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Sindrome ovaio policistico, scarseggiano terapie: puntare su diagnosi precoce

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 ottobre 2019

Un editoriale recentemente pubblicato su “Lancet DiabetesEndocrinology” ricorda che settembre è stato il mese della sindrome dell’ovaio policistico (PCOS), rappresentando lo spunto per affrontare alcune considerazioni ancora aperte di carattere clinico. «La PCOS è la più frequente malattia endocrino-ginecologica che interessa le donne in età fertile, con una prevalenza che, utilizzando i criteri di Rotterdam (FertilSteril, 2004), arriva fino al 20%» ricordano Chiara Sabbadin, dell’Unità di Endocrinologia, Dipartimento di Medicina, Università di Padova, e Cecilia Motta, della Medicina Specialistica Endocrino-Metabolica, AOU Sant’Andrea, Roma. La diagnosi, secondo tali criteri, è posta sulla copresenza di almeno due delle seguenti caratteristiche, previa esclusione di altre patologie interferenti: cicli oligo-anovulatori, segni biochimici/clinici di iperandrogenismo e tipico quadro morfologico di ovaio micropolicistico. «La patologia, pertanto» sottolineano Sabbadin e Motta «si può manifestare da subito in epoca post-puberale con le tipiche alterazioni della regolarità mestruale, che accomunano indipendentemente molte ragazze adolescenti, ma anche con segni importanti e spesso ingravescenti di iperandrogenismo, prevalentemente irsutismo, acne, cute seborroica e alopecia. Con gli anni tali problemi possono persistere, ma diventare di minor interesse per la paziente, ormai diventata donna, rispetto a quelli relativi alla sfera riproduttiva». Ecco che, pertanto, la PCOS accompagna la donna nelle diverse fasi della sua vita con differenti manifestazioni cliniche, che richiedono ognuna l’attenzione e le cure mirate del medico, evidenziano le specialiste. «Tale scenario» aggiungono «è reso ancora più complesso da uno spettro di comorbilità frequentemente associate alla PCOS, come ad esempio insulino-resistenza, diabete, obesità, ipertensione arteriosa, dislipidemia, epato-steatosi, sindrome delle apnee notturne, depressione e carcinoma dell’endometrio. Tali comorbilità vanno precocemente indagate e corrette, in quanto predispongono tali pazienti a elevato rischio metabolico e cardio-vascolare a medio e lungo termine».
Nonostante l’impatto epidemiologico e socio-sanitario di tale patologia, rilevano Sabbadin e Motta, attualmente sono pochissime le terapie approvate per la PCOS: ad esempio, i farmaci anti-androgeni e insulino-sensibilizzanti comunemente usati sono prescritti “off-label”. «In particolare» specificano «la metformina è sicuramente il farmaco da sempre più usato e studiato nella PCOS, intervenendo sull’insulino-resistenza che gioca un ruolo ezio-patogenetico fondamentale nella sindrome. Numerosi studi hanno dimostrato come la metformina migliori non solo molteplici aspetti metabolici, ma anche la funzione ovarica nella PCOS, venendo pertanto suggerita anche dalle più recenti linee guida dell’Endocrine Society (LegroRS, et al. J ClinEndocrinolMetab, 2013,) nella correzione delle irregolarità mestruali come terapia di seconda linea (dopo la pillola estro-progestinica)». Inoltre, studi recenti suggeriscono un ruolo terapeutico della metformina anche nelle donne con PCOS in gravidanza, riducendo il rischio di aborto e parto pre-termine (LøvvikTS, et al. Lancet Diabetes Endocrinol, 2019). Tuttavia, riprendono Sabbadin e Motta, gli studi sulla metformina in gravidanza sono ancora limitati e necessitano di un’attenta valutazione dei possibili effetti a lungo termine sulla madre e sul bambino: ad esempio, alcune evidenze recenti mostrano come, a 5 e 10 anni, il BMI di bambini nati da madri che in gravidanza hanno assunto metformina sia maggiore rispetto a quello di bambini non esposti (HanemLGE, et al. Lancet Child Adolesc Health, 2019). Infine, studi crescenti sull’uso delle incretine anche nella PCOS permetteranno di migliorare sia le conoscenze sui meccanismi fisiopatologici alla base della sindrome, sia le possibili alternative terapeutiche e gli esiti di cura (Liu X, et al. ClinEndocrinol[Oxf], 2017). «Data l’eterogeneità delle manifestazioni cliniche e le molteplici comorbilità spesso già presenti al momento della diagnosi di PCOS, è fondamentale continuare a sensibilizzare i medici che potrebbero più facilmente venire a contatto con tali pazienti» dichiarano le specialiste. «I pediatri per primi possono individuare le bambine a maggior rischio di sviluppo di PCOS (per esempio per basso peso alla nascita, pubarca anticipato o prematuro, ipertricosi prepuberale, obesità infantile) e possono promuovere un adeguato stile di vita, con particolare attenzione alla dieta, all’attività fisica aerobica e al mantenimento di un normale peso corporeo. Altrettanto importanti sono medici di base, ginecologi, dermatologi e gli stessi endocrinologi, che devono essere in grado di diagnosticare correttamente la sindrome, escludendo altre patologie interferenti, più rare ma a volte anche più gravi, e intervenire adeguatamente, tenendo conto sia delle richieste della paziente sia del trattamento degli altri aspetti che potrebbero influire sul rischio globale a medio e lungo termine». (fonte doctor33)

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Meno casi di cancro e più diagnosi in fase precoce

Posted by fidest press agency su domenica, 27 ottobre 2019

È necessario adottare provvedimenti urgenti per ridurre il carico di malattia e per sensibilizzare i cittadini sul ruolo della prevenzione primaria (stili di vita sani) e secondaria (screening anticancro). Nel nostro Paese, solo il 55% delle donne esegue la mammografia per individuare in fase iniziale il carcinoma della mammella, la neoplasia più frequente in tutta la popolazione (53.500 nuovi casi stimati nel 2019). E soltanto il 41% dei cittadini effettua il test per la ricerca del sangue occulto fecale per la diagnosi precoce del cancro del colon-retto, il secondo per incidenza (49.000 nel 2019). Non solo. Per garantire a tutti i pazienti le terapie più efficaci, gli oncologi chiedono alle Istituzioni la conferma del Fondo per i farmaci innovativi, istituito per la prima volta con la Legge di Bilancio del 2017. L’appello viene dal XXI Congresso Nazionale AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica), che si apre oggi a Roma.
“È urgente la conferma di questa fonte di risorse dedicate – afferma Stefania Gori, Presidente Nazionale AIOM e Direttore dipartimento oncologico, IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria-Negrar -. Nel 2018, il limite di 500 milioni di euro è stato sforato, infatti la spesa per i farmaci oncologici innovativi con accesso al Fondo è stata pari a 657 milioni. Per questo ne chiediamo non solo la conferma, ma anche un incremento”. Le uscite per i farmaci anticancro nel 2018, in Italia, hanno raggiunto i 5 miliardi e 659 milioni. “I biosimilari permettono risparmi fino al 20%, liberando risorse per consentire l’accesso a terapie innovative – spiega Giordano Beretta, Presidente eletto AIOM e Responsabile dell’Oncologia Medica all’Humanitas Gavazzeni di Bergamo – e la posizione di AIOM è che dovrebbero essere impiegati in tutti i pazienti che iniziano un nuovo trattamento. Siamo però preoccupati per la proposta di AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) di inserire una modifica legislativa che, già a partire dalla Legge di Bilancio del 2020, consentirebbe la sostituibilità automatica di un farmaco biologico con il biosimilare di riferimento, soprattutto perché si potrebbe innescare un meccanismo di continua, ripetuta, sostituzione del farmaco sulla base solo di requisiti economici. AIOM, come sottolineato anche da altre società scientifiche, ritiene che la scelta del trattamento debba rimanere una decisione affidata esclusivamente al medico prescrittore. Principio che vale soprattutto per i pazienti già in cura, in cui la scelta dell’eventuale passaggio da una terapia all’altra rientra nell’esclusivo giudizio clinico”.
“I nuovi casi di tumore, in Italia, tendono a diminuire – afferma Stefania Gori –. Nel 2019 sono stimate 371mila diagnosi (erano 373mila nel 2018). Aumentano invece le persone che vivono dopo la scoperta della malattia: oggi sono quasi 3 milioni e mezzo (3.460.025, erano 2 milioni e 244 mila nel 2006, 2 milioni e 587mila nel 2010, circa 3 milioni nel 2015). Il calo complessivo delle diagnosi va ricondotto soprattutto all’efficacia dei programmi di screening”. “Quello per il tumore del colon-retto permette di individuare anche i polipi a rischio di trasformazione maligna – continua Giordano Beretta –. Nel 2017, oltre 6 milioni di cittadini di età compresa tra i 50 e i 69 anni sono stati invitati a eseguire il test. La partecipazione complessiva si attesta solo al 41%, con quasi trenta punti percentuali di differenza fra Nord (52%) e Sud (24%). Nonostante la bassa adesione, questa attività ha portato, nel 2017, all’individuazione e al trattamento di 3.061 carcinomi e di 17.379 adenomi avanzati. Da un lato aumentano gli inviti, dall’altro diminuiscono i cittadini che aderiscono: per lo screening del colon-retto dal 47% nel biennio 2009/2010 al 41% nel 2017, per la mammografia la tendenza è stabile (56% nel biennio 2011/2012, 55% nel 2017)”. “Abbiamo già attivato campagne di prevenzione rivolte in particolare agli anziani, che dovremo ampliare ulteriormente – afferma la Presidente AIOM –. Il nostro obiettivo è aumentare del 10% le percentuali di adesione entro 5 anni. Così potremo salvare più vite, diminuendo il numero dei nuovi casi e garantendo risparmi al sistema sanitario. Questo progetto è complementare alla revisione dell’assistenza oncologica nel nostro Paese”.
Un altro punto critico è costituito dall’adesione alle cure. “Maggior aderenza significa minor rischio di ospedalizzazione, minori complicanze associate alla malattia, maggiore sicurezza ed efficacia dei trattamenti e riduzione dei costi per le terapie – conclude la Presidente Gori –. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che solo il 50% delle persone colpite da malattie croniche segue correttamente le terapie, un problema che interessa anche i pazienti oncologici. E, per affrontarlo, AIOM e Fondazione AIOM hanno aderito al Comitato Italiano per l’Aderenza alla Terapia (CIAT) e a quello europeo, che riuniscono società scientifiche, medici farmacisti, infermieri, Istituzioni e associazioni di pazienti. E, per la prima volta, una sessione del Congresso Nazionale è dedicata a questo tema”.

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Diagnosi precoce della prostata

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 agosto 2018

Salvare vite umane si può. “Non è la fortuna che batte il tumore della prostata”. È la prevenzione. «Nel nostro Paese ogni anno si registrano oltre 30.000 nuovi casi di cancro della prostata e 8.000 decessi legati a questa patologia, e tali numeri sono destinati ad aumentare in futuro. Preoccupante quindi il fatto che, secondo recenti dati Istat, in Italia solo il 25% della popolazione maschile si sottopone a una visita specialistica a carattere esclusivamente preventivo. Di questo 25%, solo il 3.5% ha effettuato una visita specialistica urologica.
Non esiste a oggi, alcun esame che da solo consenta di diagnosticare con certezza un cancro della prostata. Perché si possa riconoscere precocemente una neoplasia prostatica è necessario avere in mano tre elementi: il dosaggio del PSA, l’esplorazione digito-rettale della prostata e una valutazione ecografica della ghiandola. Ciascuno di questi elementi è parte essenziale del processo diagnostico e non può prescindere dagli altri due: solo la combinazione di queste tre informazioni potrà guidare la decisione clinica finale, individuare le forme più aggressive di tumore e scegliere le terapie salvaguardando la qualità di vita del paziente. «Naturalmente, sarà compito dell’urologo – spiega Mirone – valutare se un eventuale innalzamento dei valori del PSA sia legato all’aumento di volume della prostata, a una patologia infiammatoria o a un tumore della ghiandola. È tuttavia di grande importanza rilevare che eseguire periodicamente, sempre su consiglio del proprio medico, il dosaggio del PSA consente di ridurre la mortalità cancro-specifica del 30-50%, al pari di altri test la cui efficacia è universalmente accettata, quali la mammografia per il cancro del seno e la ricerca del sangue occulto nelle feci per il cancro del colon-retto.». (Redazione Fidest)

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Diagnosi precoce dei pazienti a rischio di morte improvvisa

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 luglio 2015

ospedale padovaPadova. Nuova tappa dei ricercatori del Dipartimento di Scienze Cardiologiche, Toraciche e Vascolari dell’Azienda Ospedaliera/Università di Padova, riportata sulla rivista cardiovascolare Circulation. Nell’ambito dello studio prospettico della morte improvvisa giovanile nella Regione Veneto, sono state studiate 43 donne, di età variabile dai 19 ai 40 anni, media di 32 anni, morte improvvisamente per arresto cardiaco da fibrillazione ventricolare, nelle quali l’autopsia ha riscontrato come unica malattia il prolasso mitralico. Tale malattia rappresenta il 7% delle cause di morte improvvisa giovanile e la prima causa di morte nella popolazione femminile. Ad oggi sono stati studiati oltre 700 casi. L’esame al microscopio ha permesso di identificare l’instabilità elettrica non nella valvola ma nel muscolo cardiaco; tutte avevano una cicatrice nelle zone del cuore maggiormente sottoposte a stress meccanico da parte della valvola prolassante. Da qui l’idea di studiare tutti i pazienti con prolasso mitralico con aritmie importanti attraverso un protocollo di indagini che prevedeva la risonanza magnetica cardiaca, l’unica metodica che consente di indagare la composizione tissutale del muscolo cardiaco, e quindi di identificare le eventuali cicatrici. Si è constatato che la risonanza nei pazienti con prolasso ed aritmie minacciose evidenziava la stessa cicatrice riscontrata anche nelle giovani vittime di morte improvvisa.Il paziente con prolasso mitralico ed aritmie, dovrebbe essere studiato anche con risonanza magnetica, strumento fondamentale per distinguere i pazienti a rischio da seguire in follow-up e da proteggere con terapia farmacologica ed eventualmente con ablazione e defibrillatore per prevenire la morte improvvisa. La sindrome del prolasso mitralico aritmico, malattia a rischio di arresto cardiaco nelle giovani donne, è la più frequente malattia delle valvole del cuore, con una prevalenza stimata nella popolazione generale del 2-3%. Anche se in genere è “benigna”, si possono avere delle complicanze “meccaniche” legate al malfunzionamento della valvola, tali da richiedere la sua sostituzione o riparazione. Finora è stata trascurata la complicanza “elettrica”. Da tempo si sapeva che un sottogruppo di pazienti affetti, quasi sempre donne in età giovane adulta, poteva andare incontro ad aritmie minacciose, ma non si sapeva il perché.Lo studio dei ricercatori patavini, un classico di correlazione clinico-patologica, accompagnato da un editoriale di esperti della Mayo Clinic e dall’interesse dei maggiori centri cardiologici mondiali, si auspica possa avere importanti implicazioni nella medicina preventiva, sia per la diagnosi precoce dei pazienti a rischio che per le misure terapeutiche da adottare.
I ricercatori:le Proff.sse Cristina Basso e Martina Perazzolo Marra fanno capo rispettivamente alle UOC Patologia Cardiovascolare, diretta dal Prof. Gaetano Thiene e Clinica Cardiologica, diretta dal Prof. Sabino Iliceto dell’Azienda Ospedaliera di Padova.
Cristina Basso è stata di recente chiamata alla cattedra di Anatomia Patologica all’Università di Padova; Martina Perazzolo Marra venne assunta come Ricercatrice grazie alla donazione “Giuliano Tabacchi” all’Università di Padova.

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Invecchiamento precoce

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 settembre 2013

Sappiamo che la popolazione italiana sta invecchiando, i dati ISTAT 2011 indicano che gli over 65 sono aumentati di circa due milioni di unità negli ultimi 10 anni, il 20,8% degli individui, tra i quali, in aumento, anche gli over 85. Quello che non sappiamo è se la popolazione sta invecchiando precocemente, cioè se l’età biologica è superiore a quella anagrafica, e di conseguenza gli organi e i sistemi dell’organismo siano più o meno efficienti di quanto dovrebbero. Molti studi dimostrano che lo stile di vita nei paesi industrializzati logora: inquinamento, stress, alimentazione, tanti sono i fattori che ai giorni nostri inducono all’invecchiamento precoce.L’indagine dell’Osservatorio Nutrizionale Grana Padano dimostra che i fattori modificabili che possono contrastare l’invecchiamento precoce sono poco o solo parzialmente considerati dagli italiani, soprattutto mette in evidenza la scarsa pratica dell’attività fisica e abitudini alimentari che, soprattutto nei giovani, non contrastano l’invecchiamento precoce. Se si paragona lo stile di vita medio dichiarato dagli intervistati con quello consigliato dagli esperti, si comprende quanto si sia distanti dal contrastare l’invecchiamento precoce. Specie i giovani dovrebbero prendere in seria considerazione lo stile di vita che segue perché questo diminuirà il rischio di ammalarsi a tutte le età, ma li aiuterà ad essere degli anziani con minori problemi di salute, ed anche ad avere un aspetto più giovane della loro età anagrafica.Il team di esperti dell’Osservatorio Nutrizionale Grana Padano ha esaminato quanto un individuo adotti uno stile di vita che possa contrastare l’invecchiamento precoce. La gerontologia sostiene che aumentare la durata della vita in sé è sicuramente positivo, ma l’obiettivo vero della società dovrebbe essere la riduzione della disabilità e della perdita di autonomia dell’età avanzata e quindi vivere a lungo e bene.In particolare, la ricerca ha verificato quanto lo stile di vita delle persone aiuti a evitare o contrastare l’invecchiamento precoce, quindi diminuire il rischio di contrarre malattie nel corso della vita (non solo in età avanzata), ma anche avere un aspetto ed una efficienza migliori. Si tratta di fattori detti modificabili, cioè dipendenti dal nostro atteggiamento.Un campione di 1453 persone (77% femmine 23% maschi) ha compilato un questionario che attraverso 15 domande traccia il profilo del soggetto: età, sesso, peso, altezza, attività fisica, fumo e abitudini alimentari. Il campione è stato diviso in tre fasce d’età (18-30, 31-60, over 60) e i dati emersi dal questionario sono stati confrontati con i più importanti fattori modificabili per valutare il grado di contrasto all’invecchiamento precoce della persona: il peso e relativo indice di massa corporea (BMI), l’assunzione regolare e bilanciata di alimenti con nutrienti protettivi, l’attività fisica, il fumo.Dai dati antropometrici emerge che il 60% del campione è normopeso (BMI compreso tra 18,5-24,9), il 26% sovrappeso e il 9% obeso (BMI superiore a 30). Il BMI aumenta con l’età. Si passa da una prevalenza di normopeso dell’80% tra i 18-30 anni, al 37,4% dopo i 60 anni, mentre i sovrappeso o obesi sono l’8,3% i più giovani e il 46% i più anziani.Da tempo la letteratura scientifica segnala che all’aumentare dell’età aumenta il BMI, ma l’entità dell’aumento evidenziato dall’indagine è davvero elevata. Paradossalmente, valutando le abitudini alimentari, emerge che mangiano meglio le persone sopra i 60 anni (più frutta, più verdura, più pesce) rispetto ai giovani.“Possiamo pensare che le persone più anziane siano quelle con le migliori abitudini alimentari da sempre: mangiare correttamente è un fattore importante sull’aspettativa di vita – spiega la Dott.ssa Michela Barichella responsabile medico della SS di Dietetica e Nutrizione Clinica ICP di Milano – In particolare, dai dati dell’Osservatorio nutrizionale Grana Padano, risulta che gli anziani, rispetto ai giovani, assumono più alimenti ricchi di antiossidanti e nutrienti protettivi come alcune vitamine e minerali e i grassi omega 3”.Dai dati emersi dai questionari, infatti, emerge che il 18 % degli intervistati tra i 18-30 anni non assume pesce (rispetto al 9% degli individui sopra i 60 anni). Il 97 e 98% degli over 60 assume giornalmente verdura e frutta (rispetto al 93 e 80,5% dei ragazzi). In particolare, la frutta è più gradita dagli anziani e il 47% di essi ne introduce da due a tre porzioni al giorno. I legumi non sono molto graditi ai ragazzi; il 16% non li consuma (rispetto al 10 % dei sessantenni). L’olio d’oliva è il condimento preferito dopo i 60 anni.
Sebbene la maggior parte delle abitudini emerse siano migliori negli ultra sessantenni, abbiamo una controtendenza per quanto riguarda il consumo dell’acqua. Il 22% degli intervistati sopra i 60 anni assume meno di 0,5 litri di acqua al giorno e solo il 33% introduce più di 1,5 litri al giorno.
Nelle 3 fasce di età i non fumatori sono 88,6% di femmine contro 89% dei maschi, si nota anche come con l’avanzare dell’età i fumatori diminuiscano, infatti tra i 18 e 30 sono il 12,2% mentre gli over 60 che ancora fumano sono il 9,7%, un campione sicuramente virtuoso rispetto alla media. Per l’attività fisica però le cose purtroppo cambiano, le femmine che la praticano sono il 44,3% contro il 63,6% dei maschi. I giovani non si muovono molto di più dei meno giovani; solo il 50,3% ha tra 18 e 30 anni mentre gli over 65 seguono a ruota con il 45,9%.

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Epilessia: risposta precoce a cura predice meno ricadute

Posted by fidest press agency su giovedì, 24 maggio 2012

La risposta al primo trattamento dei pazienti con nuova diagnosi di epilessia, predice un andamento migliore della patologia. Lo ha evidenziato uno studio internazionale su 1.098 pazienti naive, in cui è stata osservato un carattere costante dell’evoluzione della malattia e, in particolare, è stato notato che la probabilità di assenza di attacchi diminuiva nei trattamenti farmacologici successivi al primo. Dopo la diagnosi e la somministrazione dei primi farmaci, avvenute dal 1982 al 2006, i pazienti, di età media 32 anni, sono stati seguiti fino al 2008. In occasione dell’ultimo controllo clinico effettuato, il 68% di loro era libero da convulsioni e il 62% era rimasto in regime di monoterapia. I risultati ottenuti sono stati classificati in quattro tipologie, considerando l’assenza di convulsioni tale se protratta per almeno un anno. Il pattern più favorevole è stato osservato in coloro che avevano raggiunto precocemente la scomparsa delle convulsioni e l’hanno mantenuta nel tempo: questa evoluzione ha caratterizzato 408 pazienti, il 37%. Invece, un’assenza di convulsioni ottenuta in ritardo ma poi, comunque, mantenuta, si è prodotta in 246 soggetti, il 22%. Nel 16% dei casi (172 pazienti) la terapia ha portato a fluttuazioni tra periodi di assenza di convulsioni e recidive. Infine, l’assenza di convulsioni è stata raggiunta nei rimanenti 272 partecipanti allo studio (25%). I pazienti sottoposti a terapie con un solo farmaco hanno ottenuto i risultati migliori rispetto a regimi con due farmaci, e con quest’ultimi, a loro volta, sortivano effetti miglior che con tre farmaci . Inoltre, i ricercatori hanno appurato che meno del 2% dei pazienti ha raggiunto l’assenza di convulsioni in regimi farmacologici successivi al primo, anche se qualcuno è riuscito in questo obiettivo al sesto o settimo tentativo. (Neurology, 2012; 78(20):1548-54 – fonte doctornews33)

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Trattamento precoce nel diabete tipo 2

Posted by fidest press agency su sabato, 26 novembre 2011

Diagramma prevalenza diabete e obesità

Image via Wikipedia

Roma Villa Mondragone primo “Forum clinico” dell’Italian Barometer Diabetes Observatory. Farmaci più sicuri, che permettano di ridurre al minimo gli episodi di ipoglicemia, una delle evenienze, per nulla rara, considerata con maggior inquietudine dalle persone con diabete, e che consentano un controllo rapido e duraturo della glicemia sin dalle primissime fasi della malattia. Questo il profilo degli antidiabetici ideali emerso dal confronto tra alcuni dei principali esperti nazionali e internazionali che hanno partecipato al 1° Forum clinico organizzato dall’Italian Barometer Diabetes Observatory, l’organismo istituito da Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, Diabete Italia e Associazione parlamentare per la tutela e la promozione del diritto alla prevenzione, con il supporto non condizionante di Novo Nordisk, con quartier generale a Villa Mondragone, sede di rappresentanza dell’Ateneo romano.
“Il diabete può diventare la pandemia più disastrosa del 21° secolo se noi non affrontiamo questo problema in maniera adeguata. Tuttavia i dati forniti dalle sperimentazioni cliniche ci dicono che con interventi adeguati sia farmacologici che, soprattutto, sullo stile di vita la diffusione della malattia e le sue più gravi complicanze si possono contenere. Per il trattamento e la prevenzione del diabete oggi sono disponibili nuove classi di farmaci che oltre ad una efficacia maggiore hanno minori effetti collaterali quali, ad esempio, l’ipoglicemia. Investire sulla prevenzione e sul controllo del diabete comporta un miglioramento della qualità della vita, un accresciuto benessere sociale e una migliore sostenibilità della spesa sanitaria”, ha detto Renato Lauro, Presidente dall’Italian Barometer Diabetes Observatory e Rettore dell’Università di Roma Tor Vergata, inaugurando i lavori del ForumHa quindi spiegato Salvatore Caputo, Dirigente medico dell’Unità di Diabetologia al Policlinico Gemelli di Roma, che, in un anno, una persona con diabete di tipo 1 va mediamente incontro a 47,5 episodi di ipoglicemia, quasi uno alla settimana. In 1 sino a 3 casi si tratta di una ipoglicemia grave, tale da rendere necessario il ricovero in ospedale. Nel diabete di tipo 2, invece, le ipoglicemie ammontano a 9,2 l’anno in media, nelle persone in trattamento con insulina. Più raro il caso di ipoglicemie in persone che prendono solo antidiabetici orali. In queste, gli episodi gravi corrispondono a 0,1 l’anno, salendo a poco meno di 1 evento grave l’anno in quelle in trattamento insulinico da oltre 5 anni.“Le ipoglicemie, soprattutto quelle gravi, costituiscono un’area ancora poco indagata ma di grande rilievo e causa di costi diretti e indiretti legati alla malattia, al di là di quelli prodotti dalle complicanze croniche del diabete”, ha aggiunto Antonio Nicolucci, Responsabile Dipartimento Farmacologia Clinica e Epidemiologia del Consorzio Mario Negri Sud e Coordinatore Data Analysis Board dell’Italian Barometer Diabetes Observatory.Infatti, secondo il Rapporto “Dati e cifre sul diabete in Italia” dell’Osservatorio di Villa Mondragone, redatto dallo stesso Nicolucci, nella sola Inghilterra, si stima che il trattamento delle ipoglicemie ammonti in un anno a 13 milioni di sterline, oltre 15 milioni di euro. Ai costi diretti vanno poi aggiunti quelli indiretti, legati alla perdita di produttività e all’assenza dal posto di lavoro. Da uno studio canadese è emerso che il 10% delle persone con un episodio di ipoglicemia lieve o moderata e un quarto di quelle con ipoglicemia grave non si sono recate al lavoro il giorno seguente.Le ipoglicemie sono anche responsabili di importanti costi intangibili, legati all’impatto negativo sulla qualità della vita. “Inoltre, la paura delle ipoglicemie è spesso responsabile di una scarsa aderenza alle cure, con riduzione autonoma da parte della persona con diabete della quantità di farmaci assunti, e quindi di un peggior controllo metabolico”, ha detto ancora Nicolucci. Infatti, oltre il 60% delle persone con diabete intervistate nel corso dell’indagine sociologica DAWN Italia ha espresso forte preoccupazione per le ipoglicemie e lo studio canadese già citato ha messo in evidenza come un terzo delle persone con ipoglicemia lieve o moderata e oltre l’80% di quelle con ipoglicemia grave abbiano maggior paura delle ipoglicemie dopo avere subito l’evento. Questo ha indotto oltre la metà di loro a modificare la dose di insulina assunta.

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Malattia Parkinson: diagnosi precoce

Posted by fidest press agency su giovedì, 11 novembre 2010

Lo studio – che sarà pubblicato a breve sull’autorevole rivista internazionale “Brain”  e i cui risultati sono già disponibili on line – è stato condotto da ricercatori dell’IRCCS Fondazione Santa Lucia di Roma e dell’INSERM-Institut National de la Santé et de la Recherche Médicale di Tolosa. In Italia il lavoro scientifico ha avuto il supporto del Ministero della Salute e fa parte del più ampio progetto di studio denominato “Tecniche di imaging ed indicatori biologici di progressione di malattia”, relativo alla struttura ed al funzionamento del cervello nelle malattie degenerative. Grazie all’indagine con risonanza magnetica ad alto campo magnetico è stata individuata una combinazione di tre indici della composizione del tessuto cerebrale (quantità di ferro, integrità e orientamento delle componenti microscopiche) che è risultata anomala nel nucleo striato e nella sostanza nera dei soggetti affetti dalla malattia. I risultati aprono nuove e interessanti prospettive nella diagnosi e nell’evoluzione nel tempo di questa patologia, soprattutto in considerazione del costante invecchiamento della popolazione; il Parkinson, infatti, colpisce a un’età media di 55 anni ed è più comune sopra i 60 anni, con un tasso di incidenza che aumenta notevolmente con l’età.
Nel nostro Paese lo studio è stato coordinato dal Dipartimento di Radiologia della Fondazione Santa Lucia, diretto da Umberto Sabatini, e condotto da Patrice Péran, giovane ricercatore francese dell’INSERM, con la supervisione del prof. Carlo Caltagirone, direttore scientifico della Fondazione. In Francia il gruppo di ricerca è stato coordinato dal dott. Pierre Celsis, direttore responsabile del Laboratorio Imagerie Cérébrale et Handicaps Neurologiques dell’Unità di Ricerca INSERM U825.

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Tumore prostata

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 settembre 2010

Milano 16 settembre alle ore 11.30 presso il Circolo della Stampa  conferenza stampa sul tumore della prostata “La diagnosi precoce può salvare la vita”. In Italia solo il 25% della popolazione generale si sottopone ad una visita specialistica, a carattere esclusivamente preventivo. Di questo 25%, solo il 3.5% ha effettuato una visita specialistica urologica (27% odontoiatrica, 9.3% cardiologica, 8,1% ginecologica).  Il Presidente SIU Francesco Rocco, il Segretario Generale Vincenzo Mirone e il Presidente della Commissione Salute del Ministero delle Pari Opportunità Lucio Vizioli, lanciano un forte messaggio di sensibilizzazione e corretta informazione per vincere la lotta al tumore più diffuso fra gli uomini italiani, chiarendo i dubbi sulla necessita’ di fare o meno l’esame del Psa. Modera l’incontro la giornalista del Corriere della Sera Margherita De Bac.

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Diagnosi precoce dell’Alzheimer

Posted by fidest press agency su sabato, 1 maggio 2010

(Centro Maderna)  L’Alzheimer è stato riconosciuto dal Consiglio dei Ministri dell’Unione come priorità europea. I trattamenti oggi disponibili, spesso somministrati in fase avanzata della malattia, sono pressoché sintomatici. È per questo che si rende necessario realizzare strumenti per la diagnosi precoce della malattia, in modo da poterla individuare sin dalle prime fasi della sua evoluzione. In quest’ottica, il libro porta all’attenzione degli esperti, ma anche dei non addetti ai lavori, le nuove acquisizioni della ricerca in materia di biomarcatori misurabili attraverso neuroimaging strutturale e funzionale, elettroencefalografia, liquido cerebrospinale e sangue, test genetici, profilo neuropsicologico, modelli computazionali dell’Alzheimer, tecniche innovative di analisi non lineare dei dati ottenibili in sede di screening. Illustra in particolare le potenzialità dell’utilizzo delle reti neurali artificiali nel contesto della diagnosi precoce dei disturbi cognitivi dell’invecchiamento.Mozzoni Marco, “Alzheimer. Come diagnosticarlo precocemente con le reti neurali artificiali”, Franco Angeli, Milano, 2010, pp. 128, € 18,00.

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Defibrillatore precoce non riduce la mortalità

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 ottobre 2009

L’impianto precoce di defibrillatori cardiaci in pazienti colpiti da infarto acuto del miocardio non riduce l’incidenza di mortalità. È quanto emerge da uno studio pubblicato recentemente su New England Journal of Medicine, che ha analizzato l’efficacia di defibrillatori cardiaci impiantati entro 40 giorni dall’episodio cardiaco, contrariamente a quanto previsto dalle attuali linee guida. Sono stati selezionati 898 pazienti colpiti da infarto miocardico con ridotta frazione d’eiezione ventricolare sinistra (=40%); frequenza cardiaca pari o superiore a 90 battiti al minuto; tachicardia ventricolare non sostenuta (=150 battiti/min). Dopo 37 mesi di follow-up, non è emersa alcuna riduzione del tasso di mortalità generale nei partecipanti che hanno ricevuto defibrillatori cardiaci impiantabili (Icd) rispetto a quelli sottoposti soltanto a terapie farmacologiche (hazard ratio=1,04). Sebbene sia stato osservato un numero inferiore di decessi cardiaci improvvisi nel gruppo Icd rispetto a quello farmacologico (27 vs 60; hazard ratio=0,55) l’incidenza di morte cardiaca non improvvisa è risultata più elevata con gli Icd (68 vs 39; hazard ratio=1,92). (L.A.)

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Cancro prostatico, rischio maggiore da Trichomonas

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 settembre 2009

L’infezione sessualmente trasmessa da Trichomonas vaginalis è associata a un aumentata incidenza di forme avanzate o letali di cancro della prostata. È quanto risulta da uno studio caso-controllo condotto dall’Harvard school of public health (Hsph) e dal Brigham and Women’s Hospital. Il T. vaginalis, che rappresenta la più comune infezione non virale sessualmente trasmessa, può risalire lungo l’uretra e contagiare l’epitelio prostatico, causando un’infiammazione sia acuta sia cronica, potenziale fattore di rischio per lo sviluppo della neoplasia. In questo studio, i ricercatori hanno analizzato campioni di sangue di 673 uomini con cancro prostatico partecipanti al Physicians’ health study e hanno comparato lo stato infettivo basandosi sui livelli di anticorpi anti-T. vaginalis in 673 soggetti pari per età, fumo e follow-up. L’infezione da T. vaginalis è risultata associata a un rischio maggiore di due volte di sviluppare un cancro prostatico, di stadio avanzato alla diagnosi, e a un aumento quasi di tre volte di forme neoplastiche potenzialmente letali. Essendo l’infezione facilmente trattabile con un regime antibiotico a basso costo, si suggerisce che il trattamento precoce delle infezioni da T. vaginalis possa essere importante per la prevenzione del cancro prostatico. (A.Z.) Journal of the national cancer, 2009; published online September 9

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