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Posts Tagged ‘politica’

Politica di coesione: oltre 300 miliardi di investimenti per progetti negli Stati membri

Posted by fidest press agency su sabato, 15 settembre 2018

Bruxelles. Secondo l’aggiornamento più recente della piattaforma di dati aperti sui fondi SIE, il volume complessivo degli investimenti destinati a progetti nell’economia reale è aumentato di 42 miliardi di euro dalla fine del 2017 a giugno 2018, raggiungendo 303 miliardi.La percentuale del bilancio della politica di coesione destinata a progetti specifici nel periodo 2014-2020 ammonta così al 62% del bilancio totale previsto, contro il 54% alla fine del 2017. Anche la spesa per progetti selezionati è aumentata e ha raggiunto il 15% dell’investimento totale previsto nel periodo, con investimenti già completati del valore di 75 miliardi di euro. La Commissaria responsabile per la Politica regionale, Corina Crețu, ha dichiarato: “Dai nuovi dati comunicati dagli Stati membri emerge un’accelerazione nell’attuazione della politica di coesione, che continua a sostenere la crescita economica in tutta Europa.” Bulgaria, Cipro, Ungheria, Italia, Lettonia, Lituania, Portogallo, Romania, Slovacchia e Spagna si sono classificate ai primi posti in termini di aumento del numero di progetti selezionati.

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Ryanair cambia nuovamente la politica sui bagagli

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 agosto 2018

Dal 1° novembre non sarà più possibile viaggiare gratuitamente con un trolley di dimensioni ridotte, neanche imbarcandolo in stiva come è invece oggi, ma si dovrà comunque pagare.
“Di male in peggio! Vigileremo perché questa nuova ed ennesima gabella sia evidenziata in modo chiaro e trasparente sul sito, altrimenti procederemo con un altro esposto all’Antitrust, denunciando la compagnia per l’ingannevolezza della pratica commerciale” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.L’associazione di consumatori, infatti, ha denunciato all’Antitrust pochi giorni fa la compagnia aerea irlandese che dal 13 giugno ha ristretto, da 4 a 2 giorni, i termini per poter effettuare il check-in on line gratuito, senza che scatti la penale di 55 euro. La sovrattassa, infatti, secondo l’UNC, non è indicata in modo chiaro e trasparente. Il costo della penale, infatti, non è indicato né nei Termini e Condizioni né nel “Regolamento Ryanair su argomenti specifici”, né nelle “Domande Frequenti”, bensì è scritto in corrispondenza della voce “Tassa Check-In” che si trova nella “Tabella Supplementi Facoltativi”.Ma per l’associazione è evidente che non si tratta di un supplemento facoltativo, dato che non è una somma pagata per fruire di un servizio migliorativo rispetto a quello base o, comunque, di una spesa che il consumatore può decidere liberamente se acquistare o meno, come avviene per servizi extra. Da qui la segnalazione all’Antitrust affinché accerti se la pratica commerciale di Ryanair è scorretta e presenta eventuali profili di ingannevolezza ai sensi degli articoli 20 e seguenti del Codice del Consumo.

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Il caso Salvini tra politica e magistratura

Posted by fidest press agency su domenica, 26 agosto 2018

L’argomento sul piano politico e giuridico ha una certa fascinazione nel comune sentire popolare. Ci ricordano Aristotele e Montesquieu e la loro idea della tripartizione delle funzioni fondamentali dello Stato (legislativa, esecutiva, giudiziaria) al fine di evitare che potesse essere minacciata la libertà. Non ci soffermiamo, per ragioni di spazio, ad una diversa separazione dei poteri teorizzati da Locke e ancora prima ai tempi di Bracton, nel tredicesimo secolo, tra il potere governativo e quello giudiziario. Oggi lo scenario, pur essendo mutato, risente il disagio derivante dalla mancata consapevolezza, da parte degli addetti ai lavori, che la stessa espansione globale del mercato abbia provocato la progressiva erosione dei sistemi democratici nazionali. Non solo. Se delimitiamo il nostro ragionamento al caso italiano dobbiamo pensare alle masse e al loro diverso carattere che attribuiscono allo Stato e ai suoi rapporti mediati dalla politica tra i suoi organi rappresentativi e di governo nell’ambito delle specifiche competenze e in relazione alle loro possibili conflittualità tra poteri. Oggi non c’è legge o dettato costituzionale che sia immune dalla perdita delle sue certezze per cui lo stesso diritto, che definisce i comportamenti e le pene per l’ordine violato, lo si vorrebbe “flessibile.” Ci verrebbe da pensare ad una democrazia senza Stato e affidata solo agli interessi e alle fluttuazioni di poteri di governo e sociali non sottoposti a limiti. E’ questo il caso di Salvini e il suo interconnettersi con gli umori popolari? La risposta a questo interrogativo richiederebbe una riflessione complessa ma che evito richiamandomi ad una sola osservazione. Convengo che il magistrato, nella fattispecie, ha inquisito il politico per un caso particolare e ne ha la facoltà ma il giudizio è stato restrittivo venendogli meno la sua visione globale del problema perché i responsabili sono anche altri e le ipotesi di reato ancora più inquietanti e coinvolgenti non sono solo di questo governo ma coinvolgono quelli che li hanno preceduti e la stessa Europa che predica solidarietà e avvelena gli animi con decisioni contrarie alle stesse leggi della convivenza civile. E allora perché non inserire nel registro degli indagati non solo Salvini ma lo stesso Matteo Renzi e i vertici della commissione europea per istigazione alla violazione dei diritti umani? Se oggi ci troviamo a questo punto è perché più di qualcuno ha ciurlato nel manico e deve assumersene la responsabilità e subire i conseguenti rigori della legge. (Riccardo Alfonso)

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Come gestire il presente con una politica ingessata

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 agosto 2018

Da ciò dovrebbero oggi trarne coscienza i governanti dei vari paesi allorché preparano le tecniche per governare il presente senza affacciarsi dalla finestra per guardare oltre.
E’, questo, un grave errore che ci fa sfuggire dalla realtà e scava un solco tra il paese reale e i suoi governanti. E’ una pecca che si può pagare a caro prezzo poiché rendiamo possibile un altro convincimento, a mio avviso molto deviante per quanto affascinante, che è possibile fare a meno della politica dei partiti.
E’ un’idea, devo ammetterlo, che mi affascina e sulla quale ho riflettuto a lungo, pur respingendola poiché la considero una logica estremista pericolosa e capace di provocare, alla lunga, più danni che vantaggi.
Sono, invece, propenso nel ritenere che vi possa essere una strada di mezzo, soprattutto in quei paesi a “democrazia incompiuta” come l’Italia, dove s’imporrebbe una “dittatura” a tempo per rimettere in sesto quelle riforme che sono sistematicamente bloccate dai veti incrociati dagli interessi contrapposti e corporativi tra le parti in causa. Una dittatura non solo di breve durata ma vincolata dalla presenza di alcuni garanti istituzionali chiamati sia dal mondo politico sia da quello economico e sociale. Che cosa dovrebbe fare questo dittatore?
Prima di tutto sbloccare i vincoli che tengono stretti alcuni soggetti alla tenuta dei loro “privilegi”. Pensiamo alla riforma della scuola, del sistema tributario, della giustizia e di quello elettorale per dare maggioranze ben definite e capaci di muoversi senza veti di sorta. D’altra parte quando i politici parlano di larghe intese non siamo molto distanti da una soluzione capace di ricavare risultati efficaci per una più corretta gestione della cosa pubblica senza dover tener da conto i forti interessi di categoria e le consorterie di varia natura. Al tempo stesso mi chiedo: ma per fare tutto questo non è sufficiente un forte consenso popolare e movimenti politici ben radicati sul territorio ma anche determinati a non subire i condizionamenti delle lobby? In linea teorica è possibile ma in pratica gli elettori subiscono troppe restrizioni e vengono distratti dalla macchina della disinformazione che non si fa scrupolo nel diffondere notizie non veritiere e tali da suscitare sentimenti di disagio esistenziale che conducono alla stessa degenerazione del sistema. Per farla breve siamo stati troppo a lungo abituati a ragionare con la pancia che non riusciamo del tutto a farlo con la testa. (Riccardo Alfonso)

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Propaganda politica e fake news

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 agosto 2018

Di Riccardo Saporiti, Data journalist – pubblicato su Wired. E se la storia dei 1.500 tweet contenenti fake news diffusi dai russi per sostenere Lega e Movimento 5 stelle alle ultime elezioni fosse essa stessa una fake news? Fino a qui appare una provocazione ma, una volta analizzati i dati, sono tanti gli elementi che non tornano. Intanto, un riepilogo: lo scorso 31 luglio su FiveThirtyEight, testata giornalistica data driven diretta da Nate Silver, è stato pubblicato un dataset contenete tre milioni di tweet.Cinguettii provenienti da account che la stessa Twitter ha riconosciuto essere legati alla Internet Research Agency. Si tratta della fabbrica di troll finita al centro del Russiagate, l’indagine volta a verificare possibili influenze russe nelle elezioni presidenziali Usa del 2016. Questi dati sono stati raccolti da due professori della Clemson University, Darren Linvill e Patrick Warren. Chi fosse interessato, può scaricarli dalla piattaforma GitHub.Ora, nell’articolo pubblicato su FiveThirtyEight, l’Italia non viene mai menzionata.
E dunque, vien da chiedersi, che c’entra? A tirare in ballo il nostro Paese è stato un pezzo uscito questa mattina (il 2 agosto, ndr), tra gli altri, sul Corriere della sera, nel quale si dava conto del lavoro di Silver e si spiegava come fosse coinvolta l’Italia.Wired ha deciso di affrontare la notizia innanzitutto scaricando i dati. Quindi isolando i tweet che, secondo i ricercatori, erano scritti in italiano. Il risultato sono 18mila su più di 3 milioni, lo 0,6%. Numeri a parte, già qui è sorto un primo problema.Non sempre, infatti, se nella colonna del database dedicata alla lingua compariva il valore “italian”, il tweet era scritto in italiano. Ce ne sono molti scritti in inglese, oltre a qualcuno in tedesco. Circostanza, quella legata all’errore di identificazione della lingua, che anche alcuni utenti di GitHub hanno segnalato.Altro tema, il tipo di tweet. Più di 13mila su un totale di 18mila sono retweet. Ovvero il rilancio di contenuti prodotti da altri. Ad esempio dall’utente @Elena07617349, il cui account risulta oggi sospeso, citata dal Corsera come figura al centro della vicenda. Il fatto è che il suo nome non compare mai nella colonna che contiene il nome degli autori dei tweet. Appare invece numerose volte nel testo dei cinguettii. Il che significa che questi tweet sono risposte a contenuti da lei pubblicati.Facendo un passo indietro e tornando alla questione linguistica, per provare a capire meglio da dove arrivino i tweet, ci si può affidare alla colonna region. Nella quale si trova il nome del Paese dal quale è partito il contenuto pubblicato. Ben 12mila, ovvero circa due terzi, arrivano dall’Italia. Altri 4mila dagli Stati Uniti, mentre 2mila hanno origine sconosciuta. E la Russia? Sono appena 4. Due dei quali pubblicano foto di Claudia Cardinale, uno inneggia a Che Guevara.
Solo il quarto sembra pertinente alla propaganda russa, visto che afferma: “Ultimo attacco di Obama: nuove sanzioni alla Russia…a venti giorni fine suo mandato..”. Un tweet nel quale è menzionata tale @_belka_strelka, account di quella che ha come nickname Russian girl. E che ha fissato in alto un post con un manifesto di propaganda sovietica, accompagnato dal messaggio: “L’Urss è un progetto della società della giustizia”.Il punto è che, oltre ai numeri, bisognerebbe guardare anche ai contenuti. Perché o la strategia dei troll è quella di twittare su ogni argomento, così da incrementare il numero di followers e diffondere al meglio le fakenews. Possibilità che si scontra però col fatto che i tre account più attivi, responsabili di 9 dei 18mila tweet italiani, abbiano tra i 60 ed i 90 followers. Oppure questa non è la smoking gun che ha portato il Pd a chiedere l’istituzione di una commissione d’inchiesta. Roba, per dire, che in Italia si è fatta per il delitto Moro.Il punto è che scorrendo il dataset si trovano molti rilanci delle prime pagine del Corriere dello Sport e di Tuttosport. Testate che non si capisce come possano avere a che fare con la propaganda filorussa. C’è anche un tweet dedicato al trailer della settima stagione di Game of Thrones. Diversi anche i retweet di un cinguettio del giornalista di Repubblica Vittorio Zucconi, critico sulla riforma fiscale del presidente Trump. E nei confronti di ogni “fesso che l’ha votato”. Non esattamente una dichiarazione in linea con una Russia che sostiene l’attuale inquilino della Casa bianca.Se poi si smanetta con i filtri del foglio di calcolo e si isolano i tweet che menzionano il segretario leghista Matteo Salvini, non sono tutti favorevoli. Per esempio @1lorenafava1, il secondo account più attivo, ha ritwittato questo: “Altro che Sud, Salvini vuole i soldi dei ‘terroni’ per salvare la Lega”. Non esattamente un messaggio favorevole all’attuale ministro dell’Interno. E i Cinque stelle? Ci sono tweet che rilanciano un articolo di Affari italiani che definisce le idee del M5S vecchie e sbagliate. Se questa è propaganda, qualcosa non quadra.
Ultimo aspetto, la tempistica. Volendo influenzare le elezioni italiane, ci si aspetterebbe che l’attività dei troll si fosse intensificata a ridosso del voto. In realtà sono appena tre i tweet presenti nel dataset pubblicati tra il 1° gennaio e il 4 marzo di quest’anno. Due dei quali proprio nel tardo pomeriggio del giorno delle elezioni.Ecco insomma spiegata la provocazione che ha aperto questo pezzo. Nel quale, ovviamente, non è stato dimostrato che non esista qualcosa come la propaganda russa a favore dei movimenti populisti e sovranisti italiani. Piuttosto, si è posto il dubbio che probabilmente l’eventuale prova dell’esistenza di questi troll e della loro azione nel nostro Paese non stia nel dataset pubblicato da Nate Silver. (fonte blog delle stelle)

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Il caso Aquarius: politiche migratorie

Posted by fidest press agency su martedì, 12 giugno 2018

Di fronte al caso della nave Aquarius, bloccata nel Mediterraneo con 629 profughi a bordo, l’Italia deve restare ancorata ai principi di umanità che sono nella sua tradizione, a partire dal dovere di salvare le vite umane in pericolo, così come ha fatto negli ultimi anni di fronte ad una delle più grandi tragedie di inizio millennio: la morte in mare e nel deserto africano di migliaia di persone, tra cui molti bambini, in fuga dal Sud del mondo verso l’Europa.
La Comunità di Sant’Egidio chiede di continuare a salvare e, al tempo stesso, invita i Paesi dell’Unione Europa ad assumere la loro responsabilità: le navi, come l’Aquarius, possono attraccare nei porti italiani o in altri porti del Mediterraneo, ma i differenti Stati europei, non solo l’Italia o la Grecia, dovrebbero condividere l’accoglienza facendosi carico, ognuno, di una quota di profughi. Il ricollocamento immediato di chi chiede asilo – come già sperimentato – alleggerirebbe l’impegno del nostro Paese e faciliterebbe l’integrazione che, occorre ricordarlo, è la più grande sfida vissuta attualmente dall’Europa alle prese con l’immigrazione. Interventi più incisivi e di lunga durata nei Paesi di origine dei migranti aiuterebbero ad affrontare il fenomeno alla sua radice insieme alla riapertura di vie di ingresso regolare per motivi di lavoro, dato anche il preoccupante calo demografico in atto in Europa e in Italia.

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La parabola berlusconiana

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 giugno 2018

Il “politico” Berlusconi è spuntato nella costellazione italiana circa un quarto di secolo fa. Ebbe una intuizione, o gliela suggerirono i soliti “ignoti”, di sdoganare il partito che fu di Almirante e in odore di fascismo e inviso alla sinistra fino al punto, anni addietro, di far cadere miseramente, il governo Tambroni (un monocolore Dc con il sostegno esterno del MSI). L’attuale ex-cavaliere aveva delle simpatie con i socialisti di Craxi ma ciò non lo distolse dallo stipulare un patto con la destra di Fini (erede di Almirante). Ora, stranamente, si meraviglia che il suo “pupillo” Matteo Salvini segretario della Lega e la stessa Giorgia Meloni, sia pure con qualche distinguo, hanno scelto di convivere con i pentastellati di Di Maio e compagni, pur riconoscendosi di destra. Cosa vuol dire, si chiede qualcuno? Siamo forse obbligati a dimenticare, citando i fatti più recenti, l’alleanza di Forza Italia con il Pd sancito con patto del Nazareno e con l’appoggio al Presidente del Consiglio Enrico Letta e al suo successore Matteo Renzi? Dati questi precedenti avremmo potuto pensare anche ad un governo Renzi Berlusconi se il voto degli italiani non avesse spaiato il duetto amoroso. Potremmo aggiungere, con un pizzico di ironia, che a pensar male si fa peccato ma spesso s’indovina. E’ che oggi il padrone di Villa San Martino, in quel di Arcore, sembra abbia tanta voglia d’esorcizzare lo spartiacque, che si è creato tra un modo di governare la cosa pubblica, stile XX secolo, e il nuovo che avanza, sia pure con qualche sgambetto di troppo da par suo, proprio da quella vecchia guardia che fa a pugni con l’anagrafe e mentalmente si è fermata alla logica degli inciuci. Se ne faccia una ragione. Non è nemmeno una questione anagrafica. E’ che i tempi sono mutati e la politica con essi, almeno si spera, ma quel che è certo senza Berlusconi, in ogni caso. (Riccardo Alfonso)

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Fratelli d’Italia: Una politica di coerenza nel nome della continuità

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 giugno 2018

“Se Fratelli d’Italia è un ottovolante Forza Italia è un brucomela: noi voliamo alto e le polemiche le lasciamo all’on. Napoli che oggi definisce incoerente Fratelli d’Italia. Consigliamo a Osvaldo Napoli di guardare in casa propria prima di puntare il dito verso un movimento che non ha mai inciuciato con la sinistra e Renzi come ha fatto Forza Italia. E non ci riferiamo solo al patto del Nazareno che per l’Italia ha prodotto risultati nefasti ma anche ad accordi ben più recenti, come quello sulla legge elettorale che ha gettato questa Nazione del caos totale. Lezioni di coerenza non le accettiamo da nessuno: siamo sempre stati dalla stessa parte, difendendo spesso in solitudine i valori di quel centrodestra che continua a essere maggioritario come sentimento tra i cittadini. E oggi come ieri, come detto sempre da Giorgia Meloni, abbiamo solo un capo a cui dare conto: il popolo italiano e continueremo a fare i suoi interessi, consentendo con la nostra astensione a un governo politico di iniziare a lavorare dopo una empasse voluta da chi ha appoggiato il rosatellum e votando di volta in volta i provvedimenti che considereremo utili per questa nazione. Ma comprendo che questa coerenza non sia di facile comprensione per chi in questi anni si è distinto per essere stata spesso la stampella del PD: scendano dalle giostre e riprendano a fare politiche per la gente, come FdI”. Lo dichiarano i deputati di Fratelli d’Italia Augusta Montaruli e Salvatore Deidda.

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Politica, governi e società dei consumi. Quando i metodi si intrecciano

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 maggio 2018

In primis fu grazie a Silvio Berlusconi, poi é stato come un fiume in piena. Stiamo parlando della ridefinizione del ruolo dei partiti, della loro funzione cosi’ come previsto dalla nostra Costituzione: Articolo 49 – Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Il concetto di partito é ovviamente libero e ognuno lo può intendere e mettere in pratica come crede. All’origine, il partito rappresenta una parte che propone e aggrega rispetto a programmi, idee, simpatie, etc.. Poi, col tempo e soprattutto grazie a Silvio Berlusconi, i partiti si sono trasformati in macchine di consenso, utilizzati da manager e non idealisti di vario tipo, per programmi forgiati presumibilmente per venire incontro ai desideri e alle necessità degli elettori. La differenza é tutta in questo “utilizzati da manager e non idealisti di vario tipo”. Cioé, alcuni business man verificano cosa va per la maggiora e, di conseguenza, organizzano il partito per farvi fronte, sì da avere poi la maggioranza di consensi per governare e/o amministrare il Paese. Come un prodotto. E’ la logica del marketing, del mercato basato sulla soddisfazione dei consumi, e sulla induzione verso questo o quell’altro consumo Cosa piace di piu’ in questo momento? La limonata con sei cubetti di ghiaccio? Bene, mi organizzo per dare la possibilita’, a chi ama la limonata con sei cubetti di ghiaccio, di poterla avere sempre, dovunque e a prezzi sempre piu’ concorrenziali. Se poi, invece di una limonata con sei cubetti di ghiaccio, si tratta di pensioni, aumenti salariali, diritti piu’ o meno inattuati o calpestati, non cambia; per il nostro manager é importate che questa istanza rappresenti una qualche maggioranza, ché la funzione del suo partito é gestire questa maggioranza grazie al potere che gli viene conferito dal sistema democratico. Il fatto che il partito, e i suoi manager, siano dei fan dell’aranciata senza ghiaccio o dei sostenitori della soppressione di alcuni diritti per il bene comune, é irrilevante. Quel che conta é che la presunta maggioranza la pensi in un certo modo, e che l’impegno del partito per questo modo consenta allo stesso di gestire il potere. In questo contesto, pur se rimangono ancora diverse sacche, le spinte ideali diventano irrilevanti o, al massimo, un corollario per cercare di meglio acquistare e meglio vendere il prodotto che ci appresta a gestire. Un esempio di questo metodo lo abbiamo sperimentato in modo calante in questi ultimi anni (Silvio Berlusconi, per l’appunto), ma é esploso in questi periodi. L’ultimo e’ il cosiddetto contratto tra Leganord e Movimento 5 Stelle. Due raggruppamenti politici che in campagna elettorale se le sono date tra di loro di santa ragione su questioni spesso una agli antipodi dell’altra, ma che poi hanno deciso di fare un accordo, ovviamente per il bene del Paese. In questo caso, più che il partito alla bisogna dopo il sondaggio di mercato su cosa vuole il popolo, é il programma (contratto) ad essere alla bisogna. “Lo vogliono gli italiani”, é in sintesi uno degli slogan che piu’ si sente echeggiare. E in un certo senso, é vero. Non sappiamo se questo sia un bene o un male. Quello che ci interessa evidenziare é l’esistenza di questo meccanismo, che ha cambiato l’approccio alla politica, passando da fasi di cittadini con cittadini, a fasi di attori e spettatori, dove i primi hanno dei registi e i secondi sono indirizzati dalle mode del momento. A noi preme che su questo ci sia una consapevolezza diffusa, da parte degli elettori come da parte di coloro che in qualche modo si candidano a gestire o amministrare questo o quell’altro contesto, conflitto, politica. Questo accade perche’ il sistema elettorale non favorisce la governabilità ma la rappresentanza. Dove quest’ultima e’ tale solo in teoria, in considerazione dell’approccio manageriale di cui abbiamo scritto sopra. E non dovrebbe accadere (il condizionale é d’obbligo) li’ dove il sistema elettorale favorisce la governabilità, cioe’ quando un minuto dopo i risultati elettorali si sa già chi governerà. Tipico, in questo senso, é il sistema elettorale americano, l’uninominale ad un turno.
La decisione spetta ai cittadini e agli elettori. In teoria. Perchè anche qui, chi non ci dice se per la formazione di una maggioranza che consenta il passaggio dall’attuale sistema proporzionale a quello uninominale, non ci si debba sottomettere alle logiche manageriali di cui sopra? Il discorso si fa sempre piu’ articolato, anche se la conclusione a cui siamo giunti non é una novita’ nel panorama istituzionale mondiale. Ma potrebbe essere una novità per l’Italia. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Il declino del PD: E’ nel suo Dna?

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 maggio 2018

Per comprendere meglio cosa sta accadendo in casa Pd è necessario fare qualche passo indietro e riandare al tempo in cui è stato capace, per ben due volte, di far cadere il governo Prodi per le sue faide interne e nel lasciare che gli desse una mano il suo alleato di sinistra. Nello stesso tempo rimangono gli interrogativi di sempre: Perché ha evitato di fare una legge sul conflitto d’interesse? Perché ha mancato di mostrare la grinta necessaria nelle elezioni del 2013 facendosi quasi raggiungere dal centro destra pur avendo in partenza quasi dieci punti di distacco? Perché non ha fatto le riforme che oggi dichiara di voler porre mano quando aveva i numeri e era al governo? E ci riferiamo a quelle “vere” e non fasulle come la “buona scuola”. Perché ha ignorato il malessere del paese assecondando il governo Monti che ci ha imposto una cura da cavallo senza una contropartita per la crescita? Perché si continua a dipendere dai poteri forti europei dove è evidente il conflitto d’interessi con la Germania con la quale siamo in concorrenza per l’esportazione di analoghi prodotti? Perché proseguiamo nell’ignorare i reali problemi che non ci consentono di far funzionare una giustizia al passo con i tempi e insistiamo nell’ospitare gli immigrati sino a trasformare l’Italia nel più grande campo profughi d’Europa? E i perché potrebbero continuare all’infinito in quanto mostra di cercare rimedi per la sua leadership più adatti per un funerale che per la sua guarigione. E la ciliegina sulla torta, si fa per dire, è stata messa allorquando Di Maio ha offerto al Pd un contratto per governare insieme ai pentastellati e ne ha ricevuto un gran rifiuto. E ora si scandalizza che lo stesso movimento abbia trovato un alleato diverso anche se tra mille tentennamenti e lo condanna all’oblio? Si dice che chi è causa del suo mal pianga se stesso se non fosse che le lacrime ci accomunano nella consapevolezza che stiamo perdendo un pezzo di storia politica che avremmo voluto volentieri evitare e coinvolge gli stessi valori della democrazia intesa nel suo piano nobile. (Riccardo Alfonso)

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La politica che non comprendiamo

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 maggio 2018

Il 4 marzo scorso ci sono state le elezioni politiche in Italia per dare al paese un nuovo parlamento e un governo. Per i successivi due mesi ci siamo incartati su posizioni ritenute inconciliabili da chi pur realizzando un certo successo elettorale non ha ottenuto i numeri sufficienti per governare ed è stato costretto a cercarsi delle alleanze oltre il proprio perimetro programmatico. Abbiamo in questo frangente compreso che è stata proprio la legge elettorale a circuitare ogni possibile accordo in quanto abbiamo avuto una coalizione al 37% e un movimento che da solo ha raggiunto il 32% dei consensi. Cosa ha significato tutto questo? Che alcuni partiti si sono presentati agli elettori facendo “cartello” per vincere le elezioni fallendo e l’altro che ha scelto il consenso in solitudine ma non ha ottenuto il quorum. Le due strade che si prospettavano erano due: o rifare la legge elettorale eliminando le coalizioni o introducendo semplicemente il premio di maggioranza. A questo punto, logica avrebbe voluto che il Parlamento apportasse la necessaria modifica alla legge e ci consentisse di ritornare al voto. Ed invece abbiamo assistito a un balletto da prime donne dove Salvini dichiara d’essere il vincitore e si rivolge ai “secondi” (i pentastellati) per colmare il divario esistente per consentire al centrodestra di governare e i secondi rispondono che possono farlo se la “coalizione” si “spaia” lasciando all’opposizione Forza Italia per via di un personaggio scomodo: Silvio Berlusconi. Proposta ritenuta inaccettabile. E allora? Abbiamo dovuto attendere due mesi per capirlo? Siamo così duri di comprendonio o i politici vivono in un altro mondo e non si rendono conto che il paese attende le riforme promesse e non realizzate da anni e che ora tutti i nodi sono arrivati al pettine e non c’è più tempo per traccheggiare? (Riccardo Alfonso)

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UNC: urge riforma fiscale e politica dei redditi

Posted by fidest press agency su domenica, 29 aprile 2018

Secondi classifica del rapporto Taxing Wages, l’Italia è terza tra i Paesi Ocse per il peso del cuneo fiscale sul costo del lavoro.”I dati di oggi confermano che urge una riforma fiscale per aumentare la busta paga netta che i lavoratori effettivamente incassano” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Inoltre, in questi anni di crisi, è mancata una politica dei redditi e la concertazione tra imprenditori e sindacati non ha funzionato. Non ci sono stati i rinnovi contrattuali, a cominciare dal pubblico impiego e questo ha dissanguato i lavoratori, impoverendoli. Anche se ora i rinnovi stanno arrivando, è di tutta evidenza che vanno cambiate le regole troppe discrezionali che governano l’adeguamento degli stipendi al costo della vita. Serve il ripristino della scala mobile all’inflazione programmata. Altrimenti, se gli stipendi e le pensioni restano al palo, mentre le tariffe ed il costo della vita salgono, i consumi della famiglie non potranno mai decollare” conclude Dona.

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Un sovrano senza corona e altro

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 aprile 2018

Non manca occasione per gli italiani di ripetere il ritornello del “popolo sovrano” come se si trattasse di uno scongiuro da esercitare per convincersi che vi è ancora un lumicino di speranza in questa nostra democrazia ridotta a brandelli. Certo che se noi immaginiamo un sovrano, come i politici lo trattano, c’è poco da stare allegri. E’ senza poteri pur dandoli. E’ senza libertà, pur offrendola, è deprivata dei suoi diritti per essere soffocata dai doveri e in balia di una giustizia condannata all’impotenza. Cosa vogliamo di più per dichiarare forfè e ritirarci scornati sull’Aventino? E’ così fanno i milioni di italiani che rinunciano al voto e guardano disgustati i maneggi della politica che sistematicamente li ignora e si diverte ad imbastire perverse trame di palazzo. Ma sbagliano. E ancora sbagliano quanti credono che la sovranità è per censo e non in seguito ad un duro e tenace impegno collettivo. Dobbiamo, innanzitutto, saper distinguere i soliti imbonitori di turno da chi è saggio ed è giusto non per profitto personale ma per vocazione. Possiamo anche sbagliarci ma non perseverare nell’errore se ci emendiamo per tempo dalle nostre iniziali improvvide valutazioni. L’arma con la pallotta in canna ce la offre la stessa democrazia che significa “governo del popolo” e che si esprime con il voto, ma a patto di saperla usare a tempo debito e dopo aver saputo distinguere il grano dalla gramigna. Ed è bene rammentare che quest’ultima se non estirpata in tempo potrebbe soffocare la spiga e inaridirla. Ed è questo il vero spirito che anima il popolo sovrano per sentirsi tale di nome e di fatto. (Riccardo Alfonso)

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Il centro destra si impallina da solo

Posted by fidest press agency su martedì, 17 aprile 2018

Il tira e molla tra il centro-destra e i pentastellati lascia l’amaro in bocca. Lo dobbiamo al fatto che abbiamo dovuto sorbirci l’intraprendenza berlusconiana anche quando si pensava fosse stato messo alle corde. Niente da eccepire se si fosse trattato di una normale contesa politica e non d’interessi di parte e tenuti sotto traccia con la questione dei rapporti di forza politici e le varie sonate populiste pronte a svanire il giorno dopo del voto. Ne consegue che dal 2013 ad oggi non esiste una forza maggioritaria nel paese che possa richiamarsi alla destra o alla sinistra nel senso classico del termine ma semmai un calderone centrista dove c’è dentro di tutto e fa gola a tutti. Questo centro è il solo nel poter dire che è in grado d’esprimere una maggioranza assoluta ma stranamente è nei fatti incapace a realizzarla.
Il perché si riesce a spiegarlo solo se partiamo dall’idea che gli elettori italiani nel complesso hanno al loro interno una trasversalità fortemente pronunciata che si può sintetizzare in due distinte fazioni e tantissimi distinguo. Tanto per fare un esempio banale, ma a mio avviso illuminante, ci troviamo con il modesto pensionato che vota Forza Italia. Un partito che fa implicitamente una politica in difesa dei grandi interessi del capitale anche se non vuole darlo a vedere, in modo palese, proprio per rubare la scena a quelli che ne avrebbero la titolarità. Nel frattempo il PD che dovrebbe avere la vocazione a sinistra si è di fatto trasformato in un movimento centrista che fa l’occhiolino alla destra. In questo modo si stanno rimescolando le carte tanto che non si può più dire che ognuno, con coerenza, riesca a fare la parte che gli spetta ma tenda a predicare bene e a razzolare male, anzi malissimo. A questo punto volendo semplificare le cose possiamo dire che in realtà sono solo due le forze im campo: quelli che hanno e quelli che sono ed è un discorso così esplicito che oggi sappiamo che ci vogliono 3 miliardi e mezzo di individui per eguagliare la ricchezza delle 45 persone più lucrose del mondo. Logica vorrebbe che un numero così grande fosse in grado di condizionare tale piccola entità ed invece succede tutto il contrario. E’ il nostro male oscuro e in Italia si manifesta in tutta la sua evidenza. (Riccardo Alfonso)

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“La Politica non è una Professione” di P. Calamandrei

Posted by fidest press agency su sabato, 14 aprile 2018

Milano 16 aprile alle ore 18,30 Auditorium Piero Calamandrei via Correggio 43 presentazione dell’XI volume della collana Diritti • Società • Frontiere – Edizioni Henry Beyle, “La politica non è una professione” di Piero Calamandrei, interverranno Peter Gomez (direttore de “ilfattoquotidiano.it”), Giuseppe La Scala (avvocato), Sandro Neri (direttore de “Il Giorno”), Massimiliano Panarari (docente di Marketing politico Luiss School of Government) e parlamentari ed esponenti del Centrodestra, del Centrosinistra e del Movimento 5 Stelle. L’incontro sarà coordinato da Ruben Razzante, docente di diritto dell’informazione presso l’Università Cattolica di Milano e la Lumsa di Roma. Il volume “La politica non è una professione” di Piero Calamandrei offre considerazioni inedite, pubblicate per la prima volta dalla casa editrice Henry Beyle. Lo scritto del grande giurista, avvocato, politico, scrittore, docente universitario, oltre che uomo di grande cultura, nasceva sotto forma di breve articolo che sarebbe dovuto uscire sulla rivista Argomenti, nell’agosto del 1943, subito dopo la caduta del fascismo, ma non andò mai in stampa.
Partendo dalle acute riflessioni di Piero Calamandrei, uno dei principali artefici della rinascita morale dell’Italia del secondo dopoguerra, relative al senso della politica, ai suoi profili etici e al ruolo di chi occupa posizioni pubbliche, i relatori analizzeranno il fenomeno del declino delle storiche ideologie politiche, cercheranno di rappresentare i possibili scenari futuri e proveranno a rispondere a quesiti molto stimolanti, ad esempio: Possiamo affermare che attualmente chi fa politica oggi sia mosso da una vera passione e non la consideri una semplice professione? Come si può formare la nuova classe dirigente?
“La politica non è una professione” è l’XI libro della collana Diritti • Società • Frontiere, promossa dalla Toogood Society – istituita da La Scala Studio legale nel 2013 per avviare un progetto di formazione culturale – in collaborazione con le Edizioni Henry Beyle. Tale iniziativa unisce la riscoperta di testi dimenticati all’attenta cura tipografica. “La Politica non è una Professione” è stampato in 575 copie numerate su carta carta Cotton Fedrigoni con caratteri Garamond monotype.“Il testo di Calamandrei sembra predittivo di un tema che è stato alla fine centrale nel ricambio della classe politica italiana ma quanto ciò sia avvenuto a vantaggio, o a svantaggio, della qualità della politica lo dobbiamo ancora scoprire. Di sicuro il Paese ha bisogno di competenze e come esse vadano formate e selezionate è forse uno snodo decisivo nel sistema”, ha detto Giuseppe La Scala, senior partner di La Scala.

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Politica: i rituali della politica di ieri e di oggi

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 aprile 2018

Gli inviti a un pranzo o a cena in quel di Arcore sono diventati degli incontri che nel tempo si sono istituzionalizzati e danno l’impressione che più di una colazione di lavoro si tratti di rituale che vuole celebrare il rispetto dovuto al dominus che convoca i suoi vassalli per dettare loro le linee guida nei rapporti con i sudditi. Se è questa la percezione che si ricava ha senza dubbio ragione Di Maio nell’affermare che se Salvini non taglia questa specie di cordone ombelicale non si può pensare ad un’azione politica di rinnovamento del sistema paese. Ma rinnovare cosa e perché? E soprattutto quali sono stati i guasti che in passato hanno provocato tanti danni e determinata una diffusa sfiducia nelle istituzioni e nei partiti che in qualche modo ne sono stati complici?
E’ opinione diffusa che dopo il boom degli anni post bellici la spinta non l’abbiamo colta nella sua interezza perdendo l’occasione d’offrire agli italiani un modello di società diverso. Ci siamo, invece, ripiegati su noi stessi e abbiamo cercato solo di gestire l’esistente o al massimo operare piccoli aggiustamenti qua e là. Non dimentichiamo, ad esempio, che la disoccupazione in Italia fin dagli anni della ricostruzione è stata in gran parte assorbita con procedure anomale. Si è pensato agli ammortizzatori sociali con le assunzioni fuori quota nella pubblica amministrazione che ha fatto gonfiare artificiosamente gli organici, con la leva obbligatoria e i fuori corsi universitari che hanno ritardato l’accesso al lavoro dei giovani. Non si è pensato ai una sistemica e seria politica industriale che prescindesse dagli interessi regionali o dalle mode del tempo per comprendere ciò che occorresse fare guardando al futuro e non al contingente. E questa stagnazione ha alla fine generato dei mostri come la corruzione, gli sprechi, l’urbanizzazione selvaggia trasformando le periferie delle grandi città in ghetti o in quartieri dormitori e una mobilità interna confusa e scarsamente regolamentata. Ora è illusorio pensare che in pochi anni possiamo invertire questa tendenza. Eppure è necessario porvi mano, ma non si può fare se continuiamo a gestire il paese con chi pensa ancora che questa specie di luna di miele possa continuare in eterno. Oggi non possiamo contare sulla compiacenza internazionale come è accaduto ai tempi della guerra fredda. Oggi gli stati si difendono persino con l’autarchia e l’Italia con tutte le sue debolezze rischia di essere schiacciata del tutto. (Riccardo Alfonso)

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Professionisti e dilettanti allo sbaraglio in politica

Posted by fidest press agency su domenica, 8 aprile 2018

Da quando vi è stato l’exploit dei pentastellati che nel 2013 hanno portato in parlamento un nutrito gruppo di persone per lo più inesperte negli affari di politica, i loro oppositori si sono riempiti la bocca di ironiche e persino velenose allusioni sulla loro impreparazione. Da allora ad oggi, e a dispetto delle Cassandre di turno, è spuntata una nuova classe politica che se non ci fosse stato l’apporto prezioso del movimento difficilmente avrebbe avuto la possibilità di candidarsi e ascendere alle cariche istituzionali. Diciamo si sono fatti le ossa e gli scranni possono averli scaldati alla pari dei loro dotti colleghi ma non hanno perso la passione per la conoscenza, l’approfondimento e la voglia di fare. Altre leve, in quest’ultima tornata elettorale, si sono aggiunte ai rieletti e non possiamo dire che si stanno adagiando sugli allori. Nonostante ciò i soloni della politica, che trasudano anni di frequentazioni del palazzo e ne conoscono gli angoli più riposti in specie quelli oscuri dove è possibile tramare e non per costruire l’avvenire del paese secondo “coscienza e virtù”, non mancano di lanciare strali velenosi alle reclute e a instillare nell’opinione pubblica il sospetto che sono dei dilettanti allo sbaraglio.
Io che dal 1960 in poi ho conosciuto i tempi della politica e pur non ricoprendo incarichi importanti ho avuto contatti con politici del taglio di Fanfani, Marcora, De Mita, Almirante, Berlinguer e molti altri mi sono reso conto che i loro indubbi successi personali furono anche favoriti dai loro collaboratori e più in generale da una classe politica che in massima parte veniva “addestrata” sia mediante le scuole di partito sia con la praticaccia nell’amministrare gli enti locali.
Cosa è cambiato da allora ad oggi? Senza dubbio l’afflato ideologico. Si pensava di più al partito e meno ai vantaggi personali che potevano derivarne in chiave economica e sociale. C’è stato persino chi, come Berlusconi, che manifestava, una volta passato alla politica in prima persona, una certa diffidenza, per non dire disprezzo per i “politici di carriera”. Questo, a mio avviso, lo doveva al fatto che aveva conosciuto l’aspetto meno nobile del politico, quello incline ai compromessi di bassa lega, venale e “inciuciaro”. Quello che aveva smarrita la sua carica ideologica e associava il mestiere di politico all’arrampicatore sociale con la logica del fine giustifica i mezzi per realizzare facili arricchimenti. Chi era, per lui l’elettore? Un poveraccio da infinocchiare a dovere, una specie di vuoto a perdere e solo utile per raccogliere voti e con tutte le altre sfumature del caso.
Ora se seguo lo stesso ragionamento di chi considera il politico solo un arrampicatore “economico” devo desumere che i pentastellati sono diventati per costui una sorta di mosca bianca e spiegabile unicamente con il fatto che c’è in giro tanta rabbia che si è trasformata in un voto di protesta e nulla più. Con il tempo, egli pensa, rientreranno buoni, buoni e con la coda fra le gambe all’ovile. E’ proprio così? Ho i miei dubbi. E’ che a nostra insaputa sono nati due partiti dalle ceneri dei precedenti: quello di chi è e quello del chi ha. E se pensiamo che la ricchezza dei 45 uomini più ricchi del mondo è pari a quella posseduta da 3 miliardi di persone il chi è e il chi ha si spiega benissimo. Ora confidiamo che questo nascituro cresca in fretta per presentare il conto ai cresi di turno. (Riccardo Alfonso)

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Politica: la logica di appartenenza

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 marzo 2018

Un altro tema caro ai politici che militano nei partiti è di voler riconoscere nei parlamentari del M5S qualcosa di “familiare”. Taluni dicono, infatti, che hanno una mentalità di “centro destra” e altri no essendo per lo più di “centro sinistra” e così dicendo si consolano pensando di poterli asservire, prima o poi, alla loro causa. A questo punto è forse noioso ripetere le stesse cose ma, a volte, è necessario, anche se potrebbe diventare un atto disperato se pensiamo che non ci sia peggiore sordo di chi non vuol sentire. Per anni Grillo ha cavalcato la protesta di quanti sono stati bellamente presi in giro dal nuovo che si prospettava e che diventava regolarmente il vecchio che si perpetuava con le mummie che li rappresentavano. Il cambiamento a questo riguardo non s’identifica più con la logica delle alleanze tra partiti, ma sulle cose da fare, e fare non significa solo dire, ovviamente. Ecco perché in casa FI e suoi alleati dovrebbe prevalere il convincimento che se il programma del M5S è affine al loro ciò che quest’ultimi possono garantire al Paese è un qualcosa che non possono più dare: la fiducia. E allora la governabilità esiste e con essa le maggioranze parlamentari qualificate. Si tratta solo di capire il nuovo che si presenta e di saper cogliere il diverso che non significa avere un partito padronale, da una parte, e le confuse anime sull’altra sponda, ma una cultura del cambiamento. Punto e basta. (Riccardo Alfonso)

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Politica: A pensar male si fa peccato ma spesso s’indovina

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 marzo 2018

Sono trascorsi 5 anni da quando l’allora segretario del PD Pierluigi Bersani promosse un incontro con i rappresentanti del Movimento 5 stelle per avviare un programma condiviso. E fummo in tanti ad assistere alle varie fasi del meeting in quanto fu trasmesso in streaming. La conclusione la conosciamo: fu un secco no da parte del movimento. Oggi le parti appaiono invertite. Il PD dichiara la sua indisponibilità ad entrare in gioco e pensa di ritirarsi sull’Aventino in sdegnato sussulto d’orgoglio per l’affronto ricevuto da quelli che ritiene i suoi naturali elettori mentre il Movimento si dice disponibile ad una intesa sui progetti e lo richiama ad un atto di “responsabilità”, nell’interesse generale del paese. Ci troviamo, quindi, al cospetto di un nuovo scenario dopo che alla vigilia del voto molti erano convinti, e noi con loro, che il PD di Renzi si sarebbe alleato con il centro destra ma a condizione che il suo partito si fosse mantenuto intorno al 25% dei consensi per neutralizzare i voti non sicuri del disaccordo interno di destra e di sinistra a partire da quelli della Lega e di Fratelli Italia usati da Berlusconi come un bancomat e per Renzi dalla fronda interna con Emiliano e per finire col ministro della giustizia. I risultati, invece, hanno scompaginato tali propositi e indotto Renzi ad una presa ad effetto con le sue dimissioni. Ora che fare? La mossa più logica sarebbe quella di smontare pezzo dopo pezzo le due coalizioni e riscrivere una nuova pagina d’intese con un accordo di programma comune tra cinque stelle e alcune componenti del centro destra e del Pd. E c’è chi fa notare che vi sono già delle assonanze tra il programma del M5s e quello del centro destra: “euro, vaccini, pensioni, bilancio in deficit, immigrazioni, giustizia e protezionismo”.
E crediamo che tale scenario era stato già messo in conto partendo dal fatto che questa strana legge elettorale ha di fatto proclamato due vincitori: una coalizione e un Movimento che ha viaggiato da solo. Non c’era e non c’è posto per un terzo elemento. Il problema è semmai un altro: chi sarà il garante che si assumerà anche l’onere della presidenza del consiglio? Logica vorrebbe che fosse al di sopra delle parti o, comunque, con una colorazione politica molto sfumata. Calenda si è già proposto nella rosa dei papabili, ma non è il solo. C’è anche chi pensa a Mario Draghi, l’attuale governatore della Bce e allo stesso Tajani. Staremo a vedere. (Riccardo Alfonso)

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La testimonianza: tra mafia e politica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 marzo 2018

Il DittatoreDopo anni di colpevoli silenzi, di tacite connivenze, di sistematiche disinformazioni sembra che ora gli italiani stiano prendendo coscienza del vissuto della politica e soprattutto del suo rimescolio con gli ambienti che viaggiano ai limiti del legale. C’è di conseguenza una voglia forte di cambiamento mandando alle ortiche tutto un passato di ambiguità ed anche di torbidi intrecci malavitosi. Oggi l’occasione mi offre l’opportunità di richiamarmi non solo a ciò che ho vissuto e testimoniato con un mio libro, “Il dittatore” ma anche al coraggio di quanti giornalisti e politici galantuomini che hanno rischiato e persino perso la vita per svelare questi misteri e offrire alla magistratura uno spunto per indagare. Si può dire che il tutto è iniziato con le vicende degli anni postbellici con il bandito Giuliano. Il separatismo siciliano e le intese mafiose si mescolarono alle ragioni di politica internazionale nel timore che l’Italia, con il più forte partito comunista dell’occidente, potesse finire nelle spire dell’Urss. Il compromesso storico e il delitto Moro furono l’altro passo che indusse taluni politici a ragionare su una pax-sociale che non potesse prescindere da quel potere forte mafioso che aveva imbrigliato con le sue trame l’autorità dello stato e che si apriva la strada su tutto il territorio nazionale. Nel mio libro mi sono soffermato a lungo sul delitto Pecorelli e quello del generale Dalla Chiesa. Fatti che si conoscevano da decenni ma volutamente ignorati. Persino una mia testimonianza prevista in una trasmissione televisiva fu annullata all’ultima ora. O tempora! O mores! (Riccardo Alfonso)

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