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I popoli indigeni e il Diritto internazionale. Problemi e sviluppi di un decennio

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 dicembre 2017

Roma Lunedì 4 Dicembre 2017, ore 9:30 Dipartimento di Giurisprudenza, Sala del Consiglio Via Ostiense 159-161. I popoli indigeni e il Diritto internazionale. Problemi e sviluppi di un decennio A dieci anni dalla Dichiarazione del 2007 sui diritti dei popoli indigeni, il convegno ha lo scopo di evidenziare i progressi realizzati grazie al contributo della giurisprudenza internazionale e al ruolo delle organizzazioni internazionali specialmente coinvolte nelle attività di lotta alla povertà delle comunità rurali e alla discriminazione.Indigenous peoples and international law. Problems and developments of a decade The Conference intends to celebrate ten years since the 2007 Declaration on the rights of indigenous peoples was adopted. It is intended to make the point on the progress of the international case law and on the role of the international organizations specially active in eradicating rural poverty and discrimination.

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Giornata internazionale dei Popoli Indigeni

Posted by fidest press agency su mercoledì, 9 agosto 2017

popoli indigeniBolzano, Göttingen. In occasione della Giornata internazionale dei Popoli indigeni (9 agosto) e a dieci anni dalla Dichiarazione ONU per i diritti dei Popoli Indigeni (UNDRIP), l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) fa un bilancio critico dell’attuale situazione. Nonostante molti dei 149 paesi firmatari della Dichiarazione abbiano nel frattempo inserito nella propria costituzione almeno parte degli enunciati, la situazione dei circa 6.000 popoli indigeni a cui appartengono più di 450 milioni di persone resta critica e i loro diritti continuano ad essere calpestati. I diritti dei popoli indigeni restano perlopiù sulla carta e anche quando i loro diritti sono inseriti nelle costituzioni nazionali si tratta spesso di dichiarazioni di intento che non costituiscono linee guida vincolanti e non possono quindi essere basi per legali per denunce in caso di violazione dei diritti. Le comunità indigene continuano quindi a essere vittime di furto di terre, di deportazioni forzate, di distruzione ambientale e della loro base di vita nonché di attacchi armati mirati per spezzare la loro resistenza a grandi progetti industriali e/o agricoli sui loro territori.
L’APM sostiene quindi la richiesta delle popolazioni indigene di emanare finalmente una convenzione per la tutela dei loro diritti che sia anche vincolante per il diritto internazionale. In questo circa 700.000 Afar dell’Eritrea avrebbero maggiori possibilità di ottenere sostegno da parte della comunità internazionale nella loro lotta contro i soprusi operati dal governo del paese africano. Gli Afar subiscono da anni la distruzione del loro ambiente ecologicamente molto sensibile mentre lo stato ha dislocato 1,5 milioni di persone dai sovraffollati altopiani alle regioni dei bassopiani degli Afar, senza consultare preventivamente gli Afar, come richiederebbe invece la Convenzione ONU per i diritti dei popoli indigeni. La distruzione ambientale in Eritrea sta causando l’allargamento del deserto di Danakil con un sensibile incremento dei periodi di siccità, la conseguente perdita di raccolti, la moria di bestiame e in ultimo carestia per la popolazione della regione.La situazione è catastrofica anche per le popolazioni indigene del delta del Niger in Nigeria. L’estrazione petrolifera indiscriminata nei loro territori ha causato distruzione ambientale, l’avvelenamento dei terreni e dell’acqua e aria insalubre. I profitti dell’estrazione petrolifera vanno al governo mentre non vi è alcun tipo di ritorno economico per le popolazioni interessate.Nei paesi asiatici così come nei paesi latinoamericani dove vive la maggior parte delle popolazioni indigene i loro diritti e le loro necessità vengono perlopiù ignorate. Molte comunità indigene del Venezuela sono riuscite ad ottenere la demarcazione dei loro territori ma questo non garantisce loro alcuna tutela nei confronti di grandi progetti economici pianificati e realizzati senza che le comunità ne vengano informate o venga sentito il loro parere, come richiederebbe invece la dichiarazione delle Nazioni Unite. Questi sono solo alcuni degli esempi raccolti dall’APM in un dossier nel quale analizza in modo dettagliato la Dichiarazione dell’ONU per i diritti dei popoli indigeni e sottolinea l’importanza di una convenzione vincolante per la tutela delle popolazioni indigene.

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I popoli indigeni sono fondamentali per proteggere la fauna selvatica e i mezzi di sussistenza rurale

Posted by fidest press agency su sabato, 4 marzo 2017

Fao-RomaROMA/ PRN Africa / Coinvolgere attivamente le popolazioni indigene e le comunità locali nella conservazione della flora e della fauna selvatiche è la chiave per mantenere la biodiversità e assicurare mezzi di sussistenza rurali sostenibili, afferma la FAO in occasione della Giornata Mondiale per la Natura (World Wildlife Day).Le sfide urgenti che il mondo si trova ad affrontare per mantenere la biodiversità richiede che alle popolazioni indigene sia dato il potere di agire a livello nazionale, con l’assistenza della comunità internazionale, afferma la FAO.Il rapporto tra uomo e fauna selvatica è evidenziato nella nuova edizione della pubblicazione forestale trimestrale della FAO Unasilva, in uscita oggi. La pubblicazione è prodotta congiuntamente dalla Collaborative Partnership on Sustainable Wildlife Management (CPW), che comprende 14 organizzazioni e segretariati internazionali, inclusa la FAO. La pubblicazione cita diversi casi di studio provenienti da vari paesi per illustrare come le popolazioni indigene possano ottimizzare i vantaggi per il proprio sostentamento, salvaguardando al tempo stesso la fauna selvatica, a condizione che sia dato loro il diritto di prendere decisioni nei territori in cui vivono.Nella parte settentrionale del Monte Kenya, per esempio, Il Lakipiak Maasai (“La gente della fauna selvatica”) possiede e gestisce l’unico santuario di proprietà della comunità del Paese, il Rhino Sanctuary, un’area protetta per i rinoceronti. Queste popolazioni indigene sono riuscite ad attenuare i conflitti uomo-fauna selvatica che sorgono nella zona a causa delle intrusioni di animali selvatici alla ricerca di acqua, di prede e di pascoli durante la siccità. Hanno raggiunto questo riducendo il taglio dei cespugli così da garantire più foraggio per la fauna selvatica sulle loro terre. Grazie a questa strategia di conservazione, i popoli indigeni hanno dimostrato che possono coesistere armoniosamente con la fauna selvatica, sostenendo la propria vita e le culture pastorali.
popoli indigeniDiverse specie di fauna selvatica possono causare danni significativi alle colture e agli allevamenti, minacciando la sicurezza alimentare, l’incolumità e il benessere delle persone. In casi estremi, attacchi da parte di specie selvatiche come elefanti o coccodrilli possono ferire le persone e portare alla morte, fa notare la pubblicazione.
I conflitti uomo-fauna selvatica sono diventati più frequenti e gravi in particolare in Africa, a causa della crescente competizione per la terra in aree precedentemente selvagge e disabitate. Questo è spesso il risultato della crescita della popolazione, dell’aumentata domanda di risorse naturali, e della pressione crescente per l’accesso alla terra, come l’espansione delle vie di trasporto, dei terreni agricoli e dell’industria.Più in particolare, la pubblicazione sottolinea che in Africa centrale e meridionale, la fauna selvatica e la gente continuerà a condividere terra e risorse e i conflitti possono peggiorare se non si interviene.In considerazione di ciò, la FAO, il Centro francese di ricerca agricola per lo sviluppo internazionale (CIRAD) e altri partner hanno sviluppato il primo Human-Wildlife Conflict (HWC) toolbox, che ha aiutato una comunità locale nel parco nazionale di Cristal Monte in Gabon.Gli agricoltori locali di questa zona erano particolarmente frustrati dal fatto che animali come i ratti di canna, le antilopi roane, i maiali selvatici e gli elefanti, continuavano a distruggere tutte le loro coltivazioni, mettendo a repentaglio il loro sostentamento. Allo stesso tempo però le leggi vietavano a questi agricoltori di intervenire dando la caccia a questi animali protetti sia per consumarne la carne o per proteggere i raccolti.Tra le soluzioni offerte dal kit di strumenti vi era recintare le piantagioni per impedire che gli animali potessero raggiungere le coltivazioni, accendere fuochi o fare rumore per spaventare gli animali, e mettere guardie per vegliare sulle piantagioni di notte – misure relativamente facili e poco costose da implementare.La caccia ai trofei animali potrebbe beneficiare i poveri delle aree rurali e la fauna selvatica. La pubblicazione tocca anche la controversia questione della caccia ai trofei animali, sostenendo che, se ben gestita, essa può svolgere un ruolo positivo nel sostenere sia la conservazione che i mezzi di sussistenza delle persone povere nelle aree rurali. Secondo la pubblicazione un divieto generalizzato può essere dannoso sia per le popolazioni indigene che per l’ambiente, ed è necessario un approccio più articolato.In molti contesti, la caccia ai trofei si sovrappone alla caccia per procurarsi cibo. Molti cacciatori di cervi, per esempio, possono cacciare gli animali con corna più grandi come trofei, ma se non riescono a trovarli daranno la caccia a tutti gli altri per la carne.Inoltre, i benefici per i proprietari di terreni dalla caccia possono fare della fauna selvatica un’attraente opzione di uso del territorio, incoraggiando i proprietari a mantenere e ripristinare l’habitat naturale e le popolazioni a svolgere attività anti-bracconaggio.Ad esempio, nel Pamir in Tagikistan, in zone dove viene consentita la caccia a pecore e capre selvatiche si rileva una densità maggiore di leopardi delle nevi (specie minacciata) rispetto ad aree circostanti, dove questo tipo di attività non è permessa. Ciò è probabilmente dovuto a una maggiore densità di prede e alla riduzione del bracconaggio.
Ci sono preoccupazioni valide circa la legalità, la sostenibilità e l’etica di alcune pratiche di caccia, e il contributo della caccia ai trofei animali al sostentamento delle comunità locali e alla fauna selvatica varia enormemente da regione a regione e dal contesto.In alcuni casi, ci possono essere alternative valide alla caccia ai trofei animali e in grado di fornire gli stessi benefici per la fauna selvatica e per le persone, ma la loro individuazione e attuazione richiede un impegno comune tra i governi nazionali, il settore privato e le comunità locali, conclude la pubblicazione.(SOURCE Food and Agriculture Organization delle Nazioni Unite (FAO)

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9 agosto: Giornata dei Popoli Indigeni

Posted by fidest press agency su sabato, 7 agosto 2010

Mai come oggi i popoli indigeni in ogni angolo della terra sono messi con le spalle al muro. Questa è, in poche parole, la conclusione di un rapporto dell’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) stilato in occasione della Giornata Internazionale dei Popoli Indigeni. La documentazione raccolta sulla situazione dei popoli indigeni in Africa, Asia e America Latina dimostra le catastrofiche conseguenze della brama per l’oro, il rame, il petrolio, il gas e l’uranio, del disboscamento delle foreste e del mutamento dei corsi di fiumi dovuti a progetti idroelettrici. Le miniere situate in territori indigeni contaminano le fonti di acqua potabile e la progressiva perdita di territorio impedisce alle comunità indigene di procurarsi sufficiente cibo grazie alla caccia, alla pesca o all’agricoltura. Le conseguenze del cambio climatico rendono ancora più drammatica la situazione delle popolazioni indigene. I circa 32.000 indigeni Kuna dell’isola di San Blas al largo delle coste di Panama stanno infatti valutando di migrare verso la terra ferma a causa delle sempre più frequenti inondazioni delle loro terre che in alcuni casi emergono solo di un metro dal livello del mare. Particolarmente drammatica risulta essere la situazione dei circa 25.000 indigeni del bacino del fiume Xingu in Brasile. La costruzione della diga di Belo Monte nello stato brasiliano del Pará cambierà il flusso d’acqua del fiume privando la maggior parte delle comunità indigene della loro base esistenziale. Il prossimo 9 agosto i diversi popoli indigeni dello Xingu si sono dati appuntamento presso il cantiere della diga ad Altamira per un’azione di protesta. E’ peggiorata anche la situazione degli Yanomami dell’Amazzonia brasiliana. Il governo brasiliano intende facilitare lo sfruttamento dei giacimenti di uranio presenti nella loro terra, ma si assiste però anche al ritorno dei cercatori d’oro illegali che dalla fine degli anni ’80 hanno pesantemente contaminato con il mercurio il territorio e i fiumi degli Yanomami con la conseguente morte di 1.500 persone. La situazione non è migliore per i Pigmei Baganga del Gabon nell’Africa centrale. La fiorente industria del legname distrugge indiscriminatamente i loro boschi, la fame delle città centrafricane per “carne del bush” ha comportato la caccia intensiva senza rispetto per i tempi di riproduzione e ha lasciato le popolazioni indigene alla fame per la progressiva mancanza di selvaggina. Ciò che aspetta i Baganga, che vivono nei e dei boschi, è per i Penan nella provincia malese di Sarawak una triste realtà: dopo la completa distruzione dei loro boschi la popolazione nomade è stata costretta alla sedentarietà ed è passata da una vita dignitosa ad una vita di privazioni in cui deve ancora superare lo shock legato alla perdita di ogni riferimento culturale. Le popolazioni Papua della Papua-Nuova Guinea presto costituiranno una minoranza in casa propria a causa dei progetti indonesiani di istituire enormi piantagioni di olio di palma, riso, mais, soia e canna da zucchero sui loro territori e allo scopo trasferire sull’isola circa 600.000 Indonesiani. I miglioramenti legali raggiunti a partire dal 1994 con il primo decennio ONU per i Popoli Indigeni sono finora rimasti solo sulla carta. Di fatto la maggior parte degli stati nazionali non rispetta gli impegni internazionali presi e fintanto che le popolazioni indigene non verranno incluse come partner paritetici in tutte le decisioni che vanno a toccare le loro condizioni di vita, la loro situazione non solo non migliorerà ma andrà inesorabilmente peggiorando.

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