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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

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Fondazione Pubblicità Progresso: Andrea Farinet nuovo presidente

Posted by fidest press agency su giovedì, 27 giugno 2019

Si è tenuto un CdA di grande svolta per la Fondazione Pubblicità Progresso. Come preannunciato, Alberto Contri ha rassegnato le dimissioni dalla presidenza dopo venti anni di mandati ininterrotti, in cui l’Associazione nata nel 1971 è stata trasformata in una Fondazione, Centro Permanente di Formazione alla Comunicazione Sociale particolarmente impegnata nella sostenibilità e con un network di 100 docenti universitari di 85 Facoltà e Master in 45 Atenei di tutta Italia.
Nuovo presidente è il Prof. Andrea Farinet, docente di Economia e Gestione delle imprese, presso LIUC – Università Cattaneo, dove insegna Marketing Relazionale e CRM, Psicologia del Consumo e Nuove Piattaforme Digitali. Già docente di marketing per circa vent’anni in Bocconi, dove ha conseguito il PhD in Business Administration, è advisor di importanti realtà culturali e tecnologiche come l’Istituto Italiano di Tecnologia, la Fondazione Bracco, Facility Live e The Ruling Companies. Ha fondato il Socialing Institute, particolarmente impegnato sulle tematiche della CSR.È stato nominato all’unanimità dal Consiglio della Fondazione fra i due nuovi cooptati fra personalità di provata competenza ed esperienza: il secondo è Giangi Milesi, già presidente del Cesvi con grande esperienza nel Terzo Settore. Il nuovo tesoriere è Franco Meroni, presidente di AAPI e già consigliere della Fondazione.Tutto si è svolto all’unanimità, come unanime è stato il caldo applauso che ha salutato il lungo e generoso impegno di Alberto Contri nel fare di Pubblicità Progresso il punto di riferimento per la comunicazione sociale in Italia e non solo. Ricordando che tempo fa il presidente Napolitano aveva dichiarato, ricevendo il CdA della Fondazione al Quirinale: “Pubblicità Progresso è un caso di eccellenza unico al mondo”.

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La forza del progresso umano a dispetto delle sue perversioni

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 agosto 2018

Il XX secolo incomincia con le scoperte di Marconi e di madame Curie, le geniali intuizioni d’Einstein, Fermi e Fleming e si completa con i sogni d’intere generazioni verso una società migliore e più evoluta. In quegli anni pieni di tormenti esistenziali l’autorità sembra libertà quando succede all’anarchia. Succede in Italia, con il fascismo, e si ripete in Germania quando un ex caporale austriaco assume il potere a Berlino. E’ la prima avventura che devasta il precario equilibrio europeo. L’Europa vincitrice del 1918 muore all’alba del 7 marzo del 1936 quando Hitler rioccupa la Renania. E’ la prima tappa di una cavalcata che porterà i nazisti a Vienna, nei Sudeti, a Praga, a Danzica, a Varsavia, a Parigi.
La Germania inghiotte tutti questi paesi e lo fa, sia pure in modo diverso, con l’Italia di Mussolini. Questi è travolto dalle suggestioni naziste: bagni di folla, parate, grida di popolo. Non vi può essere pace né a Monaco né altrove. Hitler tratta solo sulla punta delle baionette. Diventa, così, l’anticamera della guerra con la sconfitta della sperata pace dei trattati e dei protocolli d’intesa. Il 1° settembre del 1939 si scatenano gli dei della guerra. Berlino da quel momento in poi è ubriaca di vittorie.
L’Italia resta sola di fronte a Hitler e Mussolini. Quest’ultimo, solo per paura e voglia di bottino, rende comune l’avventura. “Una guerra, per l’Italia, senza entusiasmo, senza mezzi, estranea agli interessi vitali del Paese. ”Mussolini aveva portato il suo Paese al disastro e alla rovina per una manciata di fichi secchi. Il 1941 incomincia con le preoccupazioni, prosegue con la rassegnazione del 1942 e lo sgomento del 1943 e poi verrà la guerra civile e sarà la pagina più crudele perché fraticida. (Riccardo Alfonso)

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Sono urgenti progressi concreti per migliorare le condizioni nello Stato di Rakhine in Myanmar

Posted by fidest press agency su sabato, 11 agosto 2018

A due mesi dalla firma del Memorandum d’Intesa tripartito tra l’UNHCR, l’UNDP e il governo del Myanmar, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e l’Agenzia per lo Sviluppo dell’ONU (UNDP) sollecitano le autorità birmane a compiere progressi tangibili per migliorare le condizioni nello Stato di Rakhine. La volontà del governo del Myanmar di assumere un ruolo guida nell’attuazione di questo accordo è fondamentale per creare condizioni favorevoli al ritorno volontario, sicuro, dignitoso e sostenibile dei rifugiati rohingya.Il governo ha adottato alcune misure incoraggianti da quando il 6 giugno è stato firmato il Memorandum d’Intesa, tra cui la formazione di un gruppo di lavoro tecnico tripartito per sostenere l’attuazione dello stesso Memorandum; l’accettazione di un’importante visita di alti funzionari dell’UNHCR e dell’UNDP nella parte settentrionale dello Stato di Rakhine all’inizio di luglio e la facilitazione di una prima visita congiunta sul campo nello Stato di Rakhine da parte del gruppo di lavoro tecnico a metà luglio. Tuttavia, sono urgentemente necessari progressi sostanziali in tre settori chiave, inclusi nel Memorandum d’Intesa: garantire un accesso effettivo nello Stato di Rakhine; assicurare a tutte le comunità la libertà di movimento e affrontare le cause profonde della crisi.In primo luogo, un accesso effettivo degli attori umanitari rappresenta la possibilità di realizzare consultazioni in modo libero, indipendente e su base giornaliera, con le comunità dello Stato di Rakhine sulle loro esigenze. E’ inoltre necessaria una procedura prevedibile, flessibile e semplificata per approvare le autorizzazioni di viaggio entro un ragionevole periodo di tempo affinché i funzionari dell’UNHCR e dell’UNDP possano recarsi nelle aree in cui risiedono queste comunità. Questi sono i criteri fondamentali che consentono alle Agenzie di svolgere il proprio lavoro nelle zone dello Stato di Rakhine coperte dal Memorandum d’Intesa. Il 14 giugno, l’UNHCR e l’UNDP hanno inoltrato richieste di autorizzazione di viaggio per il personale internazionale di stanza a Maungdaw e per avviare il loro lavoro nella parte settentrionale dello Stato di Rakhine, ma sono ancora in attesa di una risposta da parte del governo.In secondo luogo, la libertà di movimento e l’aumento dei servizi pubblici sono cruciali per tutte le comunità dello Stato di Rakhine, indipendentemente dalla religione, dall’etnia o dalla cittadinanza. Durante la visita di alti funzionari dell’UNHCR e dell’UNDP a inizio luglio, è risultato evidente che le comunità che ancora vivevano nella parte settentrionale dello Stato di Rakhine continuavano a vivere in una condizione di reciproco timore. Tutte le comunità sono state colpite dalla violenza, ma le comunità rohingya che vivono ancora lì sono esposte a maggior pericolo. In particolare, le autorità locali limitano fortemente la loro libertà di movimento. Queste restrizioni impediscono alle comunità rohingya di poter lavorare, andare a scuola e accedere all’assistenza sanitaria. Inoltre, impediscono loro di interagire con amici, familiari e altre comunità presenti nello Stato di Rakhine. La libertà di movimento è una delle richieste che è stata più frequentemente espressa dalle comunità rohingya durante la visita dell’UNHCR e dell’UNDP.In terzo luogo, è fondamentale affrontare le cause profonde della crisi. Oggi le aree settentrionali dello Stato di Rakhine sono caratterizzate da grandi spazi aperti laddove prima c’erano villaggi ora distrutti. Le risaie inutilizzate e vuote sono un severo promemoria della popolazione scomparsa che le coltivava. La firma del Memorandum tripartito con il governo di Myanmar non consentirà, di per sé, ai rifugiati rohingya di tornare a casa in Myanmar. Conformemente con quanto previsto dal Memorandum d’Intesa, è necessario affrontare le cause profonde, mettendo in atto le raccomandazioni della Commissione consultiva dello Stato di Rakhine, che prevede anche una chiara, volontaria ed equa possibilità di accesso alla cittadinanza per tutte le persone che ne hanno diritto.È necessario che siano avviate e implementate le misure volte a potenziare la fiducia tra le comunità, a partire dall’agevolare l’accesso dell’UNHCR e dell’UNDP e dall’avvio delle visite di valutazione dei bisogni per individuare progetti ad impatto rapido in quelle parti dei villaggi alle quali le Agenzie e il governo hanno concordato di assegnare priorità.L’UNHCR e l’UNDP sono pronti a sostenere il Myanmar nel miglioramento delle condizioni nello Stato di Rakhine e nel dare piena attuazione al Memorandum d’Intesa.

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Il progresso e il comune denominatore religioso

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 agosto 2018

Non si può dimenticare che la base concettuale dello stato antico si è, inizialmente, identificata sopra un’autorità religiosa. Molti aspetti di questa civiltà derivarono dai principi posti dal mondo egiziano. Il loro vivere sociale s’identificava con la figura del re. Nella fattispecie il Faraone. La sua autorità gli proveniva dall’essere la personificazione di Horo, il dio-falco, incarnante il cielo, la forza che dalla volta celeste veniva agli uomini.
Egli era come il sole. E’ sempre identico a se stesso nelle albe e nei tramonti e nasceva e rinasceva dall’amplesso della dea celeste, forza vitale e generante. Era un dio sempre uguale e sempre differente. Gli ateniesi pensarono, durante il quinto secolo a.C., a mutare questo schema. Nel frattempo a metà strada, rispetto ai greci e agli egiziani, si collocavano gli ittiti e i persiani i quali organizzarono il loro impero concependo un re che fosse il primo tra i nobili cavalieri in armi. Non più, quindi, un re d’origine divina secondo la concezione monarchica, teocratica ed universalistica, ma un re espressione di una idea aristocratica concepita da un nucleo di conquistatori insediatosi in armi al governo di un impero.
In questa situazione la svolta ateniese giunse a maturazione gradualmente. Essa trasse origine dalle popolazioni nomadi e guerriere arricchitasi con le loro conquiste e che costruirono le basi per la formazione di capitalismo rurale dove la proprietà terriera divenne il principale mezzo di produzione d’ogni ricchezza. Una prosperità che incominciava a raccogliere i suoi frutti attraverso l’impiego dell’irrigazione delle valli fluviali. Fu un’impresa che richiedeva la cooperazione ed il lavoro collettivo. Di certo fu uno dei più potenti fattori per la formazione di nazioni e per l’instaurazione di un forte potere centrale. Determinò an-che un effetto domino con un’irrigazione che influenzava l’astronomia, l’ingegneria civile, per scavare canali ed erigere dighe, passando poi all’evoluzione della meccanica, all’arte per fabbricare il vasellame e alla filatura e tessitura. La stessa invenzione della ruota provocò una svolta epocale. Si passò dal trasporto dei pesi con slitte e tronchi d’albero o ceppi per un uso prima con ruote che formavano con l’asse un pezzo unico che girava sotto la cassa del carro e poi con il fissare le ruote indipendentemente dall’asse, in modo che questo rimanesse fisso mentre quelle giravano. A poco a poco si creò la ruota a raggi e con l’impiego del cavallo, intorno al 2000 a. C., comparve un tipo più snello e versatile di carro, in specie in guerra. Di pari passo seguì l’irrigazione con la ruota ad acqua utilizzando come forza motrice la corrente dei fiumi e ancora l’invenzione del tornio per la lavorazione del legno e che permise la fabbricazione di strumenti e con il loro concorso la cantieristica. (Riccardo Alfonso)

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Libro: Muammar Gheddafi – Il prezzo del progresso

Posted by fidest press agency su venerdì, 11 agosto 2017

GheddafiRiccardo Alfonso, Muammar Gheddafi – 40 anni di storia libica – Edizioni Fidest – pag. 232. La storia incomincia il primo settembre del 1969 con l’operazione Gerusalemme. E’ un altro importante capitolo della storia politica dell’Islam. E’ anche una svolta significativa alla politica occidentale che aveva cercato di sostituire il colonialismo con governi locali autoctoni ma asserviti alla causa capitalistica e ancora peggio ai vari comitati d’affari, sovente di malaffare, e alle multinazionali. E’ una premessa che ci pone un interrogativo: è possibile cambiare la storia dei paesi africani ed asiatici con governi indipendenti e sovrani della volontà popolare o anche rivoluzionari ma guidati da uomini come Gheddafi che hanno saputo garantire l’autonomia del paese dalle tante seduzioni occidentali? Il tema si carica di attualità con le recenti accadimenti che vedono una immigrazione senza controllo dalle coste libiche. E dire che da almeno dieci anni a questa parte eravamo consapevoli che questo sarebbe potuto accadere ma abbiamo fatto come le tre classiche scimmiette: non vedere non sentire e non parlare fino ad arrivare ai fatti di oggi e ai loro drammatici risvolti. (pubblicato su Amazon)

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Libro: Il prezzo del progresso

Posted by fidest press agency su venerdì, 11 agosto 2017

Il prezzo del progressoRiccardo Alfonso “Il prezzo del progresso”, Edizioni Fidest pag. 194. La storia dell’uomo incomincia forse 500 mila anni fa o forse meno. Due furono i momenti significativi che cambiarono il corso degli eventi in misura radicale: il balzo netto della curva demografica tra il 1750 ed il 1800 e la nuova economia borghese capitalista o altrimenti detta rivoluzione industriale. Tutto ciò può spiegare quanto è accaduto nel XX secolo? Un progresso con la prorompente produzione industriale e l’offerta lavorativa ma che oggi ci mette alle corde proprio con le armi che ci avevano fatto esultare con lo sfruttamento della manodopera e il “saccheggio” delle materie prime in Africa e altrove. Oggi, poi, ci ritroviamo con il seguito di questa “rivoluzione” che è diventata tecnologica con la presenza sempre più significativa della robottistica che pone degli inevitabili limiti alla nostra crescita demografica rendendola eccessiva e controproducente. Come ne usciremo? (pubblicato su Amazon)

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Il prezzo del progresso

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 luglio 2017

Il prezzo del progresso(Saggistica) (Italian Edition). Il desiderio d’immortalità è, da sempre, un tratto caratteristico della famiglia Anthropos, come disse suggestivamente il Tasso nei versi:
Muoiono le città, muoiono i regni
Copre i fasti e le pompe arena e erba
E l’uomo d’esser mortal par che si sdegni.
Il diniego della morte, tuttavia, non è uguale in tutte le epoche e in tutte le latitudini. Sembra aver raggiunto un’espressione estrema in Occidente dall’Ottocento, con l’insorgere di due fenomeni tra i più indicativi della storia moderna: la rivoluzione industriale che dà all’uomo, nuovo Prometeo, l’impressione di poter prendere in mano il proprio destino; e la crisi dei valori, o dei fondamenti, valsi a dare un senso non effimero alla sua fragile esistenza.“L’incertezza metafisica – osserva Todisco – per un verso, la grande speranza scientifica progressiva dall’al-tro, hanno portato gradualmente l’Occidente moderno e postmoderno ad assumere un atteggiamento apparente-mente contraddittorio: da un lato il progetto di “sconfiggere” la morte e di raggiungere l’immortalità non nell’al di là ma nell’al di qua; dall’altro il nascondimento meticoloso del fenomeno della morte, la sua cancellazione, dalla scena pubblica e visibile, come testimonia, per esempio, la progressiva riduzione dei riti funebri, una volta solenni e partecipativi, ad atti sbrigativi e semiclandestini per sbarazzarsi al più presto dei “cari cadaveri”. “Non è un caso, a mio parere, che proprio il Paese all’avanguardia del rifiuto della morte è anche il più avanzato nella scienza e nella tecnica, quindi più impegnato nella guerra a morte”. L’American way of life, che per tutti i Paesi del mondo, compresi gli acerrimi nemici, costituisce il modello privilegiato di riferimento, è segnato dal rigetto radicale della morte, che si esprime in positivo nei ritrovati e nelle prati-che tese a prolungare la vita sempre più; e, in negativo, nella continua rimozione psichica del lutto. “En attendant” che la morte sia sconfitta in laboratorio, si fa finta che non ci sia.Fra gli infiniti esempi di rapida negazione della morte è indicativo il finale di “Nashville”, il bel film di Altman, in cui una cantante di un complesso girovago, mentre si esibisce sopra un palco elettorale all’aperto, davanti ad una gran folla, è stesa dal colpo di pistola di un giovane attentatore confuso nella calca.
Qualche attimo di panico. Poi la “voce” della sventurata, che è trasportata esanime fuori della scena, occupa il suo posto e attacca imperterrita una trascinante canzone del repertorio sul leit-motiv “It don’t worry me” ed invita briosamente il pubblico a cantare con lei. Il pubblico risponde e la tragedia finisce in una specie di tripudio corale ritmico esorcistico in cui ritorna il verso liberatore: “It don’t worry me” – ciò non mi riguarda – che tutti scandiscono in crescendo. E’ un modo per mettere a fuoco due aspetti evidenti dell’evento della morte contemporanea: la sua “privatizzazione”, da una parte, e la sua “medicalizzazione” dall’altra. Con ciò noi riduciamo la morte dal suo ambito pubblico e collettivo a un accadimento privato, condannato a consumarsi nell’emarginazione e nella solitudine. La morte, inoltre, è ridotta a malattia, per cui il morente è assegnato, nella divisione del lavoro, all’esperto, al “tanatologo”, che tratta il trapasso scientificamente, al di fuori delle emozioni, degli affetti del parentado, e senza le mediazioni rituali e sociali che servivano a “elaborare” il lutto, e a “por-tare i vivi a ricostruire simbolicamente la perdita nel loro animo.” Diventa, in tal guisa, una difesa collettiva nei confronti della morte. In un certo senso sono proprio i progressi della medicina ad accentuare il fenomeno della relegazione della morte fuori della vita familiare.

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Destra sinistra centro

Posted by fidest press agency su martedì, 29 marzo 2016

benedetto croceOrmai è diventato chiaro come le categorie politiche identificate in una collocazione ben precisa, non hanno più ragione di esistere, non tanto per doveroso invecchiamento, quanto per la confusione che si è generata intorno a tali identificazioni. Si transita indifferentemente dalla Destra alla Sinistra, transitando per un Centro incerto, come se si trattasse di un “mestolo di idee” buono per tutte le stagioni. Così, profittando dell’intelligenza degli amici lettori de “L’Obiettivo”, propongo un luogo di incontro, utile per esprimere le proprie idee, conoscere quelle altrui e, insieme, dibatterne i contenuti.
L’argomento è tutto nel titolo “Destra, Sinistra, Centro”, cosa rappresentano ancora oggi, cosa suggeriscono ideologicamente, quali principi, se ancora ce ne dovessero essere, condizionano la loro esistenza ? Un chiarimento concettuale risulta indispensabile al fine di rendere intelligibile una volontà politica di rinnovamento che guarda alla Storia e alle evoluzioni che essa impone. Lo schema della politica in questi ultimi 150 anni non ha fatto grandi passi in avanti, ha, bensì, segnato il passo intorno alla vetusta impostazione di “destra”, “sinistra”, “centro”, ma senza offrire chiarimenti ben distinti, generando spesso più confusione che trasparenza.“Farsi capire” diventa un imperativo categorico, il solo che possa elevarsi a viatico sia dello sviluppo e del progresso che della conservazione di valori non soggetti a trattative e/o compromessi.
Per dare un senso alle vecchie identificazioni di destra, sinistra e centro non possiamo che guardare ad un passato, ormai remoto, quando menti eccelse impostarono la dialettica politica, trasferendo il dibattito dalla pura concezione teorica alla prassi politica.
La mente eccelsa per antonomasia fu certamente Benedetto Croce, al quale non si fa riferimento più per ignoranza documentata che per maldestro convincimento ideologico.Fu proprio Benedetto Croce che cercò di dare un chiarimento alle “categorie” concettuali per trasferirle nell’incontro politico che già era scivolato nelle scontro.
Era il 1951 quando il filosofo partenopeo indirizzò, a “coloro che si determinavano a iscriversi al Partito liberale”, una lettera nella quale poneva, senza mezzi termini, l’esigenza di una collocazione del pensiero “liberale”, diventato PLI, come unico partito avente il diritto/dovere di collocarsi al “centro”, ma un centro mobile, in grado di dialogare con la destra conservatrice e liberale e con la sinistra progressista: un Centro filosofico, virtuale più che virtuoso. (Rosario Amico Roxas)

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Le difficoltà finanziarie della sanità italiana si avvertono anche in sala operatoria

Posted by fidest press agency su domenica, 8 novembre 2015

Ministero saluteNegli ultimi anni lo sviluppo di tecnologie innovative è diventato un elemento di fondamentale importanza per i Sistemi Sanitari. Nuovi dispositivi, procedure chirurgiche evolute, hanno portato benefici rilevanti per i pazienti, consentendo un miglioramento anche in termini di efficacia, efficienza e qualità del trattamento.La garanzia di accesso dei pazienti alle migliori cure disponibili rappresenta una sfida in cui l’elemento determinante è rappresentato dalla sostenibilità della spesa per il Sistema Sanitario. E’, quindi, necessario che tutti i soggetti coinvolti nei processi decisionali siano messi nelle condizioni di conoscerne le potenzialità, i punti di forza e di debolezza delle diverse opzioni, al fine di poter valutare i benefici e stabilire il rapporto costo-efficacia.Per questo motivo, è arrivato il momento di capire se, alla luce degli attuali orientamenti di spending review, la “chirurgia” e, in una accezione più ampia, il sistema sanitario italiano possono ancora essere “sostenibili”, partendo dal presupposto che non si potrà pensare di fermare il progresso scientifico e di impedire l’imporsi di standard più elevati anche in termini di qualità di vita.Al complesso e quanto mai attuale rapporto tra innovazione e sostenibilità e su quale sarà il futuro della chirurgia nel nostro Paese è dedicato l’incontro dal titolo: “Slow Surgery. Qualità e sostenibilità in chirurgia”, in corso in questi giorni a Milano. Al convegno, organizzato da Medtronic in collaborazione con il Professor Giovanni Battista Doglietto, del Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma e il Professor Pierluigi Marini, dell’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini di Roma, si stanno mettendo in luce le dimensioni del problema e le prospettive future attraverso un confronto tra Istituzioni, chirurghi, manager sanitari, associazioni pazienti ed economisti.
“Oggi la chirurgia equivale ad “alta tecnologia”, sempre più centrale perché corrisponde a qualità e sicurezza delle sale operatorie, requisiti imprescindibili ed indispensabili per la tutela del paziente – afferma il Professor Pierluigi Marini – e sempre più richiesta dal paziente stesso, che oggi ha una maggiore consapevolezza del diritto alla salute e al miglior trattamento possibile.” “E’ importante, tuttavia, considerare che il diritto del paziente a ricevere il trattamento migliore e più innovativo in sala operatoria, si deve conciliare con un inevitabile incremento della spesa per il sistema sanitario, anche alla luce dell’aumento dell’aspettativa di vita e, di conseguenza, dell’invecchiamento della popolazione” – aggiunge il Professor Giovanni Battista Doglietto. Quello a cui si sta assistendo negli ultimi tempi, per quanto riguarda l’acquisto di beni e servizi nelle aziende sanitarie, è una progressiva diffusione, ai fini del contenimento della spesa, di modelli di centralizzazione mediante forme di aggregazione, sia a livello nazionale che regionale. “Ma, se ottenere economie di scala per la riduzione dei costi unitari può essere relativamente semplice – continua il Professor Marini – individuare beni e servizi con il miglior rapporto costo/beneficio è estremamente complesso, perché richiede un lungo lavoro di analisi, coinvolgimento e condivisione fra tutti gli operatori che operano nel sistema. Non solo, quindi, provveditori economi, farmacisti ospedalieri, aziende fornitrici ma, soprattutto, per quanto riguarda i medical device, i chirurghi, il cui ruolo dovrebbe essere determinante”.“Se in passato eravamo abituati a esprimere valutazioni sull’acquisto di strumentazioni dove il criterio della qualità pesava per un 60% e il prezzo per il restante 40%, ora questa ‘forbice’ si sta sempre più riducendo a favore del prezzo” – afferma Marini.“Il problema – aggiunge Doglietto – è che le aziende ospedaliere, a volte, sembrano indirizzarsi verso l’acquisto di prodotti ad un prezzo inferiore quando, nella realtà, la responsabilità ultima della scelta di un dispositivo dovrebbe essere del chirurgo. Scelta che sarebbe, ovviamente, basata su evidenze scientifiche acclarate, alla luce anche di strumenti di analisi come l’Health Technology Assessment. Pur consapevoli che l’innovazione sia più costosa, se osserviamo i risultati (minori giorni di degenza, ripresa funzionale dei pazienti più rapida, ecc.) nel medio-lungo periodo, l’impatto economico è indubbiamente meno oneroso.”Questa situazione viene ad intersecare il problema del “contenzioso medico legale” e della cosiddetta “medicina difensiva” che, secondo il Professor Marini, è diventato un fenomeno ingestibile: “Ci troviamo, infatti, davanti a una contraddizione palese: il chirurgo non ha poteri decisionali nella scelta della strumentazione che deve utilizzare in sala operatoria, ma è chiamato ad andare in giudizio per risarcire o per rispondere penalmente di proprie eventuali responsabilità”.Esistono, dunque, problematiche di “sistema” che possono mettere in discussione il futuro della “chirurgia” nel nostro Paese, che è sempre stata un punto di riferimento nel mondo, dove i nostri chirurghi hanno fatto e continuano a fare scuola, anche per quanto riguarda le tecniche innovative mininvasive.Oltre ai temi evidenziati fin qui, nel corso del convegno sta emergendo, infatti, il problema della perdita di attrattività della professione chirurgica, causata, soprattutto dal blocco del turnover che non fa intravedere ai giovani medici la possibilità di sbocchi professionali adeguati alla formazione ricevuta.“E’ importante far sapere all’opinione pubblica che nei prossimi 10 anni saremo costretti ad ‘importare’ chirurghi da altri Paesi, perché i giovani non si avvicineranno più a questa branca della medicina – dichiara il Professor Marini – Oggi, per la prima volta nella storia della chirurgia italiana, le scuole di specializzazione registrano posti vuoti. Chi fa questa scelta, poi, costretto a lunghi anni di precariato, decide dopo un periodo di formazione, di andare all’estero”.“Le questioni ‘aperte’, abbiamo visto, sono diverse – continua il Professor Marini – Quello che dobbiamo fare è impegnarci per mantenere il primato della chirurgia italiana. Le Istituzioni, però, devono ascoltarci. Noi siamo a disposizione per affrontare insieme i problemi più stringenti: come mantenere alti standard qualitativi, coniugandoli con la sostenibilità, cosa rispondere alle aspettative del paziente relativamente alla chirurgia, cosa significa oggi formare nuovi chirurghi, ecc.”.“Per iniziare – conclude Doglietto – sarebbe importante sostituire a una logica di tagli lineari finora applicati, un sistema razionale di valutazione e programmazione che miri a tagliare la spesa eccessiva e incontrollata e le ‘sacche’ di inefficienza, ma nel contempo, grazie alle risorse risparmiate, aumentare la quantità e la qualità dei servizi erogati ai cittadini dalla Sanità pubblica”.

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Il CHMP esprime parere positivo su idarucizumab

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 settembre 2015

boehringer-ingelheim_0, Germania. Il Comitato che valuta i Farmaci per l’Uso Umano (CHMP) dell’Agenzia Europea del Farmaco (EMA) ha espresso parere positivo all’approvazione in Europa di idarucizumab (che verrà commercializzato come Praxbind®).1 Idarucizumab è indicato per pazienti adulti trattati con dabigatran etexilato nei casi in cui si rende necessario neutralizzare rapidamente il suo effetto anticoagulante in occasione di interventi chirurgici di emergenza (o procedure urgenti) o in caso di sanguinamento non controllato che possa mettere a rischio la vita del paziente.1. “Il parere espresso dal CHMP a favore dell’approvazione di idarucizumab è una raccomandazione importante nell’ambito della terapia anticoagulante” – ha dichiarato il Professor Fausto J. Pinto dell’Università di Lisbona e Presidente della Società Europea di Cardiologia – “L’introduzione di anticoagulanti orali diversi dagli antagonisti della vitamina K (NOAC) ha già segnato un progresso significativo nella terapia anticoagulante. L’approvazione di farmaci che inibiscono in maniera specifica e immediata i loro effetti anticoagulanti – quando questo è necessario – sarà il prossimo progresso in questo ambito”. “Sarà un elemento assai importante per i nostri pazienti, a rischio d’ictus, in terapia con anticoagulanti come dabigatran: in caso di emergenza saremo in grado di inattivare l’effetto indotto da questa terapia in modo pressoché istantaneo e in sicurezza. Questo faciliterà la scelta della terapia sia per i medici, che per i pazienti” ha affermato il Professor Kennedy R. Lees, Università di Glasgow e Presidente della European Stroke Organisation. Il CHMP ha espresso parere positivo sulla base dei risultati di studi in volontari sani e dell’analisi intermedia dello studio RE-VERSE AD™.2-5 Negli studi che sono stati condotti, l’inattivazione da parte di idarucizumab dell’effetto anticoagulante è stato immediato, già a pochi minuti dalla somministrazione di 5 grammi del farmaco.2-4 L’inattivazione è stata completa e si è mantenuta nel tempo in quasi tutti i pazienti.2-5 Non è stato rilevato alcun evento avverso grave correlato a idarucizumab.2-5 Non è stato, inoltre, osservato alcun effetto pro-coagulante dopo la somministrazione del farmaco.2,5. “I nostri ricercatori hanno lavorato intensamente per anni allo sviluppo di idarucizumab, e oggi siamo molto soddisfatti di questo parere a favore della sua approvazione in Europa” – ha dichiarato il Professor Jörg Kreuzer, Vice President Medicine, Area Terapeutica Cardiovascolare di Boehringer Ingelheim – “Sono convinto che la disponibilità di idarucizumab darà a medici e pazienti ulteriore tranquillità nello scegliere dabigatran, il primo NOAC in assoluto, per il quale esiste un inattivatore specifico, che ne neutralizza gli effetti”. Idarucizumab è attualmente in fase d’esame da parte delle Autorità regolatorie di vari Paesi del mondo, 6 tra cui anche l’FDA statunitense7. Boehringer Ingelheim intende inoltrare le richieste di autorizzazione all’immissione in commercio per idarucizumab in tutti i Paesi in cui dabigatran è approvato.6. Idarucizumab è stato scoperto e sviluppato dai ricercatori di Boehringer Ingelheim.6 Il programma di ricerca è stato avviato nel 20096, prima del lancio di dabigatran negli Stati Uniti avvenuto nel 20108. Boehringer Ingelheim ha completato tre studi di fase I su volontari e sta continuando a valutare idarucizumab in RE-VERSE AD™ (NCT 02104947, EudraCT 2013‐004813‐41), uno studio internazionale di fase III che include pazienti in terapia con dabigatran, per i quali si è reso necessario un intervento d’emergenza/urgenza o hanno avuto un sanguinamento non controllato.2-5 RE-VERSE AD™ è il primo studio di questo tipo condotto su pazienti, ed è in corso da maggio 2014, con arruolamento dei pazienti in oltre 35 paesi.9 Lo studio internazionale di Fase III RE-VERSE AD™ è in corso per raccogliere ulteriori dati sul profilo d’efficacia e di sicurezza di idarucizumab.Idarucizumab è un frammento di anticorpo umanizzato, o Fab, sviluppato come reversal agent per l’inibizione dell’effetto di dabigatran.10 Idarucizumab si lega in maniera specifica esclusivamente alle molecole di dabigatran, neutralizzandone l’effetto anticoagulante, senza interferire con la cascata della coagulazione.10. Idarucizumab è indicato per pazienti adulti trattati con dabigatran etexilato in cui si rende necessario neutralizzare rapidamente il suo effetto anticoagulante in occasione di interventi chirurgici di emergenza (o procedure urgenti) o in caso di sanguinamento non controllato che possa mettere a rischio la vita del paziente.1. In altri paesi idarucizumab è attualmente in fase d’esame da parte delle autorità regolatorie, o sono in corso le sottomissioni delle richieste di registrazione.6 Idarucizumab è l’unico farmaco che svolge un’azione di inattivazione specifica dell’effetto di un NOAC a essere in fase d’esame da parte delle Autorità regolatorie.6 Boehringer Ingelheim intende inoltrare le richieste di autorizzazione all’immissione in commercio per idarucizumab in tutti i Paesi in cui dabigatran è approvato.

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Egitto: nessun supporto finanziario senza progressi in materia di democrazia

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 marzo 2013

L’UE dovrebbe ritirare il sostegno finanziario all’Egitto, se non saranno compiuti progressi significanti nel campo dei diritti umani, democrazia e Sato di diritto, secondo quanto chiedono i deputati in una risoluzione approvata giovedì. L’Aula ha anche chiesto che le condanne a morte dei 21 tifosi di calcio coinvolti nella tragedia di Port Said siano commutate in pene detentive e che sia approvata una moratoria su tutte le pene capitali in Egitto. I deputati ritengono che l’UE dovrebbe stabilire criteri chiari sul sostegno all’Egitto, secondo il principio del “more for more”, nel caso il paese dovesse allontanarsi dal percorso di riforme democratiche e dal rispetto dei diritti umani e delle libertà. La società civile, le donne e i diritti delle minoranze devono essere l’obiettivo primario degli aiuti dell’UE, si sottolinea nella risoluzione, dove si ricorda anche che il pacchetto di aiuti dell’Unione europea è di quasi 5 miliardi di euro per il 2012-2013, aiuti in parte già subordinati al rispetto dei diritti umani, della democrazia e della governance economica.
I deputati sono profondamente preoccupati per la crescente polarizzazione e la continua violenza in Egitto. Desta particolare allarme l’aumento della violenza contro le donne, in special modo contro le manifestanti e attiviste dei diritti delle donne, e insistono affinché i responsabili siano assicurati alla giustizia. Tutte le leggi che consentono l’utilizzo illimitato della violenza da parte della polizia e delle forze di sicurezza contro i civili devono essere abolite.
I deputati accettano la decisione della commissione elettorale egiziana di annullare le elezioni parlamentari previste per il mese di aprile e propongono che il governo utilizzi questo periodo per avviare un processo politico inclusivo basato sul consenso. Le forze di opposizione hanno, infatti, annunciato di voler boicottare le elezioni per la mancanza di garanzie di un voto libero ed equo. La risoluzione invita gli Stati membri dell’UE a facilitare la restituzione al popolo egiziano dei beni rubati dal precedente regime. Per i deputati, infatti, tali beni potrebbero contribuire a dare un senso di giustizia e di responsabilità al popolo egiziano e avrebbe anche un alto valore simbolico per le relazioni EU-Egitto.

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No al brevetto per piante e animali ottenuti con riproduzione convenzionale

Posted by fidest press agency su venerdì, 11 Mag 2012

Il Parlamento europeo vuole proteggere gli allevatori europei da un uso eccessivo dei brevetti che potrebbe soffocare innovazione e progresso. Una risoluzione non legislativa approvata giovedì sottolinea che i prodotti quali broccoli anticancerogeni o vacche da latte a alto rendimento, ottenuti con tecniche di riproduzioni convenzionali, non dovrebbero poter essere brevettati.I deputati riconoscono l’importanza dei brevetti per lo sviluppo della tecnologia, ma sottolineano che “la concessione di una tutela eccessivamente ampia mediante brevetti può soffocare l’innovazione e il progresso e danneggiare i piccoli e medi produttori bloccando l’accesso alle risorse genetiche animali e vegetali”Il Parlamento chiede pertanto all’Ufficio europeo per i brevetti di escludere dalla brevettabilità i prodotti derivati da metodi di riproduzione convenzionali, cosi come i metodi stessi.La risoluzione comune è stata approvata con 354 voti a favore, 192 contrari e 22 astensioni.

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Il padrone del mondo

Posted by fidest press agency su martedì, 15 novembre 2011

Robert Hugh Benson – Fede & cultura – 2011 – pp. 360 – € 14,00 scontato 12,60 Robert Hugh Benson, con questo romanzo (1907), ci porta in una realtà nella quale l’uomo ha raggiunto gli estremi confini del progresso materiale e intellettuale, dove tutto è meccanizzato e programmato per un unico grande progetto: il trionfo dell’Umanitarismo. L’eliminazione della guerra, l’abolizione dei rumori, la legalizzazione dell’eutanasia, l’adozione di cibi artificiali, l’uso dell’esperanto sono solo alcune tra le caratteristiche che fanno da naturale corollario al nuovo tipo di convivenza civile. In questo paesaggio si muovono, con estrema ponderatezza, i personaggi di Benson, ricchi di umanità e descritti in modo sapiente.

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Italia: amo la mia patria

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 marzo 2011

Castro Pretorio - le mura a Porta Pia 1849

Image via Wikipedia

Nella prima metà dell’800 l’Italia centro settentrionale era divisa in una moltitudine di statarelli arretrati e in profondo ritardo sulla rivoluzione industriale che, partendo dall’Inghilterra, stava cambiano il volto dell’Europa. Nel sud d’Italia la situazione era molto diversa. La rinascita del sud avvenne nel 1816 con la costituzione del Regno delle Due Sicilie, uno Stato italiano del tutto indipendente retto da sovrani italiani che riprese il cammino di modernizzazione e di progresso culturale avviato da Federico II, il più grande imperatore che l’Italia abbia mai avuto dai tempi di Roma. Sotto la dinastia dei Borboni (a tutti gli effetti napoletani) fu avviata la riorganizzazione delle amministrazioni locali cui fu data ampia autonomia (antesignana del federalismo municipale con cui oggi si baloccano i leghisti), fu dato grande impulso all’industria sia metallurgica che cantieristica, all’agricoltura, alla pesca ed anche al turismo, segno di un diffuso benessere. Le ferrovie, inventate nel 1820, ignote in Italia, fecero la loro prima apparizione a Napoli (1839). Nel 1837 arrivò il gas e nel 1852 il telegrafo elettrico. La riforma agraria pose fine alle leggi feudali e permise di bonificare paludi e di incrementare l’agricoltura. Grande impulso fu dato alla cultura, all’arte e alle scienze: il teatro San Carlo, primo al mondo, fu costruito in meno di un anno. In quegli anni sorsero il Museo archeologico, l’Orto Botanico, l’Osservatorio Astronomico, l’Osservatorio Sismologico Vesuviano, la Biblioteca Nazionale, l’Accademia delle Belle Arti, l’Accademia Militare la Nunziatella.  Scuole pubbliche e conservatori musicali erano presenti in ogni città. L’Università di Napoli, divenne al pari della Sorbona di Parigi, il più grande polo culturale dell’Europa. Lo sviluppo industriale fu travolgente con 1 milione e 600mila addetti contro il milione e 100 del resto d’Italia. I primi ponti in ferro in Italia, opere d’alta ingegneria, furono realizzati in quegli anni. Le navi Mercantili del Regno delle Due Sicilie solcavano i mari di tutto il mondo e la sua modernissima flotta, costruita interamente nei cantieri navali meridionali, era seconda solo a quella Inglese. Nel 1860 contava oltre 9.000 bastimenti e nel 1818 era stata varata la prima nave a vapore italiana. La Sicilia, la Campania ed il basso Lazio erano ricchissimi di reperti archeologici etruschi, greci e romani che affiancati da musei e biblioteche diedero un impulso alla costruzione di alberghi e pensioni per accogliere i numerosissimi visitatori. Sorsero così le prime agenzie turistiche italiane. Carlo III di Borbone fondò l’Accademia di Ercolano che diede l’avvio agli scavi archeologici di Pompei ed Ercolano. Oggi Pompei è una delle città più visitate al mondo. La sanità non era da meno con oltre 9mila medici usciti dalle Università meridionali che operavano in ospedali e ospizi sparsi in tutto il territorio. Il Regno delle Due Sicilie poteva vantare la più bassa mortalità infantile d’Italia. Le strade erano sicure e la mafia, che soprattutto oggi affligge il sud e non solo,  non esisteva neppure come parola. Dal punto di vista amministrativo il Regno del Sud godeva ottima salute, non a caso la Borsa di Parigi, allora la più grande al mondo, quotava il Regno al 120 per cento, ossia la più alta di tutti i Paesi. Nella conferenza internazionale di Parigi nel 1856 fu assegnato al Regno delle Due Sicilie il premio di terzo paese del mondo, dopo Inghilterra e Francia, per lo sviluppo industriale.Come mai allora Garibaldi con soli mille uomini riuscì ad abbattere un Regno così ben organizzato e sostenuto dal suo popolo? Per dare risposta a questa domanda dobbiamo prima capire chi fece realmente L’Unità d’Italia. A partire dai fratelli Bandiera, che sbarcati a Cosenza il 16 giugno 1844 per organizzare la sollevazione popolare furono invece accolti dai forconi dei contadini, tutti i tentativi di insurrezione popolare, dalla Repubblica romana del 1849 di Mazzini ai moti carbonari, ebbero risultati effimeri perché il popolo era del tutto assente e disinteressato (a parte qualche malessere che sfociava in deboli rivolte). Al nord, dominato dagli austriaci, l’insofferenza era invece marcata, ma per motivi economici e non certo per idealismo patriottico. Di Italia Unita si parlava solo nei ristretti circoli intellettuali liberali e nei palazzi della politica piemontese. Il minuscolo regno dei Savoia era infatti smanioso di allargare i suoi confini e di contare sullo scacchiere europeo. La prima e unica guerra risorgimentale condotta in prima persona dai piemontesi contro l’Austria  –  comunque affiancati da regolari e volontari di altri stati italiani, tra i quali ben 16 mila napoletani guidati da Guglielmo Pepe – si trasformò in un disastro per le truppe sabaude. La seconda guerra d’indipendenza che portò all’annessione della Lombardia fu vinta grazie all’apporto della Francia di Napoleone III che a Magenta  il 4 giugno 1859 sconfisse gli austriaci costringendoli alla resa. Al generale francese Patrice De Mac Mahon, artefice della vittoria, a Magenta è stato  – giustamente – dedicato un monumento. La terza guerra per la conquista del Veneto fu vinta grazia agli accordi con la Prussia di Bismarck. La condotta delle truppe sabaude fu deludente e ancor di più quella della marina sonoramente battuta dagli austriaci nella battaglia di Lissa. Anche la tanto mitizzata presa di Roma avvenne grazie agli stranieri e non certo per il valore dei soldati piemontesi. I bersaglieri del generale La Marmora poterono infatti attraversare trionfanti la Breccia di Porta Pia e sconfiggere i pochi soldati svizzeri posti a protezione del Papa solo perchè seppero approfittare dei rovesci militari della Francia contro la Germania che costrinsero Napoleone III nel 1870 ritirare le sue truppe a difesa dello Stato Pontificio. Le Guerre d’Indipendenza furono pertanto vinte più dall’abile diplomazia di Cavour che dal sangue italiano e, cosa ancor più deprimente, senza alcun coinvolgimento popolare. A Parte le gloriose cinque giornate di Milano, fatto rimasto sostanzialmente isolato. Riunito sotto la corona Sabauda quasi tutto il nord, i Savoia volsero lo sguardo al ricco e prospero Regno del Sud contro il quale attivarono, ancor una volta, la loro spregiudicata diplomazia per ottenere il sostegno dell’Inghilterra. L’Inghilterra, che vedeva del Regno delle Due Sicilie un pericolosissimo concorrente marittimo, fu ben felice di assecondare le mire espansionistiche piemontesi.Si attivarono sopratutto i circoli massonici inglesi, a cui erano affiliati i padri del risorgimento da Mazzini a Garibaldi e lo stesso Cavour, per fornire quegli enormi finanziamenti necessari per corrompere generali e ammiragli borbonici e spingerli al tradimento. Una cifra enorme fu stanziata a tal scopo da Albert Pike, Gran Maestro Venerabile della massoneria di Londra, e da Lord Palmerson Primo Ministro della Regina Vittoria.   Ma erano veramente mille i garibaldini? Certamente! Ma ogni giorno sbarcavano sulle coste siciliane migliaia di soldati piemontesi congedati il giorno prima e protetti dalla flotta Inglese dell’ammiraglio Mundy, a questi si unirono i soldati borbonici passati al nemico per denaro insieme ai loro generali Landi e Anguissola. Da mille che erano i garibaldini divennero in pochissimi giorni oltre 20.000, una vera e propria armata d’invasione sotto mentite spoglie. Infatti non vi fu alcuna dichiarazione di guerra.Il 13 febbraio 1861 cadeva la fortezza di Gaeta, ultimo baluardo borbonico. Per tre mesi, tanto durò l’assedio dell’isola, la città fu martoriata dai bombardamenti navali. Eroico fu Francesco II, il giovane Re napoletano, ed eroica fu la sua consorte Regina Sofia e l’intera popolazione che si strinse attorno ai loro sovrani nella strenua difesa della loro libertà. Ignobile fu invece il comportamento del generale piemontese Cialdini che non esitò un istante a scagliare oltre 160 mila bombe per massacrare l’intera popolazione su ordine di Cavour. Con la capitolazione di Gaeta finì il glorioso Regno delle Due Sicilie che aveva fatto dell’Italia meridionale uno Stato autonomo ed indipendente, prospero e moderno. E da qual giorno iniziò l’inesorabile declino del sud reso possibile dalla incapacità e disinteresse dello Stato unitario prima e post fascista poi.Nel 1860 – e qui arriviamo al vero motivo che spinse lo statarello piemontese a inventarsi l’Unità d’Italia – il debito pubblico del Piemonte ammontava alla somma di oltre un miliardo di lire di allora, una voragine spaventosa che il piccolo Stato Sabaudo con i suoi 4 milioni di abitanti mai e poi mai sarebbe riuscito a colmare per l’arretratezza della sua economia montana. Nel 1861, quando avvenne l’unificazione del Nord con il sud, il Patrimonio aureo dell’Italia Unita era di 668 milioni di lire oro. Ebbene di questi ben 443 proveniva da Regno delle Due Sicilie e solo 8 alla Lombardia (il resto dagli altri stati annessi).  Questa enorme massa di denaro proveniente dal sud permise di rimpinguare le disastrate casse del Regno di Savoia e a dare vigore alla sua asfittica economia.   Appena sbarcato in Sicilia il primo obiettivo di Garibaldi fu…la zecca di Palermo per impossessarsi dei 5 milioni di ducati in oro depositati. Nei dieci anni successivi i piemontese effettuarono un vera e propria opera di spogliazione. Svuotarono le casse comunali, quelle delle banche, saccheggiarono le Chiese e smontarono i macchinari delle fabbriche per rimontarli al nord. Agevolati in questo dai molti notabili meridionali subito accasati, per denaro e potere, alla corte del nuovo sovrano. Nelle casse piemontesi finirono inoltre gli enormi proventi dalla vendita dei beni ecclesiastici confiscati e del demanio borbonico. Lasciando per sempre il suo Regno Francesco II disse profeticamente: “il nord non lascerà ai meridionali nemmeno gli occhi per piangere”. Quello che il giovane Re napoletano non poteva prevedere era l’ondata repressiva, i massacri di contadini, la fucilazione dei renitenti alla leva, i villaggi bruciati, le brutali violenze con tanto di esposizione di teste mozzate ad opera della soldataglia piemontese che per dieci anni avrebbero martoriato il suo ex-Regno. Spiace evidenziarlo, ma a macchiarsi le mani di sangue innocente furono in gran parte i bersaglieri. Alcuni giornali stranieri (la censura del governo al riguardo era rigorosa) pubblicarono delle cifre terrificanti nonostante fossero sottostimate: nel solo primo anno di occupazione vi furono 8.968 fucilati, 13.529 arrestati in gran parte deportati nei campi di concentramento e “rieducazione” al nord, 6 paesi dati alle fiamme, 12 chiese saccheggiate. Complessivamente si parla di un milione di contadini uccisi e decine di villaggi rasi al suolo. La chiusura per decreto di un numero imprecisato di scuole e di Chiese. (Vittorio Gleijeses: La Storia di Napoli, Napoli 1981 – Isala Sales: Leghisti e sudisti, Laterza Editore 1993 – Antonio Ciano: I Savoia ed il massacro del sud, ed. Granmelo, Roma 1996). Antonio Gramsci, nato in Sardegna ma originario di Gaeta, parlando della questione meridionale ebbe a dire”…lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori compiacenti tentarono di infamare con il marchio di briganti”. I briganti per l’appunto…tutti i figli maschi erano obbligati, pena la fucilazione, a prestare il servizio militare per sparare ai loro fratelli del sud. Per chi si rifiutava non restava altra via che quella dei monti, braccati con l’infamante etichetta di “briganti”.Per tentare di unire veramente l’Italia, per superare i contrasti con la Chiesa e per sradicare il fenomeno mafioso bisognerà attendere l’avvento del Fascismo: il Concordato del ’29 pose fine al contenzioso con la Chiesa di Roma, il grande programma di opere pubbliche e di bonifica diede lavoro ai giovani meridionali e la politica repressiva del Regime, con il Prefetto Mori, costrinse la mafia ad emigrare in America (per poi tornare al seguito delle truppe di liberazione).Oggi festeggiamo il centocinquantesimo anniversario della proclamazione del Regno d’Italia (e non dell’unità d’Italia, come viene erroneamente detto, che avverrà solo dopo la Prima Guerra mondiale e con l’annessione di Fiume del ’24). Brindiamo pure, caro Presidente della Repubblica, ma non dimentichiamoci della Storia, se volgiamo guardare al futuro. Nonostante tutto: Viva L’Italia, la nostra Patria! (Gianfredo Ruggiero, presidente del Circolo Culturale Excalibur – Varese)

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In bici da Marsala a Torino

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 marzo 2011

Roma 10 marzo alle ore 11,30  presso gli uffici della Regione Marche in via di Fontanella Borghese n. 35 conferenza stampa Per i 150 anni d’Italia La Strada Giusta è una grande iniziativa nazionale per celebrare i 150 anni d’Italia, che vedrà coinvolti i Comuni di tutto il Paese. Aderisce anche la FIAB. Più carovane in bicicletta toccheranno tutte le 20 Regioni, da aprile a giugno, per rivivere i valori di libertà, progresso e democrazia che hanno ispirato i padri costituenti. Alla conferenza stampa saranno presenti le autorità pubbliche, gli organizzatori, i promotori, il main sponsor. (Mauro Guarnieri)

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Il progresso avanza, ma la civiltà muore

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 gennaio 2011

Quando, nel 1922, si insediò il nuovo governo a guida fascista il primo provvedimento in ambito sociale fu l’abolizione del lavoro minorile, seguito dalla settimana lavorativa di 40 ore, dalle ferie retribuite, dall’istituzione dell’INPS e dell’INAIL, dalla Magistratura del Lavoro, dai contratti collettivi, dalla liquidazione (TFR), dalle case popolari, dalle colonie estive, dalle esenzioni tributarie per le famiglie numerose, dalla sanità pubblica e dalla scuola per tutti in poche parole fu fondato lo Stato Sociale, invidiato da tutto il mondo civile e poi malamente scimmiottato da Roosevelt con il New Deal americano (l’America si risollevò dalla grande depressione degli anni trenta solo con l’entrata in guerra che diede slancio all’industria degli armamenti, ancora oggi pilastro dell’economia USA). Lo Stato Sociale fu poi completato nel 1943 con la “Socializzazione delle Imprese” che introdusse nell’ordinamento italiano la partecipazione dei lavoratori alla gestione ed agli utili delle grandi Aziende, immediatamente abolita nel 1945 come primo atto del nuovo governo di liberazione. Di questa idea rivoluzionaria, che se mantenuta avrebbe posto fine alla contrapposizione padroni-operai e superato in un sol colpo le ideologie marxista e capitalista, rimane solo una labile traccia nella nostra Costituzione (art.46). La Germania, invece, ne ha tratto spunto per introdurre la cogestione, motore della sua possente economia. In quegli anni, grazie alla diffusa libertà d’Impresa (si soppresse la libertà politica per esaltare le libertà civili, afferma lo storico Gioacchino Volpe), il sostegno del Governo all’economia, al controllo sull’operato delle banche e alla successiva istituzione dell’IRI e dell’IMI, si affermarono tutte quelle grandi Imprese, a partire dalla Fiat, che oggi conosciamo. Molte di queste grandi Aziende, che hanno fatto dell’Italia una potenza economica mondiale, sono oggi scomparse, trasferite all’estero o trasformate in semplici marchi commerciali.  La  globalizzazione, imposta dalla finanza apolide e accettata da tutti i governi, ha sostituito il principio fascista dell’interesse nazionale con quello capitalista del libero mercato che significa: produco dove mi pare e alle condizioni che voglio e i risultati, in termini di delocalizzazioni industriali, invasione di prodotti cinesi,  guerra tra poveri che contrappone immigrati sfruttati a disoccupati italiani e conseguente razzismo strisciante, sono sotto gli occhi di tutti. Con la fine del Fascismo iniziò il graduale smantellamento dello Stato Sociale, paradossalmente difeso dalla sinistra (prima che diventasse forza di governo). Negli ultimi decenni la scellerata politica delle privatizzazioni e della flessibilità del lavoro, voluta dalla destra e accetta dalla sinistra (non a caso il lavoro interinale è stato introdotto da Prodi e perfezionato da Berlusconi), ha cancellato ogni residua traccia dello Stato Sociale voluto da Mussolini. La pietra tombale è stata posta oggi dalla riforma FIAT-Marchionne che con i referendum-ricatto ha riportato l’Italia indietro di oltre 80 anni. Ai tempi dell’italietta giolittiana e dei “padroni dalla belle braghe bianche”.….e la politica? Tace e acconsente. (Gianfredo Ruggiero, Presidente Circolo Excalibur)

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Una vera politica di bilancio

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 dicembre 2010

«Nè la maggioranza nè l’opposizione presentano una vera politica di bilancio. I cattolici vogliono recuperare il proprio ruolo con un progetto fondato su contenuti ideali e programmatici. Una grande alleanza per il progresso». Lo ha detto a Bari il presidente della Federazione Democratici Cristiani Publio Fiori aprendo i lavori del primo congresso regionale della Fdc. «L’incapacità di misurarsi con i problemi, i contenuti e le scelte  ha ridotto la politica, sia nella maggioranza che nelle opposizioni, ad un gioco di formule e schieramenti dove prevalgono vecchi schemi ideologici e logore lotte di potere. Anche i presunti nuovi attori che si affacciano alla ribalta politica con velleità liberistiche non hanno proposte, non indicano gli obiettivi e comunque non dicono dove reperire le risorse necessarie». «Poichè la crisi avanza in tutta Europa -ha proseguito Fiori- è urgente che i cattolici ricollegandosi all’esperienza del Codice di Camaldoli, offrano al paese un progetto culturale, sociale e politico fatto di scelte forti e coraggiose che vadano nella direzione di un nuovo modello di sviluppo fondato sui principi della dottrina sociale cristiana».  «A tal fine, per raggiungere i primi fondamentali obiettivi di ridurre il debito pubblico e il deficit di bilancio, di colpire la speculazione fiscale e di battere speculazione finanziaria, proponiamo l’introduzione di un’imposta patrimoniale sulle grandi ricchezze e della Tobin Tax sulle transazioni finanziarie. E per aiutare seriamente le famiglie e i giovani disoccupati chiediamo l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e all’editoria, l’eliminazione dei privilegi fiscali alle banche e la fine delle sovvenzioni ad alcune categorie d’imprese. Su queste linee proponiamo una grande alleanza per il progresso»

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Il sacerdozio femminile

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 novembre 2010

Lettera al direttore. Papa Ratzinger, il 23 marzo del 2009, dichiarò: «L’epidemia di AIDS non si può superare con la distribuzione dei preservativi che, anzi aumentano i problemi». Oggi, siccome è uomo che riflette e che ragiona, nel libro di cui l’Osservatore Romano ha anticipato alcuni passaggi, afferma: “In alcuni casi l’uso del preservativo può essere giustificato…Tuttavia, questo non è il modo vero e proprio per vincere l’infezione dell’Hiv”. Un bel progresso.  Ma in fondo, l’uso dei contraccettivi non toglie potere agli uomini della Chiesa, e qualche progresso a riguardo si può fare. Nessun cambiamento invece è possibile riguardo al sacerdozio femminile. Questo toglierebbe potere agli uomini della Chiesa, e potrebbe mutarla profondamente. E a riguardo, il Papa, come i suoi predecessori, è irremovibile, e nel libro dichiara candidamente:  “La chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale. Non si tratta di non volere ma di non potere”. E perché non può? Perché “Gesù Cristo non ha chiamato alcuna donna a far parte dei dodici. Se egli ha fatto così, non è stato per conformarsi alle usanze del suo tempo, poiché l’atteggiamento, da lui assunto nei confronti delle donne, contrasta singolarmente con quello del suo ambiente e segna una rottura voluta e coraggiosa” (Inter Insigniores). Un bel modo di argomentare. All’affermazione che Gesù non chiamò donne a far parte dei dodici, si pone l’obiezione della conformazione alle usanze del tempo, come se fosse l’unica possibile; si confuta facilmente l’obiezione stessa, e si trae la conclusione che il Signore così ha stabilito. Ma molti uomini della Chiesa che ragionano e riflettono, sanno perfettamente che l’obiezione vera, seria, inconfutabile, è un’altra.  E’ ovvio che non fu il timore di infrangere le regole dell’epoca, a determinare la decisione del Signore, bensì la consapevolezza che chiamare delle donne a far parte degli apostoli, «pecore in mezzo ai lupi» (Mt 10,16),  in quel periodo ed in quella società, sarebbe stato non solo perfettamente inutile, ma anche di serio ostacolo all’evangelizzazione del mondo. Al tempo di Gesù, legalmente, la donna era considerata minorenne, e quindi irresponsabile.  La Chiesa non si chiede per quale motivo decisioni riguardanti le donne, debbano essere prese da soli uomini. C’è da sperare in un progresso, tra qualche secolo, magari da parte di un altro papa che ragiona e che riflette? (Renato Pierri Scrittore – Ex docente di religione cattolica)

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“Idea-Legalità” in pole position

Posted by fidest press agency su domenica, 7 novembre 2010

Palermo 13 Novembre alle ore 16:30 presso l’Hotel Casa Marconi in via Monfenera 140  verrà presentata l’associazione “Idea Legalità” che intende non solo combattere il malaffare e ogni forma di ingiustizia, ma si occuperà anche di sviluppo e progresso. Dichiara il Coordinatore nazionale Girolamo Foti: “dopo la presentazione inizieremo a lavorare subito su due percorsi: il primo riguarda il Comparto difesa dove, come denunciato da diversi siti, sembrerebbe che ci siano delle azioni volte a limitare notevolmente i diritti dei cittadini con le stellette e il verificarsi di indebite intromissioni da parte di qualche comando periferico nei confronti della rappresentanza militare. Su questo argomento non abbiamo ancora dati certi. Nel frattempo non restiamo inoperosi. Una task force dell’associazione di esperti, nel campo giudirico-legale amministrativo sta, in questi giorni, valutando se ci sono elementi che vanno in contrasto con la costituzione italiana. In tal caso chiederemo l’intervento del Parlamento. L’altro tratto di strada che intendiamo percorrere è la banda larga. Questo diffuso disinteresse, in specie negli ambienti che contano, ci preoccupa. Serpeggia tra costoro il timore che “internet” possa ridurre le loro ricchezze. E dire che basterebbero 16 miliardi di euro per realizzare questa grande impresa. Equivale a cinque anni di auto blu in meno e la rinuncia al ponte dello stretto. Non dimentichiamo che la banda larga produce benessere e libertà. “Oggi – continua Foti – il paese ha bisogno di grandi opere che sappiano generare lavoro. Se il governo nazionale sulla banda larga è latitante e lo stesso dicasi da parte della miriade di movimenti meridionalisti che sembrano preoccuparsi solo di dissotterrare vecchie e trite polemiche storiche, noi ci batteremo, in tutto il paese, per “IL FEDERALISMO DIGITALE” in alternativa a quello “FUMOSO DETTATO DALLA POLITICA”. Indurremo i nostri politici locali ad occuparsene. Vi daremo tutto il nostro supporto se questo impegno si tradurrà in un’azione corale. Ci auguriamo che le regioni del Sud saranno in grado di portare avanti tale iniziativa come è stato già fatto in Lombardia e in Trentino Alto Adige. Ciò di permetterà di realizzare in concreto l’unità d’Italia dopo 150 anni, per unire il Nord con il Sud, i ricchi e i poveri, i giovani e gli anziani, per creare ricchezza e soprattutto, difendere la libertà”. Conclude il Coordinatore Foti “come dice Liu Xiaobo Nobel per la pace”, “Internet è un dono di Dio alla Cina”, aggiungo che forse negli ultimi tempi è anche un dono all’Italia”.

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Premiazioni del Lavoro e del Progresso Economico

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 ottobre 2010

Udine 18 ottobre, alle 16.30, al Teatro Nuovo Giovanni. È arrivato anche quest’anno il momento tanto atteso per la Camera di Commercio di Udine: il tradizionale appuntamento con le Premiazioni del Lavoro e del Progresso economico, giunto alla 57esima edizione.
Cinquantasette è la cifra di quest’anno, poiché rappresenta sia il numero di edizioni del premio sia il numero dei premiati: lavoratori, imprenditori, aziende e personalità «che con il loro impegno quotidiano – commenta il presidente Cciaa Giovanni Da Pozzo –, il coraggio, la passione, rendono particolare merito al Friuli e al suo sistema economico». Quattro saranno le Targhe dell’eccellenza, che saranno consegnate a Gilberto Luigi Petraz, Pietro Gervasoni, Enzo Cainero e Luigi Federici in uno speciale momento di conversazione affidato alla giornalista, autrice e conduttrice televisiva Gloria De Antoni. La cerimonia sarà diretta dal Css Teatro Stabile d’Innovazione del Fvg e sarà presentata da Daniela Poggi: oltre alla consegna dei riconoscimenti, sarà occasione per fare il punto sull’economia provinciale e le prospettive per il futuro. Davanti a una platea di autorità, rappresentanti delle associazioni di categoria e del mondo economico e istituzionale friulano, oltre ai premiati e ai loro familiari, sono previsti gli interventi del presidente Cciaa Giovanni Da Pozzo, del presidente della Regione Renzo Tondo, della Provincia Pietro Fontanini e del vicesindaco di Udine Vincenzo Martines. La Premiazione 2010 si aprirà con una “sorpresa” video e nel suo sviluppo racchiuderà anche un momento davvero speciale: introdotto da Giannola Nonino, si esibirà il Coro “Manos Blancas” del Friuli, accompagnato dal Piccolo Coro “Artemìa” di Torviscosa.  I premi saranno così suddivisi: dieci ai lavoratori che si sono distinti nella loro carriera; tre i premi per la formazione  (a due studenti del quarto anno delle superiori e per una tesi di laurea di particolare significato per l’economia); dieci andranno agli imprenditori – tra essi, un giovane imprenditore, un’imprenditrice e la personalità friulana all’estero –, quindi le aziende: 18 quest’anno, più sette premi speciali. Cinque riconoscimenti speciali andranno a persone e realtà produttive che si sono distinte nella promozione del territorio e della cultura, mentre saranno quattro, come detto, le Targhe dell’Eccellenza, che coroneranno la serata.

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