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Istituzionali: puntare sul credito distressed per abbattere il rischio di portafoglio

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 novembre 2020

A cura di Giambattista Chiarelli, Head of Institutional Business di Pictet Asset Management. Nel mondo a tassi zero in cui navighiamo da qualche tempo – e che sembra essere diventato strutturale – gli istituzionali hanno imparato a investire in corporate per aumentare il rendimento. Oggi, però, la mole di obbligazioni che hanno nei portafogli – sia titoli di Stato sia credito – rischia di essere indigesta. E allora, per mitigare il rischio salvaguardando il rendimento, secondo Pictet AM, non resta che puntare sulle special situation. Ovvero acquistare il debito sottovalutato di aziende in crisi, ma con buoni fondamentali (o andare short sul debito sopravvalutato di imprese con elevata possibilità di default): anticipando il mercato e guadagnando su qualcosa che non è ancora nei prezzi.Partiamo dai numeri che riguardano gli istituzionali italiani. La percentuale di investimenti in forme obbligazionarie risulta molto elevata, in particolare per i fondi pensione negoziali (pari al 67,17% secondo Itinerari Previdenziali). In generale, come informa una survey di Mercer Italia, per gli istituzionali la quota di asset allocation destinata all’obbligazionario è del 37% (contro il 25% dell’azionario). Intanto, lo stock dei titoli obbligazionari a tasso negativo nel mondo è tornato in prossimità del record storico di circa 17mila miliardi di dollari dell’agosto 2019, in base al Bloomberg Barclays Global Aggregate: trovare occasioni nel mondo del debito è diventato sfidante. Per questo, gli investitori istituzionali hanno incrementato nei mesi passati la quota di corporate – ritenuto più redditizio – tanto che, come rileva ancora Itinerari Previdenziali per l’Italia, il peso delle obbligazioni societarie oscilla tra il 5% e il 15% a seconda della categoria di investitore – Fondi Pensione, Casse di Previdenza, Fondazioni Bancarie e Compagnie d’Assicurazione – e delle scelte strategiche. Oggi, però complice anche la seconda ondata della pandemia, le obbligazioni societarie presentano bassi rendimenti attesi a fronte di potenziali perdite dovute a una variazione negativa del rating o, peggio, a causa di un aumento dei tassi di default (oggi sui minimi grazie alle garanzie pubbliche e alle moratorie sui prestiti di famiglie e imprese). Dunque, i portafogli istituzionali hanno bisogno di ridurre il rischio complessivo di questa classe di attivi diventata pesante dal punto di vista dimensionale, senza però rinunciare a quel poco di rendimento aggiuntivo che riesce a offrire rispetto ai titoli di Stato. Pictet AM ritiene che una possibile soluzione risieda nell’investire nelle cosiddette ‘special situations’, ovvero nel debito societario in fase di stress. Il credito societario è in condizioni di stress quando viene scambiato al di sotto del suo valore nominale e il suo rendimento sale a 10 punti percentuali al di sopra dei titoli di Stato di riferimento con le stesse scadenze. La diversificazione avviene sia tramite l’acquisto di debito di aziende che il mercato già valuta in forte stress finanziario, sia tramite la vendita allo scoperto del debito di aziende che è sopravalutato rispetto ai fondamentali. Nel primo caso, quando la società emittente è insolvente o fallisce – in altre parole quando il debito diventa distressed – gli investitori qualificati possono guadagnare rendimenti riacquistando il debito se prevedono che la società sarà ristrutturata con successo o se le sue attività rimanenti sono sottovalutate. Nel secondo caso, se per esempio il mercato deve ancora valutare completamente quanto un’azienda sia posizionata rispetto al ciclo e possa a breve affrontare difficoltà finanziarie, è possibile ottenere un ritorno andando short sul suo debito: questa vendita copre il rischio del capitale investito in aziende per le quali il mercato ha già espresso un voto negativo in termini di spread di rendimento.Storicamente, questo stile di investimento ha generato interessanti rendimenti. Negli ultimi 20 anni, l’investimento nel reddito fisso distressed ha ottenuto rendimenti annui del 7,2% contro il 6,8% delle obbligazioni globali ad alto rendimento. Gli asset distressed possono anche aggiungere stabilità a un portafoglio diversificato. In contrasto con le azioni e le obbligazioni societarie ad alto rating che tendono a dare risultati negativi durante le fasi recessive, questo è in realtà il momento in cui questo approccio diventa particolarmente attraente, presentando una forte decorrelazione rispetto alle asset class tradizionali. La decorrelazione è un tema rilevante per gli investitori, soprattutto se obbligati a detenere posizioni long-only in obbligazioni aziendali. Includere attività i cui rendimenti seguono un percorso diverso può ridurre i rischi: abbattendo la volatilità dei rendimenti e preservando il capitale quando l’economia rallenta o si contrae.In Europa, oggi, le occasioni di investimento sono quanto mai numerose. Il 24% delle aziende europee dell’indice Russell 2000 sono zombie, il che significa che i loro guadagni non riescono a coprire i costi degli interessi: man mano che i tassi si normalizzeranno e per esse sarà sempre più difficile ripagare il proprio debito, molte diventeranno oggetto di strategie distressed sia long sia short. Ciononostante, l’idea di Pictet AM è che solo con un approccio attivo e con una approfondita analisi fondamentale sarà possibile individuare le occasioni migliori.Nella crisi da pandemia che stiamo vivendo, per esempio, sono sempre di più le opportunità di investimento nel retail, nella cantieristica navale, nei servizi petroliferi. (abstract)

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Politiche monetarie del terzo tipo: dobbiamo cambiare i portafogli finanziari?

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 settembre 2020

A marzo di quest’anno è stato tradotto un libro estremamente interessante per avere un inquadramento storico della fase che stiamo vivendo. Si intitola “I principi per capire le grandi crisi del debito” di Ray Dalio. Dalio non è un accademico, come Rogoff e Reinhart. L’architettura concettuale che ha sviluppato per comprendere l’economia è molto pragmatica: tanto buonsenso, poca matematica. La sua storia come investitore e imprenditore nel settore della finanza parla per lui.
Come Rogoff, Dalio è appassionato di storia. Uno dei principi cardine del suo approccio agli investimenti è questo: ciò che accade oggi, in forme diverse, è sicuramente già successo diverse altre volte nella storia, solo che potrebbe essere accaduto quando nessuno di noi era in vita o quantomeno operava in finanza.
Nel libro di Ray Dalio si descrivono, con un elevato livello di dettaglio, alcuni esempi storici di crisi legate all’ultima fase del ciclo del debito di lungo termine compreso quella che ha incluso “la grande depressione” e che ha visto il suo punto di culmine il 9 Marzo 1933 quando il Congresso USA approvò l’Emergency Banking Act con il quale si permise alla FED di emettere dollari garantiti da asset bancari anziché da oro. Tutti i fenomeni hanno una loro certa ciclicità, il problema è che quando i cicli durano di più della vita media delle persone (almeno quella lavorativa) è molto difficile riconoscerli anche perché si declinano in modi sempre nuovi legati alle specificità dell’epoca. E’ evidente, ad esempio, che tutta la tecnologia dell’epoca moderna porta con sé delle particolarità che non potevano essere presenti nei casi simili del passato.
L’economia tende ad avere dei cicli naturali di qualche anno collegati essenzialmente alla disponibilità di credito. Quando il ciclo del debito di lungo termine è ancora nelle fasi gestibili, esistono fluttuazioni più di breve termine, cioè di qualche anno (tipicamente 3-5 anni), che le banche centrali tendono ad orientare abbassando o innalzando i tassi d’interesse.
Quando siamo nelle prime fasi del ciclo del debito di lungo termine, ogni volta che si completa un ciclo più breve, ci si trova con un debito complessivo leggermente inferiore al momento di picco del ciclo del debito di breve termine, ma comunque superiore rispetto all’inizio dello stesso ciclo di breve. Le politiche monetarie di primo tipo sono sostanzialmente legate al controllo dei tassi d’interesse. Sono politiche estremamente efficaci, solo che devono esserci le condizioni giuste.Quando non c’è più spazio per tagliare i tassi, le banche centrali iniziano a “stampare moneta” comprando asset finanziari, tipicamente obbligazioni governative, ma poi si fanno prendere la mano e comprano un po’ di tutto (comprese obbligazioni di aziende poco solvibili e azioni).
Alla lunga, continuare a comprare titoli sui mercati non ha quasi più effetti come stimolo all’economia. Gli acquisti sui mercati rimangono molto efficaci per prevenire o controllare le crisi dei mercati finanziari (come abbiamo visto anche nell’ultima crisi), ma lo scollamento che si genera fra mercati finanziari ed economia reale alla lunga diventa insostenibile. E’ ciò che è accaduto ad esempio negli USA nel 1937-38 e ciò che sta accadendo attualmente con gli ultimi QE.
Quando comprare asset finanziari non è più funzionale, le banche centrali ed i governi si convincono che l’unico modo per far ripartire l’economia è mettere direttamente soldi nelle tasche delle persone, specialmente quelle che hanno pochi o nessun risparmio.Ci sono moltissimi modi diversi per farlo ed in genere si usano combinazioni di varie tecniche. Il modo più tradizionale si ispira al new deal roosveltiano che risollevò gli USA dalla grande depressione. In sostanza si tratta di spendere a deficit per finanziare attività nell’economia reale, possibilmente investimenti utili nel lungo termine. I modi per applicare queste politiche monetarie sono limitate solo dalla fantasia, si possono tutte far rientrare sostanzialmente in due categorie:
• le banche centrali mettono direttamente soldi in tasca ai cittadini (chiamato anche “helicopter money”);
• i governi spendono direttamente o indirettamente attraverso incentivi fiscali.
Alla fine bisognerà comunque trovare una qualche forma per far scomparire l’enorme debito nominale che si viene a creare.
La forma più graduale per far “sparire” il debito è generare un livello di inflazione controllato, ma sostenuto, nell’ordine del 3-5% per diversi anni, mantenendo, possibilmente, tassi d’interesse nominali bassi (possibilmente inferiori all’inflazione stessa).
Ci sono però forme anche più veloci e senza effetti a catena diretti nell’economia come la creazione di grandi “bad bank” o l’acquisto del debito da parte delle banche centrali e la successiva cancellazione. Sono forme “moderne” di giubileo del debito.
Conseguenze sui portafogli finanziari
Per quanto a mio avviso improbabile, potrebbe anche essere che le cose continuino a “vivacchiare” per qualche anno senza decisioni drastiche.
In tutti gli scenari, la considerazione che possiamo trarre a seguito dei comportamenti delle banche centrali e dei governi in risposta alla crisi innescata dai problemi sanitari mondiali, è che le obbligazioni a tasso fisso governative (o comunque con alti rating) hanno di fatto dismesso completamente il ruolo che storicamente hanno avuto per decenni nei portafogli. Nessuno impedisce, tecnicamente, di vedere il decennale tedesco scambiare a rendimenti del -2% all’anno. Ma la storia del ciclo del debito di lungo termine sta ormai puntando verso uno scenario opposto. L’ipotesi di una ripresa dell’inflazione nei prossimi lustri è ormai chiaramente auspicata dalle banche centrali. Continuare a mantenere questo genere di obbligazioni in portafoglio è un rischio che non ha senso correre. Il tema di cosa fare della componente obbligazionaria dei portafogli non è certo nuovo. Ci sono enormi spazi di soluzione al problema dei portafogli finanziari, ma non risiedono nei mercati finanziari, bensì nella consapevolezza degli investitori. La gestione della componente volatile del portafoglio necessita di tanta consapevolezza per non generare problemi, ma i prossimi lustri nei mercati finanziari potrebbero generare problemi ancora maggiori agli investitori inconsapevoli che ritengono di avere portafogli prudenti perché sono pieni di obbligazioni. (Alessandro Pedone, responsabile Aduc Tutela del Risparmio in sintesi, fonte: https://www.aduc.it/editoriale/politiche+monetarie+terzo+tipo+dobbiamo+cambiare_31669.php)

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DLA Piper con Kryalos SGR per l’acquisizione di un portafoglio immobiliare

Posted by fidest press agency su domenica, 2 giugno 2019

By Chiara Andreotti. Lo Studio legale internazionale DLA Piper e PwC TLS hanno assistito Kryalos SGR S.p.A., quale società di gestione del FIA immobiliare “Arete”, nell’acquisizione di un portafoglio composto da 10 immobili ad uso uffici per un valore complessivo pari a 263.5 milioni, da Covivio S.A.Il team di DLA Piper è stato coordinato dal partner Olaf Schmidt e composto dal lead lawyer Francesco Macrì e Andrea Casini, per gli aspetti contrattuali. L’attività di due diligence è stata seguita da Nadja Zoebisch e Chiara Sciaraffa per gli aspetti civilistici e dal partner Carmen Chierchia con Federica Ceola, Viviana De Napoli e Mario Enrico Rossi Barattini per gli aspetti di Town Planning.
PwC TLS Avvocati e Commercialisti ha assistito la società con riferimento agli aspetti fiscali con un team guidato dal partner Marco Vozzi, dal director Daria Salari e dai manager Monica Paladino e Fabio Beolchi, mentre come consulente tecnico ha agito REAAS con un team composto da Roberto Romanoni, Valentina Liberali e Giuseppe Gullà.

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“Sussurri cinesi”

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 maggio 2019

A cura di Maya Bhandari, Gestore di portafoglio, Multi-asset. Prevediamo che la crescita economica mondiale rallenterà a un livello appena inferiore alle stime di consenso, trainata dagli Stati Uniti. Tuttavia non crediamo all’allentamento (o all’atteggiamento relativamente accomodante) scontato nei mercati dei tassi negli Stati Uniti, in Europa o nel Regno Unito. In altre parole, le nostre aspettative principali sono di tassi di attualizzazione più elevati di quelli scontati attualmente nei mercati, anche se non in misura molto significativa. Nel complesso, a parità di altre condizioni, i divari tra le nostre aspettative di politica monetaria e quelle implicite nei mercati dei tassi finanziari non sembrano sufficienti a dar luogo a uno shock negativo dei tassi di attualizzazione.Un miglioramento della crescita e dei cash flow, al contempo, è senz’altro plausibile. I dati economici globali si sono stabilizzati e le revisioni delle stime sugli utili a livello mondiale sono appena divenute positive per la prima volta dall’autunno. Entrambi i fattori sono incoraggianti e l’attuale stagione dei risultati rappresenterà un’importante “prova del nove”. Un altro sviluppo che potrebbe corroborare la validità del recente ottimismo è l’evidenza che l’allentamento operato dalle autorità cinesi, che ha chiaramente favorito la Cina, si sta trasmettendo positivamente ad altre economie e agli utili aziendali. La Cina rappresenta un quinto del PIL mondiale, oltre un terzo della crescita economica mondiale e la metà o anche più della domanda totale per alcuni mercati di commodity, e pertanto anche un semplice sussurro di stimolo cinese è spesso sufficiente.
Non è ancora possibile stabilire se “questa volta è diverso” in merito all’influenza della Cina sul resto del mondo, ma vi è un motivo in particolare per pensare che potrebbe davvero esserlo. L’enfasi delle autorità sulla riduzione della leva da una parte e sul raggiungimento di un obiettivo di crescita dall’altra crea un vero e proprio dilemma, il cui esito potrebbe risultare molto meno favorevole per altre economie mondiali. Secondo l’elegante formulazione del mio amico ed ex collega David Lubin di Citi: “A causa della dipendenza del modello di crescita cinese dal credito, il paese non può raggiungere quegli obiettivi simultaneamente. L’aumento del PIL comporta un incremento dell’indebitamento, che crea vulnerabilità finanziaria; e l’aumento della stabilità finanziaria richiede una riduzione della leva, che incide negativamente sul PIL”.Un risultato di questo dilemma è che la Cina alterna continuamente due obiettivi incompatibili, creando cicli più brevi e più volatili. Un altro è che ha scelto di puntare sulla spinta ai consumi anziché sugli investimenti fortemente finanziati a debito, il che altera il meccanismo di trasmissione dalla Cina ad altri paesi. Quanto affermato non vuol dire per nulla che non vi saranno effetti benefici dagli stimoli cinesi, ma piuttosto che tali effetti potrebbero non essere la “boccata d’ossigeno” che erano in passato.La nostra decisione di ridimensionare i budget di rischio complessivi nella nostra gamma di fondi dinamici ci sembra opportuna per il momento, ma siamo consapevoli degli sviluppi che potrebbero modificare le nostre valutazioni sui cash flow e sui tassi di attualizzazione, in entrambe le direzioni. I portafogli hanno un rischio di duration contenuto e utilizzano asset assimilabili alla liquidità e credito a bassa duration per stabilizzare posizioni più volatili quali quelle in azioni dell’Asia emergente, giapponesi ed europee.

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Effetto Peltzman sui mercati finanziari: perché è insensato avere obbligazioni corporate in portafoglio

Posted by fidest press agency su domenica, 22 aprile 2018

Nel 1975 fu foriero di un enorme dibattito un articolo pubblicato sul “Journal of Political Economy” dal famoso economista Sam Peltzman dal titolo “The Effects of Automobile Safety Regulation” (https://www.jstor.org/stable/1830396?seq=1#page_scan_tab_contents). In quel periodo storico furono introdotte una serie di regole per il settore automobilistico volte ad aumentare la sicurezza delle automobili, installando vari dispositivi. Questi, naturalmente, aumentano notevolmente il costo delle auto. La domanda, di conseguenza, era se questi costi fossero utili a produrre una riduzione nel numero di morti sulle autostrade. Apparentemente sembra una domanda dalla risposta scontata. E’ chiaro che un dispositivo che rende più sicura un’auto ridurrà il numero di morti, ma questa è una visione semplicistica. Gli studi di Peltzman dimostrarono che le cose non stanno così.
Nelle immediate vicinanze dell’introduzione dei nuovi dispositivi di sicurezza si riscontravano effetti positivi, ma dopo poco tempo, il numero di morti ritornava al livello precedente o addirittura aumentava. Come si può comprendere, questo studio scatenò un enorme dibattito, con letteralmente centinaia di essi che confutavano questi dati, ma la maggior parte li confermava. Gli articoli che contestavano la tesi di Peltzman sostenevano in genere che lo studio non prendeva in considerazione alcuni ambiti particolari (tipo gli effetti sulla sicurezza nelle città, in specifiche categorie di automobilisti, ecc.).
L’effetto Peltzman è ormai considerato quasi universalmente effettivo anche in conseguenza di alcuni studi abbastanza recenti fatti nell’ambiente delle corse automobilistiche in USA, i quali hanno dimostrato come invariabilmente, ad ogni aumento delle regole per la sicurezza, nelle gare sono aumentati gli incidenti e le conseguenze negative degli stessi.
Cosa accade? Perché “aumentare gli strumenti e le norme di sicurezza” nei casi migliori non aumenta la sicurezza e nei casi peggiori produce gli effetti opposti?
La ragione è semplice: le persone si sentono più sicure grazie a questi strumenti e semplicemente si assumono più rischi e, nel caso delle auto, vanno più velocemente. Se è vero che il mezzo è più sicuro, l’utilizzo dello stesso è più sprovveduto ed il combinato disposto non produce niente di buono. Nei mercati finanziari stiamo vivendo una situazione simile, in particolare nel campo delle obbligazioni corporate. Gli acquisti delle banche centrali hanno prodotto un certo “apparente” livello di sicurezza di questi strumenti finanziari. Per molto tempo sono saliti di prezzo e godono di una certa “narrativa” in base alla quale, “fino a quando la banca centrale li compra non c’è problema”.
L’effetto di questa apparente sicurezza (unito anche alla crescente fame di rendimenti degli investitori) ha prodotto un generale aumento del livello di rischio dei portafogli finanziari degli investitori. Lo stesso è avvenuto nel mondo azionario. All’inizio di quest’anno, la narrativa largamente prevalente nel mondo degli intermediari finanziari era che gli investitori dovessero avere molto azionario in portafoglio, perché l’obbligazionario ormai non aveva più rendimento e le azioni erano comunque “sicure” grazie all’economia che va bene, al taglio delle tasse di Trump, ecc. ecc. ecc.Adesso iniziamo a vedere, almeno per la parte azionaria, che le cose non stanno esattamente così. Non possiamo sapere se i prezzi raggiunti dalle azioni negli ultimi giorni di Gennaio 2018 rappresentino o meno il massimo di questo ciclo azionario. Certamente i mesi di Febbraio e Marzo non sono stati positivi per le borse mondiali e la narrazione che si ascolta su questo settore sta piano piano cambiando. Sulle obbligazioni corporate ancora non si abbiamo vissuto un periodo simile a quello accaduto a fine Gennaio 2018 nell’azionario, ma vi sono pochi dubbi che ciò accadrà. Non sappiamo quando, ma è evidente che quello sia un settore in piena “bolla”, nel senso che i prezzi di quelle obbligazioni non hanno alcuna logica. Praticamente non incorporano alcun rischio emittente e questo è insensato perché gli emittenti aziendali hanno logicamente tassi di default più elevati delle obbligazioni governative, e non appena l’economia inizierà a rallentare, la BCE interromperà gli acquisti, il mercato farà un bagno di realtà. Quanto tempo ci vorrà perché questo accada? Possono servire un paio di trimestri o forse anche un paio d’anni. I mercati finanziari sono impossibili da prevedere, ma qual è il rendimento aggiuntivo che questa tipologia di investimenti fornisce al portafoglio? Praticamente insignificante. Ha senso correre il rischio di trovarci con il cerino in mano per avere uno zero-virgola in più all’anno?
Senza avere la pretesa di fare alcuna previsione sui mercati finanziari, avere obbligazioni corporate euro in portafoglio, in questo momento, è qualcosa di contrario al buonsenso. (Alessandro Pedone, responsabile Aduc Tutela del Risparmio)

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Previsioni per il 2018 relative all’America latina

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 febbraio 2018

by Ilan Furman, Gestore di portafoglio, Azioni dei mercati emergenti globali. Il 2018 sarà un anno ricco di eventi per l’America latina. La regione dovrà affrontare un fitto calendario di appuntamenti politici, tra cui le elezioni legislative in Messico, previste per luglio, e quelle presidenziali in Brasile, in programma per ottobre.
Nel 2017 il Brasile, la maggiore economia della regione, ha registrato una crescita del PIL dopo due anni consecutivi di recessione. Inoltre, le dinamiche economiche positive, compresi i bassi tassi d’interesse e l’inflazione contenuta, dovrebbero proseguire nei prossimi 12 mesi.L’Argentina, che nel 2017 ha evidenziato un’espansione dopo la contrazione del PIL nel 2016, dovrebbe continuare a beneficiare dell’impatto positivo del cambiamento politico. Il paese gode inoltre di un forte interesse da parte degli investitori, che favorisce l’afflusso di capitali a sostegno della crescita e degli investimenti.In Messico, frattanto, l’economia continua a espandersi a un tasso medio, supportata da una crescita del settore dei consumi persistentemente superiore a quella del PIL complessivo.La regione andina cresce ancora a tassi inferiori a quelli ottimali, in un contesto in cui prosegue l’adeguamento al ribasso dei prezzi delle principali materie prime prodotte in quest’area. Quanto al Cile, è probabile che la recente vittoria elettorale di Sebastián Pinera imprima slancio alla fiducia degli investitori e alle aspettative di espansione.Nel 2018 il Brasile dovrebbe continuare a beneficiare della ripresa economica osservata nel 2017, dopo due anni di recessione. L’agenda politica rimane particolarmente fitta. Il governo del Presidente Michel Temer è riuscito ad attuare una serie di coraggiose riforme, come la proposta di legge relativa al tetto alla spesa pubblica e la riforma del mercato del lavoro, volte a stabilizzare la situazione fiscale del paese. Inoltre, dall’impeachment dell’ex presidente Dilma Rousseff, le aziende a controllo statale stanno apportando miglioramenti alle pratiche di corporate governance e di allocazione del capitale.È probabile che le elezioni in programma per ottobre generino volatilità nel breve periodo. La rosa finale dei candidati non è ancora chiara e sulla classe politica brasiliana pesa una serie di indagini per corruzione che per il momento rende difficile individuare un candidato favorito.
Considerando la forte incertezza politica da un lato e lo scenario economico positivo dall’altro, gli investitori dovrebbero concentrarsi sui driver operativi e sui fondamentali societari. Le prospettive appaiono favorevoli, alla luce di un contesto che combina la crescita del PIL con bassi tassi d’interesse e un’inflazione contenuta; le società brasiliane potranno quindi beneficiare di questo e di altri fattori, quali i minori costi di finanziamento e la ripresa della crescita dei volumi. Questo scenario economico è dunque favorevole per le aziende di diversi settori, compresi i beni di consumo, l’industria, le autostrade a pedaggio e i servizi di pubblica utilità.
L’Argentina continua a beneficiare del clima positivo generato dalla vittoria elettorale di Mauricio Macri e del suo partito Cambiemos nel dicembre 2015. Nel 2001, il paese ha vissuto una delle più gravi crisi economiche della sua storia: la produzione è crollata, l’inflazione è salita e il governo è risultato inadempiente sul debito, provocando la sua estromissione dai mercati obbligazionari mondiali. Nel 2009, la nazione è stata retrocessa da mercato emergente a mercato di frontiera in virtù dei rigidi controlli sui capitali imposti dal governo. Di conseguenza, per molti anni l’accesso ai mercati internazionali, sia obbligazionari che azionari, è stato precluso all’Argentina e al suo settore imprenditoriale.L’elezione di Macri ha segnato un punto di svolta. L’attuale presidente argentino e il suo partito hanno intrapreso un nuovo cammino, puntando a normalizzare l’economia, ridurre gli elevati livelli di inflazione e il deficit fiscale e aprire il paese agli investitori internazionali. L’azione del governo si è concentrata sulla rimozione dei controlli sui capitali e sulla scelta di far fluttuare liberamente il tasso di cambio del peso, sull’aumento delle tariffe dei servizi pubblici per consentire di ridurre i sussidi al settore elettrico e sul raggiungimento di un accordo con gli ex creditori per permettere al paese di accedere nuovamente ai mercati dei capitali internazionali.
Questi cambiamenti significativi hanno determinato una contrazione del PIL nel 2016. L’anno seguente l’economia è tornata a crescere, mentre sul fronte politico il risultato positivo delle elezioni di metà mandato ha rafforzato la posizione di Macri e del suo partito in seno al Congresso. Inoltre, i mercati dei capitali argentini hanno riaperto i battenti. Gli investitori sia azionari che obbligazionari stanno mostrando un forte interesse per le emissioni governative e del settore privato.Nonostante le sfide poste dalla necessità di tenere sotto controllo l’inflazione e il deficit fiscale rimangano significative, le prospettive per il 2018 dovrebbero restare positive. Nel 2016 e nel 2017 l’Argentina è riuscita ad attrarre capitali, consentendo ora al governo e alle società private di investire nell’economia locale. Lo slancio del mercato azionario dovrebbe proseguire nel 2018, alla luce dell’elevata probabilità che il paese possa rientrare nell’Indice MSCI Emerging Markets entro il 2019, dopo esserne stata esclusa nel 2009. Inoltre, nell’ultimo periodo vi sono state numerose introduzioni in borsa e operazioni già avviate (follow-on) di successo, fra cui quelle dei settori finanziario e cementizio, che stanno ampliando l’universo investibile argentino. Poiché il successo dipende dal programma di riforme di Macri, è importante monitorare sia la popolarità del presidente argentino sia gli obiettivi di medio periodo del suo governo.
Il principale fattore negativo che grava sulla performance della valuta e delle azioni messicane fin dalla vittoria di Donald Trump alle presidenziali del novembre 2016 è costituito dai negoziati sul NAFTA in corso con gli Stati Uniti e il Canada. Inoltre, a luglio si terranno nuove elezioni presidenziali in Messico: sebbene sia troppo presto per indicare un vincitore, esiste un rischio sostanziale che possa essere il candidato della sinistra, Lopez Obrador, ad aggiudicarsi il mandato. Una sua vittoria susciterebbe probabilmente una reazione sfavorevole nei mercati. Tuttavia, è importante sottolineare che il Messico mostra da diversi anni un’indipendenza della banca centrale e una politica fiscale prudente.
La valuta messicana ha registrato oscillazioni significative sia nel periodo precedente all’elezione di Trump che in quello successivo al voto. Considerando che il settore societario del paese è caratterizzato dalla presenza di società con posizioni di mercato dominanti e bilanci robusti, tale volatilità offre agli investitori con un orizzonte di lungo periodo l’opportunità di investire in aziende solide a livelli di valutazione ragionevoli.Inoltre, nonostante alcune dichiarazioni allarmiste, è improbabile che gli stretti legami commerciali fra Stati Uniti e Messico si indeboliscano in misura significativa. Dall’introduzione del NAFTA nel 1994, il livello di integrazione transfrontaliera è aumentato notevolmente. Consideriamo per esempio il settore dell’auto: negli ultimi 20 anni la quota delle importazioni statunitensi provenienti dal Messico è raddoppiata. In generale, molte di queste importazioni sono costituite da componenti intermedi usati per la fabbricazione di prodotti “Made in USA”. Numerose società statunitensi hanno rapporti di lunga data con i produttori messicani, e negli ultimi anni settori come l’aviazione e le automobili hanno effettuato investimenti significativi per rafforzare la propria capacità produttiva in Messico.L’economia nazionale cresce a un tasso ragionevole e i conti pubblici messicani sono solidi. Tuttavia, considerando che il 33% del PIL deriva dalle esportazioni e che, di queste, l’81% è destinato agli Stati Uniti, occorre una maggiore chiarezza sul fronte del NAFTA per ridurre la forte volatilità del peso e valutare correttamente gli investimenti in società direttamente esposte agli scambi con gli Stati Uniti. Di conseguenza, in termini di opportunità d’investimento, continuiamo a concentrarci su società esposte all’economia nazionale, come i supermercati, i minimarket e i ristoranti, che beneficiano della buona tenuta dei consumi messicani. Abbiamo inoltre una prospettiva positiva sul comparto bancario, date le solide tendenze in termini di qualità degli attivi e la modesta penetrazione finanziaria.I principali mercati della regione latino-americana ispirano un tema duplice: da un lato, gli eventi politici possono generare volatilità nel breve periodo, dall’altro i volani economici appaiono solidi e i trend di crescita dovrebbero perdurare. In tale contesto, sarà importante guardare non soltanto alle tendenze settoriali ma anche alle società ben gestite ed esposte ai solidi trend nazionali. Queste aziende appaiono ottimamente posizionate per superare l’incertezza politica di breve periodo che porterà il 2018. La gestione attiva, in particolare la selezione dei titoli, svolgerà un ruolo cruciale per poter beneficiare con successo di questo duplice tema.

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Credere nell’euro, diversificare il portafoglio e puntare sulla Borsa italiana

Posted by fidest press agency su venerdì, 21 agosto 2015

bassaAnche dopo gli scossoni della Grecia, l’Euro non corre alcun pericolo e non ha senso correre a investire in monete diverse, anche se, in un’ottica di diversificazione di portafoglio, una piccola percentuali di investimenti in valute può essere utile. Bisognerà, piuttosto, guardare con attenzione alla Cina per capire rischi e opportunità in arrivo in seguito ai mutamenti in atto nel colosso asiatico. Buone occasioni di investimento verranno, invece, dalla Borsa italiana, che è già la più performante d’Europa, ma che ha margini di crescita, grazie anche alla probabile ripresa dell’economia nazionale.Queste, in sintesi, le opinion espresso da Mario Bianchi Disette, specialista in risparmio e investimenti della Cassa di Risparmio del Friuli Venezia Giulia, Mario Fumei, consulente finanziario esperto in wealth management e personal financial advisor e Luigi Riganelli, responsabile private banking della sede di Trieste del Monte dei Paschi di Siena, che mercoledì 19 agosto hanno preso parte al terzo appuntamento di Economia sotto l’ombrellone 2015, confrontandosi sul tema “Investire dopo la crisi greca”.Meglio evitare il fai da te e affidare sempre i propri risparmi a operatori professionali che possano dimostrare un track record positivo, spiegano gli esperti, soprattutto in una fase complessa come questa. Perché non è tanto la Grecia a preoccupare, quanto la Cina, con la svalutazione della sua moneta. Ma non bisogna spaventarsi, ha affermato Bianchi Disette: «Trattandosi di una svalutazione controllata dal governo non dovrebbero esserci effetti drammatici, anche se, ovviamente, qualsiasi movimento su un’economia trainante come quella cinese risveglia l’attenzione di tutti gli operatori». «Certamente un rallentamento dell’economia cinese –ha aggiunto Mario Fumei– influenza tutta l’economia mondiale e il fatto che la Cina guidi la propria economia alternando dirigismo e liberismo, crea significative incertezza su tutti i mercati. Nonostante questo, però, nel medio periodo non vedrei particolari difficoltà per l’economia europea derivanti dalla svalutazione cinese». «Il mercato cinese ha ancora sconfinate possibilità di crescita sui consumi interni –ha spiegato Riganelli– e, quindi, penso che in termini di investimento siano da tenere presenti alcuni ottimi prodotti che investono sul mercato dei consumi cinese».Positivo il giudizio dei tre relatori sulle possibilità di investimento sul mercato azionario italiano, con la nostra Borsa che nell’ultimo anno ha fatto registrare ottime performance. «Ci sono, però, ancora spazi di crescita –secondo Fumei– anche perché gli investitori internazionali in questo momento si dimostrano molto interessati a entrare sul mercato italiano. Non solo su quello azionario, ma anche direttamente sulle aziende. Nei prossimi mesi punterei sul settore finanziario e sarei, invece, prudente nei confronti del settore energetico considerata l’attuale debolezza delle materie prime». Dello stesso parere Riganelli che, dopo un recente rallentamento, crede in «una nuova ripartenza perché ai valori attuali Piazza Affari è ancora sottovalutata. Quanto ai settori punterei decisamente sul quello finanziario-assicurativo». Bianchi Disette si è dichiarato ottimista per quanto riguarda l’Italia: «Non mi meravigliere di un mini rally di Piazza Affari anche negli ultimi mesi dell’anno. Fra i vari settori non trascurerei nemmeno quello industriale. Il mercato, poi, presenta anche alcune opportunità su singoli titoli, ma bisogna sapersi muovere con attenzione ed è praticamente impossibile poterlo fare senza affidarsi a professionisti del settore». I tre relatori hanno poi giudicato positivamente l’arrivo a Piazza Affari di nuove aziende, ma hanno suggerito di analizzare bene i fondamentali e i motivi dello sbarco in Borsa di ogni singola azienda prima di decidere se acquistarne o meno le azioni.In conclusione gli esperti si sono detti ottimisti sulle possibilità di rafforzamento della crescita dell’economia italiana, che ha buoni imprenditori e buoni prodotti. «Ma molto –ammoniscono– dipenderà dal proseguimento sulla strada delle riforme che è appena stata intrapresa».Il prossimo appuntamento di Єconomia sotto l’ombrellone si terrà mercoledi 26 agosto alle ore 18.30 al Palapineta di Lignano Sabbiadoro, avrà per tema “Dove va la cooperazione?” e, moderato dal giornalista Carlo Tomaso Parmegiani, vedrà la partecipazione di Franco Bosio presidente di Confocooperative Fvg, Sergio Emidio Bini presidente di Euro&Promos Group, Eugenio Sartori direttore dei Vivai Cooperativi di Rauscedo. (foto bassa)

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Mercati: Condizione necessaria ma non sufficiente

Posted by fidest press agency su martedì, 14 ottobre 2014

borsaUtilizzando un linguaggio preso della matematica, per inserire una nuova posizione in un portafoglio di investimento è condizione necessaria che questa sia capace di migliorare il profilo di rischio del portafoglio complessivo e quindi sia decorrelata dagli altri titoli già presenti in portafoglio.La capacità di diversificare è condizione necessaria per migliorare il profilo di rischio di un portafoglio, ma non è detto che sia condizione sufficiente per far sì che il titolo venga inserito. Vanno fatte anche considerazioni di redditività potenziale del titolo.Una delle conseguenze di anni di quantitative easing (esplicito in Giappone e USA, blando in Eurozona) è stata quella di agevolare una salita, più o meno continua, dei principali mercati obbligazionari e azionari globali. Dal 2011 in poi sono saliti i mercati azionari e obbligazionari in area sviluppata ed emergente, i titoli societari investment grade e speculativi… e per un investitore che fa asset allocation diventa difficile trovare un mercato che non sia salito come gli altri. Secondo alcuni analisti infatti viviamo in un’epoca caratterizzata da lunghe fasi di “risk-on”, dove sale tutto, alternata a fasi di “risk-off”, dove scende tutto, cosicché creare un portafoglio adatto a tutte le fasi di mercato diventa difficile. Nessun investitore può ad esempio ignorare quanto sta succedendo sul mercato delle materie prime, dove i prezzi da qualche trimestre scendono, nonostante il quantitative easing e la ripresa americana. Tutti i principali componenti del mercato delle materie prime (energia, agricoltura, metalli industriali, metalli preziosi) stanno subendo cali di prezzo, con motivazioni di vario tipo. La ripresa americana c’è e gli Stati Uniti sono ormai capaci di prodursi l’energia di cui necessitano, per cui non sussiste un problema di carenza di offerta di petrolio. L’Arabia Saudita sta addirittura agevolando il calo del prezzo del greggio che produce, secondo alcuni analisti per riconquistare quote di mercato da Russia e Venezuela.La crisi finanziaria del 2008-2011 sembra superata, almeno nella sua fase più acuta, per cui anche il ciclo positivo dell’Oro, dal 2000 al 2013, sembra finito.Sui metalli industriali, basta dire che il 30% della produzione di acciaio degli ultimi anni è servita per finanziare il boom edilizio cinese, giunto al capolinea se non ad una conclamata fase di crisi.Nel caso dei beni agricoli, la produzione è ai massimi da anni.
Il calo dei prezzi delle materie prime ha quindi delle ragioni fondamentali ben precise che non vanno sottovalutate. Per chi investe in singole materie prime, ogni materiale ha caratteristiche specifiche e andrebbe studiato singolarmente. Per chi fa asset allocation e si affida ad indici generici sulle materie prime, alcune considerazioni d’insieme possono essere fatte.La forza del dollaro e la debolezza delle materie prime sono in qualche modo collegate: se il dollaro è caro, il prezzo in dollari delle materie prime tende a scendere perché scende marginalmente la domanda di aziende, ad esempio basata in Eurozona, che devono comprare l’acciaio quotato in dollari.L’atteso rialzo dei tassi negli Stati Uniti è negativo per l’Oro: il rialzo dei tassi, in particolare reali (ossia al netto dell’inflazione), implica che il denaro tornerà ad avere un costo e che i risparmiatori potranno vedere i propri investimenti remunerati adeguatamente e non sentirsi in balia di debitori che hanno preso il controllo della printing press.Qualcosa però non torna, a nostro avviso.Le materie prime sono considerate tipicamente un termometro del ciclo economico, ossia tendono a diventare care man mano che la ripresa globale matura. Il fatto che il prezzo stia scendendo potrebbe essere un segnale che la ripresa globale non è così forte. In tal caso, sarebbe un male minore avere in portafoglio una materia prima a prezzi bassi piuttosto che un indice azionario sui massimi da anni.I tassi reali negli Stati Uniti e Gran Bretagna potrebbero essere destinati a salire, ma la strada è lunga e nel resto del mondo sviluppato il quantitative easing è ancora una realtà. Quando si parla di inflazione o deflazione, si fa riferimento spesso ai prezzi al consumo o ai salari, che attualmente nel mondo crescono poco. In realtà da anni stiamo vivendo in un contesto di forte inflazione dei beni mobiliari (investimenti azionari, obbligazionari) e di alcuni mercati immobiliari (case in Inghilterra). Governi e Banche Centrali stanno dicendo ormai a gran voce che preferiscono avere un rialzo dei prezzi al consumo e dei salari, piuttosto che un ribasso dei prezzi sui mercati finanziari. Le materie prime, diversamente dagli anni ‘70, non saranno la sorgente primaria di futura inflazione, ma potrebbero essere uno degli ultimi strumenti di copertura dall’inflazione per chi investe su mercati finanziari cari e dove la copertura certa da questo rischio non esiste. (a cura di Claudio Barberis, Head of Asset Allocation MoneyFarm.com)

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Dopo i ribassi del mercato, Romeo aggiunge al portafoglio titoli dei gestori finanziari e industriali

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 dicembre 2011

Londra Lauren Romeo, capo gestore del fondo Legg Mason Royce Smaller Companies Fund, domiciliato a Dublino, con 573,85 milioni di dollari in gestione*, ha rafforzato l’esposizione del portafoglio a titoli azionari di società dei comparti gestione finanziaria e industriale, al fine di trarre vantaggio dalle basse quotazioni conseguenti a un turbolento terzo trimestre dei mercati.Romeo, gestore del portafoglio di Royce Associates, la sussidiaria Legg Mason specializzata in small-cap, ha aggiunto al portafoglio nelle ultime settimane otto nuovi titoli azionari, tra cui due del settore industriale e due gestori di asset, Lazard e Affiliated Managers Group.Romeo ha aggiunto al portafoglio anche due nomi del settore industriale: AZZ Corporation, che offre servizi di galvanizzazione dell’acciaio negli Stati Uniti ed è fornitore globale di macchinari elettrici usati per la generazione, la trasmissione e la distribuzione dell’energia; e Flowserve, un leader globale del settore pompe, valvole e sigilli, in particolare quelli utilizzati in specifici processi industriali di settori quali il petrolio, il gas e i petrolchimici.Romeo ha posizionato il portafoglio anche nell’azionario dei settori sanitario, minerario, tecnologico e del consumo discrezionale.“Nel settore sanitario abbiamo aggiunto il titolo Bio-Rad Laboratories, un fornitore di strumenti innovativi per i mercati dei diagnostici clinici e per la ricerca sulla vita. Un 60% circa dei suoi utili proviene dai reagenti e da altri prodotti rivolti al consumo che tendono ad avere una domanda costante”, aggiunge Romeo. “Un altro titolo è Pretium Resources, la società mineraria con sede in Canada, la cui attività si concentra sull’esplorazione e lo sviluppo di un territorio detenuto al 100% nella British Columbia, che è per grandezza la quinta regione al mondo più ricca per oro non ancora sfruttato. I risultati delle perforazioni hanno finora indicato la presenza di oro di alta qualità e di ampie falde in profondità. L’Ad subentrato recentemente conosceva già il progetto Pretium e ha già dimostrato le sue capacità ricoprendo l’incarico di Ceo di Silver Standard, un titolo detenuto da tempo da Royce (e dal fondo Legg Mason US Smaller Companies Fund).
Tra le altre nuove posizioni, si annoverano Zebra Technologies, una società leader nel mondo nella produzione di stampanti di codici a barre, che detiene una quota di mercato del 30% circa. Posizionata invece nel settore del consumo discrezionale, un’altra nuova acquisizione è Steiner Leisure, il più importante fornitore di servizi per i centri benessere sulle navi da crociera. “Steiner ha contratti a lungo termine con le principali linee marittime di crociera che generano per questa società una sorta di utile annuo fisso”, dice il gestore.
In generale, Romeo è dell’avviso che le opportunità offerte dalle società a bassa capitalizzazione degli Stati Uniti, in particolare quando si tratta di attività di qualità sottovalutate nonostante le buone prospettive di crescita, continuino a superare quelle offerte dal settore a grande capitalizzazione.
Legg Mason è una società di gestione di investimenti globale che gestisce asset per un totale di 629 miliardi di dollari Usa al 31 ottobre 2011. La società offre una gestione attiva degli asset in molti dei principali centri di investimento del mondo. Legg Mason ha la sua sede centrale a Baltimora, Stati Uniti, ed è quotata presso il New York Stock Exchange (codice: LM).

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Da manipulite a portafogli sporchi

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 luglio 2011

Crisi, Piazza Affari torna a scendere (Il Messaggero del 18 luglio 2011) E Rosario Amico Roxas commenta: “C’è poco o nulla da commentare: i governi europei, che influenzano i mercati anche internazionali, non nutrono alcuna fiducia nell’attuale governo, proteso a difendere i corruttori, i corrotti e i corruttibili, nonchè il presidente del consiglio che queste tre categorie rappresenta ai massimi livelli. Solo gli schiavetti beneficiati ammanniscono parole al vento, tutte concordate per dimostrare una solidale omogeneità di questa fumosa maggioranza che si sostiene con un vergognoso mercato delle vacche. Inquisiti, per i quali c’è la richiesta di arresto, difesi per evitare che si apra una maglia dalle conseguenze imprevedibili. Altro che manipulite, ora si tratta di portafogli sporchi, di reiterazioni di reati fiscali, nella consapevolezza di correre verso il baratro, per cui si evidenzia la corsa all’accaparramento per tentare, al momento giusto, la grande fuga verso paradisi fiscali che godono della non estradizione. La manovra messa in atto serve solo a tacitare, temporaneamente, i governi europei e con essi i mercati, per profittare del momentaneo silenzio e non palesare chiaramente i veri programmi. Berlusconi non può lasciare il bunker di palazzo Ghigi, perchè sa bene cosa lo aspetta. (Rosario Amico Roxas)

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IBM acquisisce SPSS

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 ottobre 2009

IBM Corporation ha annunciato oggi di aver concluso l’acquisizione di SPSS Inc., una public company con sede a Chicago, leader nell’area del software di data mining e analisi statistica dei dati.  Con l’acquisizione di SPSS, IBM amplia le proprie risorse di analisi predittiva del business. L’acquisizione rafforza la strategia Information on Demand (IOD) di IBM fornendo risorse analitiche in grado di soddisfare le esigenze dei clienti per quanto riguarda la previsione dei trend aziendali e rafforzare l’attuale portafoglio software di IBM.  Con questa acquisizione, IBM amplia ulteriormente il suo focus sull’analisi aziendale con risorse predittive e servizi ideati per soddisfare le esigenze crescenti della clientela per quanto riguarda il taglio dei costi, la riduzione dei rischi e l’aumento della produttività. L’aggiunta di SPSS al portafoglio dei prodotti IBM consentirà di fornire risorse di analisi predittiva, comprendenti la raccolta dei dati per le ricerche di mercato e la gestione dei feedback, i testi e il data mining, l’analisi statistica avanzata e soluzioni predittive che consentano ai clienti di prevedere eventi futuri e agire in modo proattivo sulle informazioni per orientare meglio i risultati.  Si tratta della 27a acquisizione a supporto della strategia IOD di IBM. L’acquisizione è volta a rafforzare la gamma di offerte disponibili tramite l’organizzazione IBM Business Analytics and Optimization da poco annunciata che riunisce 4000 consulenti che aiutano i clienti a usare meglio le informazioni per ottenere migliori risultati. Questo è in linea con una strategia aziendale di IBM più vasta, che unisce la crescita organica alle acquisizioni per spostare l’azienda verso risorse a maggior valore.  L’analisi predittiva sarà inoltre un componente indispensabile dei sistemi aziendali più intelligenti che IBM sta creando insieme ad aziende e organizzazioni per affrontare le difficoltà presentate dalla crescita esponenziale dei dati.  SPSS sarà integrata nel brand software Information Management di IBM.

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