Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 275

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La miopia di chi vede il presente ma non pensa al futuro

Posted by fidest press agency su martedì, 18 dicembre 2018

In altre parole ciò che è deteriore, in Italia, dipende dal fatto che ci troviamo al cospetto di un sistema ben oliato in grado di rendere tutto difficile, se non impossibile, ciò che non fa comodo ai padroni del vapore. Intendiamo con ciò affermare che la classe politica non è oggi in grado di avere la forza sufficiente per competere alla pari con i forti interessi di categoria. Il capitalismo italiano, per esempio, si è innestato nei secoli sulle reti di rapporti familiari. Ciò crea una forma di conservatorismo economico che non permette altri sbocchi. In questo modo ritorniamo sempre al punto di partenza con l’aggiunta di un’altra manciata di leggi che tendono sempre di più a confondere il quadro normativo, già complicato per suo conto, con le sue oltre duecentomila leggi e quattrocento mila regolamenti e disposizioni regionali, provinciali e comunali. Dovremmo considerarle una naturale gerarchia delle fonti, ma non è così. La voglia di chiarire, di spiegare, di precisare, è tale e tanta che alla fine si rischia di tradire non solo lo spirito della legge, alla quale i regolamenti puntigliosamente fanno richiamo, ma di alterarla e di confonderla. Una governance, quindi, volta a imporre una direttiva senza provocare cavillosità d’ordine amministrativo e procedurale è valida, ovviamente, solo se il suo fine è questo e non altro. In tal modo gli italiani si troverebbero al cospetto di un’autorità ben individuabile, disposta ad assumere pieni poteri ma nello stesso tempo “saggia” e “avveduta” nel calarsi nelle fattispecie pratiche. Oggi, per contro, il lobbismo è imperante. Prevalgono gli interessi corporativi rispetto a quelli competitivi. Ognuno cerca di far prevalere le proprie tesi ed è, persino, disposto a fondare un movimento o un partito o una corrente o una fazione, pur d’avere la sua porzione di “audience” tra chi bivacca nei saloni del palazzo. Il risultato è la paralisi politica e istituzionale.
Ecco perché talune “democrazie” sono o sono andate o andranno in crisi. Manca per esse, a un certo punto del loro divenire, il necessario raccordo tra il mandante e il mandatario. Il rischio è evidente: ognuno delle parti usa un linguaggio incomprensibile all’altra, sino a sfociare in un’aperta diffidenza per istituti nati e gestiti soprattutto per la tutela dei cittadini. Così abbiamo un fisco non giusto ma prepotente e vessatore. Così abbiamo una giustizia terribile con i deboli e timorosa con i forti. Così abbiamo una scuola che non riesce a educare per la vita e si arrampica sulla china accidentata delle utopie. Così abbiamo un governo del paese che non sa comprendere le attese e le aspirazioni di un popolo pur avendo da esso avuto il mandato per governare. Ecco perché si parla della crisi di un sistema. Ecco perché si discetta sulle incomprensioni, sul malessere, sulla rivolta di un popolo. Questi, e mi riferisco sempre all’Italia, non è stato nemmeno educato a stare unito per comune identità culturale e geografica d’ideali.
Vi è stata, semplicemente, la pretesa d’individuare un possibile territorio quale area per costituire una specifica sovranità nazionale, a prescindere. (Riccardo Alfonso)

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Marx e la critica del presente

Posted by fidest press agency su domenica, 25 novembre 2018

Roma martedì 27 novembre al Goethe-Institut di Roma (via Savoia 15, ore 14.30–18.30) e proseguirà mercoledì 28 (ore 9.30–13 e 14.30–18.30) e ancora giovedì 29 novembre (ore 9.30–13) all’Università “La Sapienza” (Dipartimento di Scienze Politiche) il convegno su Marx e la critica del presente, organizzato dalla Fondazione per la critica sociale.Il proposito è quello di leggere Marx in riferimento all’oggi, tenendo conto della necessità di riflettere sul suo pensiero senza toni apologetici, ponendosi l’obiettivo di analizzare le traiettorie possibili dei suoi insegnamenti, interrogandosi sull’esito, del resto assai controverso, delle interpretazioni storiche e contemporanee.Proprio per garantire un taglio attualizzante, ai partecipanti al convegno è stato chiesto di rispondere al quesito: “È utile Marx oggi per la critica della società?”.Diversi quindi gli interrogativi che saranno posti: può la sua opera, attraversata da numerose interpretazioni, rappresentare un modello di comprensione dell’attuale fase storica? Quali porzioni del suo lascito sono da tralasciare e quali da riprendere? Possono le famose “armi della critica”, teorizzate da Marx, offrire ancora spunti per una demistificazione concreta della società capitalistica?Interverranno Roberto Finelli, Tania Toffanin, Luca Basso, Ferruccio Andolfi, Stefano Petrucciani, Rino Genovese, Vittorio Morfino, Federica Giardini, Riccardo Bellofiore, Maurizio Ricciardi, Jamila Mascat, Giorgio Cesarale, Mario Pezzella, Daniele Balicco, Michele Prospero, Francesco Raparelli, Marco Gatto.
La Fondazione per la critica sociale, costituita a Firenze nel novembre 2014, ha ottenuto nel 2017 il riconoscimento da parte della Regione Toscana. Si presenta come un laboratorio autonomo di ricerca teorica e storica intorno ai temi dell’attualità di una prospettiva socialista nel mondo contemporaneo. Ha una vocazione spiccatamente europeista, pur considerando l’assetto europeo odierno responsabile in larga misura della deriva sovranista e nazional-populistica che rischia di dissolvere per sempre l’aspirazione verso un’Europa sociale e politica.La Fondazione ha all’attivo l’organizzazione di diversi seminari e convegni (come quello interdisciplinare sul “Diritto alla città”, con sociologi, filosofi, urbanisti, architetti, nel 2016 e nel 2018), e collabora con altri enti e istituzioni di ricerca per sostenere percorsi formativi di giovani studiosi finalizzati all’approfondimento degli argomenti propri della sua missione statutaria. Pubblica inoltre la collana “La critica sociale”, diretta da Rino Genovese, presso la casa editrice Rosenberg & Sellier di Torino.

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Cultura tra passato e presente

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 settembre 2018

Esiste un problema di ordine culturale e psicologico non meno grave dei problemi posti dallo sviluppo della scienza contemporanea e della critica storica. Il dramma del nostro presente sta tutto qui con giovani che non riescono più a volgere lo sguardo al passato ma che si crogiolano con il loro presente e persino negando un ruolo chiave al loro futuro. Vivere e godere i frutti del presente sembra essere una parola d’ordine che ha un suo innegabile fascino. Con ciò si vogliono spezzare i legami con un passato e disconoscerne il suo primato nella continuità, prima ancora che nella tradizione, per affermare quei valori deformanti del capitalismo e del consumismo che rendono, in pratica, più aspri e conflittuali i rapporti non solo generazionali ma di vita in comune. Mi riferisco, nello specifico, a quei giovani dell’abbandono scolastico, che si stordisco-no con le droghe leggere o pesanti che siano, che si abbandonano a gesti teppistici, a violenze di gene-re. Cosa essi possono sapere della cultura moder-na, delle libertà civili, degli ordinamenti democratici?
E’ un ritorno all’analfabetismo di nuova formulazione che non s’identifica con il non saper scrivere e leggere ma nel non conoscere o riconoscere i sentimenti che sono generati da un vivere comune fondato su determinati valori che trovano la loro continuità dal passato proprio perché non sanno di vecchio ma semmai di eterno. Sono deformazioni che i giovani se le portano nel loro Dna non sapendo più distinguere un evento sportivo sano a uno deformato dalla violenza e dal teppismo, dall’istruzione come base per una ricerca siste-matica del sapere a vantaggio di una devianza aberrante degli stessi insegnamenti. E’ una strada che si trasforma in un vicolo cieco di là del quale non vi sono sbocchi possibili. (Servizio Fidest)

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Il caso Italia tra un occhio che guarda al futuro e l’altro che fa l’occhiolino al passato

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 agosto 2018

In altre parole ciò che è deteriore, in Italia, dipende dal fatto che ci troviamo al cospetto di un sistema ben oliato in grado di rendere tutto difficile, se non impossibile, ciò che non fa comodo ai padroni del vapore. Intendiamo con ciò affermare che la classe politica non è oggi in grado di avere la forza sufficiente per competere alla pari con i forti interessi di categoria. Il capitalismo italiano, per esempio, si è innestato nei secoli sulle reti di rapporti familiari. Ciò crea una forma di conservatorismo economico che non permette altri sbocchi. In questo modo ritorniamo sempre al punto di partenza con l’aggiunta di un’altra manciata di leggi che tendono sempre di più a confondere il quadro normativo, già complicato per suo conto, con le sue oltre duecentomila leggi e quattrocento mila regolamenti e disposizioni regionali, provinciali e comunali. Dovremmo considerarle una naturale gerarchia delle fonti, ma non è così. La voglia di chiarire, di spiegare, di precisare, è tale e tanta che alla fine si rischia di tradire non solo lo spirito della legge, alla quale i regolamenti puntigliosamente fanno richiamo, ma di alterarla e di confonderla. Una governance, quindi, volta a imporre una direttiva senza provocare cavillosità d’ordine amministrativo e procedurale è valida, ovviamente, solo se il suo fine è questo e non altro. In tal modo gli italiani si troverebbero al cospetto di un’autorità ben individuabile, disposta ad assumere pieni poteri ma nello stesso tempo “saggia” e “avveduta” nel calarsi nelle fattispecie pratiche. Oggi, per contro, il lobbismo è imperante. Prevalgono gli interessi corporativi rispetto a quelli competitivi. Ognuno cerca di far prevalere le proprie tesi ed è, persino, disposto a fondare un movimento o un partito o una corrente o una fazione, pur d’avere la sua porzione di “audience” tra chi bivacca nei saloni del palazzo. Il risultato è la paralisi politica e istituzionale.
Ecco perché talune “democrazie” sono o sono andate o andranno in crisi. Manca per esse, a un certo punto del loro divenire, il necessario raccordo tra il mandante e il mandatario. Il rischio è evidente: ognuno delle parti usa un linguaggio incomprensibile all’altra, sino a sfociare in un’aperta diffidenza per istituti nati e gestiti soprattutto per la tutela dei cittadini. Così abbiamo un fisco non giusto ma prepotente e vessatore. Così abbiamo una giustizia terribile con i deboli e timorosa con i forti. Così abbiamo una scuola che non riesce a educare per la vita e si arrampica sulla china accidentata delle utopie. Così abbiamo un governo del paese che non sa comprendere le attese e le aspirazioni di un popolo pur avendo da esso avuto il mandato per governare. Ecco perché si parla della crisi di un sistema. Ecco perché si discetta sulle incomprensioni, sul malessere, sulla rivolta di un popolo. Questi, e mi riferisco sempre all’Italia, non è stato nemmeno educato a stare unito per comune identità culturale e geografica d’ideali.
Vi è stata, semplicemente, la pretesa d’individuare un possibile territorio quale area per costituire una specifica sovranità nazionale, a prescindere. (Riccardo Alfonso)

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Come gestire il presente con una politica ingessata

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 agosto 2018

Da ciò dovrebbero oggi trarne coscienza i governanti dei vari paesi allorché preparano le tecniche per governare il presente senza affacciarsi dalla finestra per guardare oltre.
E’, questo, un grave errore che ci fa sfuggire dalla realtà e scava un solco tra il paese reale e i suoi governanti. E’ una pecca che si può pagare a caro prezzo poiché rendiamo possibile un altro convincimento, a mio avviso molto deviante per quanto affascinante, che è possibile fare a meno della politica dei partiti.
E’ un’idea, devo ammetterlo, che mi affascina e sulla quale ho riflettuto a lungo, pur respingendola poiché la considero una logica estremista pericolosa e capace di provocare, alla lunga, più danni che vantaggi.
Sono, invece, propenso nel ritenere che vi possa essere una strada di mezzo, soprattutto in quei paesi a “democrazia incompiuta” come l’Italia, dove s’imporrebbe una “dittatura” a tempo per rimettere in sesto quelle riforme che sono sistematicamente bloccate dai veti incrociati dagli interessi contrapposti e corporativi tra le parti in causa. Una dittatura non solo di breve durata ma vincolata dalla presenza di alcuni garanti istituzionali chiamati sia dal mondo politico sia da quello economico e sociale. Che cosa dovrebbe fare questo dittatore?
Prima di tutto sbloccare i vincoli che tengono stretti alcuni soggetti alla tenuta dei loro “privilegi”. Pensiamo alla riforma della scuola, del sistema tributario, della giustizia e di quello elettorale per dare maggioranze ben definite e capaci di muoversi senza veti di sorta. D’altra parte quando i politici parlano di larghe intese non siamo molto distanti da una soluzione capace di ricavare risultati efficaci per una più corretta gestione della cosa pubblica senza dover tener da conto i forti interessi di categoria e le consorterie di varia natura. Al tempo stesso mi chiedo: ma per fare tutto questo non è sufficiente un forte consenso popolare e movimenti politici ben radicati sul territorio ma anche determinati a non subire i condizionamenti delle lobby? In linea teorica è possibile ma in pratica gli elettori subiscono troppe restrizioni e vengono distratti dalla macchina della disinformazione che non si fa scrupolo nel diffondere notizie non veritiere e tali da suscitare sentimenti di disagio esistenziale che conducono alla stessa degenerazione del sistema. Per farla breve siamo stati troppo a lungo abituati a ragionare con la pancia che non riusciamo del tutto a farlo con la testa. (Riccardo Alfonso)

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Parliamo di teatro tra passato e presente

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 luglio 2018

Nel libro di mio figlio edito dalla Fidest “Pensieri e note critiche” vi è un capitolo riservato interamente alla storia del teatro greco, latino e italiano. E’ stata una ricerca che gli ha permesso di andare a ritroso nel tempo ripescando le rappresentazioni teatrali a partire dal sesto secolo a.C., ma credo che avrebbe potuto andare maggiormente indietro anche se in effetti le uniche tragedie che ci sono pervenute sono di Eschilo, Sofocle ed Euripide, perché ritengo che è stata forte nella natura umana, fin dai suoi primordi, l’idea di una rappresentazione, di una narrazione di un parto della fantasia dove le trasmutazioni sono state tante e diverse tra la realtà vissuta, per lo più con duri cimenti, e il sogno che ci faceva ripiegare nell’immaginazione per rendere il tutto brillante, suggestivo, paradisiaco.
Il teatro poteva diventare commedia oltre che tragedia e farsa e il guitto vi riversava il suo ingegno interpretativo, l’autore poteva dargli lo spunto creativo e il pubblico ritrovarsi immerso in quella finzione che ora fustigava i vizi ora li esaltava ora li rendeva odiosi e perversi. Il teatro nel suo far mutare aspetto, figura, far assumere diverse sembianze, alterare l’espressione del volto dell’attore, suscitargli intensa commozione o arguzia ironica e salace diventava la rappresentazione ideale di un sentimento che lo spettatore poteva catturare e far suo.
Così ora mi sembra naturale riprendere quell’antico discorso per riallacciare il filo interrotto di quei pensieri e per vederli ora riproposti in chiave moderna lasciando la tunica e indossando lo smoking. E’ un presente che ha forse perso la veste originale del suo passato ma non lo spirito che è e resta immortale. Così possiamo rivedere riproposte le storie di un tempo ma anche altre e mescolarle sapientemente perché rimane in tutti noi una costante immutabile nel tempo che trova inutile e fastidioso riproporre ciò che è, perché nulla di ciò che è può soddisfarci pienamente e quando la natura è brutta preferiamo la fantasia ricca di colori sgargianti alla trivialità. Forse del teatro io ho apprezzato di più ciò che ci porta al riso in luogo del pianto. Il riso, dicono, viene dalla sua superiorità. Del resto è risaputo che tutti i pazzi dei manicomi hanno sviluppata una loro idea di superiorità tant’è che si dice del riso che possa essere una delle espressioni più frequenti e più numerose della pazzia. Diciamo pure che tutti gli screanzati di melodramma, maledetti, dannati, fatalmente segnati da una smorfia che si dilata sino alle orecchie sono nell’ortodossia pura del riso.
Ora nel proporre le storie di oggi narrate e descritte sotto le luci della ribalta di un proscenio o dal monitor di un computer o del piccolo schermo televisivo io non posso escludere che esiste un forte legame con la funzione rituale ed educativa del teatro e persino dei suoi limiti se si pensa che già da allora i potenti ne traevano un utile mezzo per far propaganda politica. Oggi forse, dimentichi del passato, ci meravigliamo sin troppo se il politico avoca a se questo ruolo davanti a una telecamera gesticolando, e facendo le smorfie, sgranando gli occhi e sorridendo beffardo come potrebbe fare un attore e quest’ultimo ricambia mimandolo e cercando di esaltarne gli eccessi verbali e gestuali. (Riccardo Alfonso)

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L’eternità del presente: Il diritto alla parola e il dovere del silenzio

Posted by fidest press agency su giovedì, 5 aprile 2018

Tutto ciò che accade nell’immensità di tutto l’Universo avviene in una unica categoria spazio-temporale rappresentata da quella unità di tempo e spazio che possiamo identificare come ETERNO PRESENTE. Per l’ennesima volta mi sono preso la briga di rileggere il “Nuovo Catechismo” della Chiesa cattolica di Roma, nel tentativo di capire ciò che finora mi ha indirizzato verso una critica su basi umanistiche, lontano dagli intellettualismi che controllano l’intera opera, approvata da Giovanni Paolo II, ma redatta dall’allora cardinale Ratzinger e imposta al pontefice in carica e all’intero Concistoro.Il 15 agosto 1997 il cardinale Ratzinger, presidente della speciale commissione incaricata di redigere il Nuovo Catechismo, consegnava al Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, il testo di tale documento, ma non per una valutazione di merito, bensì per l’approvazione, stante il circuito di potere del quale lo stesso cardinale si era circondato, e con il quale decideva scelte di fondo, in preparazione alla successione, per la quale si era adoperato per anni.
Con tale Catechismo la Chiesa non intervenne nei campi più propriamente specifici e di propria competenza, ma viene utilizzato come grimaldello per inserirsi in altri campi assolutamente estranei all’insegnamento di Cristo e spesso discordanti e contraddittori.
L’esercizio del diritto alla parola non può sovvertire il dovere al silenzio, quando l’argomento dovesse risultare estraneo al ruolo; ma quel catechismo chiariva, in tempi non sospetti, diventati sospetti con l’elezione al massimo pontificato del Cardinale Ratzinger con il nome Benedetto XVI, il vero messaggio nascosto nelle parole.Si evince, spacialmente adesso con il pontificato di Papa Francesco, con grande determinazione, come taluni passi, estremamente significativi, non rappresentano altro che la preparazione ad un preteso rinnovamento, che avrebbe perseguito con il proprio pontificato, nel quale vennero puntualmente esaltati i rinnovati ruoli che l’allora cardinale sapeva di dovere ricoprire, a sua immagine e somiglianza, una volta guadagnato il trono di Pietro.In alcuni passi del catechismo si esalta il ruolo dottrinario, totalmente privo di trascendenza, che pretende interpretare il mondo alla luce delle conoscenze scientifiche e dimensionare tali conoscenze alle capacità gnostiche dell’uomo, come quando scrive:La questione delle origini del mondo e dell’uomo è oggetto di numerose ricerche scientifiche, che hanno straordinariamente arricchito le nostre conoscenze sull’età e le dimensioni del cosmo, sul divenire delle forme viventi, sull’apparizione dell’uomo. Tali scoperte ci invitano ad una sempre maggiore ammirazione per la grandezza del Creatore, e a ringraziarlo per tutte le sue opere e per l’intelligenza e la sapienza di cui fa dono agli studiosi e ai ricercatori. Con Salomone costoro possono dire: «Egli mi ha concesso la conoscenza infallibile delle cose, per comprendere la struttura del mondo e la forza degli elementi […]; perché mi ha istruito la Sapienza, artefice di tutte le cose» (Sap 7,17-21).
Non c’è commento da fare se non la presa d’atto secondo la quale la stessa creazione verrebbe collocata nel tempo e nello spazio, come se l’Altissimo disponesse di un “orologio cosmico” che in un dato momento avrebbe segnato l’ora esatta per la creazione, perché “prima” sarebbe stato troppo presto e “dopo” sarebbe stato troppo tardi. Ma il prima e il dopo sono categorie di comodo che l’uomo si è dato per capire, per collocarsi nel tempo e nello spazio; prima di cosa o di chi? Dopo cosa o chi?La dottrina, come è espressa in queste enunciazioni del Nuovo Catechismo, non spiega, anzi confonde e conduce all’incredulità, nel suo assurdo itinerario di coniugare trascendenza ed immanenza dentro un contenitore limitatio dalle categorie umane del tempo e dello spazio. Il prima e il dopo non sono altro che la rappresentazione del passato e del futuro, dimensioni dentro le quali l’uomo regola se stesso; parliamo anche al presente, ma per comodità, per convenzione, perché il presente per l’uomo non esiste: o ancora non è, e si tratta del futuro, oppure è già stato. e allora si tratta del passato, tertium non datur.Tra la parola detta e la parola da dire, secondo la comprensione umana, trascorre uno spazio di tempo che riteniamo limitato o limitatissimo; in realtà con la parola detta e la parola da dire affrontiamo l’immensità del tempo, dove la parola detta appartiene al passato e la parola da dire si trova, ancora, nel futuro. Discutere in questi termini di Dio, del Creatore, dell’Altissimo, diventa blasfemo, perché si pretende coinvolgere la “Sapienza” dell’uomo, che sarebbe capace di comprendere la struttura del mondo, nella quale viene collocata l’idea di Dio, non più noumeno ma fenomeno. La dimensione del presente ci è ignota, perché non riusciamo a viverla; se, infatti, si potesse vivere il presente, lo si potrebbe anche dilatare o fermare.Si scontrano, dopo essersi confrontate, la fantasia, di pertinenza immanente, e la fede di pertinenza trascendente. Non c’è dubbio che il mezzo più veloce di locomozione a disposizione dell’uomo è la fantasia; più veloce della luce, capace di trasportarci anche fuori dal mondo. L’elaborazione fantastica è frutto degli impulsi del cervello, quegli impulsi che si materializzano in onde elettriche, registrabili e verificabili; attivi anche nel sonno che si popola dei sogni incontrollati. Ma le onde elettriche sono materia, lo dimostrò Einstein con il suo relativismo, e altri uomini gli conferirono il premio Nobel.Con il suo relativismo lo scienziato escluse la conoscenza proponendo un metodo, idoneo a superare le contraddizioni meccanicistiche. Einstein negò l’esistenza un “moto” assoluto, così come di un “tempo” e uno “spazio” assoluti, ovvero che questi concetti sono “relativi”.La pretesa dottrinale di voler imporre una personale considerazione come Verità conquistata, tale da generare le “radici” di un popolo, assume, così, la dimensione dell’assurdo; non si discute l’ipotesi “relativa”, perchè basta negare il relativismo, trascurando di commettere una stortura contro le dimensioni trascendentali, racchiudendo la conoscenza dentro i confini del fenomenico e legiferare nel merito.Il Dio del “prima” e del “dopo” è una invenzione da sacrestia perché concede il potere di identificare il giusto dal non giusto, il vero dal falso, valori che perdono il loro relativismo e diventano la legge da osservare.Dio steso identificò la Sua dimensione affermando a Mosè sul monte Sinai:
“Io sono Colui che sono”;
non disse “Io ero Colui che sono”
oppure “Io sono Colui che sarò”.
Il divenire, il farsi della storia non appartengono a Dio, perché Egli tutto include nella sola dimensione che gli appartiene: l’eternità del presente.Come si potrebbe mai capire tale dimensione?Come si può esercitare tale dimensione? Non lo so! Non posso saperlo! Per questo ci credo! (Rosario Amico Roxas)

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Cultura tra passato e presente

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 febbraio 2018

Esiste un problema di ordine culturale e psicologico non meno grave dei problemi posti dallo sviluppo della scienza contemporanea e della critica storica. Il dramma del nostro presente sta tutto qui con giovani che non riescono più a volgere lo sguardo al passato ma che si crogiolano con il loro presente e persino negando un ruolo chiave al loro futuro. Vivere e godere i frutti del presente sembra essere una parola d’ordine che ha un suo innegabile fascino. Con ciò si vogliono spezzare i legami con un passato e disconoscerne il suo primato nella continuità, prima ancora che nella tradizione, per affermare quei valori deformanti del capitalismo e del consumismo che rendono, in pratica, più aspri e conflittuali i rapporti non solo generazionali ma di vita in comune. Mi riferisco, nello specifico, a quei giovani dell’abbandono scolastico, che si stordiscono con le droghe leggere o pesanti che siano, che si abbandonano a gesti teppistici, a violenze di genere. Cosa essi possono sapere della cultura moderna, delle libertà civili, degli ordinamenti democratici?
E’ un ritorno all’analfabetismo di nuova formulazione che non s’identifica con il non saper scrivere e leggere ma nel non conoscere o riconoscere i sentimenti che sono generati da un vivere comune fondato su determinati valori che trovano la loro continuità dal passato proprio perché non sanno di vecchio ma semmai di eterno. Sono deformazioni che i giovani se le portano nel loro Dna non sapendo più distinguere un evento sportivo sano a uno deformato dalla violenza e dal teppismo, dall’istruzione come base per una ricerca sistematica del sapere a vantaggio di una devianza aberrante degli stessi insegnamenti. E’ una strada che rischia di portarci in un vicolo cieco di là del quale non vi sono sbocchi possibili. (Riccardo Alfonso)

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Cultura tra passato e presente

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 ottobre 2017

pennaEsiste un problema di ordine culturale e psicologico non meno grave dei problemi posti dallo sviluppo della scienza contemporanea e della critica storica. Il dramma del nostro presente sta tutto qui con giovani che non riescono più a volgere lo sguardo al passato ma che si crogiolano con il loro presente e persino negando un ruolo chiave al loro futuro. Vivere e godere i frutti del presente sembra essere una parola d’ordine che ha un suo innegabile fascino. Con ciò si vogliono spezzare i legami con un passato e disconoscerne il suo primato nella continuità, prima ancora che nella tradizione, per affermare quei valori deformanti del capitalismo e del consumismo che rendono, in pratica, più aspri e conflittuali i rapporti non solo generazionali ma di vita in comune. Mi riferisco, nello specifico, a quei giovani dell’abbandono scolastico, che si stordiscono con le droghe leggere o pesanti che siano, che si abbandonano a gesti teppistici, a violenze di genere. Cosa essi possono sapere della cultura moderna, delle libertà civili, degli ordinamenti democratici? E’ un ritorno all’analfabetismo di nuova formulazione che non s’identifica con il non saper scrivere e leggere ma nel non conoscere o riconoscere i sentimenti che sono generati da un vivere comune fondato su determinati valori che trovano la loro continuità dal passato proprio perché non sanno di vecchio ma semmai di eterno. Sono deformazioni che i giovani se le portano nel loro DNA non sapendo più distinguere un evento sportivo sano a uno deformato dalla violenza e dal teppismo, dall’istruzione come base per una ricerca sistematica del sapere a vantaggio di una devianza aberrante degli stessi insegnamenti. E’ una strada che si trasforma in un vicolo cieco di là del quale non vi sono sbocchi possibili. (Riccardo Alfonso)

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La questione garibaldina e le elezioni regionali siciliane tra presente e passato

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 agosto 2017

garibaldi a palermoLe prossime elezioni amministrative regionali in Sicilia mi offrono l’occasione di riprendere una lettera che Fabio Cannizzaro Vice Segretario Frunti Nazziunali Sicilianu – Sicilia Ihdipinnenti mi scrisse per conoscenza e che aveva indirizzata in primis al Direttore pro tempore de “La Repubblica” Ezio Mauro sulla questione garibaldina e il dibattito mediatico che seguì. “…Il sicilianismo – scriveva – è inteso, percepito e veicolato come una sorta di sintesi di tutti i mali siciliani. Direi che questa è un’ingenerosa generalizzazione che però testimonia di un clima d’isteria che pervade ampi settori dell’intellighenzia e della politica centralista in Sicilia. Da molto, troppo tempo questi settori si sono adattati ad un’ampia, vissuta autoreferenzialità che li porta a pensare e vedere la realtà siciliana esclusivamente con le loro “lenti colorate”. Diciamo subito che una certa predisposizione alla “partigianeria” emerge già gridata negli occhielli e nei titoli dei tre “pezzi”. Tuttavia e malgrado questa propensione, dal mio angolo visuale, gli articoli vanno in ogni caso letti perché sono testimonianza di un atteggiamento, di una “forma mentis” molto diffusa nell’intellighenzia engagé e di potere, centralista e antisiciliana. E sì perché va detto che i “fatti di Capo d’Orlando” hanno in ogni modo, appunto, il merito di avere squarciato un velo di silenzio, voluto ed imposto, sulla storia, la memoria e l’identità della Sicilia e del suo Popolo. Certo un simile repentino, inatteso clamore ha trovato impreparati proprio quelli che per tradizione, abitudine, pigrizia o rachitismo e interesse non vogliono neppure pensare che la storia ufficiale della Sicilia, come oggi è veicolata, possa essere falsa, apocrifa e negazionista. Ed è proprio quello che è successo quando il Sindaco Sindoni ha reintitolato la piazza della stazione. I “chierici”, gli intellettuali engagé sicuri nelle loro “ortodossie”, ereditate e mai veramente meditate, si sono visti travolgere dal consenso che l’opinione pubblica accredita concretamente alla posizione sostenuta dal Sindaco orlandino. Quando poi un giornalista siciliano, per nulla sicilianista ma attento alle notizie, su un noto quotidiano, ha posto all’attenzione dell’opinione pubblica italiana la querelle sino allora solo paladina, quei settori, ideologizzati e pro-garibaldini, si sono visti scoperti e impreparati. La reazione è stata da manuale: gridata, ostentata e autoreferenziale. Quando poi, con un effetto domino, l’articolo del noto giornale ha scatenato la curiosità delle maggiori TV e della stampa estera, costoro si sono sentiti in dovere di difendere la “bandiera”, e specie nel mondo politico, di dire la loro e prendere posizione sulla questione. E così tutto rischia di ridursi ad uno schierarsi di mero stampo calcistico. Pro e Contro sono divenuti i punti di riferimento davvero sconfortanti della questione. Ed è in quest’ottica “tradizionale” che Sindoni ha raccolto la solidarietà del Presidente della Regione o anche quella del leghista Borghezio, mentre, va detto, molti altri si sono schierati dalla parte dei “garibaldini” (Idv, PS ecc..). Più però i settori politici, burocratici e culturali di potere manifestano la loro devozione filo-garibaldina e più l’opinione pubblica siciliana (e no) mostra di comprendere veramente il senso delle cose e soprattutto delle forze in campo. E così si giunge ai tre interventi de “la Repubblica” edizione di Palermo. In quello a firma di Pippo Russo va apprezzata, lo scrivo con sincerità, la sua capacità di scrivere sul cosiddetto “revisionismo” storico siciliano, come viene definito, senza entrare Amos Cassioli, Ritratto di Giuseppe Garibaldineppure minimamente nel merito dei fatti, storici e no, che hanno ispirato questa polemica. Russo non cita un solo evento a difesa e testimonianza dell’idea ufficiale ed ufficializzata di Risorgimento che vuole conservare, quasi “imbalsamare” ad infinitum. Alla luce di ciò temo di cominciare a nutrire più di un dubbio sulla Sua volontà di verità storica e sulla volontà di Questo di giungere ad essa attraverso fonti, atti e fatti concreti. Ciò su cui invece non ho alcun dubbio è la sua doviziosa capacità d’essere maestro in un sociologismo manierato quanto antisiciliano. Mi compiaccio con Pippo Russo, che non ho l’onore di conoscere, che Egli trovi inoltre tempo da dedicare anche a riflessioni linguistiche e/o meta-ortografiche, al punto che se queste sue note avranno successiva fortuna Egli diverrà, senza difficoltà, il post-Pitrè del XXI° secolo globalizzato. Tuttavia non possiamo non dire che ci fa onore che il senso completo di un siffatto, paradigmatico ragionamento, così poco moderno e progressista, prenda la stura dall’analisi di una sigla: SICILIA INDIPINNENTI che con tutta evidenza coincide con quella dell’organizzazione politica in cui mi onoro di militare: ‘u FRUNTI NAZZIUNALI SICILIANU – SICILIA INDIPINNENTI. E’ arguto, riconosciamolo, il tentativo operato da Russo di insinuare (cosa ben più facile e sinuosa che affermare) che esisterebbero una serie di lingue e identità quante sarebbero le provincialità e i comprensori siciliani. Tuttavia Russo non è né originale né il primo a tentare questa un simile approccio disarticolante. Dobbiamo dire che questo tipo di “reazione” è una prassi nota tipica di tutti i colonialismi e che, in concreto, poi si riduce a poco più di una boutade intellettualistica. Ci spiace doverle ricordare a Russo che i Siciliani, al di là e oltre le ovvie, naturali varianti ortografiche territoriali, intendo e comprendono comunque la lingua siciliana e si comprendono tra loro in tutta la Sicilia. I Siciliani, infatti, ben sanno d’essere parte di un Popolo, di una Nazione europea e mediterranea. Una Nazione, appunto, antica, riconosciuta che ha una peculiare tradizione culturale, linguistica conclamata anche se diversificata. Sarebbe bene che Russo se ne facesse una ragione e riflettesse su ciò. Passerò ora a proporre alcune veloci chiose su quanto ha scritto Umberto Santino. L’articolo di Santino offre, infatti, interessanti spunti di critica e confronto. Come, ad esempio, quando l’animatore del Centro Impastato scrive facendoci sapere che Egli ha le idee chiare su cosa vuole il sicilianismo. Io trasalgo e tendo bene le orecchie. Io che, infatti, in quest’area milito da quasi un quarto di secolo, ancora non ho ancora acquisito la sua sicurezza e sicumera su quello che il Sicilianismo sicilia nazionemonoliticamente vorrebbe. Cosa che invece Santino ostenta di ben comprendere e sapere. Santino afferma cose forse verosimili ma non certo vere. Se, Egli, davvero ci considera tutti “automi “al servizio della strategia lombardiana, non solo sbaglia manifestamente ma offende prima di tutto la sua stessa credibilità di studioso, politologo ed intellettuale. Chiunque abbia frequentato o realmente studiato l’area sicilianista sa che è più onesto dire che, oggi, il sicilianismo, quest’area politico-culturale è divisa, traversata appunto da tradizioni, scelte e forme organizzative diverse e spesso tra loro antitetiche. Il sicilianismo può essere dunque oggi rappresentato, più e meglio, come una nebulosa. Non so cosa le altre organizzazioni vogliano, ricerchino io qui mi limiterò a parlare solo a nome del mio partito: ‘u Frunti Nazziunali Sicilianu – Sicilia Indipinnenti e dell’area indipendentista democratica. Noi esistiamo dal 1964 (ben prima della lega, del Leghismo) siamo democratici, pacifici, schiettamente apertamente antimafiosi e socialmente progressisti quanto apertamente indipendentisti. Io quindi credendo nella buona fede di Santino lo invito ad andare oltre la rituale ripetizione di vecchi pregiudizi e solfe sul “separatismo” agrario (ma potevano i censiti 400.000 iscritti separatisti degli anni ’40 del secolo scorso essere tutti agrari?) e filo mafioso e a pensare operosamente a studiare la realtà ideale e politica dell’Indipendentismo Siciliano di allora e di oggi senza preconcetti. Per chiarire ogni possibile equivoco sappia Santino che Noi oggi siamo tra i pochi che hanno ancora la forza, la volontà e il coraggio di dire che la lotta alla mafia è precondizione per qualsivoglia azione politica in Sicilia e per la Sicilia. A ciò si aggiunga anche che Noi siamo tra i pochissimi partiti a non avere mai avuto cointeressenze né con la mafia né con qualsivoglia forma di malaffare. Quanto poi a quella che Santino avanza retoricamente come “una modesta proposta”, anzi una serie di proposte e cioè quelle: di intervenire sul monumento dedicato a Palermo, a Francesco Crispi, di cancellare su di esso la scritta “la monarchia ci unisce”, di arretrarlo e di affiancargli un qualcosa che ricordi i massacri dei Fasci Siciliani dei Lavoratori. Sorprenderemo forse Santino ma Noi siamo perfettamente d’accordo. Vorremmo però che Tutti e quindi anche Santino avessero la costanza e la coerenza di aggiungere che quei Siciliani, quelle donne e quegli uomini, erano socialisti e sicilianisti. Se non vuole credere a musica-popolare-sicilianaNoi l’informato Santino si ricordi degli studi di Massimo Gangi (che non era un sicilianista) e della “riscoperta” compiuta da questo del famoso oramai “Memoriale Codronchi” in cui i Fasci Siciliani chiedevano Autonomia per la Sicilia e rispetto della Sicilianità. E’ questa una parte della storia siciliana che c’è stata anch’essa sottratta quando il socialismo marxista dogmatico continentale dei vari Filippo Turati, Ivanoe Bonomi e Camillo Prampolini (quello che divideva gli italiani, bontà sua, in sudici e nordici) imposero un’osservanza risorgimentale e nordista (oggi diremmo padana) al già sviluppato socialismo siciliano. Di tutto ciò e di molto altro siamo disposti sempre e comunque a parlare, peccato però che molti sfuggano sistematicamente il confronto preferendo i soliloqui. Infine vorrei chiosare l’ultimo periodo dell’articolo di Santino che mi ha lasciato perplesso non poco. Egli testualmente scrive: “Questi segni gioverebbero a ricordare eventi dimenticati e probabilmente invoglierebbero a conoscere un po’ meglio la storia della Sicilia, senza sicilianismo”. Non ci può essere, non ci potrà mai essere una storia della Sicilia, Caro Santino, senza sicilianismi. Se ne faccia una ragione, rifletta sul fatto che scrivere ciò, di fatto, equivale ad affermare che può esistere una storia della Sicilia senza i Siciliani. E’ evidente qui, tornano in mente, esempi famosi di quando con certi giochi linguistici taluni scrivevano e scrivono di essere “antisionisti” ma poi intendo dire “antisemiti” nascondendosi poco nobilmente dietro le parole. Qui si tratta esattamente della stessa cosa, dietro vi è la stessa identica logica. Se ne faccia una ragione Santino, il Sicilianismo è insito nella storia Siciliana ed da essa inestricabile. Ciò che invece non è connaturato è lo stato di sudditanza politica e culturale della Sicilia dai poteri politico –economici forti e dalla mafia e del malaffare. Non è connaturato neppure quel certo vezzo neo-lombrosiano che vorrebbe la Sicilia razzisticamente quasi irredimibile. Sappia comunque Santino che essere Siciliani non è un destino né una condanna, quindi se vuole si “dimetta” ma non chieda agli altri di rinunciare al proprio Io collettivo. Quanto poi all’intervento di Giuseppe Casarrubea vorrei stigmatizzare l’affermazione avanzata da Questo e del resto presente anche in altre parti di questa doppia pagina, secondo cui Sindoni altro non sarebbe altro che un esecutore, o come Casarrubea mette nero su bianco un “capomastro” del “Deus ex Machina “, dell’ineffabile Raffaele Lombardo da Grammichele. Ad oggi nulla del genere mi risulta. Credo, in attesa di essere smentito, che si tratti di una facile generalizzazione che finisce per ridurre i termini della questione ad mero problema di polemica politica. In realtà non è così. Qui in ballo c’è, caro Casarrubea, molto di più di quanto Lei vede o voglia ammettere. Ho però apprezzato il suo distinguo quando Lei afferma di non potere mettere le mani sul fuoco sull’onorabilità della tradizione agiografica che si richiama a Garibaldi Giuseppe da Nizza (oggi Nice in Francia). Vede caro prof. Casarrubea, Ella non fa altro che gettare in sociologia, in chiave di liberazione sociale ciò che invece è logicamente, strettamente connesso alla stessa ragion d’essere della “questione garibaldina” e più in generale della riflessione storiografica sulla Sicilia. Per restare sui termini della questione giornale di siciliaoggetto dei fatti di Capo d’Orlando appare evidente che in Sicilia non si sviluppò lo sforzo volontaristico di un singolo uomo geniale e volitivo come si è troppo a lungo sostenuto quanto più, qui, si dipanò l’azione sciente e coordinata di una superpotenza (l’Inghilterra del 1860) che adoperò uno stato fantoccio (il Regno del Piemonte) per mantenere il suo controllo, oggi diremmo, geopolitico sul Mediterraneo. Professore Casarrubea, a mio avviso, Lei liquida troppo velocemente, troppo scontatamente, i tanti, troppi difetti che non può anche volendo negare all’azione diciamo non coerente del Garibaldi e dei suoi sodali. Certo Ella non può negare l’eccidio di Bronte, Ella non può negare il fatto, concreto testimoniato e testimoniabile, dell’essere i Garibaldini non una forza di liberazione e di emancipazione sociale ma un mal dissimulato strumento di colonialismo politico e di una collegata sopraffazione sociale. Ella inoltre non può neppure negare che la scuola italiana ha sempre evitato accuratamente di parlare di ciò. Si è sempre taciuto poi glissato e si preferisce ancora oggi far silenzio su questi temi. I cattivi maestri certo sono colpevoli ma la loro azione non è stato un atto di pervertimento personale o di ricercato volontarismo di singoli o gruppi ma una sciente, dimostrata volontà sostenuta e perorata, fino a qualche decennio fa, da un sistema culturale ufficiale monocratico e monoculturale. Prof. Casarrubea, mi spiace non poter poi concordare con Lei sul fatto che esisterebbe un Garibaldi tutto da scoprire. Se ne faccia una ragione professore, di Garibaldi finalmente si sono scoperte tutte le malefatte, tutte le ingenerosità e le tante viltà e piccolezze. Altro se si scoprirà sarà solo a conforto del reale volto del Nizzardo. Il Dittatore Ella sostiene fece la stessa fine dei viceré. Non è esattamente così. Mi spiego meglio. Professore ha ragione parzialmente quando afferma che il comportamento del DITTATORE (dunque non un libertador) voleva essere eguale e simile a quello dei vecchi viceré. Egli dunque non venne qui né per cercare il riscatto della Sicilia né tanto meno quello delle sue masse popolari. Più prosaicamente gli fu “subappaltato” un putsch antiborbonico, preparato, pianificato attentamente dai “servizi” inglesi e dai loro sodali piemontesi. Lui non fece dunque la stessa fine dei Viceré egli fu peggio di qualsivoglia Viceré. Fu un un “provocatore”, inviato a ingannare le energie sane che speravano di liberare la Sicilia dal giogo borbonico per restituirla alla sua Indipendenza nazionale. Ci scusi poi se non la seguiamo nel suo ragionamento quando Ella dopo aver ricordato la scomparsa di Ippolito Nievo, testualmente afferma: “Così finì una storia e ne cominciò un’altra o continuò quella di sempre, con le sue prerogative, i re Normanni, le glorie della Sicilia monarchica, l’autonomia e ora il federalismo. Cose che mi sembrano “interessate” sicilia-regione-default-120718100156_bigse pensiamo alla dimensione globale delle battaglie del nostro eroe.” Caro Professore, nel merito, le vorrei chiedere: Ci spieghi la continuità tra i poteri che Lei evoca, invoca e accomuna non Le sembra essere una facile generalizzazione che finisce per accostare dati diversi e con essi, cosa più grave, vittime e carnefici. Ad ognuno sono convinto, nel bene come nel male, vanno contestate, sempre e solo, le proprie, oggettive responsabilità. E certo non possiamo accusare il Popolo Siciliano, nella sua interezza, di essere immobile o immobilista. La verità è un’altra. Le elité legate al nuovo potere, piemontese e italiano poi, hanno loro concrete responsabilità che non possono certo essere così tranquillamente scaricate sul Costituzionalismo siciliano né sulla nostra tradizione statuale (allora in quasi tutto il mondo declinata nella forma monarchica). Quanto poi all’insinuante affermare che alla Sicilia rimasero le vecchie prerogative, abbia il coraggio, Professore, di scrivere e dire che le uniche prerogative mantenute dal nuovo padrone sabaudo, sino alla conquista nel 1946 dell’Autonomia Statutaria, furono quelle dell’impunità per i suoi sostenitori, per i picciotti di mafia al loro servizio e per i baroni italianizzati, cioè per quella categoria antropologica e parapolitica che Noi definiamo ASCARI. Mi permetta poi di contestare, fermamente quanto garbatamente, l’idea che festa repubblica.medium_300Garibaldi incarnerebbe il contraltare al particolarismo siciliano.
In conclusione credo davvero che la doppia pagina de “La Repubblica” – edizione di Palermo sia uno degli esempi più coerenti e paradigmatici di “negazionismo storico” e di “Conservatorismo politologico di marchio centralistico e di esclusivismo monoculturale che da anni mi è capitato di leggere”. Concludo queste mie contro-deduzioni dicendo che tra “il vento del nord” di nenniana memoria e “il vento avvelenato dell’indipendentismo” evocato nell’occhiello dell’intervento di Santino sta terzo e montante “Il vento della speranza” dell’Indipendentismo democratico, pacifista e antimafioso che offre finalmente una alternativa sociale e politica rispetto un “sistema” davvero triste sia che lo rappresentino certi autonomisti che certi centralisti di destra, centro o sinistra.” Sembra un discorso fatto al passato per i tempi andati ma qualcosa ci dice che tornano d’attualità per una visione di certo miope di una politica che non riesce a cogliere nel suo passato una sintesi culturale e civile e rapportarlo al presente e per proiettarlo nel futuro.

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Merck sempre più presente sul Web

Posted by fidest press agency su sabato, 1 luglio 2017

Merck, azienda leader in ambito scientifico e tecnologico, estende la propria presenza sul web: dopo YouTube (http://youtube.com/merckitaliachannel), e MerckforLife.it (http://www.merckforlife.it), da oggi è infatti attiva la pagina LinkedIn Merck Italia (https://www.linkedin.com/company/merck-italia).
La proposta di questo nuovo asset digitale non si limiterà alle offerte di lavoro per i professionisti del settore Healthcare: l’intento è quello di fornire costantemente news ed approfondimenti, per tenere i follower della pagina aggiornati su tutte le iniziative di Merck, azienda sempre più orientata a proporre un approccio alla salute che vada oltre il farmaco.“La pagina LinkedIn Merck Italia va ad arricchire l’ecosistema digitale dell’azienda, – ha dichiarato Antonio Messina, a capo del business biofarmaceutico di Merck in Italia – offrendo contenuti e aggiornamenti a quanti vorranno avvicinarsi al mondo Merck. Con questo nuovo asset, confermiamo ancora una volta la nostra visione, che non può prescindere dall’innovazione tecnologica e dalla presenza digitale”.La scelta di Merck di essere presente sul più grande network professionale del mondo è in linea con la cultura dell’azienda, da sempre molto attenta all’eccellenza nella gestione delle risorse umane, ed alla ricerca e valorizzazione di talenti in grado di contribuire significativamente alla realizzazione della mission aziendale: fare una reale differenza nella vita delle persone.Proprio quest’attenzione nella gestione e sviluppo delle persone è valsa a Merck il conseguimento della certificazione Top Employers Italia 2017.
Assegnata dal Top Employers Institute, tale certificazione riconosce e documenta l’eccellenza dell’azienda nella gestione delle risorse umane grazie alla propria cultura d’impresa, alle opportunità di carriera e ai benefici offerti ai propri dipendenti.
Merck è un’azienda scientifica e tecnologica leader nei settori Healthcare, Life Science e Performance Materials. Circa 50.000 dipendenti operano per sviluppare tecnologie in grado di migliorare la vita – dalle terapie biofarmaceutiche per il trattamento del cancro e della sclerosi multipla a sistemi all’avanguardia per la ricerca scientifica e la produzione, ai cristalli liquidi per gli smartphone e i televisori LCD. Nel 2016 Merck ha generato vendite per 15,0 miliardi di Euro in 66 Paesi.
Fondata nel 1668, Merck è la società farmaceutica e chimica più antica al mondo. Ancora oggi, la famiglia fondatrice detiene la quota di maggioranza della Società. Merck (Darmstadt, Germania), detiene i diritti globali sul nome e marchio Merck. Le sole eccezioni sono costituite da Stati Uniti e Canada, dove la Società opera con le denominazioni EMD Serono, EMD Millipore e EMD Performance Materials.

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La storia ci aiuta a capire il presente e a guardare al futuro

Posted by fidest press agency su sabato, 10 settembre 2016

renata-salvaraniRoma. Renata Salvarani, professore di Storia del Cristianesimo all’Università Europea di Roma è intervenuta al convegno “La misericordia trasforma il mondo: Cristianesimo e società” organizzato alla Lumsa all’interno del Giubileo delle Università e dei Centri di ricerca.
Migrazioni, confronti con seguaci di fedi diverse, le relazioni fra religione e violenza, le forme della misericordia e dell’accoglienza, la capacità del Vangelo di rinnovare le comunità. Sono le grandi questioni che ci interrogano oggi.
“La loro complessità dimostra che le nostre categorie sono inadeguate per capire il tempo che viviamo, nel mezzo di un cambiamento d’epoca – ha spiegato Renata Salvarani – Ecco allora la necessità di indagare il passato con gli strumenti delle scienze umane e con metodologie rinnovate, non per trovarvi facili attualizzazioni, né per condannare applicando criteri contemporanei, ma per rilevare la ricchezza di un percorso plurimillenario che ci appartiene e dal quale derivano molti aspetti del nostro modo di essere”.
Da questo è nata l’idea di sviluppare all’interno del Simposio iniziative scientifiche dedicate alla storia del Cristianesimo (nello scorso mese di marzo alla Lateranense un convegno internazionale di due giorni aveva messo a fuoco la specificità della disciplina rispetto alle Scienze religiose e al dialogo interreligioso).
“Fin dai primi secoli i cristiani hanno avuto la capacità di guardare con lucidità alle loro origini e al loro essere nel mondo – ha detto Renata Salvarani – Anche oggi la Chiesa ha bisogno del lavoro degli storici per guardare a se stessa e al proprio cammino dentro il tempo dell’uomo, al rapporto con le religioni, all’incontro con i non credenti. Contraddizioni, inadeguatezze, errori sono parte dell’agire umano e, come tali, non possono essere negati. Al contempo, l’impatto di innovazione del Cristianesimo, la sua forza di trasformazione, la sua capacità di farsi carne viva dell’uomo si leggono proprio attraverso eventi e fenomeni che scandiscono la storia”.
Ecco perché studi come questi possono diventare un terreno fecondo per individuare motivi di interpretazione di fronte ai fenomeni che segnano i nostri giorni. Ci invitano a porci interrogativi nuovi e a guardare con occhi diversi il nostro passato e, soprattutto, il nostro futuro. (foto:renata salvarani)

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Sfidiamo il presente!

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 settembre 2015

degagedegage1Roma giovedì 24 settembre alle ore 17 all’università La Sapienza (Giurisprudenza) verrà presentato l’evento: Sfidiamo il presente! (Roma, 24-27 settembre) – Lotte e conflitti nel movimento e per i movimenti. Sfidare il presente è un meeting nazionale costruito da molteplici realtà dei movimenti sociali antagonisti. Quattro giornate di dibattiti, eventi culturali e assemblee che mettono a tema differenti aspetti della crisi contemporanea e dei terreni di conflitto sociale: dalla scuola alle periferie, dalle nuove destre alle migrazioni, passando per il diritto all’abitare, i tagli al welfare e molto altro. Il programma dell’evento, ospitato all’università La Sapienza e all’interno di occupazioni abitative, vede l’intervento di accademici e protagonisti di lotte sociali provenienti da tutta Italia e da molti paesi: dal Black Lives Matter di Baltimora e Ferguson a George Caffentzis da New York alla questione curda con Uiki Onlus, da Valery Alzaga dall’Olanda e differenti esperienze inglesi, passando per la lotta per la casa con la PAH dalla Spagna e la lotta nei quartieri di Atene all’uruguaiano Raul Zibechi… E molto altro. Nel corso della conferenza stampa verrà presentato l’evento. (foto degage)

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Dittatura del presente, paura del futuro

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 marzo 2012

Roma venerdì 30 marzo alle ore 18.30 all’Institut français – Centre Saint-Louis, largo Toniolo 22 Marc Augé famoso antropologo francese per presentare il suo ultimo libroFUTURO, pubblicato da Bollati Boringhieri, occasione per parlare di uno dei temi centrali della modernità: il senso del tempo. Nell’incontro, organizzato in collaborazione con La Librairie française de Rome e l’editore, e con il sosotengo del Centre National du Livre, Marc Augé sarà intervistato dal filosofo Giacomo Marramao.
Nel mondo che conosciamo l’idea di futuro è ipotecata dalle carenze e dalle paure del presente. Sul futuro proiettiamo speranze di riscatto e attese di progresso; dal futuro temiamo qualche apocalisse. Forse, però, esiste un modo meno pregiudicato di guardare al tempo che verrà, liberandolo dai tanti chiaroscuri che finora si sono rivelati solo dei gravami, senza propiziare o sventare alcunché. Dopo tutto, il mito del futuro è speculare a quello delle origini. Da antropologo, Marc Augé ha dimestichezza con una pluralità di luoghi e di tempi, e proprio per questo sa riconoscere i nonluoghi e il nontempo che ogni giorno attraversiamo. Chi, come lui, è abituato a confrontarsi sia con la pienezza sia con la bassa intensità di senso, ragiona sul futuro da una prospettiva diversa: è l’eccesso di visione, di rappresentazioni precostituite che impedisce di concepire il cambiamento a partire dall’esperienza storica concreta. Con un vero colpo di ali, Augé coniuga scienza e futuro, ossia rimette in onore l’aspetto della scienza che più si discosta dalla tracotanza e dalla dismisura, e dai loro guasti planetari. Solo la sistematica messa in dubbio delle nozioni di certezza, verità e totalità permette infatti di rompere il cerchio magico che appiattisce l’avvenire su un eterno, allucinato presente.
Marc Augé, tra i maggiori africanisti dei nostri tempi, negli ultimi vent’anni è diventato una figura di riferimento anche per un’antropologia della tarda modernità. Nato il 2 settembre 1935 a Poitiers, già allievo dell’École Normale Superieure, è stato direttore degli studi presso l’École desHautes Etudes en Sciences Sociales (EHESS) dal 1985 al 1995. Dopo aver contribuito allo sviluppo delle discipline africanistiche ha elaborato un’antropologia della pluralità dei mondi contemporanei attenta alla dimensione rituale del quotidiano e della modernità. Ha inoltre focalizzato la sua attenzione su una serie di esperienze contemporanee che attraversano la progettazione urbanistica, le forme dell’arte contemporanea e l’espressione letteraria.

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Cultura tra passato e presente

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 giugno 2011

Esiste un problema di ordine culturale e psicologico non meno grave dei problemi posti dallo sviluppo della scienza contemporanea e della critica storica. Il dramma del nostro presente sta tutto qui con giovani che non riescono più a volgere lo sguardo al passato ma che si crogiolano con il loro presente e persino negando un ruolo chiave al loro futuro. Vivere e godere i frutti del presente sembra essere una parola d’ordine che ha un suo innegabile fascino. Con ciò si vogliono spezzare i legami con un passato e disconoscerne il suo primato nella continuità, prima ancora che nella tradizione, per affermare quei valori deformanti del capitalismo e del consumismo che rendono, in pratica, più aspri e conflittuali i rapporti non solo generazionali ma di vita in comune. Ci riferiamo, nello specifico, a quei giovani dell’abbandono scolastico, che si stordiscono con le droghe leggere o pesanti che siano, che si abbandonano a gesti teppistici, a violenze di genere. Cosa essi possono sapere della cultura moderna, delle libertà civili, degli ordinamenti democratici? E’ un ritorno all’analfabetismo di nuova formulazione che non si identifica con il non saper scrivere e leggere ma nel non conoscere o riconoscere i sentimenti che sono generati da un vivere comune fondato su determinati valori che trovano la loro continuità dal passato proprio perché non sanno di vecchio ma semmai di eterno. Sono deformazioni che i giovani se le portano nel loro Dna non sapendo più distinguere un evento sportivo sano ad uno deformato dalla violenza e dal teppismo, dall’istruzione come base per una ricerca sistematica del sapere a vantaggio di una devianza aberrante degli stessi insegnamenti. E’ una strada che si trasforma in un vicolo cieco al di là del quale non vi sono sbocchi possibili. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Presente e futuro delle arene sportive

Posted by fidest press agency su domenica, 5 giugno 2011

Fiera Milano – Rho (MI) Martedì 7 giugno 2011 – ore 15.00 sala Orange Conference Room.
• Ore 15.00 – Giovanni Palazzi, Presidente di StageUp – Sport & Leisure Business “I modelli di business per le Arene di Terza Generazione”
• Ore 15.20 – Ruben Saetti, Direttore Marketing e Consigliere Delegato CMB “Il Superluogo Stadio: spunti e riflessioni dalla costruzione del centro commerciale del nuovo stadio di Torino”
• Ore 15.40 – Mauro Lusetti, Amministratore Delegato Nordiconad “L’opportunità dei centri commerciali legati ai nuovi impianti sportivi: il caso del nuovo stadio di Torino”
• Ore 16.00 – Claudio Sabatini, Proprietario Futurshow Station “Il restyling della Futurshow Station, modello di Arena multifunzionale”
• Ore 16.20 – Adriano Pucci Mossotti, Presidente Comitato FIPAV Lombardia “Realizzazione del centro federale di pallavolo Pavesi: esempio di collaborazione fra pubblico e privato”
• Ore 16.40 – Pierpaolo Maza, Presidente Fondazione 20 Marzo 2006 La valorizzazione degli impianti sportivi dopo le Olimpiadi Torino 2006

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L’arte del presente è l’anima del futuro

Posted by fidest press agency su giovedì, 20 gennaio 2011

L’arte contemporanea è l’anima del futuro perché, con la sua capacità di offrire nuovi scenari e nuove prospettive, rappresenta uno stimolo costante alla creatività degli italiani e all’innovazione sociale ed economica. L’arte contemporanea è un modo attraverso il quale, anche grazie alle relazioni costruite con i più importanti musei internazionali, il nostro Paese consegna all’estero un’immagine di sé fatta non di stereotipi bensì di intelligenze creative e dinamiche.
L’arte contemporanea è motore attivo della nostra economia, poiché fonda la propria attività su una catena del valore che è costituita da ricercatori, conservatori, piccoli artigiani, editori locali e nazionali, restauratori, assicuratori, trasportatori, architetti, professionisti, nonché dal sistema di ristoratori, albergatori, commercianti, che, anche nelle realtà più piccole, beneficiano dell’indotto economico e turistico generato dalle realtà museali. Un patrimonio collettivo di opere, di relazioni, di immagine, di sapere e di stimolo all’innovazione, portatore di un valore aggiunto agli investimenti pubblici che lo sostengono. Di fronte alla riduzione dei finanziamenti pubblici, che si inserisce in una politica generale di decurtazioni già registrate negli ultimi anni e in un contesto di stanziamenti pubblici alla cultura considerevolmente inferiore rispetto agli altri Stati europei, AMACI vuole sensibilizzare l’opinione pubblica rispetto alla centralità che l’arte del nostro tempo assume per lo sviluppo culturale, sociale ed economico del nostro Paese.

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Strage Brescia: un presente senza risposte

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 novembre 2010

Ci stringiamo solidali ai familiari delle vittime ed ai feriti  della strage di Brescia in questo triste momento in cui la ricerca della verità è stata umiliata. Ancora una strage impunita al termine di un processo che ha assolto tutti.  Nessun colpevole per la strage di piazza della Loggia, a Brescia, dove il 28 maggio 1974 morirono otto persone e oltre cento rimasero ferite. Tutto ciò è incivile e vergognoso  Ricordiamo che in Italia, dal dopoguerra ad oggi, vi sono state 14 stragi con un numero spaventoso di morti e feriti, ma in nessuna di esse si è arrivati a colpire mandanti e ispiratori politici.  Solamente in due stragi si è arrivati a condannare gli esecutori materiali. Coloro che hanno utilizzato le stragi e il terrorismo per fini politici non sono stati individuati dai processi, sono ancora tra noi e sono impuniti. Concordiamo con le parole del Presidente dell’associazione dei familiari di Piazza Loggia: “In questo processo le cose che mi hanno colpito sono state le reticenze, le falsità che hanno raccontato. Stiamo ancora combattendo con un Parlamento che dice: sull’applicazione della legge sul segreto di Stato, a quattro anni dalla sua approvazione non ci sono ancora i regolamenti applicativi. Non c’è volontà di affrontare quegli anni”.  Amara considerazione che purtroppo descrive l’attualità. (Paolo Bolognesi)

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La povertà è un imperativo presente

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 giugno 2010

Toronto. “Se scegliessimo di intraprendere un cammino di riforme più ambizioso nel medio termine, potremmo ridurre sensibilmente gli squilibri globali”, affermano i leader nella dichiarazione finale del Summit G20. “Troppi condizionali”, dichiara Luca De Fraia. “La povertà è un imperativo presente. Sono più di un milione le persone che muoiono di fame nel mondo, persone che attendono aiuti concreti, non parole”. Cala il sipario sul G20 canadese senza che alcuna soluzione concreta a sostegno della fragile situazione economica mondiale sia stata intrapresa. L’unica proposta reale in gioco, sostenuta dai governi di Francia e Germania, era l’istituzione della Financial Transaction Act (FTT), un’imposta di entità irrisoria che avrebbe potuto contribuire a coprire i costi generati dalla crisi e rappresentare un freno alle attività speculative senza colpire l’economia reale. Tuttavia, a Toronto nulla di tutto ciò è divenuto realtà. “Un passo indietro rispetto alle promesse fatte nel 2005”, afferma De Fraia. “Invece di ragionare su come e quando mettere in campo concretamente le risorse che, da anni, devono ancora essere impregnate, i leader hanno fatto una nuova, debole, promessa: 7 miliardi di dollari per la salute materna e infantile (Muskoka Initiative on Maternal, Newborn and Child Health)”. “Se i grandi del pianeta vogliono effettivamente garantire “una crescita globale vigorosa, sostenibile ed equilibrata” come dichiarano nella relazione conclusiva del G20, impegnino delle risorse concrete”, conclude De Fraia. “La Banca Mondiale ha affermato che basta un taglio dello 0,50 per cento nella crescita dei paesi in via di sviluppo per aumentare di 80 milioni il numero di persone che vivono con meno di 1,25 dollari al giorno. Le parole non sfamano milioni di pance vuote, i tagli nemmeno”.

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Sahara il passato,il presente e le prospettive

Posted by fidest press agency su martedì, 15 giugno 2010

Bergamo 19 giugno 2010 presso la CISL di Bergamo, in via Carnovali ,88 sabato il (sala Riforniste) convegno sul tema sul conflitto del Sahara il passato,il presente e  le prospettive.

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