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Quotidiano di informazione – Anno 29 n° 327

Posts Tagged ‘politica’

L’attenzione o la disattenzione dei giovani verso la politica

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 novembre 2017

garanzia giovaniL’attenzione o la disattenzione dei giovani verso la politica. Sono i due punti che delimitano un segmento e verso i quali si concentrano per lo più gli atteggiamenti dei giovani verso la politica. Tutto questo lo dobbiamo, forse, alla mancanza di un migliore assimilazione della storia. Diversamente si avrebbe più coscienza del fatto che la politica non è astrattezza. Vive nella nostra quotidianità e si alimenta di passioni e di conflitti che noi o altri generano nel bene e nel male. Il problema è semmai quello di riscoprire nel modo giusto la politica. Il disagio attuale proviene dalla incapacità di “rappresentare” un qualcosa agli occhi del cittadino senza dover, in pari tempo, reclinare il capo per aver esaurito la sua spinta innovativa. Da qui nascono le nuove espressioni, come quelle dei movimenti, che svolgono una funzione surrogatoria di un ruolo che gli altri non hanno saputo o voluto svolgere correttamente e coerentemente. Affermava, tra l’altro, padre Pintacuda, nel suo libro “Breve corso di politica” (Rizzoli): “La strada per sottrarre la politica alla condizione subalterna di strumento dei partiti è quella di renderla capace di governare le città e di farle diventare vivibili per i cittadini.” Diventa un agire pratico, una sorta di rivisitazione della politica in funzione del modello di città attraverso i millenni di storia dell’umanità: la città Stato dei greci, le due città di S. Paolo, la città dell’Umanesimo e del Rinascimento. Le città di Erasmo da Rotterdam e Tommaso Moro. “La città del sole” di Tommaso Campanella, la città ideale di Félanon, la città perfetta di Leibnitz per il quale l’esercizio del potere e l’azione di governo devono essere conformi all’ordine etico. In Marx abbiamo l’utopia di una società ideale. Qui non si tratta, sia chiaro, di restituire lo scettro al principe ma di restituire il potere alla comunità coinvolgendola nelle decisioni e rendendola partecipe al governo. Se non vi è comprensione dei rispettivi ruoli e degli ideali che agitano le menti ed i popoli, nessun progresso può essere dato al primato della politica e al suo divenire nella storia dell’umanità. (fonte: centro studi politici e sociali della Fidest)

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Fassino e i tentativi di riavvicinamento con la sinistra

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 novembre 2017

fassino piero“Ieri ho ricevuto un sms di Fassino, erano tanti anni che non lo sentivo, e io gli ho risposto su WhatsApp….” A parlare è Pippo Civati, leader di Possibile, che oggi a un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, ha raccontato il tentativo di ‘riavvicinamento’, da parte di Piero Fassino, della sua formazione al Pd. Cosa le ha risposto Fassino? “Mi ha risposto che ci saremmo sentiti oggi. Fassino è una persona gentile e io gli rispondo allo stesso modo, ma…” Ma? “Quello che è successo in questi anni è una cosa insormontabile per molti di noi. Mi pare ci sia la stessa idea anche da parte di Fratoianni e Speranza”. Si dice che potreste mandare una vostra delegazione…”Non lo so, non abbiamo ancora deciso. Potremmo mandare D’Alema, potrebbe esser un’idea”, ha detto ironico Civati a Rai Radio1. Quindi la sua risposta è negativa? “Penso che Fassino lo sappia, per me la risposta è no. Io sono uscito dal Pd perché non ne condividevo le politiche. E i ‘richiamini’ sono insopportabili”. Quindi niente ‘richiamino’ sul Pd? “Per me non ci sono possibilità. Possibile è una cosa, impossibile un’altra…” Andrete da soli alle elezioni? “Andremo con gli altri soci della sinistra, Si, Mdp e gli altri, che conoscete bene. Aspettate il 2 di dicembre e vedrete”. Cosa succederà? “Ci sarà l’assemblea con tutti quelli della sinistra che abbiamo citato, faremo una lista, ci sarà un nome nuovo, che unifichi tutti, un simbolo ed un leader”. Avete già deciso il nome? “No. Stiamo discutendo”. Il nome sarà maschile o femminile? “Spero in una donna..” Quindi Mdp, Possibile e Si chiuderanno? “Se la cosa dovesse funzionare – ha detto Civati a Rai Radio1 – potrebbero anche chiudersi”. (fonte redazione un giorno da pecora)

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La politica degli scontenti

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 ottobre 2017

beppe_grillo-fonte-wikipediaHo litigato di brutto con il macellaio dopo l’acquisto di una fettina di carne di vitello. Non certo per quello che costa, oramai ci sono abituato, anche se non accetto le speculazioni di mercato che fanno surrettiziamente lievitare i prezzi. La materia del contendere è stato il ruolo di Grillo e del suo movimento. Il macellaio insisteva nel dire che Grillo l’ha deluso perché non ha cercato di allearsi con il Pd per una nuova maggioranza di governo e con l’aggravante che ha permesso, in tal modo, di rilanciare Berlusconi e dargli nuove opportunità per ricattare il Paese.
Il motivo del mio palese malumore si è improvvisamente scaricato su uno dei tanti che ha avuto la sventura, probabilmente in modo inconsapevole, d’interferire dialetticamente sul mio pensiero. Già un anno fa sostenevo che se volevamo offrire al Movimento5stelle il ruolo necessario per governare il paese e fare piazza pulita degli “inciuciari” di professione ma occorreva che gli italiani lo votassero almeno al 43%. L’aver raggiunto, invece, il 25% è stata una “disgrazia” per Grillo perché al buon risultato in termini assoluti vi corrispondeva l’impossibilità d’essere un protagonista della storia politica italiana. Ora sono consapevole che se la prossima risposta elettorale ruoterà intorno al 20-25% e persino al 35% il movimento potrà solo vivacchiare e finire nel vortice di quelle cadute d’immagine decisamente irreversibile. Perché sarebbe due volte beffeggiato con questa nuova legge elettorale che favorisce le coalizioni. Ma per uscire da questa spirale perversa occorre, a mio avviso, fare un altro avanzamento. Sta bene la rete, stanno bene i comizi in piazza, ma starebbero altrettanto bene i rapporti diretti con categorie di cittadini, ad esempio i pensionati. Perché proprio costoro? Per il semplice motivo che sono le persone che più delle altre si vedono per strada, fanno capannello a gruppetti di 3-4, occupano le panchine dei giardini, vanno a fare la spesa e sono diventati, in pratica, il passaparola ideale per un confronto dialettico. E anche perché sono gli interlocutori ideali con i giovani. Li seguono e li aiutano di più dei loro genitori spesso distratti dal lavoro. (Riccardo Alfonso)

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Fallimento dell’accordo di Schengen

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 ottobre 2017

Schengen“Troviamo inqualificabile l’assenza del presidente del Consiglio Gentiloni e del ministro degli Esteri Alfano che sono andati via eludendo il dibattito parlamentare alla vigilia del Consiglio europeo.Gentiloni e Alfano hanno avuto enormi responsabilità quando ricoprivano le cariche al vertice della Farnesina e dell’Interno. Su di loro grava il fallimento dell’accordo di Schengen perché con la politica delle porte aperte ai flussi migratori hanno costretto l’Austria, la Francia, la Germania e la Svizzera a chiudere le frontiere: accogliamo tutti, poi li spediamo in Germania che li rispedisce in Svizzera che li rimanda da noi. L’Italia inoltre si è inventata la protezione umanitaria, uno status non contemplato nel diritto internazionale da cui deriva la normativa sull’asilo politico creando una vera e propria invasione di migranti economici. Rispetto alla Turchia, il Governo Gentiloni ha un atteggiamento ondivago mentre dovrebbe lavorare affinché l’Unione Europea abbia una posizione ferma e credibile. Per quanto riguarda la difesa europea, siamo convinti che l’Esecutivo debba aumentare le spese per la difesa militare non solo per comprare nuove armi ma per aumentare le dotazioni e l’equipaggiamento di sicurezza dei militari e per l’addestramento e al contempo impegnarsi a formare un primo nucleo dell’esercito europeo”. È quanto ha dichiarato in aula il deputato di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale Edmondo Cirielli intervenendo sulle comunicazioni del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni alla vigilia del Consiglio europeo.

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Sempre più a sinistra

Posted by fidest press agency su martedì, 10 ottobre 2017

1800-Cacciari&Giorello04Un politologo commentando anni fa la vocazione di una certa sinistra si volersi sentire sempre più a “sinistra” si chiedeva “ironicamente” se a forza di andare per quel verso non s’imbattesse alla fine con la destra. Di là della battuta resta una riflessione da non tralasciare. Prima di tutto siamo certi che da qualche anno a questa parte l’idea stessa di dare alla politica una “guida stradale” definendola di centro, di destra, di sinistra e con tutte le sue varianti: centro-destra, centro sinistra, sinistra integralista, sinistra riformista e chi più ne ha ne metta, possa ancora valere o non dobbiamo convenire con il filosofo Cacciari che tale idea è tramontata sebbene stentiamo a rendercene conto? Il discorso a questo punto mi tocca da vicino perché da anni sostengo che la società, così come si sta formando, tende ad assumere una posizione duale. Da una parte la ricchezza, lo sfruttamento, le logiche capitalistiche e, dall’altra, si colloca il resto dell’umanità. Quell’umanità fatta di disoccupati, cassa integrati, precari, famiglie monoreddito, pensionati, immigrati e sbandati. Eppure se nel loro insieme costituiscono la maggioranza assoluta del pianeta, la loro rappresentanza politica è irrilevante se non nulla. Non solo. E’ da ingenui, infatti, pensare a chi è disposto a dividere il suo con chi ha nulla o poco. E’ da ingenui credere alla favola dell’equa ripartizione delle risorse. E si è ancora tanto ingenui a pensare a un governo nato dal cosiddetto popolo “sovrano” che non si rivolti contro il suo stesso mandante per favorire i propri interessi partigiani. Ed è un’emarginazione trasversale nel senso che alberga sia nelle lande desolate sia nelle grandi città che per altri versi luccicano di opulenza nei suoi centri di potere.
E allora che fare? Prima di tutto darsi un pizzicotto nelle proprie parti più sensibili e svegliarsi dal sogno profondo in cui siamo immersi tra illusioni, rassegnazioni, cinismo e vocazione ad arrangiarsi. E a prendere coscienza della forza che una democrazia compiuta assegna agli elettori votando per chi ha fornito prova di lottare nell’interesse generale del Paese e contro le lobby, le corporazioni, i comitati d’affari, il malaffare. Ed è indubbio che alla fine ci riusciremo. La controprova l’abbiamo avuta qua e là nel “regno della politica” Ma si deve fare di più e meglio: spazzare via la massa di arrampicatori politici che hanno creato tanti guasti e generare una nuova guida politica che pensi un po’ meno a sé e un po’ più all’interesse generale e iniziare a porre riparo ai tanti guasti che sono stati provocati per ingordigia e lussuria. Ora, però, ci troviamo con il fiato al collo e l’emergenza richiede di fare in fretta prima che sia troppo tardi. Probabilmente si rende necessario un secondo pizzicotto. (Riccardo Alfonso)

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Quella politica che non sopporta la politica

Posted by fidest press agency su martedì, 10 ottobre 2017

karl_krausLo affermava Paul Valere e forse voleva rendere evidente il fatto che la politica è superficiale e istantanea. Diciamo che è presentimento e forse anche pregiudizio, ma i fatti ci dimostrano che qualcosa di vero esiste in questa politica che ci lascia perplessi. C’è una commedia di Karl Kraus dal titolo “Gli ultimi giorni dell’umanità” che è una fiammeggiante requisitoria contro la guerra. Siamo alla vigilia della Prima guerra mondiale, e ci troviamo nell’anticamera affollata di giornalisti del primo ministro austro-ungarico qualche ora dopo l’assassinio di Sarajevo. Di lì a poco esce l’addetto stampa del ministro e a chi gli chiede quali decisioni si stanno prendendo egli risponde laconico: dipenderà dal comunicato. E’ credo un rovesciamento del messaggio del nostro tempo politico. Oggi i protagonisti della politica italiana passano i loro giorni a consultare l’oroscopo dei sondaggi, con una contrazione di relazioni e d’intelligenza politica che è un poco preoccupante. E’ come andare da un orologiaio e chiedere notizie dell’eternità. E’ un modo di pensare al progetto politico come di un qualcosa che s’inventa e non si vive. Ci identifichiamo di più con una politica che corre sempre più in superficie sul piano dell’annuncio e vive meno nell’opinione pubblica. Lo osserviamo anche nel lessico. Oggi i politici italiani usano poco la parola del “popolo” e preferiscono la più asettica di “gente”. Essa adombra un’anomia. Lo stesso dicesi riguardo la parola audience. E a questo punto, credo, abbiamo ancora una volta percepito il rischio di un corto circuito. (Riccardo Alfonso)

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Politica al servizio delle lobby economico-finanziarie

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 ottobre 2017

palazzo chigiAccusiamo la politica di fare tante cose impopolari ma al tempo stesso pensiamo che gran parte di questi comportamenti dipenda dal cinismo dei leader che guidano i movimenti politici costruttori di consensi e strumenti passivi di poteri occulti, di comitati d’affari e di lobby. Non ci rendiamo, forse del tutto conto, che la politica non è altro che la longa mano dell’economia e che questa economia ha una centrale operativa internazionale dove a controllarla sono in pochi, ma tanto potenti e determinanti da fare il bello e il cattivo tempo in aree del nostro pianeta vaste e diverse toccando, in pratica, parte di un continente o tutto intero uno di essi. Mi spiegava un opinion leader italiano che tutto sommato Berlusconi si sarebbe guardato bene, per sua stessa natura, ad avventurarsi in opzioni militari come lo è stato in Irak, in Afghanistan e in Libano e in ultimo in Libia. Se lo ha fatto è perché altri lo hanno imposto e lui è stato costretto a fare buon viso a cattivo gioco. Ma se vi fosse stato un altro governo e un altro leader, ovviamente, le cose non sarebbero cambiate come accadde con l’intervento militare italiano nei Balcani e con l’autorizzazione della coalizione occidentale a usare le basi italiane per bombardare quell’area. Che alla fine Berlusconi ci abbia anche guadagnato, come qualcuno insinua, è del tutto irrilevante ai fini della logica interventista. Tanto sarebbe stata la stessa cosa. Meglio per lui se almeno ne ha ricavato un certo profitto per le sue aziende. Questa premessa ci può meglio spiegare quanto accade oggi in Italia e le resistenze messe in cantiere per sostenere l’attuale leadership, pur così pesantemente compromessa.
Qualcuno vuole che l’Italia resti paralizzata economicamente e socialmente per favorire i giochi di potere di livello internazionale e le cui trame possono oggi sfuggire alla nostra comprensione perché occulte o coperte dalla cortina fumogena della disinformazione. Sta di fatto che l’attacco concentrico di queste ore al governo non è casuale.
Ma sono attacchi strumentali nel senso che tendono a indebolire l’attuale classe dirigente ma non a defenestrarla. La stessa rivolta libica nascondeva interessi di parte francesi e britannici che andavano raddrizzati e l’Italia si era messa di traverso per cui andava screditata e isolata in quell’area.
Se noi oggi insistiamo per un cambio della guardia, alla guida della coalizione governativa, è perché siamo consapevoli che oggi a reggere l’esecutivo sono proprio quegli interessi che provengono dall’estero e che sono contrari alle nostre convenienze e sono solo capaci di destabilizzare il sistema e renderci ancora più dipendenti dalle centrali internazionali di potere. (Riccardo Alfonso)

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La Commissione adotta un’iniziativa per promuovere l’apprendistato in Europa

Posted by fidest press agency su sabato, 7 ottobre 2017

bruxelles-1Bruxelles. La Commissione adotta un’iniziativa per promuovere l’apprendistato in EuropaLa Commissione europea ha adottato oggi la proposta di un quadro europeo per apprendistati efficaci e di qualità. Questa iniziativa, che assume la forma di una raccomandazione del Consiglio, si inserisce nel contesto della Nuova agenda per le competenze per l’Europa lanciata nel giugno 2016. Essa si ricollega inoltre al pilastro europeo dei diritti sociali, il quale prevede il diritto a un’istruzione, a una formazione e a un apprendimento permanente di qualità e inclusivi. A seguito di un’ampia consultazione la raccomandazione ha individuato 14 criteri fondamentali a cui gli Stati membri e le parti interessate dovrebbero attenersi per sviluppare apprendistati efficaci e qualitativamente validi. L’iniziativa concorrerà ad aumentare l’occupabilità e lo sviluppo personale degli apprendisti e contribuirà pertanto alla creazione di manodopera altamente qualificata e preparata, in grado di soddisfare le esigenze del mercato del lavoro.
Valdis Dombrovskis, Vicepresidente responsabile per l’Euro e il dialogo sociale, nonché per la stabilità finanziaria, i servizi finanziari e l’Unione dei mercati dei capitali, ha dichiarato:”L’apprendistato rappresenta spesso per i giovani il necessario trampolino di lancio verso l’attività professionale. Le nostre proposte odierne sono volte a migliorare ulteriormente questa preziosa esperienza di formazione, di modo che ne possano beneficiare sia i datori di lavoro sia i discenti. Pur rispettando le specificità dei sistemi di istruzione e di formazione degli Stati membri, il nostro obiettivo finale è facilitare l’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro.”
Jyrki Katainen, Vicepresidente della Commissione e Commissario responsabile per l’Occupazione, la crescita, gli investimenti e la competitività, ha dichiarato: “Un apprendistato efficace e di qualità mette direttamente in relazione la teoria con la pratica nonché l’istruzione con il mercato del lavoro e rappresenta pertanto una misura concreta per aiutare i giovani a entrare nel mondo del lavoro e ad affrontare la vita, rafforzando nel contempo il capitale umano dell’Europa. Questo, a sua volta, è indispensabile per rilanciare la competitività delle nostre società e delle nostre economie.”
Marianne Thyssen, Commissaria responsabile per l’Occupazione, gli affari sociali, le competenze e la mobilità dei lavoratori, ha dichiarato: “Vogliamo fare in modo che i giovani possano acquisire le competenze necessarie per lavorare. L’apprendistato costituisce il termine di riferimento in materia di istruzione e formazione professionali. Due apprendisti su tre entrano direttamente nel mondo del lavoro una volta completati gli studi. Il nuovo quadro proposto oggi consente di definire i criteri di successo dell’apprendistato. Una volta adottato, esso garantirà che sia i discenti sia i datori di lavoro traggano benefici da apprendistati di qualità.”

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La politica di coesione investe in una rete moderna di trasporti nel Sud dell’Italia

Posted by fidest press agency su sabato, 7 ottobre 2017

TRENOPiù di 314 milioni di euro provenienti dal Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) saranno investiti in quattro progetti di trasporto in Calabria, Campania e Sicilia, allo scopo di migliorare i collegamenti del Sud dell’Italia con il Nord del paese e con i suoi vicini europei. “Questi progetti finanziati dall’UE ridurranno i tempi di viaggio ed accelereranno la crescita del Mezzogiorno; sono stata quindi lieta di dar loro il via libera”, ha dichiarato la Commissaria per la Politica regionale Corina Creţu. In Calabria, 106,5 milioni di euro finanzieranno la costruzione di una nuova linea ferroviaria tra Catanzaro e Germaneto, sede di un campus universitario e di un nuovo ospedale. Sarà inoltre rinnovata la linea tra la stazione principale di Catanzaro (Cantazaro Sala) e la stazione balneare di Catanzaro Lido. I lavori dovrebbero essere ultimati nel marzo 2020. Sempre in Calabria, 106 milioni di euro contribuiranno alla costruzione di una linea tranviaria di 21 km nell’agglomerato di Cosenza, che collegherà il centro di Cosenza al campus dell’Università della Calabria, passando per Rende. I lavori dovrebbero essere conclusi nel maggio 2020. In Sicilia, 56,5 milioni di euro serviranno a rinnovare il collegamento ferroviario tra la stazione Catania Bicocca e Augusta, sulla linea Siracusa-Messina che costeggia la parte orientale dell’isola e la collega al continente. Il progetto, il cui completamento è previsto nel giugno 2021, comprende lavori nelle stazioni, la ricostruzione di una galleria e nuove rotaie. In Campania, 45,4 milioni di euro finanzieranno infine una nuova strada che collegherà il porto di Salerno all’autostrada A3, parte dell’asse di trasporto strategico che va da Palermo a Berlino. Il progetto, che dovrebbe essere concluso nel giugno 2019, contribuirà a ridurre il traffico nella città, ad agevolare il trasporto di merci da e verso il porto e a rinvigorire così l’economia dell’intera regione.

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L’Italia degli sprechi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 ottobre 2017

camera deputatiRimproveriamo spesso gli amministratori pubblici di sperperare il denaro della collettività per opere o per iniziative inutili o poco redditizie, ma non ci chiediamo cosa fanno i cittadini che in quel paese vivono e se essi si comportano nel privato alla stessa maniera della scelta fatta per guidarli nella gestione del Paese. La verità è che oggi, amministratori e amministrati, stanno vivendo una stagione surreale nella quale cerchiamo di riverberare le nostre frustrazioni attraverso logiche consumistiche che un tempo ci facevano sognare e che ora sentiamo più concretizzabili. Non ci siamo resi conto, al tempo stesso, dei guasti che provochiamo nel voler “istituzionalizzare” un benessere acquistato con la falsa moneta dei facili arricchimenti, delle logiche clientelari, delle azioni indegne praticate pur di raggiungere e consolidare uno status symbol. Abbiamo finito con il creare dei mostri che con il loro cinismo hanno avvelenato le nostre coscienze, ci hanno resi aridi e amorali e fatto perdere il senso della misura nel rapporto con i valori costituenti la base del nostro vivere comune. La politica praticata con questi stessi principi aberranti ha perso il suo carisma iniziale e come un legno storto, riprendendo la celebre metafora kantiana, resta nella sua condizione poiché non siamo in grado di raddrizzarlo per l’assenza di una lucida e determinata volontà di cambiamento. Questa nostra incapacità talvolta la surroghiamo con l’alterazione del significato che c’è dato dalla politica. La consideriamo una sorta di contenitore nel quale possiamo riversarvi i nostri interessi personali e non per quella che è, ossia un’esperienza sociale, per consentirle di esplicitare tutte le proprie potenzialità. Su questo punto manca l’elemento più importante: la figura di un “reggitore” ovvero di chi è dotato di una particolare forma di intelligenza per capire le esigenze del sociale e avere la volontà di realizzarle nella loro oggettività. E’ un identikit non facile da tracciare essendo un compito così fuori dal comune in una società come la nostra portata a seguire la strada più agevole e comoda del nostro bene privato in luogo di quella del bene di tutti. E al bene privato può facilmente associarsi la “tentazione del potere” che per affermarsi e consolidarsi non ha scrupoli. Lo fu nel mondo antico con la divinizzazione del sovrano, lo è oggi nel postulato machiavellico e hobbesiano che non esista potere che non sia assoluto. Su questo presupposto è stata prima costruita la teoria della sovranità popolare e poi quella della divisione dei poteri per limitarne l’assolutezza. Ma questa non demorde. Oggi è in atto il tentativo di condizionare dall’interno l’autonomia dei diversi poteri: giudiziario, legislativo e dell’esecutivo per renderli, ove possibile, più deboli, inefficaci, ininfluenti. Se il male è questo quale potrebbe essere il suo antidoto? Continua a esserlo l’essere umano con la sua intelligenza, coerenza e valori morali. Solo in questo modo si può pensare in maniera diversa al potere non per abolirlo ma per risemantizzarlo.
(Riccardo Alfonso)

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Firenze: Invasione Mobike ma le strutture non ci sono e le politiche assenti…

Posted by fidest press agency su domenica, 1 ottobre 2017

piazza san marco firenzeFirenze. Grande successo delle Mobike, le bici a due soldi che si possono prendere e lasciare ovunque… come ci hanno ripetuto in continuazione i nostri amministratori in queste poche settimana dall’avvio di questo servizio. Ed è vero, solo che bisogna fare i conti con l’oste. E quest’ultimo non è un granchè, soprattutto perchè ha cercato di vendere vino mediocre come fosse un gallo docg. Il nostro oste è l’amministrazione di Palazzo Vecchio. Che ha fatto bene nel buttarsi nell’impresa di dare una possibilità di mobilità ecologica alternativa, ma, siccome la demagogia è una brutta bestia che alberga ovunque, ecco che sta accadendo il patatrack. Queste bici, letteralmente, gli utenti le lasciano ovunque, anche se gli amministratori con quel “ovunque” avevano giustamente sottinteso “dove la legge lo consente”. Ma questi amministratori non avevano considerato che l’abitudine fa l’uomo ladro. Cioè: l’abitudine a doversi arrangiare il più possibile nell’uso di una bicicletta in una città che è molto carente rispetto ad infrastrutture alla bisogna, essenzialmente parcheggi e piste. Ed ecco quindi che la demagogia della buona azione ecologica si dimostra essere deleteria. Infatti siamo invasi da queste bici arancione, invasione che è tale perche’ sono spesso dove non dovrebbero essere, creando non pochi problemi a mobilità pedonale, automobilistica, decoro, e quindi all’ordine pubblico.
Uno dei motivi conduttori dello “sdegno” per quanto sta accadendo con le Mobike, e’ che gli utenti sono maleducati e menefreghisti. E’ vero! E quindi? Crediamo che non serva, come abbiamo letto da qualche parte, che la presunta task-force della polizia urbana prometta ferro e fuoco contro i trasgressori, tanto non li prenderanno, oppure troveranno due-tre sfigati che si faranno cuccare e che diventeranno il simbolo della efficienza del Comune… proprio come e’ accaduto per la vicenda dell’ordinanza anti prostituzione. Crediamo che occorra mettere i cittadini e gli utenti in condizione di rispettare le leggi, non solo paventando la multa per i trasgressori, ma dandogli opportunita’ di farlo.
Che fare? Secondo noi, nell’immediato, occorre guardarsi allo specchio, agire di conseguenza, e agire per avere uno specchio piu’ grande. Lo specchio attuale e’ che non ci sono infrastrutture sufficienti per accogliere questa mobilita’ a pedali, quindi e’ dannoso aumentare il numero di bici a disposizione. E da subito occorre moltiplicare i parcheggi (costi bassi per questa operazione) e metter mano ad altrettanta moltiplicazione delle piste ciclabili (costi piu’ alti, ma con ampia disponibilita’ da fonti comunitarie, che dovrebbero essere impegnate non -come avviene attualmente- per dirsi addosso quanto è bella la nostra città e la nostra Toscana, ma per dare risposte pratiche a questa fondamentale opzione di mobilità). (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Bolle di sapone

Posted by fidest press agency su domenica, 24 settembre 2017

Il DittatoreHo scritto un libro titolandolo “Il dittatore.” Ho poi preso l’iniziativa di distribuirne un certo numero di “bozze” a dei lettori “volontari” per trarne da essi delle utili indicazioni sull’interesse che avrebbe suscitato l’argomento da me proposto. Speravo, così facendo, di ricevere in cambio degli utili suggerimenti per migliorare il contenuto o operare delle opportune integrazioni o modifiche. Il risultato, per quanto lusinghiero, nel senso che ho avuto solo apprezzamenti senza riserve, non mi ha soddisfatto. Solo un lettore si è lamentato che la storia da me raccontata si sia soffermata troppo a lungo nel descrivere lo stato d’animo della gente mentre avrebbe preferito che mi dilungassi nel raccontare i miei incontri con certi personaggi oggi chiacchierati. Ebbene proprio da quest’osservazione può sortire, dalle persone, la parte peggiore del loro stato d’animo. In altri termini emerge, dal sottofondo, quella voglia di trinciare dei giudizi sommari, e di esserne confortati nelle loro letture, su chi è stato un tempo osannato e che ora, in qualche modo, è gettato nel fango perché caduto in disgrazia. Queste persone dimenticano con troppa facilità che anch’esse hanno fatto parte della “storia”.
Vedevano che le cose non andavano bene ma preferirono fare come le tre famose scimmiette: turarsi la bocca, tapparsi le orecchie e coprirsi gli occhi.
Hanno dimenticato, ad esempio, che alla fine della seconda guerra mondiale l’Italia era, di fatto, profondamente divisa. Da una parte vi era il popolo “mafioso” con le sue spinte separatiste (ricordo il bandito Giuliano), dall’altra una burocrazia, dai grand commis ai piccoli funzionari, al 70% fascista e quelle regioni come l’Emilia, la Romagna, la Toscana e qualche altra dominate dai comunisti di stampo filo-stalinista. (Oggi li definiremmo “integralisti”).
Se vogliamo era una divisione “politica” che si sovrapponeva o si intersecava con certi uomini della finanza e della grande industria che già furono i convinti supporter all’ascesa al potere di Mussolini ritenendolo l’unico capace, con un atto di forza, di tacitare le turbolenze libertarie di una certa sinistra che per sua colpa, per colpa dei suoi integralismi, non seppe proporsi in modo unitario come un’alternativa democratica al governo del Paese.
Ed ecco come ci siamo trovati alla vigilia della grande svolta elettorale del 1948, non a caso evocata dallo stesso Berlusconi, dove l’elettorato si sentiva ancora “schiacciato” dal peso della “destra fascista” e dai timori di una “sinistra” incapace di portare il paese a una “pacificazione senza grossi traumi” ed entro una logica “capitalistica” che ancora oggi è malamente interpretata rispetto ai valori più propri della tradizione cattolica e laica italiana. In quel clima si collocarono la figura di De Gasperi e la sua proposta “centrista” di uno schieramento che potesse fare da calmieratore tra gli opposti interessi.
Ma al tramonto degli anni dell’emergenza venne l’alba della consapevolezza nella quale si sentiva il bisogno di proporre qualcosa di diverso per restituire unità al paese, ed un ordine sociale ed economico più realistico e duraturo, e per ridare fiato alle energie sopite e ai richiami del diverso che provenivano oltre confine.
Per farlo dovevano cadere le “gestioni politiche” e se vogliamo “affaristiche” imperniate su un non ben definito “consociativismo” in quanto si riducevano nel trovare una loro composizione non più in sede politica ma in chiave di spartizione di voti, di tangenti, di concessioni, di assunzioni compiacenti e via dicendo. Si stava insomma provocando un grosso guasto al sistema i cui effetti più grandi li registriamo oggi con un debito pubblico da capogiro, con gli organici pubblici che per anni furono gonfiati a dismisura e che ora stentiamo a ridimensionare, con una giustizia portata alla deriva dove i processi, se va bene, sono celebrati a distanza di anni dal “fatto”, da una scuola che si è fermata a una cultura paleoindustriale e lo stesso mondo dell’imprenditoria inquinato dalle tante aziende che sono vissute solo in virtù di generosi stanziamenti pubblici a fondo perduto.Tutte queste cose gli italiani non potevano ignorarle. Tuttavia facevano comodo alla stragrande maggioranza di essi, sebbene per motivi diversi: i comunisti erano per il “tanto peggio tanto meglio”, i mafiosi perché potevano fare i loro affari in un clima di complicità e di intese che era loro più familiare e meglio controllabile e l’uomo della strada poteva trovarvi uno sbocco per un lavoro al figlio, per ottenere la propria o quella del coniuge invalidità, per l’imprenditore per riuscire a coprire i suoi “fallimenti” con i soldi dello stato e il burocrate per fare carriera con la concessione di “piccoli favori”.Tutti felici, quindi, che oggi si sappia che esiste un capro espiatorio sul quale riversare la responsabilità del tutto. Da qui il detto: Governo ladro, politici corrotti, antipolitica.
Il giudice Falcone soleva affermare che “lo Stato ha i mezzi per sconfiggere la mafia, ma non li adopera.” E la mafia ha saputo conquistarsi il suo territorio poiché rappresenta “un mondo logico, razionale, funzionale e implacabile, perché è un sistema di potere.” (Riccardo Alfonso)

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Antipolitica? Bene facciamo politica

Posted by fidest press agency su sabato, 23 settembre 2017

urne-voteI partiti che vanno per la maggiore (Pd, 5 stelle, Forza Italia, lega, ecc.) stanno sulla difensiva. Si sentono investiti dal vento gelido soffiato dal popolo degli elettori nei loro confronti. Il rischio è che possono essere travolti senza che si possa fare un distinguo e valutare le circostanze senza gravarle con il peso del sospetto. La differenziazione che facciamo è a livello umano e non riguarda la politica in se stessa che riteniamo fondamentale per la vita di una comunità e nel suo ruolo di mediatore in una società complessa come la nostra e attraversata da interessi spesso conflittuali tra loro.
Nello stesso tempo gli esponenti di questi partiti non si rendono conto della ragione di tali e tante contrarietà popolari. Credo che, intimamente, tutti concordino sulla necessità che la politica abbia un costo e che debba essere sobbarcato dalla collettività. Ciò che non è perdonato è di aver trasformato un contributo in una speculazione commerciale e per trarne personali interessi. Non solo. Queste cose si conoscevano da anni come lo è stato per la Lega Nord che ha utilizzato gran parte dei fondi pubblici per speculazioni finanziarie in Tanzania e Cipro e per usi privati. E tutto sarebbe passato come un “pettegolezzo” o una malevolenza di giornalisti come Fabio Bonasera e Davide Romano, e non sono i soli, che con i tipi delle Edizioni La Zisa hanno scritto la vera storia della “Lega Nord” riportando le stesse cose che poi ben sei procure ne hanno tratto lo spunto per aprire un fascicolo e avviare delle indagini con svariate ipotesi di reato. E oggi vi è stato uno strascico a Genova con il sequestro cautelare dei fondi della Lega. E non dimentichiamo che lo stesso Roberto Maroni autoproclamatosi “moralizzatore” se l’era presa con i giornalisti accusandoli di attacchi ingiusti e immotivati e minacciando querele. Avrebbe fatto meglio ad accertarsi prima di come stavano realmente le cose, ammesso che non le conoscesse già. E dire che gli italiani, se solo lo volessero, alle prossime elezioni dovrebbero andare in massa a votare penalizzando quei partiti che hanno dimostrato d’avere poca sensibilità e rispetto per la politica e minandola nelle sue fondamenta. Ne saranno capaci? Ne dubito, purtroppo. (Riccardo Alfonso)

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La politica continua a vivere in una bolla di grandi illusioni

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 settembre 2017

Enrico Cisnetto, “Cortina InConTra”

La politica si affaccia ai riti settembrini più che mai immersa in una bolla di grandi illusioni. E, di conseguenza, gli italiani tornano dalle ferie così come erano partiti: profondamente intrisi di scetticismo. Hai voglia di sbandierare i decimali di pil in più – la ripresa c’è, ma la crescita strutturale è ben altra cosa – o sfornare qualche dato sulla maggiore occupazione – nascondendo che in due casi su tre si tratta di contratti a termine, e che la disoccupazione è altrettanto aumentata – piuttosto che agitare la carota di nuovi bonus dal chiaro sapore elettorale: il sentimento diffuso è che il Paese non sia governato e, soprattutto, che non ci siano le condizioni perché lo diventi prossimamente. D’altra parte, si tratta di un’idea difficile da confutare. Anche a chi, come noi, non batte affatto un cuore populista e disfattista, gli basta vedere, da un lato, la rinuncia codarda a mettere mano alla legge elettorale, e dall’altro la dinamica del dibattito (si fa per dire) politico solo ed esclusivamente incentrato sugli equilibri di potere (presunti), per soccombere alla irrefrenabile pulsione di alzare le mani in segno di resa. Persino il giochetto estivo sull’understatement dell’attuale premier come caratteristica gradita dagli italiani e come premessa per individuare il prossimo – che sarebbe tema serio se fosse affrontato seriamente – finisce per rendere scoraggiante la prospettiva dei prossimi mesi. Nei quali con la manovra di bilancio ci giocheremo la residuale credibilità in Europa e la possibilità di consolidare o meno la ripresa economica, e con la campagna elettorale e il voto decideremo se la prossima legislatura sarà finalmente quella buona per traghettarci nella Terza Repubblica o se sarà l’ennesima occasione sprecata a favore della transizione infinita. Il maledetto vizio di compulsare continuamente i sondaggi e, peggio ancora, di usarli per costruire trame politiche, spinge i partiti a immaginare situazioni che non esistono. Per esempio, si fantastica che il centro-destra unito possa vincere le elezioni e a questo fine si costruiscono a tavolino mediazioni politiche per rendere compatibili la posizione europeista del partito di Berlusconi e Tajani, collocata nell’alveo del partito popolare europeo e nel solco merkeliano della Dc tedesca, con quella eurodisfattista del duo Salvini-Meloni. Trascurando non solo che per vincere ci vogliono i voti – e in un contesto proporzionale questa armata brancaleone non arriverà mai al 51% – che acqua santa e diavolo non sono fatti per stare insieme e che il Cavaliere, per quanti remise en forme faccia, rimane pur sempre un ottantenne senza uno straccio di classe dirigente intorno, ma soprattutto che la cosa è già stata lungamente sperimentata nel passato con esiti disastrosi. Allo stesso modo si immagina che la gauche, spaccata non solo tra il Pd e chi sta alla sua sinistra ma anche e soprattutto dentro i Democratici in un festival dei veti incrociati che si fatica persino a censire, possa in qualche modo tornare a palazzo Chigi, tanto che si discute se ciò sia più probabile con Renzi o qualcun altro, trascurando di percepire che nella società il sentimento diffuso sia quello di voler infliggere una dura punizione a coloro – tutti, Renzi in primis ma nessuno escluso – che hanno abusato del consenso e mortificato le aspettative in modo intollerabile. Forse si fanno illusioni anche i 5stelle, fin qui candidati ad essere il primo partito ma con l’handicap di non aver costruito uno straccio di alleanze, visto che sembrano trascurare l’effetto per nulla positivo sui potenziali elettori che stanno provocando sia i disastrosi risultati degli amministratori locali arrivati alla conquista di alcune città, che le scene un po’ ridicole di sorda competizione interna in un contesto dove tutti contano uno ma due (Grillo e Casaleggio) contano più di tutti gli altri messi assieme.All’intero sistema politico, dunque, sfugge il fatto che in queste condizioni la cosa più probabile, per non dire certa – tanto più se ci si presenterà al cospetto dei cittadini senza essere riusciti ad evitare la mortificazione di doverli costringere a votare con due mozziconi di leggi elettorali rivenienti da altrettanti bocciature della Corte Costituzionale – è che le elezioni non laureino alcun vincitore. Cosa che non rappresenterebbe un dramma se le forze politiche, consce di questa probabilità, si muovessero fin d’ora a creare le condizioni per cucire, dopo, le alleanze necessarie a dare un governo al Paese. Non si dice, come noi invece abbiamo sempre auspicato e come bisognerebbe fare in un paese serio, che questo “patto di governabilità” sia sottoscritto adesso, o comunque prima del voto, ma che almeno si evitasse di parlare fin d’ora di inciucio come se le larghe intese tra moderati e riformisti fossero una lesione alla democrazia.L’unico embrione di questa discussione s’intravede in qualche analisi giornalistica circa le qualità della leadership che occorre in una fase politica come questa. Assodato che il decisio-bullismo alla Renzi è stato (giustamente) rottamato da tutti (tranne che dal suo inventore), si discetta se è meglio il piglio di Minniti – che sta facendo complessivamente molto bene il suo mestiere, come dimostra il fatto che una parte non piccola del suo partito non glielo riconosce – e di Calenda o la sorniona bonarietà di Gentiloni. Detta così pare un gioco estivo da spiaggia, e infatti quasi sempre finisce a gossip. In realtà, dietro c’è (ci sarebbe) un’analisi politica molto profonda da fare, riguardo l’eccesso di leaderismo che ha caratterizzato la nostra Seconda Repubblica (e in generale il mondo dopo il passaggio del secolo) e gli effetti dell’ubriacatura maggioritaria che non ha affatto portato maggiore governabilità. Occorre dunque ripartire dalla natura del sistema politico – e di conseguenza istituzionale – che occorre per far uscire l’Italia dal declino imboccato un quarto di secolo fa. C’è il tema dei partiti – che vanno rivalorizzati, ma senza nascondere il fatto che non possono più essere come quelli del dopoguerra – della loro capacità di rappresentanza in una società atomizzata e liquida come la nostra, e del peso che essi debbono avere rispetto alle leadership personali. E c’è il tema delle alleanze tra soggetti politici diversi, che a sua volta pone quello delle figure più adatte alla mediazione, necessariamente inclusive ma non per questo prive del necessario decisionismo.Nonostante tutto, non vogliamo arrenderci allo scoramento. Buona ripresa. (Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Un sordo, due sordi, tutti sordi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 agosto 2017

poker d'assiMa nella casa dei sordi c’è anche da dire: non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. E’ che in Italia sta di nuovo prendendo piede la vecchia politica che con il governo Renzi ha cercato di seguire la strada camaleontica del tutto cambiare per nulla cambiare e con la segreta, ma mica tanto, volontà di ciurlare nel manico i ben pensati. Non sembra esserci riuscito e ora si esce dal giro e si scoprono le carte cercando di vincere con un full d’assi. Resta la scala reale ma nessuno, per il momento, mostra d’averla. Forse ci riuscirà il vecchio giocoliere della politica: Silvio Berlusconi. Il suo revival appare sempre più praticabile e già si coltivano le alleanze europee per puntellare l’Europa che mai come di questi tempi è andata giù nei consensi popolari. Sembra quasi che per vincere questa partita delle elezioni politiche italiane sia necessario fare il “passo del gambero” per una certa nomenclatura partitica. Il tutto senza tenere in conto i reali bisogni del paese, il suo spirito innovativo, la sua voglia di crescita culturale e sociale. Nessuna voce riesce a scuotere i grandi signori della politica, sembrano sordi ad ogni istanza. Per loro conta solo il potere, l’interesse di bottega, il toto ministri e gli inciuci di basso profilo. Chi è povero può gridare alla luna le sue miserie, chi si barcamena nel precariato teme il peggio e si illude di esserne uscito sia pure per il rotto della cuffia, chi è pensionato si attacca alla miseria della sua rendita ma non sa di rischiare di comprometterla quando decideranno di far scomparire il calcolo retributivo e già le premesse di sono tutte. E poi vi sono i molti giovani senza futuro e prima o poi dovranno vedersela con gli immigrati che per rabbonirli occorre trovare loro da subito un impiego. C’è solo una speranza ma saranno capaci gli italiani di coglierla al volo prima che la voce suadente dell’imbonitore di turno non li seduca? E in questo caso non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire l’altro suono della campana. (Riccardo Alfonso)

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La politica ed i gruppi di pressione

Posted by fidest press agency su domenica, 20 agosto 2017

logo fidest ookNoi possiamo indicare in diverso modo chi cerca di influire in qualche misura sulle decisioni che i rappresentanti delle istituzioni, e soprattutto gli organi che legiferano, vanno assumendo. Possono essere interpretati in vario modo e persino riconosciuti legittimi da chi riceve tali “pressioni” mentre altri possono gridare allo scandalo e ritenerla una forma di mal costume politico. Si tratta, a questo punto, d’intenderci sulle cose che questi gruppi chiedono, il come lo chiedono e gli obiettivi che intendono prefiggersi. Proprio per questo motivo in alcuni Paesi si parla apertamente di “lobby” e si conferisce ad essa una determinata regolamentazione per evitare gli abusi e portare alla luce del sole le loro istanze. Ma se noi, a questo punto, parliamo di “democrazia malata” ci riferiamo soprattutto al fatto che la partita che si gioca tra chi chiede e chi riceve il messaggio non si fonda sull’interesse generale di un Paese o di un insieme di nazioni, ma va a toccare interessi molto particolari che trovano spazio solo perché chi è preposto a proporli dispone di ingenti somme di denaro e tende a condizionare il politico con profferte di dubbia moralità per non parlare di illiceità secondo la vigenza delle leggi. Non parliamo, ovviamente, dei casi estremi allorché è il mafioso ad essere la sirena di turno, ma a quelle imprese che in qualche modo lucrano sulla spesa pubblica. Pensiamo a talune società farmaceutiche, di quelle, ovviamente, più spregiudicate ed aggressive sul mercato. Per un altro verso ci viene da pensare alle fabbriche di armi, che vorremmo chiudessero del tutto i battenti. Ma vi sono anche aspetti meno, come dire, trasgressivi e più portati a tenere il passo sulla via vecchia secondo il detto che ci cerca di imboccare quella nuova non sa quel che trova: hic sunt leones. Pensiamo, quindi, all’istituto delle Province che ha fatto il suo tempo e che una legge recente ci ha relegato al miraggio di averle abolite ed invece sono lì sia pure con un nome diverso. Pensiamo ad una rete dell’assistenza sanitaria interamente formatizzata a livello regionale o nazionale che continuiamo a sognarcela, pensiamo ad un diverso impatto con l’emigrazione introducendo il criterio della stagionalità lavorativa ed invece siamo stati sommersi dagli immigrati che sono venuti abusivamente in seicentomila negli ultimi due anni. Sappiamo in pratica che vi sono diversi modi d’essere alternativi se solo non ci portassimo la classica palla di piombo al piede e che possiamo chiamare “interessi lobbistici” o quanto altro ma che hanno per lo più lo scopo di difendere l’esistente ma il difetto grave di non saper guardare di là del proprio naso. (Riccardo Alfonso)

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Il grande Centro: Utopia o realtà?

Posted by fidest press agency su domenica, 20 agosto 2017

camera deputatiAbbiamo raccolto solo una minima parte gli interventi pubblici e privati in favore di una coalizione di Centro che fosse in grado di coagulare intorno a sè tutti quei movimenti politici ed aspettative dell’elettore che in esso si riconoscessero. Possiamo dire che guardando la nostra storia contemporanea l’idea di una coalizione partitica che fosse in grado di raccogliere i consensi della maggioranza degli italiani non è venuta mai meno. Prova ne è stata che con l’infausta decisione di liquidare la Democrazia Cristiana negli anni ’90 non si è fatto altro che correre ai ripari «aprendo un’altra porta» con il movimento ideato da Berlusconi e denominato Forza Italia. Era, senza dubbio, un sostituto «imperfetto» ma l’unico disponibile ed in grado di non disperdere il notevole patrimonio espresso da quella maggioranza silenziosa, ma forte nei suoi contenuti. Ora è giunto il momento, per quanto ci è dato sapere, di ritrovare la stessa maggioranza pronta a ridefinire la sua posizione e a rigenerare il vecchio ed intramontabile conio. D’altra parte da queste colonne abbiamo sempre sostenuto che esiste una forza nazionale capace da sola d’esprimere il 50-55% dei consensi popolari, di ritrovare il suo zoccolo duro nei valori condivisi e nella maturità civile, economica, religiosa e sociale di un grande popolo. Eppure per ragioni, a tratti, inconfesse abbiamo finito con il rifiutare questa lettura disperdendoci dietro rivalità e distingui solo personali e di posizione e che poco nulla avevano a che fare con le aspettative di un Centro che è grande non per meriti di questo o di quel politico ma per la sua stessa natura, per germinazione spontanea. E’ un centro che sa essere non solo un modo di pensare ma è anche capace di affrontare le sfide che il nuovo ed il diverso ci prospetta con coraggio e determinazione. Ma stiamo bene attenti. Non dimentichiamo che se c’è un centro non vuol dire che noi dobbiamo semplicemente fare una somma matematica delle possibili aree di consenso senza pensare agli uomini che ne saranno la guida e conferiranno ad esso certezze e forza di coesione. Vuole anche dire, se necessario, mettersi da parte. Vuole anche dire dare prova di altruismo politico, di solidarietà civile, di etica. In altri termini non dobbiamo fare la ruota, come i pavoni, intorno alle belle parole ma dare ad esse solidità di contenuti: non solo predicare bene ma razzolare ancora meglio. (n.r.)

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La politica del: Perseverare diabolicum

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 agosto 2017

berlinoErrare humanum est, perseverare diabolicum. E’ quanto sta accadendo agli italiani che non sembrano fare tesoro del loro passato recente che è partito con il piede sbagliato nel ricercare l’unità del Paese. Da allora ha incominciato a darsi dei governi fantoccio intrisi di corruzione e di logiche clientelari e che, si è concluso regalando, alla dittatura fascista, l’intero paese per la litigiosità delle opposizioni. Un’esperienza finita tragicamente con un bagno di sangue e una guerra fraticida carica di distruzioni. Il poi è stato edulcorato da una democrazia incapace di avere una forza politica di alternanza. E abbiamo vivacchiato sino alla caduta del muro di Berlino che ha sancito di fatto la fine della guerra fredda e dell’Urss. E’ seguita la primavera di “mani pulite” nella sua battaglia contro la corruzione che aveva nella politica il protettore più autorevole ma ciò non ci ha impedito di finire nuovamente tra le braccia di un novello imbonitore. Ad opporsi i soliti partiti che avrebbero potuto evitarci le sue esternazioni e la sua scalata al potere, se solo fossero riusciti a marciare uniti ed invece è prevalso il divide et impera. Ora ci risiamo. Un altro governo che per difendere gli interessi di pochi non si fa scrupolo di accanirsi contro le classi più deboli e i partiti che fanno? Tramano solo per spartirsi una fetta di potere, costi quel costi. E il popolo sta lì come inebetito a far trastullare i sondaggisti che lo danno favorevole a chi mette le mani nelle loro tasche e gli ruba l’aria per respirare. Siamo diventati “l’anitra zoppa” della democrazia compiuta, siamo diventati il laboratorio di una logica capitalistica che non accetta i valori della vita nella sua accezione universale. E’ un privilegio di casta, riservato a pochi. Agli altri, al massimo, sono riservate le briciole. E’ la nuova schiavitù delle masse. E’ la sua cultura masochista. (Riccardo Alfonso direttore del centro studi politici e sociali della fidest)

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L’Italia e i cattolici

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 agosto 2017

togliatti_gramsciLeggendo qua e là tra i miei appunti e qualche articolo o saggio è balzata alla mia attenzione un passo riguardante le memorie di Nina Bocenina, la segretaria russa di Palmiro Togliatti. Ella racconta che un giorno attorno al Natale del 1943 ebbe una interessante conversazione all’Hotel Lux di Mosca con l’uomo che lei conosceva come Ercole Ercoli (Togliatti) sul tema dei cattolici sulla storia d’Italia. Togliatti allora si dilungò a spiegarle le caratteristiche particolari della fede e l’organizzazione della Chiesa cattolica. Ad un commento scettico della Bocenina Togliatti le risposte “arrabbiato”: “Non sono sciocchezze cara compagna Nina. Il cattolicesimo in Italia non è semplicemente la Chiesa. E’ un modo di pensare, è un complesso intreccio tra la storia e la politica, tra la cultura e la filosofia. Chi non è capace di discutere alla pari con gli attivisti cattolici può essere paragonato ad un agente dei servizi segreti che va nelle retrovie del nemico senza conoscere la sua lingua e il suo regolamento.” Ora ci chiediamo quanta influenza possa aver avuto, dopo il ritorno di Togliatti in Italia, questo convincimento nell’azione del Partito Comunista Italiano e quanto della “questione cattolica” vi resta oggi che i due partiti di allora si sono sciolti come neve al sole ma hanno lasciato i loro nipotini navigare in acque partitiche affini. Tutto questo probabilmente continua ad accadere in quanto l’Italia non ha ancora fatto definitivamente i conti con una parte rilevante del proprio passato. E ci riferiamo, nello specifico, ai 60 anni posti a cavallo tra il XIX ed il XX secolo allorché si rese aspro il conflitto tra la Chiesa e lo Stato. Di quello spaccato di storia patria quante verità sono emerse e quante altre sono state sottaciute dagli storici? Sarebbe interessante riaprire la questione per una disamina più approfondita di quel trascorso forse doloroso, forse esaltante che ha costellato la vita di una Nazione che cresceva, territorialmente parlando, ma che nutriva in sé profondi travagli esistenziali mai domi, mai sanati completamente a tutt’oggi. (Riccardo Alfonso direttore del centro studi religiosi e filosofici della Fidest)

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Come far crescere un’Europa politica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 agosto 2017

parlamento europeoE’, senza dubbio, una spinta in positivo eppure la sua crescita sembra aver raggiunto in questi giorni un brusco segnale di arresto. Qualcuno già si interroga se non sia una crisi irreversibile dello “Stato moderno”. Crisi derivata dalla identificazione dell’assolutezza dello Stato come moderno Leviatano. E che ha prodotto gli statalismi presenti ancora oggi nelle menti e nei cuori delle formazioni politiche di destra (destra sociale) e di sinistra della geografia politica italiana ed europea (con l’unica differenza tra destra e sinistra. Il nazionalismo come cornice unitaria nella destra, mentre la sinistra è classista ed internazionalista al tempo stesso). Una assolutezza dello Stato, da cui gli statalismi, che ha prodotto di converso la concezione dell’uomo come “unità numerica, intero assoluto che non ha altro rapporto se non con se stesso (J.J. Rousseau). E’ l’individualismo narcisista che ritroviamo nel liberismo darwiniano e nel liberismo esistenziale del radicalismo. Trasversali oggi da destra a sinistra. Come si è visto anche di recente a proposito delle polemiche sulla fecondazione eterologa, sull’omosessualità, sull’eutanasia, sull’assistenza al suicidio, sull’indifferentismo sociale di una certa èlit economico-finanziaria, ecc.
Chi è il leviatano? Dietro il profilo di un paesaggio sereno sulle cui vallette si distendono i villaggi di una terra pacificata e retta dal “buon governo”, si erge il torso di una creatura gigantesca dal capo incoronato, che impugna con la destra la spada e con la sinistra un pastorale, mentre l’immenso corpo figura composto di una miriade di omini con lo sguardo rivolto a lui. E’ il simbolo del leviatano quale è rappresentato nel famoso frontespizio dell’omonima opera di Hobbes, pubblicata nel 1651. Quello che per lo più di duemila anni, attraverso le scritture, la tradizione ebraico-cabalistica è l’immaginario medievale, è stato il drago marino, il serpente dalle mille spire, l’essere mostruoso, l’apocalittica potenza messa da Dio in terra per umiliare gli uomini, divenne con Hobbes, l’emblema ed il nome del Dio mortale, incarnò il corpo dello Stato sovrano, del “contratto” fra gli uomini. La sterminata eredità di pensiero e di idee che la riflessione sul potere e sul governo degli uomini ci ha trasmesso attraverso i tempi, dalla “politikè tèkne” della “polis” greca allo “Stato machiavelliano”, dal sovrano hobbesiano che non è un “defensor pacis” (Marsilio da Padova), ma “creator pacis”, alle concezioni razionalistiche e moderne di Stato e Nazione: questa eredità oggi si dice che è il simbolo del Leviatano, dopo tre secoli in cui ha segnato il destino della modernità, ha oggi irrevocabilmente esaurito la sua efficacia. Con l’avanzare del dominio della tecnica, la mega-macchina statuale appare sempre più. Come aveva intuito Nietzsche, un gelido mostro. Pervicacemente menzognero e totalmente incapace di percepire la vita nel suo divenire. Aveva ragione Nietzsche? Il problema non è lo Stato, la sua assolutizzazione, cioè la sua pretesa di essere fonte suprema del diritto. (Riccardo Alfonso direttore centro studi politici e sociali della Fidest)

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