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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 321

Posts Tagged ‘post-infarto’

Farmaci in associazione nella prevenzione post-infarto

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 luglio 2017

chietiChieti. Aterosclerosi, colesterolo in eccesso, trombosi e infarto. Nonostante la progressiva riduzione della mortalità cardiovascolare nei paesi industrializzati, le malattie conseguenti all’aterosclerosi della parete arteriosa e alla trombosi, come la cardiopatia ischemica, l’ictus ischemico e l’arteriopatia periferica, rimangono ancora patologie molto frequenti e sono fra le maggiori cause di morte prematura e invalidità permanente nella popolazione europea. Le cause di queste malattie sono multifattoriali, alcune modificabili con gli interventi sullo stile di vita, come l’inattività fisica, il fumo e le cattive abitudini alimentari, altre anche con un trattamento farmacologico, come le dislipidemie, l’ipertensione arteriosa, il diabete.
E delle principali cause di malattia cardiovascolare e delle sue conseguenze si è parlato al congresso dal titolo “International Summit on Atherothrombosis”, organizzato all’Università di Chieti da Raffaele De Caterina, Dipartimento di Cardiologia all’Università G. d’Annunzio di Chieti-Pescara e da Carlo Patrono, Dipartimento di Farmacologia all’Università Cattolica di Roma, e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini. «Fino a poco tempo fa era disponibile soltanto un tipo di anticoagulanti orali per il trattamento a lungo termine di pazienti dopo un infarto, gli antagonisti della vitamina K (VKA). Farmaci efficaci, che però erano utilizzati raramente perché di difficile amministrazione e che richiedevano un continuo aggiustamento del dosaggio» spiega Raffaele De Caterina. «La situazione è cambiata con l’introduzione dei nuovi anticoagulanti orali non-VKA che possono essere somministrati più semplicemente, perché a dose fissa, senza dover monitorare continuamente la coagulazione per ogni paziente. Il coinvolgimento della coagulazione nella genesi della trombosi arteriosa conferma l’utilità dei farmaci anticoagulanti nella prevenzione dell’infarto. Diversi studi hanno dimostrato l’utilità dell’utilizzo di un’associazione di due farmaci, un antipiastrinico e un antiaggregante. È importante però definire correttamente il dosaggio dei farmaci per una terapia a lungo termine, il momento ideale in cui iniziare la terapia e l’ottimale combinazione tra i farmaci. È inoltre necessario stabilire con accuratezza quale farmaco abbia minori effetti collaterali, primo tra tutti il sanguinamento, conseguenza conosciuta nell’utilizzo a lungo termine di farmaci come l’aspirina».
L’aspirina è un farmaco che ormai ha comunque trovato una propria collocazione nella prevenzione secondaria degli eventi cardiovascolari. Una vera e propria rivoluzione nell’impiego tradizionale dell’aspirina è stata infatti lo sviluppo e l’utilizzo del basso dosaggio nei pazienti affetti da cardiopatia ischemica o malattia cerebrovascolare, che si associa a una consistente e significativa riduzione della mortalità e della ricorrenza di eventi aterotrombotici maggiori.
«Oggi è sempre più evidente l’esistenza di strategie di prevenzione che agiscono su più apparati garantendo una protezione globale» aggiunge Carlo Patrono. «Un esempio tipico è quello della dieta mediterranea che è stata inizialmente apprezzata per la capacità di assicurare una migliore prognosi cardiovascolare. Queste osservazioni cliniche hanno poi trovato una spiegazione scientifica nella dimostrazione del ruolo che i radicali liberi dell’ossigeno svolgono nella patogenesi di molti tipi di malattia, ragion per cui una dieta ricca di antiossidanti riesce a svolgere un effetto favorevole ad ampio raggio. Ancora meno prevedibile era la possibilità che un farmaco, sintetizzato per combattere soprattutto i sintomi dell’infiammazione, potesse svolgere un effetto protettivo di ampio spettro. Ci siamo dovuti perciò abituare all’idea che l’aspirina, che eravamo stati abituati fin da bambini a utilizzare come antipiretico e analgesico, fosse in grado di ridurre la mortalità per infarto se somministrata subito dopo l’insorgenza del dolore stenocardico e dovesse essere assunta quotidianamente per cercare di ridurre il ripetersi di episodi cardiaci, sfruttando il suo effetto di inibizione dell’aggregazione piastrinica».

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Prognosi post-infarto

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 luglio 2010

In un’ampia popolazione di soggetti colpiti da infarto del miocardio (Im), seguita per quasi trent’anni in una comunità geograficamente delimitata, si è verificato che la prevalenza della broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco) è aumentata con il passare degli anni, e che questa condizione risulta associata a un aumentato rischio di morte post-infartuale, indipendentemente da età, fattori di rischio e altre comorbilità. Tutto ciò evidenzia l’importanza di questo quadro patologico e la necessità di ottimizzare l’assistenza rivolta a questi pazienti ad alto rischio. È la conclusione di uno studio condotto da Francesca Bursi, dell’Istituto di Cardiologia dell’Ospedale policlinico universitario di Modena, in collaborazione con la Divisione di Malattie cardiovascolari della Mayo Clinic di Rochester. Sono state incluse nel trial persone abitanti in una cittadina del Minnesota, colpite da Im tra il 1979 e il 2007 (n=3.438, 42% donne, età media: 68 /-15 anni), nelle quali la presenza di Bpco veniva accertata dalle cartelle cliniche. Sul totale dei pazienti studiati, 415 (12%) sono risultati affetti da Bpco, la cui prevalenza è cresciuta dal 7% del periodo 1979-1985 al 15% di quello 2000-2007 (P<0,001). La sopravvivenza è apparsa peggiore nei soggetti con Bpco  rispetto a quelli senza, con un tasso di sopravvivenza a cinque anni di 46% vs 68%, rispettivamente. L’associazione tra Bpco e morte, infine, è risultata indipendente da età e fattori di rischio (Hr aggiustata: 1,30) e non si è modificata con il passare del tempo. Am Heart J, 2010; 160(1):95-101 (fonte doctor news)

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Tempestività della riperfusione post-infarto

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 giugno 2010

Le linee guida pongono molta enfasi sull’importanza di una rapida riperfusione dei pazienti con infarto miocardico con sovraslivellamento ST (Stemi), specificando come accettabile un ritardo massimo di 30 minuti per la fibrinolisi e di 90 minuti per l’intervento percutaneo coronarico primario (Pci). Eppure esistono pochi trial randomizzati o registri specifici che permettano di valutare quanto influisca “nel mondo reale” la tempestività della riperfusione. È questo il motivo che ha spinto l’Agenzia di valutazione delle tecnologie e delle modalità di intervento in Sanità di Montreal a effettuare una valutazione sistematica dell’assistenza ai pazienti con Stemi per un periodo di sei mesi in 80 ospedali ai quali giunge oltre il 95% degli infartuati del Québec. Nel periodo studiato, su 1.832 soggetti trattati mediante riperfusione, 392 (21,4%) hanno ricevuto la fibrinolisi e 1.440 (78,6%) la Pci. La fibrinolisi è stata intempestiva (>30 minuti) nel 54% dei casi, la Pci (>90 minuti) nel 68%. Decessi o riammissioni per infarto acuto del miocardio a un anno sono avvenute nel 13,5% dei pazienti sottoposti a fibrinolisi e nel 13,6% dei soggetti Pci. Se i due gruppi di trattamento venivano riuniti, i pazienti trattati fuori dei tempi raccomandati  avevano un rischio aggiustato di morte a 30 giorni più elevato (6,6% vs 3,3%) e un aumento statisticamente non significativo di morte a un anno (9,3% vs 5,2%) rispetto ai soggetti trattati secondo le linee guida. I pazienti sottoposti a riperfusione oltre i minuti prescritti, inoltre, avevano un rischio maggiore di un outcome composto da morte o riammissione ospedaliera per scompenso cardiaco congestizio o infarto miocardico acuto a un anno (15,0% vs 9,2%). A livello dell’intera regione canadese, ogni 10% di aumento nel numero di pazienti trattati entro il tempo raccomandato risultava associata una riduzione della probabilità di mortalità complessiva a 30 giorni.  JAMA, 2010; 303 (21):2148-55 (fonte doctor news)

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Post-infarto: meglio la rivascolarizzazione multipla

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 Mag 2010

Nei pazienti infartuati con sovraslivellamento del tratto St e coronaropatia multivascolare, l’angioplastica limitata alle arterie correlate al danno ischemico si associa, a lungo termine, a un tasso di eventi avversi cardiaci maggiori (Mace) molto più elevato rispetto al trattamento multivascolare. Lo dimostrano gli esiti degli interventi effettuati su 214 pazienti all’Istituto di Cardiologia dell’Ospedale Policlinico Universitario di Modena, nell’ambito di un trial randomizzato in cui i partecipanti sono stati suddivisi in tre gruppi, corrispondenti a diverse strategie: angioplastica del solo vaso “colpevole” (gruppo Cor); intervento analogo seguito da rivascolarizzazione in più sedute delle altre lesioni (gruppo Sr); trattamento simultaneo dei vasi sia correlati sia non correlati all’area infartuata (gruppo Cr). A un follow-up medio di 2,5 anni, si sono manifestati Mace (al minimo uno) in 42 soggetti (50,0%) del gruppo Cor, 13 (20,0%) di quello Sr e 15 (23,1%) del gruppo Cr (P<0,001). Più frequenti nel gruppo Cor anche i decessi intraospedalieri, le rivascolarizzazioni ripetute e le riospedalizzazioni (p<0,05 in tutti e tre i casi) mentre non si sono avute differenze significative di casi di reinfarto tra i tre gruppi. «I nostri risultati» – concludono gli autori «suggeriscono che la strategia multivascolare, nella forma completa precoce o parziale in più stadi, sia sicura e  meno dispendiosa dell’approccio incompleto in quanto riduce la probabilità di ulteriori procedure non pianificate e non influisce sulla durata del ricovero, oltre a diminuire i rischi e i fastidi per il paziente in caso di reinterventi». Heart, 2010;96(9):662-7 (fonte doctor news)

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Audit clinico per assistenza post-infarto

Posted by fidest press agency su domenica, 26 luglio 2009

Nell’ambito dello sviluppo della rete cardiologica metropolitana, i medici di medicina generale esamineranno e valuteranno, attraverso un audit specifico, l’assistenza nel post infarto, con particolare attenzione al confronto con quanto previsto dalle linee guida internazionali. L’obiettivo è individuare e promuovere la diffusione dei trattamenti più sicuri ed efficaci, incrementandone la omogeneità. Si procederà attraverso una valutazione sistematica dei pazienti già trattati nel periodo 2003-2007 per mettere a punto, successivamente, percorsi di presa in carico e modelli di assistenza più appropriati e omogenei. Particolare attenzione sarà dedicata alla valutazione dell’impatto della educazione dei pazienti riguardo ai necessari cambiamenti negli stili di vita e all’utilizzo delle risorse sanitarie. Un metodo innovativo, sperimentato anche nell’ottica della estensione della sua utilizzazione ad altre patologie e percorsi diagnostico-terapeutico-assistenziali.

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