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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 321

Posts Tagged ‘popolo’

Storia del pensiero: Democrazia ossia “governo del popolo per il popolo”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 settembre 2019

Ovvero il “male oscuro” che attraversa il mondo occidentale. La democrazia è considerata la forma più avanzata di organizzazione politica, atta a valorizzare le potenzialità morali, intellettuali, economiche degli individui e delle loro libere associazioni. Sin qui tutto bene e secondo manuale, se vogliamo. Ma in effetti non lo è. Le democrazie non sono esenti da patologie che possono minarne il buon funzionamento, con effetti deleteri sulla vita civile e su quella economica. I rappresentanti eletti dal popolo che debbono curare gli interessi generali, sia pure interpretandoli in forme diverse e talora contrapposte, non devono rivolgere la loro azione a rappresentare interessi in contrasto con quelli della collettività. La linea di confine tra interessi di gruppo e quelli generali può essere talora tenue. E’ quanto sembra accadere in Italia e lo sarà ancora più evidente con il federalismo dove i rappresentanti eletti in uno dei corpi legislativi locali sono designati esplicitamente a rappresentare gli interessi di una Regione. Come potranno, costoro, venir meno al loro mandato senza finire con il danneggiare gli interessi superiori del Paese? E’ possibile che tali organismi intermedi, portatori di legittimi interessi di importanti segmenti della popolazione e dell’economia, assumano di fatto una capacità di decisione e di indirizzo che condiziona il volere legittimamente espresso, per interesse di tutti, soltanto dal Parlamento. A questo punto è necessario fare chiarezza per non ritrovarsi impelagati in una diatriba che in nome della democrazia nega di fatto la sua esistenza. In pratica deve restare nella convinzione di tutti che il potere ultimo di ogni decisione che tocca la collettività nel suo complesso deve rimanere nell’istituzione, il Parlamento, che non deve semplicemente ratificare accordi assunti a livelli più bassi, ma comporli con l’interesse generale. Sia chiaro in proposito. Le decisioni possono inglobare gli interessi di alcune componenti della società, ma mai a danno del bene comune della Nazione. (Riccardo Alfonso)

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Italiani: un popolo ingovernabile?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 agosto 2019

Dalla sua unità sono passati 152 anni eppure tutta la sua storia e la cronaca di questi giorni ci danno una nazione divisa anche quando con la dittatura fascista si cercò una identità unitaria. Fu solo un fuoco di paglia che ci portò di filato in una guerra dalla quale uscimmo malconci ma non redenti. Diventammo forzatamente democristiani per ragioni di politica internazionale, ma con un partito comunista molto forte e temuto. Con lo sfaldamento della D.C. e dei suoi alleati, negli anni novanta, ci ritrovammo senza una guida ma alla mercé del primo imbonitore di turno. Così costruimmo un altro ventennio, dove demmo prova della nostra capacità di sopravvivere agli scandali, alla corruzione, al malgoverno, agli inciuci e alle panzane che ci ammannivano a manca e a destra. Ora ci ritroviamo con i cocci in mano, ma continuiamo a bramare il nostro messia politico e poco importa se ha dei difetti e delle debolezze. E’ lui che ci fa sognare il paese che non è e che non sarà. Per lui ci dividiamo, litighiamo, fanatizziamo e rendiamo sempre più confuso e triste la nostra vita. Non riusciamo ad avere la mente lucida, d’essere consapevoli che non è più il tempo di deleghe in bianco, ma che dobbiamo verificare di persona il mandato che noi affidiamo ai nostri eletti. Dobbiamo avere la consapevolezza di essere un popolo che non ha più la licenza d’inseguire le chimere ma di misurare il futuro con le sue mani e con le sue azioni. (Riccardo Alfonso)

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Le feste ebraiche spesso ricordano eventi storici centrali nella storia del popolo di Israel

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 aprile 2019

Così è per Channukkà e Purim, che celebrano la sopravvivenza dell’ebraismo ai tentativi antichi di distruggerlo, per Shavuot che commera la rivelazione del Sinai, e prima di tutto per Pesach, la Pasqua ebraica, che ricorda la fondazione del popolo ebraico, la sua liberazione dalla schiavitù egiziana e l’inizio del percorso verso la conquista della Terra di Israele.Ma queste feste chiedono anche in maniera molto esplicita di essere pensate in relazione al mondo contemporaneo. I miracoli che punteggiano le loro storie avvennero, secondo le formule liturgiche “in quegli anni” ma “in questo tempo” e il testo che ogni famiglia ebraica legge le due prime sere di Pesach, la narrazione (Haggadah) per antonomasia, impone a ogni ebreo di considerarsi come se lui stesso avesse partecipato all’epica uscita dall’Egitto.Come ripensare oggi a questa storia così fondamentale non solo per gli ebrei, ma per l’intera cultura oggi sparsa in tutto il mondo? Naturalmente non ho la pretesa di elaborare il senso religioso della festa, oggetto di profonde riflessione nella millenaria tradizione del pensiero ebraico. Ma vale la pena di ricordare qualche ovvio addentellato politico.Il primo punto è il rapporto con la terra di Israele. Ci sono due punti di inizio per il popolo ebraico. Il primo è Abramo, che diventa ivrì (ebreo, una parola etimologicamente legata al passare oltre, al venire da oltre) quando ubbidisce all’ordine di abbandonare casa e famiglia, per andare dove la guida divina lo porterà, e cioè specificamente nella terra di Israele, “al di là” del fiume Eufrate. La seconda è quella celebrata da Pesach, quando il popolo esce dalla schiavitù egiziana e si dirige, sia pure con un percorso lungo e tortuoso, verso lo stesso luogo. Il popolo di Israele, nella sua tradizione storico-religiosa, è quello che esce dall’esilio per tornare alla sua terra, anche al costo di rotture, ribellioni e guerre. Ogni celebrazione di Pesach, del resto, conclude la cena rituale con la promessa “l’anno prossimo a Gerusalemme”. Dopo l’Egitto è accaduto di nuovo in seguito all’esilio di Babilonia e ancora una volta nell’ultimo secolo e mezzo, nonostante una nuova terribile strage che ha ucciso metà del popolo, ma di nuovo con la forza di fondare uno stato. Che non si illudano coloro che pensano di “ricacciarci in mare” o “da dove veniamo” (è una formula ricorrente fra gli antisemiti, musulmani e non): siamo sempre tornati e siamo sempre restati.Il secondo punto riguarda la libertà, in opposizione alla schiavitù e al genocidio. Pesach è definita dalla tradizione come festa della libertà. Questa libertà si staglia su una storia precedente di schiavitù, lavoro forzato e vero e proprio genocidio. Vi è da parte di Mosè una richiesta esplicita e ripetuta di liberazione, intesa non certo come presa del potere sull’Egitto, ma come separazione, oggi diremmo diritto all’autodeterminazione. Questa richiesta è sempre respinta dal Faraone, nonostante l’intervento divino, fino alla conclusione sanguinosa della decima piaga e della distruzione dell’esercito egizio nel mare. La libertà è dunque pensata dunque non come anarchia né come dominio, ma come la possibilità di vivere secondo le proprie leggi, in un altro spazio. Quello egizio è il primo dei molti grandi imperi a cercare di eliminare questa autonomia di un piccolo popolo come quello ebraico: una tentazione che ancora oggi è ben presente.
Di qui una rivendicazione di identità, ben precisa e ancora oggi attuale. Il popolo ebraico esiste se è capace di resistere all’oppressione e di prendere il proprio destino nelle sue mani, di ascoltare la propria tradizione, di fare i sacrifici necessari per questo. Al fondo vi è un’etica della responsabilità e della libertà, cui naturalmente spesso è difficile fare fronte, come il seguito della narrazione del viaggio verso la terra promessa, e poi tutta la storia di venticinque secoli, farà chiaramente vedere. Ma dopo trentacinque secoli vi è ancora un popolo capace di sentire come propria quella vicenda, di farsene coinvolgere, di trarne lezioni di libertà.

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Algeria. Sbai: “Supporto al popolo in rivolta, ma no a nuova primavera araba”

Posted by fidest press agency su domenica, 3 marzo 2019

«Seguo con apprensione quello che sta accadendo in Algeria, dove infiamma la protesta e si conta il primo morto. Quello algerino è un popolo stremato, che per oltre vent’anni ha subito l’oppressione sia del regime autoritario di Bouteflika che degli estremisti della Fratellanza Musulmana. Il popolo algerino ha ragione nel volersi liberare dell’ancien regime, ma la sua rivolta non deve trasformarsi in una nuova Primavera Araba. Il rischio infatti è che il malcontento popolare venga sfruttato dai gruppi espressione della Fratellanza Musulmana per prendere la guida delle proteste e poi il potere, al fine di stabilire una dittatura fondamentalista. Quello che è accaduto in Egitto e soprattutto in Siria e in Libia non deve ripetersi in Algeria. L’Europa e l’Occidente hanno imparato la lezione della Primavera Araba? Se sì devono intervenire a sostegno del popolo algerino e della sua voglia di cambiamento, sbarrando però il passo alla Fratellanza Musulmana e agli stati canaglia che la sponsorizzano: il Qatar degli emiri Al Thani e la Turchia di Erdogan. L’Italia, in particolare, è chiamata a svolgere un ruolo di primo piano: in virtù della sua vicinanza geografica, la sicurezza del Paese si troverebbe a dover reggere l’urto di una nuova guerra civile in Nord Africa, dopo quella libica, con l’aggravarsi della minaccia terroristica e della crisi migratoria».È quanto dichiara Souad Sbai, Presidente dell’Associazione Donne Marocchine in Italia (ACMID).

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Pagine di storia: Il malessere che serpeggia nel popolo e gli stimoli offerti alle dittature nascenti

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 agosto 2018

Dopo la prima grande guerra ci troviamo con Stati soddisfatti, perché avevano beneficiato della sistemazione della pace e, pertanto, non aspiravano a rivendicazioni importanti e, con altri, che si ritenevano sacrificati. Tra costoro vi facevano parte sia i vincitori sia i vinti.
Pensiamo alla Germania, all’Italia e al Giappone. Dobbiamo poi aggiungere che di fronte a quest’opposizione prima latente e, in seguito, sempre più palese, fu fondamentale l’atteggiamento degli U.S.A. e dell’U.R.S.S. Da una parte prendevano piede le logiche capitalistiche con le sue cadute deteriori sul mondo del lavoro e del capitale dei singoli Stati e, dall’altra, la rivoluzione bolscevica faceva sentire la sua forza d’attrazione tra i ceti più umili e bisognosi di riscatto sociale.
Con la grande crisi del 1929 toccammo con mano il primo impatto negativo nel campo delle relazioni internazionali. Divenne una conseguenza diretta la logica del protezionismo doganale, dell’autarchia ovvero dell’isolamento economico per cercare di non lasciarsi coinvolgere dalle crisi degli altri. A questo riguardo il discorso da economico si fece ben presto politico. Diciamo che in questa situazione le democrazie segnarono un grosso limite. Non a caso, possiamo affermare, che in Germania la crisi economica e sociale, venuta dopo il 1929, fu più grave e profonda rispetto agli altri paesi europei. Vi erano tutti gli ingredienti per scatenare una crisi dell’intero sistema. Nello stesso tempo il regime parlamentare si mostrò incapace di prendere dei rimedi, e l’esecutivo non era da meno, sia pure con l’uso e l’abuso dei decreti-legge. L’opinione pubblica si convinse, alla fine, che un regime autoritario era il più indicato a stabilire e a imporre la via della ripresa.
Hitler a questo punto non fece altro che interpretare le attese e i timori della folla in seguito alle sofferenze della crisi economica. Egli seppe mettere, come rileva Edmond Vermeil, alla portata di tutti, grazie ad una forma suggestiva ed accessibile, delle idee che corrispondono a talune vecchie aspirazioni dell’anima tedesca: da Paul de Lagarde e da Houston Chamberlain riprese i fondamenti della dottrina razzista. Da Nietzsche ritrovò la concezione di élite politica. Da Ratzel e dagli altri teorici, del pangermanesimo, raccolse le nozioni di “spazio vitale”. Da qui nacque e si diffuse la bibbia hitleriana del “Mein Kampf”. (Riccardo Alfonso)

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Lotta di popolo, lotta di civiltà: Onore ad Amedeo d’Aosta

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 agosto 2018

Il 17 maggio del 1941 sull’Amba Alagi il Duca d’Aosta firma la resa delle sue truppe. Nello stesso giorno e ora tramonta il sogno imperiale italiano. La resa del contingente italiano ebbe un prezzo altissimo in morti e feriti. Fu il conto pagato da una resistenza spinta sino ai limiti delle forze umane. Quel giorno Churchill scrisse: “Così terminava il sogno di Mussolini di un impero da creare con la conquista e da colonizzare nello spirito dell’antica Roma”. Amedeo D’Aosta morì nell’ospedale di Nairobi alle 3,45 del 3 marzo 1942, aveva 43 anni.
Ciano annotò nel suo diario: “E’ morto il duca d’Aosta. Scompare con lui una nobile figura di principe e d’italiano, semplice nei modi, largo nella comprensione, umano nello spirito. Non voleva la guerra. Era convinto che l’impero avrebbe potuto reggere soltanto pochi mesi. Poi detestava i tedeschi. Dalla vicenda che insanguina il mondo temeva più la vittoria tedesca che quell’inglese. Quando partì per l’Etiopia, nel maggio del 1940, ebbe il senso del suo destino: era deciso ad affrontarlo, ma era pieno di tristezza”. Il duca Amedeo d’Aosta, a detta del ras Abebe Aregai, capo della resistenza abissina e che lo aveva sempre combattuto: “E’ stato il più terribile nemico dell’Etiopia perché era riuscito a conquistare gli abissini e a far loro dimenticare l’amore per l’indipendenza”. Ecco per cosa gli italiani differivano dai tedeschi: la loro gran voglia di vivere in pace. Una pace che in Europa, come sappiamo, fu tanto desiderata mentre per i dittatori si era trasformata in un atto di codardia e di tacita sottomissione.
Il 1942 è l’anno della svolta. Il risveglio brusco da un sogno è tragico. La guerra prende una brutta piega. La fame incomincia a picchiare duro, i divieti si fanno più severi, i bombardamenti più fitti. Arriviamo a due passi da Alessandria d’Egitto, ma perdiamo il treno dell’Africa. Rommel non fa più miracoli, a El-Alamein Montgomery è troppo forte. Da Stalingrado non si passa. Nel 1943 molti avvenimenti precipitano. Il 25 luglio a Roma il Gran Consiglio del fascismo sfiducia Mussolini. E’ l’onda lunga che ha segnato in Russia la sconfitta della Germania: i russi sfondano sul Don, l’ARMIR, l’armata italiana sul fronte sovietico, è costretta a una precipitosa ritirata per non essere circondata e annientata.
Si combatte e si muore a quaranta gradi sotto zero. Le perdite assommano a oltre 80.000 uomini sui 120mila del corpo di spedizione. In Italia, intanto si vive come si può tra luci e ombre, sotto i bombardamenti e qualche evasione. Il film dell’anno è “Ossessione” con Luchino Vi-sconti. Aldo Fabrizi, al suo debutto, interpreta “l’ultima carrozzella”. Macario fa la donna nella “Zia di Carlo”, ma non ride nessuno. Così si compie il destino di un popolo con la sua avventura fascista. In quel momento riecheggiano le parole di George Sorel: “Un bosco impiega secoli per crescere, ma basta una notte per bruciarlo”. (Riccardo Alfonso)

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Quando un popolo rimase privo della sovranità

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 agosto 2018

Ci riferiamo ai tempi antichi. L’alternativa fu data, probabilmente, dal nuovo modo di configurare la divinità. Essa accompagnava la vita di relazione degli esseri umani con la sua aristocrazia teocratica degli oracoli, delle gare agonistiche. Un’aristocrazia aperta a quanti ne erano meritevoli. Così Atene iniziò un’esperienza nuova e unica, per tutta la storia del mondo antico, di un governo del “popolo”. La sua linea guida fu di espandere le proprie idee con gli altri centri della Grecia. Erano avvenimenti senza precedenti e la reazione non mancò e fu imponente. Non poteva essere altrimenti. La civiltà ateniese metteva in discussione gli stessi fondamenti della religione. Oggi possiamo affermare che la sua rivoluzione fu l’unico tentativo di fondere lo stato e la sovranità nella ragione umana “non nel timore del trascendente e degli dei ignoti, ma per l’uomo, per rispettarne l’individualità e i diritti, per riconoscergli un’anima e una coscienza, una volontà e una vita morale”. La rivoluzione ateniese ebbe anche un altro merito. Fu quello di riconoscere nella perenne fruibilità del mare un veicolo di diffusione della civiltà e fattore di ricchezza e di benessere per i popoli che ne avessero colta l’essenza. La via del mare diventava il percorso che facilitava l’estendersi della civiltà e il moltiplicarsi dei contatti con i paesi più lontani. Ne furono consapevoli i romani. (Riccardo Alfonso)

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“Potere al popolo” aderisce al digiuno nazionale per l’abolizione dell’ergastolo

Posted by fidest press agency su martedì, 12 giugno 2018

L’Associazione Liberarsi ha sempre sostenuto la campagna contro il carcere a vita e per questo sta organizzando il terzo giorno di digiuno nazionale martedì 26 giugno 2018 data a cui l’ONU dedica una giornata alle vittime della tortura, quindi anche ai detenuti condannati alla pena dell’ergastolo. Ancora una volta sta cercando di coinvolgere il maggior numero di persone interessate, le associazioni di volontariato, i nuovi parlamentari e/o chi si occupa di politica attiva, i centri sociali, esponenti della magistratura, dell’università, delle camere penali, uomini e donne di tutte le chiese, fedi religiose e movimenti spirituali, intellettuali, personaggi del mondo dello spettacolo e dell’informazione.
La campagna deve avere l’appoggio di tanti cittadini e cittadine. Siamo pronti a ricevere i vostri consigli, suggerimenti e idee per diffondere il nostro no contro il carcere a vita. È importante che i digiuni abbiano un ritmo, date precise, per non dimenticare, per scuotere le coscienze, per sensibilizzare l’opinione pubblica, per mettere in luce la situazione reale di tutti gli ergastolani. Per fare questo, è necessario il supporto di tutte le persone detenute, dei vostri familiari, delle associazioni e degli organi di informazione. Collegandosi al sito http://www.liberarsi.net troverete maggiori informazioni sulla terza campagna di digiuno per l’abolizione dell’ergastolo. Dite ai vostri familiari e amici di collegarsi sul nostro sito e cliccando su: Aderisci alla terza giornata di digiuno fissato per martedì 26 giugno 2018 per l’abolizione dell’ergastolo sarà possibile sottoscrivere l’adesione.
Per la comunicazione e la promozione della giornata sui social media vi chiediamo di utilizzare l’hashtag #campagnadigiunaperlavita#9999#noergastolo#26giugno2018.
La quarta Assemblea nazionale di Potere al popolo (Tavolo 8 Giustizia) ha deciso, tra l’altro, di appoggiare l’iniziativa dell’Associazione Liberarsi, della Comunità Papa Giovanni XXIII, dell’Associazione Yairaiha e altre con queste parole:
“Il prossimo 26 giugno è la giornata mondiale dedicata dall’Onu alle vittime della tortura e in Italia è già stata lanciata la terza giornata nazionale di digiuno nelle carceri per chiedere la cancellazione dell’ergastolo: Potere al Popolo aderisce all’iniziativa e richiede la partecipazione attiva su tutto il territorio nazionale, anche per dare continuità al già citato punto 15 del programma.”
Sono entrato in carcere che mi sentivo “mezzo” colpevole, col passare degli anni, con una pena che finisce nell’anno 9999 e con regimi di carcere duro, iniziai a sentirmi innocente. Dopo un quarto di secolo ho iniziato a usufruire dei primi permessi premio, poi ho ottenuto la semilibertà, uscendo al mattino e rientrando alla sera in carcere. Ormai da circa un anno e mezzo durante il giorno continuo a scontare la mia pena facendo il volontario in una struttura della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da Don Oreste Benzi, dando una mano ad adulti e bambini disabili e ricevendo in cambio affetto sociale. Solo qui ho iniziato a sentirmi completamente colpevole del male fatto in passato. Per questo mi sento di dire che la mancata riforma penitenziaria è stato un duro colpo per la popolazione detenuta e per la società, perché con le misure alternative al carcere ci sono più probabilità di sconfiggere sia la piccola che la grande criminalità. Purtroppo, invece, a causa delle pulsioni giustizialiste di alcuni partiti, la riforma penitenziaria è stata affossata, o, meglio, è stata gettata nelle sabbie mobili. In questo modo, a mio parere, in nome della legalità, sicurezza, ordine e certezza della pena, si produrrà altra criminalità. Da molti anni lotto per l’abolizione dell’ergastolo perché credo che sia una pena che non faccia bene neppure alle vittime dei nostri reati, perché il carcere senza un fine pena ti fa sentire innocente, mentre con un fine pena o con una pena alternativa ti fanno sentire veramente colpevole. (Per l’Associazione Liberarsi Carmelo Musumeci)

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Venezuela: la Chiesa riempie le “pentole” per sfamare un popolo allo stremo

Posted by fidest press agency su martedì, 29 Mag 2018

Roma giovedì 31 maggio alle ore 11 nella sede romana di Aiuto alla Chiesa che Soffre, in Piazza San Calisto n.16 (palazzina a destra, IV piano) si terrà la conferenza organizzata da Aiuto alla Chiesa che Soffre in collaborazione con l’associazione Venezuela la Piccola Venezia, per fare il punto sulla drammatica crisi Venezuelana, grazie a dati recenti e testimonianze direttamente dal Paese latinoamericano.La situazione verrà descritta dal cardinale Jorge Urosa Savino, arcivescovo di Caracas, e da monsignor Oswaldo Azuaje, vescovo di Trujillo diocesi di passaggio per arrivare al confine al confine con la Colombia, entrambi in collegamento telefonico dal Venezuela.
Nel corso della conferenza verranno presentati i dati aggiornati di Caritas Venezuela e due campagne a sostegno del popolo venezuelano. La giornalista italo-venezuelana Marinellys Tremamunno presenterà, Riempiamo le Pentole, campagna promossa da Venezuela la Piccola Venezia in collaborazione con Caritas Venezuela per consentire alla Chiesa locale di continuare ad offrire pasti gratuiti, le cosiddette “pentole solidali”, alle persone in difficoltà. Alessandro Monteduro, direttore di ACS-Italia, illustrerà invece la campagna promossa dalla Fondazione pontificia per supportare la Chiesa locale nella sua opera a sostegno della popolazione locale, con le offerte pervenute tramite la celebrazione di Sante Messe da parte dei sacerdoti venezuelani, secondo le intenzioni dei benefattori di ACS.

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“Le elezioni del 20 maggio sono un affronto ai diritti politici del popolo venezuelano”

Posted by fidest press agency su sabato, 19 Mag 2018

Domani si tengono lepresidenziali venezuelane. L’Arcivescovo di Caracas, Cardinal Jorge Urosa, in un colloquio con ACS, ha affermato che “anticipare le elezioni presidenziali al 20 maggio rappresenta un affronto ai diritti politici del popolo venezuelano. Noi abbiamo il diritto di eleggere i nostri leaders in libertà e con le modalità appropriate, con la possibilità di raggiungere un risultato democraticamente valido”. Le elezioni quindi, prosegue il porporato, “dovrebbero essere organizzate per l’ultimo trimeste dell’anno, come stabilito dalla Costituzione”. Esse “non risolveranno il problema della crisi sociale, e sono prive di legittimità. Non sono né legali né democratiche”. Secondo l’Arcivescovo, oltre alla Chiesa, “ci sono molti altri gruppi che non sono d’accordo e che si stanno esprimendo. Ad esempio gruppi politici, ma sono molto frammentati, indeboliti, e pesantemente minacciati.” La Chiesa non è l’unica realtà a far udire la propria voce, tuttavia, prosegue il Card. Urosa, “forse noi abbiamo un impatto maggiore perché nella società venezuelana la fiducia nei vescovi è molto alta”.
A chi ipotizza che le elezioni sarebbero state anticipate perché la situazione economica della nazione non può attendere oltre, il Card. Urosa risponde: “Non saprei dire. Ciò che certamente so è che la realtà della vita in Venezuela è miserevole. La mancanza di farmaci e di forniture mediche è estremamente grave, inclusa l’assistenza sanitaria negli ospedali. È drammatica la carenza di generi alimentari di prima necessità e l’elevato costo del cibo, il problema dei trasporti….. Un chilo di carne costa l’equivalente di un salario minimo mensile. Un chilo di latte in polvere chi se lo può permettere?”. A proposito degli oltre 4 milioni di persone che hanno abbandonato il Paese, secondo l’Arcivescovo di Caracas “c’è un esodo perché non c’è futuro. Ci sono persone che attaversano a piedi la frontiera in direzione di Cúcuta, in Colombia. La situazione è critica. In questo momento praticamente ogni famiglia venezuelana ha un componente che ha lasciato la nazione”.
A proposito delle possibili vie d’uscita dalla crisi, il Card. Urosa afferma che “la situazione difficilmente può essere modificata. Quale cambiamento può esserci quando il governo ha occupato ogni posizione delle pubbliche istituzioni? Abbiamo l’Assemblea Nazionale, ma è praticamente paralizzata, così come i partiti politici sono stati efficacemente estromessi. Nel contempo si potrebbe dire che il Venezuela è stato “ipotecato” nel gioco geopolitico internazionale. Il Paese ha abbandonato la cooperazione con alcune nazioni e ha instaurato partnerships strategiche con altre, ad esempio nello sfruttamento di petrolio e riserve minerali. Ma noi non dobbiamo smettere di pregare per il nostro Paese e sperare in una soluzione pacifica”, conclude il Cardinal Urosa.
Aiuto alla Chiesa che Soffre nel 2017 ha finanziato progetti in Venezuela per oltre 600.000 euro ed ha lanciato in queste settimane tra i propri Benefattori una grande, straordinaria campagna di raccolta fondi per sostenere la Chiesa venezuelana nella distribuzione di un pasto caldo ai propri fedeli, con le cosiddette “Pentole Solidali”.

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Un sovrano senza corona e altro

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 aprile 2018

Non manca occasione per gli italiani di ripetere il ritornello del “popolo sovrano” come se si trattasse di uno scongiuro da esercitare per convincersi che vi è ancora un lumicino di speranza in questa nostra democrazia ridotta a brandelli. Certo che se noi immaginiamo un sovrano, come i politici lo trattano, c’è poco da stare allegri. E’ senza poteri pur dandoli. E’ senza libertà, pur offrendola, è deprivata dei suoi diritti per essere soffocata dai doveri e in balia di una giustizia condannata all’impotenza. Cosa vogliamo di più per dichiarare forfè e ritirarci scornati sull’Aventino? E’ così fanno i milioni di italiani che rinunciano al voto e guardano disgustati i maneggi della politica che sistematicamente li ignora e si diverte ad imbastire perverse trame di palazzo. Ma sbagliano. E ancora sbagliano quanti credono che la sovranità è per censo e non in seguito ad un duro e tenace impegno collettivo. Dobbiamo, innanzitutto, saper distinguere i soliti imbonitori di turno da chi è saggio ed è giusto non per profitto personale ma per vocazione. Possiamo anche sbagliarci ma non perseverare nell’errore se ci emendiamo per tempo dalle nostre iniziali improvvide valutazioni. L’arma con la pallotta in canna ce la offre la stessa democrazia che significa “governo del popolo” e che si esprime con il voto, ma a patto di saperla usare a tempo debito e dopo aver saputo distinguere il grano dalla gramigna. Ed è bene rammentare che quest’ultima se non estirpata in tempo potrebbe soffocare la spiga e inaridirla. Ed è questo il vero spirito che anima il popolo sovrano per sentirsi tale di nome e di fatto. (Riccardo Alfonso)

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Il rapporto tra élite e popolo

Posted by fidest press agency su venerdì, 30 marzo 2018

La democrazia “in atto” rivelatasi negli ultimi due anni – a partire dal referendum sulla Brexit e dall’elezione di Trump per arrivare, passando per una serie di scampati pericoli di diverse elezioni europee, al referendum costituzionale ed alle elezioni italiane – ha alterato la direzione del rapporto tra élite e popolo, che ha tradizionalmente visto le prime orientare l’agenda politica attraverso l’offerta di un ventaglio ristretto di scelte cui il popolo attraverso il voto democratico poteva attribuire un peso decisionale.Condizione per legittimare la funzione orientatrice delle élite era la loro capacità di interpretare le esigenze della società, anche in termini evolutivi, ma soprattutto nel collocarle all’interno di un sistema di compatibilità capace garantire l’esercizio delle libertà fondamentali dell’individuo, dell’agire economico e delle relazioni internazionali. Compito che consisteva quindi nel definire i limiti delle scelte politiche compatibili con il mantenimento di quel sistema di compatibilità e nel rendere la società consapevole dell’importanza di rispettare questi limiti, attraverso un sistema ramificato e radicato di corpi intermedi e di partecipazione diffusa che consentiva la condivisione del patrimonio teorico-culturale e la sua prudente evoluzione.Questo sistema si basava sulla limitata contendibilità del mercato dell’offerta politica, in un sistema di democrazia “condizionata” dominata da un oligopolio di fatto di un numero ristretto (due o poco più) di partiti candidabili al governo, comunque coerenti con la tutela del sistema di compatibilità generali, al più diversificati rispetto all’intensità e alla direzione della loro prudente evoluzione.I ristretti margini di libertà concessi alle scelte politiche, anche per il naturale istinto di conservazione delle élite, rappresentava la più forte tutela della società dall’imprevedibilità e dall’irresponsabilità del pieno dispiegarsi del “terribile diritto” (mutuando la definizione di Cesare Beccaria del diritto di proprietà) costituito dall’esercizio universale del voto in un sistema democratico totalmente aperto.I fondamenti del sistema di democrazia “condizionata” sono progressivamente venuti meno a causa dello sgretolamento dell’oligopolio politico, sia per la crisi dei presupposti ideologici dei partiti tradizionali sia per la creazione di canali di formazione del consenso alternativi a quelli basati sui corpi intermedi e sulle forme di partecipazione diffusa istituzionalizzati.I nuovi partiti o comunque le nuove offerte politiche, come quelle di Trump o dei sostenitori della Brexit, hanno infatti privilegiato il rapporto diretto con il popolo, affermando un modello di democrazia diretta che programmaticamente ha invertito la direzione dell’offerta politica, alla ricerca di una presunta “volontà comune”, le cui esigenze vengono solleticate e assecondate invece che guidate e trasformate in proposte compatibili con l’equilibrio del sistema.Disintermediate e alimentate dall’amplificazione ansiosa e ansiogena di mezzi di comunicazione disarticolati e disorientati, le pulsioni emotive del popolo assurgono allo stato di assoluti, incuranti del sistema di compatibilità e limiti che salvaguardano un esercizio effettivo della libertà.In questo quadro la società si trova esposta alle ambizioni incontrollabili delle scelte politiche, non più vincolate nello sperimentare soluzioni che stravolgono gli equilibri tradizionali – nell’allocazione delle risorse, nei rapporti tra Stato e individui e nelle relazioni internazionali – per affermare presunti diritti e assecondare inquietudini esasperate dallo stesso dibattito politico.Nella difficoltà di recuperare la solidità del sistema precedente, si pone il problema di arginare i rischi di quello attuale, evitando la tentazione di assecondarlo, come sollecitato dalle pur oneste intenzioni di chi predica un ritorno alla capacità di “ascoltare il popolo, e riaffermando una visione umile della politica che rinunci a stabilire il suo primato sulla società.Per mettere in salvo la società dalla democrazia incontrollata che si sta affermando occorre sì ripartire dal basso, ma per recuperare una funzione propositiva dei corpi intermedi della società (rappresentativi del mondo del lavoro, imprenditoriale, dell’associazionismo sociale e culturale), oggi rifugiati in una funzione corporativa di organizzazione di richieste e tutele che alimenta una visione della società come soggetto passivo di servizi offerti dalla politica.Ma occorre anche rendere chiari i vincoli esterni all’azione politica determinabile dal voto popolare, attraverso il radicamento di automatismi che limitino lo spazio per stravolgimenti del sistema soprattutto nella sfera economica, salvaguardando la sostenibilità del debito pubblico e l’autonomia della politica monetaria e valutaria. Tali vincoli erano in gran parte impliciti nel sistema democratico “condizionato “che è entrato in crisi ma si tratta ora di renderli espliciti, sia nella cultura politica delle forze che intendono salvaguardare la società, sia nell’assetto istituzionale.L’appartenenza all’Unione Europea è un ancoraggio forte, l’unico in grado di resistere alla disordinata e spesso sconclusionata furia iconoclasta della nuova politica che, non a caso, brandisce le istanze nazionali e vagheggia approcci sovranisti.Anche l’integrazione europea andrebbe però non sovraccaricata di ambizioni politiche, foriere di un ulteriore eccesso di aspettative e conseguenti frustrazioni, ricordando la sua originaria vocazione volta alla creazione in primis di un mercato comune basato sulle quattro nozioni fondamentali di libertà (libera circolazione delle persone, dei servizi, delle merci e dei capitali) che costituiscono le migliori salvaguardie della società dai capricci di una democrazia incontrollata e disorientata.
Compatibile con questa visione è il rafforzamento del potere delle istituzioni europee, non soltanto ricercando una loro maggiore legittimità politica, ma anche salvaguardando la loro competenza e responsabilità su un piano “tecnico”. Si tratta di procedere attraverso equilibri progressivi, che sicuramente non sembrano rispondere immediatamente alla crescente ambizione della politica, ma che consentono quella dialettica tra società e istituzioni che una democrazia totalizzante rischia di travolgere. (fonte: NOTA ISRIL ON LINE N. 12 – 2018)

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Il quarto potere

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 marzo 2018

Mi viene da sorridere pensando che il quarto potere è attribuito ai giornalisti, in specie se guardo le vicende che accadono in Italia. Semmai dovremmo considerarlo un potere a “mezzo servizio” nella triangolare: editori, politici e sponsor pubblicitari. Vi sono dentro ma ad autonomia limitata.
La libertà di stampa dovrebbe essere tutt’altra cosa. Ma cos’è questa libertà di cui tutti ne parlano ma non sempre ci è chiaro il suo significato reale? Se penso ai tanti giornalisti che sono morti ammazzati dalla criminalità organizzata per non aver taciuto non tanto sulle loro malefatte quanto sui loro rapporti sottobosco con le istituzioni, che muoiono per raccontarci in prima linea le storie di guerra, le rivolte popolari, le repressioni feroci delle dittature, ritengo che per essi vada espresso, senza riserve, tutta la stima e la considerazione che si meritano. Questo è un modo per dimostrarci che la libertà di stampa esiste e ha un prezzo che spesso non è rilevato nella giusta misura dal popolo dei lettori e più in generale dal grosso pubblico. Vi è anche un giornalismo di tutt’altra natura che convive con il mondo degli eroi, che non si abbevera alla fonte dei riscontri obiettivi, che non rispetta il dolore e la sofferenza altrui e che trasforma i carnefici in vittime e le vittime in negrieri. In questa tendenza alle “devianze” il giornalista, da una parte, entra in un gioco più grande di lui e ne rimane avviluppato forse per inesperienza, forse per la maggiore abilità dei cultori della disinformazione, forse per le logiche della pubblicità che trova negli scandali, nelle situazioni scabrose un modello di attenzione pubblica che procura più vantaggi economici. In queste anormalità sono complici gli stessi lettori che alzano l’indice d’ascolto se un politico passa una notte brava in un night, ha una relazione omosessuale e bacia un boss della malavita pluriricercato ma, nella fattispecie, è a piede libero.
Non è giusto, ovviamente, tacere se si hanno prove concrete, ma dovremmo curarne, in ogni caso, la moderazione. Dovremmo evitare che da un episodio si faccia di tutta l’erba un fascio e spingere il lettore a credere che la classe politica sia costituita in massima parte da corrotti corruttori e corruttibili. In questo la responsabilità non è sola del cronista, o meglio del suo modo di rappresentare certi fatti, ma anche di quelle classi sociali che una volta individuata la mela marcia, nel loro paniere, non si affrettano a toglierla di mezzo invece di approntare una difesa corporativa e leziosa e prendersela con chi ne ha pubblicata la notizia.
Dovremmo, insieme, imparare ad avere maggiore rispetto per il prossimo, a saper distinguere i diversi ruoli e a renderci conto che uno scritto può diventare un’arma impropria ma fare altrettanto male e che il ruolo del giornalista non è solo quello d’informare ma di saperlo fare con intelligenza e una buona dose di prudenza nel vagliare la bontà delle sue fonti. (Riccardo Alfonso)

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Italiani un popolo ingovernabile?

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 marzo 2018

Dalla sua unità sono trascorsi circa 160 anni eppure tutta la sua storia e la cronaca di questi giorni ci danno una nazione divisa così come lo fu con la dittatura fascista. Allora si cercò un’identità unitaria più che in altri tempi storici, ma invano. I fascisti riuscirono a provocare solo un fuoco di paglia che ci portò di filato in una guerra dalla quale uscimmo malconci ma non redenti. Diventammo forzatamente democristiani per ragioni di politica internazionale, ma con un partito comunista molto forte e temuto. Con lo sfaldamento della D.C. e dei suoi alleati, negli anni novanta, ci ritrovammo senza una guida ma alla mercé del primo imbonitore di turno. Così costruimmo un altro ventennio, dove fornimmo prova della nostra capacità di sopravvivere agli scandali, alla corruzione, al malgoverno, agli inciuci e alle panzane che ci ammannivano a manca e a destra. Ora ci ritroviamo con i cocci in mano, ma continuiamo a bramare il nostro messia politico e poco importa se ha dei difetti e delle debolezze. E’ lui che ci fa sognare il paese che non è e che non sarà a dispetto della cruda realtà. Per lui ci dividiamo, litighiamo, fanatizziamo e rendiamo sempre più confuso e triste la nostra vita. Non riusciamo ad avere la mente lucida, d’essere consapevoli che non è più il tempo delle deleghe in bianco, ma che dobbiamo verificare di persona il mandato che noi affidiamo ai nostri eletti. Dobbiamo avere la cognizione di essere un popolo che non ha più la licenza d’inseguire le chimere ma di misurare il futuro con le sue mani e le sue azioni. (Riccardo Alfonso)

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Giorgio Cremaschi Eurostop – Potere al Popolo

Posted by fidest press agency su giovedì, 25 gennaio 2018

europa“Renzi e Gentiloni, Berlusconi e Salvini, Grillo e Di Maio apparentemente si scontrano su tutto. Se però andiamo a vedere la sostanza dei loro programmi economici, beh l’ubbidienza ai vincoli dell’austerità europea è comune.Il PD ha lanciato la campagna elettorale assieme ai suoi cespugli rispolverando dalle ragnatele l’idea degli Stati Uniti d’Europa. Naturalmente nella versione da figurine Panini, la sola che possa essere compresa dal segretario democratico. Gli Stati Uniti socialisti di Europa erano l’idea originaria di Altiero Spinelli. Come si sa la UE ha imposto il potere autoritario liberista delle banche sugli stati sottomessi d’Europa. Quindi Renzi con questa battuta, naturalmente epurata di ogni legame con il socialismo, semplicemente issa la bandiera UE a copertura della continuità delle politiche di austerità. Come hanno sempre fatto tutti i governanti in questi anni. Nel settembre del 2016 l’allora presidente del consiglio incontrò su una nave da guerra, al largo di Ventotene, Hollande e Merkel. Allora non poteva parlare di Stati Uniti alla presenza dei padroni della UE, lo avrebbero ridicolizzato, quindi fece solo qualche spot elettorale per il referendum che poi avrebbe perso.
Ora ci riprova. Nel 1700 un conservatore inglese, Johnson, affermò che il patriottismo era l’ultimo rifugio dei mascalzoni. Oggi vale per l’europeismo. Non toccare la Fornero e il Jobsact, avanti con i tagli alla spesa pubblica, mantenere gli impegni di applicazione del fiscal compact che Gentiloni e Padoan hanno sottoscritto a Bruxelles e che la UE verrà a riscuotere il 5 marzo. Missioni di guerra europee come quella sporchissima in Niger. Il centrosinistra vuole semplicemente continuare a fare ciò che ha fatto e si è impegnato a fare. La bandiera degli Stati Uniti d’Europa, che hanno minori possibilità di realizzarsi di quelli mondiali, serve a raccogliere un poco di elettorato liberaldemocratico, quello che una volta si chiamava atlantico per la sua fedeltà ai soli stati uniti esistenti, quelli d’America. Ma soprattutto serve ad accreditare il PD come solo riferimento per i padroni della UE, Macron, Merkel, Rajoy. Cui però oggi si rivolge anche Berlusconi.
Il capo del centrodestra ha lasciato a Salvini il lavoro sporco sulla xenofobia e sul razzismo, peraltro oggi perfettamente compatibile con la UE che fa accordi coi tagliagole libici, o con Erdogan, per fermare i migranti. Così mentre il leghista urla padroni in casa nostra, Berlusconi va dai padroni veri a concordare il programma. Ha bisogno di ottenere il via libera UE alla colossale riduzione delle tasse per i ricchi e al piccolo aumento delle pensioni più basse, nonché ad una abolizione della Fornero più simbolica che effettiva.I vertici europei non sono affezionati a questa o a quella misura, dall’epoca di Monti e dei massacri greci hanno appreso che si possono avere migliori risultati, se si allunga il guinzaglio con cui si tengono legati i governi degli stati sotto controllo. Berlusconi questo lo sa benissimo, quindi ha fatto alla Ue una proposta che non può rifiutare. L’obbedienza assoluta al Fiscal Compact e un gigantesco piano di privatizzazioni a garanzia di essa. Quindi per banche e multinazionali tedesche e francesi,e naturalmente per tutte le altre, si preparano nuove occasioni di ottimi affari. Perché la commissione UE dovrebbe fare obiezioni a chi realizza la parte fondamentale del suo programma liberista, mettendo all’asta il proprio paese così come ha fatto per la sua squadra di calcio?
Berlusconi ha promesso alla UE che il suo governo rispetterà rigidamente il vincolo del deficit di bilancio al di sotto del 3%. Il Movimento 5 Stelle invece propone di superarlo per far crescere l’economia. Sembrerebbe che con questa e altre misure la forza politica guidata da Di Maio abbia davvero deciso di rompere con l’austerità europea. Ma non è così. Si chiama clausola di dissolvenza la parte di un trattato o accordo che può mettere in discussione tutto il resto. Il programma in 20 punti varato dai cinque stelle ha la propria dissolvenza al punto 16 . Lì si propone la ridurre il debito pubblico di ben 40 punti in dieci anni.È la pura applicazione del peggior vincolo del Fiscal compact, che non impone solo il pareggio di bilancio, ma la riduzione dell’ammontare del debito fino al 60 % del PIL. Con un rapporto attualmente al 130% nessuno nella UE pensa che l’Italia possa, e neppure debba, raggiungere quell’obiettivo. Ma la riduzione del rapporto debito PIL al 90% farebbe felice anche Schaeuble. E questo è quanto propongono Di Maio e i suoi, cioè un taglio di spesa pubblica di 40 e più miliardi all’anno aggiuntivo a tutti gli altri. O pensano alla più ingegnosa finanza creativa del nuovo millennio, o credono ad un tasso di sviluppo del 5% all’anno, oppure i cinque stelle hanno programmato dieci anni di lacrime e sangue.. E tutte le altre loro proposte sono aria fritta, perché solo il punto 16 conta davvero e li accredita preso la UE.
Diversi sono gli strumenti, Jobsact e Fornero, privatizzazioni, tagli draconiani alla spesa pubblica, ma tutti i principali schieramenti elettorali hanno in comune la volontà di essere accettati dalla UE come fedeli esecutori del suo comando e dei suoi vincoli, primo fra tutti il fiscal compact. Il liberismo europeo in Italia può giocare su tre tavoli, sicuro di vincere in ogni caso.
Liberi e Uguali, a sua volta, non rappresenta certo un’alternativa ai tre schieramenti liberisti che si contendono il governo, non solo perché su questi temi non sono pervenuti, ma perché come massima ambizione i suoi leader si propongono di rifare il centrosinistra col PD. La bufala degli Stati Uniti d’Europa vale anche per loro.Solo Potere al Popolo propone la rottura con trattati e vincoli UE come condizione per realizzare davvero un’altra politica economica e sociale. Per questo oggi è la sola forza di alternativa, destinata a crescere nonostante tutto le si opponga”. (n.r. Da questa diagnosi politica che ci sta portando al voto del 4 marzo esce un quadro sconfortante. Si ha netta la sensazione che l’Europa dei tecnocrati e dei finanzieri fa davvero paura e ogni movimento politico cerca non di combatterla o di limitarne gli effetti distorsivi ma di blandirla in tutti i modi.)

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Italiani un popolo ingovernabile?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 settembre 2017

chimeraDalla sua unità è trascorso oltre un secolo e mezzo eppure tutta la sua storia e la cronaca di questi giorni ci danno una nazione divisa anche quando con la dittatura fascista si cercò un’identità unitaria. Fu solo un fuoco di paglia che ci portò di filato in una guerra dalla quale uscimmo malconci ma non redenti.
Diventammo forzatamente democristiani per ragioni di politica internazionale, ma con un partito comunista molto forte e temuto. Con lo sfaldamento della D.C. e dei suoi alleati, negli anni novanta, ci ritrovammo senza una guida ma alla mercé del primo imbonitore di turno. Così costruimmo un altro ventennio, dove fornimmo prova della nostra capacità di sopravvivere agli scandali, alla corruzione, al malgoverno, agli inciuci e alle panzane che ci ammannivano a manca e a destra. Ora ci ritroviamo con i cocci in mano, ma continuiamo a bramare il nostro messia politico e poco importa se ha dei difetti e delle debolezze. E’ lui che ci fa sognare il paese che non è e che non sarà a dispetto della cruda realtà. Per lui ci dividiamo, litighiamo, fanatizziamo e rendiamo sempre più confuso e triste la nostra vita. Non riusciamo ad avere la mente lucida, d’essere consapevoli che non è più il tempo di deleghe in bianco, ma che dobbiamo verificare di persona il mandato che noi affidiamo ai nostri eletti. Dobbiamo avere la consapevolezza di essere un popolo che non ha più la licenza d’inseguire le chimere ma di misurare il futuro con le sue mani e le sue azioni. (Riccardo Alfonso)

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Scuola: Un popolo di analfabeti di ritorno

Posted by fidest press agency su sabato, 9 settembre 2017

scuolaCosì ci potremmo definire, stando ai risultati dell’indagine promossa dall’OCSE sulle competenze alfabetiche e matematiche delle persone tra 15 e 65 anni, in 24 Paesi nel mondo. Siamo ultimi per quelle alfabetiche e penultimi in quelle matematiche. Insomma non siamo in grado di accedere, utilizzare, interpretare e comunicare le informazioni numeriche nè sappiamo comprendere, valutare e usare testi scritti per sviluppare conoscenze e potenzialita’. Non va meglio per le nuove generazioni, poiche’, secondo un’indagine internazionale, promossa dall’OCSE-OECD, gli studenti italiani sono penultimi in Europa per la capacità di comprensione di un testo, penultimi nelle cognizioni scientifiche e terzultimi in quelle matematiche. In una lettera al governo, del febbraio scorso, 600 docenti universitari denunciavano le carenze linguistiche dei loro studenti universitari, con errori appena tollerabili in terza elementare (grammatica, sintassi, lessico). Secondo il linguista Tullio De Mauro, scomparso recentemente, il 70 per cento degli italiani sono analfabeti funzionali, cioè hanno gravi difficoltà nella comprensione di un testo. “Il 70 per cento degli italiani non capisce quello che legge” sintetizzava il professor De Mauro.
Si capisce perché siamo diventati un popolo di creduloni (scie chimiche, teoria dei complotti, vaccini, ogm, ecc.). La paura cresce dove c’e’ ignoranza. Un compito arduo attende il prossimo governo e l’intera classe docente (a giorni inizia l’anno scolastico). Ce la faranno? (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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Basta ignorare il popolo e la terra abruzzesi

Posted by fidest press agency su domenica, 3 settembre 2017

chietiSono anni che l’Abruzzo è costretto a subire le conseguenze nefaste di disastri ambientali che si sarebbe potuto evitare.Sono anni che il popolo abruzzese richiede a gran voce la messa in sicurezza di territorio ed edifici, che richiede il potenziamento degli organi di prevenzione per una gestione organizzata e quindi migliore delle emergenze. Sono giorni che la Majella brucia e nessuno è in grado di far fronte a questa tragedia. In quest’ultimo anno la nostra regione ed il sud Italia sono stati costretti a sopportare non poco gli effetti devastanti delle nevicate, dei terremoti, delle alluvioni e ora di questi incendi di natura dolosa, arrivando anche a subire gravi perdite di natura paesaggistica, economica e purtroppo di vite umane.Il governo di questo Paese nel frattempo ha ben pensato e deciso di tagliare i costi sulla prevenzione, eliminando la Forestale accorpandola per la maggiore parte con i Carabinieri, negando la possibilità di intervento e limitando quindi ancor di più la già fragile capacità di tamponare le emergenze.L’Italia intera viene da sempre colpita da grandi catastrofi, ma mai finora un governo è stato capace di studiare a tavolino, coinvolgendo regioni, enti locali e associazioni, un piano di messa in sicurezza efficace, che eviti la morte dei territori ed il loro conseguente spopolamento, ma che anzi li tuteli portando anche posti di lavoro all’interno delle comunità.Non ci vengano a dire che i soldi non ci sono, l’Abruzzo riceve già dall’Unione Europea ingenti quantità di fondi proprio per la prevenzione e la messa in sicurezza.
I problemi sono invece rappresentati dalla mancanza di volontà politica e da interessi economici celati dietro queste catastrofi (vedi L’Aquila 2009, oppure: https://goo.gl/qxPp3P ; https://goo.gl/FCh1bE ).
Non è possibile che vengano stanziati in poche ore 20 miliardi di euro per le banche e invece per salvaguardare la vita dei territori e delle comunità che li abitano si tiri fuori “l’SMS solidale”. Basta prese in giro, basta ignorarci, basta disastri ambientali!Il popolo abruzzese intero deve ora avere il coraggio di mobilitarsi insieme per reagire all’abbandono.Per difendere la nostra terra. (Unione Sindacale di Base – sede di Lanciano)

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Appello al popolo degli astensionisti

Posted by fidest press agency su sabato, 19 agosto 2017

elezioni1I sondaggi d’opinione rilevano una costante negli umori dell’elettorato italiano che ruota intorno al 40% degli elettori che dichiarano di volersi astenere dall’andare al voto. Le motivazioni sono diverse e ritengo del tutto valide. Ma nello stesso tempo mi rendo conto che salire sull’Aventino come atto di sdegno e di sfiducia per ciò che i politici fanno e promettono con intenti menzogneri, è un atteggiamento suicida. Lo è in quanto non ci si astiene sconfiggendo la politica, ma favorendone i suoi oscuri disegni in quanto astensionisti o no è la politica che continua a fare il suo corso, se non peggio, essendosi privata di quel dissenso che l’avrebbe indebolita se non costretta a cambiare rotta. Non possiamo privarci di una possibilità che la democrazia, sia pure con molti se e ma, ci offre per esprimere i nostri sentimenti, condizionare il nostro dissenso o consenso e per lasciare tutto sommato un segno, un richiamo, un avvertimento, ma in forma attiva. Lo possiamo fare solo partecipando e non estraniandosi poiché votanti o no la politica continua a dominare la nostra vita quotidiana. Si tratta solo di capire come si può imbrigliare il sistema e a condizionarlo con il voto. Pensiamo alla proposta di votare i partiti minori, quelli che si sono mostrati più antisistema e che danno fastidio ai maggiori. Pensiamo alla proposta di chi vorrebbe la nascita del “partito degli astensionisti” (che vanno al voto, ovviamente) con propri candidati, ma con personalità del tutto nuove e con la possibilità di fare piazza pulita dei soliti noti. Non dimentichiamo che se solo i due terzi degli astensionisti andassero al voto e lo facessero in uno dei due modi indicati avremmo un partito del 20%, e forse più se trascinasse nel consenso anche gli indecisi, che avrebbe la forza di rappresentare l’ago della bilancia nel governo del Paese. Perchè dovremmo perdere questa occasione? D’altra parte la scelta delle candidature non dovrebbe essere un problema se ci guardiamo bene intorno e ci rendiamo conto che esistono persone giuste più di quanto non si possa credere e capaci di figurare con più efficacia e autorevolezza gli interessi generali del Paese. Meditate gente, meditate “astensionisti”. (Riccardo Alfonso)

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Vizi e virtù di un capo e di un popolo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 26 luglio 2017

tribunale-milanoQuante volte ci siamo imbattuti in una notizia che ci indica i vizi più delle virtù di un leader? A questo punto mi chiedo, prima di trattare la questione sotto un profilo etico, se possiamo pretendere un premier virtuoso mentre tutto intorno vi è una società che si considera libera solo perché è lasciata al suo arbitrio che spesso non riesce a distinguere la ragione dal torto, il bene dal male? Ne consegue che dopo decenni di istigazione al fai come ti pare anche la morale, quella della nostra tradizione per intenderci, sembra oramai tramontata.
In effetti la piega assunta dalla pubblica moralità italiana è stata una vera e propria degenerazione dei costumi in soli pochi anni. Oggi è normale che una coppia conviva senza sposarsi e avere figli. Oggi è normale che si evade e se ne tragga vanto. Oggi è normale sbeffeggiare le leggi, la giustizia e i suoi tutori in specie se si hanno i soldi per attendere sentenze a distanza di anni e raggiungere la prescrizione. E’ normale entrare nell’icona dei privilegi, e la politica è una di essi, per sentirsi al di sopra delle leggi. Oggi anche nelle piccole cose si ha sentore di “immunità”: auto lasciate in seconda fila, parcheggiate sotto i cartelli di divieto, si sfreccia sulle autostrade a 200 all’ora, si telefona mentre si guida, ecc. Sembra che i cittadini siano lasciati senza controllo. Ma proprio per questo motivo dovremmo non giustificare, ma severamente censurare, chi ricoprendo cariche pubbliche e continua a dare esempi poco edificanti peggiorando quell’andazzo che sta determinando, anno dopo anno, pesanti ricadute non tanto sulla moralità quanto sulla tenuta della democrazia, sul rispetto delle istituzioni, sulla necessità di porre mano a riforme come quella della giustizia non nel senso di favorire qualcuno ma nell’interesse generale del paese. Oggi non abbiamo il 45% degli elettori che disertano le urne per dissenso ideologico ma perché nauseati dal comportamento dei loro rappresentanti. Mi riferisco allo spettacolo di parlamentari che cambiano casacca con disinvoltura, che litigano per un incarico affidato ad altri o ancora di sprechi, di abusi e quanto altro da parte di chi è preposto alla gestione del denaro pubblico e al suo buon uso. A Napoli dicono, e non credo solo a Napoli: “il pesce puzza da la capa” e allora troviamo il coraggio e la fermezza d’invertire questa tendenza perversa incominciando proprio da “la capa” perché dobbiamo lasciare un messaggio e un segnale proprio da chi ci guida. (Riccardo Alfonso)

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