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Diabete e pressione alta, pochi controlli e poca percezione dei rischi

Posted by fidest press agency su venerdì, 9 novembre 2018

Chi soffre di diabete deve prestare particolare attenzione anche alla pressione alta: normalmente la prevalenza dell’ipertensione arteriosa nella popolazione adulta è pari a circa il 35% ma questa percentuale sale nel diabetico sino al 70%, anche all’80%. Purtroppo in Italia non c’è una appropriata cultura della prevenzione e del controllo di questo fattore di rischio. Basta pensare che un italiano su tre non sa di avere la pressione alta. Questo è l’allarme che viene lanciato dalla SIIA, Società italiana dell’Ipertensione Arteriosa.
“Un diabetico di tipo 2 – dichiara Claudio Ferri, Presidente della SIIA – deve controllare non solo la glicemia, ma anche la pressione arteriosa. Una pressione elevata, se non curata, può dar luogo a complicanze a carico di cuore, cervello e/o rene, ovvero infarto del miocardio, infarto cerebrale e/o insufficienza renale cronica, senza dimenticare la malattia vascolare degli arti inferiori, i disturbi della sfera sessuale e/o cognitivi”.
“E’ un vero peccato che l’attenzione nei confronti della pressione arteriosa, malgrado tutti i nostri sforzi educazionali, sia ancora non soddisfacente – continua Ferri -visto che tre italiani ipertesi su dieci non sanno di avere la pressione alta e non c’è l’abitudine di controllare la pressione arteriosa a casa propria anche se si è sani, sebbene gli apparecchi validati in commercio siano di modesto costo, ma affidabili”. Quali sono i segnali che la pressione è alta? L’ipertensione arteriosa è comunemente asintomatica, ma può manifestarsi con alcuni sintomi non correlati che possono svelare la presenza di pressione elevata (cefalea, vertigini, acufeni e/o disturbi della sfera sessuale). Tra i fattori di rischio favorenti la comparsa di ipertensione sono il fumo, l’obesità, la dieta scorretta con uso eccessivo di sale, la sedentarietà e lo stress. Tra le patologie concomitanti, oltre al diabete mellito, ci sono anche malattie renali, cardiache e/o cerebrovascolari. “Un diabetico che si cura appropriatamente, anche quindi normalizzando i propri valori pressori – conclude Ferri – può condurre una vita assolutamente normale”. La prevenzione della comparsa dell’ipertensione arteriosa e degli altri fattori di rischio cardiovascolare, la cura di tutte le possibili patologie coesistenti, l’adozione di uno stile di vita sano, il trattamento antiipertensivo efficace con nutraceutici e/o farmaci, l’aderenza e la persistenza alla terapia prescritta, sono tutte strategie indispensabili per prevenire questo disturbo oppure evitarne i danni.

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Un italiano su tre ha la pressione alta

Posted by fidest press agency su martedì, 17 gennaio 2017

pressione arteriosaBrescia, 16 gennaio 2017 – L’ipertensione rappresenta oggi uno dei maggiori rischi di mortalità cardiovascolare. Un italiano su tre ha livelli elevati di pressione, una situazione che ha implicazioni non soltanto mediche ma anche sociali ed economici. E’ questo il messaggio di Enrico Agabiti Rosei, Direttore del Dipartimento di Medicina della Azienda Spedali Civili di Brescia e Presidente della ESH, European Society of Hypertension, in apertura del congresso dal titolo “ESH update on hypertension and cardiovascular protection”, promosso a Brescia dalla Fondazione Internazionale Menarini e di cui Agabiti Rosei è presidente.
«Stiamo parlando di una condizione che interessa l’apparato cardiovascolare che può portare a gravi conseguenze soprattutto a carico di arterie, cuore, rene e cervello. Si calcola che nel mondo provochi ogni anno oltre otto milioni di decessi. La Società Europea di Ipertensione è molto attenta a questo scenario ed è impegnata al miglioramento del controllo della pressione tra la popolazione generale. Uno degli strumenti principali è l’informazione, sia dei cittadini sia dei medici. E tra gli appuntamenti principali di quest’anno si segnala appunto il congresso di Brescia». Tra i temi principali, il miglior trattamento per ridurre il rischio cardiovascolare, l’analisi di nuovi fattori di rischio, l’associazione tra problemi cardiovascolari e altre condizioni, l’ipertensione nei bambini e negli adolescenti, la differenza di trattamento tra uomini e donne.
«Le donne non percepiscono le malattie cardiovascolari come un importante problema di salute, nonostante sia evidente che le donne sono a maggior rischio rispetto agli uomini di morire per malattie del cuore associate a problemi di pressione» avverte Maria Lorenza Muiesan, Dipartimento di Scienze Cliniche e Sperimentali, Università di Brescia. «Una corretta strategia di prevenzione dovrebbe prevedere una maggiore conoscenza dei diversi fattori di rischio nella donna, come per esempio l’ipertensione in gravidanza e la presenza concomitante di malattie autoimmuni, come il lupus eritematoso. Il sesso femminile rappresenta uno dei principali fattori associati a una maggiore prevalenza di “ipertensione da camice bianco”, caratterizzata da un aumento stabile dei valori pressori quando misurati in ambiente clinico e dalla pressoché completa normalizzazione dei valori pressori quando misurati al di fuori del contesto clinico. In ultimo non va dimenticato la progressiva perdita del fattore protettivo esercitato dagli ormoni femminili, riduzione che si verifica in post-menopausa con la riduzione degli estrogeni». Un’altra situazione in cui l’ipertensione può creare problemi è la gravidanza.
«L’ipertensione è presente in circa una gravidanza su dieci» conferma Renata Cifkova, del Centro per la Prevenzione Cardiovascolare all’Università di Praga, Repubblica Ceca.
«E’ importante distinguere i casi in cui la donna è già ipertesa prima della gravidanza, oppure se è proprio la gravidanza a indurre ipertensione (la cosiddetta ipertensione gestazione). Le linee guida della Società Europea di Ipertensione raccomandano il trattamento farmacologico nelle donne gravide se la pressione è superiore a 150 mmHg, mentre il trattamento antipertensivo deve iniziare già con un livello di 140 mmHg se la donna soffre di ipertensione gestazionale. Le donne con alto o moderato rischio di pre-eclampsia dovrebbero assumere 75 mg di aspirina ogni giorno nelle dodici settimane prima del parto. Donne che presentano ipertensione nella loro prima gravidanza hanno un rischio maggiore nella gravidanza successiva. Più precocemente si manifesta l’ipertensione nella prima gravidanza e più elevato è il rischio che l’ipertensione di manifesti nella seconda gravidanza. Le donne che sviluppano ipertensione gestazione o pre-eclampsia hanno un rischio più elevato di ipertensione, ictus e infarto in futuro. Per queste donne è raccomandato uno stile di vita sano e un controllo periodico, preferibilmente annuale, per misurare la pressione e tenere sotto controllo altri fattori metabolici».
Agabiti Rosei, infine, si sofferma sull’articolato problema della scarsa aderenza alla terapia. «È un aspetto che va affrontato sotto molti aspetti. La relazione medico-paziente non può essere limitata da tempi troppo stretti e richiede una precisa motivazione del curante. Il sistema deve poi favorire l’uso appropriato dei farmaci e se possibile risolvere i vari problemi economici e organizzativi. Spesso tutto ciò non basta e allora dovranno essere cercati sistemi più incisivi per favorire l’assunzione delle terapie in modo regolare, per esempio con l’aiuto, in vari modi, della telemedicina. C’è poi la semplificazione della terapia, in particolare con la riduzione del numero di compresse da assumere».
Una posizione condivisa anche da Michel Burnier, del Servizio di Nefrologia e Ipertensione dell’Università di Losanna, Svizzera. «Oggi la gestione clinica dell’ipertensione raccomanda un corretto stile di vita, con consigli che riguardano la perdita di peso, una minore assunzione di sale, maggiore esercizio fisico, cui si associa l’assunzione di farmaci per ridurre la pressione arteriosa» commenta Burnier. «Però l’aderenza del paziente alle indicazioni del medico rappresenta il maggiore determinante nel successo terapeutico, e i cambiamenti nello stile di vita necessitano di una perseveranza a lungo termine per essere efficaci. Allo stesso tempo, anche la terapia va seguita scrupolosamente, mentre secondo diverse ricerche i pazienti che smettono di assumere i farmaci rappresentano una percentuale molto alta. Ciò è dovuto al fatto che l’ipertensione è spesso asintomatica, ma anche perché i pazienti sono frequentemente affetti da più patologie e costretti ad assumere molti farmaci. Da questo punto di vista la disponibilità di farmaci in associazione contro l’ipertensione, e quindi poter assumere una sola compressa, può rappresentare un’arma in più per invogliare il paziente a proseguire la terapia».

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La pressione alta si riduce significativamente mangiando Grana Padano

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 maggio 2016

Rockefeller University di New YorkNew York. Curarsi mangiando. Dal congresso dell’autorevole American Society of Hypertension in corso in questi giorni a New York la conferma che il cibo può essere la nostra medicina. Nel corso dei lavori è stato presentato e condiviso uno studio che dimostra come una dieta a base di Grana Padano DOP abbia contribuito a ridurre la pressione arteriosa nei soggetti affetti da ipertensione.
Lo studio clinico, realizzato dall’Unità Operativa di Ipertensione dell’Ospedale Guglielmo da Saliceto di Piacenza, guidata dal Dr. Giuseppe Crippa, e dall’Istituto di Scienze degli Alimenti della Nutrizione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, dimostra che 30 grammi al giorno di Grana Padano DOP, somministrati per 2 mesi, riducono significativamente la pressione alta.
I ricercatori italiani hanno condotto uno studio clinico controllato con placebo in pazienti ipertesi, con lo stesso protocollo che si usa per testare l’efficacia dei farmaci (procedura rarissima per gli alimenti), metodologia che dà risultati altamente attendibili e riconosciuti dalla comunità scientifica internazionale.Lo studio è stato realizzato inserendo nella dieta giornaliera di 30 pazienti (da 45 a oltre 65 anni, 13 femmine e 17 maschi) 30 grammi al giorno di Grana Padano DOP stagionato 12 mesi in quanto particolarmente ricco di tripeptidi che hanno proprietà ACE-inibitori. Gli stessi pazienti, in ordine casuale, hanno assunto un placebo inattivo, cioè privo di tripeptidi.Alcuni di questi peptidi (denominati IPP e VPP) hanno un importante effetto biologico in quanto sono in grado d’inibire l’attività di un enzima (enzima di conversione dell’angiotensina o ACE). Questo enzima è cruciale nella cura dell’ipertensione e i farmaci più diffusi per il suo trattamento agiscono proprio attraverso questo meccanismo (ACE-Inibitori come il ramipril, l’enalapril ecc).“Sono infatti questi frammenti proteici che si sviluppano nella fermentazione del latte ad opera del Lactobacillus helveticus che inibiscono l’enzima che fa aumentare la pressione arteriosa producendo la conversione dell’angiotensina – racconta il Dott. Crippa – queste molecole raggiungono la massima concentrazione nel Grana Padano stagionato 12 mesi, quello che troviamo a disposizione sul mercato e che noi abbiamo somministrato ai pazienti che non erano riusciti a stabilizzare la loro pressione arteriosa nei 3 mesi precedenti. Al momento dell’inizio della ricerca in tutti i pazienti la pressione era maggiore 140 mmHg per la sistolica e/o maggiore di 90 per la diastolica. Dopo 2 mesi di trattamento con Grana Padano i livelli pressori si sono ridotti in modo significativo (- 6 mmHg per la pressione sistolica e – 5 mmHg per la pressione diastolica) e, nella maggior parte dei pazienti, la pressione si è normalizzata.” Nel rispetto del disciplinare DOP il Grana Padano non può essere commercializzato con una stagionatura inferiore a 9 mesi, e quello che normalmente si trova sul mercato ha in media 12 mesi, proprio il momento in cui i peptidi antipertensivi raggiungono il picco. Dopo tale periodo, procedendo con la stagionatura, la concentrazione di queste molecole antipertensive via via diminuisce. Continua il Dott. Crippa: “È ragionevole pensare che l’effetto antipertensivo ottenuto con il Grana Padano DOP non sia facilmente estendibile ad altri tipi di formaggio perché la specie dei lattobacilli utilizzati, il tipo di caseificazione, la durata e le caratteristiche dell’invecchiamento del Grana Padano sono del tutto particolari e non facilmente riproducibili.” L’effetto del Grana Padano (quale prodotto funzionale) dimostrato da questa ricerca è stato raggiunto nonostante il contenuto di sale, grassi e colesterolo, elementi che in passato hanno portato molti a considerare il formaggio come nemico della salute. In realtà in 30 grammi di Grana Padano, la dose giornaliera data ai pazienti ipertesi, c’è molto meno sodio che in una rosetta di pane e enormemente meno che in una pizza. I lipidi del Grana Padano sono per il 28% monoinsaturi (come quelli dell’olio d’oliva) e per il 4% polinsaturi, quelli che contengono omega 3. Oltre a ciò i grassi del latte, secreti dalla mammella della vacca, sono rivestiti da alcuni strati di lipo-proteine bioattive con proprietà importanti come per esempio la riduzione di grassi ossidati (quelli più dannosi per la salute delle arterie) e la protezione da infezioni.
In 30 grammi di Grana Padano si trovano 32 mg di colesterolo, una quantità veramente modesta rispetto a 220 mg che rappresentano il livello medio giornaliero consigliato per un adulto.

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