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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 289

Posts Tagged ‘politica’

Comprendere la politica dal punto di vista laico e confessionale

Posted by fidest press agency su domenica, 6 settembre 2020

È un discorso che io faccio in primo luogo pensando agli italiani, ma potrei estenderlo agevolmente agli altri popoli del mondo. Riprendo, a tale riguardo, un passaggio del libro scritto dal sacerdote Pio Parisi nel suo libro: “La coscienza Politica” scritto nel 1975. Le sue parole, pur meditate molti anni fa, osservando gli avvenimenti che ruotavano intorno alla Democrazia Cristiana, sembrano ora acquistare una straordinaria attualità.
Il tema che mi sembra egli prediligesse, su tutti, è su cosa la fede dà alla politica. “Se la fede – egli osserva – è un’esperienza totale è chiaro che essa investe completamente la politica. La fede investe la politica dando un significato nuovo a tutte le realtà di cui la politica s’interessa, da quelle economiche alle giuridiche e culturali; un significato nuovo per l’intelligenza ma anche per il cuore, che si accosterà con nuovo slancio a queste realtà, e per l’azione.
Come potrebbe l’azione politica non essere permeata e intimamente modificata dalla fede, quando la fede stessa penetra l’intelligenza e il sentimento nel momento in cui si compie l’analisi su cui si fonda l’azione politica? In tal modo non si corre il rischio di cadere nell’integrismo? Non di certo giacché è proprio la fede la più forte garanzia contro tale andazzo.
Vi è un primato che supera ogni azione umana. La fede, di conseguenza, dà alla politica la possibilità di una lettura pienamente serena e seria di quel che succede e quindi dà possibilità di un vero orientamento in mezzo alle più complesse vicende umane.
La fede, soprattutto, ci illumina sul valore e sulla centralità d’ogni persona umana, sulla falsità d’ogni violenza e strumentalizzazione, da qualunque parte è operata, nei confronti del più ignorato degli uomini.” Per contro la politica da sola non genera fede, ma chi ha fede cresce in essa impegnandosi nella politica. La politica, semmai, può aiutare la fede a crescere nella conoscenza della grandezza di Dio. La politica, infatti, stimola l’attenzione a tutti e la considerazione dell’umanità come un tutto; fornisce tanti elementi per cogliere la complessità e il rapido divenire delle vicende umane: è spesso un’esperienza viva della miseria umana, materiale e morale; dà la possibilità d’individuare grandi potenzialità nei singoli e nella società. La politica può essere, infatti, un’ampia e intensa esperienza dei condizionamenti naturali e sociali, quelli del tempo, del peccato, della morte. Per chi non ha fede la politica può essere una via per raggiungerla. Facendo sinceramente politica ci si affeziona sempre più all’uomo e desiderare per lui una salvezza che sia di là di quella che l’uomo da solo può trovare; ci si affeziona all’amore e se ne cerca una sorgente inesauribile: ci si affeziona all’efficacia e si ricerca il divino. A questo punto noi comprendiamo, sino in fondo, la ragione che a cavallo tra il XIX e il XX secolo ci ha portato alla vocazione politica di un Gioberti e di uno Sturzo e di altri. Occorre, altresì, essere molto chiari con se stessi e con gli altri: se ci s’impegna insieme, in conformità a scelte di valori culturali e morali, bisogna rinunciare a servirsi di questa convergenza per operazioni di potere. Nel momento in cui una comune iniziativa culturale o morale è concepita come alleanza di potere, essa è isterilita, distorta negata. Ci si può aiutare a servire e ci si può aiutare ad asservire; ma i due modi si escludono a vicenda. È il momento che la coscienza civile e religiosa degli italiani riconosca i valori di sempre e s’identifichi con essi. Questa nostra coscienza politica va acquistata quotidianamente nella misura dell’impegno a osservare, a riflettere, a realizzare la sintesi fra diverse tendenze separate e contrapposte, ad aprire il proprio animo, agli altri e agli eventi, a convertire la propria vita, liberandosi, per quanto è possibile, dall’egoismo. Ed è un atto d’egoismo procedere uniti nella fede e separati in politica di là del ragionevole e del comprensibile. Dopo di tutto ci appare un non senso identificare due distinte anime tra chi opera in conformità al suo Credo e chi lo mette da parte, sia pure diligentemente, per lasciare il posto al significato laico della politica. (Riccardo Alfonso)

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Quanto la politica perde il contatto con la realtà

Posted by fidest press agency su sabato, 5 settembre 2020

Se non è stata in grado di riconoscere per tempo le crisi del sistema per coglierne il significato. Non è riuscita a capire, di fronte ai crolli delle istituzioni e alle sofferenze umane, che gli uomini dell’apparato avrebbero dovuto trovare il modo migliore di comportarsi. È stato il momento in cui non si è stati capaci d’uscire dal pantano delle crisi istituzionali, civili, economiche e sociali per una più appropriata ricerca dei modelli culturali e dei costumi, del linguaggio, della trasmissione dei valori, dei rapporti tra generazioni. È mancata la coscienza politica. Quella stessa coscienza che sembra vagare solitaria e sconsolata e capace di rendere viva solo una diaspora.
È il momento che la coscienza civile degli italiani riconosca i valori di sempre e s’identifichi con essi. È il momento che questi valori siano restituiti al nostro patrimonio comune. In questo patrimonio comune si collocano quei movimenti politici vecchi e nuovi. Ecco perché oggi guardiamo con simpatia quei pionieri che hanno l’ardire di riportarla alla comune memoria, a risvegliare l’interesse dei giovani e di chi ha la memoria corta per fatalità genetica o per ipocrite chiusure. Agli altri che, si richiamano ai suoi valori, ma non hanno osato assegnarne il nome che li riallacci a un passato, occorra dire che può essere vergogna d’uomini ma non d’idee e di valori se questi attributi affondano le loro radici nella nostra coscienza positiva nella singola persona, nella comunità e nella società. Questa nostra coscienza politica va acquistata quotidianamente nella misura dell’impegno a osservare, a riflettere, a realizzare la sintesi fra diverse tendenze separate e contrapposte, ad aprire il proprio animo, agli altri e agli eventi, a convertire la propria vita, liberandosi, per quanto è possibile, dall’egoismo. (Riccardo Alfonso)

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La politica nelle istituzioni e tra la gente

Posted by fidest press agency su giovedì, 3 settembre 2020

Nel momento in cui una comune iniziativa culturale o morale è concepita come alleanza di potere, essa è isterilita, distorta e negata. Ci si può aiutare a servire e ci si può aiutare ad asservire; ma i due modi si escludono a vicenda.
C’è una politica che punta sul potere, per affermare dei valori: è illusoria.
C’è una politica che punta sui valori, per conquistare il potere: è farisaica.
C’è una politica che punta sui valori per farli crescere: Questa politica è valida e se è fatta da persone mature, non c’è pericolo che dimentichi di fare i conti con la realtà “potere”.
Gli italiani, e non solo nel mondo, hanno avvertito, e l’antipolitica ha fatto il resto, le forti contraddizioni tra l’essere e l’agire politico di chi è stato eletto dal popolo in termini fiduciari e chi li ha traditi ingannandoli per le sue miserie umane. L’errore, nell’immaginario popolare, è stato quello di aver associata l’istituzione con chi è stato demandato a guidarla demonizzandoli entrambi.
La verità è che siamo al cospetto di una società divenuta sempre più complessa e frammentata dove a fronte di un suo cambiamento radicale i partiti di massa o quelli creati ex-novo ma con lo sguardo rivolto al passato, non sono riusciti a cogliere il nuovo e il diverso in prospezione.
Oggi, pur con tutte le nostre contraddizioni si avverte forte nell’opinione pubblica una forma di governo statale in grado di assicurare stabilità, efficienza decisionale, chiaro funzionamento della responsabilità politica dei governanti. C’è chi a fronte di questa richiesta pensa all’uomo “forte” capace di decidere da solo e d’imporre la sua volontà, ammaliato dall’idea del bene comune, e affrancandosi dai mediatori del consenso popolare in auge nelle democrazie compiute. C’è chi cerca un consenso tra i cosiddetti poteri forti cedendo ai loro interessi partigiani per reggere le sorti di un Paese, ma tradendo la volontà popolare con la logica delle promesse e favorito da una “informazione ingannevole”.
A questo punto mi chiedo se allo stato attuale e con i tanti nodi critici che vengono al pettine possiamo ancora far emergere la responsabilità politica in un sistema così compromesso e quindi riportare la democrazia nel suo alveo naturale facendola funzionare a dovere. È senza dubbio un’impresa ardua ma che potremmo affrontare solo se ci convinciamo che sta proprio alla capacità del popolo di determinare ex ante gli indirizzi politici e sulla possibilità di rimuovere i governanti senza spargimento di sangue in seguito a un giudizio negativo in ordine al loro operato, ma non correndo il rischio di cadere dalla padella nella brace. (Riccardo Alfonso da “Studi politici” della Fidest)

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Il bene comune

Posted by fidest press agency su martedì, 1 settembre 2020

È stato scritto: “il bene comune di una nazione passa anche attraverso la fatica del pensare, l’urgenza dell’interrogare, la necessità del dialogare in modo critico e costruttivo con la cultura pluralista che ci avvolge”. Se volgiamo questo pensiero alla politica, che intendiamo circoscrivere a quella italiana, ci rendiamo conto di quanto sia distante nella realtà quotidiana questo semplice ma incisivo precetto. Nella migliore delle ipotesi ci imbattiamo in una classe elettorale protesa alla ricerca di “stabilità” individuabile con le “parole” ma non sempre costituenti una premessa per ottenere un conseguente effetto. In questo frangente diventiamo facili vittime di un imbonitore di turno e la grancassa dei media rende l’eco più immaginifico smarrendo in tal modo il senso del reale. In tale contesto ci rendiamo sempre più consapevoli che la crisi non sta nel sistema ma nella misura in cui abbiamo smarrito il senso della vita, del vivere in comunità, nella perdita dei valori dove il profitto prevale alla solidarietà, dove il male diventa una necessità e ci ritroviamo con lo homo homini lupus che per Rousseau significa “l’uomo è un lupo divoratore per ogni altro uomo”. In tutto questo ripiegamento agli usi barbari è possibile un rinsavimento? La risposta è dentro di noi restituendo al pensiero e alla ragione la possibilità di valutare e meditare e di renderci conto che esistono due soli grandi diritti: quello alla vita e al vivere e non possiamo garantire il primo senza rispettare il secondo. (Riccardo Alfonso)

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La politica delle convergenze parallele

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 agosto 2020

E delle forme triangolari, tra le ideologie e le aberrazioni. In politica un po’ di geometria non guasta dopo le “convergenze parallele” indicate da un politico italiano per spiegare la possibilità di fare alleanze “particolari”. Dal punto di vista retorico, l’espressione è un ossimoro essendo parole in forte antitesi giacché due rette parallele non possono convergere. Oggi, invece, parliamo del triangolo della vita i cui vertici possiamo indicare con le tre tipiche età dell’essere umano: giovani, età intermedia e anziani. Mi riferisco al triangolo equilatero che con i suoi angoli interni tutti pari a sessanta gradi considero la figura più semplice in assoluto. Esso, con i suoi tre segmenti, realizza il minimo per delimitare una superficie chiusa. Su questa base si può costruire una piramide per entrare nella tridimensionalità. Oggi ci sembra, con l’allungamento dell’età media, tanto per restare alla nostra figura geometrica, da triangolo equilatero, si debba passare ad altre figure: l’isoscele con due lati e angoli con lunghezza uguale o scaleno con tutti i lati e angoli interni che hanno lunghezze differenti. Se vogliamo, introducendo questa variante “esistenziale” nella nostra nuova figura, dobbiamo dire che abbiamo un lato, i giovani, di trenta gradi, l’età intermedia di sessanta e quella degli anziani di novanta. Da una prima riflessione notiamo come il primo lato si sia accorciato provocando nei giovani una maturità precoce ma anche innaturale e con uno strascico di problemi non indifferenti che vanno, inevitabilmente, a scaricarsi nel secondo lato. Il terzo, invece, si è allungato e ha dato origine a un’altra irregolarità. Se a questo punto volessimo ritornare a quella che consideriamo la figura ideale che è data dal triangolo equilatero, dovremmo restituire ai giovani il loro spazio e tornare ad accorciare la speranza di vita agli anziani. Se partiamo da questo postulato, dobbiamo subito dopo chiederci: è praticabile tale strada? E ancora: “Quali sarebbero le conseguenze se la percorressimo?” Dovremmo in pratica restituire ai giovani quella fetta di giovinezza che abbiamo loro sottratto, e qui potrebbe anche starci bene, ma non è la stessa cosa per gli anziani che si vedrebbero preclusa la possibilità di vivere più a lungo.
Se usciamo per un momento da questo livello di astrattezza surreale e ci caliamo nella nostra quotidianità la risposta potrebbe diventare cinica pensando di stabilire un’età oltre la quale non si debba andare per continuare a tenere valida la figura del nostro triangolo isoscele.
Un’alternativa sarebbe di tenere “compresse” le età come in qualche modo è stato fatto in Italia con gli ammortizzatori sociali per i giovani nei fuori corso universitari e con la ferma obbligatoria. Oggi lo facciamo con i master e gli stage. Ma come possiamo conciliare la grande voglia dei giovani per la “maturità” e la loro spinta a diventare dei protagonisti nella società con le altre generazioni contestualmente presenti? Ciò vuol dire anticipare l’ingresso nell’età intermedia e che, a sua volta, finisce con l’esaurire ben presto la sua carica “propulsiva” diciamo intorno ai 55-60 anni.
Così finiamo con lo stabilire una regola che vede entrare nel mondo del lavoro e nelle istituzioni giovani che solo qualche anno fa relegavamo tra i banchi di scuola mentre estromettiamo dal sistema i cinquantacinquenni e che a loro volta diventano in pratica degli anziani da parcheggiare in solitudine nel limbo dell’attesa e che diventa maggiore per via dell’allungamento della vita. E’ logico presumere che con questa diversa suddivisione del differenziale esistenziale s’ingenerino dei conflitti soprattutto da parte dei giovani rispetto agli anziani. Giovani sempre più adulti e anziani sempre più superflui. Se vogliamo a questo punto ritornare alla logica delle “convergenze parallele” vi sarebbe un modo per affievolire i dissidi intergenerazionali stabilendo lavori ad hoc. Prendiamo ad esempio un giocatore di calcio professionista.
Sappiamo bene che la sua “vita sportiva” non andrà oltre i trentacinque anni. Dopo tale data dovrà cercarsi un diverso impiego. Perché non possiamo fare la stessa cosa, sulla base dei dati anagrafici o anche per età biologica, per ciascuno di noi? Possiamo stabilire dei lavori “congeniali” a una certa età e non in altre e fare in modo che i vari passaggi siano mediati attraverso appositi corsi professionali. Così potremmo trovare un lavoro a un settantenne senza per questo “rubarlo” a un trentenne. Se non altro potremmo ovviare quelle contraddizioni che abbiamo dovuto rilevare in questi ultimi anni con sistemi che per favorire il turn over si anticipava l’età pensionabile per poi rendersi conto che il loro costo sociale si ritorceva inevitabilmente sul sistema economico del Paese danneggiandolo seriamente. Come dire? Il rimedio è peggiore del male.
Oggi gli anziani possono diventare odiosi e scatenare intolleranze in tanti modi. Prima di tutto per le loro richieste di adeguamenti pensionasti al costo della vita e poi per le loro necessità assistenziali ritenute sempre più costose e per i tentativi di taluni di essi di “arrotondare” le loro rendite con il lavoro in nero e ancor peggio nel fare delle loro professioni un’attività inalienabile come in politica e nelle rappresentanze istituzionali. L’esempio tipico l’abbiamo con Berlusconi che da industriale è passato alla politica a tempo pieno e ora punta all’immortalità. Ma come possiamo escludere una realtà alla quale tutti noi siamo sottomessi se non cercando di mediarla con la forza della ragione? D’altra parte, ogni età è necessaria e ineluttabile all’essere umano come per tutte le creature viventi per una legge che ci sovrasta ed è incomprimibile e immutabile: è quella del tempo. (Riccardo Alfonso)

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L’Italia politica degli ultimi anni: guardiamo il passato per capire il presente

Posted by fidest press agency su domenica, 23 agosto 2020

Partiamo dall’intervento di Amintore Fanfani, sul finire degli anni sessanta, in un’assise congressuale della Dc dove denunciava i primi casi di corruzione politica e che anni dopo Aldo Moro e Berlinguer cercarono un possibile deterrente attraverso la formula del “compromesso storico”. Sappiamo che tale tentativo fallì tragicamente con il rapimento e l’uccisione di Moro e la successiva morte per cause naturali di Berlinguer. Il tema fu ripreso da Bettino Craxi in un suo famoso discorso alla Camera dei deputati per difendersi da un sistema corruttivo già ampiamente diffuso e che lo aveva travolto.
Seguirono gli eventi internazionali con la caduta del muro di Berlino e il conseguente collasso dell’Urss. Di rimbalzo l’Italia subì una crisi al contrario con la dissoluzione della D.C. ma non del partito comunista. Fu anche la stagione di “mani pulite” e si pensò ad una svolta virtuosa.
Fu, purtroppo, un’occasione mancata. Non si fecero i conti con i pregiudizi dell’elettorato italiano nei confronti del partito comunista anche se aveva cambiato il nome e non si trovò di meglio, per colmare il vuoto lasciato dalla Dc, che dar vita a un partito nuovo di zecca chiamando alla ribalta un uomo il cui merito era quello d’avere ingenti disponibilità economiche e l’audience delle sue televisioni private e di alcune testate giornalistiche. Si pensò ad una rivoluzione liberale ma il tutto si tradusse in una sorta di “liberismo creativo” dove l’Italia perse la sua grande occasione per rigenerarsi.
Dopo un lungo torpore dove le sorti del Paese continuarono a peggiorare si pensò a una nuova svolta con un movimento denominato 5Stelle che divenne nel 2018 il primo partito del paese ma non di governo. Primeggiarono i voti di coalizione dove il Pd nel 2013 prevalse sul centro destra per una manciata di voti che gli permise d’ottenere il premio di maggioranza.
E ora dopo i segni contradittori delle europee dello scorso anno ritorniamo, questa volta, con sette regioni che devono rinnovare i loro consigli e rispettivi governatorati. Cosa dovrebbe insegnarci il passato?
A non fidarsi di certo da chi ci ha delusi e ad offrire un’apertura di credito al diverso, se non proprio il nuovo, che si sta profilando espresso dal Movimento cinque stelle. Non vediamolo come il virtuoso che si contrappone al corrotto. Vediamolo per quello che è. Un movimento fatto di persone che possono anche sbagliare ma che hanno il privilegio di provenire dalla società civile senza passare dalle logiche partitiche e dagli inciuci di palazzo. Tutto qui? Certo e per l’Italia politica ne basta e ne avanza. (Riccardo Alfonso direttore del Centro studi politici della Fidest)

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La politica e i suoi paradossi

Posted by fidest press agency su venerdì, 21 agosto 2020

I temi ricorrenti in questi giorni di campagna elettorale, sia pure a livello regionale, vertono quasi tutti nelle promesse di natura economica da una parte e alla dissacrazione delle stesse definendole irrealizzabili. Il problema, a nostro avviso, non sta tanto nell’aprire o chiudere il borsellino per erogare qualche miliardo di euro da una parte invece che dall’altra, quanto nella necessità di rivedere totalmente le reali priorità che il paese attende da fin troppo tempo. E sono necessità legate a quel diritto sempre bistrattato che ci lega al vivere. Che senso ha, infatti, proclamare il diritto alla vita per poi lasciarla languire tra mille difficoltà? E il tutto parte dalla famiglia che accoglie i nuovi venuti e dalla società che li prende in carica. Che certezze diamo ad essi in tema d’istruzione, di assistenza sanitaria, di sicurezza, di lavoro e per una vecchiaia serena? Poche, purtroppo, sino ad ora.
Ed è, invece, il percorso che le istituzioni devono garantire in via prioritaria e chi si appresta a governarci deve darcene contezza sin da ora. E su questa misura il popolo degli elettori deve giudicare prima del voto. È qui che la politica si trasforma in democrazia e cura l’interesse dei suoi cittadini. È quella, per intenderci, che noi chiamiamo la “filiera della vita” dove i giovani devono credere in qualcosa di sicuro dal momento in cui si guardano intorno e dialogano con i loro coetanei e che questa sicurezza ci può accompagnare in tanti modi ma in primo luogo nell’affermare l’intangibilità dei valori per credere ed essere creduti per quello che sono e non per quello che hanno. E i valori hanno bisogno di autorevoli esempi a partire da ciò che noi costruiamo con la crescita di una classe dirigente aperta al bene comune e non chiusa nei loro egoismi e interessi partigiani. Pensiamo quindi che il voto che andiamo ad esprimere possa essere il frutto di questi ragionamenti e la guida, se non altro, possiamo averla pensando alla pochezza delle cose fatte e dell’aria fritta che gli stessi propongono per il nostro futuro. (Riccardo Alfonso direttore centro studi politici e sociali della Fidest)

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La politica fatta di «studenti»

Posted by fidest press agency su giovedì, 20 agosto 2020

Tra le varie voci presenti nel circuito elettorale quelle che lasciano più delle altre un motivo di riflessione è quanto si allude alla natura dei candidati: ora perché troppo giovani, ora perché troppo avanti per l’età, ora perché inesperti, ora perché non sanno usare i “congiuntivi” e così via. Perché non ci chiediamo come fanno i partiti a scegliere i candidati e a proporli agli elettori? Siamo sicuri che riescono a fare la scelta giusta? E ancora è proprio necessario che nel loro curriculum la differenza la faccia una lunga sfilza di titoli accademici? O è vero, quanto afferma il magistrato Piercamillo DAvigo che certe professionalità come la sua incontrano una certa difficoltà se cambiano mestiere e si dedicano alla politica entrando in parlamento? C’è persino tra i giovani una qual confusione se alcuni affermano che si sono iscritti alla facoltà di scienze politiche per poi, una volta laureati, entrare in politica. In passato, è bene ricordare, impazzavano le scuole di partito e la pratica di amministratore locale prima di essere selezionati per incarichi sempre più importanti. Ora c’è qualcuno che si scandalizza perché il Movimento 5 stelle fa le “parlamentarie” per la scelta dei suoi candidati. E’ una formula indovinata? Direi di sì ma, purtroppo, con qualche dubbio se guardo al risultato ottenuto nelle passate elezioni politiche dove i suoi parlamentari venuti dall’anonimato hanno mostrato di riuscire a colmare i vari vuoti conoscitivi della pratica politica e parlamentare più di quanto non abbiano fatto gli altri colleghi maggiormente titolati. Ciò non di meno taluni di loro hanno dimostrato vistose falle comportamentali tanto da farmi dire andiamo pure avanti su questa strada ma con prudenza. (Riccardo Alfonso)

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La politica e l’arte della mistificazione

Posted by fidest press agency su sabato, 15 agosto 2020

La prossima campagna elettorale si preannuncia essenzialmente mediatica. I giochi sin da ora sono aperti. Qualcuno cerca d’esorcizzare le “fake news” considerandole delle banali fanfaluche ma in effetti sono capaci di mettere in cattiva luce l’avversario e sono come la “calunnia” un venticello, come ce lo canta e ce lo suona Rossini nel Barbiere di Siviglia, dove la calunnia è “un’auretta assai gentile Che insensibile sottile Leggermente dolcemente Incomincia a sussurrar. Piano piano terra terra Sotto voce sibillando Va scorrendo, va ronzando, Nelle orecchie della gente S’introduce destramente, E le teste ed i cervelli Fa stordire e fa gonfiar. Dalla bocca fuori uscendo Lo schiamazzo va crescendo: Prende forza a poco a poco, Scorre già di loco in loco, Sembra il tuono, la tempesta Che nel sen della foresta, Va fischiando, brontolando, E ti fa d’orror gelar. Alla fin trabocca, e scoppia, Si propaga si raddoppia E produce un’esplosione Come un colpo di cannone, Un tremuoto, un temporale, Un tumulto generale Che fa l’aria rimbombar. E il meschino calunniato Avvilito, calpestato Sotto il pubblico flagello Per gran sorte va a crepar”.
Come si può notare è un antico mestiere, quello del calunniatore, che lancia il sasso e nasconde la mano e lascia alle spalle solo macerie. Un noto politico ne aveva fatto un insegnamento magistrale quando affermava che parlar male di qualcuno si fa peccato ma spesso s’indovina. Oggi, purtroppo, siamo pronti ad accettarla per buona dopo che per anni abbiamo gettato discredito su tutto rendendoci sospettosi e persino maligni. Alla fine, nessun politico o amministratore che sia riesce a salvarsi: sono tutti corrotti sussurrano i calunniatori e noi che possiamo farci? Ci crediamo e il gioco è fatto. (Centro studi politici e sociali della Fidest diretto da Riccardo Alfonso)

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Idea politica e idea dello Stato

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 agosto 2020

L’idea della politica e l’idea dello Stato modernamente inteso, sono oggi in rotta di collisione. E’ una frattura semantica conseguente al riconoscimento dell’asse centrale della società civile, alle multi e interdipendenze, alla razionalità plurale. Il nesso non si trova più concentrato nello Stato, in una classe, struttura, o ceto, ma in ogni soggetto. Il principio di libertà (persona) diritto alla proprietà (natura) s’identifica in un agire dotato di senso solo se rispetta questi due canoni fondazionali, di là della tripartizione del potere che Weber ha proposto: razionale, tradizionale, carismatico.
Lo Stato e l’impresa economica sono i due grandi elementi creati dal mondo moderno. Entrambi sono attraversati dalla politica ma in forma sempre più ridotta, semplice postulato normativo, a una forma di giustificazione del potere esistente. In questo modo, la politica non è più riconoscibile come centro di una società, ma solo come sistema autoreferente senza finalità extra-sociali. Un potere che sempre più s’identifica con il vecchio detto: auctoritas non veritas facit legem. (Riccardo Alfonso)

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Che cos’è la politica? Serve davvero a qualcosa? di Giuliano Pisapia

Posted by fidest press agency su sabato, 1 agosto 2020

Data di uscita: 22 settembre 2020 Pagine 192 Prezzo 12,90 €. Ti sei mai chiesto come mai nel quartiere dove abiti non c’è un posto in cui passare i pomeriggi, o perché nessuno protesta per la tua scuola che cade a pezzi? Forse ti sembra una cosa lontana, da adulti, ma la politica è molto più vicina alla tua vita di quanto pensi. Perché fare politica è tante cose. È esprimere la tua opinione su un tema che ti sta a cuore, difenderla con coraggio, riunire altre persone che la pensano allo stesso modo, impegnarsi per farsi ascoltare e infine riuscire a migliorare le cose, anche solo un po’. Ma la politica è anche qualcosa di più: è generosità, dare voce a chi non ce l’ha, aiutare chi ha bisogno, imparando a mettere le necessità degli altri davanti alle tue preferenze. Perché un bravo politico sa che la scelta giusta è quella che produce un risultato migliore per la maggioranza, spesso composta anche da chi non sa farsi sentire. Tutti possiamo aiutare, anche tu. Anche se sei molto giovane. Anche se ancora non puoi votare. Giuliano Pisapia e Lia Quartapelle ti racconteranno, attraverso le loro esperienze e gli esempi delle più famose personalità dell’attivismo e della politica, come farti un’opinione e poi portarla avanti per raggiungere un obiettivo che consideri giusto e utile per l’interesse collettivo. Perché il bene comune si costruisce tutti insieme e non è mai troppo presto per cominciare.

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Dimitte voces accipe sensum

Posted by fidest press agency su venerdì, 31 luglio 2020

Tralascia la parola, cogli il senso. E’ questa la regola d’oro tra quanti ascoltano il “vociare” della politica, fatta di promesse, di bugie, di disinformazione, di provocazioni e chi più ne ha più ne metta. Abbiamo tante, tantissime parole in libera uscita che è arduo dare loro un ordine, una misura, una spiegazione logica. E’ che, come nel detto latino, dobbiamo abituarci, per vederci chiaro, a capire ciò che si nasconde dietro il paravento delle parole. La recente possibilità offerta dalle ingenti risorse finanziarie sta generando famelici appetiti sotto l’ombrello di parole vendute al vento, raccolte dagli ingenui, smerciate dai furbi e dagli opportunisti delle opposte fazioni per gli usi di comodo. Se fossimo andati diritto alle riserve mentali che opportunamente nascondevano e ne avessimo colto il senso, con molta probabilità oggi saremmo più arrabbiati di prima, più offesi nei confronti di chi ha carpito la nostra buona fede, per aver fatto mercimonio delle nostre idee e principi. Possibile che da 40 anni a questa parte non siamo riusciti ad abbreviare sensibilmente gli iter processuali che possono durare anche tre lustri per darci una sentenza definitiva? Possibile che le evasioni fiscali viaggiano a un ritmo di centinaia di miliardi di euro per poi accontentarci di qualche misero successo? Possibile che continuiamo a lasciar incancrenire la questione meridionale che risente i suoi effetti negativi oramai da oltre 150 anni? E potremmo continuare a lungo su questi temi, ma a che pro? Queste cose vorremmo non più dirle ma vederle risolte. (Riccardo Alfonso)

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Ci vorrebbe il “partito che non c’è”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 luglio 2020

Mai come in queste settimane ho ricevuto così tante, e qualificate, sollecitazioni a “fare qualcosa” affinché le persone perbene e animate da spirito di cittadinanza, quando non di amor patrio, possano dare un fattivo contributo per evitare all’Italia un destino di penoso o, peggio, di drammatico declino. Non è la prima volta che ciò accade, giacché non è purtroppo la prima volta che il nostro paese attraversa crisi pericolose. Ma rispetto al passato colgo una differenza fondamentale: oggi c’è la consapevolezza che la risposta non può che essere politica, a tutto tondo.
Fino a ieri, infatti, circolava l’idea – un po’ consolatoria, ma soprattutto alibi per evitare un impegno diretto e gravoso nell’agone politico – che ciò che la società civile doveva fare era semplicemente fornire idee e progetti ad un ceto politico che ne era sprovvisto. “Noi produciamo le munizioni intellettuali, i contenuti, che poi loro, che la politica la fanno di mestiere, penseranno a sparare”, diceva la buona borghesia del fare. Era già un passo avanti rispetto al vecchio schema che ha accompagnato la stagione di Mani Pulite – essendone in parte causa ed in parte effetto – con cui si è malamente archiviata la Prima Repubblica, secondo cui i partiti e i politici avrebbero dovuto sparire dalla faccia della terra per lasciar posto ad una tecnocrazia imprenditoriale che avrebbe sostituito le lentezze e cattive posture della politica con le efficienze di chi maneggiava le logiche gestionali delle imprese. Queste pulsioni, fondamentalmente qualunquiste, che negavano la centralità della politica e propugnavano la supremazia di chi era portatore delle cognizioni tecniche, sono state alla base della “discesa in campo” di Berlusconi e dell’avvento dei partiti personali e della preminenza della narrazione mediatica sulle scelte reali, oltre che di una contrapposizione bipolare di tipo “armato” – il Cavaliere da una parte, gli anti-Berlusconi dall’altra – che in parte ha prodotto e in parte non è stata capace di frenare il declino strutturale del Paese.
La crisi del 2008, più pesante che altrove e prolungata per anni, aveva in buona misura reso evidenti i limiti di quell’idea che della politica si poteva fare a meno, aprendo la strada a Mario Monti – ricordiamoci che il suo partito, pur fragilissimo, prese il 10%, mica poco – e al concetto che tecnocrati e politici dovevano cooperare. La fine della crisi da spread e l’irruzione sulla scena di un politico di nuova generazione e apparentemente moderno, perché pur essendo di apparato e non avendo nessun stigma tecnocratico parlava un linguaggio inusuale, diretto e spregiudicato, hanno dato l’illusione a molti che si fosse finalmente voltato pagina. Ma sono bastati pochi anni di errori e di disillusioni per cancellare ogni velleità riformista e di modernizzazione, e per far dilagare nel paese tanto il virus populista del “uno vale uno” e dell’inesperienza come certificazione di verginità politica e morale, tanto quello sovranista del “meglio da soli” che si sono tradotti nelle affermazioni elettorali del 2018 del Movimento 5stelle e della Lega di Salvini. Il combinato disposto tra l’esito sciagurato del governo gialloverde e la palese debolezza di quello attuale – peraltro messi entrambi nelle mani dell’ineffabile “avvocato degli italiani”, una volta populista e l’altra progressista, à la carte – sommati alla forza d’impatto del Covid e delle sue drammatiche conseguenze, ha nuovamente cambiato il sentiment del Paese, inducendo tanto i moderati, quanto i riformisti – che sommati insieme fanno la maggioranza degli italiani, se non assoluta certamente relativa – a preoccuparsi di non avere una classe politica sufficientemente attrezzata per affrontare una sfida che, giustamente, avvertono essere senza precedenti.Così nel lockdown sono sorte molte iniziative sul web e sono state attivate chat che, come nel caso della mia War Room che ha fatto tesoro dell’esperienza ultradecennale di TerzaRepubblica, hanno formato una vera e propria community di persone desiderose di scambiare idee, condividere documenti, fare analisi, abbozzare proposte. Alcune si sono spente con la fine della costrizione casalinga, altre hanno continuato il loro utilissimo lavoro di divulgazione, ma soprattutto di tessitura di una tela di relazioni e di un ordito di coscienza civica. Ora ci si rende conto che è scoccata l’ora delle scelte storiche, e che occorre fare un passo in più se si vuole poter coltivare fondatamente la speranza di salvare il Paese e noi stessi. Un sentimento, questo, che deriva dalla constatazione di una verità che si è fatta palese per moltissimi, se non per tutti: l’insufficienza di chi ci rappresenta e di chi ci governa.Era già accaduto, come dicevo, ma questa volta la novità sembra stare nella reazione: non più – o sempre meno – il qualunquistico disinteresse, non fosse altro perché nulla come la pandemia ha mostrato che l’io staccato dal noi non riesce a mettersi al riparo; non più – o sempre meno – il rabbioso mandiamoli tutti a casa in una sorta di “vaffa scaccia vaffa”; non più – o sempre meno – proviamo a dargli delle idee e speriamo che le capiscano e le facciano proprie, pulsione annichilita dalle deludenti esperienze della task force Colao e di tanti altri gruppi di esperti (più o meno tali) che sono stati utilizzati al solo scopo di fare un po’ di marketing (con una o due “t”). No, questa volta la reazione prevalente è: dobbiamo impegnarci direttamente.
Naturalmente nessuno sa bene come fare, da dove partire. Né manca, comprensibilmente, la preoccupazione per i pericoli che in questo paese ancora intriso di giustizialismo può correre chi si dovesse occupare di politica, anche se animato dalle migliori intenzioni. Ci si domanda se sia utile entrare a far parte di soggetti esistenti, dal gruppo della Bonino al partito di Renzi o di Calenda, o se, più ambiziosamente, sia percorribile la strada del fare i federatori di costoro, aiutandoli a superare i loro individualismi e a mettersi insieme. Personalmente rispondo di no a entrambe le ipotesi. Per tre semplici motivi. Il primo: se queste forze, molto personali, sono, o comunque paiono, marginali e poco accreditate nei sondaggi, non sarà certo l’innesto di terzi – che peraltro sarebbe difficoltoso, visto che non risulta siano in cerca di teste pensanti – a cambiarne il destino. Il secondo: in politica le fusioni, ammesso e non concesso che chi si vorrebbe fuso sia disponibile, non hanno mai funzionato. Il terzo: giusto o sbagliato che sia, il mercato politico richiede prodotti nuovi, non il riciclo dei vecchi. Inoltre, credo che sia finalmente tramontata l’epoca dei partiti personali, specie se espressione di ricchezza.Ecco perché l’unica strada è quella della costruzione del “partito che non c’è”, come da tempo definisco io la forza che manca nel nostro sgangherato sistema politico. Per la verità non ne manca una, ma almeno tre, corrispondenti ad altrettante culture e famiglie politiche europee. Certo, nominalmente, il Pd è nella famiglia socialista e contiene fin dalla nascita una parte importante di cattolici, mentre Forza Italia è nei popolari a Bruxelles e a Roma ama definirsi forza liberaldemocratica. Peccato però che di socialisti nel Pd ce ne siano ben pochi, essendo quasi tutti ex comunisti. E e che gli ex democristiani, per quanto collocati a sinistra nella geografia Dc, avrebbe più senso che fossero nei popolari a compensare le spinte delle componenti cattoliche più a destra. Viceversa, quella creata da Berlusconi resta una forza di populismo temperato al servizio del fondatore, non a caso declinante con lui, che ha poco sia di popolare che di liberale. Ma oggi non ci sono né le condizioni né il tempo per ricostruire le vecchie famiglie delle culture politiche del Novecento. Inoltre, esse andrebbero irrorate di modernità, considerata la rivoluzione copernicana che la tecnologia digitale ci ha imposto. Basterebbe leggere il bellissimo libro “Il verde e il blu. Idee ingenue per migliorare la politica” (Raffaello Cortina Editore) di Luciano Floridi, uno dei massimi esponenti della filosofia contemporanea, che dopo le originali riflessioni sull’infosfera degli anni scorsi ora propone di unire politiche verdi dell’economia green e circolare (non il No alle infrastrutture e il declino infelice dell’ecologismo d’accatto) a quelle blu dell’economia digitale e dell’informazione per riformulare il modello non solo dello sviluppo ma anche della qualità della vita, delle relazioni umane e dei processi sociali. Idee che in Italia ha ripreso Marco Bentivogli, l’unico sindacalista 4.0, talmente moderno da essere stato costretto a lasciare il sindacato. E che so possano essere fatte proprie anche da diversi imprenditori illuminati.Insomma, vale quanto vado ripetendo da tempo: occorre creare una nuova forza politica che unisca le culture liberale, socialista e popolare, che singolarmente intese non sono più in grado di dare risposte ai problemi complessi del nostro tempo, se non fondendo alcuni valori e principi e saldandoli con il pensiero moderno serio, che affonda le radici nel passato e che non fa del nuovismo e del modernismo di maniera. Una forza che scelga di lasciare fuori dalla porta, restituendole alle coscienze dei singoli, le questioni etiche dividenti, per affermare una frontiera sia della laicità che della fede. Una forza riformista che sia capace di sanare la frattura che si è creata fra libertà e responsabilità, tra la complessità del reale e la sua rappresentazione banalizzata dal populismo politico e mediatico. Una forza che parta dal presupposto che prima vengono le idee e poi le leadership, non viceversa, e che quindi non sia il “partito di tizio” o il “partito di caio”, cui lega indissolubilmente le sue fortune e i suoi rovesci. Una forza che si formi nella società ma che abbia l’ambizione di guidarla, non di esserne la fotocopia. Una forza che si collochi al centro del sistema politico, non perché sia banalmente centrista – termine peraltro ormai consunto oltre che desueto – ma perché vuole attrarre le forze più equilibrate a scapito delle ali di destra e di sinistra, per loro natura più ideologizzate e radicali. Lo spazio politico c’è, quello elettorale è addirittura una prateria specie se si ha l’ambizione di recuperare al voto coloro che negli ultimi si sono astenuti per scelta e non per disinteresse o qualunquismo. Le condizioni, almeno quelle emotive, ci sono, a giudicare dall’interesse che questo discorso suscita. Si tratta di mettere in moto il processo. E qui viene il difficile. Qualcuno dice: dobbiamo fare il partito di Draghi. A parte che per fare il partito di Draghi prima di tutto ci vuole lui, e che non è una buona idea, in una fase storica dove le vere leadership latitano, bruciare in malo modo la più importante di cui l’Italia disponga. Dunque, lasciamo in pace l’ex presidente della Bce, e semmai proviamo a costruire una forza politica seria che domani possa essergli utile se le circostanze lo indurranno a mettere la sua credibilità, che ha pochi pari al mondo, al servizio del Paese. È dunque una pluralità di altre persone che deve rendersi disponibile e rimboccarsi le maniche.E vengo a me. Non posso sottacere il fatto di essere oggetto di molti incoraggiamenti a prendere l’iniziativa. E questo non può che farmi piacere, perchè significa che le cose che ho scritto e detto in questi anni hanno lasciato un segno. Sono grato a tutti. Voglio però essere chiaro: se ci saranno sufficienti forze e risorse in campo, non mi sottrarrò all’impegno di essere uno dei collanti che può unire quelle forze e quelle risorse, ma non sarò in prima linea. Gli impegni che ho assunto in campo professionale e l’età me lo impediscono. C’è bisogno di gente giovane, più giovane del sottoscritto. A me, come ad altri, spetta un compito non meno gratificante, quello di ostetrico, che aiuta a far nascere una cosa nuova. Se ci saranno le condizioni, questo lo farò con grande piacere. Lo devo ad un uomo che è stato fondamentale nella mia vita. Si chiamava Ugo La Malfa. (Enrico Cisnetto) (fonte: Terza Repubblica)

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Per una politica agricola europea più efficace

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 luglio 2020

Assegnare un ruolo più diretto alla regioni nelle politiche di sviluppo rurale può tradursi in una politica agricola europea più efficace, ma le amministrazioni locali devono mostrarsi all’altezza dei compiti loro assegnati – dichiara Andrea Michele Tiso, presidente nazionale Confeuro. Secondo le notizie che arrivano oggi da Bruxelles, per l’entrata in vigore della nuova Pac dovremo aspettare almeno fino al 2023. Se da un lato la proroga delle regole attuali impedisce di imprimere una svolta immediata, dall’altro concede più tempo per analizzare i punti deboli di un’architettura che mostra ormai i segni del tempo.
Durante il Consiglio europeo sull’agricoltura, la ministra Bellanova ha sottolineato che la riforma della Pac non consente ancora di soddisfare appieno le aspettative delle regioni. Un maggiore coinvolgimento delle regioni è sicuramente auspicabile nell’ottica della semplificazione e di una vera sussidiarietà. Il decentramento, tuttavia, non è di per sé sufficiente ad assicurare una migliore gestione dei fondi. Lo dimostra il caso della Puglia, che non è riuscita spendere 142 milioni di euro di fondi europei per lo sviluppo rurale entro il termine previsto del 31 dicembre 2019 – ricorda Tiso.Le amministrazioni locali conoscono più da vicino le esigenze dei loro territori ed è logico pensare che possano allocare le risorse europee per l’agricoltura in modo più rapido ed efficiente. Il decentramento delle competenze amministrative deve però essere accompagnato da un’attenta verifica delle competenze gestionali dell’ente che è chiamato a svolgere le nuove funzioni. L’esperienza mostra infatti che il solo decentramento non è in grado di migliorare l’operato della nostra burocrazia, in assenza di politiche volte a semplificare gli adempimenti e ad avvicinare le amministrazioni ai reali bisogni delle imprese.Riteniamo infine positiva la proposta avanzata dalla ministra Bellanova di utilizzare una parte degli aiuti diretti per far fronte alle future emergenze climatiche e fitosanitarie.

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EYE online 2020: voce ai giovani per influenzare la politica UE

Posted by fidest press agency su martedì, 26 maggio 2020

L’Evento della gioventù europea 2020 (EYE) si terrà online e sarà l’occasione per scambiare opinioni con politici, esperti e influencer e discutere il ruolo dell’UE nella crisi COVID-19.“L’EYE online”, in seguito al rinvio dell’EYE2020 a causa della pandemia, entra nella sua ultima settimana e offre ai giovani dell’UE, e non solo, l’opportunità di incontrarsi virtualmente e scambiare opinioni con esperti, politici, attivisti e influencer. Si occuperà inoltre delle preoccupazioni dei giovani sul ruolo dell’UE nel contesto della crisi COVID-19, nell’ambito della campagna #EuropeansAgainstCovid19.Durante l’ultima settimana, i partecipanti potranno discutere con relatori di alto livello come il Presidente del PE Sassoli, i Vicepresidenti del PE Karatina Barley e Otmar Karas, il Presidente della BCE Christine Lagarde, nonché diversi Commissari UE ed eurodeputati.Il Presidente del PE David Sassoli, che chiuderà l’evento venerdì 29 maggio, ha dichiarato: “Ci sforziamo di trovare delle opportunità anche nei momenti difficili. L’EYE online sta portando l’evento della gioventù europea a un livello superiore, permettendo a un numero ancora maggiore di giovani europei, e non solo, di impegnarsi nel dibattito democratico e di esprimere le loro idee per il futuro dell’Europa. L’EYE è diventato ancora più accessibile e inclusivo per tutti”.Il programma dell’EYE online è iniziato il 7 aprile, quando è diventato chiaro che quest’anno l’evento biennale di Strasburgo non si sarebbe potuto svolgere a causa della pandemia del coronavirus. La sua ultima settimana, da lunedì 25 a venerdì 29, prevede diverse sessioni interattive quali un dibattito con i principali responsabili politici dell’UE, la presentazione su cosa significhi essere eurodeputato o interprete, e la partecipazione a diversi panel su una varietà di argomenti.
Il Presidente Sassoli parteciperà alla sessione conclusiva intitolata “Nei panni del Presidente del PE”, per presentare il suo lavoro quotidiano, in particolare in questi momenti difficili, e la risposta del Parlamento al Covid-19 e la via da seguire dopo questa crisi.
I vicepresidenti del PE per la comunicazione, Katarina Barley e Othmar Karas, apriranno la settimana, lunedì, rispondendo alle domande dei partecipanti sulla risposta dell’UE alla crisi.Anche la Presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, figura tra i numerosi ospiti, per discutere la risposta alla pandemia e come, in particolare, tale pandemia colpisca le persone, le imprese e le banche.I partecipanti potranno inoltre condividere i loro punti di vista su come i giovani possano contribuire a plasmare le politiche post COVID-19 senza uscire di casa. Altre sessioni riguardano il tema dell’impatto del COVID-19 sulla mobilità dei giovani, in particolare i programmi Erasmus+ e il Corpo di solidarietà europeo, il mercato del lavoro, le disuguaglianze in materia di salute e assistenza sanitaria, nonché l’emergenza climatica.Questa edizione online vuole rispondere alle aspettative degli oltre 13.000 giovani che si erano iscritti all’evento di maggio, ma permette anche la partecipazione di un pubblico più ampio.

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Sordi e la politica: «In Italia si dice che il popolo è sovrano. Ma sovrano de che?»

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 maggio 2020

È una delle tante rivelazioni contenute nel volume «Alberto Sordi segreto», l’omaggio editoriale del centenario della nascita del grande attore e atteso da tempo dai suoi fan, che svela amori nascosti, manie, rimpianti e maldicenze. All’interno decine di foto inedite e la prima canzone a lui dedicata. Anche in versione ebook «Alberto amava ripetere: ‘In Italia si dice che il popolo è sovrano. Ma sovrano de che? Il nostro Paese, purtroppo, ha avuto una classe politica che si è impegnata nella conquista del potere per interessi meramente personali’». Affermava come “nell’Italia politica degli ultimi anni ci fosse tanta mediocrità e che i cittadini venissero trattati da sudditi”.
Il libro (212 pagine, 15 euro), a causa dell’emergenza sanitaria, è stato fatto uscire ad aprile in versione ebook mentre il cartaceo autografato dall’autore era disponibile soltanto sul sito dell’editore (www.rubbettinoeditore.it). Il libro digitale, il primo autografato mai realizzato finora, ha subito riscosso grande successo non soltanto in Italia, ma anche in Europa, Argentina, Stati Uniti e Australia, dove Alberto Sordi è tuttora molto amato.Il volume presenta, per la prima volta, anche le testimonianze di alcuni cugini di Alberto: da parte della madre Maria Righetti e del padre Pietro Sordi. Ci sono, inoltre, i ricordi inediti di alcuni amici dell’attore che lo hanno frequentato in modo assiduo e di personaggi del cinema e della tv con i quali ha lavorato. Tra questi, Rino Barillari, Pippo Baudo, Patrizia de Blanck (con la quale Sordi ebbe una love story), Elena de Curtis (nipote di Totò), Sandra Milo, Sabrina Sammarini (figlia di Anna Longhi) e l’ex annunciatrice Rai Rosanna Vaudetti. Di grande interesse le due interviste inedite ad Alberto realizzate dal giornalista Luca Colantoni (1995) e dalla regista e produttrice cinematografica Donatella Baglivo (1997). Infine, lo storico del doppiaggio italiano Gerardo Di Cola analizza i doppiaggi degli attori ai quali Sordi ha dato la voce e i film in cui lui stesso è stato doppiato. Personaggi che, assieme a Igor Righetti, hanno contribuito a rendere pubblica la vita reale, e mai raccontata, di Alberto Sordi.
Il libro è l’omaggio editoriale del centenario della sua nascita e farà scoprire, per la prima volta, chi fosse il grande attore fuori dal set, dalle interviste e dalle apparizioni televisive ufficiali. Rivela, inoltre, le tante menzogne raccontate su di lui. Un volume unico sia per gli aneddoti e le curiosità sia per le decine di foto esclusive provenienti dagli album di famiglia di Igor Righetti e da Reporters Associati & Archivi. Immagini fuori dal set, durante le pause di lavorazione dei film e scatti personali mai visti.Il libro viene arricchito con il cd della prima canzone dedicata a Sordi “Alberto nostro”, della quale Igor Righetti è autore, compositore e interprete assieme a Samuele Socci.Il brano con il testo si trova sul canale YouTube Alberto Sordi Forever: https://www.youtube.com/watch?v=_DYEvbXIWb0 Il videoclip della canzone, invece, sarà disponibile da giugno sempre sullo stesso canale YouTube. È stato girato a Trastevere e nelle vie del centro storico di Roma care ad Alberto. Una canzone nata per integrare a livello musicale questo primo volume sulla vita privata di Alberto Sordi e per colmare il vuoto di un brano a lui dedicato. Un piacevole libro utile anche alle nuove generazioni perché la memoria storica di un grande attore come Sordi non vada perduta e, al contrario, rigeneri.

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Barr: Ministro di Giustizia o arma politica di Trump?

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 maggio 2020

“Flynn si è dichiarato colpevole di mentire alla Fbi sui suoi contatti illegali con i russi. Le sue menzogne non diventano verità. Il ritiro delle accuse non lo assolve ma incrimina Bill Barr. Si tratta della peggiore politicizzazione della storia del Dipartimento di Giustizia”. Così Adam Schiff, parlamentare democratico della California, presidente della Commissione Intelligence alla Camera. Schiff, come va ricordato, è stato uno dei leader del suo partito che ha condotto l’impeachment di Donald Trump nel caso dell’Ucrainagate. Il 45esimo presidente è stato alla fine assolto dal Senato americano.Le dure parole di Schiff su Barr non sono nuovissime in riferimento del Procuratore Generale degli Stati Uniti. Non sono nemmeno ingiustificate data l’ultima azione di Barr di fare cadere le accuse a carico di Mike Flynn, il quale aveva ammesso sotto giuramento di avere mentito alla Fbi nelle indagini del Russiagate. Il generale Flynn era stato per poche settimane consigliere della Sicurezza Nazionale nell’amministrazione di Trump. L’inquilino della Casa Bianca lo aveva licenziato il 13 febbraio del 2017 dopo soli 24 giorni di servizio perché aveva mentito al vice presidente Mike Pence. Ciononostante, Trump aveva fatto del suo meglio per difenderlo, chiedendo anche all’allora direttore della Fbi, James Comey, di andare leggero su Flynn perché era una “brava persona”.
La reazione di Schiff su Barr, lievemente partisan, va però compresa anche dal punto di vista giuridico e politico. Ce lo conferma anche la richiesta di dimissioni di Barr inclusa in una lettera pubblicata dal gruppo “Protect Democracy” e firmata da 2mila ex funzionari del Dipartimento di Giustizia. Il ritiro delle accuse a Flynn ha anche attirato l’attenzione critica del giudice Emmet Sullivan della Corte del Distretto di Washington D.C., incaricato del processo, il quale ha deciso di bloccare tutto, rinviandone la conclusione. Sullivan ha deciso di chiedere contributi di “amicus curiae briefs”, analisi e informazioni che lo aiuteranno sul modo di procedere, alimentando implicitamente dubbi sulla mozione poco ortodossa di Barr. In questa luce Sullivan è andato oltre incaricando John Gleeson, pensionato e giudice federale di New York per esaminare il caso e inviargli la sua raccomandazione se archiviarlo o concluderlo, la cui decisione per legge spetta a lui. Come i lettori ricorderanno, il processo di Flynn si sarebbe dovuto concludere nel mese di novembre del 2018, ma Sullivan aveva rimandato l’emissione della sentenza concedendogli un po’ più di tempo per cooperare ulteriormente con gli investigatori del Russiagate sotto la guida di Robert Mueller. Sullivan aveva avvertito Flynn che non gli poteva garantire l’assenza di carcere nella sua sentenza come avevano anche richiesto i procuratori, soddisfatti della collaborazione di Flynn. L’ammissione di Flynn di avere mentito alla Fbi e le informazioni date agli investigatori di Mueller gli avevano risparmiato i suoi lavori potenzialmente illegali di lobbista per Paesi stranieri e avevano anche aiutato il figlio Michael G. Flynn, anche lui coinvolto nelle indagini. Inoltre, al processo Flynn si era pentito delle sue azioni, presentando le sue scuse al giudice. Quindi a quel tempo Michael Flynn aveva ottenuto il risultato migliore. Le cose sono poi cambiate con la conclusione delle indagini del Russiagate e l’entrata in scena di Barr nei panni di Ministro della Giustizia. Barr è stato accusato di agire come burattino di Trump per il ritiro della accuse a Flynn. Va ricordato che Trump aveva licenziato Jeff Sessions, il suo primo Ministro di Giustizia, per non avere impedito le indagini del Russiagate. Barr, invece, mentre lavorava da avvocato privato, scrisse una lunga lettera a Trump nel 2018 in cui sosteneva perché le indagini in corso sul Russiagate erano illegali. Trump capì da quella missiva che aveva trovato il “suo” Ministro di Giustizia e gli diede la nomina nel mese di dicembre del 2018 e alla fine fu confermato dal Senato a febbraio del 2019.Trump ha infatti riconosciuto il valore di Barr come “suo” Ministro di Giustizia in una recente intervista in cui ha ammesso che questi non avrebbe mai approvato le indagini del Russiagate. Trump non ha mai digerito che la sua vittoria nel 2016 si deve almeno in parte agli aiuti ricevuti dai russi con la loro interferenza per danneggiare Hillary Clinton. Poco importa al 45esimo presidente persino la conferma della Commissione Intelligence del Senato, dominata dai repubblicani, che ha recentemente finito le sue indagini ed ha confermato l’interferenza russa nell’elezione del 2016.Trump però continua a ripetere che il Russiagate era una caccia alle streghe. Il ritiro delle accuse a Flynn fa parte della ricostruzione narrativa per confermare la sua visione della realtà. Anche il caso del suo ex amico Roger Stone, adesso in carcere per le sue attività illegali nel Russiagate, ha fatto emergere le attività di etichettare le indagini di Mueller come illegali. Prima della sentenza di Stone però l’attuale Ministro di Giustizia aveva raccomandato una pena più leggera, ricevendo le congratulazioni del presidente. Questo annuncio ha causato ai quattro procuratori del caso a dimettersi considerando la richiesta un oltraggio alla giustizia.Anche nel caso di Stone, Barr si è macchiato di azioni di giustizia di parte, ricevendo le lodi del suo capo ma il biasimo degli analisti indipendenti. Barr in effetti continua a dimostrarsi più come arma politica di Trump che come Ministro di Giustizia indipendente al servizio del Paese. Una recentissima intervista ci conferma che lui accetta le vedute politiche di Trump il quale si considera attaccato ferocemente dai democratici e dai media semplicemente per ragioni politiche. Barr ha sostenuto che il clima politico è divenuto talmente tossico che la “gente ha perso ogni senso di giustizia”. Parlava degli altri o il suo uso di “gente” si riferiva a se stesso? (Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California)

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Coronavirus: La politica decide senza cavalcare tutti gli umori

Posted by fidest press agency su domenica, 3 maggio 2020

“Francamente resto sorpresa quando leggo le dichiarazioni di qualche Presidente di Regione che vuole accelerare sulle riaperture, come se tutto fosse passato. Dimenticandosi i numeri drammatici, soprattutto nella sua regione, in termini di contagiati e morti. Questo balletto di dichiarazioni, a giorni alterni, tra aperture e chiusure, non aiuta proprio.
Mettendo, con una decisione coraggiosa, in lockdown l’intero Paese abbiamo salvato il centro-sud da una tragedia ed abbiamo aiutato tutte le regioni del nord, a partire dalla Lombardia, a contenere il contagio. Responsabilità di chi Governa è assumere le decisioni non seguendo le onde emotive ma adottando misure sulla base dei dati tecnico-scientifici. La politica decide, e lo stiamo facendo, ma tenendo conto di tutti gli elementi in campo. Se non torniamo alla normalità con gradualità, con riaperture a tappe, partendo da quei settori dove si presentano meno rischi e probabilità di contagio, il rischio è di incorrere in un nuovo aumento dei casi. E nessuno ci perdonerebbe un nuovo lockdown, o meglio il Paese rischierebbe di non reggerlo proprio.Adesso serve responsabilità, da parte di tutti. Maggioranza e opposizione, per evitare le continue polemiche che destabilizzano una situazione già difficile sotto l’aspetto emotivo. Andrebbero cavalcati di meno gli umori, anche quelli della rete, concentrando le energie sulle azioni necessarie per risolvere i problemi. Dispiace che questo atteggiamento, poco costruttivo, sia tenuto anche da chi, negli anni, ha avuto importanti responsabilità di Governo. Stiamo stanziando tutte le risorse necessarie, accompagnando questa fase di riapertura con provvedimenti in termini di liquidità, sostegno alle imprese, internazionalizzazione, provvedimenti per il sostegno al reddito e alla famiglia. Qualcuno dice che dovevamo fare di più? Parto dal presupposto che si può sempre fare di meglio, ma in poche settimane abbiamo messo in campo misure che equivalgono ad almeno tre leggi di bilancio degli ultimi anni. E non ci stiamo fermando, perché tutto verrà accompagnato da un piano straordinario per lo sblocco degli investimenti, la semplificazione e la sburocratizzazione”.Così, in un post Facebook, il Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze, Laura Castelli.

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Biden “erede” di Sanders?

Posted by fidest press agency su lunedì, 27 aprile 2020

Bernie Sanders non ha solo “fatto una campagna politica; ha creato un movimento”. Ecco come Joe Biden ha commentato il discorso di concessione del senatore democratico socialista del Vermont il quale aveva poco prima annunciato ai suoi sostenitori che sospendeva la sua candidatura alla nomination del Partito Democratico. In effetti, Sanders riconosceva che l’ex vicepresidente sarebbe colui che sfiderà Donald Trump per la conquista della Casa Bianca alle elezioni di novembre.
Le dolci parole di Biden su Sanders sono ricche di verità. Bernie, come lo chiamano i suoi sostenitori e amici, ha infatti creato molto entusiasmo a cominciare delle elezioni del 2016 nelle quali diede filo da torcere a Hillary Clinton per la nomination del Partito Democratico. Sanders ha piazzato idee di sinistra in primo piano, colorandole di legittimità, sfidando i democratici ad includerle nella loro piattaforma, ma anche a farle considerare seriamente dalla politica americana ma persino quella internazionale.Sanders, nel suo discorso di rinuncia, ha detto che la sua campagna non era per lui ma per gli altri. Ha ragione come ci dimostra il fatto che un ultra settantenne è riuscito a svegliare milioni di giovani sonnolenti a partecipare attivamente in politica. Lo ha fatto sottolineando l’importanza di riformare la società che lui vede oscenamente ingiusta poiché le classi abbienti continuano a dominare il potere economico e politico mentre i poveri e la classe media continuano a perdere terreno. Sanders ha giustamente ricalcato il concetto di sanità come diritto umano invece di prodotto da comprare come pure un tenore basico per una vita dignitosa per tutti. Ma al di là delle questioni politiche ed economiche americane Sanders ha anche suonato l’allarme sul riscaldamento globale e l’importanza di usare la diplomazia per risolvere i conflitti internazionali.Biden condivide queste idee basiche di Sanders ma non la necessità di una rivoluzione, spesso citata da Sanders, preferendo piccoli passi per migliorare la situazione. Ciononostante, con l’uscita di scena di Sanders, l’ex vicepresidente ha iniziato ad adottare alcuni dei temi del senatore del Vermont. A cominciare dall’aumento del salario minimo a 15 dollari l’ora che Sanders ha promosso sia nell’elezione del 2016 e in questa attuale. Biden ha anche accettato l’idea di offrire università gratis per quegli studenti il cui reddito familiare è inferiore a 125mila dollari annui lordi. L’ex vicepresidente ha anche abbracciato la proposta di Sanders di fare applicare le leggi federali sul lavoro a tutti, incluso gli immigrati sprovvisti di permesso di soggiorno. Biden ha recentemente parlato anche di abbassare a 60 anni l’età per accedere al Medicare, la sanità per gli anziani, attualmente disponibile solo agli over 65.Il fatto che Sanders abbia gettato la spugna permette a Biden di concentrarsi a costruire la coalizione necessaria per sconfiggere Trump a novembre. Questa strada include la fusione delle due ali del Partito Democratico, i centristi e i progressisti. Sanders ha esortato i suoi sostenitori che restare a casa invece di presentarsi alle urne e votare per Biden potrebbe tradursi in altri quattro anni di presidenza per Donald Trump, una situazione che lui considera orrenda. Con ogni probabilità la maggior parte di loro non cadrà nel tranello dell’inerzia e alla fine voterà per l’ex vicepresidente. Ciononostante bisogna ricordare che nell’elezione del 2016 il 12 percento dei sostenitori di Sanders ha votato per Trump invece di Hillary Clinton, secondo una ricerca della Harvard University.Una maniera per Biden di evitare una simile ripetizione sarebbe di scegliere un vice presidente dal lato progressista del suo partito. La scelta più ovvia sarebbe Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts, la quale ha auspicato un’agenda politica molto simile a quella di Sanders. Di fatti, la Warren, secondo parecchi sondaggi, era la scelta numero due per i sostenitori del senatore del Vermont. Ci sarà anche pressione per Biden di scegliere un afro-americano come suo vice, specialmente per il fatto che la sua campagna politica nelle primarie è stata salvata proprio da questo gruppo nel South Carolina. In questa luce, Stacey Abrams, già candidata a governatore della Georgia e attuale leader della minoranza democratica al Senato del suo Stato, potrebbe riempire il ruolo. Con ogni probabilità queste due donne saranno nella lista dei finalisti anche perché Biden ha annunciato che sceglierà una donna come suo vice.Biden ha buonissime possibilità di sconfiggere Trump come ci rivelano i sondaggi confermati da uno recentissimo della Reuters e Ipsos. L’ex vicepresidente sconfiggerebbe l’attuale inquilino della Casa Bianca (47 a 39 percento). Biden dovrebbe dunque fare i conti con le idee di Sanders. Si vedrebbe in quel caso quante di esse riuscirebbe a mettere in atto. Comunque vada, nonostante Sanders non sarà probabilmente candidato presidenziale un’altra volta, come lui ha dichiarato alla Associated Press, le sue idee di giustizia per una migliore società continueranno a vivere. Altri si impossesseranno della torcia progressista. Alexandria Ocasio-Cortez viene subito in mente. La ventottenne parlamentare di New York continua a crescere in popolarità e sarebbe degna erede di Sanders e le sue idee. (bY Domenico Maceri, PhD, professore emerito all’Allan Hancock College)

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Politica: Gli orientamento di voto

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 aprile 2020

Gli orientamenti di voto questa settimana vedono confermata la costante erosione della Lega (25,9%), ben distante dal risultato delle Europee e ora a soli 3 punti dal PD, che sale al 22,9%. Guadagna qualche decimo di punto anche il Movimento 5 Stelle, salendo al 16,4%.
Nel complesso l’area di Governo ha recuperato un punto rispetto al nostro ultimo sondaggio di due settimane fa, non tanto per effetto di una crescita del gradimento dei singoli leader di partito, quanto per il traino del Presidente del Consiglio Conte, la cui fiducia ha raggiunto il 60%, segnando un balzo di 20 punti dall’inizio dell’emergenza.
Proprio sulla gestione dell’emergenza il Governo ha guadagnato consenso: la fiducia nell’esecutivo è passata, infatti, dal 35% di febbraio all’attuale 56%. Ad oltre 6 settimane dall’introduzione delle restrizioni per fronteggiare il Coronavirus, i due terzi degli italiani invocano la riapertura, dichiarandosi in larga maggioranza pronti anche a correre qualche rischio pur di riavviare le attività economiche (rispetto agli spostamenti di persone, invece si evidenzia un’atteggiamento decisamente più cauto). Sull’economia, infatti, si stanno sempre più concentrando le preoccupazioni degli italiani, in questi giorni di attenuazione della curva dei contagi. Se l’operato governativo sul fronte economico dell’emergenza non riesce a convincere la maggioranza dei cittadini (era il 52% due settimane fa, ora è sceso al 46%), si registra tuttavia un amplissimo credito rispetto alla capacità del Governo di portare a casa un sostegno economico dall’Europa. (fonte: Istituto Ixé)

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