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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 348

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I principi del diritto penale nella postmodernità

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 novembre 2017

cassazioneRoma Venerdì 10 Novembre 2017, ore 9:00 / 11 Novembre 2017 Università Roma Tre Dipartimento di Giurisprudenza – Aula Magna del Rettorato Via Ostiense, 159. Il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre ospita il VI Convegno annuale dell’Associazione italiana dei Professori di Diritto penale, dal titolo “I principi del diritto penale nella postomodernità”. Il Prof. Sergio Moccia, Presidente dell’Associazione, ha presentato l’iniziativa con queste parole: “La temperie culturale postmoderna si connota per l’abbandono dei grandi progetti per l’uomo, elaborati a partire dalla stagione illuministica. Tuttavia, se il progetto della tutela dei diritti dell’uomo si è imposto come processo storico, i limiti a questi apponibili, in uno stato di diritto, vanno ancora delineati con estremo rigore. Ciò implica la pretesa di un sistema penale che, in rapporto alla definizione dei presupposti per la sua applicazione, dedichi una particolare attenzione al rispetto dei principi fondamentali normativamente fondati: ogni deviazione da questi rappresenta, in termini politici, un ritrarsi della stessa democrazia, a prescindere dalla presenza di vere o presunte emergenze. Come lo stato democratico deve limitarsi ad assicurare le condizioni ottimali per lo sviluppo della personalità dei singoli e per la pacifica convivenza in libertà, alla stessa stregua la finalità del diritto penale è quella di assicurare il singolo e la convivenza sociale, ma non di adottare qualsiasi mezzo ritenuto idoneo al suo perseguimento. Ora, invece, assistiamo ad un inquietante rimescolamento di idee-guida e di valori, con una rapida crescita di superficiali fondamentalismi, che non portano lontano. Se, infatti, un’impostazione ‘postmoderna’ chiede forme di controllo penale più ‘flessibili’, più ‘dinamiche’, anche ai fini di una ‘semplificazione’ processuale, i principi penalistici dello stato di diritto vengono ad essere sacrificati. In sostanza, le esigenze della postmodernità con la fine dello storicismo, hanno determinato la perdita dell’idea di fondamento, che ha spinto all’adozione di canoni ‘deboli’ di comprensione ed interpretazione della realtà con il ricorso, nell’esperienza giuspenalistica, a logiche, miopi, d’immediatezza. Ma queste mal si adattano alla ‘forza’, alla sostanza dei diritti fondamentali, quali vengono normalmente in discussione con il controllo penale. In questa materia vi è dunque necessità di regole ‘forti’, di fondamenti e quindi di sistema e di principi”.

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Il dramma della postmodernità in scena

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 gennaio 2010

Roma  Dal 19 al 21 gennaio alla Cometa Off Via Luca Della Robbia, 47 la compagnia teatrale Gli Incauti propone in doppia serata gli spettacoli “FIL – Felicità Interna Lorda” (ore 20.45) e “Ma come mi aggiro in mezzo alla folla” (ore 22.30), di Benedetto Sicca per la regia di Simone Toni   Un doppio spettacolo teatrale dedicato alla condizione umana nel mondo postmoderno, allo sgretolamento dei valori in una realtà fatta di indifferenza ed egocentrismo, dove i protagonisti si interrogano su quale sia – in fondo – il vero significato di “felicità”. Un’iniziativa che nasce all’interno della rassegna Let, per due pièce teatrali che ruotano intorno alle problematiche della contemporaneità, messe in scena dalla giovane compagnia bolognese, composta da attori professionisti provenienti soprattutto dalla Scuola del Piccolo Teatro di Milano di Luca Ronconi.  “Ho scelto di rappresentare due testi dell’autore emergente Benedetto Sicca – scrive Simone Toni nelle note di regia – che sono molto diversi fra di loro, sia nella trama che negli argomenti trattati, ma che possono essere accostabili ad un livello più profondo, forse anche filosofico. FIL è soprattutto una riflessione sul sistema valoriale di una generazione (trentenni, bamboccioni), e sul controllo dei desideri che la società ed il mercato operano su questa generazione. Ma come mi aggiro in mezzo alla folla è la storia di una patologia psichica che porta il protagonista a giudicare continuamente gli altri e a desiderare perfino di essere tutti gli altri. Mi piace pensare che questi due spettacoli nascano dalla stessa necessità teatrale profonda, quella cioè di riflettere sul ruolo dell’artista nella società contemporanea. Pare che i due testi vogliano significare che, oggi più che mai, l’artista deve scendere dai piedistalli istituzionali e intellettualoidi e stare per strada, raccogliere dalla folla e dai suoi colori le storie che vale la pena raccontare”.  (mg)

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