Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 348

Posts Tagged ‘prigionieri’

Presentazione del libro “Ferite nell’anima e corpi prigionieri”

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 novembre 2021

Parma martedì 23 novembre dalle 17, nell’Aula dei Filosofi dell’Ateneo di Parma (Palazzo centrale, Via Università 12), si terrà il secondo incontro del ciclo di seminari Contemporary Authors in Bioethics, organizzato dal Centro Universitario di Bioetica (University Center for Bioethics – UCB) e dedicato alla presentazione (in dialogo con gli autori) di libri sulle principali questioni del dibattito bioetico/biogiuridico contemporaneo. L’evento vedrà la presentazione del libro Ferite nell’anima e corpi prigionieri. Suicidio e aiuto al suicidio nella prospettiva di un diritto liberale e solidale di Stefano Canestrari, docente di Diritto penale all’Università di Bologna, in dialogo con Paolo Veronesi, docente di Diritto costituzionale all’Università di Ferrara e Ludovica De Panfilis, ricercatrice sanitaria e responsabile dell’Unità di Bioetica dell’Azienda USL-IRCCS di Reggio Emilia. Ad introdurre l’incontro sarà Antonio D’Aloia, Direttore del Centro Universitario di Bioetica. L’appuntamento rappresenta l’occasione per riflettere, secondo una prospettiva interdisciplinare, sul tema del suicidio assistito, a seguito del caso di Dj Fabo, delle pronunce della Corte costituzionale intervenute sul tema, (nn. 207/2018, 242/2019), e alla luce della richiesta di referendum per la parziale abrogazione dell’art. 579 c.p. (omicidio del consenziente). L’incontro si terrà in presenza, nel rispetto delle normative anti-Covid. Per accedere è necessario essere in possesso di green pass (si consiglia la prenotazione del posto.

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Prigionieri mapuche in Cile: Sciopero della fame per la protezione e i diritti

Posted by fidest press agency su martedì, 21 luglio 2020

Da più di tre mesi Celestino Córdova, un’autorità spirituale e politica (machi) dei Mapuche, fa lo sciopero della fame nel carcere di Temuco, nel sud del Cile. Questo è già il quinto sciopero della fame del machi dal suo arresto nel 2013, ed è stato condannato a 18 anni di carcere nel 2014 per l’omicidio della coppia Luchinger-Mackay. Gli osservatori internazionali, i gruppi per i diritti umani e le organizzazioni e comunità mapuche mettono ancora in dubbio le prove presentate e la legalità della sentenza.Tra le altre cose, il machi chiede il suo trasferimento e quello di tutti i prigionieri politici mapuche e non mapuche agli arresti domiciliari nelle loro case e comunità. Perché la crisi di Covid 19 sta dilagando anche in Cile e i prigionieri sono particolarmente a rischio di infezione. Inoltre, Cordova chiede l’attuazione dei diritti umani e indigeni internazionali, come la Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), che anche il Cile ha ratificato. Gli articoli da 7 a 10 della convenzione regolano le circostanze di detenzione delle popolazioni indigene.Lo stato di salute di machi è attualmente estremamente critico: pesa solo 65 chili circa, ha gravi problemi respiratori e cardiaci, soffre di nausea e ha dolori su tutto il corpo. Gli scioperi della fame fanno parte delle proteste decennali dei Mapuche. Tra le altre cose, chiedono la restituzione dei loro territori, l’autonomia e l’autodeterminazione. Circa il dieci per cento della popolazione cilena è mapuche. Soprattutto a partire dagli anni Novanta, i loro diritti sono stati violati massicciamente dallo Stato cileno e la loro protesta è stata criminalizzata.Nella seconda metà di maggio, il Cile ha messo agli arresti domiciliari oltre 13.000 prigionieri a causa della crisi di Covid-19. I prigionieri politici, compresi i non mapuche, si vedono negare questa protezione dal governo. Questo dimostra in primo luogo il carattere razzista e in secondo luogo politico delle decisioni delle autorità cilene. Allo stesso tempo, le richieste per progetti di infrastrutture ecologicamente dannose come centrali elettriche e dighe nei territori Mapuche sono raddoppiate tra marzo e maggio rispetto all’anno precedente.Altri detenuti che hanno partecipato allo sciopero della fame sono: Sergio Levinao Levinao, Víctor Llanquileo Pilquimán, Juan Calbucoy Montanares, Juan Queipul Millanao, Freddy Marileo Marileo, Danilo Nahuelpi Millanao e Reinaldo Penchulef Sepúlveda nel carcere di Angol e Antu Llanca nel carcere di Temuco. L’Associazione per i popoli minacciati (APM) invita il presidente cileno Sebastián Piñera e il suo governo a soddisfare le legittime richieste dei prigionieri mapuche: Ci uniamo alle tante voci internazionali e, come Martín Almada, vincitore del Premio Nobel alternativo, chiediamo che la vita di questi prigionieri sia protetta.

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Teatro: Prigionieri al settimo piano

Posted by fidest press agency su giovedì, 13 ottobre 2016

prigionieriRoma dal 18 al 30 ottobre Teatro dei conciatori Via dei conciatori, 5 sarà in scena PRIGIONIERI AL SETTIMO PIANO di Maria Letizia Compatangelo, con Gianna Paola Scaffidi e Rosario Galli; regia di Donatella Brocco. Due coniugi, Pino e Mariuccia, lui professore universitario ma ancora inquadrato come ricercatore, lei traduttrice dall’inglese di libri per l’infanzia, sono alle prese con un prestito che deve salvarli dalla rovina. Una coppia normale, di individui che un tempo sarebbero appartenuti al ceto privilegiato degli intellettuali, messa sotto torchio dalla crisi e dalla disonestà altrui. Sì, perché tutti i risparmi glieli ha mandati in fumo la banca con investimenti truffaldini. Fortuna che almeno avevano già comprato la casa! Purtroppo è al settimo piano di un palazzone di periferia, in un quartiere che la vicinanza all’università ha reso appetibile per gli speculatori. E infatti un’Immobiliare ha comprato lo stabile, che vuole ristrutturare per venderne gli appartamenti a prezzi decuplicati, e ha già sfrattato tutti i vecchi inquilini. Non loro, certo, ma essere proprietari significa dover versare la propria quota per il restauro, una cifra enorme, mentre gli emissari dell’Immobiliare premono con “avvertimenti” minacciosi, che hanno la faccia da bello e dannato di Angelo, un ventenne cinico e corazzato. Prigionieri al settimo piano del palazzo in ristrutturazione, Pino e Mariuccia devono affrontare vari colpi del destino, sinché, finalmente, un prestito arriva… Biglietti: € 18,00 + tessera obbligatoria di 2 € ORARIO SPETTACOLI: dal martedì al sabato ore 21,00 domenica ore 18,00 (foto: prigionieri)

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Liberi cittadini o prigionieri della divisa?

Posted by fidest press agency su martedì, 16 agosto 2016

franco gabrielliIl Coisp sindacato della polizia ci rende partecipi di una lettera inviata al capo della polizia su un tema che riteniamo interessante riguardante la vita del poliziotto tra il tempo speso al lavoro e il dopo. Vi è una continuità? Ecco il testo: “Egregio Prefetto Gabrielli, la libertà di espressione degli Appartenenti alla Polizia di Stato sta subendo, negli ultimi tempi, ogni sorta di menomazione. In base ad anacronistiche forme di “censura” ed in forza di un regolamento di disciplina obsoleto e dai dubbi profili di costituzionalità, applicato “a prescindere” ogni qualvolta un poliziotto o una poliziotta esprimono un’opinione sui social network (proprio come fanno migliaia di esponenti del mondo civile, politico e sociale, ininterrottamente) si scatenano delle campagne persecutorie che vedono alleati gli esponenti di un’area politico-ideologia (a tutti noi nota e che ha radici tristemente radicate in periodi storici apparentemente lontani, al cui superamento costoro non si sono mai del tutto rassegnati) e nientemeno che l’Amministrazione della P.S.. Lo sventurato che si trova ad esprime un’opinione non polically correct viene flagellato brutalmente da certa artificiosa opinione pubblica e dall’Amministrazione stessa, solerte nel censurare e sanzionare, nel convincimento deprimente di poter prendere così le distanze da quella che a tutti addita come una mela marcia, come un “cretino”.
Del resto, quasi due secoli fa il filosofo e scrittore statunitense Ralph Waldo Emerson al riguardo efficacemente scriveva (siamo nel 1800 …!): “Il mondo per il non conformismo ti flagella con la sua propria ira, perché esso è per il volgo”Invece, ricordiamo a noi stessi che l’art. 21 della Costituzione recita: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. E questo pensiero va difeso anche quando non è il pensiero dominante, quello dei benpensanti che, spesso, sono caratterizzati da una massiccia dose di ipocrisia.“Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo”, affermava Voltaire, secondo la saggista britannica Evelyn Beatrice Hall.
Ma per noi tale diritto viene circoscritto notevolmente, per non dire mutilato, dal Titolo III del D.P.R. 28 ottobre 1985 n. 782 sui “Doveri generali e particolari” e dall’applicazione automatica del D.P.R. 25 ottobre 1981, n. 737. Siamo uomini e donne che rappresentano lo Stato, quindi ogni mancanza in servizio viene punita severamente. Ma dov’è il confine tra critica lesiva del decoro e la semplice espressione di pensiero del cittadino-poliziotto? Oggi questo limite non esiste. Ad ogni post ritenuto sconveniente, spesso semplicemente perché rimbalza in qualche blog o articolo on line, il collega viene immediatamente sanzionato, a volte anche solo per un like in un post di Facebook scritto o condiviso da altri.
La lenta, ma progressiva, erosione del diritto di esprimersi, sta diventando una frana inarrestabile che va ad influire direttamente sull’uomo e sulla donna che indossano una divisa. Un articolo di stampa di questi giorni parla dell’apertura di un procedimento disciplinare “come di prassi” contro una poliziotta, ritenuta colpevole di aver espresso la propria opinione sulla presenza di posteggiatori abusivi nel centro della città dove vive, mentre, libera dal servizio aveva avuto uno scontro verbale con un personaggio che gli chiedeva soldi per lasciare la propria auto in un parcheggio pubblico.Poche settimane fa un procedimento disciplinare è stato avviato, dopo una richiesta di una federazione sportiva, che si era ritenuta offesa delle affermazioni fatte da una ex atleta delle Fiamme Oro. Una vendetta semplice: scrivere al suo superiore e farla pagare alla collega.
La potestà disciplinare è come una tagliola che viene applicata senza una regola, se non il “libero convincimento” che una qualsiasi critica, possa venire intesa come una condotta non conforme alla dignità delle funzioni, anche per chi se ne sta in ferie al mare sotto l’ombrellone e magari scrive un post non gradito contro qualcosa che nulla ha a che fare con la propria professione.
Il moltiplicarsi delle occasioni di espressione del proprio pensiero, come tale ovviamente anche il diritto a ravvedersi ed a cambiare idea, invece di rendere gli uomini e le donne delle Forze dell’Ordine più liberi, li sta rendendo muti, prigionieri di quel ruolo che la Costituzione intendeva di primordine: servire lo Stato. Il presupposto era però che lo Stato difendesse i propri Rappresentanti quando lo rappresentano, non che si accanisse contro di essi quando esprimono le proprie opinioni come qualsiasi altro cittadino ha il diritto di fare.Oggi invece i Servitori dello Stato vivono una situazione kafkiana: per fatti accaduti in servizio,si trovano senza tutele giudiziarie, senza tutele legali, né difesi da parte della propria Amministrazione. Ricordiamo tutti con amarezza il famoso “cretino” affibbiato, senza nemmeno sapere perché, ad un collega dall’ex Capo della Polizia.
Nel resto del proprio tempo i colleghi sono chiamati a dover rispondere personalmente e lavorativamente di ogni presunta lesione di quel decoro della Polizia di Stato, che non viene nemmeno difeso seriamente dalle leggi.
I tempi cambiano, per esempio l’oltraggio a pubblico ufficiale, seppure esistente, come capo d’imputazione fa ridere: i reati che vengono compiuti ai danni degli Appartenenti alle Forze dell’Ordine, limitandoci a quelli fisici, anche volendoli circoscrivere temporalmente alle sole manifestazioni di piazza, sono considerati una medaglia in una consistente parte del mondo malato che ci circonda.Però siamo noi del COISP a costituirci parte civile nei processi contro chi provoca le lesioni ai colleghi, non l’Amministrazione della Pubblica Sicurezza, che pure potrebbe e dovrebbe farlo sia sotto il profilo etico e morale, sia materiale. Mentre è sempre più evidente la necessità di una Polizia al passo con i tempi, i poliziotti sembrano essere destinati a tornare indietro di quarant’anni, quando non esistevano i diritti, non esistevano i Sindacati, la trasparenza e l’equità erano sacrificati sull’altare delle necessità, che spesso giustificavano abusi d’autorità. Un semplice post su Facebook scritto oggi può venire usato, contro di me, domani o fra un anno. Il messaggio di costrizione della libertà di espressione si rinforza ad ogni presunta violazione del regolamento e conseguente contestazione addebiti: intanto io ti punisco, poi vedremo….attento a quello che scrivi… eccetera.Vogliamo tutti una Polizia migliore, non possiamo volere Poliziotti muti. La democrazia che abbiamo giurato di servire e che difendiamo per tutti i cittadini, ce la stiamo vedendo sfilare sotto agli occhi dentro casa nostra, mentre qualche solone plaude fingendo che tutto sia una prova di efficienza. Noi crediamo che la solidarietà sia il primo e più importante collante, per chi si deve fare forza e continuare a servire lo Stato, i cittadini e la democrazia. Oggi questa sana solidarietà tra colleghi viene compromessa dal sospetto, dalla diffidenza che trasforma ogni nostro pensiero privato manifestato su un proprio spazio virtuale, in una potenziale minaccia per la propria attività lavorativa.
Ovviamente è tanto facile colpire quanto è altrettanto semplice non farlo. Dopotutto chi può imputare ad un Dirigente di aver visto, ma taciuto, un post di un amico e di aver invece sanzionato quello di una persona non gradita? Perché la delazione è assolutamente fruttuosa nel primo caso, basta stampare una pagina ed il gioco è fatto.
Quando avremo tutti il diritto di manifestare liberamente il nostro pensiero, quantomeno senza trovarcila spada del procedimento disciplinare perennemente presente sulla nostra testa, avremo tutti una Polizia migliore. Oggi siamo prigionieri della divisa quando siamo in servizio perché dobbiamo sopportare ogni sorta di insulto da parte di chiunque, guai a reagire, anche solo verbalmente, perché si scatenano i rabbiosi tutori dei “chiunque altro tranne che delle divise”.
Poi siamo prigionieri dell’Amministrazione quando siamo per i fatti nostri, perché allora ci si ricorda dei doveri, del decoro, delle funzioni. Proviamo a fare l’inverso e faremo passi da gigante per sanare il crescente disprezzo delle regole del vivere civile, delle leggi e del sistema democratico che sta minando la serenità delle persone oneste, coloro i quali soccombono dinanzi alle prepotenze, all’arroganza, all’illegalità apparentemente piccola che subiscono nel proprio quotidiano, ma grande che subiamo tutti come Nazione.
Lo slogan istituzionale #essercisempre, deve significare esserci anche per gli uomini e le donne della Polizia di Stato, da cittadini e Rappresentanti dello Stato, difendendone il diritto di parola e di pensiero.Chiudiamo con una piccola riflessione che sottoponiamo a Lei, signor Capo della Polizia. Si è chiesto (in caso contrario crediamo che dovrebbe farlo, dato che ha questa grande responsabilità istituzionale) perché si moltiplicano queste “esternazioni” dei colleghi sui social network? Noi crediamo che la risposta sia il semplice senso d’impotenza che sempre più li affligge: come cittadini, testimoni delle quotidiane barbarie a cui siamo sottoposti come vittime o spettatori partecipi, e come Rappresentanti dello Stato, testimoni privilegiati dell’inadeguatezza del nostro sistema (legislativo e giudiziario) a contrastare fenomeni che rendono peggiore la nostra vita di tutti i giorni. Non crediamo che sia un “esercizio molto serio” tentare di risolvere questi problemi con la mordacchia.”

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Prigionieri nel Sinai

Posted by fidest press agency su domenica, 13 novembre 2011

Sand dune on the Sinai Peninsula.

Image via Wikipedia

A che cosa servono le azioni dei difensori dei diritti umani? A che cosa servono azioni e campagne, rapporti e denunce, contatti con le istituzioni e i media, nel corso di tali operazioni? A volte, purtroppo, non sono sufficienti ad evitare tragedie umanitarie né a salvare vite umane. Non è questo il caso, però, della lunga campagna che il Gruppo EveryOne e le altre ong impegnate a tutelare i diritti dei profughi subsahariani hanno condotto a difesa dei migranti nel nord del Sinai. Grazie all’enorme mole di testimonianze, resoconti, fotografie, video e prove, i difensori dei diritti umani hanno salvato centinaia di vite, nel governatorato del Nord del Sinai. Grazie alla continua presenza mediatica, alle risposte sempre efficaci delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea. Grazie al lavoro di organizzazioni preparate coraggiose come New Generation Foudation for Human Rights, ICER, Agenzia Habeshia, Ong Gandhi e di altre piccole e grandi organizzazioni, tanti esseri umani destinati al mercato nero degli organi, alle atrocità nei covi dei trafficanti, alla disumana condizione di detenzione nelle carceri egiziane, a una deportazione senza speranza sono stati salvati. Questa realtà non attenua il dolore per le tante vittime né per il calvario passato da tanti giovani rifugiati. Tuttavia, siamo convinti che ogni vita salvata sia un grande miracolo, un passo importante verso una società umana senza più violenze, prevaricazioni, discriminazioni e ingiustizie. Mercoledì 9 novembre 2011, anche se i media non ne hanno parlato, si è realizzato un altro miracolo. Dopo che la vicenda dei prigionieri del Sinai è stata diffusa dalla CNN, in un documentario che il network ha realizzato in collaborazione con EveryOne e New Generation Foundation for Human Rights; dopo la diffusione della realtà del traffico di esseri umani e organi, degli omicidi e degli stupri, dei crimini commessi dalle guardie di frontiera egiziane sui più importanti quotidiani del mondo e, finalmente, anche attraverso i media egiziani (dal Daily News Egypt alla TV di stato), si è concentrata una tale attenzione sul governatorato del Nord del Sinai da rendere davvero duro lo sporco lavoro dei trafficanti. Sono tutti lì, i media del mondo, ad Arish, Gorah, Rafah. Indagano, fanno domande, perlustrano le città, alla ricerca dei container sotterranei e dei gruppi di subsahariani nelle mani degli “smuggler”. I nomi dei criminali sono su mille labbra: Abu Kahled, Abu Ahmed, Abu Abdellah, la famiglia Sawarka. Nel contempo, l’Alto Commissario Onu per i Rifugiati, lo Special Rapporteur sul Traffico di Esseri Umani, il Commissario Ue per i Diritti Umani, il Comitato Europeo contro la Tortura e decine di parlamentari ed europarlamentari, di ong e intellettuali inviano lettere di protesta e denuncia alle autorità egiziane e internazionali. In questo clima, molti capi-trafficanti hanno avuto paura di essere perseguiti dalle autorità e – mercoledì 9 novembre 2011 – hanno deciso di liberare numerosi gruppi di profughi che detenevano. Li hanno liberati al confine con Israele: 100 da Arish, 200 da Rafah, 50 da Gorah e così via, fino a raggiungere il numero di 600, secondo i numeri diffusi dall’UNHCR. 600 esseri umani destinati a un futuro terribile, spesso alla morte, sono ora liberi, grazie all’attivismo umanitario e ai difensori dei diritti umani che non si arrendono mai, neanche di fronte a un silenzio e a un’indifferenza che sono durati anni. Ora il Gruppo EveryOne ha chiesto all’Alto Commissario per i Rifugiati di vigilare affinché questi profughi siano tutelati e reinsediati nell’Unione europea, senza che possano correre il pericolo di una deportazione. Non vi sarà sicurezza per loro, finché tale eventualità non sarà scongiurata. Tuttavia, anche se non dobbiamo allentare la guardia, possiamo essere soddisfatti per i risultati che il nuovo attivismo – quello che usa internet, ma si espone anche in prima persona, correndo gravi rischi per salvare vite umane – ottenga oggi in un mondo tormentato e ancora lontano da un ideale di pace e giustizia sociale.

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Profughi nel Sinai

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 gennaio 2011

Rafah, Mentre l’Egitto sta preparandosi a un massiccio intervento contro i trafficanti del Sinai, con una poderosa unità speciale anti-terrorismo agli ordini del Generale Najab e con la supervisione del capo dell’intelligence per il nord del Sinai Generale Svillan, i predoni di Abu Lafi e del suo luogotenente Abu Khaled accelerano la liberazione degli ostaggi, anche di quelli che non sono riusciti a completare il pagamento del riscatto. Secondo don Mussiè Zerai, che ha parlato stamattina con gli ultimi eritrei detenuti nel campo di prigionia a sud di Rafah, restano nei container-prigione nel frutteto di Abu Khaled 27 africani, fra cui quattro donne. Una ragazza è al sesto mese di gravidanza e, secondo Zerai, a rischio di perdere il bambino a causa dei maltrattamenti e dei violenti stupri. Maltrattamenti che, dopo la campagna internazionale per la liberazione dei profughi, sono comunque diminuiti, tanto che i Medici per i Diritti Umani di Jaffa non hanno riscontrato tracce evidenti di torture visitando i migranti liberati di recente. Nel frattempo numerose adesioni raggiungono EveryOne, l’Associazione Profughi Eritrei della Lombardia e il Gruppo Facebook “Per la liberazione dei prigionieri nel Sinai” riguardo alla manifestazione prevista per il 29 gennaio davanti alla Rappresentanza della Commissione europea a Milano. (Nota del Gruppo EveryOne) (Profughi nel sinai)

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Prigionieri degli ogm

Posted by fidest press agency su domenica, 5 settembre 2010

“Attraverso un’autorizzazione ministeriale, è possibile coltivare un campo con Organismi Geneticamente Modificati. Ma ciò non dovrebbe avvenire. Fare coesistere coltivazioni  naturali (non OGM), con coltivazioni OGM, è impossibile”. Questo il commento chiaro dell’On. Scilipoti, (IDV), in riferimento all’espandersi di richieste di autorizzazione. “Se si inquinano le falde acquifere, se si scaricano in mare rifiuti tossici, se si contaminano le città con attività radioattive, si diventa criminali. Ma se si piazza una coltivazione OGM accanto a campi a coltura naturale senza nessuna barriera fisica, chimica o biologica – continua il deputato di Italia dei Valori – e il vento e gli insetti trasportano il polline di queste entità microbiologiche con materiale genetico modificato in maniera diversa da ciò che si verifica in natura e non sufficientemente testato, e  queste entità vanno a contaminare la popolazione e l’ambiente circostante,  chi saranno i colpevoli? Come si dovranno chiamare? Chi pagherà per i danni arrecati? Quali cure potranno essere predisposte?”. Conclude l’On. Scilipoti (IDV): “A parte i probabili danni al nostro DNA, stiamo rischiando fortemente, oggi, di mettere a repentaglio l’immagine e la sostanza del nostro made in Italy nel mondo, con buona pace dell’economia agricola e commerciale. Impediamo le piantagioni OGM: è la natura che lo richiede”.

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Eritrei prigionieri in Libia

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 luglio 2010

E’ di questi giorni la notizia, ripresa dalla stampa nazionale, che i cittadini eritrei prigionieri in Libia non siano stati liberati, ma versino ancora in condizioni disumane presso il campo “lager” di Brak.
Secondo le testimonianze rese da alcuni prigionieri, a Brak mancano cibo, acqua e assistenza medica. Pochi giorni fa alcuni esponenti istituzionali si erano affrettati a proclamare una presunta libertà concessa ai prigionieri eritrei, in cambio di imprecisate attività lavorative da effettuarsi secondo le rigide indicazioni del governo libico. Una parte dei rifugiati, attualmente prigionieri in Libia, era stata in precedenza respinta dalle forze di sicurezza italiane.  E’ necessario che venga fatta maggiore chiarezza sui criteri in base ai quali opera il respingimento effettuato dalle autorità nazionali italiane.  Non può essere ulteriormente tollerato un tale abuso dei diritti umani. La Fondazione Kennedy si appella pertanto alle istituzioni europee, italiane e libiche, affinché si riesca a garantire ai rifugiati la tutela dei loro diritti, sanciti dalla Convenzione di Ginevra del 1951. Ai cittadini eritrei deve essere concessa una libertà effettiva e non condizionata a contropartite poco chiare ed elusive del rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo.
La Robert F. Kennedy Foundation of Europe (RFK Europe) è una Onlus indipendente, apolitica e senza scopo di lucro che nasce a Roma nel 2005, ispirata dal sogno di Robert f. Kennedy di realizzare un mondo più giusto ed equo. Attraverso il manuale educativo “Speak Truth to Power: Coraggio senza Confini”, l’esposizione delle emozionanti foto di Eddie Adams, e la messa in scena dello spettacolo teatrale “Coraggio senza confini – voci oltre il buio”, RFK Europe coinvolge ogni anno più di 200mila persone, giovani in particolare, nella riflessione sui principi dei diritti umani e sulle violazioni della dignità umana, raccontando le storie esemplari di 51 uomini e donne che nel mondo dedicano la loro vita alla difesa dei diritti umani.

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Ricordare il dramma di tutti i prigionieri

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 giugno 2010

“Ha ragione il Manifesto che oggi con un breve  articoletto  contesta al Sindaco Alemanno il fatto di voler ricordare, con lo spegnimento delle luci del Colosseo alle ore 23, il caporale Gilad Shalit da 4 anni prigionero di Hamas, dimenticando però il dramma di  11 mila palestinesi, fra cui anche  donne e bambini, che da anni si trovano in “detenzione amministrativa”  (ossia senza specifiche motivazioni) nelle carceri israeliane. Chiederò  alla Presidente e alla Giunta del nostro Municipio, con una mozione che presenterò in una delle prossime sedute Consiglio, di ricordare  anche il dramma delle migliaia di palestinesi sequestrati nelle carceri israeliane con una iniziativa simbolica da organizzare nel nostro Municipio, insieme alla comunità palestinese, in segno di parziale “risarcimento” per l’odioso “doppiopesismo” messo in campo dal Sindaco Alemanno”. E’ quanto dichiara Giovanni Barbera, presidente del Consiglio del XVII Municipio ed esponente  del Prc-Federazione della Sinistra.

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Sahara: prigionieri politici in sciopero della fame

Posted by fidest press agency su martedì, 20 aprile 2010

Dopo 34 giorni di sciopero della fame cinque attivisti per i diritti umani del Sahara occidentale sono in serio pericolo di vita. L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) è molto preoccupata per questi prigionieri politici che potrebbero morire anche tra pochi giorni se le autorità marocchine non reagiscono e non concedono loro quanto chiedono, e cioè né più né meno di un processo giusto. Il 18 marzo 2010 Ali Salem Tamek, Brahim Dahane, Ahmed Nasiri, Yadih Ettarouzi e Rachid Sghayer hanno iniziato uno sciopero della fame, e il 5 aprile scorso si è aggiunto allo sciopero della fame un altro attivista per i diritti umani. I sei prigionieri politici sono detenuti nel carcere di Salé vicino alla capitale Rabat. Il Marocco accusa gli attivisti di alto tradimento e di sovversione dell’autorità dello stato e vorrebbe farli giudicare da un tribunale militare. Tutti sono stati arrestati l’8 ottobre 2009 all’aeroporto di Casablanca al ritorno da un viaggio in Algeria dove gli attivisti avevano visitato dei profughi del Sahara occidentale, paese illegalmente occupato dal Marocco.
Con il loro sciopero della fame i sei prigionieri politici vogliono ottenere un processo civile. Posti di fronte ad un tribunale militare i sei attivisti potrebbero essere condannati a morte se l’accusa dovesse insistere sul fatto che nel Sahara occidentale il Marocco si trova in stato di guerra contro il movimento di liberazione Polisario. Da gennaio le autorità marocchine non si sono più espresse sull’iter seguito nel procedimento a carico dei sei prigionieri. In solidarietà con gli attivisti detenuti a Salé altri 32 prigionieri politici del Sahara occidentale, detenuti in diverse carceri marocchine si sono uniti allo sciopero della fame tra il 20 e il 23 marzo 2010. Per tredici di questi, le condizioni di salute sono a rischio. In dicembre 2009 Aminatou Haidar, l’attivista per i diritti umani espulsa dal Marocco, è stata ricoverata per l’acuta disidratazione sofferta dopo 32 giorni di sciopero della fame. Il suo caso aveva attirato l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale, tant’è che il Marocco alla fine le ha dovuto concedere il permesso per il ritorno in patria.

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“Gli Internati Militari Italiani”

Posted by fidest press agency su sabato, 21 novembre 2009

Di Mario Avagliano e Marco Palmieri (Einaudi Editore), la storia degli IMI attraverso le lettere e i diari dei protagonisti. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 centinaia di migliaia di militari italiani furono disarmati dai tedeschi e posti di fronte ad una drammatica scelta: continuare la guerra sotto le insegne nazifasciste o essere deportati nei campi di concentramento? La gran parte di loro – circa 650 mila, tra cui 30 mila ufficiali e 200 generali – rifiutarono di continuare a combattere al fianco dei tedeschi e scelsero di non aderire alla Repubblica di Salò. La conseguenza del loro “no” fu la deportazione e l’internamento nei lager nazisti, non come prigionieri di guerra ma con lo status fino ad allora sconosciuto di IMI, Internati Militari Italiani, voluto da Hitler per sottrarli alla Convenzione di Ginevra e sfruttarli liberamente. Questa pagina sconosciuta della seconda guerra mondiale, della guerra civile tra italiani tra il 1943 e il 1945, della Resistenza e della Guerra di liberazione italiana ed europea, è stata a lungo trascurata e dimenticata nel dopoguerra. I diari e le lettere degli IMI, inquadrati da una corposa introduzione storica, sono raccolti in nove capitoli, dal viaggio in tradotta verso i lager al ritorno a casa dei sopravvissuti, con un’appendice di foto e disegni dai campi.
MARIO AVAGLIANO è nato a Cava de’ Tirreni. Vive e lavora a Roma. Giornalista professionista, studioso di Storia contemporanea, è vicedirettore delle Relazioni Esterne e della Comunicazione dell’Anas e collabora con E Polis e varie riviste storiche. Ha lavorato per diverse testate tra cui: Il Messaggero, il Giornale Radio della Rai, il Giornale di Sicilia, i quotidiani del gruppo Agl-L’Espresso.
MARCO PALMIERI è nato a Isernia. Giornalista e studioso di Storia contemporanea, ha lavorato per diverse testate; è membro del Centro Studi della Resistenza dell’Anpi di Roma-Lazio e ha pubblicato numerosi articoli e saggi sulla deportazione, l’internamento e le vicende militari italiane nella Seconda guerra mondiale. Per Einaudi ha pubblicato, con Mario Avagliano, Gli Internati Militari Italiani. Diari e lettere dai lager nazisti 1943-1945 (2009).

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La tragedia dei migranti eritrei

Posted by fidest press agency su martedì, 25 agosto 2009

“Si è consumata nella totale indifferenza dellla comunità internazionale, prima e dopo – ha commentato Guido Barbera, presidente del Cipsi, coordinamento di 42 associazioni di solidarietà e cooperazione internazionale – i disastrosi eventi: basti vedere i cadaveri non ripescati, il disprezzo totale della vita nel gioco al rimbalzo delle responsabilità tra i governi di Italia, Malta e Libia che negano ogni responsabilità su quanto accaduto. La legge del mare vuole che chi si trova in difficoltà venga soccorso”.   “Inoltre – continua Barbera – questa tragedia nasce da un’altra tragedia: quella dell’Eritrea, dove i diritti umani sono quotidianamente violati. Un paese governato da uno spietato dittatore,  un vero e proprio inferno, con migliaia di prigionieri politici. Questi morti pesano sulla coscienza dei politici italiani incapaci di una politica capace di tutelare i diritti e la vita di ogni essere umano”.  “L’entrata in vigore della nuova legge sulla sicurezza sta aggravando la situazione e aumentando la tensione. L’indifferenza rispetto alle tragedie del mare e la mancata assunzione di responsabilità da parte dei governi e della comunità internazionale ci spaventano e ci indignano. Ci auguriamo che su quest’ultimo tragico avvenimento la giustizia faccia il suo corso, che venga fatta luce sulla morte di tante persone, che vengano accertate le responsabilità dei governi ed identificati i responsabili delle omissioni di soccorso e dei tardivi interventi che se realizzati tempestivamente, avrebbero forse potuto salvare tante vite. Chiediamo ancora una volta al Governo italiano e all’Unione europea il rispetto dei diritti umani di tutti i cittadini e dei rifugiati, il diritto alla vita, alla libera circolazione, all’asilo politico”. Aspettiamo risposte concrete.

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Elezioni in Iran

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 giugno 2009

“La drammatica evoluzione delle ultime ore in Iran, con nuove manifestazioni, arresti, feriti e morti in diversi centri del Paese, rende necessario un intervento più incisivo della comunità internazionale”: con queste parole l’On. Gianni Vernetti, Deputato del Partito Democratico e già Sottosegretario agli Affari Esteri, ha commentato le ultime notizie che giungono da Teheran. “Intanto il Governo italiano deve convocare immediatamente l’Ambasciatore iraniano per esprimere una formale protesta per quanto sta accadendo. Inoltre, la nostra ambasciata va aperta per accogliere feriti ed eventuali oppositori del regime in cerca di asilo”.  “Di concerto con i partner europei e gli Stati Uniti d’America – ha aggiunto l’On. Gianni Vernetti –  va rivolto un forte appello per l’immediato rilascio dei prigionieri politici e per l’avvio di un’inchiesta indipendente sui brogli elettorali con l’obiettivo del riconteggio delle schede. Sempre d’intesa con i partner europei e gli Usa va messo a punto un regime di sanzioni più restrittive anche in modo unilaterale”.  Conclude l’On. Gianni Vernetti: “Per quanto riguarda il prossimo G8 di Trieste sulla stabilizzazione dell’Afghanistan e del Pakistan si tratta di un evento che riveste una grande importanza ed è interesse di tutto il Paese che il vertice abbia successo e raggiunga i suoi obiettivi”.

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