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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 106

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Fra notizie e politica: le conferenze stampa di Trump sul coronavirus

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 aprile 2020

“Il presidente Trump è un successo strepitoso. Le sue conferenze stampa sul coronavirus hanno raggiunto uno share di 8,5 milioni di telespettatori”. Questo un dei recenti tweet di Donald Trump mentre citava un articolo del New York Times che si domandava se le recenti conferenze stampa quotidiane del presidente meritavano essere trasmesse in diretta dalla televisione. I media americani si stanno facendo la stessa domanda poiché come in tutto quello che fa Trump non perde nessuna opportunità per farsi campagna politica e promuovere la sua agenda anche nell’attuale crisi di pandemia.Le conferenze stampa avvengono alle 5:30 di sera, ora di Washington. All’inizio sono state considerate notizie importanti e quasi tutte le reti televisive le hanno trasmesse. Poi, i media si sono resi conto che nonostante alcune informazioni importanti presentate da alcuni esperti che collaborano nella task force presidenziale sul coronavirus, Trump era divenuto il regista e protagonista di questi eventi. Il 45esimo presidente ha sfruttato le occasioni per cercare di mettessi in luce positiva dando allo stesso tempo informazioni poco veritiere e in non pochi casi gli esperti lo hanno dovuto correggere. Le correzioni devono essere fatte però in modo molto diplomatico perché, come si sa, Trump è sensibilissimo a qualunque suggerimento che lui non stia facendo un ottimo lavoro.Le conferenze stampa sul coronavirus di Trump cominciano con l’entrata in scena di Trump e una dozzina di membri della task force. Il presidente inizia passando in rassegna i punti fondamentali, leggendo dal teleprompter, stentando a comunicare le parole scritte, dando l’impressione di leggere con grandi difficoltà. Di tanto in tanto si prende una breve pausa per commentare con parole proprie che riflettono più il suo stile preferito, spesso ripetendo, mostrandoci i suoi limiti di vocabolario attivo.Trump chiede poi ad alcuni degli esperti di offrire i loro contributi dove si ottiene in realtà informazione credibile specialmente quando il dottor Anthony Fauci, direttore del Center for Disease Control, fa i suoi interventi. Alla fine si passa alle domande dei giornalisti. Spesso queste situazioni diventano scontrose poiché il 45esimo presidente non gradisce domande che suggeriscano minimamente alcune delle sue ovvie falsità che causano confusione a coloro che lo ascoltano. Questi scontri sono in parte orchestrati da Trump per continuare la sua campagna politica, attaccando alcuni dei giornalisti come Peter Alexander (Nbc), Jim Acosta (Cnn)e Yamiche Alcindor (Pbs). Gli scontri sono ovviamente “vinti” da Trump che controlla, interrompe, accusa, mettendo i giornalisti al tappeto nella sua mente e in quella dei suoi sostenitori. Per i telespettatori obiettivi riconfermano che Trump sta sfruttando qualunque occasione, specialmente televisiva, per segnare gol politici. Le sue “vittorie” contro i media che i suoi sostenitori odiano, lo ingrandiscono nella loro mente. In effetti, Trump disprezza i media e vorrebbe, se possibile, seguire l’esempio di Viktor Orban in Ungheria, il quale sfruttando l’emergenza della pandemia, si è in effetti dichiarato dittatore del Paese, eliminando tutte le forme di informazione indipendente.Considerando il fatto che Trump ha strutturato e controllato le conferenze stampa sul coronavirus come opportunità di campagna politica, alcune reti televisive hanno cominciato a non offrire copertura totale. In non pochi casi la Cnn, Msnbc, Cbs hanno limitato recentemente le sessioni avendo capito della povertà di informazione e ricchezza di asserzioni fuorvianti e puramente di campagna politica. Alcuni altri gruppi come Il Washington Post, Il New York Times e Cnbc hanno ridotto o non hanno inviato corrispondenti alle sessioni, preoccupandosi di possibile contagio dei loro dipendenti anche perché Trump e i membri della sua task force non rispettano loro stessi le distanze sociali che raccomandano al resto del Paese.Il dilemma però rimane perché quando il presidente degli Stati Uniti parla bisogna ascoltare anche se non gli si deve dare un microfono costantemente, specialmente a uno come Trump che filtra tutto con occhi narcisisti, concentrandosi su quale vantaggio politico ne porrà trarre. Il ruolo della stampa consiste però di fare da cane da guardia verso i governi e separare le notizie dalla propaganda politica e presentarle ai lettori/telespettatori. Offrire i microfoni a Trump di fare e dire quello che vuole riflette irresponsabilità giornalistica. Lo abbiamo visto nella campagna elettorale del 2016 nella quale le televisioni a cavo coprivano quasi tutti i comizi e rally di Trump nella sua interezza perché “divertivano” e facevano share, aiutando il candidato all’elezione ma allo stesso tempo creando profitti alle reti televisive. Hillary Clinton e Bernie Sanders furono invece in grande misura ignorati e ovviamente danneggiati.Le reti televisive hanno capito che Trump sfrutta le conferenze stampa sulla pandemia per i suoi scopi politici e hanno ridotto la loro copertura. Paradossalmente però in alcune di queste più recenti sessioni Trump sembra avere abbandonato la sua visione rosea sul coronavirus, spiegando che si tratta di una cosa molto seria. Il 45esimo presidente ha insistito che bisogna fare sacrifici e continuare il “lockdown”, la chiusura, per almeno altri trenta giorni, mantenendo le scuole chiuse e limitando i contatti sociali. Se tutto questo si farà si potranno limitare le morti a un massimo di 200mila. In caso contrario si tratterà di una situazione più tragica con un massimo di morti di 2,2 milioni. Si tratta di conclusioni sobrie che gli analisti hanno riconosciuto come affermazioni degne di un presidente. Trump però non dimentica la campagna politica e il suo show. In une delle più recenti conferenze stampa ha risposto a un giornalista facendo notare che “lui è al primo posto su Facebook” (Falso: Trump 29 milioni di followers, Obama 53 milioni). Milioni di morti possibili e il presidente continua a pensare alla pubblicità personale? Forse non ha capito niente dopotutto come ci conferma la sua decisione di proibire la riapertura delle iscrizioni a Obamacare per coloro che non hanno assicurazione medica. (by Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California).

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“L’Europa ha bisogno di una svolta politica e non dei fondi del Mes”

Posted by fidest press agency su sabato, 28 marzo 2020

“Serve una svolta politica che permetta all’Europa di dotarsi di una politica fiscale, solo con passi decisi in questa direzione si può fronteggiare questa drammatica situazione economica. Continuare invece a trattare sul meccanismo di accesso al fondo salva stati, come hanno fatto ieri i ministri delle Finanze dell’eurozona, è semplicemente ridicolo. Non saranno i 36 miliardi che, eventualmente, arriveranno dal Mes, a salvare il nostro Paese né l’Europa. Un prestito rimane un prestito. C’è bisogno invece di una risposta comune e politica. In queste settimane si gioca il nostro futuro: è necessario camminare con convinzione verso gli Stati Uniti d’Europa” dichiara Massimiliano Iervolino, Segretario di Radicali Italiani.

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Comprendere la politica dal punto di vista laico e religioso

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 marzo 2020

È un discorso che io faccio in primo luogo pensando agli italiani, ma potrei estenderlo agevolmente agli altri popoli del mondo. Riprendo, a tale riguardo, un passaggio del libro scritto dal sacerdote Pio Parisi nel suo libro: “La coscienza Politica” scritto nel 1975. Le sue parole, pur meditate molti anni fa, osservando gli avvenimenti che ruotavano intorno alla Democrazia Cristiana, sembrano ora acquistare una straordinaria attualità. Il tema che mi sembra egli prediligesse, su tutti, è su cosa la fede dà alla politica. “Se la fede – egli osserva – è un’esperienza totale è chiaro che essa investe completamente la politica. La fede investe la politica dando un significato nuovo a tutte le realtà di cui la politica s’interessa, da quelle economiche alle giuridiche e culturali; un significato nuovo per l’intelligenza ma anche per il cuore, che si accosterà con nuovo slancio a queste realtà, e per l’azione. Come potrebbe l’azione politica non essere permeata e intimamente modificata dalla fede, quando la fede stessa penetra l’intelligenza e il sentimento nel momento in cui si compie l’analisi su cui si fonda l’azione politica? In tal modo non si corre il rischio di cadere nell’integrismo?
Non di certo giacché è proprio la fede la più forte garanzia contro tale andazzo. Vi è un primato che supera ogni azione umana. La fede, di conseguenza, dà alla politica la possibilità di una lettura pienamente serena e seria di quel che succede e quindi dà possibilità di un vero orientamento in mezzo alle più complesse vicende umane. La fede, soprattutto, ci illumina sul valore e sulla centralità d’ogni persona umana, sulla falsità d’ogni violenza e strumentalizzazione, da qualunque parte è operata, nei confronti del più ignorato degli uomini.” Per contro la politica da sola non genera fede, ma chi ha fede cresce in essa impegnandosi nella politica. La politica, semmai, può aiutare la fede a crescere nella conoscenza della grandezza di Dio. La politica, infatti, stimola l’attenzione a tutti e la considerazione dell’umanità come un tutto; fornisce tanti elementi per cogliere la complessità e il rapido divenire delle vicende umane: è spesso un’esperienza viva della miseria umana, materiale e morale; dà la possibilità d’individuare grandi potenzialità nei singoli e nella società. La politica può essere, infatti, un’ampia e intensa esperienza dei condizionamenti naturali e sociali, quelli del tempo, del peccato, della morte. Per chi non ha fede la politica può essere una via per raggiungerla. Facendo sinceramente politica ci si affeziona sempre più all’uomo e desiderare per lui una salvezza che sia di là di quella che l’uomo da solo può trovare; ci si affeziona all’amore e se ne cerca una sorgente inesauribile: ci si affeziona all’efficacia e si ricerca il divino. A questo punto noi comprendiamo, sino in fondo, la ragione che a cavallo tra il XIX e il XX secolo ci ha portato alla vocazione politica di un Gioberti e di uno Sturzo e di altri. Occorre, altresì, essere molto chiari con se stessi e con gli altri: se ci s’impegna insieme, in conformità a scelte di valori culturali e morali, bisogna rinunciare a servirsi di questa convergenza per operazioni di potere. Nel momento in cui una comune iniziativa culturale o morale è concepita come alleanza di potere, essa è isterilita, distorta negata. Ci si può aiutare a servire e ci si può aiutare ad asservire; ma i due modi si escludono a vicenda. È il momento che la coscienza civile e religiosa degli italiani riconosca i valori di sempre e s’identifichi con essi. Questa nostra coscienza politica va acquistata quotidianamente nella misura dell’impegno a osservare, a riflettere, a realizzare la sintesi fra diverse tendenze separate e contrapposte, ad aprire il proprio animo, agli altri e agli eventi, a convertire la propria vita, liberandosi, per quanto è possibile, dall’egoismo. Ed è un atto d’egoismo procedere uniti nella fede e separati in politica di là del ragionevole e del comprensibile. Dopo di tutto ci appare un non senso identificare due distinte anime tra chi opera in conformità al suo Credo e chi lo mette da parte, sia pure diligentemente, per lasciare il posto al significato laico della politica. (Riccardo Alfonso)

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Quanto la politica perde il contatto con la realtà

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 marzo 2020

Non è stata in grado di riconoscere per tempo le crisi del sistema per coglierne il significato. Non è riuscita a capire, di fronte ai crolli delle istituzioni e alle sofferenze umane, che gli uomini dell’apparato avrebbero dovuto trovare il modo migliore di comportarsi. È stato il momento in cui non si è stato in grado d’emergere dal pantano delle crisi istituzionali, civili, economiche e sociali per una più appropriata ricerca dei modelli culturali e dei costumi, del linguaggio, della trasmissione dei valori, dei rapporti tra generazioni.
È mancata la coscienza politica. Quella stessa coscienza che sembra vagare solitaria e sconsolata e capace di rendere viva solo una diaspora.
E’ il momento che la coscienza civile degli italiani riconosca i valori di sempre e s’identifichi con essi. È il momento che questi valori siano restituiti al nostro patrimonio comune. In questo patrimonio comune si collocano quei movimenti politici vecchi e nuovi. Ecco perché oggi guardiamo con simpatia quei pionieri che hanno l’ardire di riportarla alla comune memoria, a risvegliare l’interesse dei giovani e di chi ha la memoria corta per fatalità genetica o per ipocrite chiusure. Agli altri che, si richiamano ai suoi valori, ma non hanno osato assegnarne il nome che li riallacci a un passato, occorra dire che può essere vergogna d’uomini ma non d’idee e di valori se questi attributi affondano le loro radici nella nostra coscienza positiva nella singola persona, nella comunità e nella società. Questa nostra coscienza politica va acquistata quotidianamente nella misura dell’impegno a osservare, a riflettere, a realizzare la sintesi fra diverse tendenze separate e contrapposte, ad aprire il proprio animo, agli altri e agli eventi, a convertire la propria vita, liberandosi, per quanto è possibile, dall’egoismo. (Riccardo Alfonso)

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Coronavirus. de Bertoldi (FdI): non bastano sospensioni e moratorie, governo vari politica espansiva

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 marzo 2020

“Le dichiarazioni -ipersovraniste- del governo tedesco, che sarebbe pronto ad immettere nell’economia nazionale oltre cinquecento miliardi di euro e che si prepara a -rimpatriare- tutte le produzioni strategiche (vedi settore sanitario), credo possano rappresentare la fine di questa UE, così come pervenuta sull’asse franco – tedesco. Rappresentano il fallimento di quelle politiche monetarie rigoriste, che hanno depredato ed affamato l’Italia nell’ultimo ventennio, nonché un chiaro cambio di rotta nelle politiche internazionaliste, responsabili del primato finanziario rispetto alle necessità dei Popoli”. Lo dichiara il senatore di Fratelli d’Italia, Andrea de Bertoldi, segretario della Commissione Finanze e Tesoro. “Mi attenderei quindi dal nostro governo, ma purtroppo non ci spero, vista l’assoluta subalternità a Bruxelles della sinistra italiana ed un M5S che ha rinnegato tutta la propria storia, una conseguente dichiarazione di sospensione del trattato di Maastricht e delle regole comunitarie per sostenere l’economia nazionale. È improcrastinabile così il ricorso immediato ad una politica di espansione per sostenere il sistema economico nazionale, che potrebbe attuarsi con emissione di moneta fiscale che integri i minori fatturati del corrente anno rispetto al triennio precedente per le imprese italiane. La moneta fiscale, cioè i crediti d’imposta che verrebbero scontati in banca, permetterebbe alle nostre imprese di mantenere i lavoratori e la piena capacità produttiva, e quindi in sostanza il Pil nazionale. Non bastano infatti in questa emergenza sospensioni e moratorie, perché non creano sviluppo, serve liquidità per le imprese e ricorso alla spesa pubblica; o il nostro governo pensa davvero di rispondere con venti miliardi ai 1500 miliardi della Fed nel debito pubblico Usa o ai 500 miliardi promessi dalla Germania al proprio sistema produttivo?” conclude il senatore di FdI.

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La politica nelle istituzioni e tra la gente

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 marzo 2020

Nel momento in cui una comune iniziativa culturale o morale è concepita come alleanza di potere, essa è isterilita, distorta e negata. Ci si può aiutare a servire e ci si può aiutare ad asservire; ma i due modi si escludono a vicenda.
C’è una politica che punta sul potere, per affermare dei valori: è illusoria.
C’è una politica che punta sui valori, per conquistare il potere: è farisaica.
C’è una politica che punta sui valori per farli crescere: Questa politica è valida e se è fatta da persone mature, non c’è pericolo che dimentichi di fare i conti con la realtà “potere”.
Gli italiani, e non solo nel mondo, hanno avvertito, e l’antipolitica ha fatto il resto, le forti contraddizioni tra l’essere e l’agire politico di chi è stato eletto dal popolo in termini fiduciari e chi li ha traditi ingannandoli per le sue miserie umane. L’errore, nell’immaginario popolare, è stato quello di aver associata l’istituzione con chi è stato demandato a guidarla demonizzandoli entrambi.
La verità è che siamo al cospetto di una società divenuta sempre più complessa e frammentata dove a fronte di un suo cambiamento radicale i partiti di massa o quelli creati ex-novo ma con lo sguardo rivolto al passato, non sono riusciti a cogliere il nuovo e il diverso che si prospettava.
Oggi, pur con tutte le nostre contraddizioni si avverte forte nell’opinione pubblica una forma di governo statale in grado di assicurare stabilità, efficienza decisionale, chiaro funzionamento della responsabilità politica dei governanti. C’è chi a fronte di questa richiesta pensa all’uomo “forte” capace di decidere da solo e d’imporre la sua volontà, ammaliato dall’idea del bene comune, e affrancandosi dai mediatori del consenso popolare in auge nelle democrazie compiute. C’è chi cerca un consenso tra i cosiddetti poteri forti cedendo ai loro interessi partigiani per reggere le sorti di un Paese, ma tradendo la volontà popolare con la logica delle promesse e favorito da una “informazione ingannevole”.
A questo punto mi chiedo se allo stato attuale e con i tanti nodi critici che vengono al pettine possiamo ancora far emergere la responsabilità politica in un sistema così compromesso e quindi riportare la democrazia nel suo alveo naturale facendola funzionare a dovere. È senza dubbio un’impresa ardua ma che potremmo affrontare solo se ci convinciamo che sta proprio alla capacità del popolo di determinare ex ante gli indirizzi politici e sulla possibilità di rimuovere i governanti senza spargimento di sangue in seguito a un giudizio negativo in ordine al loro operato, ma non correndo il rischio di cadere dalla padella nella brace. (Riccardo Alfonso da “Studi politici” della Fidest)

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L’urgenza di una politica industriale vera

Posted by fidest press agency su martedì, 10 marzo 2020

By Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista. E’ storicamente accertato che i grandi eventi di dimensione planetaria comportano sempre fibrillazioni più o meno profonde nei sistemi sociali, economici e finanziari e negli stessi equilibri geopolitici. Qualche settimana fa lo avevamo paventato sulle pagine di questo giornale, anche se il coronavirus ancora non aveva avuto l’attuale diffusione. Siamo di fronte a una potenziale pandemia che purtroppo ha la forza devastante di provocare una generalizzata recessione economica e una nuova crisi finanziaria globale, tanto che una parte della stampa internazionale parla di una crisi peggiore di quella del 2008. Allora la crisi sistemica fu provocata dalle speculazioni finanziarie fuori controllo che portarono il sistema bancario americano al collasso, determinando una reazione a catena a livello mondiale. La crisi finanziaria riverberò i suoi effetti nei settori dell’economia reale provocando un crollo nei commerci internazionali, nelle produzioni industriali e nei livelli di vita di molti paesi.Questa volta la crisi sembra partire proprio dalla riduzione dei commerci e delle produzioni che l’epidemia sta inevitabilmente provocando. Di conseguenza si avrebbero anche riduzioni delle entrare e, quindi, la mancanza della necessaria liquidità per mantenere in vita le bolle finanziarie, in primis, quelle del debito pubblico e di quello corporate a livello globale.
In questa situazione la capacità d’intervento delle banche centrali si è molto indebolita. Nei passati dieci anni, esse hanno usato quasi tutti i mezzi a loro disposizione, dalla riduzione del tasso d’interesse ai vari quantative easing, per mantenere in piedi un sistema finanziario malato. Solo la Federal Reserve ha un piccolo margine che ha consentito di ridurre dello 0,5% il tasso di sconto. Comunque, interverranno ancora con flussi di nuova liquidità, ma dovranno stare attente a non eccedere per non provocare poi un’eventuale inflazione difficilmente controllabile. Sarebbe un vero disastro.Non è nostra intenzione portare acqua al mulino di chi vorrebbe usare il corona virus per giustificare la crisi finanziaria e coprire le enormi responsabilità di una finanza spregiudicata. Ma quello esposto potrebbe essere il meccanismo di una possibile nuova crisi. Auspichiamo, invece, che l’attuale emergenza possa portare a una revisione profonda dei processi economici e del modo in cui la finanza è gestita. Si sarebbe dovuto fare già dopo il 2008, ma l’occasione è stata persa e si è tornati alle vecchie pratiche e ai vecchi errati comportamenti, assumendo alti rischi e rifiutando di applicare le necessarie regole.
Qualche riflessione importante, comunque, sta emergendo. Infatti, all’inizio di febbraio la rivista americana Foreign Policy ha pubblicato un interessantissimo studio intitolato “Gli Usa hanno bisogno di una nuova filosofia economica”. La rivista, oggi di proprietà del Washington Post, è tra le più influenti nel campo delle politiche strategiche e geopolitiche americane. Detto per inciso, essa fu creata nel 1970 dal Prof. Samuel Huntington, noto per le sue tenebrose teorie riguardanti l’inevitabile “scontro di civiltà”.
Gli autori dello studio hanno ricoperto importanti ruoli nelle amministrazioni Usa. Ora sollevano con forza e in modo documentato tre questioni dirompenti.
1) Prima di tutto l’ineludibile necessità di forti investimenti nelle infrastrutture, nelle nuove tecnologie, nell’innovazione e nell’istruzione per superare quello che chiamano “una stagnazione secolare”. Sembra quasi scritto per l’Italia. Essa sarebbe una minaccia alla sicurezza nazionale superiore addirittura a quella del debito pubblico. Perciò lo studio distingue tra debito buono e debito cattivo: il primo crea crescita di lungo periodo e il secondo copre soltanto le spese correnti. Anche un generico abbattimento della pressione fiscale, motivato da ragioni ideologiche, andrebbe a beneficio delle fasce più ricche e a discapito della classe media e farebbe aumentare il debito cattivo.
2) In secondo luogo, occorrerebbe riscoprire e riformulare la politica industriale. Al riguardo, lo studio ripercorre la storia economica degli Stati Uniti guidata da una precisa filosofia di sviluppo. Inizialmente ispirata dalle idee di Alexander Hamilton, il primo segretario del Tesoro nel periodo 1789-95, sul ruolo delle manifatture, è continuata sotto la guida del cosiddetto “Sistema americano” di sviluppo industriale, infrastrutturale e creditizio, formulato da Henry Clay, tra l’altro anche segretario di Stato tra il 1825 e il 1829, fino alla Great Society di Lyndon Johnson negli anni sessanta. Sono politiche che, purtroppo, hanno poi perso di popolarità.
Lo studio propone di individuare missioni su grande scala, come l’esplorazione dello spazio e la costruzione di un’economia a emissione zero di CO2, per mobilitare l’intero sistema produttivo sul lungo periodo. Per fare ciò occorrerebbe che lo Stato, come avviene in Cina, metta a disposizione il credito necessario per la ricerca. Non basta la ricerca fatta dai privati che, com’è noto, è spesso motivata dalla logica del profitto a breve.
3) Infine, occorre invertire la tendenza dell’outsourcing, che ha portato molte imprese americane (ma vale anche per l’Italia e per l’Europa) a spostare le proprie attività produttive all’estero, con una delocalizzazione selvaggia nei paesi con bassi salari e un fisco “più complice”. Si propone, perciò, anche una decisa lotta contro i paradisi fiscali. Lo studio, invece, sostiene la necessità di investire nel lavoro e nell’aumento dei salari.
Si tratta di un programma razionale, importante, valido per tutti i paesi, per portare l’economia nel suo solco naturale, quello di sviluppare le competenze e le occasioni di lavoro e di benessere e, contemporaneamente, salvaguardare l’ambiente.
Sarebbe uno scossone alle pigre elucubrazioni che ancora pervadono il dibattito politico e economico.

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Il futuro della politica agricola comunitaria

Posted by fidest press agency su domenica, 23 febbraio 2020

Nel vertice straordinario dei capi di Stato e di governo dell’Unione europea in programma a Bruxelles, è in gioco il futuro della Politica agricola comune – dichiara Andrea Michele Tiso, presidente nazionale Confeuro. La proposta presentata dal presidente del Consiglio europeo Charles Michel prevede infatti tagli di 54 miliardi di euro per la Pac, con una diminuzione del 14 per cento del bilancio complessivo.Il Parlamento europeo si è già detto all’unanimità contrario alla proposta Michel, perché inadeguata per affrontare le future sfide dell’Ue e a realizzare il programma della nuova Commissione europea – continua Tiso. In una trattativa che si preannuncia difficile, sarà importante impedire che la Pac sia ridimensionata contraddicendo così in modo netto la Commissione, che ha fatto del Green New Deal una priorità. Proprio in questo passaggio cruciale per l’Unione, è al contrario fondamentale rilanciare il settore primario mettendo al centro la tutela delle produzioni di qualità, il sostegno alle giovani generazioni e alle piccole e medie imprese. Queste ultime sono una risorsa preziosa per la difesa della qualità e dell’ambiente, ma troppo spesso sono state trascurate per privilegiare le grandi multinazionali dell’agroalimentare con conseguenze negative sia per i produttori che per i consumatori.Una riforma ambiziosa della Pac, che registri decisi passi avanti verso l’agroecologia è possibile, così come è possibile una riforma che non vada oltre l’ordinaria amministrazione e perpetui strumenti ormai inefficaci e datati.

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I consorzi bonifica pungolano la politica

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 febbraio 2020

“Tra i 20 giorni, con cui i cinesi costruiscono un ospedale e gli 11 anni, con cui mediamente si realizza un’opera pubblica in Italia, ci sarà una via di mezzo?” È questa la provocatoria domanda che l’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (ANBI) pone alla politica, in occasione della recente Assemblea dello S.N.E.B.I., il suo sindacato d’impresa.“L’orizzonte della sostenibilità – dichiara Francesco Vincenzi, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (ANBI) – è l’ineludibile sfida dei prossimi anni, in cui devono convivere obbiettivi ambientali, sociali ed economici. La loro compatibilità fa parte della storia dei Consorzi di bonifica ed irrigazione, rimasti l’unico ente sussidiario a servizio del territorio come testimonia il quasi miliardo di finanziamenti ottenuti a fronte di progetti definitivi ed esecutivi, di cui sono ricchi gli uffici degli enti consortili e che sono una straordinaria opportunità anche nel quadro del Green New Deal. La politica, però, deve fare le scelte necessarie per gestire la transizione della crisi climatica da problema ad opportunità.” “Il Green New Deal – prosegue il Direttore Generale di ANBI, Massimo Gargano – è una grande occasione di crescita, in primis per le regioni meridionali, ma ci vogliono idee chiare su come e dove indirizzare le risorse. È necessario investire nella sistemazione del territorio, perché all’incremento degli eventi meteo estremi corrisponde una riduzione della produzione nei campi e dell’economia del Paese; altrettanto bisogna fare nella gestione delle acque, perché un ettaro agricolo irrigato produce 250 giornate lavorative, in asciutta sono solo 15. Così come le nuove sfide della sostenibilità obbligano i cittadini a cambiare i paradigmi dei comportamenti, altrettanto le Istituzioni devono cambiare atteggiamento verso i problemi del territorio ad iniziare dallo stop all’irrefrenabile consumo di suolo, creando altresì le condizioni per arrestare il progressivo spopolamento delle aree interne del Paese, concausa di dissesto idrogeologico.” “L’Italia –conclude Alessandro Folli, Presidente del Sindacato Nazionale Enti di Bonifica ed Irrigazione (S.N.E.B.I.) – è oggi il Paese del Mediterraneo più esposto all’estremizzazione dei fenomeni atmosferici; per questo, deve essere in prima linea, soprattutto in Europa, nella promozione di politiche per aumentare la resilienza delle comunità ai cambiamenti climatici. I lavoratori dei 148 Consorzi di bonifica ed irrigazione sono uno straordinario giacimento di professionalità a servizio di un modello di sviluppo, che abbia al centro la valorizzazione del territorio e delle sue peculiarità.”

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Politica: la logica di appartenenza

Posted by fidest press agency su martedì, 14 gennaio 2020

Un altro tema caro ai politici che militano nei partiti è di voler riconoscere nei parlamentari del M5S qualcosa di “familiare”. Taluni dicono, infatti, che hanno una mentalità di “centro destra” e altri no essendo per lo più di “centro sinistra” e così dicendo si consolano pensando di poterli asservire, prima o poi, alla loro causa. A questo punto è forse noioso ripetere le stesse cose ma, a volte, è necessario, anche se potrebbe diventare un atto disperato se pensiamo che non ci sia peggiore sordo di chi non vuol sentire. Per anni Grillo ha cavalcato la protesta di quanti sono stati bellamente presi in giro dal nuovo che si prospettava e che diventava regolarmente il vecchio che si perpetuava con le mummie che li rappresentavano. Il cambiamento a questo riguardo non s’identifica più con la logica delle alleanze tra partiti, ma sulle cose da fare, e fare non significa solo dire, ovviamente. Ecco perché in casa leghista e suoi alleati dovrebbe prevalere il convincimento che se il programma del M5S è affine al loro ciò che quest’ultimi possono garantire al Paese è un qualcosa che non possono più dare: la fiducia. E allora la governabilità esiste e con essa le maggioranze parlamentari qualificate. Si tratta solo di capire il nuovo che si presenta e di saper cogliere il diverso che non significa avere un partito padronale, da una parte, e le confuse anime sull’altra sponda, ma una cultura del cambiamento. Punto e basta. (Riccardo Alfonso)

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La crisi della governance politica italiana

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 gennaio 2020

In questi giorni assistiamo al solito balletto, con maggioranze e minoranze che escono dal voto popolare e giocano la loro parte tra chi forma un governo e chi resta all’opposizione, al ritmo di una musica fatta di compromessi e rinvii su programmi intesi a conferire un assetto più conforme al passo con i tempi. In questo modo la politica spesso non decide e finisce con rendere il solco più profondo con la società civile, l’evoluzione tecnologica e la difesa dei ceti più deboli. Il male oscuro che determina questa impasse è espressa dalla mancanza di un confronto sui programmi, piuttosto che sulle sole persone, e sulla omogeneità d’intenti scaturiti dalla maggioranza parlamentare e quel che ne segue per la formazione di un governo. Se a questo punto ci caliamo nella fattispecie odierna è condivisibile l’idea di quanti ritengono l’attuale sistema politico italiano ingessato poiché ogni possibile riforma, per quanto possa essere discutibile, si blocca nel corso d’opera dai veti incrociati legati più ad interessi partigiani che ad obiettive valutazioni di merito. D’altra parte, da 25 anni a questa parte i partiti hanno espresso una loro immagine opacizzata tanto da provocare reazioni, a volte scomposte nel corpo elettorale e in qualche modo hanno favorito la nascita di partiti ad personam. Possibile che non ci rendiamo conto sulla necessità, se non l’urgenza, e il discorso vale anche per i rappresentanti della Comunità europea, che si addivenga, non attraverso i soliti lunghi dibattiti e noiosi approfondimenti per favorire i rinvii e non le possibili soluzioni, ma agendo con decisioni rapide. E’ il caso, ad esempio della guerra civile in Libia. Avremmo potuto evitarla o per lo meno ridurne gli effetti distruttivi se si fosse intervenuti per tempo. Ed invece abbiamo lasciato incancrenirla ed ora vorremmo correre ai ripari ma abbiamo finito con il renderci ridicoli con la nostra impotenza. (Riccardo Alfonso)

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Non è più tempo di discussioni

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 gennaio 2020

Ci risiamo. Dopo aver digerito non sempre bene i risultati elettorali ora il passatempo dei nostri “esperti” dalla politica alla filosofia, dalla sociologia al pettegolezzo sembrano concentrati sui passi che i nuovi leader compiranno e come intendono risolvere gli aspetti più urgenti del nostro vivere quotidiano. Da più disparate parti i talk-show, infatti, impazzano con discussioni di ogni genere ora sul conflitto d’interessi ora sulla riforma della giustizia, ora sulla legge elettorale ora sulla riforma del lavoro e via di questo passo. Non bastano per questi amatori delle tavole rotonde i tanti bla bla che per decenni abbiamo dovuto sorbire sulle riforme preannunciate, quasi realizzate salvo un nulla di fatto all’ultima ora. E’ tempo di concretizzare e non di parlare al vento. Il sistema Italia ha in nuce tutte le potenzialità possibili e immaginabili per darsi una nuova figura di sé. Ciò che manca è la volontà politica. Ciò che manca è l’impegno parlamentare a realizzare e non ad anticipare il bene e a razzolare male tra le pieghe delle commissioni, dei rinvii, degli approfondimenti ecc. Basterebbe stabilire per regolamento parlamentare che tutte le proposte di legge dei suoi membri venissero esaminate dalle apposite commissioni entro sessanta giorni e votate o rinviate in aula per l’esame generale e il relativo voto. Diamoci una mossa se vogliamo realisticamente imprimere una svolta al paese e non lasciamo che la nuova speranza per un cambiamento radicale sul modo come interagire tra i cittadini e le istituzioni non si trasformi come in passato in un mero esercizio tautologico (Riccardo Alfonso)

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“Il fine della politica nella fine della politica”: lectio magistralis del filosofo Salvatore Natoli

Posted by fidest press agency su giovedì, 5 dicembre 2019

Bologna Martedì 17 dicembre, ore 17.00 Oratorio di San Filippo Neri – via Manzoni 5 nell’ambito della consueta “Lettura Dossetti 2019” organizzata dalla Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII (Fscire), il filosofo Salvatore Natoli terrà la lectio magistralis “Il fine della politica nella fine della politica”. La categoria di éschaton ha perso oggi di significato: dalla fine dei tempi si è passati a un tempo senza fine. Dal “definitivo compimento” all’idea di progresso: in questa impresa si è consumata l’“iperpolitica”, che oggi è divenuta “fine delle ideologie”. Il futuro resta però ineliminabile: per operare sensatamente per esso è necessario assumere una misura. Quale? Le generazioni. Non l’umanità, nozione astratta, ma i venturi. La generazione presente è vincolata a preservare il futuro per loro e, magari, a lasciare un mondo migliore di quand’essa vi è entrata. Se si può dire, dall’utopia all’eutopia.La lectio sarà preceduta dai saluti dell’arcivescovo di Bologna Matteo card. Zuppi e di Alessandro Pajno, presidente Fscire.
Salvatore Natoli è docente di Filosofia teoretica presso l’Università di Milano-Bicocca. Tra le sue numerose pubblicazioni citiamo L’animo degli offesi e il contagio del male (2018), La felicità. Saggio di teoria degli affetti (2017), Dizionario dei vizi e delle virtù (2017), Il rischio di fidarsi (2016), L’esperienza del dolore. Le forme del patire nella cultura occidentale (2016), Il buon uso del mondo. Agire nell’età del rischio (2015), L’edificazione di sé. Istruzioni sulla vita interiore (2015), Nietzsche e il teatro della filosofia (2011), Soggetto e fondamento. Il sapere dell’origine e la scientificità della filosofia (2010), Stare al mondo. Escursioni nel tempo presente (2008) e La salvezza senza fede (2008). Per Bollati Boringhieri ha pubblicato Giovanni Gentile filosofo europeo (1989) e Il fine della politica. Dalla «teologia del regno» al «governo della contingenza» (2019).
Per ricordare la morte del suo fondatore, Giuseppe Dossetti, avvenuta il 15 dicembre 1996, la Fondazione annualmente offre alla città di Bologna una conferenza sui grandi temi a lui cari. Negli anni sono intervenuti, tra gli altri, Tullio Gregory sui concili e la chiesa, Romano Prodi e Michel van Parys sui conflitti in medio oriente e le comunità cristiane, Giorgio Agamben e Paolo Prodi su Ivan Illich, Graziano Del Rio sull’attesa della povera gente.La Fondazione per le scienze religiose (Fscire) è un istituto di ricerca, presieduto da Alessandro Pajno e diretto da Alberto Melloni (segretario della Fondazione) che ha sede a Bologna e dal 2014 è riconosciuta come infrastruttura di ricerca nazionale per le scienze religiose. Pubblica, sviluppa, fornisce, organizza, approfondisce e diffonde la ricerca nell’ambito delle scienze religiose studiando in particolare il cristianesimo e i suoi rapporti con le altre confessioni e dal 2018 ha aperto una Biblioteca e un centro di ricerca a Palermo – intitolati a Giorgio La Pira – dedicati alle dottrine e alla storia degli Islam.La Fondazione prosegue il percorso di studio e di ricerca iniziato nel 1953 da un’idea di Giuseppe Dossetti e sviluppata dall’impegno di Giuseppe Alberigo, che ne fu per quasi mezzo secolo animatore e segretario, con il proposito di approfondire la conoscenza delle discipline storico-religiose. La scelta di un percorso storico comparativo delle religioni vuole essere lo stimolo per una partecipazione culturale e spirituale plurale capace di rispondere al grande interesse del mondo contemporaneo per le problematiche religiose. Ingresso libero.

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“La politica in Medio Oriente non influenzerà le presidenziali Usa”

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 novembre 2019

Il Medio Oriente, gli scenari di crisi e le relative scelte politiche non avranno influenza sulle elezioni presidenziali Usa che si terranno nel 2020. I cittadini americani sono concentrati sulle questioni interne e tra un po’ nessuno si ricorderà dei Curdi e del ritiro delle truppe deciso da Trump. Le uniche preoccupazioni estere, per gli Stati Uniti, possono riguardare il confine con il Messico e la Cina.
È il messaggio giunto dal dibattito “The US and the Middle East, an evolving situation”, che si è tenuto alla John Cabot University (JCU) di Roma, a cura dell’Istituto Guarini per gli Affari Pubblici, a cui hanno partecipato esperti internazionali.Nel prossimo anno, in Usa, si parlerà di elezioni: questo è certo. Ma chi vincerà non possiamo dirlo. Carter e Bush senior non furono rieletti perché avevano perso l’appoggio del partito. Non è il caso di Trump che parte favorito, ed ha una base stabile. E nei sondaggi effettuati nei sempre decisivi “Swing States” è davanti a Elizabeth Warren», ha dichiarato Lucio Martino, esperto di relazioni transatlantiche e problemi strategici. Proseguendo: «Il Medio Oriente non sarà un fattore importante. Nell’ultimo dibattito solo 20 minuti su 3 ore sono stati dedicati alla politica estera. Oggi, negli Stati Uniti, quando si parla di politica estera per lo più si parla di Cina e Messico».Dello stesso avviso Viviana Mazza, giornalista specializzata nel settore Esteri. «Per ora il Medio Oriente – ha spiegato – non ha grande impatto sulle elezioni statunitensi. Non è così rilevante per i cittadini, anche se si tratta di una regione volatile, con molti hot spots». E su Putin: «È amico di tutti – il che è problematico perché tutti, in quella regione, vogliono qualcosa – e fa quello che gli Usa non possono fare, ma non può riempire il vuoto lasciato dall’America».«L’iran non è stato sconfitto dalle sanzioni Usa, che, al contrario hanno consolidando il consenso attorno al governo. L’economia è subito un rallentamento, è vero, ma ha retto, perché è stata diversificata. Il Paese è schizofrenico, guarda ad Ovest e non a Est, ha gli stessi confini da secoli ed è piuttosto isolato nella regione. Di sicuro non vuole un’altra guerra. L’Europa dovrebbe tornare a dialogare con l’Iran, perché quest’ultimo ha bisogno di investimenti e materiali», ha proseguito Farian Sabahi, docente di politica e religione, studiosa di questioni iraniane.Sul Kashmir, al centro di una delicata disputa territoriale fra India e Pakistan, che ha disorientato gli abitanti, tenendoli nell’incertezza, si è soffermata Pratishtha Singh, autrice e attivista per i diritti delle donne. «Sono state sospese le comunicazioni, Internet – ha detto – non si possono tenere assemblee fra cittadini. L’Europa si è espressa poco su questa situazione. Mentre l’India sta vivendo la peggiore fase economica della sua esistenza».

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Politica: Siamo ad una resa dei conti con il voto degli italiani?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 novembre 2019

By Enrico Cisnetto. Una politica debole non può che essere perennemente ossessionata dalla questione del consenso. Comunicazione politica rivolta solo a vellicare gli elettori, sondaggi perpetui elevati a oracoli ed elezioni di tutti i tipi dal cui esito far dipendere sempre le sorti dell’intero paese, sono gli strumenti con cui si pratica questa sorta di bondage, nel quale sono i politici a immobilizzare se stessi. Per questo un voto amministrativo regionale in un territorio come l’Umbria che conta 885 mila abitanti e 703 mila aventi di diritto al voto – quart’ultimo posto tra le regioni italiane, prima solo di Basilicata, Molise e Valle D’Aosta – e dove hanno messo la scheda nell’urna 454mila cittadini, diventa la linea di confine tra uno scenario politico ed un altro.Stiamo in Umbria e facciamo due ragionamenti non omologati. Si è detto che Salvini ha vinto quelle elezioni, vendicandosi del tradimento di Conte e Di Maio, e che quel risultato non potrà che aprire le porte alle elezioni politiche anticipate, essendo la dimostrazione dello iato esistente tra l’alleanza parlamentare formata da Pd, 5stelle, sinistra e Italia Viva e l’orientamento della maggioranza degli italiani. Peccato che la Lega abbia preso 17 mila voti in meno di quanti ne aveva ottenuto sempre in Umbria alle elezioni europee solo 5 mesi fa. Una perdita inferiore, per esempio, a quella subita dal Pd. Sia chiaro, Salvini ha certamente ottenuto un risultato superlativo, ma il fatto che sia riuscito a trattenere – secondo i calcoli di Swg sui flussi – solo il 70% dei voti presi a maggio, all’apice del suo successo, non descrive un quadro di crisi di governo automatica così come è stato raccontato. Senza contare, poi, che il voto di nemmeno mezzo milione di cittadini non può essere considerato come paradigmatico dell’orientamento dell’intero paese. Semmai la vera vincitrice di questo turno elettorale è Giorgia Meloni, il cui partito è l’unico a crescere sia in assoluto che in percentuale. Mentre i veri perdenti sono i 5stelle, che letteralmente tracollano al 7,5% dopo aver perso 35mila voti rispetto alle europee e 110mila rispetto alle politiche del 2018.
Tutto questo, a nostro giudizio, significa quattro cose. La prima è che il movimento grillino è destinato ad implodere, ora in parlamento con una o più scissioni, e domani nelle urne nazionali. Le avvisaglie ci sono già tutte. E non dipendono tanto dalla sequenza di débâcles elettorali che hanno subito i 5stelle dopo l’exploit delle politiche 2018, nonostante significhino la perdita di oltre il 75% dei consensi in meno di due anni, quanto dal venir meno della ragion d’essere stessa del movimento guidato da Di Maio dal momento in cui è diventato un partito di governo. Non si può, senza dazio, passare da soggetto movimentista nato e prosperato sulla base di un rifiuto tanto assoluto quanto colorito (il “vaffa”) del potere a soggetto che si fa carico delle fatiche del governo del paese e delle amministrazioni territoriali, e che per di più per farlo deve contaminarsi alleandosi con gli altri partiti, con ciò perdendo di volta in volta la tanto sbandierata equidistanza tra destra e sinistra. O quantomeno, diventa impossibile se ti manca il sostegno di una solida cultura politica e di una classe dirigente selezionata sulla base delle esperienze e delle competenze. La conseguenza o è il progressivo approssimarsi all’irrilevanza, prima politica e poi elettorale, o più probabilmente la frantumazione in più soggetti, che nasceranno con l’intenzione di restare autonomi ma che con tutta probabilità saranno destinati a confluire in formazioni già esistenti. La cosa più logica è che le pulsioni destrorse e sinistrorse che convivevano nel movimento, agevolate in questo dall’unificante “uno vale uno” quale antidoto alle tentacolari spire del potere, riconquistino la loro primordiale natura e un pezzo dei 5stelle (Di Maio) vada con Salvini e Meloni, e un altro (Grillo, Fico) vada con il Pd o gli altri soggetti più piccoli della sinistra. Mentre la componente meno connotata e più ondivaga dei pentastellati potrebbe fare da esercito a Conte, se tenterà, come è sempre più probabile, di “mettersi in proprio” (ma per favore lasciamo stare le evocazioni democristiane, che la Dc, pur con tutti i suoi difetti, era una cosa seria…).
La seconda valutazione che occorre fare è che la ragione per cui Pd e 5stelle si sono messi insieme, cioè evitare il voto anticipato e arginare Salvini, non regge. I nostri lettori si ricorderanno – qualcuno ci rimproverò anche per questo – che salutammo con favore la nascita del Conte2, non perchè confidassimo minimamente nelle capacità del nuovo governo e tantomeno della nuova maggioranza, quanto perchè lo giudicammo un male minore rispetto a quello rappresentato dalle altre ipotesi di soluzione della crisi aperta da Salvini in agosto che erano sul tavolo. Rimaniamo convinti che quella valutazione fosse corretta, ma certo il combinato disposto della deprimente qualità della manovra di bilancio appena varata e delle altre (pochissime) scelte di programma del nuovo esecutivo, con il tasso di conflittualità che alberga nella maggioranza – e non solo per mano di Renzi, va detto – ci induce nella tentazione di ritirare, per quanto contasse meno di nulla, quel “via libera”. Certo, la riduzione del livello di (inutile) litigiosità con l’Europa e la scomparsa dalla scena politica delle suggestioni sovraniste dei 14 mesi gialloverdi, rimangono vantaggi di non poco conto per l’Italia. Ma lo spettacolo che la politica continua ad offrire è talmente imbarazzante che diventa davvero difficile non farsi prendere dal desiderio di reagire. Ora, poi, il risultato umbro sembra indurre – per fortuna – sia il Pd sia i 5stelle a ripensare l’idea di rendere permanente e trasferibile nelle amministrazioni decentrate l’intesa tra loro. Ma certo questo rinculo accentua la difficoltà di trovare una ragion d’essere del governo in carica che non sia solo ed esclusivamente l’anti-salvinismo, che peraltro come si è visto funziona poco o niente.Di conseguenza – e qui siamo alla terza valutazione – è da mettere in conto che il Conte2 subirà ulteriori e sempre più forti fibrillazioni. Tuttavia, come abbiamo già scritto la settimana scorsa, siamo portati a credere che resisterà fino a primavera, essendo prioritario per tutte le sue componenti il sedersi al “tavolo nomine”, cioè quello che tra marzo e aprile sceglierà decine di manager da mettere a capo delle maggiori società del nostro capitalismo. Mentre andare oltre sarà difficile, per non dire impossibile, perchè il traguardo successivo, quello della scelta del successore di Mattarella, è troppo lontano per consentire a Conte di resistere fino a febbraio 2022.
Questo significa – quarta e ultima valutazione – che è logico attendersi elezioni anticipate tra maggio e giugno prossimi. Anche perchè una tale eventualità consentirebbe a tutti – senza assumersene la responsabilità politica – di evitare l’entrata in vigore della norma che riduce il numero dei parlamentari. Nessuno lo dirà mai, ma non c’è forza politica, 5stelle compresi che tra l’altro hanno già lucrato (portando a casa poco e niente) il vantaggio di essersi intestata la sua approvazione, che non manterrebbe volentieri le attuali composizioni di Camera e Senato. Inoltre, il Pd avrà interesse a non concedere altro tempo a Renzi di organizzarsi, e i 5stelle alla fine vedranno nelle elezioni l’occasione per regolare i conti interni e avviarsi a quelle scissioni di cui abbiamo parlato.Dalle elezioni anticipate è ragionevole attendersi, a oggi, una vittoria del cosiddetto centro-destra – “cosiddetto” perchè è una destra con una spruzzata di centro sempre più residuale, destinato ad essere tale fintanto che è rappresentato solo dall’ormai tramontato Berlusconi – salvo poi avere, una coalizione siffatta, grandi difficoltà a governare. Come, d’altronde, tutti i governi degli ultimi anni. Perchè? Semplice: non conoscono la società che devono guidare. Vedete, l’Italia è un paese povero (lo certifica l’altissimo debito pubblico) abitato da gente mediamente benestante (lo certifica il rapporto senza eguali al mondo, circa otto volte, tra il patrimonio privato degli italiani e il pil). Ma i politici credono il contrario. E così spendono soldi che non ci sono facendo ulteriore debito, dopo aver ottenuto il consenso raccontando ai cittadini che, essendo poveri, li faranno ricchi con la spesa pubblica e chiudendo gli occhi, nonostante le roboanti dichiarazioni di segno opposto, sull’evasione fiscale e sull’economia sommersa. Per questo consigliamo a tutti i politici di sforzarsi di leggere (e di capire) l’ultimo libro di Luca Ricolfi, “La società signorile di massa”, edito da La Nave di Teseo. Potrebbero improvvisamente scoprire che siamo un paese, unico al mondo, a crescita zero ma con risparmio e ricchezza aumentano più del reddito, e dove coloro che non lavorano sono più numerosi di coloro che lo fanno. E forse potrebbero anche arrivare alla conclusione che le politiche vanno proponendo e praticando da anni fanno acqua da tutte le parti. E magari potrebbero riformattare partiti e alleanze politiche su basi diverse da quelle fallimentari fin qui seguite. Magari. (By Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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La rivoluzione digitale sta trasformando la politica e la società

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 ottobre 2019

Ad affermarlo è la ricerca “L’era della democrazia digitale, una sfida per cittadini, imprese e politica, realizzata da Adl Consulting, società di consulenza strategica, public affairs e comunicazione istituzionale specializzata in attività di digital lobbying e advocacy, e presentata oggi all’Auditorium del Palazzo delle Esposizioni di Roma, di fronte a esponenti di spicco della politica e dell’economia italiana.Gli studenti universitari sono i protagonisti assoluti di una delle sezioni della ricerca, in quanto ricoprono il doppio ruolo di cittadini e professionisti del futuro. A sorprendere è l’insufficiente conoscenza e l’inadeguata comprensione dei temi della democrazia digitale, evidenziate dall’indagine. Su un campione di 300 studenti, provenienti da diverse facoltà (Ingegneria 54%, Scienze Politiche 34%, Giurisprudenza 10%, Marketing & Comunicazione, Economia 1%), risulta che il 56% non ha mai sentito parlare di “democrazia digitale”, chi conosce il termine proviene da facoltà giuridico-economiche. Nell’indagine risulta che il 75% non ha mai letto libri o approfondimento sulla blockchain, mentre il 61% è entrato in contatto con articoli e libri sull’intelligenza artificiale. È stato misurato il grado di coinvolgimento nelle decisioni politiche da cui emerge che a livello europeo il 36% non si sente per nulla coinvolto, mentre a livello nazionale il dato scende al 25%, fino ad arrivare a livello locale con la misura del 22%. Il dato positivo emerso dal sondaggio è che gli studenti vedono in modo entusiasta l’applicazione della tecnologia nei diversi ambiti della società (84%).
Ne L’era della democrazia digitale, una sfida per cittadini, imprese e politica, come scrivono gli autori nell’introduzione alla ricerca, si indaga come a fronte di un’innovazione digitale che ha cambiato quasi ogni aspetto della nostra vita privata, la democrazia e le sue pratiche (in primis in termini di legislazione e di governo) siano ancora fortemente ancorate al modello tradizionale della democrazia rappresentativa costituzionale classica; tuttavia, il potenziale innovativo della rivoluzione digitale ha già iniziato a cambiare fortemente la relazione tra istituzioni e cittadini (per esempio attraverso l’uso di piattaforme di partecipazione), così come la modalità in cui gli stessi cittadini, le imprese o i rappresentanti di interessi stanno ripensando il dialogo con i decisori pubblici (per esempio attraverso il cosiddetto digital lobbying). Francesca Bria, Senior Advisor Digital Cities presso le Nazioni Unite e già Assessore alla tecnologia e innovazione digitale Comune di Barcellona ha sottolineato nel suo intervento che per riconquistare la sovranità digitale e garantire i diritti digitali dei cittadini, sono necessarie infrastrutture decentralizzate con gestione e controllo democratico.
Sono intervenuti esponenti di spicco di alcune aziende nazionali e internazionali come Péter Ilyés (CEO E.On Italia) che ha posto l’attenzione su come la tecnologia possa diventare democratica puntando sul tema della fiducia; Andrea Benassi (Head of Public Affairs & Sustainability del Gruppo Bancario Cooperativo ICCREA), che ha approfondito il ruolo del sistema bancario nell’indirizzare le scelte di investimento con riguardo alle sfide della sostenibilità; Corrado Righetti (CEO di Sharp Italia), che ha mostrato come anche i processi di apprendimento si possono rendere interattivi e smart, e Romano Righetti (Direttore External Affairs di Vodafone Italia), che si è soffermato sull’importanza di adottare e sviluppare standard comuni a livello comunitario in termini di privacy e cybersecurity

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L’offerta politica e la domanda degli elettori

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 ottobre 2019

Con la recente nascita di due soggetti politici da parte di Giovanni Toti, attuale governatore della Liguria, con “Cambiamo” e del senatore Matteo Renzi, nato dalla costola del PD, con “Italia viva” gli elettori che votano nell’area di centro-destra hanno a loro disposizione ben 5 partiti: La Lega di Salvini, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, Forza Italia di Silvio Berlusconi, Casapound e Cambiamo. Sull’altro versante la parte preponderante è data dal PD con l’attuale segretario Zingaretti. Seguono la “anomalia” del partito di Renzi, in quanto dispone di un numero elevato di parlamentari mentre l’attuale consenso elettorale ne indicherebbe molto di meno, e una costellazione di partiti minori dal Partito socialista ai radicali, dalla Sinistra ecologia e libertà (Sel), alla Sinistra Italia ecc. Vi è poi come un outsider il movimento Cinque Stelle. Al riguardo va precisato che è nato più per stimolare il ricambio della leadership degli altri partiti, il loro ammodernamento e per una più incisiva lotta per sostenere le classi meno abbienti che per ricercare una propria collocazione ideologica. Questo spiega il loro trasversalismo politico che li ha portati al governo prima con la Lega e poi con il PD. Ma non è da considerarsi un Movimento per tutte le stagioni. La sua visione è più ambiziosa proponendosi a tutela degli interessi generali del paese e nella ricerca di stimoli virtuosi esportabili negli altri partiti. Verrebbe quasi da dire che converrebbe agli elettori allargare la sua base dei consensi popolari per non ritrovarci con un’Italia che insegue da una parte le chimere e dall’altra le utopie. O peggio ancora nell’essere dentro un sistema paese incapace di ritagliarsi un futuro. E il nostro, come italiani, dovrebbe essere quello di costruire finalmente una nazione unica dove la grande velocità delle ferrovie non si ferma a Napoli ma per farla proseguire sino a Trapani e a volare nelle isole minori. Che il lavoro si crei su basi nuove e si favorisca l’economia circolare. Che si cavalchi la tecnologia come sistema di vita in tutti i settori produttivi e culturali del Paese. Che si sappiano sfruttare le risorse umane non solo nel lavoro ma coltivando il volontariato più di quanto non si stia già facendo. Che l’assistenza sanitaria e previdenziale non diventi più uno spartiacque tra chi ha e chi è creando una professionalità senza scadenze temporali perché ogni età può offrire un suo prezioso contributo nel nostro essere in comunità. E dovremmo convenire che se il consorzio umano è al cospetto di grandi mutamenti dalla natura ai rapporti umani e nella gestione delle risorse globali noi non dobbiamo farci trovare impreparati diventando antesignani come cittadini del mondo e come italiani. (Riccardo Alfonso)

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I parlamentari europei e i leader locali si batteranno per ottenere norme e fondi adeguati per una politica di coesione più forte

Posted by fidest press agency su martedì, 15 ottobre 2019

I membri del Parlamento europeo e del Comitato europeo delle regioni hanno dichiarato all’unanimità di voler lottare per ottenere norme e fondi adeguati per rafforzare la politica di coesione 2021-2027, esortando gli Stati membri a prefiggersi chiaramente l’obiettivo di una maggiore coesione e di un bilancio reale per l’UE.I negoziati sul bilancio dell’UE per il periodo 2021-2027 e sui regolamenti relativi ai fondi strutturali e di investimento europei (SIE) sono stati discussi dalla commissione Sviluppo regionale (REGI) del Parlamento europeo e dalla commissione Politica di coesione territoriale e bilancio dell’UE (COTER) del Comitato europeo delle regioni in una riunione congiunta svoltasi l’8 ottobre a Bruxelles nel quadro della Settimana europea delle regioni e delle città.Negli ultimi anni i parlamentari europei e i leader locali si sono mobilitati a favore di una politica di coesione forte per il periodo 2021-2027, una politica che continui a sostenere i cittadini e le imprese in tutte le regioni europee e coinvolga i governi regionali e locali nelle decisioni sugli investimenti. Insieme, essi chiedono inoltre norme semplificate e una politica europea di coesione che non sia soggetta a condizionalità non direttamente legate ai suoi obiettivi e beneficiari. Le commissioni REGI e COTER hanno criticato i tagli di bilancio richiesti da alcuni Stati membri e il possibile indebolimento del quadro legislativo in materia di partecipazione dei soggetti locali, e hanno ricordato la posizione del Parlamento europeo e del Comitato delle regioni.I membri della REGI e della COTER hanno inoltre ribadito le loro preoccupazioni e le loro priorità al commissario per la Politica regionale Johannes Hahn , che sarà anche il prossimo commissario responsabile del bilancio dell’UE. Dalla discussione è emersa la necessità di garantire finanziamenti adeguati per aiutare tutte le regioni e le città dell’UE a diventare più verdi, più inclusive e più intelligenti, facendo un uso efficiente dei fondi SIE. I partecipanti hanno ricordato che il legame tra la politica di coesione e le riforme strutturali dovrebbe essere bidirezionale, che gli obiettivi della politica di coesione non dovrebbero essere dirottati e che è altresì imperativo applicare l’obiettivo della coesione in modo trasversale in tutte le politiche dell’UE, come richiesto dai Trattati. Ridurre le disparità e promuovere il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile devono diventare priorità condivise, da non compromettere con un approccio alle riforme dall’alto verso il basso, incentrato sull’austerità.

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Politica: Fine del sovranismo ma restano i problemi di sempre

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 ottobre 2019

Ci risiamo: governo nuovo, manovra vecchia. Il Conte2 si accinge a fare la legge di bilancio senza disporre di una vera politica economica, esattamente come è capitato – chi più, chi meno – a tutti i governi degli ultimi anni. Almeno così si evince dalla Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, ma anche dalla povertà del dibattito interno all’esecutivo e alla maggioranza (opposizione, non pervenuta). Si indica la crescita come obiettivo fondamentale, ma non si sostanzia la finalità con scelte conseguenti, mentre all’impegnativo contenimento della spesa pubblica corrente, e soprattutto ad una sua rivisitazione a favore degli investimenti, si preferisce imboccare la strada più facile: condire “elettoralmente” la manovra con micro azioni distributive di risorse che non ci sono, tipo far scendere l’Iva al 4% su pannolini ed assorbenti. Lo stesso mantra “l’Iva non aumenta, l’abbiamo neutralizzata” appare più figlio di questa esigenza populista – poter affermare di “non aver messo le mani in tasca agli italiani” e auspicare che questo si traduca in maggiori consumi, e pazienza se non è successo né con gli 80 euro di Renzi né con il reddito di cittadinanza di Di Maio – piuttosto che di una strategia di medio termine finalizzata a far uscire dalle secche della stagnazione il nostro sistema economico.E anche dal lato delle coperture finanziarie, il film cui stiamo cominciando ad assistere somiglia maledettamente a quelli già andati in onda. Per stessa ammissione del ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri – uomo dabbene e competente – per finanziare la completa sterilizzazione delle clausole di salvaguardia e per coprire le misure previste, al netto della flessibilità che ci concederà l’Europa, servono 14 miliardi. Anche ammesso, ma non (ancora) concesso, che alla fine la cifra sia questa e non di più, se si pensa di coprirla, come si è detto, con un recupero di evasione fiscale pari a oltre 7 miliardi, corriamo il rischio che il deficit non si fermi al 2,2% programmato e che il debito, contrariamente a quanto previsto, non arretri di qualche decimo di punto dal tetto del 136% cui è prossimo. Anche perché è difficile che la crescita del pil nominale (pil+inflazione) riesca a raggiungere i livelli previsti nel nuovo Def. Quanto all’evasione, non è detto che non si possa e non si debba aggredirla. Anzi, grazie alla fatturazione elettronica si può fare di più e meglio che nel passato. Ma un governo serio non pone questa voce a coperture di spese – o, in questo caso, per la sterilizzazione dell’Iva – prima di aver incassato le tasse evase, ma indica la destinazione di quanto sarà effettivamente ricavato lasciando in bianco il suo ammontare in fase di costruzione del bilancio.Insomma, così come è stata impostata, la manovra non solo non produce un miglioramento della finanza pubblica, ma neppure se lo pone come obiettivo: non si tagliano le spese improduttive, si peggiora l’indebitamento netto strutturale, non si prevedono misure di aggressione dello stock di debito. O meglio, si butta la palla avanti e – come sempre – si rinvia verso la fine del periodo triennale di vigenza dei documenti programmatici le scelte virtuose. In questo caso, il 2021 sarà passibile e il 2022 discreto. Chi vivrà, vedrà.Per il momento, l’unica copertura che il governo è riuscito a reperire è implicita: le minori spese per interessi sul debito grazie alla diminuzione, che si spera strutturale, dello spread. Oggi vale 4-5 miliardi l’anno, ma se l’intero ammontare di debito pubblico sarà nel tempo rifinanziato incorporando la riduzione di circa 100 punti base dei tassi – erano all’1,8% quando Salvini ha aperto la crisi, ora viaggiano intorno allo 0,8% – si potrà arrivare fino a 25 miliardi. Si tratta del bonus che il governo incamera, via mercati, dalla scelta politica di evitare ogni contrasto con l’Europa. Cosa che appare tanto più significativa in quanto contrasta con la condizione, esattamente opposta, creata dal governo precedente. Ed è, questa, la vera nota rilevante della politica del Conte2: via non solo ogni riferimento polemico con Bruxelles e Francoforte, ma cancellazione completa dalla propria linea dell’orizzonte di qualsiasi scetticismo sull’euro e sull’eurosistema e di qualsiasi accenno ad una anche solo remota possibilità di Italexit. Naturalmente, questo cambiamento di rotta ha suscitato soddisfazione in chi nei mesi scorsi aveva espresso grande preoccupazione per l’ostentazione sovranista del Conte1. Anche noi, facendo parte di quella schiatta di critici, ci uniamo al plauso. Ma non fino al punto di considerarci soddisfatti della manovra e della politica economica giallorossa per il solo fatto che essa incorpora l’opzione europeista. Far pace con la Commissione Ue e con le due maggiori cancellerie europee è cosa buona e giusta, ma non assicura di per sé la stesura di una buona legge di bilancio, se da questa non esce una stilla in più di benzina da mettere nel motore della nostra economia ferma, come pure se non pratica alcun risanamento finanziario.Insomma, la tanto sbandierata svolta nella cura dell’economia italiana malata, non c’è. Così come non c’è stata con i governi precedenti, altrimenti i nostri malanni non sarebbero diventati cronici come invece sono. Continuiamo a traccheggiare, finendo sempre per lasciare ai fattori esogeni – la flessibilità europea, la politica monetaria della Bce, la congiuntura internazionale – la preminenza. Ieri dipendeva tutto dall’Europa matrigna che non ci consentiva di fare i nostri interessi, oggi dipende tutto da quanto possono fruttare i buoni rapporti con sorella Europa. Di nostro non ci mettiamo niente. Non in termini di diagnosi, che l’analisi sulle reali condizioni del nostro sistema economico latita. E tantomeno in termini di terapia, viste le premesse e considerata la vocazione della politica e della classe dirigente nel suo insieme a non prendersi responsabilità. Così diventa pura narrazione modaiola anche l’approccio “green” a “l’ultimo grido” che il governo si è voluto dare, con il rischio che tra “slim tax” e “gretinate” varie si perda l’occasione di affrontare seriamente un argomento serio.
Ci siamo lasciati alle spalle le grida manzoniane, l’inutile surriscaldamento degli animi, la politica fatta tra il balcone grillino dove si annuncia nientemeno che la povertà è stata sconfitta e la spiaggia salviniana del Papeete dove si rivendicano i pieni poteri. Bene. Benissimo. Ma non basta. C’è un paese sprofondato nel declino da rimettere in piedi, proprio mentre il mondo affronta cambiamenti talmente epocali – la trasformazione digitale della società e delle imprese, gli scenari che apre l’applicazione su larga scala dell’intelligenza artificiale – che sottrarsene significherebbe perdere le posizioni faticosamente conquistate, come il secondo posto in Europa nella manifattura, e consegnarsi ad una stagione di emarginazione. Ed è palpabile lo iato che separa la qualità di chi dovrebbe governare processi così complessi dal livello delle decisioni che avremmo la necessità e l’urgenza di assumere. Aver abbandonato l’illusoria tentazione sovranista è certamente un passo nella giusta direzione, anche se è più importante per quello da cui ci consente di scampare che per quello che ci consente di fare. Ed è il motivo per il quale abbiamo saluto con favore la caduta del Conte1 e la nascita del Conte2. Ma non basta. Il momento richiede intelligenza, lungimiranza, visione e soprattutto coraggio politico. E per disporre di questi ingredienti è evidente che occorre andare oltre. Appena possibile. (Enrico Cisnetto direttore TerzaRepubblica)

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Mario Tassone: ricostruire un’area di centro

Posted by fidest press agency su giovedì, 3 ottobre 2019

Il processo per costruire un’area del centro politico che sia riferimento delle tante realtà che si richiamano alla esperienza dei cristiani democratici e dei laici riformisti é avviato. “È un dato importante – afferma l’on.le Mario Tassone – in uno scenario confuso. Le vicende della nascita degli ultimi due governi hanno confermato che “il sistema” non tiene. In un arco temporale molto ampio iniziato con il sistema elettorale del 1994 sono stati abbandonati riferimenti valoriali e culturali imprescindibili per preservare, arricchire la vita democratica. Le soluzioni “tecniciste “non possono essere risolutrici. Non ci possono essere governi forti se si insegue il nuovo e il nuovo si traduce in una frattura con quel filone umanistico che ha dato una spinta rigeneratrice morale e civile al nostro Paese. Gli orizzonti si riducono. Si affievoliscono la partecipazione e la responsabilità con sistemi che hanno delineato un inedito centro gravitazionale con nuovi protagonismi: non più i cittadini, non più il prezioso e diffuso associazionismo ma un reticolato di capi e sottocapi detentori di un potere invasivo che trova, con la nomina dei parlamentare, in seguito al l’eliminazione delle preferenze, l’epicentro. La sovranità non più al popolo ma all’insieme delle caste e dei gruppi di interessi che agiscono senza controllo. Se la politica va in crisi gli spazi sono occupati da “espressioni” non legittimate dal consenso popolare. Il centro che si sta formando intende recuperare la politica. Il “centro” non può essere una indicazione geometrica per strumentalizzazioni di ritorno. È la scelta di una democrazia che vive se energie sopite ritrovino le ragioni di un impegno che superi le inerzie, le arrendevolezze, gli opportunismi e i trasformismi umilianti. Un centro del popolarismo cristiano e democratico che intercetti travagli e speranze. Un centro che assicuri dignità alle istituzioni democratiche. Un centro che attraverso un rinato protagonismo dei cristiani democratici. ritenuto erroneamente superato, ridia fiducia alla crisi di oggi. Una crisi da cui si esce se antiche saggezze e nuove sensibilità prevalgano sul vuoto delle mediocrità autoreferenziali travestite da statisti”.

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