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La Grecia deve porre fine al pericoloso sovraffollamento dei centri di accoglienza delle isole

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 ottobre 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, oggi rivolge un appello alla Grecia affinché trasferisca con urgenza migliaia di richiedenti asilo fuori dai centri di accoglienza pericolosamente sovraffollati delle isole egee. A settembre, 10.258 persone sono arrivate via mare, principalmente famiglie afgane e siriane – la cifra mensile più elevata dal 2016 – aggravando le condizioni umanitarie sulle isole che attualmente accolgono 30.000 richiedenti asilo.A Lesbo, Samo e Cos la situazione è critica. Il centro di accoglienza di Moria, a Lesbo, ospita già 12.600 persone, un numero cinque volte superiore alla propria capacità. In un insediamento informale nelle vicinanze, 100 persone sono costrette a condividere un solo bagno. Le tensioni restano alte a Moria, dove, domenica, in un incendio divampato in un container utilizzato per alloggiare le persone ha perso la vita una donna. Una rivolta lanciata in seguito per la frustrazione dai richiedenti asilo ha portato al verificarsi di scontri con le forze di polizia.A Samo, il centro di accoglienza di Vathy ospita 5.500 persone – una cifra otto volte superiore alla propria capacità. La maggior parte dorme in tende con accesso limitato a latrine, acqua potabile e cure mediche. Le condizioni sono andate deteriorandosi bruscamente anche a Cos, dove 3.000 persone condividono uno spazio destinato a sole 700.Tenere le persone sulle isole in tali condizioni inadeguate e insicure è disumano ed è necessario porvi fine. Il Governo greco ha dichiarato che le priorità, che l’UNHCR accoglie con favore, sono allentare la pressione sulle isole e proteggere i minori non accompagnati. L’UNHCR, inoltre, prende atto delle misure annunciate lunedì in occasione di una riunione di gabinetto straordinaria e volte ad accelerare e rafforzare le procedure di asilo e a gestire i flussi verso la Grecia. L’UNHCR resta in attesa di conoscere i dettagli per iscritto così da poter esprimere commenti a riguardo.Tuttavia, essendo necessario agire con urgenza, l’UNHCR esorta le autorità greche a dare priorità ai piani per il trasferimento degli oltre 5.000 richiedenti asilo già autorizzati a proseguire la propria procedura di asilo sulla terraferma. Contemporaneamente, è necessario mettere a disposizione nuovi posti in accoglienza per prevenire che ulteriori flussi dalle isole si riversino sulla Grecia continentale, dove la maggior parte delle strutture sono al completo. L’UNHCR continuerà a sostenere i trasferimenti verso la terraferma anche in ottobre, su richiesta del Governo.
Sono inoltre necessarie soluzioni a più lungo termine, fra cui assicurare sostegno ai rifugiati affinché diventino autonomi e possano integrarsi in Grecia.Il dramma dei minori non accompagnati, che nel complesso sono oltre 4.400, suscita particolare preoccupazione, considerato che solo uno su quattro vive in alloggi adeguati alla loro età.A Moria, circa 500 minori sono alloggiati in un enorme capannone insieme ad adulti coi quali non condividono alcun grado di parentela. A Samo, oltre una dozzina di bambine non accompagnate dormono a turno in un piccolo container, mentre altri bambini sono costretti a utilizzare le tettoie dei container. Date le condizioni estremamente rischiose e le situazioni potenzialmente violente a cui sono esposti i minori non accompagnati, l’UNHCR rivolge un appello agli Stati europei affinché in via prioritaria mettano a disposizione posti per il ricollocamento e velocizzino i trasferimenti dei minori che soddisfano i requisiti per il ricongiungimento coi propri familiari.L’UNHCR continua a lavorare con le autorità greche al fine di sviluppare le capacità necessarie per rispondere alle esigenze umanitarie. Gestiamo oltre 25.000 posti in appartamenti destinati ad alcuni dei richiedenti asilo e dei rifugiati più vulnerabili, nell’ambito del programma ESTIA finanziato dall’UE. Circa 75.000 persone ricevono mensilmente assistenza in denaro nell’ambito del medesimo progetto. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, col sostegno continuo dell’UE e di altri donatori, è pronto a espandere il proprio intervento tramite uno schema di assistenza finanziaria per il pagamento di alloggi che permetterebbe ai richiedenti asilo autorizzati di lasciare le isole e stabilirsi sulla terraferma. Quest’anno la Grecia è meta della maggior parte degli arrivi attraverso il Mediterraneo, circa 45.600 su 77.400 – più di quelli che hanno interessato Spagna, Italia, Malta e Cipro insieme.

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Morti e feriti a Tripoli nelle ultime 36 ore

Posted by fidest press agency su lunedì, 29 aprile 2019

Notte di attacchi sulle case a Tripoli con 300 morti di cui 90 minorenni e 100 donne morte 1700 feriti più di 40 mila sfollati di cui 50% donne e il 25% minorenni. Così l’associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi) descrive la notte scorsa caratterizzata da attacchi aerei su Tripoli da parte dell’esercito su Haftar utilizzando aerei senza pilota con numerosi danni sulle abitazioni ,morti e feriti sotto le macerie così riferiscono i medici libici al fondatore Amsi e Consigliere OMCEO di Roma Foad Aodi che é in contatto con loro dall’inizio del conflitto.
In base al bilancio fornito dai medici libici oggi fino ore 13.00 ci sono 300 morti di cui 90 minorenni e 100 donne ,ci sono più di 40 mila sfollati di cui il 50% donne e il 25% minorenni. Inoltre ci informano che nei prossimi giorni saranno operate 45 donne e minorenni da un chirurgo francese presso l’ospedale di Bengasi. Ringraziamo Papa Francesco per il suo appello a favore della popolazione e dei rifugiati in Libia e l’urgenza di corridoio sanitario e umanitario.

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L’Europa che non si fa amare

Posted by fidest press agency su sabato, 14 luglio 2018

Di certo l’Europa comunitaria mostra, da qualche tempo a questa parte, evidenti segni di imbarbarimento nelle relazioni interne tra Stati. I segnali li abbiamo avvertiti con la crisi greca di anni fa, gli “inciuci” franco-tedeschi a danno degli altri membri della comunità, il modo come si gestisce la Brexit volendo far pagare a caro prezzo chi ha “osato” sganciarsi dall’Ue e per servire da monito a quanti avessero l’ardire di un distacco e non certo ultimo il discorso fatto dal ministro Savona nella sua audizione in commissione parlamentare dove ha toccato il nervo scoperto di una certa leadership europea asserendo che non sono gli Italiani a voler abbandonare l’euro ma è nei pensieri dei nostri partner se ritengono che noi siamo diventati troppo scomodi per i loro interessi di bottega. E in questa faccenda i media non ci fanno di certo una bella figura assecondando la fake news che tenta di contrabbandare questa voglia di abbandono proprio ai governanti italiani per ammansirli e ridurli a miti consigli e spingere l’opinione pubblica ad avversarli. Oggi vorrebbero, al più, che l’Italia si accontenti di restare ai margini di una gestione comunitaria a guida tedesca per diventare senza fiatare il più grande campo profughi d’Europa, rinunciare ai suoi rapporti preferenziali con la Libia e gli altri paesi africani che si affacciano sul Mediterraneo perché sono diventati un affare privato dei Francesi e in una certa misura degli spagnoli. La verità è che se gli italiani non si svegliano e non si coalizzano da subito con quei paesi dell’Unione Europea che sono già ora dei critici ma non riescono a fare fronte comune per cogliere la grossa occasione delle prossime elezioni per il rinnovo del parlamento europeo, saremo destinati alla logica del servus servorum dei e con tutto quel che ne consegue. E il discorso vale anche in politica estera dove la Nato continua a sopravvivere in funzione anti russa mentre altri sono i nemici dell’Europa. E la logica delle sanzioni alla Russia è puramente strumentale in quanto tende a danneggiare le economie europee più deboli e non certo i sovietici. La stessa politica dei dazi avviata da Trump dimostra solo una cosa: l’Europa continua a non voler capire, o lo fa maldestramente, che non si può pensare alla lunga ad un sostegno incondizionato sulla liberalizzazione dei commerci se non si stabiliscono regole comuni sul fronte dei salari e dei diritti dei lavoratori ovunque essi si trovino. Prova ne è che in Italia per abbassare i salari si favorisce una immigrazione selvaggia e destabilizzante e gli effetti perversi sono sotto i nostri occhi senza bisogno di una lente d’ingrandimento. (Riccardo Alfonso)

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Siamo certi di capire cosa veramente sta succedendo nel mondo?

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 giugno 2018

“Noi ci troviamo davanti a un mutamento drammatico della politica mondiale: gli Stati Uniti non sono più quelli (ora escono anche dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite), la Corea del Nord non è più quella (si spaventa anche lei dell’olocausto atomico), Israele non è più quello (sta legiferando di essere uno Stato solo per gli ebrei, lì sono gli altri ad essere in lista), in Europa siamo agli insulti tra governanti impazziti e anche l’Italia non è più quella. A ben vedere però non tanto è cambiato il modo di concepire la politica, quanto è cambiato il modo di governare. La politica sembra sempre quella: l’assillo di fermare i profughi c’è adesso e c’era prima, però si mandano medici e navi militari a soccorrerli adesso come si faceva prima; i porti si chiudono ma anche si lasciano aperti adesso come prima; il blocco navale lo vorrebbe oggi Giorgia Meloni con le Marine europee, come Minniti lo voleva ieri con le motovedette libiche; l’idea di “aiutarli a casa loro” era di Renzi come oggi è di Salvini, ma era anche della FAO e del Vertice mondiale sull’alimentazione che nel 1996 aveva stabilito che ogni Paese dovesse destinare una quota del PIL agli aiuti ai Paesi poveri e aveva perfino coltivato il sogno di dimezzare la fame nel mondo entro il 2015: ma povertà e fame sono ai livelli di prima e del PIL sono cadute a sfamare e illudere i poveri solo le briciole (dall’Italia lo 0,2 per cento). In Europa le politiche di Maastricht, la proibizione degli aiuti di Stato, l’ultimatum sul debito, il pareggio di bilancio c’erano prima e ci sono adesso: prima ci pensava Padoan e adesso, garante Mattarella, vi provvede con generale sollievo dei mercati, Tria. In Israele insediamenti e colonie si facevano prima e si continuano anche adesso. La corsa al riarmo nucleare c’era prima, c’e adesso, e viene boicottato, anche dall’Italia, il Patto per il bando delle armi di sterminio.
Però è cambiato il modo di governare. Prima tutto si faceva e si accettava con sussiego, tutti compunti quando Hollande, il socialista, spazzava via la città satellite dei profughi a Calais o quando Clinton, il democratico, costruiva il muro col Messico, che c’era dunque già prima che Trump lo elevasse a 12 metri, tanto è vero che il papa c’è andato accanto a pregare i Salmi della desolazione. Però la leggenda somministrata al popolo (prima che esso degenerasse nel populismo) era che si viveva nel migliore dei mondi possibili. Adesso si governa più o meno allo stesso modo, ma con grida, ira, esecrazione e ingiuria reciproca. La situazione è perfettamente descritta nell’appello di mons. Nogaro e Sergio Tanzarella pubblicato in questo sito: i precedenti governi avevano già compiuto atti gravissimi, ora si aggiunge odio e paura. Ovvero, la realtà è la stessa, cambia il racconto.
Se volessimo ricordare una vecchia interpretazione marxista, tanto vituperata quando utilizzata dai gesuiti e dalla teologia della liberazione in America Latina, ma tanto utile come strumento d’analisi da tenere nella cassetta degli attrezzi, dovremmo dire che resta immutata la struttura ma cambia la sovrastruttura, cioè resta la dura realtà delle cose ma cambia l’ideologia, cambia la rappresentazione, cambia il “singhiozzo della creatura oppressa”. Nessuno pensi che ciò sia senza conseguenze. Lo scarto tra realtà e rappresentazione può diventare esplosivo, e l’intero sistema rischia di andare in pezzi.
Ma di nuovo qui bisogna non sbagliare l’analisi. È un luogo comune che, almeno qui da noi, a far saltare il tappo sia stato Salvini con la sua politica spettacolo, e se è così vuol dire che ci voleva poco. In ogni caso lui viene vissuto come un Che Guevara, la rivoluzione è lui, come dice e illustra la copertina del “Corriere della sera”. Ma l’errore sta in questo: Salvini non è la rivoluzione, è la controrivoluzione. La rivoluzione è un’altra e ormai si capisce anche chi ne sono i soggetti.
Si discusse seriamente di rivoluzione nel 1986 in un convegno a Cortona che forse qualcuno ricorderà. Dopo l’installazione dei missili, il mondo sembrava a un passo dallo scontro nucleare. Nessuno sembrava più in grado di controllare la situazione. Il partito comunista non credeva più in un’uscita dal capitalismo. Anche la cristianità era divisa: i vescovi del Santo Sinodo della Chiesa russa, incoraggiati da Gorbaciov, condannavano la dottrina del primo uso (“first use”) dell’arma nucleare ed escludevano che quella nucleare potesse essere una guerra giusta, i vescovi americani, intimiditi da Reagan, legittimavano il primo uso ammettendo come guerra giusta anche quella atomica. La tesi di Cortona, illustrata da Claudio Napoleoni, era che bisognava uscire dal sistema di guerra, come dicevamo noi pacifisti, ma questo non bastava, anzi non sarebbe stato possibile se non si fosse usciti dal sistema di dominio: il dominio delle cose sull’uomo, dell’uomo sull’uomo, di un popolo sugli altri popoli. Dunque, una rivoluzione. Ma quali avrebbero potuto essere i soggetti della rivoluzione, che naturalmente si pensava pacifica? La classe operaia non più. Le suggestioni furono diverse. A discuterne furono personalità di spicco del tempo, cattolici e no, Giulio Girardi, Augusta Barbina, padre Balducci, i senatori Ossicini e Anderlini, padre Turoldo, Salvatore Senese, Giovanni Franzoni, Gianni Gennari, Tonino Tatò (il segretario di Berlinguer), Giuseppe Chiarante, Italo Mancini, Giovanni Franzoni, Mario Gozzini, Boris Ulianich e altri. E chi diceva che il nuovo soggetto rivoluzionario sarebbero stati i giovani, chi diceva le donne, chi diceva i popoli nuovi, quelli del Terzo Mondo. Nessuna di queste previsioni si è avverata. Il sistema di dominio e di guerra non è stato scalfito, anzi si è inorgoglito presentandosi come “fine della storia”. Ma oggi la cosa si svela.
Oggi ci troviamo di fronte a un fenomeno che male faremmo a non riconoscere come un evento rivoluzionario. È quello dei migranti, 68 milioni nel 2017. Se viene trattato come un’emergenza, è irrisolvibile, e tutto il caos europeo e americano di questi giorni mostra che cercare di tamponarlo come tale è addirittura patetico, oltre che tragico. Se invece si riconosce come un evento rivoluzionario, si può cominciare a organizzare una risposta ragionevole. Una rivoluzione la si può prendere a cannonate, ma quasi mai funziona. Oppure la si può assumere e gestire con la politica, con il diritto e con il cuore (lo dice perfino la signora Trump).
E intanto si vede chi sono i soggetti della rivoluzione. Sono i migranti, che l’ONU nemmeno vuol chiamare così, perché sono rifugiati, fuggiaschi, richiedenti protezione e asilo, sfollati interni, Internally Displaced People, ed è impossibile distinguere tra migranti economici e politici. Sono soggetti rivoluzionari perché non dicono, ma fanno, mettono in gioco i loro corpi, usano mani e piedi, lottano per la vita dando la vita, perseguono un fine che se raggiunto non vale solo per loro, ma per tutti, perché ne verrebbe un mondo diverso e magari questo fine sarà raggiunto per altri, non da loro. Per questo sono rivoluzionari, e sono non violenti perché non mettono in questione il sistema con le armi, ma ne svelano l’ottusità e ingiustizia col semplice muoversi, andare, sfidare il mare ma anche le torture e i lager. Fanno obiezione di coscienza a un mondo che non li vuole.
Si può fare la controrivoluzione contro di loro, ed è irrisoria. Oppure si può riconoscere il diritto fondamentale universale umano di migrare, lo ius migrandi, disciplinarlo e graduarne l’attuazione affidandolo a mezzi di trasporto comuni e sicuri, e riaggiustare il mondo globale, nei suoi meccanismi economici, sociali e politici, secondo la misura di un’umanità indivisa. Perciò è una rivoluzione; riconoscerlo vuol dire anche sapere che, come dicevano i cinesi, non è un pranzo di gala: è cimento e lotta. Se ne dovrà parlare. Ne va della salvezza della terra, non solo delle anime”. (fonte: http://www.chiesadituttichiesadeipoveri.it/)

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Aleppo Est, linfa ai centri comunitari per sostenere la ripresa nei quartieri più devastati

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 Mag 2018

È stato avviato il nuovo progetto di COOPI in Siria, volto a sostenere la popolazione di Aleppo est duramente colpita dal lungo e tragico assedio terminato nel 2016. Grazie al finanziamento dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), la ONG italiana raggiungerà più di 4.000 persone, tra cui uomini, donne e bambini che soffrono di traumi psicologici, disabilità permanenti, malnutrizione, privazioni ed i volontari che saranno formati ad assisterli. Attraverso il coinvolgimento di 4 centri comunitari e l’attivazione di 2 nuove unità mobili, COOPI fornirà materiali di prima assistenza, medicinali di base ed un sostegno psicologico specializzato, allo scopo di rafforzare la capacità di recupero e di ripresa della popolazione.
Aleppo è stata coinvolta dal 2012 al 2016 in una delle più tragiche battaglie della crisi siriana. Ad oggi non esiste una stima esatta dei danni riportati e delle vittime; tuttavia, a più di un anno dalla fine dell’assedio, la situazione è ancora molto grave: la distruzione è ovunque, decine di migliaia di persone non hanno accesso ad acqua ed elettricità, il sistema scolastico e la sanità devono essere ricostruiti, nell’area urbana, come in quella rurale attorno alla città sono diffusi ordigni esplosivi ancora da rimuovere. Decine di migliaia di persone hanno subito direttamente gravi danni a causa del conflitto; il 30% di queste con disabilità psicologiche e fisiche permanenti.In questo quadro, l’intervento di COOPI si svolge su un doppio binario: aiutare i soggetti più svantaggiati da una parte, offrendo loro servizi di assistenza medica e psicologia e dall’altra, creando un tessuto sociale solidale e protettivo verso gli stessi, che abbia una durata maggiore rispetto all’intervento in sé.Spiega Marco Loiodice, responsabile progetti di COOPI in Medio Oriente: “Lavoreremo nei centri comunitari dei quartieri di Bustan Alkasser, Shaar e Fardous, ad Aleppo, a stretto contatto con il network dei volontari per rispondere alle necessità delle famiglie e dei singoli in maggiore difficoltà e per recuperare quei legami sociali che la guerra ha sfaldato. Solo riattivando i meccanismi di protezione sociale, potremo aiutare le persone ad affrontare le sfide che hanno di fronte, la comunità ad opporsi alla tentazione di stigmatizzare chi vive una condizione di diversità, le famiglie a promuovere pratiche più attente ai bambini e agli anziani”.La crisi siriana, che Filippo Grandi, Alto Commissario dell’UNHCR, ha definito la più devastante della nostra epoca, è entrata nel suo ottavo anno di conflitto. Mentre lo scontro continua senza ragionevoli speranze di soluzioni a breve termine, COOPI ed UNHCR lavorano con i partner locali e internazionali, a partire dalla SARC (la Mezzaluna Crescente Rossa Siriana) per sostenere la capacità di resilienza della popolazione.

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Alluvioni in Kenya

Posted by fidest press agency su martedì, 24 aprile 2018

Piogge battenti e improvvise inondazioni nel nord del Kenya hanno distrutto le abitazioni e costretto migliaia di persone a sfollare, mentre decine di migliaia sono esposte al rischio di contagio delle infezioni trasmesse dall’acqua, come il colera, in un’area che comprende anche Dadaab, uno dei campi profughi più grandi al mondo.Nella contea di Madera, 750 abitazioni sono state spazzate via dall’acqua e 4.500 persone sono sfollate, e molte comunità nella contea di Turkana si ritrovano isolate senza soccorsi e aiuti a causa della distruzione di un ponte. Nel campo di Dadaab, dove vivono quasi 250.000 rifugiati, principalmente somali, la metà dei quali sono bambini, e dove si registrano ancora nuovi arrivi dal confine, si stanno facendo le stime dei ricoveri distrutti e molti rifugiati si sono raccolti nelle scuole per sfuggire al continuo aumento dell’acqua alta. “Le latrine a fossa che si trovano nel campo sono strabordate diffondendo il rischio di contagio del colera, perché i bambini giocano nell’acqua infetta senza sapere che potrebbe essere fatale. Le alluvioni stanno portando via tutto, abitazioni e bestiame, e le famiglie sono senza rifugio e cibo,” ha dichiarato Caleb Odhiambo, Area Manager di Save the Children’s a Dadaab.
Queste alluvioni giungono dopo un lungo periodo di siccità assoluta nel Corno d’Africa che ha decimato il bestiame e le fonti di sostentamento, lasciando 3,4 milioni di persone in Kenya, un paese che ospita 309.000 sfollati e 489.000 rifugiati, alle prese con una grave insicurezza alimentare. “I rifugiati a Dadaab si sentono condannati al peggio, perché la siccità toglie loro il cibo e queste piogge battenti e improvvise producono il disastro. Piegate dalla siccità, le comunità nel nord del Kenya hanno pregato invocando l’acqua, ma i cambiamenti climatici, la desertificazione e la deforestazione hanno eroso il terreno in vaste aree, impedendo a qualunque cosa di crescere. In assenza degli alberi che assicurerebbero l’umidità del terreno, le piogge battenti possono essere disastrose al pari della siccità, perché l’acqua invece di essere assorbita dal terreno porta via la terra e tutto quello che c’è.” “Siamo preoccupati anche per l’impatto negativo sull’educazione, perché in questi casi di grave emergenza le scuole sono l’unico rifugio possibile per le famiglie e le lezioni vengono sospese per lunghi periodi, mentre bisogna garantire la continuità dell’insegnamento per i bambini.”
Le Organizzazioni umanitarie presenti nel campo stanno anche faticando a far fronte alla riduzione dei fondi, che ha costretto a metà dello scorso anno Save the Children a limitare i suoi interventi, e l’agenzia ONU World Food Program a tagliare del 30% la distribuzione delle razioni di cibo.

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Appello per Afrin

Posted by fidest press agency su domenica, 25 marzo 2018

Parma. Da parte dei docenti del Centro Universitario per la Cooperazione Internazionale dell’Università di Parma. Ad Afrin l’esercito turco non solo sta uccidendo centinaia di civili e distruggendo una intera città, ma sta annientando una esperienza delle più avanzate di democrazia partecipata, confederale, multietnica e multiconfessionale.L’Amministrazione autonoma di Afrin ha lanciato un appello in cui chiede che “le organizzazioni internazionali condannino questi barbari attacchi” e che si provveda ad aiutare le decine di migliaia di profughi che abbandonano la città. Tra questi “ci sono bambini, anziani, feriti senza cibo né acqua”.L’imbarazzante silenzio delle nostre Istituzioni sulle responsabilità della Turchia, nostro alleato NATO, ci riempie di sdegno. La situazione in Rojava pone seri problemi morali e non solo diplomatici e politici. L’indifferenza di fronte a queste atrocità, infatti, mette in serio pericolo i fondamenti democratici del nostro stesso vivere collettivo. Non è possibile attendere oltre.

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Repubblica Centrafricana: 75.000 profughi in meno di un mese

Posted by fidest press agency su sabato, 20 gennaio 2018

repubblica-centrafricanaDopo la nuova ondata di violenza che nella Repubblica centrafricana ha causato solo nelle ultime tre settimane più di 75.000 profughi, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) si appella alla comunità internazionale affinché intensifichi l’invio di aiuti umanitari nel paese scosso dal 2012 da una guerra civile dimenticata dal mondo. Circa la metà della popolazione centrafricana dipende per la propria sopravvivenza dagli aiuti umanitari ma nel 2017 gli aiuti internazionali hanno coperto solo il 36,5% degli aiuti veramente necessari. Da quando sono ripresi i combattimenti tra le diverse milizie del paese, la situazione sta drammaticamente peggiorando in tutto il paese anche se la situazione peggiore si registra nel nordest della Repubblica Centrafricana. Dopo i combattimenti scoppiati il 29 dicembre 2017 nei dintorni della città di Paoua circa 60.000 persone sono state costrette a fuggire di casa e a cercare rifugio nella città di Paoua che fino a quel momento aveva solo 40.000 abitanti. Nel vicino Ciad sono stati registrati 15.000 nuovi profughi provenienti dalla Repubblica Centrafricana. Solamente nel 2017 circa 180.000 persone sono fuggite dalla violenza portando così il numero complessivo dei profughi centrafricani a 1,1 milioni su una popolazione totale di 5 milioni. I combattimenti sono in aumento anche nelle altre regioni del paese. A causa degli scontri armati, lo scorso 17 gennaio sono morte sette persone in un quartiere della capitale Bangui, abitato prevalentemente da musulmani. I combattimenti sono stati scatenati da un attacco terroristico nonché da una lite tra miliziani armati e commercianti ai quali i miliziani hanno tentato di estorcere il pagamento di un pizzo.Da diversi anni le organizzazioni per i diritti umani chiedono il disarmo completo di tutte le milizie, cosa che il governo del paese finora non è riuscito ad ottenere. L’annuale Conferenza episcopale cattolica, tenutasi lo scorso 14 gennaio 2018, ha a sua volta condannato la violenza delle milizie e ha chiesto a tutte le parti in causa di aderire ad un armistizio incondizionato. Attualmente circa il 70% del territorio centrafricano è controllato da diverse milizie armate che si contendono il controllo delle materie prime.

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Nei campi profughi del Bangladesh con i Rohingya

Posted by fidest press agency su martedì, 16 gennaio 2018

rifugiatiIn occasione della Giornata del Migrante e del Rifugiato ci siamo uniti al richiamo di Papa Francesco ad “accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e a non avere paura, perché chi alza le barriere rinuncia all’incontro con l’altro”.Oggi altri migranti ci chiamano fino alle periferie del mondo: in Bangladesh infatti nei campi profughi la situazione dei Rohingya è un’emergenza. Va aggravandosi la situazione sanitaria, dopo il colera la difterite sta colpendo soprattutto i bambini e il prossimo arrivo dei monsoni fa presagire un’acutizzazione della malaria. La seconda missione di Sant’Egidio nei campi profughi dei rohingya è avvenuta in concomitanza con la visita di Papa Francesco in Myanmar e poi in Bangladesh. Prosegue il nostro impegno al fianco del MOAS (Migrant Offshore Aid Station) negli ospedali da campo di Shamlapur e di Unchiprang e con la Caritas Bangladesh per la distribuzione di generi di prima necessità (cibo, abiti, medicine).Proprio ieri è partita la terza missione per portare nuovi aiuti. Questa volta raggiungeremo anche il campo rifugiati di Kutupalong che accoglie più di 400 mila rohingya, in gran parte bambini. E’ di loro che vogliamo occuparci principalmente. In collaborazione con l’associazione del Bangladesh “We the Dreamers” e la Muhammadiyah indonesiana, apriremo presto una Scuola e un Centro Nutrizionale per i bambini di Jamtholi.

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Ottaviani: caos profughi. Presentiamo le denunce

Posted by fidest press agency su martedì, 8 agosto 2017

frosinoneFrosinone. Dopo l’ultima vicenda verificatasi a Frosinone, nel corso della quale una ventina di profughi, per evitare la multa da parte dei controllori del Cotral, si sono scagliati contro un dipendente dell’azienda di trasporto pubblico, travolgendo anche quanti si trovassero davanti alle uscite del bus, è intervenuto il sindaco di Frosinone, Nicola Ottaviani, con iniziative clamorose volte a ripristinare la normalità nelle relazioni civili e nella sicurezza nei luoghi pubblici o aperti al pubblico, in cui si stanno registrando, da mesi, situazioni di criticità connesse al comportamento di alcuni profughi. “Qualche tempo fa, quando, come sindaco di Frosinone, ho posto l’accento su alcuni episodi di sopraffazione registratisi all’ingresso del cimitero comunale, da parte di alcuni profughi che, stranamente, facevano la spola, giornalmente, da Fiuggi a Frosinone, venni preso come visionario – ha dichiarato Nicola Ottaviani – La settimana scorsa, però, tutti hanno potuto constatare come quei timori fossero fondati, poiché all’interno di uno dei centri ospitanti di Fiuggi è scoppiato quello che, secondo una lettura superficiale, è apparso come caos, mentre risulta, invece, la conseguenza inevitabile dell’ennesima speculazione, economica e finanziaria, in danno dei contribuenti, oltre che a discapito della stessa solidarietà in materia di assistenza internazionale per i profughi. Quello che è accaduto, dunque, durante l’ultimo fine settimana, a Frosinone, sui mezzi pubblici che transitavano nella zona del capolinea di piazza Pertini, rischia di essere, soltanto, il più recente ma non l’ultimo dei fatti di gravi soprusi subiti dalla nostra comunità locale che, considerata anche a livello provinciale è, di fatto, la vera ed unica comunità ospitante”. “E allora – ha continuato il sindaco di Frosinone, Nicola Ottaviani – dobbiamo ormai ragionare in termini strettamente giuridici, poiché non stiamo discutendo, qui, di chi sia a favore o contro l’assistenza sociale internazionale, nei confronti dei profughi abbandonati in mare dai mercanti di essere umani, ma stiamo discutendo se sia giusto o meno assistere con inerzia all’utilizzo criminale di una legge che sta finendo per alimentare le casse private dei soliti furbetti, senza scrupoli, con un business ormai fuori controllo. In altri termini, se all’interno di un asilo d’infanzia convenzionato un direttore, anziché preoccuparsi di fornire adeguata assistenza agli alunni in fasce, si preoccupa, invece, soltanto di ‘ammucchiare’ bambini dentro le stanze, al fine di aumentare le iscrizioni e gli incassi, è tenuto ad assumersi responsabilità giuridiche rilevanti per la propria condotta, poiché amministra provvidenze pubbliche e genera situazioni di pericolo per i piccoli ospiti, allora lo stesso criterio deve valere per quelle imprese e per quelle associazioni di finto volontariato, che stanno trasformando alcuni settori della nostra comunità in autentiche polveriere sociali e relazionali. Del resto, se alcuni operatori privati percepiscono dallo Stato dai 38 ai 40 euro al giorno, per l’assistenza completa per ogni profugo, per poi abbandonarli a vagabondare quotidianamente, nell’ozio più totale, in giro per i quartieri, dovrà pure esserci un meccanismo minimo per ripristinare la legalità e anche la decenza. A breve, per monitorare quanto sta avvenendo e per attenuare la degenerazione di questo fenomeno, non più tollerabile, istituiremo al Comune di Frosinone – visto che l’assistenza ai profughi non è materia di diretta competenza dei sindaci – un numero verde per segnalare gli episodi e gli elementi che saranno trasferiti alla conoscenza dell’autorità giudiziaria, oltre che della Prefettura e della Questura, affinché le vere espulsioni, almeno dal circuito economico, siano relative a quei soggetti che fanno mercimonio illecito delle disavventure che colpiscono i profughi, unitamente alla presentazione delle denunce verso i singoli soggetti responsabili di sopraffazioni e violenze verso i cittadini, italiani o stranieri, della nostra collettività”. (n.r. Queste sono le conseguenze, a prescindere dagli immigrati, di una società volutamente permissiva che ci ha fatto dimenticare cosa significa ordinato svolgersi della vita di una comunità. Se non corriamo ai ripari la situazione creerà seri danni e, purtroppo, irreversibili).

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I profughi non riconosciuti vanno immediatamente rimpatriati

Posted by fidest press agency su sabato, 1 luglio 2017

fabio_rampelli_daticamera“Abbiamo sempre denunciato le condizioni abominevoli nelle quali vivono i migranti. La responsabilità è solo della sinistra, in salsa Letta, Renzi o Gentiloni che, per dare ospitalità a tutti, anche a chi ha ricevuto risposta contraria dalle commissioni prefettizie, alimenta in modo direttamente proporzionale le morti nel Mediterraneo, il business dell’accoglienza, il degrado nelle città e l’insicurezza. Mentre chiediamo un’immediata ispezione al Cara di Mineo e la chiusura di ogni lager per disperati pretendiamo che i richiedenti asilo che non hanno visto riconosciuto lo status di profughi vengano immediatamente rimpatriati”. È quanto ha dichiarato il capogruppo di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale Fabio Rampelli.

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Profughi, al via i nuovi corridoi umanitari

Posted by fidest press agency su sabato, 14 gennaio 2017

viminaleÈ stato firmato al Viminale il Protocollo di intesa per l’apertura di nuovi corridori umanitari che permetteranno l’arrivo in Italia, nei prossimi mesi, di 500 profughi eritrei, somali e sud-sudanesi, fuggiti dai loro Paesi per i conflitti in corso.
A siglare il “protocollo tecnico” quattro soggetti: la Conferenza Episcopale Italiana (che agirà attraverso la Caritas Italiana e la Fondazione Migrantes) con il Segretario Generale, Mons. Nunzio Galantino, e la Comunità di Sant’Egidio con il suo Presidente, Marco Impagliazzo, come promotori; il Capo del Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione del Ministero dell’Interno, Mario Morcone, e il Direttore delle politiche migratorie della Farnesina, Cristina Ravaglia, per lo Stato italiano.
“Troppo spesso ci troviamo a piangere le vittime dei naufragi in mare, senza avere il coraggio poi di provare a cambiare le cose: questo Protocollo consentirà un ingresso legale e sicuro a donne, uomini e bambini che vivono da anni nei campi profughi etiopi in condizioni di grande precarietà materiale ed esistenziale”, dichiara Mons. Galantino, che aggiunge: “La Chiesa Italiana si impegna nella realizzazione del progetto facendosene interamente carico – grazie ai fondi 8 per mille – senza quindi alcun onere per lo Stato italiano; attraverso le diocesi accompagnerà un adeguato processo di integrazione ed inclusione nella società italiana”.
Il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, commenta: “Questo accordo per nuovi corridoi umanitari, che siamo felici di realizzare con la Cei, risponde al desiderio di molti italiani di salvare vite umane dai viaggi della disperazione. Si tratta di un progetto che offre a chi fugge dalle guerre non solo la dovuta accoglienza ma anche un programma di integrazione. L’Europa, tentata dai muri come scorciatoia per risolvere i suoi problemi e troppe volte assente, guardi a questo modello di sinergia tra Stato e società civile replicabile anche in altri Paesi”.
Secondo l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr), l’Etiopia oggi è il Paese che accoglie il maggior numero di rifugiati in Africa, più di 670.000 persone: un afflusso di dimensioni tanto ampie è stato determinato da una pluralità di motivi, da ultimo la guerra civile in Sud Sudan scoppiata nel dicembre 2013.

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Accordo UE-Turchia

Posted by fidest press agency su domenica, 20 marzo 2016

turchia-ist3L’UNHCR prende atto dell’accordo sancito oggi tra l’Unione europea e la Turchia sulla situazione dei rifugiati e dei migranti in arrivo in Europa.Riconosciamo la necessità condivisa dei paesi di trovare soluzioni correttamente gestite a questa situazione. Infatti, rispetto a ciò, l’UNHCR ha più volte negli ultimi mesi offerto le sue specifiche raccomandazioni all’Europa. Il caos che ha prevalso nel 2015 e fino ad ora nel 2016 non risponde né ai bisogni delle persone in fuga da guerre e che hanno bisogno di sicurezza, né agli interessi della stessa Europa.L’accordo di oggi chiarisce una serie di elementi. In modo significativo, ha reso esplicito che in tutte le modalità di attuazione dell’accordo verrà rispettato il diritto internazionale ed europeo. Secondo quanto l’UNHCR interpreta, alla luce della giurisprudenza in materia, questo significa che le persone in cerca di protezione internazionale, accederanno ad un’intervista individuale che stabilirà se la loro richiesta di asilo potrà essere presentata in Grecia, e nel corso della quale avranno diritto a presentare ricorso prima di una possibile riammissione verso la Turchia. Da ciò deriva anche che, una volta rimpatriate, le persone bisognose di asilo avranno la possibilità di accedere in modo effettivo alla protezione in Turchia. Dobbiamo ora vedere come questo verrà attuato nella pratica, riflettendo le garanzie inserite nell’accordo, molte delle quali attualmente assenti.
Diventano dunque cruciali le modalità di attuazione dell’accordo. In ultima analisi, la risposta deve soddisfare i bisogni impellenti delle persone in fuga da guerre e persecuzioni. I rifugiati hanno bisogno di protezione, non di respingimenti.
In primo luogo, devono essere rafforzate in Grecia le condizioni di accoglienza ed il sistema di valutazione delle domande di asilo. Le garanzie previste dall’accordo devono essere messe in pratica. Questo rappresenterà una sfida enorme che bisognerà affrontare immediatamente.In secondo luogo, le persone rimpatriate in Turchia e bisognose di protezione internazionale devono poter accedere ad una valutazione della domanda di asilo che sia equa e appropriata, ed entro un termine ragionevole. Devono inoltre esistere rassicurazioni contro i ritorni forzati. Prima di qualsiasi rimpatrio dalla Grecia, l’accoglienza e le altre misure devono essere approntate in Turchia. Le persone che hanno bisogno di protezione internazionale devono poter accedere all’asilo senza discriminazioni e in linea con gli standard internazionali, incluso l’effettivo accesso a lavoro, assistenza sanitaria, istruzione per i bambini, e, se necessario, assistenza sociale.In terzo luogo, pur avendo notato l’impegno di questo accordo ad aumentare le opportunità di reinsediamento fuori dalla Turchia per i rifugiati siriani, è cruciale che questi impegni siano significativi e prevedibili. L’incremento dei reinsediamenti dalla Turchia verso l’Unione Europea non deve avvenire a spese del reinsediamento di rifugiati di altre nazionalità che nel mondo si trovano in una situazione di grave bisogno, soprattutto nel contesto odierno di un numero mai raggiunto di persone costrette alla fuga.

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Profughi: corridoio umanitario

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 febbraio 2016

ProfughiRoma Fiumicino Lunedì 29 febbraio 2016 briefing per la stampa è alle 11.45 al Terminal 5 di Fiumicino. Lunedì 29 febbraio 2016 da Beirut arriverà a Fiumicino, il primo cospicuo gruppo di profughi siriani che grazie al progetto dei “corridoi umanitari”, entrerà in tutta sicurezza e legalmente in Italia.Si tratta di 24 famiglie, 93 persone in tutto – di cui 41 minori – che in ragione della loro condizione di vulnerabilità hanno ottenuto un visto umanitario a territorialità limitata rilasciato dall’ambasciata italiana in Libano.
La maggior parte proviene da Homs, città siriana ormai rasa al suolo. Altri da Idlib e Hama. Una volta in Italia saranno traferiti in diverse località.Lo scorso 4 febbraio la piccola siriana Falak, malata di tumore, con la sua famiglia era giunta a Roma aprendo di fatto il primo varco legale verso l’Europa. Si tratta di un progetto-pilota che nel quadro di un accordo raggiunto a metà dicembre tra governo italiano, la Comunità di Sant’Egidio. la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI), e la Tavola Valdese, prevede l’arrivo di un migliaio di casi in due anni non solo dal Libano, ma presto anche dal Marocco e dall’Etiopia.

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Sudan: dramma dimenticato dei profughi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 gennaio 2016

sud sudanL’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) chiede maggiore protezione per la popolazione civile del Sudan occidentale terrorizzata dalle aggressioni delle milizie Rapid Support Forces (RSF) controllate dallo stato. Per l’APM, le truppe di pace UNAMID delle Nazioni Unite, il Consiglio di Sicurezza e l’Unione Africana devono prendere atto del fatto che la popolazione civile del Darfur vive nel terrore delle milizie e devono finalmente avviare passi concreti per una migliore tutela delle persone. Senza garanzie per la propria sicurezza le centinaia di migliaia di persone che attualmente vivono nei campi profughi non possono tornare nei propri villaggi ancora distrutti e non vi può essere una pace duratura nella regione.Lo scorso 10 gennaio un attacco delle milizie RSF al villaggio di Mouli (Stato federale del Darfur occidentale) ha causato nove morti. Durante i funerali tenuti il giorno dopo nella capitale provinciale El Geneina si sono formate proteste spontanee contro la violenza delle forze dell’ordine. La polizia è intervenuta con la forza e nei tumulti che ne sono risultati sono state uccise tre persone con armi da fuoco e altre 27 sono rimaste ferite. L’APM chiede con forza che gli abusi commessi delle forze dell’ordine vengano indagati da una commissione indipendente e che i responsabili delle violenze vengano puniti da un tribunale.Le milizie RSF sottostanno formalmente ai NISS, i servizi segreti sudanesi. Il governo sudanese è quindi responsabile delle aggressioni compiute dalle RSF così com’è responsabile dell’eccessiva violenza messa in atto da esercito e polizia. Non passa ormai settimana senza che vi sia un attacco delle RSF a villaggi o campi profughi e la violenza delle milizie si dirige in modo particolare contro le donne. In ampie parti del Darfur regna un clima di impunità e di paura. Furto, rapimenti, sequestro arbitrario di proprietà e stupri sono l’arma con cui le milizie diffondono paura e terrore.Ciononostante il governo sudanese chiede con insistenza lo scioglimento dei campi profughi nei quali attualmente vivono circa 1,7 milioni di persone. Il 28 dicembre 2015 il vicepresidente sudanese Hassabo Abdel-Rahman ha annunciato la chiusura di tutti i campi profughi entro il 2016 poiché, sostiene, “il Darfur si è completamente ripreso dalla guerra e cerca ora stabilità e sviluppo”. Per il governo si tratta anche di diffondere l’immagine di un paese che ha raggiunto la pace. L’organizzazione di auto-aiuto dei profughi “Darfur Displaced and Refugees Association” rifiuta invece l’idea di un ritorno forzato dei profughi ai propri villaggi. Secondo l’APM, lo scioglimento forzato dei campi senza alcuna garanzia di sicurezza comporterà solo nuovi conflitti e nuove violenze nel paese e certo non favorisce una pace duratura.

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Profughi: corridoi umanitari

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 dicembre 2015

corridoi umanitari“Questo progetto è come un accordo di pace perché permetterà di salvare tante vite umane”. Il presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, ha commentato con queste parole l’avvio, questa mattina, dei primi corridoi umanitari di profughi verso l’Italia. E’ la prima volta in assoluto per il nostro Paese. “In questo modo – ha spiegato – chi ne ha diritto potrà finalmente entrare nel nostro Paese evitando i cosiddetti viaggi della morte”. Grazie alla firma di un accordo tra la Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia e la Tavola Valdese, da una parte, il ministero degli Esteri e quello dell’Interno dall’altra, è stato inaugurato quindi il progetto che consentirà, per il momento, a mille profughi – attualmente in Marocco, Libano ed Etiopia – di giungere nel nostro Paese con visti rilasciati per “motivi umanitari” a spese delle stesse associazioni. Quindi senza l’intervento economico dello Stato e – sottolinea Impagliazzo – con un vantaggio anche per la sicurezza: “Sarà massima rispetto a chi arriva con i barconi perché i controlli saranno scrupolosi e verranno prese anche le impronte digitali”.
Il progetto dei “corridoi umanitari” è stato illustrato questa mattina in una conferenza stampa presso la Comunità di Sant’Egidio. Prevede l’ingresso in Italia di profughi in condizioni di “vulnerabilità” come donne sole con bambini, vittime potenziali della tratta di essere umani, anziani, persone affette da disabilità o serie patologie, e soggetti riconosciuti dall’UNHCR come rifugiati. Si tratta di una “buona pratica” che può costituire un modello replicabile anche in altri Paesi europei. Lo credono le tre sigle che hanno firmato l’accordo. Il presidente di Sant’Egidio aggiunge che in questo modo sarà sperimentata anche la possibilità di reintrodurre nella legislazione italiana il sistema della sponsorship, e in prospettiva in Europa, come già avviene in altri continenti: la possibilità di una chiamata da parte di un “garante” (associazione o singoli privati) disponibile ad assicurare allo straniero alloggio e sostentamento, in modo anche da rendere effettivi tanti ricongiungimenti familiari.
A partire da oggi verranno quindi istituiti uffici in Marocco, in Libano e, successivamente, in Etiopia per profughi provenienti da Siria, Etiopia e altri Paesi dell’Africa Subsahariana. Si provvederà a comporre le liste con le persone “in condizioni di vulnerabilità” per trasmetterle alle autorità consolari italiane che rilasceranno visti a “territorialità limitata” (quindi solo per l’Italia).
Le spese per i viaggi, in aereo o in nave, per l’ospitalità e l’assistenza legale saranno tutte a carico delle associazioni, in larga parte con l’8 per mille della Tavola Valdese e con fondi della Comunità di Sant’Egidio anche grazie ad una colletta straordinaria che verrà realizzata per questo Natale in tutto il mondo. Ai profughi, una volta arrivati in Italia, si offrirà anche un programma di integrazione che prevede l’apprendimento della lingua italiana, l’avviamento al lavoro e l’iscrizione a scuola per i minori.
“Mille persone, per ora, e speriamo di più in futuro – ha commentato Impagliazzo – saranno finalmente sottratte al rischio di morire in mare, ma anche allo sfruttamento economico da parte dei mercanti di uomini. E’ molto significativo avere avviato questo progetto ecumenico con le comunità evangeliche italiane e anche che parta proprio all’inizio del Giubileo della misericordia”.
Il presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Luca Maria Negro, ha espresso la sua soddisfazione per il progetto perché “non è più possibile che ancora oggi in Italia non ci sia posto per una madre che deve partorire”, come la madre di Gesù a Natale , e ha sottolineato che la presenza degli stranieri in Italia “non è solo questione di accoglienza ma arricchisce il nostro Paese anche dal punto di vista economico e del sistema pensionistico”.
Il moderatore della Tavola Valdese Eugenio Bernardini, ha raccontato che tutto parte dalla presenza delle Chiese evangeliche, di Sant’Egidio e di altre associazioni a Lampedusa, dal loro dire “basta” alle morti in mare e alla ricerca, da oltre un anno a questa parte, di soluzioni alternative: “Ma oggi finalmente partono i corridoi umanitari”. Ha anche spiegato che al momento è disponibile un milione di euro per le spese del progetto e che si attendono altre donazioni. I profughi verranno accolti in Piemonte, Sicilia, Toscana a Roma, dove la comunità di Sant’Egidio utilizzerà anche la sua rete di scuole di lingua e cultura italiane per integrare le persone che giungeranno e i suoi corsi di mediatori culturali. Aiuteranno anche altre associazioni come “Papa Giovanni XIII” presente nei campi profughi al confine tra Siria e Libano. Era presente alla conferenza stampa anche l’imam della Magliana Sami Salem, attivo nel lavoro di integrazione degli stranieri nella periferia di Roma. (foto: corridoi umanitari)

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Accoglienza profughi in Piemonte

Posted by fidest press agency su domenica, 15 novembre 2015

torino«Non esiste la soluzione, ma esistono più soluzioni» – Monica Cerutti, assessora all’Immigrazione della Regione Piemonte, nel suo intervento a chiusura del Consiglio regionale aperto sull’Immigrazione ha voluto ribadire l’opportunità di mettere in campo una gestione strutturale dell’accoglienza evidenziando la piena sintonia tra le posizioni espresse dalla maggioranza e l’operato della Giunta.
«I numeri raccontano una verità che è opposta a quella che alcuni vogliono fare apparire: rispetto all’anno scorso in Italia è arrivato il 9,8% in meno di migranti; siamo passati da 150.988 (da inizio 2014 al 2 novembre 2014) a 141.039 del 2015 (da inizio 2015 al 2 novembre 2015). E si devono tenere sempre in mente i numeri anche quando le opposizioni chiedono di assumere posizioni di “resistenza” nei confronti dell’accoglienza. Grazie all’accordo fra Governo, Regioni e Enti Locali del 10 luglio 2014 (“Piano nazionale per fronteggiare il flusso straordinario di cittadini extracomunitari: adulti, famiglie e minori stranieri non accompagnati”) vi è stata una effettiva redistribuzione degli arrivi sui territori regionali, il Piemonte è chiamato a ospitare una quota di migranti pari al 7%, ma anche le regioni notoriamente “resistenti” l’hanno fatto. La Lombardia per esempio con i 12.932 migranti che ha accolto è la regione italiana che ospita di più in assoluto» – ha dichiarato Monica Cerutti, assessora all’Immigrazione della Regione Piemonte.
L’assessora ha poi fatto il punto sul numero dei migranti presenti nella nostra regione: «A oggi le presenze rilevate dalla Prefettura di Torino in Piemonte sono 6.177, distribuite in 332 strutture. Le presenze invece inserite nel Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR), che è gestito direttamente dai Comuni, sono 958 presenze di cui 51 minori stranieri non accompagnati» – Cerutti ha poi continuato – «Uno dei perni del Piano regionale è trasformare l’accoglienza da emergenziale a strutturale coinvolgendo i Comuni. Per questo è attivo un bando nazionale che scadrà a metà gennaio rivolto ai Comuni e finalizzato a sostenere nuovi progetti di accoglienza nella rete SPRAR. Non dobbiamo neppure dimenticare che quattro province (Novara, VCO, Cuneo e Vercelli) non hanno a oggi alcun progetto SPRAR. Più volte in questi mesi abbiamo fatto incontri con Comuni e Prefetture per venire incontro alla richiesta di informazione e di coinvolgimento delle singole amministrazioni».
Monica Cerutti ha poi comunicato all’aula la decisione comunicata ieri al Tavolo nazionale di gestione dei flussi non programmati, istituito al Viminale, in relazione alle commissioni territoriali: «Il sistema evidentemente ha ancora dei limiti. Uno di questi è la lunghezza dei tempi di attesa per il pronunciamento delle Commissioni territoriali rispetto alle richieste d’asilo. Un miglioramento però in questo senso vi è stato: i tempi sono diminuiti, l’attesa è passata da due anni agli attuali 8/9 mesi. Su questo fronte però la vera novità è di ieri e arriva dal Tavolo nazionale di gestione dei flussi non programmati che si è tenuto al Viminale dove è stata decisa l’apertura di due nuove sezioni delle Commissioni territoriali in Piemonte che dovranno esaminare le richieste di asilo. Queste si aggiungeranno alla sezione di Torino e a quella di Genova, che attualmente esamina le richieste della provincia di Alessandria» – lente di ingrandimento puntata anche sugli esiti delle commissioni territoriali – «Il 50% dei migranti che arrivano in Piemonte ottengono il permesso di rifugiato, di protezione sussidiaria o umanitaria. Per il restante 50% di dinieghi si dovranno prevedere soluzioni che prevedano anche rimpatri volontari assistiti, nei Paesi in cui dovremo creare le condizioni per il ritorno, anche con iniziative della cooperazione internazionale che invece in questi anni ha subito evidenti tagli alle risorse o addirittura azzeramenti».
È stata affrontata anche la questione HUB, ovvero i Centri di prima accoglienza: «Abbiamo individuato due Centri, attivarli è compito del Ministero degli Interni e delle Prefetture. Al Centro Polifunzionale della Croce Rossa Italiana di Settimo Torinese si sta provvedendo a trasferire i posti SPRAR in modo da destinare la struttura solo alla prima accoglienza; per quanto riguarda l’ex-caserma di Castello di Annone, struttura che ho visitato personalmente e che risulta adatta, il provveditorato regionale delle opere pubbliche sta portando avanti i lavori di bonifica dall’amianto e credo che in tempi ragionevoli sarà attivo anche il secondo centro di prima accoglienza in Piemonte» – ha dichiarato Monica Cerutti, assessora all’Immigrazione della Regione Piemonte.
Infine uno sguardo ai progetti di integrazione e interazione dei migranti sui territori: «Stiamo incentivando progetti di integrazione e interazione di volontariato civico, ormai in numerosi Comuni. Attività che possono essere propedeutiche ad un inserimento lavorativo. Come Regione Piemonte lavoreremo alla programmazione del FAMI (Fondo Asilo Migrazione e Integrazione). In questo ambito, stiamo definendo anche azioni innovative, come il ripopolamento delle aree montane insieme alle comunità locali. É bene, a questo proposito, evitare le generalizzazioni» – ha concluso Monica Cerutti, assessora all’Immigrazione della Regione Piemonte.

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Immigrazione e richiesta asilo

Posted by fidest press agency su martedì, 3 novembre 2015

ProfughiUn gruppo di profughi composto da giovani provenienti da Nigeria, Ghana e Afghanistan ha improvvisato un sit-in di protesta davanti all’asilo di Vercelli che li ospita per chiedere maggiore velocità delle pratiche di rilascio dei permessi di soggiorno.
«I lunghi tempi di attesa che i migranti sono costretti a subire per conoscere l’esito della loro richiesta d’asilo sono un problema che più volte abbiamo cercato di mettere in evidenza» – ha commentato Monica Cerutti, assessora all’Immigrazione della Regione Piemonte – «Un problema che in parte è stato tamponato dall’apertura della Commissione territoriale di Genova il 13 maggio scorso. È evidente però che il gran numero di arrivi accentua lo stesso la problematica».
Secondo i dati forniti all’assessorato all’Immigrazione della Regione Piemonte dalla Commissione territoriale di Torino le richieste di asilo presentate nel 2014 sono state 3.363, mentre fino al 22 ottobre del 2015 sono state 5.940.
In totale nel 2014 sono state esaminate 1.588 richieste di asilo; di queste 839 domande sono state accolte (251 richieste di Status di rifugiato accolte; 287 richieste di Status di Protezione Sussidiaria accolte; 301 richieste di Protezione umanitaria accolte) e 749 domande di protezione internazionale sono state giudicate inammissibili. Ovvero il 53% delle domande ha avuto un esito positivo e il 47% un esisto negativo. Nel 2015 invece sono state esaminate 1.545 richieste di asilo; di queste 748 domande sono state accolte (244 richieste di Status di rifugiato accolte; 106 richieste di Status di Protezione Sussidiaria accolte; 398 richieste di Protezione umanitaria accolte) e 797 domande di protezione internazionale sono state giudicate inammissibili. Ovvero il 48% delle domande ha avuto un esito positivo e il 52% un esisto negativo. Le principali nazionalità dei richiedenti asilo nel 2014-2015 sono Nigeria (569 richieste), Mali (518) e Gambia (376).
«È difficile fare un’analisi dei numeri che ci sono stati forniti dalla Commissione territoriale di Torino, ma è evidente che, nonostante il grosso numero di migranti giunti in Piemonte negli ultimi mesi, i tempi di attesa negli ultimi dodici mesi abbiano subito una riduzione notevole. Siamo passati dai 2 anni circa previsti nel periodo giugno 2014/maggio 2015, agli 8/9 mesi circa della seconda metà del 2015» – ha dichiarato Monica Cerutti, assessora all’Immigrazione della Regione Piemonte.

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Profughi: nuovo impegno e maggiore convergenza

Posted by fidest press agency su martedì, 8 settembre 2015

maria voce focolariScuotono le coscienze le parole di papa Francesco all’Angelus del 6 settembre, dove indica un’azione concreta per sostenere il dramma delle centinaia di migliaia di rifugiati costretti a lasciare le proprie case: «In prossimità del Giubileo della Misericordia, rivolgo un appello alle parrocchie, alle comunità religiose, ai monasteri e ai santuari di tutta Europa ad esprimere la concretezza del Vangelo e accogliere una famiglia di profughi».Maria Voce, a nome del Movimento dei Focolari, esprime «gratitudine per l’appello coraggioso e concreto del Santo Padre» e sottolinea la decisione di fare quanto chiede «aprendo di più le nostre case e luoghi all’accoglienza».
Già molte iniziative personali e di gruppo, promosse dai Focolari, sono in atto in varie nazioni del Nord Africa, Medio Oriente, Europa, Sudest Asiatico, America del Nord e del Sud: supporto alle migliaia di persone provenienti dal Myanmar nei campi profughi a Nord della Thailandia, il Bed & Breakfast aperto ai migranti in provincia di Firenze, accoglienza dei rifugiati a Szeged e altre città in Ungheria e in Austria, a Lione con accoglienza di famiglie, lettere al Presidente dell’Uruguay per stimolare accoglienza di profughi, per citare alcuni tra le migliaia di esempi raccolti nella piattaforma dello United World Project. Ma non basta.«Bisogna fare di più», afferma Maria Voce, per muovere i vertici della politica, i circuiti del commercio di armamenti, i decisori delle scelte strategiche, le quali – come comincia a dimostrarsi – possono partire dal basso con la mobilitazione della società civile. La presidente dei Focolari, inoltre, ha richiamato i membri del Movimento «a impegnarsi e a convergere maggiormente» per promuovere, insieme a quanti si muovono in questa direzione, azioni rivolte a smascherare le cause della guerra e delle tragedie che affliggono tanti punti del pianeta, con l’obiettivo di porvi rimedio, «mettendo in gioco le nostre forze, mezzi e disponibilità».

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“Ogni parrocchia accolga una famiglia di rifugiati”

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 settembre 2015

papa francescoTIRANA – L’appello silenzioso e disperato delle migliaia di profughi che stanno attraversando le frontiere austriache e tedesche in cerca di aiuto e di libertà ha varcato anche il confine dell’Albania ed ha trovato un potente megafono nella giornata inaugurale dell’Incontro Internazionale “La pace è sempre possibile”, promosso dalla Comunità di Sant’Egidio. Nella capitale albanese sono giunte migliaia di persone, in gran parte dall’Europa, per condividere la scelta di costruire la pace con oltre 400 leader delle grandi religioni mondiali, del mondo della cultura e delle istituzioni.Ha scritto papa Francesco nel messaggio inviato al convegno e letto da mons. Matteo Zuppi, vescovo ausiliare di Roma: “E’ violenza alzare muri e barriere per bloccare chi cerca un luogo di pace. E’ violenza respingere indietro chi fugge da condizioni disumane nella speranza di un futuro migliore”. Ha aggiunto il primo ministro albanese Edi Rama: “In un tempo di grandi migrazioni noi diciamo che ogni migrazione, se accolta e accompagnata, può essere fonte di pace, di sviluppo di un paese, inizio di futuro per molti. E’ una sfida per ogni paese e per l’intera Europa”. Ha fatto eco, nel suo messaggio, il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella: “Le fiamme della guerra lambiscono i nostri confini, provocando miseria, devastazioni e ondare di profughi che bussano alle porte dei paesi occidentali con la speranza di trovare salvezza, speranza e diritti. La risposta delle nazioni democratiche non può essere la chiusura e l’arroccamento. I muri e i fili spinati non fermeranno il divampare degli incendi. La soluzione è porsi alla guida dei processi mondiali. Per farlo, serve un’intelligente, lungimirante, coraggiosa azione politica. Che coniughi dialogo, sviluppo, integrazione e sicurezza per i cittadini”.Rispondendo all’autorevole all’invito del Papa nella preghiera dell’Angelus (“Ogni parrocchia accolga una famiglia di rifugiati”), il fondatore di Sant’Egidio Andrea Riccardi ha lanciato la sua proposta al governo italiano e all’Europa: introdurre subito la sponsorship, strumento essenziale per realizzare l’accoglienza di chi è già arrivato nel nostro continente e interrompere i rischiosi viaggi dei migranti attraverso il mare. “Per venire incontro al desiderio di tanti cittadini, e famiglie che vogliono ospitare i rifugiati, proponiamo – a nome di tutti i leader religiosi riuniti qui a Tirana – di introdurre nei sistemi legislativi europei lo strumento della sponsorship. Si tratta di permettere a cittadini europei, ad associazioni, parrocchie e organizzazioni varie della società civile, di farsi garanti dell’accoglienza: ospitare subito coloro che sono arrivati ma anche chiamare singoli e famiglie direttamente dalla zone a rischio”. Gli altri interventi che si sono susseguiti nella cerimonia inaugurale al palazzo dei Congressi di Tirana non si sono discostati da questo carattere di attualità e concretezza. Particolarmente appassionato l’appello del patriarca di Babilonia dei Caldei, in Iraq, Louis Raphael I Sako: “La violenza che sta scuotendo l’Iraq, la Siria e il Medio Oriente è uno choc. Uno choc per i nostri paesi, ma anche un trauma per il mondo intero. L’umanità non può accontentarsi di restare a guardare”. E le grandi religioni mondiali hanno un preciso dovere da compiere per vincere le guerre e costruire la pace: proclamare, unite, che “la violenza è contro il piano di Dio e contro la natura dell’uomo”. In Medio Oriente, in particolare, l’ideologia jihadista, che ha le sue radici nelle divisioni tribali del paese, può essere combattuta solo realizzando “una riconciliazione politica in Iraq e in Siria e in tutto il Medio Oriente, basata sulla cittadinanza”, con una riforma delle Costituzioni “per includere tutte le componenti della società civile”.Nel suo saluto, pronunciato a nome del governo italiano, il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha ringraziato gli organizzatori della Comunità di Sant’Egidio “che contribuiscono a tenere vivo lo spirito di Assisi nel segno del dialogo e della comprensione fra le diverse fedi religiose”, e ha evocato anch’egli la sfida “della gestione dei fenomeni migratori, che chiamano in causa l’Europa, la sua coesione e la sua capacità di governare la globalizzazione e i fenomeni complessi che la caratterizzano, attraverso politiche basate su criteri di solidarietà e di equità”. Uno spunto di ottimismo è venuto dal rabbino David Rosen, un veterano degli incontri di Sant’Egidio: ”Nella storia dell’umanità – ha detto – mai come oggi vi è stata tanta comunicazione, collaborazione e cooperazione tra persone di tante diverse origini religiose, per il bene della società nel suo insieme”. E l’Arcivescovo Anastasios, primate della Chiesa Ortodossa autocefala di Albania, che ha organizzato l’Incontro insieme alla Comunità di Sant’Egidio e alla Conferenza episcopale albanese, ha sottolineato come nel suo paese libertà religiosa e pacifica convivenza procedano di pari passo nella costruzione di una società solidale che si pone ad esempio per tutti i Balcani. E dunque: “Affinchè la pace risulti possibile, diviene necessario il prerequisito della pace tra le religioni”. Ha chiosato Andrea Riccardi: “Qualcosa si deve sbloccare nel mondo delle religioni: di fronte alla domanda di pace di tanti popoli, di fronte ai rifugiati che bussano, di fronte alle teologie della violenza. L’autoreferenzialità dei credenti è il sonno dello spirito. Le religioni devono esprimere la ribellione della coscienza morale contro la violenza e il male”.Nei prossimi giorni questa ribellione corale contro la violenza e il male avrà modo di esprimersi compiutamente nelle 27 tavole rotonde previste e nella preghiera finale per la pace.

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