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La mancanza di posti di sostegno sta diventando un problema per la scuola

Posted by fidest press agency su martedì, 13 ottobre 2020

Piove sul bagnato. Come sottolineato anche nell’ultimo dossier di Tuttoscuola sugli insegnanti di sostegno, ben 170 mila ragazzi, infatti, dovranno cambiare quest’anno l’insegnante di sostegno, che potrebbe essere tra l’altro non specializzato sul sostegno. Una roulette del tutto casuale che nemmeno l’avvio ormai prossimo del concorso straordinario voluto dalla ministra dell’istruzione Lucia Azzolina e avversato dai sindacati (con l’appoggio di una parte della maggioranza) potrebbe riuscire a influenzare positivamente. L’avvisaglia viene dai primi dati dei calendari delle prove scritte del concorso straordinario della scuola secondaria, pubblicati in queste ore dagli Uffici Scolastici regionali soprattutto con riferimento agli scritti che si svolgeranno il prossimo 22 ottobre, primo giorno delle prove. I candidati dei posti di sostegno sono molti meno dei posti a concorso.Gli scritti del concorso straordinario per il sostegno di scuola secondaria di I e di II grado si svolgeranno a metà novembre, ma due USR, quelli dell’Emilia Romagna e del Lazio, hanno già pubblicato l’intero calendario di tutte le prove, consentendo di conoscere il numero di candidati che sosterranno la prova del concorso straordinario per il sostegno. In Emilia per i 322 posti del concorso straordinario per il sostegno nella secondaria di I grado i candidati sono soltanto 74 (23%); per i 205 posti di sostegno a concorso nella secondaria di II grado i candidati sono soltanto 68 (33%). Nel Lazio per 564 posti di sostegno nella secondaria di I grado i candidati sono soltanto 173 (30%); per i 43 posti di secondaria di II grado, invece, i candidati sono 346. Alla fine del concorso straordinario, se tutti i 141 candidati dell’Emilia conseguiranno almeno 56 punti su 80 nello scritto diventando tutti vincitori, rimarranno scoperti ben 385 posti dei 527 a concorso: un vuoto del 73%. Nel Lazio per il I grado, analogamente rimarranno scoperti 391 posti. I posti di sostegno in questo concorso straordinario sono in tutto 5.669 (soprattutto al nord), di cui 4.069 nel I grado e 1.600 nel II grado. C’è il timore che il caso dell’Emilia e del Lazio non sia diverso da quello delle altre regioni. Se sarà così, una notevole quantità di quei posti rimarranno scoperti, acuendo la crisi di un settore particolarmente in sofferenza a causa della mancanza di personale specializzato. Del resto la carenza di insegnanti di sostegno non si riscontra solo per il i concorsi ma anche nelle nomine di supplenza. Per esempio ad Arezzo su 400 posti di sostegno si sono presentati solo 8 supplenti. “Vengono nominati tardi e sanno fare poco” dice Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli, degli insegnanti di sostegno, che propone un modello diverso: meno insegnanti di sostegno, ma altamente qualificati, che sappiano coinvolgere in nuove pratiche inclusive i colleghi curricolari, a loro volta adeguatamente formati e incentivati. Il nuovo dossier di Tuttoscuola sulla scuola per gli alunni con disabilità racconta di un contingente di 185 mila insegnanti di sostegno, quasi come tutti i militari dell’Esercito e gli agenti della Polizia di Stato messi insieme; un grande investimento (6 miliardi e 250 milioni di euro l’anno e 44 miliardi di euro spesi solo per gli stipendi nell’ultimo decennio) nel Paese che per primo oltre 40 anni fa ha creduto nell’integrazione scolastica degli studenti con disabilità, superando le ghettizzanti classi differenziate: tutto in buona parte vanificato dall’avvicendamento e dalla non riconferma degli insegnanti, che peraltro in molti casi non sono specializzati, tanto meno nella patologia specifica. Quest’anno si sta toccando la vetta dello scandalo: ben 170 mila alunni con disabilità (il 59% del totale) all’apertura della scuola non hanno trovato il docente di sostegno che li seguiva l’anno scorso. In molti casi ne cambieranno nei prossimi mesi anche più di uno. Un’insensata girandola di cattedre che si ripete ogni anno, di Governo in Governo, che aumenta invece di diminuire. Tutti gli approfondimenti, i numeri e i dettagli saranno nel nuovo dossier di Tuttoscuola sul sostegno, in uscita nei prossimi giorni.

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“Il problema delle RSA andava affrontato”

Posted by fidest press agency su martedì, 6 ottobre 2020

“La pandemia ha scoperchiato l’esperienza di tale strutture, facendola emergere in tutta la sua fragilità. Un sistema che andava rivisto alla base, portando avanti un ragionamento sul ruolo che queste strutture ricoprivano all’interno del Servizio Sanitario Regionale. Ancor di più se pensiamo che i pazienti, ricoverati in tali strutture, necessitano di accortezze ed attenzioni maggiori, non andando incontro ad una semplice necessità assistenziale, trovandosi in condizioni di non completa autosufficienza.Oggi come Regione ci impegniamo e guardiamo ad un nuovo sistema sanitario, lo facciamo attraverso l’accordo firmato con i sindacati, volto a realizzare un nuovo modello di assistenza pubblica, rafforzando e riportando al centro il sistema di assistenza sanitaria ai disabili e agli anziani.Un’interlocuzione importante che, nella convinzione che il rilancio della salute pubblica non possa che passare innanzitutto per il diritto a un lavoro dignitoso e di qualità, porterà a nuovi passi in avanti nel sistema sanitario: dalla realizzazione di nuove strutture alla riqualificazione di quelle esistenti, dalla previsione di nuovi posti di lavoro, alla sospensione degli accreditamenti fino alla fine del 2020, ad un’attività di monitoraggio costante e meticolosa. Una risposta importante, raggiunta attraverso l’impegno di tutti gli attori coinvolti e attraverso cui la Giunta Zingaretti dimostra ancora una volta di voler guardare alla dignità, alla socialità, ai diritti e al benessere delle famiglie e dei più fragili. Per dimostrare che abbiamo imparato tutti la drammatica lezione che ci è arrivata dalla pandemia”.Così in una nota la Consigliera del Lazio Marta Bonafoni, Capogruppo della Lista Civica Zingaretti e Componente della Commissione Sanità.

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Il problema delle imprese zombie nel post Covid

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 settembre 2020

Di Mario Lettieri e Paolo Raimondi. Dopo la Grande Crisi del 2008 il fenomeno delle cosiddette imprese zombie è cresciuto enormemente a livello mondiale. Sono così chiamate quelle imprese che, pur non essendo capaci di gestire bene le proprie attività e di realizzare un profitto minimo per svariati anni, restano sul mercato invece di essere dichiarate fallite o di essere acquisite da un’altra società. E’ fisiologico che alcune imprese, per svariate cause, non siano in grado di continuare le proprie attività. E’ importante, però, che la loro percentuale sia contenuta e che le chiusure siano sostituite da nuove attività produttive. E’ il normale dinamismo dell’imprenditoria privata. Quando, invece, le imprese zombie “galleggiano” per parecchi anni, esse finiscono col determinare pesanti e pericolosi squilibri nel mercato, generano una concorrenza eccessiva influendo negativamente anche sulla crescita delle imprese sane. Nell’ultimo decennio ciò è stato reso possibile soprattutto dall’abbassamento, vicino allo zero, del tasso d’interesse da parte delle banche centrali e dalla conseguente propensione all’“azzardo morale” di accrescere il debito d’impresa. I prestiti a basso tasso d’interesse hanno aiutato l’economia nei passati momenti più difficili, ma allo stesso tempo hanno anche mantenuto in vita aziende “decotte” che rischiano di essere una vera zavorra per la crescita economica.Uno studio su “Corporate zombie”, appena pubblicato dalla Banca dei Regolamenti Internazionali (Bri) di Basilea, lo dice a chiare lettere. Sono stati analizzati i dati, dal 1980 in poi, relativi a 32.000 imprese quotate in borsa di 14 Paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse). Secondo tale ricerca si tratta in maggior parte di medie imprese. I risultati ottenuti sono per lo più riferibili ai mercati cosiddetti anglosassoni, dove la percentuale delle imprese quotate è sicuramente maggiore rispetto all’Europa e al Giappone. Nel nostro continente, infatti, e non solo in Italia, la stragrande maggioranza delle imprese sono le cosiddette piccole e medie imprese (pmi) che raramente accedono alla borsa. Infatti, di tutte le pmi quotate analizzate dallo studio, il 50% appartiene a 4 nazioni anglosassoni, Usa, Canada, Australia e UK e il 28% a 9 Paesi europei. Di conseguenza, l’entità del problema sarebbe fortemente sottostimata. Il numero delle imprese zombie sarebbe cresciuto dal 4% degli anni ottanta al 15% del 2017. Dallo studio succitato risulterebbe che negli Usa la percentuale delle imprese zombie di medie dimensioni è del 30%, in Gran Bretagna del 20%, mentre nell’Europa continentale sarebbe del 10-15%. E in Giappone solo del 3%.Al riguardo, la situazione in Italia non può che essere molto preoccupante. E’ noto che la perdita di produttività del nostro sistema economico è da tempo assai pesante. E questo è un fattore determinante per portare le aziende più deboli verso la “zombification”. In passato, in verità, altri studi avevano calcolato che il capitale assorbito dalle imprese zombie italiane era passato dal 7% del 2007 al 19% del 2013.Nel 2019 anche la Banca d’Italia ha affrontato la problematica, Riconoscendo la gravità della situazione, però, metteva giustamente in discussione la metodologia di analisi usata. La Banca centrale, infatti, riteneva necessario considerare il parametro del profitto prima del calcolo dell’ammortamento. Altrimenti si rischia di punire quelle imprese che hanno più investito nella modernizzazione degli impianti e anche di ingigantire il numero delle imprese zombie. La ricerca della Bri puntualizza con maggiore precisione i parametri per classificare zombie un’impresa quotata: la mancanza di profittabilità per almeno due anni, cioè quando i profitti non sono sufficienti per pagare gli interessi sul debito, e la mancanza di aspettative di ripresa confermate dalla prolungata perdita di valore delle loro azioni. Dette imprese sono solitamente più piccole, meno produttive, senza una crescita di capitale e di occupazione e senza investimenti importanti nella modernizzazione e nella ricerca. Lo studio ha anche evidenziato che, nonostante ciò, riescono a ottenere temporaneamente sussidi e crediti agevolati. Il che crea oggettivamente distorsioni nel mercato.Si calcola che delle imprese classificate zombie il 25% periscono in modo definitivo, mentre il 60% riuscirebbe a riprendersi rimanendo, però, estremamente debole e fragile. In ogni caso, lo studio proverebbe che un’impresa classificata zombie avrebbe avuto la probabilità di restare tale per il 70% negli anni ottanta e per l’85% nel 2017.La tendenza crescente si è mantenuta anche negli ultimi anni prima della pandemia. Al riguardo, gli effetti del Covid19 potrebbero essere sconvolgenti. Ciò rappresenta una sfida importante per le autorità di governo di tutti i Paesi impegnati a contenere l’impatto recessivo della pandemia nei confronti delle imprese, del pil e dell’occupazione e nella gestione dei fondi messi a disposizione per la ripresa economica. Sarà un compito molto delicato: sostenere indistintamente tutte le imprese oppure avere il coraggio di concentrare le risorse su quelle realmente produttive? Già nel 2018 l’Ocse aveva richiesto che i Paesi procedessero con decisione nell’eliminazione o almeno nella riduzione delle imprese zombie. La redditività di un’impresa dovrebbe essere il criterio portante per accedere ai fondi delle banche centrali e dei governi. Per l’Italia la scelta può essere dolorosa, ma riteniamo ciò sia necessario per non ripetere gli errori del passato e per innescare nuove politiche per una vera rinascita economica e sociale del Paese. Di Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista

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Parlamento: l’UE deve affrontare il problema dell’inquinamento farmaceutico

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 settembre 2020

Secondo il Parlamento, l’UE deve adottare delle misure per un più attento uso e smaltimento dei prodotti farmaceutici, al fine di prevenire i rischi per l’ambiente e la salute pubblica. Il Parlamento ha approvato giovedì una risoluzione in cui si chiedono nuove misure per affrontare il problema dell’inquinamento farmaceutico, che causa danni a lungo termine agli ecosistemi, riduce l’efficienza dei farmaci e aumenta la resistenza agli antibiotici.Pur accogliendo con favore la comunicazione della Commissione del marzo 2019, i deputati si rammaricano del grave ritardo nella presentazione dell’approccio strategico e delle proposte di azione. Chiedono un uso più attento dei farmaci, lo sviluppo di una produzione più ecologica e una migliore gestione dei rifiuti nell’UE.I prodotti farmaceutici danneggiano gli ecosistemi e riducono la loro efficacia futura, ad esempio causando l’emergere di una resistenza antimicrobica. I farmaci possono avere effetti sui corpi idrici, in quanto non possono essere efficacemente filtrati dagli impianti convenzionali di trattamento delle acque reflue. Nonostante concentrazioni generalmente basse, vi è il rischio che la salute dei pazienti possa essere compromessa a lungo termine. I deputati sono particolarmente preoccupati per le proprietà di interferenza endocrina di taluni farmaci che finiscono nell’ambiente.Per i deputati è inoltre necessario intervenire per limitare il crescente consumo complessivo di farmaci pro-capite nell’UE e chiedono ai Paesi UE di condividere le migliori pratiche per ridurre l’uso preventivo di antibiotici e per lo smaltimento dei farmaci inutilizzati. Inoltre, incoraggiano medici e veterinari a fornire informazioni sul corretto smaltimento.Le misure per ridurre l’inquinamento non dovrebbero comprendere solo i controlli ‘in uscita’ (ad esempio, il miglioramento del trattamento delle acque reflue), ma l’intero ciclo di vita dei farmaci, dalla progettazione e produzione allo smaltimento.Nel testo si sottolinea infine la necessità di un ulteriore sviluppo di “farmaci più ecologici”, altrettanto efficaci per i pazienti ma meno dannosi per l’ambiente. In questo contesto, è importante renderli più biodegradabili senza comprometterne l’efficacia.

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Evasione fiscale: problema irrisolto

Posted by fidest press agency su giovedì, 3 settembre 2020

Secondo i dati riportati dall’Ansa, contenuti in un rapporto della Corte dei Conti, per il recupero coattivo di imposte per i grandi contribuenti e per le iscrizioni a ruolo sopra i 100mila euro l’incasso medio si ferma al 2,7%. A fronte di 302,9 miliardi di imposte da riscuotere, infatti, l’incasso è stato di 8,2 miliardi, il 2,7%.”Dati a dir poco sconfortanti che dimostrano che l’evasione resta il problema irrisolto di questo Paese, nonostante i proclami e la miriade di provvedimenti varati dai vari Governi, che finora sono serviti soprattutto a complicare la vita al contribuente onesto o a perseguire chi, versando in difficoltà economica, non riesce a pagare le imposte perché non arriva più a fine mese” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. “Poco o nulla si è fatto contro i grandi evasori o contro l’elusione fiscale, praticata soprattutto dalle grandi aziende. Ora, considerata l’emergenza Coronavirus ed il buco di bilancio che si sta creando, speriamo che a pagare non siano i soliti noti, ossia lavoratori dipendenti e pensionati” conclude Dona.

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L’Italia è un problema per l’Europa?

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 luglio 2020

By Enrico Cisnetto. Uno stridore assordante, che fa da rumore di fondo alle convulsioni della politica italiana. È quello che suscita il confronto tra la determinazione di Angela Merkel di far accadere in Europa qualcosa di storico durante il semestre Ue con guida a Berlino che è appena iniziato, ultima occasione per la cancelliera tedesca per lasciare un impronta da grande statista prima che il suo ciclo politico finisca, e la pochezza del governo italiano, che è impegnato più a schivare che ad affrontare e risolvere i giganteschi problemi che l’Italia ha di fronte, tanto da suscitare serie preoccupazioni circa la nostra affidabilità e tenuta, proprio mentre il pachidermico Vecchio Continente finalmente tenta, dopo anni di immobilismo, di imboccare la via dell’integrazione a tutto tondo.Roma da un lato tentenna sul Mes, quando è ormai chiaro che l’unica condizione per accedere a quelle risorse – oltre alla destinazione sanitaria, che ovviamente nessuno contesta – è politica, e attiene alla piena adesione al sentirsi pienamente partecipi dell’Europa, senza se e senza ma. Contemporaneamente poi non produce uno straccio di programma di riforme e investimenti strutturali che giustifichi l’arrivo di ingenti risorse provenienti dal Recovery Plan, di cui peraltro già ci lamentiamo, e non solo per i tempi dilatati su cui la critica è in buona misura fondata, ma soprattutto per il timore che in cambio di quei denari ci vengano dettati i compiti da fare a casa. Un atteggiamento che, oltre a giustificare la diffidenza dei paesi “italo-scettici”, ci impedisce di fare due cose fondamentali. La prima, appunto, di scriverci noi la lista delle cose da fare, anziché farcela imporre a forza. La seconda, di avanzare con credibilità proposte per far camminare il processo di integrazione europea.
Per esempio, l’ex ministro Corrado Passera ha lanciato dalle colonne del Financial Times l’idea, che mi trova convintamente concorde, di accompagnare la creazione di debito comunitario mutualizzato con la decisione di farlo spendere direttamente da Bruxelles. Il limite del Recovery, infatti, è proprio questo: non centralizza la spesa. Con due conseguenze negative: chi fin qui ha speso male (l’Italia) continuerà a farlo, innescando conflitti che sono letali per l’integrazione comunitaria; se si lascia la spesa ai singoli Stati non si creano tecnologie europee e imprese che siano campioni comunitari, il che ci rende deboli al cospetto di Usa, Cina e perfino Russia. Ecco perché la proposta di Passera andrebbe elaborata, anche affrontando i dubbi sollevati dal banchiere Fabrizio Viola, secondo il quale la convivenza tra una gestione federale europea e le economie nazionali dotate di sovranità sancite a livello costituzionale, sarebbe complicata non fosse altro perché rappresenterebbe un unicum nella storia. Per esempio, andrebbero codificate le modalità con cui allocare i nuovi investimenti a livello geografico, che comunque sarebbero obbligati ad interagire con quelli esistenti, valutando con attenzione gli impatti sull’occupazione, sulla distribuzione del reddito prodotto e sulle distanze tra i diversi livelli di produttività dei sistemi paese, che dovrebbero necessariamente diminuire se il meccanismo adottato si rivelasse virtuoso.
Insomma, l’Italia dovrebbe dire con chiarezza le seguenti cose: a) che aderisce al Mes e lo usa per dare una sistemata ad un servizio sanitario che nell’affrontare il Covid ha mostrato molti limiti anche laddove la narrazione lo voleva eccellente; b) che non intende proporre, sotto nessuna forma, alcuna mutualizzazione del debito esistente, onere che ciascun paese dovrà virtuosamente gestire con le proprie forze; c) che è favorevole al Recovery Fund per quanto possibile nella versione di nuovo debito comune, ma ritiene che non sia opportuno centralizzare la gestione del passivo senza un forte controllo della gestione dell’attivo, indicando le modalità per istituire a Bruxelles un soggetto istituzionale cui attribuire le capacità di spesa.
È ragionevole attendersi che una mossa del genere la faccia Giuseppe Conte e il suo tentennante governo? Francamente no. Da tempo ripetiamo in questa sede che sarebbe quanto mai opportuno un superamento di questa esperienza di governo e della maggioranza che lo sorregge, attraverso il sottrarsi da parte del Pd – e non solo per ragioni patriottiche, ma per tornaconto elettorale – alla innaturale sottomissione ai 5stelle. Ora, il dispiegarsi della vicenda europea, prima ancora che l’appuntamento con un’economia che in autunno farà esplodere tutte le sue criticità strutturali, già preesistenti al Covid e che la pandemia ha moltiplicato d’intensità, rompendo il velo di ipocrisia che le circondava, suggerisce di accelerare questo processo di cambiamento del quadro politico.In quale direzione? Molti lettori mi hanno scritto dicendosi preoccupati di questa asserzione, in mancanza di un’alternativa. Capisco, anche se non condivido, la logica del “meglio un cattivo governo che nessun governo”. E mi rendo conto che realizzare una diversa maggioranza in questo Parlamento, ancorché tecnicamente possibile, risulti politicamente complicato, non fosse altro per le contraddizioni di Berlusconi, che non si decide non solo e non tanto a rompere con Salvini, quanto a fare da sponda ad un cambiamento degli equilibri dentro la Lega, e quelle del Pd, che è attraversato da un borbottio interno che da un lato fatica a tradursi in pensiero politico e strategia, e dall’altro a venire alla luce del sole anziché rimanere nascosto sotto il pelo dell’acqua.Come ho detto più volte, sarebbe auspicabile che Pd e Forza Italia si parlassero apertamente – cosa che la mezza riabilitazione in atto del Berlusconi vessato dalla magistratura renderebbe possibile – creando le condizioni politiche per indurre tanto una spaccatura dei 5stelle quanto un cortocircuito di reazioni dentro la Lega e forse anche nel partito della Meloni, dove una personalità forte come Guido Crosetto non avrebbe problemi a sedersi al tavolo con Berlusconi e Zingaretti (o chi per lui). Ma in mancanza di questa condizione, e senza che dal Quirinale arrivino segnali di un’intenzione di prendere atto che “l’Italia è una democrazia parlamentare a guida presidenziale” – come suggerisce con efficacia il politologo Alessandro Campi – traendone tutte le relative conseguenze in termini di creazione delle condizioni per una soluzione di “emergenza nazionale”, non restano che le elezioni.Non mi fa velo il fatto che “andare a votare” sia il chiodo fisso di Salvini, né coltivo la preoccupazione di un risultato già scontato a favore del centro-destra, vuoi perché, come ho già spiegato più volte, quella coalizione non esiste più e gli italiani sapranno distinguere tra un centro che si allea con la destra (vecchio schema) e una destra a due teste che raccatta quel che resta del voto moderato dato a Forza Italia per costruire una maggioranza in Parlamento, visto che gli esiti delle due circostanze sarebbero significativamente diversi, e vuoi perché il clima nel Paese è profondamente mutato e non credo che i sondaggi recenti ci rendano un quadro ben fuoco della realtà. L’Italia che si è sfogata nel 2018 attraverso il voto di protesta è la stessa che ha preso paura del Covid e delle sue conseguenze economiche, e ora desidera sopra ogni cosa la governabilità e sente il disperato bisogno di essere rassicurata con decisioni coraggiose.Insomma, non ho la sfera di cristallo e molto conterà quanto accadrà da oggi al giorno delle elezioni, quale esso sia. Ma delle elezioni non bisogna avere paura, quanto invece prepararsi ad esse adeguatamente. In tre modi. Il primo lo andiamo ripetendo da tempo: occorre dar vita al “partito che non c’è”, secondo lo schema suggerito da Alessandro Barbano nel suo bel libro “La visione. Una proposta politica per cambiare l’Italia” (Mondadori) di cui ho parlato nel primo di una serie di speciali di War Room che vi terranno compagnia per tutta l’estate (https://youtu.be/VeNJph_auqc.): unire le culture liberale, socialista e popolare, che singolarmente intese non sono più in grado di dare risposte ai problemi complessi del nostro tempo, per affermare un riformismo non ideologico che sia capace di sanare la frattura che si è creata fra libertà e responsabilità, tra la complessità del reale e la sua rappresentazione banalizzata da un certo populismo politico e mediatico. Ne parleremo ancora, sempre partendo dal presupposto che prima vengono le idee e poi le leadership, non viceversa.Il secondo modo per preparare il terreno alle elezioni, è quello di arrivarci con una legge elettorale che da un lato consenta il massimo della rappresentanza delle diversità, e quindi proporzionale, e dall’altro che preveda i dovuti correttivi per assicurare la governabilità: soglia di sbarramento (tra il 3% e il 5%) e sfiducia costruttiva. Come si vede è il sistema tedesco, che da sempre io considero quello meglio riuscito e più adatto all’Italia. Basterebbe copiarlo, senza inventarsi correttivi all’italiana. Oggi le condizioni politiche per avere una maggioranza che voti una proposta del genere, che per meglio riuscire non dovrebbe venire dal Governo ma nascere in Parlamento, ci sono tutte. Basterebbe un po’ di coraggio e determinazione.In fine, il terzo modo per preparare il terreno alle elezioni è andare in massa a votare NO al referendum confermativo (dunque privo di quorum, vince chi ha un voto di più dell’altro) della legge che prevede il taglio di 345 tra deputati e senatori, per il quale si andrà alle urne il 20 e il 21 settembre, in una sorta di election day che accorpa anche le elezioni amministrative e regionali. Votare contro questo “taglio delle poltrone”, come viene demagogicamente definito dai suoi promotori – tutta gente che in questo momento ha più che mai attaccato il proprio fondoschiena allo scranno parlamentare su cui siedono – ha due ragioni politiche fondamentali che tagliano la testa a tutte le altre valutazioni: a) battere le forze populiste sul loro terreno e su un loro cavallo di battaglia, come premessa per batterle alle elezioni politiche; b) respingere quello che Massimo Cacciari ha definito “passo dopo passo l’attacco che viene portato avanti al ruolo delle assemblee rappresentative” mascherato dalla “più ignobile ipocrisia” che mischia il riflesso condizionato anti-casta e il risparmio derivante da minori esborsi per gli stipendi ai parlamentari. Trattato da “ente inutile” ormai da tempo, il Parlamento – che mai come durante il lockdown pandemico è stato vilipeso ed esautorato da ogni funzione – verrebbe così ulteriormente degradato a certificatore formale della volontà dell’esecutivo (o, peggio, del presidente del Consiglio, come si è visto con i Dpcm). Certo, non sfugge a Cacciari e neppure a me, che questo attacco alla democrazia parlamentare attecchisce in quanto le assemblee, e i loro regolamenti, non funzionano. Ma non è certo riducendo il numero degli eletti, e per di più con questo tipo di motivazioni, che si migliora la qualità della democrazia.
Tutti gli osservatori sembrano convinti che la maggioranza dei votanti al referendum sia già orientata ad approvare il taglio dei parlamentari. Questo è per me un motivo di speranza in più: anche nel giugno 1985 tutti davano per scontato l’esito opposto a quello che poi fu nel referendum sulla scala mobile, potrebbe succedere anche questa volta. Ma se dovessero prevalere i SI, deve essere chiaro che nuove elezioni politiche non sarebbero possibili sia prima che una nuova legge elettorale ridisegni i collegi elettorali per tenere conto del cambiamento del numero degli eletti, sia senza modifiche costituzionali riguardanti il superamento della base regionale per l’elezione dei senatori a favore di una base circoscrizionale e la riduzione da tre a due dei delegati regionali che partecipano di diritto alle elezioni del Presidente della Repubblica. Passaggi complessi e non brevi, che finirebbero per agganciarsi temporalmente al semestre bianco del presidente della Repubblica, che scatterà tra un anno esatto, a fine luglio 2021, impedendo lo scioglimento delle camere. Motivo in più per Pd e Leu per tornare al loro iniziale orientamento, quando votarono contro quella norma populista, e abbandonare la posizione filo grillina assunta obtorto collo pur di entrare nel Conte 2.Se invece prevarrà il desiderio di usare il voto referendario come “assicurazione sulla vita” per l’attuale Parlamento, e soprattutto se gli italiani si lasceranno ingannare, immaginando di dare un voto per semplificare e risparmiare mentre in realtà darebbero un colpo mortale alla nostra democrazia rappresentativa, allora non potranno essere le elezioni la via di fuga dall’attuale situazione politica. In questo caso, salvo un miracolo di Mattarella, scordiamoci le misure coraggiose che la drammaticità della situazione richiede e soprattutto richiederà in autunno. (fonte: http://www.terzarepubblica.it)

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La mancanza di manodopera nei campi è un problema serio

Posted by fidest press agency su domenica, 26 aprile 2020

In attesa di soluzioni concrete dal Governo, Cia-Agricoltori Italiani lancia “Lavora con agricoltori Italiani”, una piattaforma di intermediazione per mettere in contatto, in tutte le province, aziende agricole e lavoratori.Il portale (https://lavoraconagricoltoriitaliani.cia.it), riconosciuto dal Ministero del Lavoro, consente a chi cerca occupazione di entrare in contatto direttamente con le aziende della propria provincia, e alle imprese di intercettare velocemente i candidati con la massima trasparenza e legalità.Utilizzare il sito è molto semplice: le aziende inseriscono la propria offerta di lavoro, indicando le caratteristiche professionali richieste, le mansioni da svolgere, luoghi e tempi, mentre il lavoratore dichiara semplicemente la propria disponibilità.“In attesa di una soluzione efficace all’emergenza lavoro dall’Esecutivo, proviamo a dare delle risposte alle aziende agricole e ai cittadini che hanno dato la propria disponibilità a lavorare nei campi – spiega il Presidente di Cia-Agricoltori Italiani, Dino Scanavino -. La mancanza di manodopera desta non poche preoccupazioni in tutti noi, senza interventi concreti come i voucher per l’utilizzo di cassaintegrati e pensionati, o una sanatoria per i lavoratori immigrati rischiamo seriamente di abbandonare nei campi tonnellate di frutta e verdura di stagione necessarie per rifornire gli scaffali dei supermercati”.
a.palazzo@cia.it,

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Stati Uniti d’Europa. Coronavirus: perché non capiscono?

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 marzo 2020

Prima erano convinti che il problema della infezione da Coronavirus era solo cinese, poi sono andati alla ricerca dell’untore zero, da quale sarebbe partita la diffusione virale, attribuendo a questo o quel Paese europeo il primato dell’infettato. Non hanno capito che l’infezione era a ventaglio, che prima o poi sarebbe toccata a tutti. Ci riferiamo ai 28 paesi dell’Unione europea (ci mettiamo, momentaneamente, anche il Regno Unito), o meglio ai loro governanti, ma facciamo riferimento anche agli USA.Possibile che l’espressione più alta della rappresentanza politica ed elettorale europea, e non solo, non abbia capito la gravità della situazione?
Si, è stato possibile. Sorge spontanea la domanda: ma chi eleggiamo per governare?Se ci rappresentano, vuol dire che siamo così anche noi, o perlomeno, in buona parte.In Italia i partiti, o movimenti, che hanno sottovalutato il problema rappresentano il 74% degli elettori.Molti di loro, addirittura, vorrebbero tornare indietro, all’Italia dell’800. Abbiamo sentito dire, in campagna elettorale, lo slogan “vogliamo coltivare ciò che mangiamo e mangiare ciò che coltiviamo”. Il che significa fare la fame; ma è arrivata una valanga di voti.Ancor oggi si pensa che i problemi del nostro Paese si risolvano isolandosi: il sovranismo, ovvero il nazionalismo, è la proposta.Se non basta questa esperienza virale, quale nuovo passaggio servirà per convincere che uniti si vince e che affrontare i problemi insieme è la carta vincente? Se non ora, quando ci convinceremo che servono gli Stati Uniti d’Europa? (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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Il problema della discernibilità

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 gennaio 2020

Alla fine ci siamo trovati ad affrontare il problema della discernibilità e dell’individualità non solo in chiave astratta e filosofica ma anche scientificamente con tutte le sue interazioni e possibili implicazioni sull’uomo e sugli altri esseri viventi. Oggi, comunque, si colloca entro questo genere di percorso un nuovo motivo di inquietudine.Infatti per quanto l’uomo abbia cercato da tempo di modificare la genetica degli animali di allevamento, allo scopo di migliorare alcune caratteristiche mediante la paziente e laboriosa selezione degli incroci, il cui risultato finale era l’ottenimento di determinati caratteri ereditari, mai era intervenuto su se stesso in misura così sistematica e generalizzata come si sta cercando di fare ai nostri tempi. In effetti nemmeno le istituzioni sanitarie naziste con la scrupolosa selezione, dal lato biologico, di ragazze ritenute ariane per farle accoppiare con altrettanti selezionati maschi riuscirono a produrre quella “razza eletta” tanto decantata dal regime. Eppure l’eugenetica ha rappresentato una costante nell’impegno razziale nazista per la difesa e la purezza della stirpe.Analogo discorso è valso con la tecnica della stimolazione precoce ed intensiva dei bambini “superdotati” (Gifted and Talented, G, & T.) o con il criterio di riprodurre una specie eletta vendendo lo “sperma surgelato” prelevato da insigni premi Nobel. Per entrambi i casi l’errore derivò dal fatto che i modelli di arricchimento “naturali” e psicologici previsti erano sostanzialmente estranei alla realtà culturale, familiare ed emotiva sia del feto, dato che il bambino non inizia ad apprendere solo dalla nascita, che del nascituro e del ragazzo.
La prova di quanto asserito l’abbiamo avuta dalle intelligenti e metodologicamente sofisticate ricerche di Sandra Scarr-Salapateck che riguardano i gemelli monovulari adottati in famiglie di diverso livello socioeconomico: l’influenza dell’ambiente, a parità di corredo genetico, emerge qui in modo significativo. In effetti l’intelligenza è un fenomeno quanto mai dinamico. Essa coinvolge processi differenziati, i quali innestano disposizioni ereditarie su differenti impatti sui diversi fattori ambientali. In ogni caso il “prodotto” non si può manipolare a proprio piacimento anche se presenta particolari caratteristiche di adattabilità.Ci riferiamo nello specifico a bambini già dotati di particolari capacità intellettuali. Per essi la tecnica di assoggettarli ad immagini visive inconsuete e vivide, a tecniche di autoregolazione delle onde cerebrali, a diete e farmaci tali da rafforzare la memoria, di addestrarli alla logica deduttiva e induttiva, di farli ragionare su analogie, relazioni ed ipotesi innovative, non è efficace più di tanto per arrivare ad un comportamento individuale o di “gruppo” con risultati omogenei e significativi. Si traduce spesso solo in violenza indebita.D’altra parte l’uomo ha sempre cercato di capire e di sezionare il temperamento che rende una persona diversa dall’altra. Lo aveva in precedenza sperimentato Socrate allorché tuonava col suo “Conosci te stesso” e Aristotele più o meno nel 350 a.C. aveva pienamente riconosciuto il potere potenziale del temperamento umano. Oggi gli psicologi hanno riaffermato le vecchie teorie già abbozzate da Wilhem Wundt in 4 principali stili comportamentali, ciascuno dei quali presente in maggiore o minore misura in ogni individuo e rappresentanti il materiale grezzo, da cui si forma la personalità: il temperamento artistico, impulsivo, socievole e negativo. (Riccardo Alfonso)

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Malta si unisce agli sforzi globali per affrontare il problema dell’apolidia

Posted by fidest press agency su martedì, 17 dicembre 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, accoglie con favore la decisione di Malta di unirsi agli sforzi globali per porre fine all’apolidia entro il 2024 attraverso l’adesione alla Convenzione del 1954 sullo status degli apolidi lo scorso 11 dicembre 2019.
“Questo è un passo lodevole per proteggere gli apolidi e sradicare l’apolidia in tutto il mondo”, ha detto Pascale Moreau, Direttrice del Bureau for Europe dell’UNHCR.L’adesione di Malta alla Convenzione sull’apolidia del 1954 fa seguito all’annuncio del governo nel recente segmento ad alto livello sull’apolidia, in cui sono state presentate 358 dichiarazioni d’impegno da parte di governi, società civile e organizzazioni internazionali e regionali, 252 delle quali da parte degli Stati. In Europa, Malta e altri paesi hanno annunciato 40 dichiarazioni d’impegno per porre fine all’apolidia.L’UNHCR ha convocato il 7 ottobre 2019 il segmento di alto livello sull’apolidia a metà percorso della campagna decennale #IBelong, lanciata nel 2014 per eliminare l’apolidia entro il 2024.L’apolidia colpisce milioni di persone in tutto il mondo, spesso negando loro l’accesso ai diritti fondamentali e al riconoscimento ufficiale che la maggior parte delle persone dà per scontato.Ci sono circa 3,9 milioni di apolidi documentati in 78 paesi, ma l’UNHCR stima che il totale effettivo sia significativamente più alto.

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“In Italia l’incontinenza è un problema che va affrontato con molta attenzione”

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 dicembre 2019

Si deve agire “riorganizzando il sistema di prevenzione, cura, riabilitazione e integrazione sociale dei pazienti stomizzati e incontinenti, come previsto nel disegno di legge di cui sono stato relatore al senato della Repubblica. La mia attenzione verso questo problema proseguirà anche nel mio ruolo di Vice Ministro”. E’ quanto ha dichiarato il Viceministro della Salute Pierpaolo Sileri intervenendo al convegno nazionale Basic Riab – Als Live Surgery che si è svolto a Roma e organizzato dall’AIUG (Associazione Italiana di Urologia Ginecologica). “Per portare avanti questo processo è fondamentale la collaborazione con le società medico-scientifiche come l’AIUG e con le associazioni dei pazienti che possono portare il loro specifico contributo – ha aggiunto Sileri -. Un nostro obiettivo primario, rispetto alla gestione dell’incontinenza, deve essere l’implementazione dei percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali (PDTA)”. “Ringraziamo il Vice Ministro per l’interessamento e siamo pronti a collaborare con le istituzioni – ha sottolineato il prof. Marzio Angelo Zullo, membro del direttivo nazionale AIUG e presidente del convegno di Roma -. L’incontinenza non è piccolo disturbo della terza età ma una vera e propria malattia che interessa oltre 2 milioni di donne in Italia. Numeri importanti e in crescita che sottolineano la necessità di definire percorsi d’assistenza condivisi e uniformi”. Al convegno di Roma è intervenuta anche la Senatrice Paola Binetti, il direttore generale dei dispositivi medici del ministero della salute Marcella Marletta e rappresentanti delle Associazioni dei pazienti Senior ITALIA e Fais, le federazioni delle ostetriche e degli infermieri e i rappresentanti dell’industria.

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Scuola non si è risolto il problema del precariato

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 dicembre 2019

“Con l’approvazione del dl Scuola non si è risolto il problema del precariato e con il rigetto di importanti emendamenti di Fratelli d’Italia tante categorie di docenti resteranno discriminate.Tuttavia esprimiamo soddisfazione per l’accoglimento di due importanti emendamenti di FDI con i quali si darà la possibilità agli insegnanti di abilitarsi sia sul sostegno che sulla loro classe di concorso e di ottenere test su argomenti specifici delle proprie classi di concorso. Fratelli d’Italia continuerà a battersi per tutelare i diritti degli insegnanti”.È quanto dichiarano i deputati di Fratelli d’Italia Paola Frassinetti (Vicepresidente della commissione Istruzione) e Ella Bucalo (responsabile scuola FDI).

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Carenza di ferro: un problema poco conosciuto, da prendere sul serio

Posted by fidest press agency su martedì, 3 dicembre 2019

Nel mondo, 1 persona su 3 soffre di carenza di ferro, con o senza anemia1: una condizione che può essere anche molto debilitante e, se prolungata e non adeguatamente trattata, portare a gravi conseguenze per la salute di chi ne soffre. A causa di una sintomatologia aspecifica – affaticamento, pallore, fragilità alle unghie, perdita di concentrazione, irritabilità e, in alcuni casi, picacismo (desiderio di ingerire cose non commestibili come argilla e ghiaccio) sono i segnali più comuni2,3– la carenza marziale resta un problema poco conosciuto e sotto diagnosticato, e se ne sottovalutano le implicazioni di salute.La Giornata della Carenza di Ferro (Iron Deficiency Day), che si celebra ogni anno il 26 novembre, è nata nel 2015 con l’obiettivo di aumentare la consapevolezza sul ruolo di questo oligoelemento essenziale per la vita e su cosa può accadere se i livelli di ferro non sono gestiti correttamente. Quest’anno, la Giornata si concentra sull’impatto della carenza di ferro e dell’anemia sideropenica (anemia da carenza di ferro) sulle donne in età fertile, in modo particolare durante la gravidanza, e sui pazienti affetti da scompenso cardiaco.Senza sufficiente ferro a disposizione, il corpo umano non può funzionare correttamente. Esso, infatti, è essenziale per la produzione dei globuli rossi e per assicurare un efficace funzionamento di cuore e muscoli scheletrici. Il ferro, inoltre, svolge un ruolo fondamentale nel combattere le infezioni e le malattie, mantenendo i livelli di energia e la normale funzione cerebrale. Quando le riserve di ferro nell’organismo diventano scarse, ne risentono il metabolismo, la salute mentale e fisica, la produttività e la funzionalità sessuale4. Secondo l’Organizzazione Mondiale sella Sanità, la carenza di ferro può causare una riduzione del 30% dell’attività fisica.
Durante la vita fertile, quasi 1 donna su 3 soffre di carenza di ferro, principalmente associata alle perdite eccessive di sangue dovute a un ciclo mestruale abbondante, condizione con cui deve fare i conti il 10-30% dell’universo femminile. Stanchezza, frequenti mal di testa, scarsa concentrazione, si ripercuotono anche sulle performance lavorative e scolastiche: si stima che il 19% delle studentesse soffra di questi sintomi a causa di una carenza marziale. Particolarmente delicato per la donna è il periodo della gestazione, che comporta un aumento di 3 volte del fabbisogno di ferro per lo sviluppo della placenta e del feto, in particolare per lo sviluppo cerebrale e del sistema immunitario. Lo stato anemico, se importante e prolungato, raddoppia il rischio di parto prematuro8 e triplica per il bambino il rischio di basso peso alla nascita9. In media, il 40% delle future mamme inizia una gravidanza senza adeguate scorte di ferro10 e il 90% non assume sufficiente ferro durante la gestazione. Lo stato anemico può perdurare anche dopo il parto, condizione che si verifica in più di 1 donna su 412 – in particolar modo in caso di gravidanze multiple, parto gemellare, parto cesareo – e che aumenta il rischio di depressione post partum, ansia e insufficienza primaria di lattazione. Anche l’infiammazione associata a determinate condizioni patologiche a lungo termine come lo scompenso cardiaco, l’insufficienza renale cronica e le malattie infiammatorie croniche intestinali, può ridurre la quantità di ferro assorbita dall’intestino e poi resa disponibile all’occorrenza, generando così carenza di ferro. Condizione che può peggiorare con alcuni farmaci usati nel trattamento di queste patologie, ad esempio antiaggreganti e anticoagulanti.

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Diplomati Magistrale nelle GaE, i giudici del Consiglio di Stato prendono tempo: il problema esiste

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 dicembre 2018

Slitta di alcune settimane l’adunanza plenaria del Consiglio di Stato sulla licenza dei diplomati magistrali prima del 2002 di stare o meno nelle GaE: i giudici di Palazzo Spada hanno fatto sapere che l’udienza pubblica si svolgerà il 20 febbraio 2019, perché, hanno scritto nella doppia ordinanza cautelare depositata ieri pomeriggio, “l’eventuale revisione del principio di diritto enunciato dalla sentenza dell’Adunanza plenaria n. 11 del 2017 richiede un adeguato approfondimento in sede di merito”. Il rinvio è stato deciso, in camera di consiglio, presieduta da Filippo Patroni Griffi, dopo che gli stessi giudici hanno appurato “che tutte le parti, anche quelle intervenienti, hanno, comunque, pienamente esercitato il diritto di difesa, depositando articolate memorie difensive ed esponendo le proprie ragioni anche nel corso della discussione orale”. Marcello Pacifico (Anief-Cisal): il Collegio del Consiglio di Stato ha preso atto della serietà dei temi sollevati dalla nuova ordinanza all’adunanza plenaria. Quella presa a Palazzo Spada è una decisione che, a nostro parere, potrebbe rimettere tutto in discussione.

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Il problema delle leggi imperfette

Posted by fidest press agency su venerdì, 14 dicembre 2018

Roma 18 dic 2018, ore 15:30 Sala dell’Istituto di Santa Maria in Aquiro, piazza Capranica 72 si terrà il convegno: “Il problema delle leggi imperfette. Etica della partecipazione all’attività legislativa in democrazia”. In un contesto culturale pluralistico, l’elaborazione di alcune leggi richiede spesso un compromesso fra visioni etiche differenti. Quali i criteri irrinunciabili per i cattolici? Questo il tema su ci confronteremo prendendo spunto dal volume del Prof. Luciano Eusebi. Saluto introduttivo Edoardo Patriarca Senatore (PD) modera Luciano Eusebi Ordinario di Diritto penale, Univ. Cattolica S. Cuore Brescia
Intervengono: Luigi Alici Ordinario di Filosofia morale, Univ. degli studi di Macerata
Giuseppe Baturi Teologo canonista, Sottosegretario CEI Pier Davide Guenzi Presidente Associazione Teologica Italiana per lo Studio della Morale.
Le conclusioni sono affidate al prof. Alberto Gambino Ordinario di Diritto privato, Prorettore Univ. Europea Roma; Presidente Ass.ne nazionale Scienza & Vita.

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Scuola: Il problema delle reggenze

Posted by fidest press agency su sabato, 13 ottobre 2018

Il problema delle reggenze è stato più volte sollevato da Udir, giovane sindacato che tutela la categoria dei DS: con l’inizio del nuovo anno scolastico, infatti, una scuola su quattro non ha un dirigente, con casi traumatici in Sardegna e nel Friuli dove è in servizio soltanto il 60% dei dirigenti scolastici. Secondo il sindacato la soluzione deve essere tempestiva, semplificando, in primis, le procedure di selezione e formazione del nuovo concorso in atto; è, inoltre, necessario riaprire una procedura riservata ai ricorrenti del 2011, per evitare l’annullamento del corso riservato svoltosi nel 2015, quando si pronuncerà la Consulta in autunno sulla Buona Scuola. Ogni sede di dirigenza, infatti, già gestisce tre-cinque plessi, spesso dislocati anche in comuni diversi, per non parlare poi delle reggenze che, per neanche 3 mila euro annui lordi in più per DS, decretano la gestione di altri istituti a diversi chilometri di distanza, con rischi quotidiani legati alla sicurezza, alla normale gestione dell’attività didattica e dell’offerta formativa.A tale proposto, Udir ha raccolto l’esperienza di una dirigente scolastica abruzzese, Maria Patrizia Costantini, che, oltre a palesare le difficoltà legate alla reggenza, si sofferma pure sul contatto DS, altra problematica rilanciata dal sindacato.

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Inquinamento e infertilità: un problema attuale e futuro

Posted by fidest press agency su sabato, 15 settembre 2018

L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico nel suo ultimo rapporto dal titolo “Prospettive ambientali dell’OCSE all’orizzonte del 2050 “ha stimato che nell’Unione Europea l’inquinamento atmosferico, sia responsabile di circa 600.000 morti premature e dell’aumento della morbilità. Nello stesso documento viene, inoltre, riconosciuto che l’inquinamento atmosferico ha un impatto negativo sulla riproduzione femminile e maschile. In particolare, molti studi epidemiologici hanno osservato che i fattori ambientali e l’esposizione ad agenti chimici incidono sulla dimensione, sulla motilità e sul numero degli spermatozoi. Un recente studio italiano pubblicato sulla rivista Environmental Toxicology and Pharmacology, ha utilizzato solo ed esclusivamente il liquido spermatico per misurare l’impatto dell’inquinamento sulla salute maschile, rivelando dati allarmanti ed inequivocabili sulla vitalità e fertilità del seme maschile di chi vive in aree gravemente inquinate come Taranto o la Terra dei Fuochi, a cavallo tra le province di Napoli e Caserta, comparato con quello di chi abita in zone della stessa regione non considerate a rischio. L’evidente differenza tra i due campioni esaminati ha dimostrato che, sia i lavoratori delle acciaierie sia i pazienti che vivono in un’area altamente inquinata, mostrano una percentuale media di frammentazione del DNA dello sperma superiore al 30%, evidenziando un chiaro danno spermatico. I ricercatori hanno suggerito che la valutazione del DNA dello sperma possa essere sia un indicatore della salute individuale e della capacità riproduttiva sia un dato adeguato per connettere l’ambiente circostante ai suoi effetti. “Gli iperfluorati, usati in una varietà di prodotti di consumo, gli ftalati, impiegati nei giocattoli per bambini, i parabeni, usati soprattutto nei profumi e nei saponi, e il bisfenolo A, utilizzato per la produzione di plastiche quotidiana – dichiara Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma – sono solo alcuni esempi dei moltissimi agenti e sostanze inquinanti che ogni giorno impattano sulla nostra vita. Senza dimenticare poi i fumi tossici (diossina) sviluppati dagli incendi di materiale plastico e dai rifiuti di ogni genere abbandonati nell’ambiente e nelle nostre città. Inoltre, studi scientifici hanno evidenziato che l’esposizione a queste sostanze, nel corso della gravidanza possono provocare mutazioni epigenetiche nel feto, con trasmissione trans-generazionale delle stesse, dagli effetti irreversibili. Per contrastare e bilanciare gli effetti negativi dell’inquinamento sulla propria fertilità – conclude la Dott.ssa Galliano – le persone, oltre a cercare di fare attenzione all’utilizzo di determinati prodotti contenenti agenti inquinanti, devono ricordare che ci sono tantissimi altri fattori che possono permettere il mantenimento di una buona fertilità, come ad esempio seguire un’alimentazione corretta e eliminare alcune cattive abitudini, come il fumo e l’abuso di alcool. Il concetto che deve passare è quello di pensare alla propria fertilità e prendersene cura, e di mettere in atto tutti i comportamenti necessari a contrastare gli effetti dell’inquinamento odierno sulla nostra vita riproduttiva”. Secondo il Registro Nazionale sulla Procreazione Medicalmente Assistita dell’Istituto superiore di Sanità, tra le coppie che si rivolgono ai centri specializzati per avere un figlio, la percentuale di uomini infertili è del 29,3% e l’età non rappresenta l’unico fattore responsabile. Negli uomini italiani in generale viene riportato che il numero dei gameti è diminuito del 50% rispetto al passato. A nuocere sulla qualità degli spermatozoi (aumentando quindi il rischio infertilità) ci sono spesso le condizioni lavorative: quelle che espongono a radiazioni, a sostanze tossiche o a microtraumi. Influiscono negativamente anche gli inquinanti prodotti dal traffico urbano e il fumo di sigaretta.

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Il problema della discernibilità

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 luglio 2018

Alla fine ci siamo trovati ad affrontare il problema della discernibilità e dell’individualità non solo in chiave astratta e filosofica ma anche scientificamente con tutte le sue interazioni e possibili implicazioni sull’uomo e sugli altri esseri viventi. Oggi, comunque, si colloca entro questo genere di percorso un nuovo motivo di inquietudine.
Infatti per quanto l’uomo abbia cercato da tempo di modificare la genetica degli animali di allevamento, allo scopo di migliorare alcune caratteristiche mediante la paziente e laboriosa selezione degli incroci, il cui risultato finale era l’ottenimento di determinati caratteri ereditari, mai era intervenuto su se stesso in misura così sistematica e generalizzata come si sta cercando di fare ai nostri tempi. In effetti nemmeno le istituzioni sanitarie naziste con la scrupolosa selezione, dal lato biologico, di ragazze ritenute ariane per farle accoppiare con altrettanti selezionati maschi riuscirono a produrre quella “razza eletta” tanto decantata dal regime. Eppure l’eugenetica ha rappresentato una costante nell’impegno razziale nazista per la difesa e la purezza della stirpe.
Analogo discorso è valso con la tecnica della stimolazione precoce ed intensiva dei bambini “superdotati” (Gifted and Talented, G, & T.) o con il criterio di riprodurre una specie eletta vendendo lo “sperma surgelato” prelevato da insigni premi Nobel. Per entrambi i casi l’errore derivò dal fatto che i modelli di arricchimento “naturali” e psicologici previsti erano sostanzialmente estranei alla realtà culturale, familiare ed emotiva sia del feto, dato che il bambino non inizia ad apprendere solo dalla nascita, che del nascituro e del ragazzo.
La prova di quanto asserito l’abbiamo avuta dalle intelligenti e metodologicamente sofisticate ricerche di Sandra Scarr-Salapateck che riguardano i gemelli monovulari adottati in famiglie di diverso livello socioeconomico: l’influenza dell’ambiente, a parità di corredo genetico, emerge qui in modo significativo. In effetti l’intelligenza è un fenomeno quanto mai dinamico. Essa coinvolge processi differenziati, i quali innestano disposizioni ereditarie su differenti impatti sui diversi fattori ambientali. In ogni caso il “prodotto” non si può manipolare a proprio piacimento anche se presenta particolari caratteristiche di adattabilità.
Ci riferiamo nello specifico a bambini già dotati di particolari capacità intellettuali. Per essi la tecnica di assoggettarli ad immagini visive inconsuete e vivide, a tecniche di autoregolazione delle onde cerebrali, a diete e farmaci tali da rafforzare la memoria, di addestrarli alla logica deduttiva e induttiva, di farli ragionare su analogie, relazioni ed ipotesi innovative, non è efficace più di tanto per arrivare ad un comportamento individuale o di “gruppo” con risultati omogenei e significativi. Si traduce spesso solo in violenza indebita.
D’altra parte l’uomo ha sempre cercato di capire e di sezionare il temperamento che rende una persona diversa dall’altra. Lo aveva in precedenza sperimentato Socrate allorché tuonava col suo “Conosci te stesso” e Aristotele più o meno nel 350 a.C. aveva pienamente riconosciuto il potere potenziale del temperamento umano. Oggi gli psicologi hanno riaffermato le vecchie teorie già abbozzate da Wilhem Wundt in 4 principali stili comportamentali, ciascuno dei quali presente in maggiore o minore misura in ogni individuo e rappresentanti il materiale grezzo, da cui si forma la personalità: il temperamento artistico, impulsivo, socievole e negativo. (Riccardo Alfonso)

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Dirigenti Scolastici: il Ministro Bussetti vuole superare il problema delle reggenze

Posted by fidest press agency su sabato, 14 luglio 2018

Il Ministro Bussetti, durante l’audizione davanti alle Commissioni 7ª della Camera e del Senato, parla di superamento del problema delle reggenze affidando la soluzione al concorso per diventare dirigente scolastico: ma quali saranno i tempi per la felice conclusione del concorso? Un anno sicuramente prima della messa in ruolo, salvo ricorsi che potrebbero allungare i tempi anche di tre anni. In questo caso i dirigenti attuali avrebbero ancora un carico operativo per almeno un anno, se non di più. Marcello Pacifico (presidente Udir): Considerando che le reggenze scolastiche non garantiscono una funzionale organizzazione del servizio sia in termini di qualità sia in termini di efficienza organizzativa, la permanenza volontaria in servizio al 31 agosto 2019 dei dirigenti scolastici collocati in pensione dal 1° settembre 2018 garantirebbe la continuità alle istituzioni scolastiche, con un successivo passaggio quasi naturale ai nuovi presidi vincitori di concorso da espletarsi il 1° settembre 2019.

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Sgarbi interviene sul problema dei migranti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 giugno 2018

“Ha torto Renzi sulla posizione di Salvini rispetto alla questione, prima umana che politica, della vita di bambini e madri in mezzo al mare. Ha torto perché l’umanità riguarda l’intera umanità, non solo gli italiani. Salvini ha semplicemente chiesto di condividere con altre nazioni la responsabilità morale, non politica, della vita dei naufraghi. Quello che Renzi chiede a Salvini va chiesto anche a maltesi, spagnoli, portoghesi in mare e a tutti i cittadini dei paesi europei nell’unanime impegno. Non solo, ma la posizione criticata da Renzi non è solo di Salvini, ma è condivisa dal presidente del consiglio Conte, dal vicepresidente di Maio e da tutto il gruppo cinque stelle”

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