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Posts Tagged ‘popoli minacciati’

Iraq: gravi accuse di violenza sessuale contro donne kurde

Posted by fidest press agency su domenica, 29 ottobre 2017

iraq-MMAP-mdIn seguito alle notizie di abusi sessuali mirati di soldati e miliziani iracheni contro donne kurde, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) chiede che le gravi accuse vengano prese sul serio e indagate in modo approfondito. Secondo l’APM, gli USA e tutti i paesi riuniti nella coalizione anti-IS devono approfondire i rapporti sugli abusi sessuali contro donne e ragazze kurde da parte di membri dell’esercito iracheno e se le accuse dovessero essere confermate ogni collaborazione con il governo iracheno deve essere sospesa. La comunità internazionale sostiene l’Iraq militarmente, politicamente e diplomaticamente per tutelare donne e bambini da gruppi radical-islamici. Se le accuse fossero confermate e dovesse risultare che soldati e milizie irachene lungi dal proteggere siano invece anche loro aguzzini che usano lo stupro come arma di guerra, ogni collaborazione deve essere interrotta.
Secondo il Comitato di Prevenzione alla violenza contro le Donne, a Kirkuk, a Tuz Churmatu e in altre località conquistate dall’esercito iracheno e dalle milizie alleate, si sarebbero verificati abusi sessuali contro donne e ragazze kurde. Il Comitato cita in particolare il caso della 16enne Samia Said Saleh violentata da membri delle milizie Al-Hashd al-Shabi (forze di mobilitazione popolare) lo scorso 20 ottobre. In seguito la ragazza e i suoi genitori si sarebbero suicidati provocando un mirato incidente automobilistico. Nella regione d’origine della ragazza, la regione di Garmiyan nel sudest dell’Iraq, la popolazione è ancora traumatizzata dai crimini commessi contro la popolazione civile dal dittatore iracheno Saddam Hussein che alla fine degli anni ’80, nell’ambito dell’operazione genocida Anfal, fece deportare decine di migliaia di civili kurdi della regione nel deserto sud iracheno. Delle persone deportate nessuna è mai tornata.Gli attacchi dell’esercito iracheno e delle milizie Al-Hashd al-Shabi sostenute dall’Iran nel Kurdistan iracheno continuano senza interruzione fin dal 16 ottobre 2017. Secondo quanto riportato da amici kurdo-iracheni dell’APM, solamente a Tuz Churmau a sud di Kirkuk, i miliziani avrebbero dato fuoco a 21 scuole e a una moschea sunnita. Il numero dei Kurdi profughi provenienti dalla regione ricca di petrolio attorno a Kirkuk sarebbe salito ad almeno 168.000 persone.Nella piana di Ninive vicino a Mosul, la popolazione cristiana degli Assiro-Caldei-Aramei così come gli Yezidi sono nuovamente in fuga dai combattimenti tra Kurdi ed esercito iracheno. Molte persone della città di Teleskof, che dopo la disfatta dell’IS erano tornati nelle proprie case, è nuovamente costretta a cercare rifugio nella vicina città di Alqosh.

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Turchia – Kurdistan: aiutare i Kurdi contro lo “Stato Islamico”

Posted by fidest press agency su venerdì, 7 agosto 2015

bolzanoBolzano Sabato 8 agosto 2015 alle ore 16 in piazza del Grano, la comunità kurda di Bolzano e provincia protesterà contro i bombardamenti dell’aviazione turca contro i villaggi kurdi. L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) appoggia questa ennesima protesta pacifica: da tempo ormai la popolazione kurda sta pagando il prezzo della politica di Ankara, che mostra più interesse ad un appoggio allo Stato Islamico piuttosto che a una soluzione pacifica e concordata della questione kurda.Con il pretesto della lotta al terrorismo, Ankara, più che impegnarsi nella lotta all’IS, bombarda le postazioni del PKK e di fatto tenta di soffocare le ambizioni di autonomia della popolazione kurda. Come riportano anche molti media, i bombardamenti indiscriminati dell’aviazione turca sui villaggi sono costati la vita a 260 persone, per lo più civili, in soli 7 giorni.Mentre lo scorso 24 luglio 75 jet dell’aviazione turca bombardavano postazioni del PKK in Iraq solo 3 aerei turchi bombardavano le postazioni dello Stato Islamico (IS) in Siria. Secondo testimonianze dirette ricevute dall’APM di Göttingen, nelle prime ore del mattino del 25 luglio, l’artiglieria turca ha attaccato anche le postazioni delle unità di autodifesa popolari kurdo-siriane opposte alle milizie dell’IS del villaggio di Zornmaghr, situato a ovest di Kobane. Sempre secondo le testimonianze, il 31 luglio l’aviazione turca avrebbe attaccato il villaggio siriano di Hillel, solo poco dopo che le milizie kurde l’avevano liberato dalle milizie dello Stato Islamico. Bombardando coloro che finora sono gli unici ad essere riusciti a limitare e respingere le milizie dell’IS, il governo turco di fatto sostiene proprio l’IS.L’esercito turco ha attaccato anche molteplici villaggi nell’Iraq del Nord, da Zakho a ovest fino alle montagne di Qandil a est. I villaggi e le località bombardate sono state Mergasor, Khakurk, Piran, Keshan, Mizdor, Kato, Swel, Kesta, Balok e Sidekan. I bombardamenti del villaggio kurdo-irakeno di Zarggele hanno causato dieci vittime civili e undici feriti.Gli attacchi dell’esercito turco sono stati accompagnati in Turchia da un’ondata senza precedenti di arresti di presunti simpatizzanti del PKK. In seguito agli attacchi turchi il PKK ha dichiarato conclusa la tregua firmata con il governo turco nel 2013 e ha quindi sferrato diversi attacchi a postazioni militari turche causando a sua volta vittime e feriti.Selahattin Demirtas, leader del Partito Democratico del Popolo (HDP), formazione pro-kurda che alle ultime elezioni in Turchia ha ottenuto uno storico 13%, ha lanciato un appello al governo di Ankara e ai membri del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) chiedendo loro di cessare immediatamente le ostilità e invitando entrambe le parti al dialogo. L’APM non può che associarsi a questa richiesta.

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Scoperta fossa comune di profughi birmani Rohingya

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 Mag 2015

thailandiaDopo la scoperta di una fossa comune nel sud della Thailandia, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha chiesto un’indagine indipendente delle Nazioni Unite sui campi di transizione, detti anche lager della morte, in cui trafficanti di esseri umani trattengono i profughi prevalentemente Rohingya provenienti dalla Birmania (Myanmar). In base a molte testimonianze si può dedurre che vi siano circa 60 campi di transizione lungo la frontiera tra la Thailandia e la Malesia.In una lettera indirizzata all’Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite Zeid Ra’ad Al Hussein, l’APM sottolinea il fatto che questi campi sembrino esistere anche grazie alla connivenza di polizia, esercito e istituzioni. Solamente un’indagine indipendente condotta dagli esperti per i diritti umani delle Nazioni Unite può quindi fare veramente luce su quanto vi succede e indicare i responsabili dei crimini contro l’umanità che vi vengono commessi.Lo scorso 1 maggio 2015 la polizia thailandese ha scoperto una fossa comune con circa 30 cadaveri nelle immediate vicinanze della frontiera con la Malesia. I morti sembrano essere prevalentemente profughi Rohingya provenienti dalla Birmania e dal Bangladesh. Secondo i primi accertamenti, i profughi sarebbero morti di fame, sfinimento fisico, maltrattamenti e torture. La polizia ha già arrestato quattro presunti trafficanti di esseri umani e sta cercando altre quattro persone. Gli arrestati sono una persona a sua volta appartenente alla minoranza dei Rohingya, rappresentanti delle istituzioni e abitanti di un vicino villaggio.Secondo le testimonianze di chi è sopravvissuto a questi campi della morte, la maggior parte dei campi di transizione si trovano in territorio malese. Il paese a maggioranza musulmana è diventato meta di molti Rohingya in fuga dalla Birmania dopo che Thailandia e Bangladesh hanno chiuso le frontiere ai profughi. I trafficanti di esseri umani trattengono i profughi in questi campi in attesa che familiari e parenti paghino o un riscatto o la continuazione del viaggio. Per molti la somma di qualche migliaio di euro è semplicemente troppo alta. Da quando nel giugno 2012 in Birmania si è scatenata una nuova ondata di violenza contro le persone appartenenti al gruppo etnico dei Rohingya di fede musulmana, più di 100.000 persone sono fuggite. In Malesia attualmente vivono circa 40.000 profughi Rohingya.Da tempo l’APM teme l’aumento del traffico di esseri umani proprio in relazione alla tragedia dei Rohingya in Birmania e mette in guardia la comunità internazionale sulla necessità di impegnarsi maggiormente nei confronti del paese asiatico per una soluzione politica del conflitto con questa minoranza. Finché la Birmania si rifiuta di riconcedere ai Rohingya la cittadinanza tolta loro con una legge del 1982, i paesi vicini hanno l’obbligo di accogliere e concedere protezione alle persone appartenenti a quella che l’ONU ha definito la minoranza più perseguitata al mondo.

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Libia:violenza brutale

Posted by fidest press agency su martedì, 22 febbraio 2011

In seguito alla brutale violenza messa in atto dal regime libico contro i manifestanti, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha chiesto la sospensione della Libia dal Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU. Non è accettabile che a partire dalla prossima settimana la Libia sieda nel Consiglio per i Diritti Umani a Ginevra per discutere delle violazioni dei diritti umani commessi nel mondo mentre il suo capo di stato Muammar Gheddafi fa sparare sui manifestanti nel proprio paese. Le Nazioni Unite non possono continuare a far finta di nulla di fronte ai racconti dei testimoni oculari che parlano di massacri e di una situazione simile alla guerra civile nelle strade libiche. La Libia è uno dei 47 paesi membri del Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU che il prossimo 18 febbraio inizierà la sua 16esima sessione di sedute. L’elezione della Libia al consiglio dei diritti umani, in cui sarà regolarmente rappresentata fino al 2013, è stata accompagnata da molteplici polemiche. Secondo le indicazioni date dalle Nazioni Unite, l’elezione di un paese nel Consiglio dovrebbe tenere conto della tutela e dell’impegno profuso per il rispetto dei diritti umani nel proprio paese. La sospensione di un paese membro può essere raggiunta unicamente con una maggioranza dei due terzi dell’Assemblea Generale dell’ONU nei casi in cui vengano commesse gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani. Un regime che fa massacrare la propria popolazione dalle forze di sicurezza e da mercenari stranieri dovrebbe aver perso il diritto di decidere sulle violazioni dei diritti umani in altri paesi. Poiché Muammar Gheddafi evidentemente non può più contare ciecamente sulle proprie forze di sicurezza, ora impiega mercenari provenienti dai vicini paesi africani per sedare la rivolta in casa propria. Solamente qualche settimana fa Gheddafi ha fatto deportare arbitrariamente e con ampio uso di violenza migliaia di migranti africani che in parte vivevano da anni in Libia.

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Avvocato kurdo arrestato in Siria

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 dicembre 2009

Con grande preoccupazione per la sorte dell’attivista per i diritti umani e avvocato kurdo Mustafa Ismail, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) si è rivolta oggi alle ambasciate dei paesi occidentali in Siria chiedendo loro di impegnarsi per il rilascio di Ismail, arrestato con grande probabilità lo scorso 12 dicembre nella città settentrionale di Aleppo. L’APM è stata allertata dai familiari di Mustafa Ismail, preoccupati per la sua improvvisa scomparsa. Come ci informa la famiglia, Ismail è stato invitato dalla divisione aeronautica dei servizi segreti siriani a presentarsi il 10 dicembre per un interrogatorio presso la centrale della città kurdo-siriana di Kobane (arab. Ain al-Arab). In seguito Ismail è stato esortato a presentarsi alla centrale della stessa divisione nella città di Aleppo, appuntamento da cui Ismail non è tornato. Non si hanno notizie circa il luogo in cui Mustafa Ismail sarebbe attualmente detenuto dalle forze di sicurezza siriane. Già lo scorso 16 novembre Mustafa Ismail informava l’APM di essere stato interrogato dai servizi di sicurezza siriani ad Aleppo. Dopo un interrogatorio sostenuto il 13 marzo e un altro del 3 ottobre, questo era il terzo interrogatorio a cui Ismail si era dovuto sottoporre nel corso dell’anno. Ogni volta è stato accusato di essersi espresso pubblicamente sulla situazione dei Kurdi in Siria, ma finora non era mai stato torturato o trattato male. Mustafa Ismail vive e lavora nella città settentrionale di Ain al-Arab, che si trova a 440 km da Damasco. Come avvocato, Ismail difende molti Kurdi e Arabi detenuti a causa della loro attività di opposizione politica al regime. Attualmente circa 170 Kurdi sono detenuti politici nelle carceri siriane. L’APM conosce i nomi di 147 detenuti. I circa due milioni di Kurdi siriani che costituiscono la maggioranza della popolazione nelle tre regioni lungo il confine turco-siriano, continuano a subire discriminazioni e persecuzioni, tra cui la privazione dei loro diritti linguistici e culturali. Nel 1962 circa 300.000 Kurdi sono stati privati della cittadinanza siriana nell’ambito della massiccia politica di arabizzazione del governo siriano. Da allora le organizzazioni internazionali per i diritti umani, tra cui l’APM, chiedono che a queste persone venga riconferita la cittadinanza.

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Nuova condanna per il Nobel per la pace Aung San Suu Kyi

Posted by fidest press agency su giovedì, 13 agosto 2009

La condanna della voce critica del regime birmano Aung San Suu Kyi ad altri 18 mesi di arresti domiciliari, per l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) rappresenta la fine di ogni speranza per una possibile apertura democratica della Birmania. In questo modo anche le elezioni previste per l’inizio del 2010 perdono di ogni legittimità. La Giunta militare ha cercato sistematicamente ogni pretesto per eliminare dalla scena politica ogni personaggio scomodo al regime in vista delle elezioni.Il fatto che Aung San Suu Kyi almeno non sia stata costretta ai lavori forzati è da ricondurre certamente al fatto che sono state numerose le proteste internazionali contro l’ingiusto processo che ha dovuto subire. Questa sentenza dimostra comunque che anche questa giunta non può semplicemente ignorare le diverse proteste internazionali. Il Premio Nobel per la pace, dopo un processo ingiusto subito a causa della presunta violazione delle leggi sulla sicurezza, è stata condannata a tre anni di lavoro forzato. Ma la pena è stata subito convertita ancora in tribunale ad una condanna di 18 mesi agli arresti domiciliari. Aung San Suu Kyi ha trascorso quasi 14 anni degli ultimi 20 anni tra gli arresti domiciliari e il carcere.

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La Cina pianifica la censura Internet

Posted by fidest press agency su martedì, 9 giugno 2009

L’associazione per i Popoli Minacciati (APM) chiede ai produttori di computer di non sostenere ulteriormente le autorità cinesi nell’intento di inasprire la censura su internet. La nuova censura non mira solamente ad eliminare l’accesso a siti pornografici ma vorrebbe ottenere il completo controllo di ogni singolo utente di internet in Cina. In queste ore è trapelata la notizia secondo cui il 19 maggio scorso il ministero per l’industria e la tecnologia informatica cinese avrebbe chiesto ai produttori di computer di fornire a partire dal 1 luglio 2009 solo computer che abbiano installato uno speciale software di censura. Tutti i computer venduti in Cina dovranno essere forniti del programma “Green Dam-Youth Escort” (Diga verde – accompagnamento per giovani) che dovrebbe tutelare i giovani da contenuti dannosi e aiutare a creare una “rete armoniosa”. In Cina però anche ogni informazione su democrazia e proteste delle minoranze nazionali viene definita una “minaccia all’armonia”. Da mesi le autorità cinesi hanno bloccato il sito dell’APM per le informazioni contenute sulle gravi violazioni dei diritti umani di Tibetani, Uiguri, Mongoli, membri del movimento Falun-Gong e sostenitori dei movimenti democratici. In questo modo le autorità cinesi impediscono a circa 298 milioni di persone che in Cina utilizzano Internet di formarsi una propria opinione su questioni di attualità. Le nuove misure di controllo significano un salto di qualità della censura in Cina. Se finora erano soprattutto i provider ad essere costretti alla collaborazione con la censura cinese, ora le autorità avranno la possibilità di controllare direttamente ogni singolo utilizzatore. Il nuovo software permette infatti di controllare i dati personali di ogni singola persona che si collega alla rete e di bloccare ogni singolo computer con appositi virus. La singola persona che si collega non riuscirà nemmeno a capire quali siti sono di fatto bloccati e non accessibili. Il software è stato elaborato dalla Jinhui Computer System Engineering Company che da tempo intrattiene affari commerciali con i servizi di sicurezza e i circoli militari cinesi.

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Kenya: lotte tribali

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 marzo 2009

L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha accusato la polizia del Kenya di violare massicciamente i diritti umani dei pastori nomadi Samburu e di distruggere con il queste azioni irresponsabili le basi vitali di questo popolo. Centinaia di poliziotti con elicotteri da combattimento dal 25 febbraio 2009 compiono azioni di rastrellamento nei confronti di presunti ladri di bestiame nel nord del paese. Le forze di sicurezza compiono omicidi, torturano e sequestrano tutti i bovini appartenenti ai nomadi. L’APM chiede al Presidente del Kenya Mwai Kibaki di porre immediatamente fine alle operazioni della polizia. Le mandrie sequestrate devono essere immediatamente restituite ai proprietari.  Sono già più di 3.000 i capi di bestiame sequestrati. Chi protesta contro la confisca viene immediatamente fucilato. Anche donne e bambini sono stati picchiati dai poliziotti. La popolazione viene sistematicamente intimidito con colpi di fucile a salve. Più di 2.000 Samburu hanno già abbandonato le proprie terre per sfuggire alla violenza. La polizia ha continuato a tenere un comportamento brutale e ha ignorato tanto l’appello di pace lanciato dal vescovo anglicano della città di Nyahururu nel nord del Kenya, quanto un’ordinanza della Corte suprema del paese. I 150.000 Samburu che vivono nel Nord del Kenya rappresentano insieme alla più nota popolazione Masai, il gruppo etnico nilotico del Kenya. Le popolazioni nomadi e semi nomadi del Kenya sono particolarmente colpite dalle conseguenze del cambiamento climatico e lottano da anni per la propria sopravvivenza. Nel 2006 a causa di una siccità catastrofica l’85% dei loro animali sono andati perduti. Molti degli animali che vengono sequestrati in questi giorni erano stati ricomprati dopo il periodo di siccità con il sostegno di organizzazioni internazionali. Anche il crollo del turismo, dopo le violenze a sfondo etnico e politico in Kenya verificatesi all’inizio del 2008, ha gravemente colpito i nomadi. Molti si sono talmente impoveriti che la prostituzione è aumentata notevolmente.

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