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Nave Cavour in sosta a Civitavecchia

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 maggio 2018

nave cavour.jpgCivitavecchia Da venerdì 4 a lunedì 7 maggio 2018, la portaerei Cavour sarà ormeggiata presso la banchina n. 13N del molo commerciale di Civitavecchia, a pochi giorni dall’avvio dell’esercitazione Mare Aperto 2018, che vede impegnato un consistente dispositivo aero-navale della Marina Militare Italiana e di Marine Alleate in un’attività addestrativa condotta dal Comando in Capo della Squadra Navale nel Mediterraneo centrale.Nave Cavour, con le oltre 27000 tonnellate, 244 metri di lunghezza e un equipaggio fisso di 540 persone, a cui si possono aggiungere oltre 600 persone delle componenti specialistiche imbarcate, rappresenta una piattaforma versatile che svolge il compito primario di portaerei, ma è anche unità di comando e controllo, piattaforma logistica ed anfibia e nave ospedale.
Tali caratteristiche saranno protagoniste dell’esercitazione “Mare Aperto 2018” dove verranno anche addestrate le componenti aeronavali della Marina nelle principali forme di lotta sul mare e dal mare come la difesa delle unità navali dalla minaccia aerea, di superficie e subacquea, la gestione di situazioni di crisi in ambienti con presenza di minaccia convenzionale e asimmetrica, la proiezione di una forza anfibia su terra e il contrasto alle attività illegali.La portaerei sarà accessibile ai cittadini che nave cavour1.jpgvorranno visitarla nei seguenti orari:
– venerdì 4 maggio dalle ore 15.00 alle ore 18.00;
– sabato 5 e domenica 6 maggio dalle ore 10.00 alle ore 12.00 e dalle ore 15.00 alle ore 18.00;
Nave Cavour ha un ponte di volo lungo 234 metri, dotato di 6 punti di decollo ed appontaggio per aerei ed elicotteri, 2 aree di parcheggio aeromobili e due elevatori da 30 tonnellate che collegano il ponte di volo con l’hangar. Può imbarcare un gruppo di volo misto, aerei ed elicotteri, composto da circa 20 aeromobili. Gli aerei impiegati sul Cavour sono gli AV8B II plus, a decollo corto ed atterraggio verticale, con compiti di protezione aerea della flotta e supporto ravvicinato alle operazioni anfibie e terrestri. La componente ad “ala rotante” può imbarcare tutti i velivoli attualmente in linea in Marina, in particolare gli elicotteri EH101 e SH90. L’hangar, necessario per il ricovero e la manutenzione in navigazione degli elicotteri e degli aerei, è lungo 134 mt e largo 21, con la capacità di ospitare fino ad 11 aeromobili. (foto: nave cavour copywriter marina militare)

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La Sicilia diventa portaerei della Nato

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 giugno 2011

Da ponte di cooperazione pacifica e vantaggiosa con i paesi rivieraschi a “portaerei della Nato nel Mediterraneo” come l’ha ribattezzata l’eclettico ministro della difesa, il siciliano Ignazio La Russa, che, già agli inizi dei bombardamenti sulla Libia, l’ha messa a disposizione della triade interventista: Sarkozy, Cameron e Obama. Si può obiettare che quelle del ministro sono parole al vento, di circostanza. Un’idea che, per quanto metaforica, produce, anche psicologicamente, l’effetto di un sensibile mutamento esistenziale poiché la Sicilia viene proiettata in una dimensione mobile della guerra, liquida o aerea, comunque fuori dei confini nazionali e della Nato.
Sicilia portaerei, dunque, col bollo di La Russa e con l’avallo silente di quasi tutte le forze politiche nazionali e senza alcuna protesta pacifista. Ma che strano unanimismo, oggi in Italia! Ci si divide su tutto. Solo le guerre, i bombardamenti, le costose missioni militari all’estero e i rigonfi bilanci della difesa riescono a unire quasi tutti i partiti, governo e alte autorità dello Stato. Anche nella vicenda libica il copione si è ripetuto. Con l’eccezione di IDV e della Lega nord che non si sono accodati. Insomma, l’Italia si è cacciata in un brutto pasticcio che potrebbe degenerare in un lungo e sanguinoso conflitto, a un tiro di schioppo dalle coste siciliane.
Armare gli insorti, inviare i nostri bombardieri vuol dire schierarsi con una parte contro l’altra in questo conflitto fratricida per il controllo del potere interno libico. Una nuova guerra alla Libia, a cento anni esatti dalla prima (1911), in cui si riscontra una curiosa coincidenza, tutta siciliana, che vede cioè due catanesi, entrambi di originari di Paternò, a capo di ministeri-chiave. Come dire: due paternesi che fecero l’impresa…libica. Si tratta del sen. Antonio Paterno Castello, marchese di San Giuliano, nato a Catania (nel 1852) ma discendente da una nobile famiglia originaria, come il cognome suggerisce, di Paternò.
Oggi, un altro prode paternese, l’on. Ignazio La Russa, ministro della guerra, pardon della difesa, ha proclamato la Sicilia portaerei mettendola a disposizione dell’attacco contro la Libia.
Solo una singolare coincidenza o c’è qualcosa che ci sfugge?
Per come si son messe le cose, appare sempre più insostenibile la bufala dell’intervento “umanitario”. In Libia le forze dei Paesi interventisti della Nato sono andate oltre i limiti della “no zone fly” imposti dalla risoluzione Onu. La domanda l’ha posta a Berlusconi non un rappresentante dell’opposizione, ma il ministro dell’interno del suo governo, il leghista Maroni. Anche noi, che leghisti non siamo, aspettiamo risposta. Domanda più che legittima, poiché non si può continuare ad assistere, muti, a un conflitto, anomalo e asimmetrico, che sempre più assomiglia a una guerra di rapina. Nelle regioni meridionali del Fezzan sono stati scoperti veri e propri laghi sotterranei che alimentano una rete di gigantesche condotte (lunghe anche 4.000 km) che riforniscono le città della costa per gli usi civili, agricoli e industriali. Nessuno lo dice: in Libia il problema dell’acqua è stato risolto con successo, mentre in tante città e paesi siciliani l’acqua è un pio desiderio.
Si dice anche che la Banca centrale di Libia (che è dello Stato non della famiglia Gheddafi), oltre a controllare il sistema finanziario e monetario interno, ad avere effettuato importanti investimenti all’estero (in Italia ne sappiamo qualcosa), conservi nei suoi caveaux circa 140 tonnellate di oro. Non siamo in grado di verificare la veridicità quest’ultima notizia, riportata da Ellen Brown. Tuttavia, qualcosa di vero potrebbe esserci, visto che i capi degli “insorti” (alti gerarchi gheddafiani della prima ora e conoscitori della realtà finanziaria del Paese) prima di formare il governo provvisorio si sono preoccupati d’istituire una Banca centrale.
Davvero, una stranezza per una rivoluzione!
La Sicilia, invece che a portaerei, doveva candidarsi a sede per trattative fra le parti per assicurare alla Libia una transizione unitaria e democratica, senza Gheddafi.
Solo di petrolio, di ottima qualità e di facile trasporto, l’Italia ne importa circa il 23 % (in valore) del suo fabbisogno e di gas otto miliardi di metri cubi/annui tramite il metanodotto sottomarino che approda a Gela.
Materie prime strategiche che sono trasformate nell’Isola e da qui movimentate verso il mercato nazionale.
L’Eni si sta giocando parte del suo futuro in questa brutta guerra fratricida fomentata da potenze nostre concorrenti in campo energetico.
Se dovessero vincere i “ribelli”difficilmente dimenticheranno i baciamano a Gheddafi e l’Eni dovrà andare a Parigi o a Washington per ri-contrattare gli importanti accordi sottoscritti con la Noc libica. E pagare dazio agli arroganti cartelli del petrolio. Se, invece, dovesse vincere Gheddafi o si giungesse a un accordo nazionale fra le parti, sarà difficile far dimenticare al colonnello e ai suoi seguaci il voltafaccia dell’Italia, per altro a guerra in corso.
Ma torniamo alla Sicilia dove gli annunci di La Russa e del premier Berlusconi hanno materializzato il fantasma della guerra che pensavamo si fosse allontanato con la vittoriosa lotta contro l’installazione dei missili nucleari a Comiso. L’idea di fondo, che da decenni coltiviamo, è quella di far corrispondere alla centralità mediterranea dell’Isola una centralità economica e culturale.
Tuttavia, credo si possa dire che negli ultimi anni il Mediterraneo e le zone contigue del Medio Oriente siano divenuti terreno di aspro confronto fra vecchie e nuove superpotenze per il controllo dei traffici marittimi (25% del totale mondiale), di enormi risorse energetiche e finanziarie e dei nuovi, ricchi mercati dei Paesi arabi produttori d’idrocarburi. Se si dovesse andare a un’ estremizzazione del confronto, non c’è dubbio che la Sicilia sarà chiamata a svolgere una funzione importante soprattutto sul piano militare.
Stando alle scelte già programmate o in esecuzione, in Sicilia, in aggiunta alla sua già esorbitante capacità produttiva energetica, sarebbero previsti due mega -rigassificatori (Priolo e Porto Empedocle) e una centrale nucleare. L’economia, la finanza, la politica, l’informazione, le infrastrutture, la stessa criminalità organizzata, ecc, dovranno adeguarsi, piegarsi alla realtà tracciata da quest’asse strategico che può, per altro, generare affari lucrosi, leciti e illeciti.
Insomma, oggi nel mondo, è in atto una corsa avventurosa per ridefinire i nuovi assetti dei poteri che si stanno accorpando e ridislocando anche in Italia, in Europa e nel Mediterraneo.
In Sicilia, oggi, si stenta a difendere persino quel poco di tessuto industriale esistente. La fine dello stabilimento di Termini Imerese ne è una riprova drammatica e eloquente: è l’unico che la Fiat sta chiudendo in Italia, senza grandi contrasti e- si teme- senza alternative certe. Vivremo, in sostanza, la contraddizione fra uno sviluppo ritardato, frantumato e un’innovazione avanzata della dotazione militare installata e programmata. Un solo esempio. Nella parte sud-orientale dell’Isola vedremo coesistere treni-lumaca, che per coprire una tratta di 200 chilometri (Agrigento – Siracusa) impiegano 9 ore e 15 minuti, e impianti e sistemi tecnologici militari sofisticatissimi come quelli già esistenti a Sigonella e a Niscemi dove gli Usa vorrebbero aggiungere uno dei terminali Muos, moderno sistema di telecomunicazioni satellitari delle loro forze armate.
Si può invertire questa tendenza? Più che un interrogativo, questo a me pare il punto centrale di uno sforzo corale di analisi e di dibattito, una nuova sfida per le forze sane siciliane che desiderano uno sviluppo moderno, di qualità.
Pertanto, l’obiettivo cui mirare dovrebbe essere: meno armi, meno impianti inquinanti e più infrastrutture e servizi per uno sviluppo auto centrato, ma non autarchico, che generi lavoro, anche qualificato, per le nuove generazioni siciliane costrette a emigrare.
Si può fare. Importante è ripartire, riavviare la collaborazione fra tutte le forze sane dell’Isola che resistono e attendono un segnale di autentica liberazione dal malgoverno e dal predominio mafioso. Insomma, ai siciliani bisogna offrire una nuova chance. La Sicilia ha bisogno di libertà e di progresso economico per tutti; di recuperare la sua identità culturale storica che, senza scadere in velleità indipendentiste per altro dolorosamente sperimentate, riaffidi ai siciliani la responsabilità di costruire un futuro di benessere condiviso, nella legalità. (Agostino Spataro Articolo in sintesi mentre è stato pubblicato, integralmente con altro titolo e con testo ridotto, nel numero di maggio 2011 della rivista “I QUADERNI DE L’ORA”)

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