non esiste una forza maggioritaria nel paese che possa richiamarsi alla destra o alla sinistra nel senso classico del termine ma semmai un calderone centrista dove c’è dentro di tutto e fa gola a tutti. Questo centro è il solo nel poter dire che è in grado d’esprimere una maggioranza assoluta ma stranamente è nei fatti incapace a realizzarla.
Il perché si riesce a spiegarlo solo se partiamo dall’idea che gli elettori italiani nel complesso hanno al loro interno una trasversalità fortemente pronunciata che si può sintetizzare in due distinte fazioni e tantissimi distinguo. Tanto per fare un esempio banale, ma a mio avviso illuminante, ci troviamo con il modesto pensionato che vota Forza Italia. Un partito che fa implicitamente una politica in difesa dei grandi interessi del capitale anche se non vuole darlo a vedere, in modo palese, proprio per rubare la scena a quelli che ne avrebbero la titolarità. Nel frattempo il PD che dovrebbe avere la vocazione a sinistra si è di fatto trasformato in un movimento centrista che fa l’occhiolino alla destra. In questo modo si stanno rimescolando le carte tanto che non si può più dire che ognuno, con coerenza, riesca a fare la parte che gli spetta ma tenda a predicare bene e a razzolare male, anzi malissimo. A questo punto volendo semplificare le cose possiamo dire che in realtà sono solo due le forze im campo: quelli che hanno e quelli che sono ed è un discorso così esplicito che oggi sappiamo che ci vogliono 3 miliardi e mezzo di individui per eguagliare la ricchezza delle 45 persone più lucrose del mondo. Logica vorrebbe che un numero così grande fosse in grado di condizionare tale piccola entità ed invece succede tutto il contrario. E’ il nostro male oscuro e in Italia si manifesta in tutta la sua evidenza. (Riccardo Alfonso)

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“La Politica non è una Professione” di P. Calamandrei

Posted by fidest press agency su sabato, 14 aprile 2018

Milano 16 aprile alle ore 18,30 Auditorium Piero Calamandrei via Correggio 43 presentazione dell’XI volume della collana Diritti • Società • Frontiere – Edizioni Henry Beyle, “La politica non è una professione” di Piero Calamandrei, interverranno Peter Gomez (direttore de “ilfattoquotidiano.it”), Giuseppe La Scala (avvocato), Sandro Neri (direttore de “Il Giorno”), Massimiliano Panarari (docente di Marketing politico Luiss School of Government) e parlamentari ed esponenti del Centrodestra, del Centrosinistra e del Movimento 5 Stelle. L’incontro sarà coordinato da Ruben Razzante, docente di diritto dell’informazione presso l’Università Cattolica di Milano e la Lumsa di Roma. Il volume “La politica non è una professione” di Piero Calamandrei offre considerazioni inedite, pubblicate per la prima volta dalla casa editrice Henry Beyle. Lo scritto del grande giurista, avvocato, politico, scrittore, docente universitario, oltre che uomo di grande cultura, nasceva sotto forma di breve articolo che sarebbe dovuto uscire sulla rivista Argomenti, nell’agosto del 1943, subito dopo la caduta del fascismo, ma non andò mai in stampa.
Partendo dalle acute riflessioni di Piero Calamandrei, uno dei principali artefici della rinascita morale dell’Italia del secondo dopoguerra, relative al senso della politica, ai suoi profili etici e al ruolo di chi occupa posizioni pubbliche, i relatori analizzeranno il fenomeno del declino delle storiche ideologie politiche, cercheranno di rappresentare i possibili scenari futuri e proveranno a rispondere a quesiti molto stimolanti, ad esempio: Possiamo affermare che attualmente chi fa politica oggi sia mosso da una vera passione e non la consideri una semplice professione? Come si può formare la nuova classe dirigente?
“La politica non è una professione” è l’XI libro della collana Diritti • Società • Frontiere, promossa dalla Toogood Society – istituita da La Scala Studio legale nel 2013 per avviare un progetto di formazione culturale – in collaborazione con le Edizioni Henry Beyle. Tale iniziativa unisce la riscoperta di testi dimenticati all’attenta cura tipografica. “La Politica non è una Professione” è stampato in 575 copie numerate su carta carta Cotton Fedrigoni con caratteri Garamond monotype.“Il testo di Calamandrei sembra predittivo di un tema che è stato alla fine centrale nel ricambio della classe politica italiana ma quanto ciò sia avvenuto a vantaggio, o a svantaggio, della qualità della politica lo dobbiamo ancora scoprire. Di sicuro il Paese ha bisogno di competenze e come esse vadano formate e selezionate è forse uno snodo decisivo nel sistema”, ha detto Giuseppe La Scala, senior partner di La Scala.

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Politica: i rituali della politica di ieri e di oggi

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 aprile 2018

Gli inviti a un pranzo o a cena in quel di Arcore sono diventati degli incontri che nel tempo si sono istituzionalizzati e danno l’impressione che più di una colazione di lavoro si tratti di rituale che vuole celebrare il rispetto dovuto al dominus che convoca i suoi vassalli per dettare loro le linee guida nei rapporti con i sudditi. Se è questa la percezione che si ricava ha senza dubbio ragione Di Maio nell’affermare che se Salvini non taglia questa specie di cordone ombelicale non si può pensare ad un’azione politica di rinnovamento del sistema paese. Ma rinnovare cosa e perché? E soprattutto quali sono stati i guasti che in passato hanno provocato tanti danni e determinata una diffusa sfiducia nelle istituzioni e nei partiti che in qualche modo ne sono stati complici?
E’ opinione diffusa che dopo il boom degli anni post bellici la spinta non l’abbiamo colta nella sua interezza perdendo l’occasione d’offrire agli italiani un modello di società diverso. Ci siamo, invece, ripiegati su noi stessi e abbiamo cercato solo di gestire l’esistente o al massimo operare piccoli aggiustamenti qua e là. Non dimentichiamo, ad esempio, che la disoccupazione in Italia fin dagli anni della ricostruzione è stata in gran parte assorbita con procedure anomale. Si è pensato agli ammortizzatori sociali con le assunzioni fuori quota nella pubblica amministrazione che ha fatto gonfiare artificiosamente gli organici, con la leva obbligatoria e i fuori corsi universitari che hanno ritardato l’accesso al lavoro dei giovani. Non si è pensato ai una sistemica e seria politica industriale che prescindesse dagli interessi regionali o dalle mode del tempo per comprendere ciò che occorresse fare guardando al futuro e non al contingente. E questa stagnazione ha alla fine generato dei mostri come la corruzione, gli sprechi, l’urbanizzazione selvaggia trasformando le periferie delle grandi città in ghetti o in quartieri dormitori e una mobilità interna confusa e scarsamente regolamentata. Ora è illusorio pensare che in pochi anni possiamo invertire questa tendenza. Eppure è necessario porvi mano, ma non si può fare se continuiamo a gestire il paese con chi pensa ancora che questa specie di luna di miele possa continuare in eterno. Oggi non possiamo contare sulla compiacenza internazionale come è accaduto ai tempi della guerra fredda. Oggi gli stati si difendono persino con l’autarchia e l’Italia con tutte le sue debolezze rischia di essere schiacciata del tutto. (Riccardo Alfonso)

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Professionisti e dilettanti allo sbaraglio in politica

Posted by fidest press agency su domenica, 8 aprile 2018

Da quando vi è stato l’exploit dei pentastellati che nel 2013 hanno portato in parlamento un nutrito gruppo di persone per lo più inesperte negli affari di politica, i loro oppositori si sono riempiti la bocca di ironiche e persino velenose allusioni sulla loro impreparazione. Da allora ad oggi, e a dispetto delle Cassandre di turno, è spuntata una nuova classe politica che se non ci fosse stato l’apporto prezioso del movimento difficilmente avrebbe avuto la possibilità di candidarsi e ascendere alle cariche istituzionali. Diciamo si sono fatti le ossa e gli scranni possono averli scaldati alla pari dei loro dotti colleghi ma non hanno perso la passione per la conoscenza, l’approfondimento e la voglia di fare. Altre leve, in quest’ultima tornata elettorale, si sono aggiunte ai rieletti e non possiamo dire che si stanno adagiando sugli allori. Nonostante ciò i soloni della politica, che trasudano anni di frequentazioni del palazzo e ne conoscono gli angoli più riposti in specie quelli oscuri dove è possibile tramare e non per costruire l’avvenire del paese secondo “coscienza e virtù”, non mancano di lanciare strali velenosi alle reclute e a instillare nell’opinione pubblica il sospetto che sono dei dilettanti allo sbaraglio.
Io che dal 1960 in poi ho conosciuto i tempi della politica e pur non ricoprendo incarichi importanti ho avuto contatti con politici del taglio di Fanfani, Marcora, De Mita, Almirante, Berlinguer e molti altri mi sono reso conto che i loro indubbi successi personali furono anche favoriti dai loro collaboratori e più in generale da una classe politica che in massima parte veniva “addestrata” sia mediante le scuole di partito sia con la praticaccia nell’amministrare gli enti locali.
Cosa è cambiato da allora ad oggi? Senza dubbio l’afflato ideologico. Si pensava di più al partito e meno ai vantaggi personali che potevano derivarne in chiave economica e sociale. C’è stato persino chi, come Berlusconi, che manifestava, una volta passato alla politica in prima persona, una certa diffidenza, per non dire disprezzo per i “politici di carriera”. Questo, a mio avviso, lo doveva al fatto che aveva conosciuto l’aspetto meno nobile del politico, quello incline ai compromessi di bassa lega, venale e “inciuciaro”. Quello che aveva smarrita la sua carica ideologica e associava il mestiere di politico all’arrampicatore sociale con la logica del fine giustifica i mezzi per realizzare facili arricchimenti. Chi era, per lui l’elettore? Un poveraccio da infinocchiare a dovere, una specie di vuoto a perdere e solo utile per raccogliere voti e con tutte le altre sfumature del caso.
Ora se seguo lo stesso ragionamento di chi considera il politico solo un arrampicatore “economico” devo desumere che i pentastellati sono diventati per costui una sorta di mosca bianca e spiegabile unicamente con il fatto che c’è in giro tanta rabbia che si è trasformata in un voto di protesta e nulla più. Con il tempo, egli pensa, rientreranno buoni, buoni e con la coda fra le gambe all’ovile. E’ proprio così? Ho i miei dubbi. E’ che a nostra insaputa sono nati due partiti dalle ceneri dei precedenti: quello di chi è e quello del chi ha. E se pensiamo che la ricchezza dei 45 uomini più ricchi del mondo è pari a quella posseduta da 3 miliardi di persone il chi è e il chi ha si spiega benissimo. Ora confidiamo che questo nascituro cresca in fretta per presentare il conto ai cresi di turno. (Riccardo Alfonso)

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Politica: la logica di appartenenza

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 marzo 2018

Un altro tema caro ai politici che militano nei partiti è di voler riconoscere nei parlamentari del M5S qualcosa di “familiare”. Taluni dicono, infatti, che hanno una mentalità di “centro destra” e altri no essendo per lo più di “centro sinistra” e così dicendo si consolano pensando di poterli asservire, prima o poi, alla loro causa. A questo punto è forse noioso ripetere le stesse cose ma, a volte, è necessario, anche se potrebbe diventare un atto disperato se pensiamo che non ci sia peggiore sordo di chi non vuol sentire. Per anni Grillo ha cavalcato la protesta di quanti sono stati bellamente presi in giro dal nuovo che si prospettava e che diventava regolarmente il vecchio che si perpetuava con le mummie che li rappresentavano. Il cambiamento a questo riguardo non s’identifica più con la logica delle alleanze tra partiti, ma sulle cose da fare, e fare non significa solo dire, ovviamente. Ecco perché in casa FI e suoi alleati dovrebbe prevalere il convincimento che se il programma del M5S è affine al loro ciò che quest’ultimi possono garantire al Paese è un qualcosa che non possono più dare: la fiducia. E allora la governabilità esiste e con essa le maggioranze parlamentari qualificate. Si tratta solo di capire il nuovo che si presenta e di saper cogliere il diverso che non significa avere un partito padronale, da una parte, e le confuse anime sull’altra sponda, ma una cultura del cambiamento. Punto e basta. (Riccardo Alfonso)

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Politica: A pensar male si fa peccato ma spesso s’indovina

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 marzo 2018

Sono trascorsi 5 anni da quando l’allora segretario del PD Pierluigi Bersani promosse un incontro con i rappresentanti del Movimento 5 stelle per avviare un programma condiviso. E fummo in tanti ad assistere alle varie fasi del meeting in quanto fu trasmesso in streaming. La conclusione la conosciamo: fu un secco no da parte del movimento. Oggi le parti appaiono invertite. Il PD dichiara la sua indisponibilità ad entrare in gioco e pensa di ritirarsi sull’Aventino in sdegnato sussulto d’orgoglio per l’affronto ricevuto da quelli che ritiene i suoi naturali elettori mentre il Movimento si dice disponibile ad una intesa sui progetti e lo richiama ad un atto di “responsabilità”, nell’interesse generale del paese. Ci troviamo, quindi, al cospetto di un nuovo scenario dopo che alla vigilia del voto molti erano convinti, e noi con loro, che il PD di Renzi si sarebbe alleato con il centro destra ma a condizione che il suo partito si fosse mantenuto intorno al 25% dei consensi per neutralizzare i voti non sicuri del disaccordo interno di destra e di sinistra a partire da quelli della Lega e di Fratelli Italia usati da Berlusconi come un bancomat e per Renzi dalla fronda interna con Emiliano e per finire col ministro della giustizia. I risultati, invece, hanno scompaginato tali propositi e indotto Renzi ad una presa ad effetto con le sue dimissioni. Ora che fare? La mossa più logica sarebbe quella di smontare pezzo dopo pezzo le due coalizioni e riscrivere una nuova pagina d’intese con un accordo di programma comune tra cinque stelle e alcune componenti del centro destra e del Pd. E c’è chi fa notare che vi sono già delle assonanze tra il programma del M5s e quello del centro destra: “euro, vaccini, pensioni, bilancio in deficit, immigrazioni, giustizia e protezionismo”.
E crediamo che tale scenario era stato già messo in conto partendo dal fatto che questa strana legge elettorale ha di fatto proclamato due vincitori: una coalizione e un Movimento che ha viaggiato da solo. Non c’era e non c’è posto per un terzo elemento. Il problema è semmai un altro: chi sarà il garante che si assumerà anche l’onere della presidenza del consiglio? Logica vorrebbe che fosse al di sopra delle parti o, comunque, con una colorazione politica molto sfumata. Calenda si è già proposto nella rosa dei papabili, ma non è il solo. C’è anche chi pensa a Mario Draghi, l’attuale governatore della Bce e allo stesso Tajani. Staremo a vedere. (Riccardo Alfonso)

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La testimonianza: tra mafia e politica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 marzo 2018

Il DittatoreDopo anni di colpevoli silenzi, di tacite connivenze, di sistematiche disinformazioni sembra che ora gli italiani stiano prendendo coscienza del vissuto della politica e soprattutto del suo rimescolio con gli ambienti che viaggiano ai limiti del legale. C’è di conseguenza una voglia forte di cambiamento mandando alle ortiche tutto un passato di ambiguità ed anche di torbidi intrecci malavitosi. Oggi l’occasione mi offre l’opportunità di richiamarmi non solo a ciò che ho vissuto e testimoniato con un mio libro, “Il dittatore” ma anche al coraggio di quanti giornalisti e politici galantuomini che hanno rischiato e persino perso la vita per svelare questi misteri e offrire alla magistratura uno spunto per indagare. Si può dire che il tutto è iniziato con le vicende degli anni postbellici con il bandito Giuliano. Il separatismo siciliano e le intese mafiose si mescolarono alle ragioni di politica internazionale nel timore che l’Italia, con il più forte partito comunista dell’occidente, potesse finire nelle spire dell’Urss. Il compromesso storico e il delitto Moro furono l’altro passo che indusse taluni politici a ragionare su una pax-sociale che non potesse prescindere da quel potere forte mafioso che aveva imbrigliato con le sue trame l’autorità dello stato e che si apriva la strada su tutto il territorio nazionale. Nel mio libro mi sono soffermato a lungo sul delitto Pecorelli e quello del generale Dalla Chiesa. Fatti che si conoscevano da decenni ma volutamente ignorati. Persino una mia testimonianza prevista in una trasmissione televisiva fu annullata all’ultima ora. O tempora! O mores! (Riccardo Alfonso)

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La politica delle convergenze parallele

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 marzo 2018

E delle forme triangolari, tra le ideologie e le aberrazioni. In politica un po’ di geometria non guasta dopo le “convergenze parallele” indicate da un politico italiano per spiegare la possibilità di fare alleanze “particolari”. Dal punto di vista retorico, l’espressione è un ossimoro essendo parole in forte antitesi giacché due rette parallele non possono convergere. Oggi, invece, parliamo del triangolo della vita i cui vertici possiamo indicare con le tre tipiche età dell’essere umano: giovani, età intermedia e anziani. Mi riferisco al triangolo equilatero che con i suoi angoli interni tutti pari a sessanta gradi considero la figura più semplice in assoluto. Esso, con i suoi tre segmenti, realizza il minimo per delimitare una superficie chiusa. Su questa base si può costruire una piramide per entrare nella tridimensionalità. Oggi ci sembra, con l’allungamento dell’età media, tanto per restare alla nostra figura geometrica, da triangolo equilatero, si debba passare ad altre figure: l’isoscele con due lati e angoli con lunghezza uguale o scaleno con tutti i lati e angoli interni che hanno lunghezze differenti. Se vogliamo, introducendo questa variante “esistenziale” nella nostra nuova figura, dobbiamo dire che abbiamo un lato, i giovani, di trenta gradi, l’età intermedia di sessanta e quella degli anziani di novanta. Da una prima riflessione notiamo come il primo lato si sia accorciato provocando nei giovani una maturità precoce ma anche innaturale e con uno strascico di problemi non indifferenti che vanno, inevitabilmente, a scaricarsi nel secondo lato. Il terzo, invece, si è allungato e ha dato origine a un’altra irregolarità. Se a questo punto volessimo ritornare a quella che consideriamo la figura ideale che è data dal triangolo equilatero, dovremmo restituire ai giovani il loro spazio e tornare ad accorciare la speranza di vita agli anziani. Se partiamo da questo postulato, dobbiamo subito dopo chiederci: è praticabile tale strada? E ancora: “Quali sarebbero le conseguenze se la percorressimo?” Dovremmo in pratica restituire ai giovani quella fetta di giovinezza che abbiamo loro sottratto, e qui potrebbe anche starci bene, ma non è la stessa cosa per gli anziani che si vedrebbero preclusa la possibilità di vivere più a lungo.
Se usciamo per un momento da questo livello di astrattezza surreale e ci caliamo nella nostra quotidianità la risposta potrebbe diventare cinica pensando di stabilire un’età oltre la quale non si debba andare per continuare a tenere valida la figura del nostro triangolo isoscele.
Un’alternativa sarebbe di tenere “compresse” le età come in qualche modo è stato fatto in Italia con gli ammortizzatori sociali per i giovani nei fuori corso universitari e con la ferma obbligatoria. Oggi lo facciamo con i master e gli stage. Ma come possiamo conciliare la grande voglia dei giovani per la “maturità” e la loro spinta a diventare dei protagonisti nella società con le altre generazioni contestualmente presenti? Ciò vuol dire anticipare l’ingresso nell’età intermedia e che, a sua volta, finisce con l’esaurire ben presto la sua carica “propulsiva” diciamo intorno ai 55-60 anni.
Così finiamo con lo stabilire una regola che vede entrare nel mondo del lavoro e nelle istituzioni giovani che solo qualche anno fa relegavamo tra i banchi di scuola mentre estromettiamo dal sistema i cinquantacinquenni e che a loro volta diventano in pratica degli anziani da parcheggiare in solitudine nel limbo dell’attesa e che diventa maggiore per via dell’allungamento della vita.
E’ logico presumere che con questa diversa suddivisione del differenziale esistenziale s’ingenerino dei conflitti soprattutto da parte dei giovani rispetto agli anziani.
Giovani sempre più adulti e anziani sempre più superflui. Se vogliamo a questo punto ritornare alla logica delle “convergenze parallele” vi sarebbe un modo per affievolire i dissidi intergenerazionali stabilendo lavori ad hoc. Prendiamo ad esempio un giocatore di calcio professionista.
Sappiamo bene che la sua “vita sportiva” non andrà oltre i trentacinque anni. Dopo tale data dovrà cercarsi un diverso impiego. Perché non possiamo fare la stessa cosa, sulla base dei dati anagrafici o anche per età biologica, per ciascuno di noi?
Possiamo stabilire dei lavori “congeniali” a una certa età e non in altre e fare in modo che i vari passaggi siano mediati attraverso appositi corsi professionali.
Così potremmo trovare un lavoro a un settantenne senza per questo “rubarlo” a un trentenne. Se non altro potremmo ovviare quelle contraddizioni che abbiamo dovuto rilevare in questi ultimi anni con sistemi che per favorire il turn over si anticipava l’età pensionabile per poi rendersi conto che il loro costo sociale si ritorceva inevitabilmente sul sistema economico del Paese danneggiandolo seriamente. Come dire? Il rimedio era peggiore del male.
Oggi gli anziani possono diventare odiosi e scatenare intolleranze in tanti modi.
Prima di tutto per le loro richieste di adeguamenti pensionasti al costo della vita e poi per le loro necessità assistenziali ritenute sempre più costose e per i tentativi di taluni di essi di “arrotondare” le loro rendite con il lavoro in nero e ancor peggio nel fare delle loro professione un’attività inalienabile come in politica e nelle rappresentanze istituzionali. L’esempio tipico l’abbiamo con Berlusconi che da industriale è passato alla politica a tempo pieno e ora punta all’immortalità.
Ma come possiamo escludere una realtà alla quale tutti noi siamo sottomessi se non cercando di mediarla con la forza della ragione?
D’altra parte ogni età è necessaria e ineluttabile all’essere umano come per tutte le creature viventi per una legge che ci sovrasta ed è incomprimibile e immutabile: è quella del tempo. (Riccardo Alfonso)

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I mercati non temono la grande coalizione all’italiana

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 marzo 2018

A cura di Marco Piersimoni, Senior Investment Manager di Pictet Asset Management Italia Solo la creazione di un asse anti europeista con la saldatura tra M5S e Lega potrebbe generare instabilità. Ma a mettere sotto pressione gli spread dei periferici potrebbe essere, proprio il 4 marzo, il mancato via libera alla formazione del governo di Berlino.Il termometro finanziario più accurato per misurare il rischio politico italiano, ossia il livello dello spread BTP-Bund, non segnala preoccupazione da parte degli investitori per l’esito elettorale. Il mercato ha una sua razionalità: tutti gli ultimi appuntamenti politici, anche quelli che si sono conclusi con esiti teoricamente poco graditi ai mercati (referendum italiano), non hanno avuto impatti. La pazienza dei mercati potrebbe essere messa alla prova dal fattore tempo: di fronte ad un esito incerto, ossia con un parlamento non in grado di esprimere una maggioranza chiara, quanto ci vorrà per formare un governo? Saranno necessarie nuove elezioni? Alla Germania i mercati hanno lasciato un beneficio a tempo indefinito, mentre per l’Italia non si potrà contare su tanta condiscendenza.
Un primo punto importante: le differenze rispetto alle elezioni presidenziali in Francia di un anno fa sono enormi. Il risultato non sarà interpretato come un voto di fiducia sull’Europa. Le motivazioni sono molteplici: è diversa l’architettura istituzionale, è diverso il contesto economico (notevolmente migliorato in tutta Europa) e questo induce gli investitori istituzionali ad essere più ottimisti. Lo spread Btp-Bund resta inoltre uno dei differenziali di rendimento più generosi: a fronte di 130bp del decennale italiano, un bond governativo spagnolo o irlandese offrono rispettivamente 80bp e 40bp.Analizziamo dunque di seguito in quale misura il differenziale dei rendimenti tra titoli di Stato italiani e tedeschi potrebbe variare in base ai diversi scenari politici che si profilano all’indomani delle elezioni. Basiamo le nostre ipotesi esclusivamente sui risultati degli ultimi sondaggi pubblicati il 16 febbraio, prima del silenzio elettorale, secondo cui il M5S con il 28% delle preferenze si configurava come il primo partito italiano, seguito da Forza Italia al 17% e dalla Lega al 14%; la coalizione di centrosinistra raccoglieva invece circa il 25% delle intenzioni di voto. Tuttavia, con una quota di indecisi che si aggirava intorno al 20% e poco meno dei due terzi dei seggi che verranno assegnati con un complesso modello proporzionale, persistono alcuni elementi di incertezza che vale la pena non sottovalutare.Gli scenari possibili, considerando i dati a nostra disposizione, sono tre:
L’ipotesi più probabile (circa il 60%) è la vittoria delle elezioni del centro – destra ma senza una maggioranza in parlamento in grado di esprimere un governo. Questa impone delle alleanze politiche trasversali di compromesso. La prima coalizione possibile in questo contesto include Forza Italia, PD e +Europa (il partito di Emma Bonino), con il reclutamento degli eventuali voti mancanti tra l’ala più moderata della Lega, tra i delusi del M5S e tra gli eletti all’estero. Questa intesa, che potrebbe essere guidata da Gentiloni o da Tajani: non sarebbe una soluzione invisa all’Europa e dunque non avrebbe impatto negativo sull’andamento dei mercati. Anzi, una volta formato il governo, lo spread potrebbe portarsi verso quota 100. Il problema tuttavia potrebbe manifestarsi nel processo di formazione del governo stesso, processo per il quale Roma non può permettersi il lusso del tempo di cui ha goduto Berlino. Pertanto, movimenti erratici nelle fasi immediatamente successive al voto per poi convergere verso un livello di spread minore.
La seconda ipotesi (circa 30%) è la vittoria del centro-destra con i numeri per fare un governo. In questo scenario il dato dirimente risulta senza dubbio quello relativo al partito che raccoglierà la maggioranza relativa all’interno della coalizione. Se dovesse prevalere Forza Italia, il primo ministro designato dovrebbe essere Tajani. Un tale esito sarebbe visto dunque nel segno della stabilità: immaginiamo che lo spread Btp-Bund si muoverà poco. Da un lato, il mercato accoglierà con favore il profilo fortemente Europeista del premier; in secondo luogo, il programma fiscale del centrodestra è espansivo, pur facendo la dovuta tara alle promesse elettorali. Esiste in alternativa la possibilità che il maggior numero di preferenze sia a favore della Lega con Matteo Salvini premier: questo risultato ci porterebbe in uno scenario meno gradito ai mercati che potrebbe creare un certo grado di instabilità, con spread in salita di almeno 30/40 punti base. Si tratterebbe in ogni caso di un governo che non potrebbe sposare la piattaforma della Lega sui temi europei, bensì che dovrebbe accontentarsi di muoversi nei binari di un programma ammorbidito sulle posizioni del partito di Berlusconi che è comunque considerato un garante della tenuta europeista dell’Italia.
Esistono poi probabilità inferiori per tutta una serie di scenari alternativi (in totale non più del 10%), alcuni dei quali inverosimili ma che potrebbero turbare i mercati semplicemente aritmeticamente possibili. Tra questi, la possibile coalizione tra M5S, PD e LeU. Questo scenario non rappresenta un rischio anti-Europeista, ma si baserebbe su un programma di politica fiscale molto espansiva. Sarebbe anche grossa una sorpresa cui il mercato non è preparato, con possibile allargamento dello spread di circa 30bp. Certo, un’ipotesi remota, che richiederebbe il compiersi di significative giravolte politiche: il cambio di rotta del Movimento rispetto all’idea originale di non allearsi con un partito, il sacrificio di Matteo Renzi come leader PD. Infine, con probabilità inferiore al 5%, la creazione di un asse anti-europeista con i 5S che trovano l’accordo di governo a destra con Lega e Fratelli d’Italia. Questo è l’esito più pericoloso, che potrebbe portare lo spread sopra quota 200.
Infine, l’appuntamento elettorale italiano rischia di essere oscurato, dal punto di osservazione dei mercati, da un altro evento politico. Ovvero il referendum interno alla Spd con cui il partito socialista tedesco si esprimerà su un nuovo governo di Große Koalition con i cristiano democratici di Angela Merkel. Secondo gli ultimi sondaggi, la possibilità di un No sono del 25-30%. In questo caso, i previsti passi di integrazione europea sul tema dell’unione bancaria subiranno una grossa frenata: per spread e listini della periferia non sarà di certo una buona notizia. Va però detto che, se gli esiti del voto italiano e tedesco rispettano i pronostici suesposti, si apre una possibilità concreta – e con la Francia di Macron crediamo accompagnata da volontà politica – di riprendere il percorso di integrazione della Moneta Unica, migliorandone la governance a partire dal completamento dell’Unione Bancaria.

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Idea politica e idea dello Stato

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 marzo 2018

L’idea della politica e l’idea dello Stato modernamente inteso, sono oggi in rotta di collisione. E’ una frattura semantica conseguente al riconoscimento dell’asse centrale della società civile, alle multi e interdipendenze, alla razionalità plurale. Il nesso non si trova più concentrato nello Stato, in una classe, struttura, o ceto, ma in ogni persona umana. Il principio di libertà (persona) diritto alla proprietà (natura) s’identifica in un agire dotato di senso solo se rispetta questi due canoni fondazionali, di là della tripartizione del potere che Weber ha proposto: razionale, tradizionale, carismatico.
Lo Stato e l’impresa economica sono i due grandi soggetti creati dal mondo moderno. Entrambi sono attraversati dalla politica ma in forma sempre più ridotta, semplice postulato normativo, a una forma di giustificazione del potere esistente. In questo modo, la politica non è più riconoscibile come centro di una società, ma solo come sistema autoreferente senza finalità extra-sociali. Un potere che sempre più s’identifica con il vecchio detto: auctoritas non veritas facit legem. (Riccardo Alfonso)

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Dimitte voces accipe sensum

Posted by fidest press agency su giovedì, 1 marzo 2018

Tralascia la parola, cogli il senso. E’ questa la regola d’oro tra quanti ascoltano il “vociare” della politica, fatta di promesse, di bugie, di disinformazione, di provocazioni e chi più ne ha più ne metta.
Abbiamo tante, tantissime parole in libera uscita che è arduo dare loro un ordine, una misura, una spiegazione logica. E’ che, come nel detto latino, dobbiamo abituarci, per vederci chiaro, a capire ciò che si nasconde dietro il paravento delle parole. Le promesse elettorali di questi giorni rappresentano un campione di parole vendute al vento, raccolte dagli ingenui, smerciate dai furbi e dagli opportunisti delle opposte fazioni per gli usi di comodo. Se fossimo andati diritto alle riserve mentali che opportunamente nascondevano e ne avessimo colto il senso, con molta probabilità oggi saremmo più arrabbiati di prima, più offesi nei confronti di chi ha carpito la nostra buona fede, per aver fatto mercimonio delle nostre idee e principi.
Possibile che non siamo tanto maturi da andare oltre e fermarci solo per coglierne il senso? (Riccardo Alfonso)

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Il dopo voto e i larghi “inciuci”

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 febbraio 2018

logo fidest ookDobbiamo riconoscere che solo Berlusconi è capace di raccogliere le varie frange del centro destra e asservirle ai suoi interessi. Oggi a quella larga fascia di elettori che guardano al centro e strizzano l’occhiolino a destra ha offerto la solita pietanza che da oltre 20 anni è pronta ad elargire con una messa in scena unitaria e solida delle forze che ha raccolto. Se anche Fratelli d’Italia e la Lega serviranno solo come “portatori d’acqua” per poi disfarsene a urne chiuse, poco importa. Il suo scopo è raggiunto. Forza Italia uscirà dal pantano del 15-16% dei consensi per poter dire che la sua coalizione conta percentualmente il doppio se non di più. E in nome della governabilità a tutti i costi potrà tessere le sue trame per quella che potremmo definire “i larghi inciuci” e riabilitare, in qualche modo, il PD di Renzi che gli offre sul piatto d’argento un partito depurato dalle scorie della sinistra ma che potrà servirgli per dire all’Europa che l’operazione vale quanto è accaduto in Germania con la Merkel. Questa è, per Berlusconi, la carta vincente per il suo poker d’assi mentre i programmi sono irrilevanti. Non ne ha mai tenuto conto se non per rabbonire i più ricalcitranti e far sperare a occhi aperti i soliti gnoccoloni. Ora mi chiedo: E’ questa la politica che preferiamo e ancora l’Italia che vogliamo? Se si andiamo a votare Forza Italia e mettiamo la testa sotto la sabbia. Se no l’alternativa c’è e se proprio non ci crediamo del tutto basta pensare che potremmo mandare in pensione, con una X ben piazzata su un certo simbolo, tutta una classe politica che sa di vecchio e di stantio e non mi riferisco di certo alla loro età anagrafica ma a quella biologica. Ma ho i miei dubbi. Il potere è saldamente nelle mani di chi ha e non di chi è e questi ultimi, per giunta, non hanno, evidentemente, la consapevolezza della loro forza nei numeri abituati a sentirsi servus servorum Dei. Viva l’Italia, nel regno degli inciuci. (Centro studi politici e sociali della Fidest)

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La politica e i suoi paradossi

Posted by fidest press agency su giovedì, 22 febbraio 2018

I temi ricorrenti in questi giorni di campagna elettorale vertono quasi tutti nelle promesse di natura economica da una parte e alla dissacrazione delle stesse definendole irrealizzabili. Il problema, a nostro avviso, non sta tanto nell’aprire o chiudere il borsellino per erogare qualche miliardo di euro da una parte invece che dall’altra, quanto nella necessità di rivedere totalmente le reali priorità che il paese attende da fin troppo tempo. E sono necessità legate a quel diritto sempre bistrattato che ci lega al vivere. Che senso ha, infatti, proclamare il diritto alla vita per poi lasciarla languire tra mille difficoltà? E il tutto parte dalla famiglia che accoglie i nuovi venuti e dalla società che li prende in carica. Che certezze diamo ad essi in tema d’istruzione, di assistenza sanitaria, di sicurezza, di lavoro e per una vecchiaia serena? Poche, purtroppo, sino ad ora.
Ed è, invece, il percorso che le istituzione devono garantire in via prioritaria e chi si appresta a go-vernarci deve darcene contezza sin da ora. E su questa misura il popolo degli elettori deve giudicare prima del voto. E’ qui che la politica si trasforma in democrazia e cura l’interesse dei suoi cittadini. E’ quella, per intenderci, che noi chiamiamo la “filiera della vita” dove i giovani devono credere in qualcosa di sicuro dal momento in cui si guardano intorno e dialogano con i loro coetanei e che questa sicurezza ci può accompagnare in tanti modi ma in primo luogo nell’affermare l’intangibilità dei valori per credere ed essere creduti per quello che sono e non per quello che hanno. E i valori hanno bisogno di autorevoli esempi a partire da ciò che noi costruiamo con la crescita di una classe dirigente aperta al bene comune e non chiusa nei loro egoismi e interessi partigiani. Pensiamo quindi che il voto che andiamo ad esprimere possa essere il frutto di questi ragionamenti e la guida, se non altro, possiamo averla pensando alla pochezza delle cose fatte e dell’aria fritta che gli stessi propongono per il nostro futuro. (Riccardo Alfonso direttore centro studi politici e sociali della Fidest)

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L’avventura in politica

Posted by fidest press agency su giovedì, 22 febbraio 2018

Sento spesso ripetere in certi ambienti politici che votare cinque stelle è “un’avventura che non ci possiamo permettere”. Se chiedo loro il perché mi rispondono, non senza un’aria di compiacenza, come se si trattasse di un interlocutore un po’ vanesio, che sono privi d’esperienza, che sono trop-po giovani, che spesso si contraddicono, che non hanno un titolo di studio adeguato e via di questo passo. E mentre sciorinano le loro “dotte” argomentazioni mi viene spontaneo chiedermi: ma chi sono gli illuminati che si contrappongono a questa “banda di dilettanti allo sbaraglio?” Mi viene in mente la risposta che qualche anno fa mi ha dato una ragazza alla mia domanda del perché aveva scelto la facoltà di “scienze politiche”: l’ho fatto perché intendo intraprendere la carriera “politica”. E’ così che funziona? Le rispondo. E anche lei mi guarda strano come se la domanda fosse di un’ingenuità disarmante e nemmeno degna d’essere presa in considerazione. Ma allora, mi chiedo, chi può rappresentarmi in Parlamento? Solo chi ha preso una laurea triennale in scienze politiche, che non proviene dalla società civile e meglio ancora se è figlio d’arte? Alla fine devo arguire che gli eleggibili e gli eletti sono davvero un’esigua minoranza e che solo a costoro è concesso sedersi sugli scranni delle aule parlamentari. Ma siamo davvero sicuri d’essere nel giusto? Se lo siamo come facciamo a spiegarci e a spiegare le decine d’indagati dalla giustizia “esperti della politica” che eleg-giamo, e ancora quanti se ne avvalgono per trarne lauti profitti o proporre leggi ad personam, voti di scambio ecc. Ma non sono questi e non gli altri gli “avventurosi” che non vorremmo? (R.A.)

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L’avventura in politica

Posted by fidest press agency su domenica, 11 febbraio 2018

camera deputatiSento spesso ripetere in certi ambienti politici che votare cinque stelle è “un’avventura che non ci possiamo permettere”. Se chiedo loro il perché mi rispondono, non senza un’aria di compiacenza, come se si trattasse di un interlocutore un po’ vanesio, che sono privi d’esperienza, che sono troppo giovani, che spesso si contraddicono, che non hanno un titolo di studio adeguato e via di questo passo. E mentre sciorinano le loro “dotte” argomentazioni mi viene spontaneo chiedermi: ma chi sono gli illuminati che si contrappongono a questa “banda di dilettanti allo sbaraglio?” Mi viene in mente la risposta che qualche anno fa mi ha dato una ragazza alla mia domanda del perché aveva scelto la facoltà di “scienze politiche”: l’ho fatto perché intendo intraprendere la carriera “politica”. E’ così che funziona? Le rispondo. E anche lei mi guarda strano come se la domanda fosse di un’ingenuità disarmante e nemmeno degna d’essere presa in considerazione. Ma allora, mi chiedo, chi può rappresentarmi in Parlamento? Solo chi ha preso una laurea triennale in scienze politiche, che non proviene dalla società civile e meglio ancora se è figlio d’arte? Alla fine devo arguire che gli eleggibili e gli eletti sono davvero un’esigua minoranza e che solo a costoro è concesso sedersi sugli scranni delle aule parlamentari. Ma siamo davvero sicuri d’essere nel giusto? Se lo siamo come facciamo a spiegarci e a spiegare le decine d’indagati dalla giustizia “esperti della politica” che eleggiamo, e ancora quanti se ne avvalgono per trarne lauti profitti o proporre leggi ad personam, voti di scambio ecc. Ma non sono questi e non gli altri gli “avventurosi” che non vorremmo? (R.A.)

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Macerata: politica irresponsabile e Polizia a gestire le esasperazioni

Posted by fidest press agency su sabato, 10 febbraio 2018

“I drammatici fatti che si sono susseguiti a Macerata, e l’ennesima campagna elettorale che si caratterizza per il corrosivo scontro che nulla a che fare con il confronto su temi concreti, e meno che mai sulla sicurezza, dimostrano purtroppo la totale irresponsabilità di una politica che non esita a sfruttare persino tragedie simili per il proprio tornaconto, esasperando ulteriormente tensioni sociali che, come sempre, sono gli operatori della sicurezza a dover gestire. Perché è il caso di ricordare che nelle strade, a confrontarsi con estremismi di ogni genere e appartenenza, ci sono i Poliziotti”.Lo afferma Domenico Pianese, Segretario Generale del Coisp, Sindacato Indipendente di Polizia, dopo i gravissimi episodi di cronaca verificatisi a Macerata e le polemiche politiche che ne sono seguite.“La tribuna politica – insiste Pianese –, che somiglia sempre più a un’arena senza regole e senza alcun senso del rispetto e della correttezza, con evidenti e poco nobili fini elettorali urla i suoi slogan che ‘gettano benzina’ su un incendio che rischia di travolgere la collettività, lasciandoci a gestire da soli il pericolo delle ‘esplosioni’ che ne possono conseguire. Non è ammissibile che i leader politici abbiano scelto di cavalcare da più parti, con angolazioni diverse, e ciascuno per il proprio tornaconto, fatti che per la loro drammaticità dovevano trovare in risposta un imprescindibile senso di responsabilità di chi, a sinistra come a destra, ambisce a governare il paese. Purtroppo, abbiamo invece avuto l’ennesima conferma che la sicurezza, quella vera, e tutto ciò che essa presuppone, non importa poi molto alla politica. L’irresponsabilità dimostrata di fronte ai fatti di Macerata fa il pio, indiscutibilmente, con l’assoluta mancanza di rispetto e considerazione sistematicamente dimostrata verso gli appartenenti alle Forze dell’ordine. I soli, lo ripetiamo, che in concreto si trovano a fronteggiare il frutto dei disastri di ogni genere che politici di ogni colore contribuiscono alquanto attivamente a determinare”.

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La politica e i suoi paradossi

Posted by fidest press agency su martedì, 6 febbraio 2018

logo fidest ookI temi ricorrenti in questi giorni di campagna elettorale vertono quasi tutti nelle promesse di natura economica da una parte e alla dissacrazione delle stesse definendole irrealizzabili. Il problema, a nostro avviso, non sta tanto nell’aprire o chiudere il borsellino per erogare qualche miliardo di euro da una parte invece che dall’altra, quanto nella necessità di rivedere totalmente le reali priorità che il paese attende da fin troppo tempo. E sono necessità legate a quel diritto sempre bistrattato che ci lega al vivere. Che senso ha, infatti, proclamare il diritto alla vita per poi lasciarla languire tra mille difficoltà? E il tutto parte dalla famiglia che accoglie i nuovi venuti e dalla società che li prende in carica. Che certezze diamo ad essi in tema d’istruzione, di assistenza sanitaria, di sicurezza, di lavoro e per una vecchiaia serena? Poche, purtroppo, sino ad ora. Ed è, invece, il percorso che le istituzione devono garantire in via prioritaria e chi si appresta a governarci deve darcene contezza sin da ora. E su questa misura il popolo degli elettori deve giudicare prima del voto. E’ qui che la politica si trasforma in democrazia e cura l’interesse dei suoi cittadini. E’ quella, per intenderci, che noi chiamiamo la “filiera della vita” dove i giovani devono credere in qualcosa di sicuro dal momento in cui si guardano intorno e dialogano con i loro coetanei e che questa sicurezza ci può accompagnare in tanti modi ma in primo luogo nell’affermare l’intangibilità dei valori per credere ed essere creduti per quello che sono e non per quello che hanno. E i valori hanno bisogno di autorevoli esempi a partire da ciò che noi costruiamo con la crescita di una classe dirigente aperta al bene comune e non chiusa nei loro egoismi e interessi partigiani. Pensiamo quindi che il voto che andiamo ad esprimere possa essere il frutto di questi ragionamenti e la guida, se non altro, possiamo averla pensando alla pochezza delle cose fatte e dell’aria fritta che gli stessi propongono per il nostro futuro. (Riccardo Alfonso direttore centro studi politici e sociali della Fidest)

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La Corte dei Conti certifica il fallimento della Serracchiani

Posted by fidest press agency su domenica, 4 febbraio 2018

regione friuli venezia giuliaLa Corte dei Conti, attraverso il Rapporto sul coordinamento della Finanza Pubblica Regionale del Friuli Venezia Giulia presentato in aula questa mattina 2 febbraio 2018, conferma gli allarmi sulle criticità più e più volte denunciate dal capogruppo di Forza Italia in Consiglio Regionale Riccardo Riccardi. «La Corte dei Conti si è pronunciata sul Sistema Sanitario Regionale, sulla riforma delle UTI e sul sistema della Autonomie locali – ha dichiarato a fine audizione Riccardi – in un crescendo di rilievi di criticità che sono riusciti a piegare la tradizionale boria di Debora Serracchiani che ha commentato esprimendosi “sommessamente”». Sui meccanismi di compartecipazione al gettito IVA, il dr. Caruso della Corte dei Conti ha sottolineato che “l’allargamento delle fonti di entrata dovrebbero produrre un effetto stabilizzante dei flussi totali di entrata”. «Significa – ribadisce Riccardi – che gli allarmi sulla tenuta dei conti della Regione che abbiamo lanciato ormai da tempo sono fondati e condivisi anche da organi istituzionali neutri come la Corte dei Conti».
Il secondo punto critico sul quale il Rapporto si è soffermato è quello della riforma delle UTI per il quale si rileva che “In Friuli Venezia Giulia si è costituito un variegato fronte di opposizione al processo di riforma espresso anche attraverso numerosi ricorsi al Giudice Amministrativo. Allo stato attuale 51 Comuni non aderiscono ad alcune UTI”. «Ma ci rendiamo conto – sottolinea Riccardi – che decine di amministrazioni locali non ha aderito alla riforma di “grande successo” della Serracchiani? Ci stanno consegnando una regione spaccata, frammentata, imbufalita, dove le istituzioni per parlarsi vanno in tribunale. Il rapporto sottolinea un’evidenza che stiamo denunciando da quando hanno varato la scellerata riforma delle UTI: oggi viviamo una realtà estremamente variegata che non si concilia con le finalità di razionalizzazione necessarie al buon funzionamento del sistema».Infine il punto chiave della vita dei cittadini e della Regione visto che la metà del suo bilancio è impegnato qui: la sanità. «Su questo punto il Rapporto della Corte dei Conti evidenza la disfatta totale della riforma Telesca, la mancanza di visione e di connessione con la realtà. E’ stato creato un mostro, un disastro che stanno pagando i cittadini sulla loro pelle». Il Rapporto della Corte dei Conti, infatti, “rileva che il quadro complessivo del Sistema Sanitario regionale presenta aspetti di non univocità nelle sue linee di tendenza”. E più avanti che si è “indebolita fortemente la catena operativo-logica del ciclo di programmazione-gestione-controllo, impoverendo grandemente la responsabilizzazione delle Direzioni generali delle Aziende sanitarie regionali”. Per poi chiosare che “corre l’obbligo annotare un peggioramento verificatosi in importanti ambiti di attività già in passato contraddistinti da rilevanti criticità”.Il capogruppo di Forza Italia Riccardo Riccardi sottolinea che: «stiamo parlando dell’area della prevenzione e dell’area ospedaliera che, lo riporta la Corte, vede il nostro Sistema sanitario regionale perdere posizioni, scendendo ancora nella graduatoria delle Regioni nelle classifiche nazionali. E a questo si aggiunga che la Corte rileva un ulteriore peggioramento nell’area del percorso emergenza-urgenza. Queste parole certificano la dissoluzione, volontaria e programmata, di una certezza fondamentale dei cittadini: quello del diritto alla salute».

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La politica fatta di «studenti»

Posted by fidest press agency su martedì, 23 gennaio 2018

montecitorio

Tra le varie voci presenti nel circuito elettorale quelle che lasciano più delle altre un motivo di riflessione è quanto si allude alla natura dei candidati: ora perché troppo giovani, ora perché troppo avanti per l’età, ora perché inesperti, ora perché non sanno usare i “congiuntivi” e così via. Perché non ci chiediamo come fanno i partiti a scegliere i candidati e a proporli agli elettori? Siamo sicuri che riescono a fare la scelta giusta? E ancora è proprio necessario che nel loro curriculum la differenza la faccia una lunga sfilza di titoli accademici? O è vero, quanto afferma il magistrato Piercamillo DAvigo che certe professionalità come la sua incontrano una certa difficoltà se cambiano mestiere e si dedicano alla politica entrando in parlamento? C’è persino tra i giovani una qual confusione se alcuni affermano che si sono iscritti alla facoltà di scienze politiche per poi, una volta laureati, entrare in politica. In passato, è bene ricordare, impazzavano le scuole di partito e la pratica di amministratore locale prima di essere selezionati per incarichi sempre più importanti. Ora c’è qualcuno che si scandalizza perché il Movimento 5 stelle fa le “parlamentarie” per la scelta dei suoi candidati. E’ una formula indovinata? Direi di sì se guardo al risultato ottenuto nelle passate elezioni politiche dove i suoi parlamentari venuti dall’anonimato hanno mostrato di riuscire a colmare i vari vuoti conoscitivi della pratica politica e parlamentare più di quanto non abbiano fatto gli altri colleghi maggiormente titolati. E hanno anche un indubbio vantaggio: sono l’espressione più genuina del popolo italiano. (Riccardo Alfonso)

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