Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 341

Posts Tagged ‘popolo’

Somalia un popolo senza pace

Posted by fidest press agency su giovedì, 22 ottobre 2020

Venticinque anni fa, il 22 ottobre 1995, proprio nella domenica che i cristiani nel mondo dedicano alla preghiera per le missioni, veniva uccisa Graziella Fumagalli, medico e capo progetto di Caritas Italiana, coordinatrice del centro anti-tubercolosi di Merca. Nel suo ricordo pubblichiamo il Dossier con Dati e Testimonianze (DDT) dal titolo “Nazione a frammenti. Crisi perenne di un popolo senza Pace” che fa il punto sulla crisi istituzionale, sociale e umanitaria che la Somalia vive dalla caduta del regime di Siad Barre, nel 1991. All’Angelus del 29 dicembre scorso anche papa Francesco ha voluto ricordare la tragedia del Paese, pregando per la Somalia ferita al cuore in quei giorni dall’ennesimo attentato terroristico che nella capitale Mogadiscio aveva tolto la vita a oltre un centinaio di persone. Papa Bergoglio in quell’occasione ha espresso vicinanza ma anche condanna per un gesto folle, «orribile», rivendicato dagli al-Shabaab. Purtroppo quello somalo rimane un conflitto per lo più dimenticato, dalla comunità internazionale e dalla sensibilità della gente comune. La Somalia oggi è un “Failed state”, uno Stato “fallito”: frammentato nella miriade dei suoi clan, ferito dagli interessi dei signori della guerra e dalle violenze delle milizie jihadiste che minano la stabilizzazione del Paese decretandone la condizione di Stato fallito da trent’anni. Una fragilità che provoca estrema vulnerabilità alla pandemia e agli shock climatici, con un terzo della popolazione che necessita di assistenza umanitaria, 2,6 milioni di sfollati, 800 mila rifugiati in altri Paesi, 850 mila bambini sotto i 5 anni che hanno bisogno di supporto nutrizionale. Il Dossier vuole approfondire una storia complessa di un Paese tormentato che sembra incapace di risollevarsi dalle sue ceneri, ma che a piccoli passi sta cercando una via verso quella pace che manca da troppo tempo. A partire proprio dall’impegno di Graziella Fumagalli, racconta anche le iniziative in questi anni di Caritas Italiana: complessivamente dal 2011 al 2020, grazie al contributo di tanti sostenitori, sono stati realizzati 40 progetti per oltre 2,5 milioni di euro. Il Dossier è disponibile online sul sito http://www.caritas.it

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Solidarietà e sostegno al popolo libanese

Posted by fidest press agency su domenica, 13 settembre 2020

“L’Italia e il Libano sono paesi amici, legati da decenni di ottimi rapporti. Una strettissima e proficua collaborazione in tutti i campi. Il ruolo dell’Italia in Libano è stato ed è veramente incisivo, la nostra presenza nel Paese non è dovuta solo all’emergenza scoppiata in seguito all’esplosione al porto di Beirut, ma costituisce un continuum, perché il nostro è un rapporto stabile e costruttivo che intratteniamo da anni. Le nostre azioni sono basate su un costante dialogo con tutti gli attori. I nostri aiuti hanno lo scopo di tamponare l’emergenza a Beirut, ma continueremo le nostre azioni di cooperazione in tutto il paese, nell’ottica di uno sviluppo a lungo termine. L’Italia vuole dare risposte strutturali perché Libano, Paese con una effervescenza culturale eccezionale soprattutto tra i giovani, torna ad essere faro di democrazia nel Mediterraneo quale è sempre stato. Desidero ringraziare i libanesi in Italia per il contributo che danno al nostro paese e ai rapporti tra il nostro Paese e il Libano. Un ringraziamento particolare ai tanti medici di origine libanese in Italia che sono una risorsa per tutti” così la dichiarazione della Vice Ministra Affari Esteri Emanuela Del Re che ha inviato alla Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai) ,associazione Medici di origine straniera in Italia (Amsi) ,Unione Medica Euro Mediterranea (UMEM) e il Capello delle nostre associazioni e comunità il Movimento internazionale Transculturale interprofessionale Uniti per Unire alla fine della sua missione di solidarietà e cooperazione internazionale vera e concreta e piena di messaggi di pace ,dialogo e umanità in Libano portando aiuti sanitari e sostegno psicologico dal popolo libico e professionisti della sanità impegnati a salvare la vita tutti i giorni con mille difficoltà. “È un altro gesto importante dell’Italia verso i nostri paesi di origine e in questo caso si tratta del Libano dopo la tragedia e catastrofe che è costato centinaia di morti e migliaia di feriti e quartieri distrutti dall’esplosione a Beirut. Ringraziamo l’Italia e la vice Ministra Emanuele Del Re per l’ennesimo gesto e messaggio forte verso il Libano che ha apprezzato molto .Bisogna continuare con la cooperazione internazionale e costruire ponti e fabbriche di solidarietà e non fabbriche d’armi e mercati di esseri umani per combattere la fuga dei cervelli e professionisti dal Libano perchè è importante rimanere in Libano per sostenere ospedali e istituzioni che fanno sforzi enormi per farli funzionare e urge una cooperazione internazionale trasparente e controllata come ha fatto la Vice Ministra Emanuela Del Re che è andata di persona ad accompagnare la quarta spedizione incontrando autorità ministri e operatori sanitari e volontari .cosi Dichiara il Fonadatore Amsi e Co-mai Foad Aodi nonché membro registro esperti e GDL Salute Globale Fnomceo.Un ringraziamento ed apprezzamento per l’operato del Governo Italiano e della VM Emanuela Del Re anche dalla comunità e medici libanesi ,Il Pediatra e Coordinatore AMSI e Co-mai in Lombardia Dr.Batreche Mohamed e Il Medico di Famiglia e Coordinatore Organizzativo Co-mai e membro del Ufficio di presidenza Amsi Dr.Mohamed Ali Zaraket che insieme ai nostri movimenti danno la massima disponibilità per qualsiasi collaborazione e supporto per il Libano ed i nostri paesi di origine. (ByUfficio Stampa Amsi e Co-mai http://www.unitiperunire.org)

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Tutto il potere al popolo sovrano

Posted by fidest press agency su giovedì, 20 agosto 2020

Quante volte queste parole sono state pronunciate con una certa enfasi in tutti gli angoli del mondo per consentire a chi le esprimeva di sentirsi figlio del popolo e popolano lui stesso. Quante volte, nella pratica di vita, sono suonate altrettanto false e demagogiche? Consideriamo gli eventi per quelli che sono. Come può esprimere un “potere” il popolo? Non può farlo in prima persona ma semmai delegarlo ad un suo rappresentante. Da qui parte in ugual misura la buona fede e l’inganno. Il “popolo” innanzitutto è un termine troppo generico per identificarsi con una sola anima e un ugual intento. Penso al datore di lavoro e al suo dipendente, penso agli sfruttati e agli sfruttatori, ai ricchi e ai poveri, a chi ha e a chi è. Parte dal saggio e va a finire al malandrino. Tutti insieme possono essere chiamati popolo ma in quanto a rappresentatività le loro differenziazioni diventano inevitabilmente marcate e a volte inconciliabili tra loro. Questo ci indurrebbe a chiedere a chi evoca il “popolo sovrano” a quale genere di “popolo” intende riferirsi. Se poi questa espressione la collega al collante dei diritti e dei doveri di un popolo non credo che un pensionato, un disoccupato, un diseredato possa sentirsi garantito da chi ha un buon impiego, ha una cospicua rendita, è un parvenu possa associare i suoi diritti e doveri a quelli che amano imporli agli altri ma non a sé stessi. È questo il popolo sovrano? Ma mi faccia il piacere. (Riccardo Alfonso)

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Solidarietà al popolo Biellorusso vittima di una dittatura

Posted by fidest press agency su martedì, 18 agosto 2020

On. Stefania Mammì (M5S): “Sono sconvolta da quanto sta accadendo in questi giorni a Minsk, in Bielorussia, nel centro geografico del continente europeo, a poche migliaia di km dall’Italia dove, dopo la contestata rielezione di Alexander Lukashenko alle recenti elezioni presidenziali, sono seguite delle pacifiche manifestazioni di protesta, ferocemente represse con inaudita violenza dalle forze di polizia. Sono state brutalmente violentate donne, aggrediti e torturati uomini, giovani ragazzi e perfino gli stessi medici impegnati nelle operazioni di soccorso. Tutta questa violenza deve essere fermata, auspico pertanto in una rapida mobilitazione dell’Unione Europea a sostegno delle democratiche rivendicazioni delle centinaia di migliaia di cittadini bielorussi che da giorni coraggiosamente e pacificamente sfidano il regime totalitario ,”armati” solo di fiori bianchi stretti tra le mani,per chiedere che vengano rispettati i propri diritti democratici e la loro libertà, piena solidarietà a questo popolo”, conclude la pentastellata Mammì.

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“Santa Rita protegga Beirut e il popolo libanese”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 agosto 2020

“La nostra preghiera a Santa Rita, alla quale quotidianamente affidiamo tutte le terre del mondo, oggi si fa ancora più grande per abbracciare in modo particolare il Libano, la cui ferita sgorga dolore anche a Cascia”. A parlare è Suor Maria Rosa Bernardinis, Madre Priora del Monastero Santa Rita da Cascia, che si è unita in preghiera insieme alle consorelle, affidando alla protezione e all’intercessione di Santa Rita il Libano, dove ieri (4 agosto) si è verificata la catastrofica esplosione avvenuta al porto di Beirut. Una vera strage, che le claustrali di Cascia seguono con apprensione, auspicando che la Terra dei Cedri possa far fronte al più presto a questa emergenza e rialzarsi, più forte di prima. Una terra profondamente legata a quella della santa degli impossibili, verso la quale i libanesi, non solo quelli di religione cattolica, nutrono immensa devozione. A sancire questo legame negli anni, in occasione delle celebrazioni del 22 maggio, due gemellaggi di fede con Beirut, tra cui il più recente del 2015 suggellato dal dono della grande statua di Santa Rita, scolpita nella pietra libanese, benedetta da Papa Francesco e posta all’ingresso della città. “Cascia – prosegue la Priora – custodisce un pezzo di cuore del Libano, rappresentato proprio dalla statua. È quindi a Santa Rita che ci rivolgiamo ora, con profonda fiducia, mettendo nelle sue mani tutte le vittime di questa ennesima tragedia, che colpisce il Libano creando una distruzione incalcolabile. Preghiamo per i numerosi morti, i dispersi, i feriti, per le loro famiglie e per tutti coloro che hanno perduto le case e le attività. Santa Rita protegga Beirut e tutto il popolo libanese, alleviando le sue sofferenze, dandogli nuova forza e portando loro la speranza, quella che lei infonde nei cuori”.

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Italiani un popolo ingovernabile?

Posted by fidest press agency su martedì, 4 agosto 2020

Dalla sua unità è trascorso oltre un secolo e mezzo eppure tutta la sua storia e la cronaca di questi giorni ci danno una nazione divisa anche quando con la dittatura fascista si cercò un’identità unitaria. Fu solo un fuoco di paglia che ci portò di filato in una guerra dalla quale uscimmo malconci ma non redenti. Diventammo forzatamente democristiani per ragioni di politica internazionale, ma con un partito comunista molto forte e temuto. Con lo sfaldamento della D.C. e dei suoi alleati, negli anni novanta, ci trovammo senza una guida ma alla mercé del primo imbonitore di turno. Così costruimmo un altro ventennio, dove fornimmo prova della nostra capacità di sopravvivere agli scandali, alla corruzione, al malgoverno, agli inciuci e alle panzane che ci ammannivano a manca e a destra. Ora ci ritroviamo con i cocci in mano, ma continuiamo a bramare il nostro messia politico e poco importa se ha dei difetti e delle debolezze. È lui che ci fa sognare il paese che non è e che non sarà a dispetto della cruda realtà. Per lui ci dividiamo, litighiamo, fanatizziamo e rendiamo sempre più confuso e triste la nostra vita. Non riusciamo ad avere la mente lucida, d’essere consapevoli che non è più il tempo di deleghe in bianco, ma che dobbiamo verificare di persona il mandato che noi affidiamo ai nostri eletti. Dobbiamo avere la consapevolezza di essere un popolo che non ha più la licenza d’inseguire le chimere ma di misurare il futuro con le sue mani e le sue azioni. (Riccardo Alfonso)

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La protesta di un popolo

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 luglio 2020

Giorgia Meloni alla piazza: «Noi siamo il popolo, libereremo l’Italia da questi incapaci.» La forza di queste parole sta nella rappresentanza espressa da chi si arroga il diritto di poter parlare in nome del popolo italiano, nessuno escluso, compresi ovviamente gli “incapaci”. È senza dubbio una pretesa assurda perché non sono pochi gli italiani che la pensano diversamente. Noi oggi, semmai, scontiamo l’immobilismo che ci ha bloccati per almeno 25 anni. Da allora ad oggi, in nome del popolo italiano, ci siamo fermati e siamo rimasti affacciati alla finestra per guardare le altre nazioni che progredivano e risolvevano i loro problemi strutturali e ponevano mano alle riforme per un cambiamento che permettesse di restare al passo con i tempi. Ora questo ritardo va colmato e speriamo solo che l’occasione, pur drammatica, possa averci data la forza e la determinazione di capire che è l’ultimo tram della storia per evitare il peggio. Se veramente la Meloni pensa ciò che dice, e io le credo, stimandola, deve compiere un atto di coraggio e affiancarsi ai tanti che vogliono fermamente risollevare le sorti del paese. Non vi sono calcoli elettorali e politici che contano di fronte all’interesse nazionale. È ovvio, del resto, che tutto quello che dice la destra non può essere condiviso dalla sinistra così come dai pentastellati ma basterebbe credere nei due diritti: della vita e del vivere e su di essi creare le basi per una nuova Italia. (Riccardo Alfonso)

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Sordi e la politica: «In Italia si dice che il popolo è sovrano. Ma sovrano de che?»

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 maggio 2020

È una delle tante rivelazioni contenute nel volume «Alberto Sordi segreto», l’omaggio editoriale del centenario della nascita del grande attore e atteso da tempo dai suoi fan, che svela amori nascosti, manie, rimpianti e maldicenze. All’interno decine di foto inedite e la prima canzone a lui dedicata. Anche in versione ebook «Alberto amava ripetere: ‘In Italia si dice che il popolo è sovrano. Ma sovrano de che? Il nostro Paese, purtroppo, ha avuto una classe politica che si è impegnata nella conquista del potere per interessi meramente personali’». Affermava come “nell’Italia politica degli ultimi anni ci fosse tanta mediocrità e che i cittadini venissero trattati da sudditi”.
Il libro (212 pagine, 15 euro), a causa dell’emergenza sanitaria, è stato fatto uscire ad aprile in versione ebook mentre il cartaceo autografato dall’autore era disponibile soltanto sul sito dell’editore (www.rubbettinoeditore.it). Il libro digitale, il primo autografato mai realizzato finora, ha subito riscosso grande successo non soltanto in Italia, ma anche in Europa, Argentina, Stati Uniti e Australia, dove Alberto Sordi è tuttora molto amato.Il volume presenta, per la prima volta, anche le testimonianze di alcuni cugini di Alberto: da parte della madre Maria Righetti e del padre Pietro Sordi. Ci sono, inoltre, i ricordi inediti di alcuni amici dell’attore che lo hanno frequentato in modo assiduo e di personaggi del cinema e della tv con i quali ha lavorato. Tra questi, Rino Barillari, Pippo Baudo, Patrizia de Blanck (con la quale Sordi ebbe una love story), Elena de Curtis (nipote di Totò), Sandra Milo, Sabrina Sammarini (figlia di Anna Longhi) e l’ex annunciatrice Rai Rosanna Vaudetti. Di grande interesse le due interviste inedite ad Alberto realizzate dal giornalista Luca Colantoni (1995) e dalla regista e produttrice cinematografica Donatella Baglivo (1997). Infine, lo storico del doppiaggio italiano Gerardo Di Cola analizza i doppiaggi degli attori ai quali Sordi ha dato la voce e i film in cui lui stesso è stato doppiato. Personaggi che, assieme a Igor Righetti, hanno contribuito a rendere pubblica la vita reale, e mai raccontata, di Alberto Sordi.
Il libro è l’omaggio editoriale del centenario della sua nascita e farà scoprire, per la prima volta, chi fosse il grande attore fuori dal set, dalle interviste e dalle apparizioni televisive ufficiali. Rivela, inoltre, le tante menzogne raccontate su di lui. Un volume unico sia per gli aneddoti e le curiosità sia per le decine di foto esclusive provenienti dagli album di famiglia di Igor Righetti e da Reporters Associati & Archivi. Immagini fuori dal set, durante le pause di lavorazione dei film e scatti personali mai visti.Il libro viene arricchito con il cd della prima canzone dedicata a Sordi “Alberto nostro”, della quale Igor Righetti è autore, compositore e interprete assieme a Samuele Socci.Il brano con il testo si trova sul canale YouTube Alberto Sordi Forever: https://www.youtube.com/watch?v=_DYEvbXIWb0 Il videoclip della canzone, invece, sarà disponibile da giugno sempre sullo stesso canale YouTube. È stato girato a Trastevere e nelle vie del centro storico di Roma care ad Alberto. Una canzone nata per integrare a livello musicale questo primo volume sulla vita privata di Alberto Sordi e per colmare il vuoto di un brano a lui dedicato. Un piacevole libro utile anche alle nuove generazioni perché la memoria storica di un grande attore come Sordi non vada perduta e, al contrario, rigeneri.

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Italiani: un popolo ingovernabile?

Posted by fidest press agency su martedì, 14 gennaio 2020

Dalla sua unità sono passati tantissimi anni eppure tutta la sua storia e la cronaca di questi giorni ci danno una nazione divisa anche quando con la dittatura fascista si cercò una identità unitaria. Fu solo un fuoco di paglia che ci portò di filato in una guerra dalla quale uscimmo malconci ma non redenti. Diventammo forzatamente democristiani per ragioni di politica internazionale, ma con un partito comunista molto forte e temuto. Con lo sfaldamento della D.C. e dei suoi alleati, negli anni novanta, ci ritrovammo senza una guida ma alla mercé del primo imbonitore di turno. Così costruimmo un altro ventennio, dove demmo prova della nostra capacità di sopravvivere agli scandali, alla corruzione, al malgoverno, agli inciuci e alle panzane che ci ammannivano a manca e a destra. Ora ci ritroviamo con i cocci in mano, ma continuiamo a bramare il nostro messia politico e poco importa se ha dei difetti e delle debolezze. E’ lui che ci fa sognare il paese che non è e che non sarà a dispetto della cruda realtà. Per lui ci dividiamo, litighiamo, fanatizziamo e rendiamo sempre più confuso e triste la nostra vita. Non riusciamo ad avere la mente lucida, d’essere consapevoli che non è più il tempo di deleghe in bianco, ma che dobbiamo verificare di persona il mandato che noi affidiamo ai nostri eletti. Dobbiamo avere la consapevolezza di essere un popolo che non ha più la licenza d’inseguire le chimere ma di misurare il futuro con le sue mani e le sue azioni. (Riccardo Alfonso)

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Vogliamo essere guidati

Posted by fidest press agency su martedì, 31 dicembre 2019

Il destino dell’essere umano non sembra quello di agire da solo ma di farlo in comunità sotto la guida di un leader carismatico, a prescindere, che a un certo punto riconosciamo per tale. Se ci limitiamo al solo caso italiano, ma non siamo soli nel mondo, ovviamente, e limitiamo la riflessione agli eventi più recenti possiamo dire che Mussolini ha rappresentato tutto questo, nel bene e nel male, ma anche il coevo Hitler nella colta Germania non è stato da meno e Franco in Spagna e Stalin nell’URSS. Nel nostro paese è seguita, negli anni post-bellici, una ricerca spasmodica del leader. La stessa democrazia cristiana e il partito comunista ci hanno mostrato vari campioni da De Gasperi ad Andreotti, Moro e Fanfani, da Togliatti a Berlinguer. Ne avevano il carisma ma, ad eccezione di Andreotti, erano una specie di scirocco che durava tre giorni e poi spariva. Ci volle negli anni novanta lo choc imposto dai giudici di mani pulite per far emergere una figura di leader e l’impressione che fosse incrollabile sotto la scure dei processi che furono intentati a suo carico e degli intrighi di palazzo. Divenne per molti italiani l’uomo del destino e se ne fecero carico a dispetto di tutto e di tutti. Ma avere nel sangue la leadership non significa, necessariamente, essere un dittatore o un popolano del taglio di Masaniello. Significa rappresentare un disagio esistenziale reale e declamarlo con forza e convinzione. Questo è per me Grillo. E il popolo che lo segue è quello che è crollato subendo il peso di chi lo ha tradito con il sistema del pifferaio e chi crede di governare con un’ubriacatura di democrazia del consenso nella logica del tutto cambiare per nulla cambiare. (Riccardo Alfonso)

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Storia del pensiero: Democrazia ossia “governo del popolo per il popolo”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 settembre 2019

Ovvero il “male oscuro” che attraversa il mondo occidentale. La democrazia è considerata la forma più avanzata di organizzazione politica, atta a valorizzare le potenzialità morali, intellettuali, economiche degli individui e delle loro libere associazioni. Sin qui tutto bene e secondo manuale, se vogliamo. Ma in effetti non lo è. Le democrazie non sono esenti da patologie che possono minarne il buon funzionamento, con effetti deleteri sulla vita civile e su quella economica. I rappresentanti eletti dal popolo che debbono curare gli interessi generali, sia pure interpretandoli in forme diverse e talora contrapposte, non devono rivolgere la loro azione a rappresentare interessi in contrasto con quelli della collettività. La linea di confine tra interessi di gruppo e quelli generali può essere talora tenue. E’ quanto sembra accadere in Italia e lo sarà ancora più evidente con il federalismo dove i rappresentanti eletti in uno dei corpi legislativi locali sono designati esplicitamente a rappresentare gli interessi di una Regione. Come potranno, costoro, venir meno al loro mandato senza finire con il danneggiare gli interessi superiori del Paese? E’ possibile che tali organismi intermedi, portatori di legittimi interessi di importanti segmenti della popolazione e dell’economia, assumano di fatto una capacità di decisione e di indirizzo che condiziona il volere legittimamente espresso, per interesse di tutti, soltanto dal Parlamento. A questo punto è necessario fare chiarezza per non ritrovarsi impelagati in una diatriba che in nome della democrazia nega di fatto la sua esistenza. In pratica deve restare nella convinzione di tutti che il potere ultimo di ogni decisione che tocca la collettività nel suo complesso deve rimanere nell’istituzione, il Parlamento, che non deve semplicemente ratificare accordi assunti a livelli più bassi, ma comporli con l’interesse generale. Sia chiaro in proposito. Le decisioni possono inglobare gli interessi di alcune componenti della società, ma mai a danno del bene comune della Nazione. (Riccardo Alfonso)

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Italiani: un popolo ingovernabile?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 agosto 2019

Dalla sua unità sono passati 152 anni eppure tutta la sua storia e la cronaca di questi giorni ci danno una nazione divisa anche quando con la dittatura fascista si cercò una identità unitaria. Fu solo un fuoco di paglia che ci portò di filato in una guerra dalla quale uscimmo malconci ma non redenti. Diventammo forzatamente democristiani per ragioni di politica internazionale, ma con un partito comunista molto forte e temuto. Con lo sfaldamento della D.C. e dei suoi alleati, negli anni novanta, ci ritrovammo senza una guida ma alla mercé del primo imbonitore di turno. Così costruimmo un altro ventennio, dove demmo prova della nostra capacità di sopravvivere agli scandali, alla corruzione, al malgoverno, agli inciuci e alle panzane che ci ammannivano a manca e a destra. Ora ci ritroviamo con i cocci in mano, ma continuiamo a bramare il nostro messia politico e poco importa se ha dei difetti e delle debolezze. E’ lui che ci fa sognare il paese che non è e che non sarà. Per lui ci dividiamo, litighiamo, fanatizziamo e rendiamo sempre più confuso e triste la nostra vita. Non riusciamo ad avere la mente lucida, d’essere consapevoli che non è più il tempo di deleghe in bianco, ma che dobbiamo verificare di persona il mandato che noi affidiamo ai nostri eletti. Dobbiamo avere la consapevolezza di essere un popolo che non ha più la licenza d’inseguire le chimere ma di misurare il futuro con le sue mani e con le sue azioni. (Riccardo Alfonso)

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Le feste ebraiche spesso ricordano eventi storici centrali nella storia del popolo di Israel

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 aprile 2019

Così è per Channukkà e Purim, che celebrano la sopravvivenza dell’ebraismo ai tentativi antichi di distruggerlo, per Shavuot che commera la rivelazione del Sinai, e prima di tutto per Pesach, la Pasqua ebraica, che ricorda la fondazione del popolo ebraico, la sua liberazione dalla schiavitù egiziana e l’inizio del percorso verso la conquista della Terra di Israele.Ma queste feste chiedono anche in maniera molto esplicita di essere pensate in relazione al mondo contemporaneo. I miracoli che punteggiano le loro storie avvennero, secondo le formule liturgiche “in quegli anni” ma “in questo tempo” e il testo che ogni famiglia ebraica legge le due prime sere di Pesach, la narrazione (Haggadah) per antonomasia, impone a ogni ebreo di considerarsi come se lui stesso avesse partecipato all’epica uscita dall’Egitto.Come ripensare oggi a questa storia così fondamentale non solo per gli ebrei, ma per l’intera cultura oggi sparsa in tutto il mondo? Naturalmente non ho la pretesa di elaborare il senso religioso della festa, oggetto di profonde riflessione nella millenaria tradizione del pensiero ebraico. Ma vale la pena di ricordare qualche ovvio addentellato politico.Il primo punto è il rapporto con la terra di Israele. Ci sono due punti di inizio per il popolo ebraico. Il primo è Abramo, che diventa ivrì (ebreo, una parola etimologicamente legata al passare oltre, al venire da oltre) quando ubbidisce all’ordine di abbandonare casa e famiglia, per andare dove la guida divina lo porterà, e cioè specificamente nella terra di Israele, “al di là” del fiume Eufrate. La seconda è quella celebrata da Pesach, quando il popolo esce dalla schiavitù egiziana e si dirige, sia pure con un percorso lungo e tortuoso, verso lo stesso luogo. Il popolo di Israele, nella sua tradizione storico-religiosa, è quello che esce dall’esilio per tornare alla sua terra, anche al costo di rotture, ribellioni e guerre. Ogni celebrazione di Pesach, del resto, conclude la cena rituale con la promessa “l’anno prossimo a Gerusalemme”. Dopo l’Egitto è accaduto di nuovo in seguito all’esilio di Babilonia e ancora una volta nell’ultimo secolo e mezzo, nonostante una nuova terribile strage che ha ucciso metà del popolo, ma di nuovo con la forza di fondare uno stato. Che non si illudano coloro che pensano di “ricacciarci in mare” o “da dove veniamo” (è una formula ricorrente fra gli antisemiti, musulmani e non): siamo sempre tornati e siamo sempre restati.Il secondo punto riguarda la libertà, in opposizione alla schiavitù e al genocidio. Pesach è definita dalla tradizione come festa della libertà. Questa libertà si staglia su una storia precedente di schiavitù, lavoro forzato e vero e proprio genocidio. Vi è da parte di Mosè una richiesta esplicita e ripetuta di liberazione, intesa non certo come presa del potere sull’Egitto, ma come separazione, oggi diremmo diritto all’autodeterminazione. Questa richiesta è sempre respinta dal Faraone, nonostante l’intervento divino, fino alla conclusione sanguinosa della decima piaga e della distruzione dell’esercito egizio nel mare. La libertà è dunque pensata dunque non come anarchia né come dominio, ma come la possibilità di vivere secondo le proprie leggi, in un altro spazio. Quello egizio è il primo dei molti grandi imperi a cercare di eliminare questa autonomia di un piccolo popolo come quello ebraico: una tentazione che ancora oggi è ben presente.
Di qui una rivendicazione di identità, ben precisa e ancora oggi attuale. Il popolo ebraico esiste se è capace di resistere all’oppressione e di prendere il proprio destino nelle sue mani, di ascoltare la propria tradizione, di fare i sacrifici necessari per questo. Al fondo vi è un’etica della responsabilità e della libertà, cui naturalmente spesso è difficile fare fronte, come il seguito della narrazione del viaggio verso la terra promessa, e poi tutta la storia di venticinque secoli, farà chiaramente vedere. Ma dopo trentacinque secoli vi è ancora un popolo capace di sentire come propria quella vicenda, di farsene coinvolgere, di trarne lezioni di libertà.

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Algeria. Sbai: “Supporto al popolo in rivolta, ma no a nuova primavera araba”

Posted by fidest press agency su domenica, 3 marzo 2019

«Seguo con apprensione quello che sta accadendo in Algeria, dove infiamma la protesta e si conta il primo morto. Quello algerino è un popolo stremato, che per oltre vent’anni ha subito l’oppressione sia del regime autoritario di Bouteflika che degli estremisti della Fratellanza Musulmana. Il popolo algerino ha ragione nel volersi liberare dell’ancien regime, ma la sua rivolta non deve trasformarsi in una nuova Primavera Araba. Il rischio infatti è che il malcontento popolare venga sfruttato dai gruppi espressione della Fratellanza Musulmana per prendere la guida delle proteste e poi il potere, al fine di stabilire una dittatura fondamentalista. Quello che è accaduto in Egitto e soprattutto in Siria e in Libia non deve ripetersi in Algeria. L’Europa e l’Occidente hanno imparato la lezione della Primavera Araba? Se sì devono intervenire a sostegno del popolo algerino e della sua voglia di cambiamento, sbarrando però il passo alla Fratellanza Musulmana e agli stati canaglia che la sponsorizzano: il Qatar degli emiri Al Thani e la Turchia di Erdogan. L’Italia, in particolare, è chiamata a svolgere un ruolo di primo piano: in virtù della sua vicinanza geografica, la sicurezza del Paese si troverebbe a dover reggere l’urto di una nuova guerra civile in Nord Africa, dopo quella libica, con l’aggravarsi della minaccia terroristica e della crisi migratoria».È quanto dichiara Souad Sbai, Presidente dell’Associazione Donne Marocchine in Italia (ACMID).

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Pagine di storia: Il malessere che serpeggia nel popolo e gli stimoli offerti alle dittature nascenti

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 agosto 2018

Dopo la prima grande guerra ci troviamo con Stati soddisfatti, perché avevano beneficiato della sistemazione della pace e, pertanto, non aspiravano a rivendicazioni importanti e, con altri, che si ritenevano sacrificati. Tra costoro vi facevano parte sia i vincitori sia i vinti.
Pensiamo alla Germania, all’Italia e al Giappone. Dobbiamo poi aggiungere che di fronte a quest’opposizione prima latente e, in seguito, sempre più palese, fu fondamentale l’atteggiamento degli U.S.A. e dell’U.R.S.S. Da una parte prendevano piede le logiche capitalistiche con le sue cadute deteriori sul mondo del lavoro e del capitale dei singoli Stati e, dall’altra, la rivoluzione bolscevica faceva sentire la sua forza d’attrazione tra i ceti più umili e bisognosi di riscatto sociale.
Con la grande crisi del 1929 toccammo con mano il primo impatto negativo nel campo delle relazioni internazionali. Divenne una conseguenza diretta la logica del protezionismo doganale, dell’autarchia ovvero dell’isolamento economico per cercare di non lasciarsi coinvolgere dalle crisi degli altri. A questo riguardo il discorso da economico si fece ben presto politico. Diciamo che in questa situazione le democrazie segnarono un grosso limite. Non a caso, possiamo affermare, che in Germania la crisi economica e sociale, venuta dopo il 1929, fu più grave e profonda rispetto agli altri paesi europei. Vi erano tutti gli ingredienti per scatenare una crisi dell’intero sistema. Nello stesso tempo il regime parlamentare si mostrò incapace di prendere dei rimedi, e l’esecutivo non era da meno, sia pure con l’uso e l’abuso dei decreti-legge. L’opinione pubblica si convinse, alla fine, che un regime autoritario era il più indicato a stabilire e a imporre la via della ripresa.
Hitler a questo punto non fece altro che interpretare le attese e i timori della folla in seguito alle sofferenze della crisi economica. Egli seppe mettere, come rileva Edmond Vermeil, alla portata di tutti, grazie ad una forma suggestiva ed accessibile, delle idee che corrispondono a talune vecchie aspirazioni dell’anima tedesca: da Paul de Lagarde e da Houston Chamberlain riprese i fondamenti della dottrina razzista. Da Nietzsche ritrovò la concezione di élite politica. Da Ratzel e dagli altri teorici, del pangermanesimo, raccolse le nozioni di “spazio vitale”. Da qui nacque e si diffuse la bibbia hitleriana del “Mein Kampf”. (Riccardo Alfonso)

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Lotta di popolo, lotta di civiltà: Onore ad Amedeo d’Aosta

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 agosto 2018

Il 17 maggio del 1941 sull’Amba Alagi il Duca d’Aosta firma la resa delle sue truppe. Nello stesso giorno e ora tramonta il sogno imperiale italiano. La resa del contingente italiano ebbe un prezzo altissimo in morti e feriti. Fu il conto pagato da una resistenza spinta sino ai limiti delle forze umane. Quel giorno Churchill scrisse: “Così terminava il sogno di Mussolini di un impero da creare con la conquista e da colonizzare nello spirito dell’antica Roma”. Amedeo D’Aosta morì nell’ospedale di Nairobi alle 3,45 del 3 marzo 1942, aveva 43 anni.
Ciano annotò nel suo diario: “E’ morto il duca d’Aosta. Scompare con lui una nobile figura di principe e d’italiano, semplice nei modi, largo nella comprensione, umano nello spirito. Non voleva la guerra. Era convinto che l’impero avrebbe potuto reggere soltanto pochi mesi. Poi detestava i tedeschi. Dalla vicenda che insanguina il mondo temeva più la vittoria tedesca che quell’inglese. Quando partì per l’Etiopia, nel maggio del 1940, ebbe il senso del suo destino: era deciso ad affrontarlo, ma era pieno di tristezza”. Il duca Amedeo d’Aosta, a detta del ras Abebe Aregai, capo della resistenza abissina e che lo aveva sempre combattuto: “E’ stato il più terribile nemico dell’Etiopia perché era riuscito a conquistare gli abissini e a far loro dimenticare l’amore per l’indipendenza”. Ecco per cosa gli italiani differivano dai tedeschi: la loro gran voglia di vivere in pace. Una pace che in Europa, come sappiamo, fu tanto desiderata mentre per i dittatori si era trasformata in un atto di codardia e di tacita sottomissione.
Il 1942 è l’anno della svolta. Il risveglio brusco da un sogno è tragico. La guerra prende una brutta piega. La fame incomincia a picchiare duro, i divieti si fanno più severi, i bombardamenti più fitti. Arriviamo a due passi da Alessandria d’Egitto, ma perdiamo il treno dell’Africa. Rommel non fa più miracoli, a El-Alamein Montgomery è troppo forte. Da Stalingrado non si passa. Nel 1943 molti avvenimenti precipitano. Il 25 luglio a Roma il Gran Consiglio del fascismo sfiducia Mussolini. E’ l’onda lunga che ha segnato in Russia la sconfitta della Germania: i russi sfondano sul Don, l’ARMIR, l’armata italiana sul fronte sovietico, è costretta a una precipitosa ritirata per non essere circondata e annientata.
Si combatte e si muore a quaranta gradi sotto zero. Le perdite assommano a oltre 80.000 uomini sui 120mila del corpo di spedizione. In Italia, intanto si vive come si può tra luci e ombre, sotto i bombardamenti e qualche evasione. Il film dell’anno è “Ossessione” con Luchino Vi-sconti. Aldo Fabrizi, al suo debutto, interpreta “l’ultima carrozzella”. Macario fa la donna nella “Zia di Carlo”, ma non ride nessuno. Così si compie il destino di un popolo con la sua avventura fascista. In quel momento riecheggiano le parole di George Sorel: “Un bosco impiega secoli per crescere, ma basta una notte per bruciarlo”. (Riccardo Alfonso)

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Quando un popolo rimase privo della sovranità

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 agosto 2018

Ci riferiamo ai tempi antichi. L’alternativa fu data, probabilmente, dal nuovo modo di configurare la divinità. Essa accompagnava la vita di relazione degli esseri umani con la sua aristocrazia teocratica degli oracoli, delle gare agonistiche. Un’aristocrazia aperta a quanti ne erano meritevoli. Così Atene iniziò un’esperienza nuova e unica, per tutta la storia del mondo antico, di un governo del “popolo”. La sua linea guida fu di espandere le proprie idee con gli altri centri della Grecia. Erano avvenimenti senza precedenti e la reazione non mancò e fu imponente. Non poteva essere altrimenti. La civiltà ateniese metteva in discussione gli stessi fondamenti della religione. Oggi possiamo affermare che la sua rivoluzione fu l’unico tentativo di fondere lo stato e la sovranità nella ragione umana “non nel timore del trascendente e degli dei ignoti, ma per l’uomo, per rispettarne l’individualità e i diritti, per riconoscergli un’anima e una coscienza, una volontà e una vita morale”. La rivoluzione ateniese ebbe anche un altro merito. Fu quello di riconoscere nella perenne fruibilità del mare un veicolo di diffusione della civiltà e fattore di ricchezza e di benessere per i popoli che ne avessero colta l’essenza. La via del mare diventava il percorso che facilitava l’estendersi della civiltà e il moltiplicarsi dei contatti con i paesi più lontani. Ne furono consapevoli i romani. (Riccardo Alfonso)

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“Potere al popolo” aderisce al digiuno nazionale per l’abolizione dell’ergastolo

Posted by fidest press agency su martedì, 12 giugno 2018

L’Associazione Liberarsi ha sempre sostenuto la campagna contro il carcere a vita e per questo sta organizzando il terzo giorno di digiuno nazionale martedì 26 giugno 2018 data a cui l’ONU dedica una giornata alle vittime della tortura, quindi anche ai detenuti condannati alla pena dell’ergastolo. Ancora una volta sta cercando di coinvolgere il maggior numero di persone interessate, le associazioni di volontariato, i nuovi parlamentari e/o chi si occupa di politica attiva, i centri sociali, esponenti della magistratura, dell’università, delle camere penali, uomini e donne di tutte le chiese, fedi religiose e movimenti spirituali, intellettuali, personaggi del mondo dello spettacolo e dell’informazione.
La campagna deve avere l’appoggio di tanti cittadini e cittadine. Siamo pronti a ricevere i vostri consigli, suggerimenti e idee per diffondere il nostro no contro il carcere a vita. È importante che i digiuni abbiano un ritmo, date precise, per non dimenticare, per scuotere le coscienze, per sensibilizzare l’opinione pubblica, per mettere in luce la situazione reale di tutti gli ergastolani. Per fare questo, è necessario il supporto di tutte le persone detenute, dei vostri familiari, delle associazioni e degli organi di informazione. Collegandosi al sito http://www.liberarsi.net troverete maggiori informazioni sulla terza campagna di digiuno per l’abolizione dell’ergastolo. Dite ai vostri familiari e amici di collegarsi sul nostro sito e cliccando su: Aderisci alla terza giornata di digiuno fissato per martedì 26 giugno 2018 per l’abolizione dell’ergastolo sarà possibile sottoscrivere l’adesione.
Per la comunicazione e la promozione della giornata sui social media vi chiediamo di utilizzare l’hashtag #campagnadigiunaperlavita#9999#noergastolo#26giugno2018.
La quarta Assemblea nazionale di Potere al popolo (Tavolo 8 Giustizia) ha deciso, tra l’altro, di appoggiare l’iniziativa dell’Associazione Liberarsi, della Comunità Papa Giovanni XXIII, dell’Associazione Yairaiha e altre con queste parole:
“Il prossimo 26 giugno è la giornata mondiale dedicata dall’Onu alle vittime della tortura e in Italia è già stata lanciata la terza giornata nazionale di digiuno nelle carceri per chiedere la cancellazione dell’ergastolo: Potere al Popolo aderisce all’iniziativa e richiede la partecipazione attiva su tutto il territorio nazionale, anche per dare continuità al già citato punto 15 del programma.”
Sono entrato in carcere che mi sentivo “mezzo” colpevole, col passare degli anni, con una pena che finisce nell’anno 9999 e con regimi di carcere duro, iniziai a sentirmi innocente. Dopo un quarto di secolo ho iniziato a usufruire dei primi permessi premio, poi ho ottenuto la semilibertà, uscendo al mattino e rientrando alla sera in carcere. Ormai da circa un anno e mezzo durante il giorno continuo a scontare la mia pena facendo il volontario in una struttura della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da Don Oreste Benzi, dando una mano ad adulti e bambini disabili e ricevendo in cambio affetto sociale. Solo qui ho iniziato a sentirmi completamente colpevole del male fatto in passato. Per questo mi sento di dire che la mancata riforma penitenziaria è stato un duro colpo per la popolazione detenuta e per la società, perché con le misure alternative al carcere ci sono più probabilità di sconfiggere sia la piccola che la grande criminalità. Purtroppo, invece, a causa delle pulsioni giustizialiste di alcuni partiti, la riforma penitenziaria è stata affossata, o, meglio, è stata gettata nelle sabbie mobili. In questo modo, a mio parere, in nome della legalità, sicurezza, ordine e certezza della pena, si produrrà altra criminalità. Da molti anni lotto per l’abolizione dell’ergastolo perché credo che sia una pena che non faccia bene neppure alle vittime dei nostri reati, perché il carcere senza un fine pena ti fa sentire innocente, mentre con un fine pena o con una pena alternativa ti fanno sentire veramente colpevole. (Per l’Associazione Liberarsi Carmelo Musumeci)

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Venezuela: la Chiesa riempie le “pentole” per sfamare un popolo allo stremo

Posted by fidest press agency su martedì, 29 maggio 2018

Roma giovedì 31 maggio alle ore 11 nella sede romana di Aiuto alla Chiesa che Soffre, in Piazza San Calisto n.16 (palazzina a destra, IV piano) si terrà la conferenza organizzata da Aiuto alla Chiesa che Soffre in collaborazione con l’associazione Venezuela la Piccola Venezia, per fare il punto sulla drammatica crisi Venezuelana, grazie a dati recenti e testimonianze direttamente dal Paese latinoamericano.La situazione verrà descritta dal cardinale Jorge Urosa Savino, arcivescovo di Caracas, e da monsignor Oswaldo Azuaje, vescovo di Trujillo diocesi di passaggio per arrivare al confine al confine con la Colombia, entrambi in collegamento telefonico dal Venezuela.
Nel corso della conferenza verranno presentati i dati aggiornati di Caritas Venezuela e due campagne a sostegno del popolo venezuelano. La giornalista italo-venezuelana Marinellys Tremamunno presenterà, Riempiamo le Pentole, campagna promossa da Venezuela la Piccola Venezia in collaborazione con Caritas Venezuela per consentire alla Chiesa locale di continuare ad offrire pasti gratuiti, le cosiddette “pentole solidali”, alle persone in difficoltà. Alessandro Monteduro, direttore di ACS-Italia, illustrerà invece la campagna promossa dalla Fondazione pontificia per supportare la Chiesa locale nella sua opera a sostegno della popolazione locale, con le offerte pervenute tramite la celebrazione di Sante Messe da parte dei sacerdoti venezuelani, secondo le intenzioni dei benefattori di ACS.

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“Le elezioni del 20 maggio sono un affronto ai diritti politici del popolo venezuelano”

Posted by fidest press agency su sabato, 19 maggio 2018

Domani si tengono lepresidenziali venezuelane. L’Arcivescovo di Caracas, Cardinal Jorge Urosa, in un colloquio con ACS, ha affermato che “anticipare le elezioni presidenziali al 20 maggio rappresenta un affronto ai diritti politici del popolo venezuelano. Noi abbiamo il diritto di eleggere i nostri leaders in libertà e con le modalità appropriate, con la possibilità di raggiungere un risultato democraticamente valido”. Le elezioni quindi, prosegue il porporato, “dovrebbero essere organizzate per l’ultimo trimeste dell’anno, come stabilito dalla Costituzione”. Esse “non risolveranno il problema della crisi sociale, e sono prive di legittimità. Non sono né legali né democratiche”. Secondo l’Arcivescovo, oltre alla Chiesa, “ci sono molti altri gruppi che non sono d’accordo e che si stanno esprimendo. Ad esempio gruppi politici, ma sono molto frammentati, indeboliti, e pesantemente minacciati.” La Chiesa non è l’unica realtà a far udire la propria voce, tuttavia, prosegue il Card. Urosa, “forse noi abbiamo un impatto maggiore perché nella società venezuelana la fiducia nei vescovi è molto alta”.
A chi ipotizza che le elezioni sarebbero state anticipate perché la situazione economica della nazione non può attendere oltre, il Card. Urosa risponde: “Non saprei dire. Ciò che certamente so è che la realtà della vita in Venezuela è miserevole. La mancanza di farmaci e di forniture mediche è estremamente grave, inclusa l’assistenza sanitaria negli ospedali. È drammatica la carenza di generi alimentari di prima necessità e l’elevato costo del cibo, il problema dei trasporti….. Un chilo di carne costa l’equivalente di un salario minimo mensile. Un chilo di latte in polvere chi se lo può permettere?”. A proposito degli oltre 4 milioni di persone che hanno abbandonato il Paese, secondo l’Arcivescovo di Caracas “c’è un esodo perché non c’è futuro. Ci sono persone che attaversano a piedi la frontiera in direzione di Cúcuta, in Colombia. La situazione è critica. In questo momento praticamente ogni famiglia venezuelana ha un componente che ha lasciato la nazione”.
A proposito delle possibili vie d’uscita dalla crisi, il Card. Urosa afferma che “la situazione difficilmente può essere modificata. Quale cambiamento può esserci quando il governo ha occupato ogni posizione delle pubbliche istituzioni? Abbiamo l’Assemblea Nazionale, ma è praticamente paralizzata, così come i partiti politici sono stati efficacemente estromessi. Nel contempo si potrebbe dire che il Venezuela è stato “ipotecato” nel gioco geopolitico internazionale. Il Paese ha abbandonato la cooperazione con alcune nazioni e ha instaurato partnerships strategiche con altre, ad esempio nello sfruttamento di petrolio e riserve minerali. Ma noi non dobbiamo smettere di pregare per il nostro Paese e sperare in una soluzione pacifica”, conclude il Cardinal Urosa.
Aiuto alla Chiesa che Soffre nel 2017 ha finanziato progetti in Venezuela per oltre 600.000 euro ed ha lanciato in queste settimane tra i propri Benefattori una grande, straordinaria campagna di raccolta fondi per sostenere la Chiesa venezuelana nella distribuzione di un pasto caldo ai propri fedeli, con le cosiddette “Pentole Solidali”.

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