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Posts Tagged ‘propensione’

Istat: vendite non alimentari -13,5%, propensione -10%

Posted by fidest press agency su sabato, 21 novembre 2020

Secondo l’Istat, nei primi nove mesi del 2020 le vendite non alimentari sono scese del 13,5% e la propensione al risparmio è diminuita di 10 punti rispetto al secondo trimestre 2019.”Dati shock. La diminuzione della propensione marginale al risparmio di ben 10 punti, attesta che manca la fiducia dei consumatori e che, anche quelli che se lo possono permettere, preferiscono risparmiare piuttosto che spendere, in attesa di tempi migliori. Insomma, meglio tenere i soldi sotto il materasso a fronte di un futuro incerto” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”L’incertezza dipende ovviamente e prioritariamente dall’andamento della pandemia, ma il Governo avrebbe potuto fare molti di più per migliorare la situazione. I vari bonus non sono bastati a ridare fiducia e a rassicurare gli italiani. Da marzo, ad esempio, denunciamo che la politica dei voucher va nella direzione esattamente opposta a quella che servirebbe. Nessuno prenota una vacanza di questi tempi se poi rischia, in caso di annullamento, di rivedere i suoi soldi solo dopo 1 anno e mezzo. E’ questa la ragione principale del fallimento del bonus vacanze. Il Governo deve cambiare rotta e prendere atto che con bonus a pioggia dati a casaccio non si va da nessuna parte” conclude Dona. (Mauro Antonelli)

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Limitare la propensione al rischio

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 luglio 2020

A cura di Maya Bhandari, Gestore di portafoglio di Columbia Threadneedle Investments. Il termine “propensione al rischio” può generare ambiguità. In parole semplici, rispecchia le attese di remuneratività della volatilità, tenendo presente che a prospettive di rendimento più elevate per unità di rischio corrisponde una maggiore propensione al rischio, e viceversa.A marzo, mentre le economie erano afflitte da “improvvise interruzioni” dell’attività economica, man mano che i vari paesi adottavano misure di lockdown per contenere l’epidemia di Covid-19, la paura è filtrata nelle valutazioni di pressoché tutte le classi di attivi. Le obbligazioni societarie investment grade, ad esempio, incorporavano un premio per il rischio d’insolvenza pari a 50 volte il tasso storico, mentre le quotazioni di svariati indici azionari sono scese o si sono avvicinate al valore contabile, trascinate fino al valore di realizzo degli attivi in liquidazione. Allo stesso tempo, però, una serie di misure di stimolo senza precedenti ha inondato i mercati del credito e del lavoro a livello globale. Credevamo che, per quanto fosse prevedibile una forte recessione, molto più profonda di qualsiasi altra osservata nel dopoguerra, si sarebbe trattato di uno shock temporaneo e che l’economia statunitense, ad esempio, avrebbe riguadagnato i livelli del quarto trimestre 2019 entro la fine del 2022.E così a marzo e aprile, con la prospettiva di rendimenti eccezionali, abbiamo cercato di esporci a mercati di rischio selezionati che sembravano ben posizionati per un rialzo. Investendo in obbligazioni societarie ad alto rating e incrementando e ruotando la nostra esposizione azionaria dalle aree cicliche di Giappone e Regno Unito verso gli Stati Uniti, abbiamo contemporaneamente aumentato la qualità e la quantità del rischio nei portafogli multi-asset total return.
Questa modifica non implica un orientamento difensivo; in realtà, ci lascia piuttosto esposti sia al rischio azionario sia al rischio di credito, che continuiamo a preferire nell’ambito del nostro approccio complessivamente neutrale al rischio. Inoltre, benché le attuali posizioni degli investitori siano la conseguenza della correzione di marzo, sembrano esserci ancora ampi margini per ulteriori rialzi: ad esempio, le posizioni azionarie degli investitori non bancari sono ancora ai minimi del periodo successivo alla crisi Lehman e al di sotto delle medie storiche, con elevati saldi di cassa di compensazione. Non siamo timorosi, solo un po’ meno avidi.

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Propensione all’export delle aziende italiane

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 giugno 2020

Piccole ma virtuose: fra le province che puntano di più all’export spiccano Vicenza, con l’11,9% di imprese sul totale di quelle attive sul territorio, Lecco (11,4%) e Varese (11,1%). È quanto emerge da un’analisi sulle aziende del nostro Paese effettuata da CRIBIS attraverso Margò, la nuova piattaforma per lo sviluppo commerciale realizzata dalla società del gruppo CRIF specializzata nella business information.Solo il 4,6% delle imprese italiane dimostra un’elevata propensione all’internazionalizzazione. Il Nord è l’area geografica con la percentuale più alta (74,6%) di aziende che investono maggiormente all’estero, hanno avviato attività di export, fanno parte di filiere internazionalizzate o di grandi gruppi globali. Sul podio della classifica regionale stilata da CRIBIS troviamo Lombardia (9,3%), Veneto (7,9%) e Friuli – Venezia Giulia (7,4%). Seguono Emilia – Romagna (6,6%) e Toscana (6,2%), mentre all’ultima posizione c’è la Calabria (0,5%), preceduta da Sardegna, Basilicata (entrambe con lo 0,7%) e Molise (0,8%).“Le aziende italiane, in particolare le PMI, stanno affrontando la ripartenza dopo il lockdown dovuto all’emergenza Covid-19, con difficoltà per il made in Italy e le nostre esportazioni”, dichiara Marco Preti, amministratore delegato di CRIBIS. “Mai come in questo momento è necessaria la massima attenzione per non perdere posizioni nella catena produttiva internazionale e far sì che la ripartenza diventi un’occasione di rilancio”.A livello provinciale, alle spalle di Vicenza, Lecco e Varese troviamo nell’ordine Como e Monza e Brianza (pari merito con il 10,3%) e solo dopo Milano con il 9,7%, che ovviamente è in testa per numeri assoluti (12,9% del campione preso in esame). Chiudono la classifica Crotone, Sud Sardegna, Vibo Valentia, Cosenza, Reggio Calabria e Nuoro, tutte con lo 0,5%.Per quanto riguarda i settori merceologici, a livello macro guardano ai mercati esteri soprattutto “industria e produzione” (62,7%), “commercio all’ingrosso” (19,9%) e “servizi” (9,6%), mentre fra i micro-settori il più rappresentativo è quello dell’ “industria manufatti in metallo” (3,8%), seguito da “commercio all’ingrosso” (2,6%), “servizi commerciali” (2,5%) e “industrie della gomma e plastica” (2%).

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“Lo shock da coronavirus impatta anche sulla propensione agli investimenti”

Posted by fidest press agency su sabato, 30 Maggio 2020

Sono tante le riflessioni che la crisi da Coronavirus ha portato nelle case degli italiani, e non solo. Una delle maggiori fonti di preoccupazione, alla luce della stagnazione economica, è quella che attanaglia i risparmiatori che sono stati portati dal lockdown a ripensare alla propria pianificazione finanziaria. Ma c’è un lato positivo: sembra aumentare la consapevolezza degli italiani della necessità di affidarsi a dei professionisti per una corretta pianificazione, tanto che il 42% degli italiani con investimenti ha dichiarato che darà maggior valore e spazio alla consulenza finanziaria. È quanto emerge da un sondaggio condotto da Columbia Threadneedle Investments, uno dei principali gruppi di risparmio gestito a livello globale, su un campione rappresentativo di italiani.
L’incertezza non è sicuramente una buona consigliera. Ragionare o addirittura pentirsi delle proprie scelte in fatto di investimenti è però lecito, ma non bisogna dimenticare che, durante mercati azionari in ribasso come ora, non è mai il momento migliore per disinvestire. L’investimento dovrebbe sempre essere visto come un obiettivo di lungo termine. Come hanno dimostrato le crisi precedenti, infatti, gli shock a breve termine portano ad un rimbalzo successivo. Tuttavia, a oggi, un investitore italiano su sei dichiara di sentirsi più propenso a vendere le proprie quote di investimento alla luce della volatilità attuale, dato suffragato dal fatto che il 16% degli investitori italiani ha utilizzato o si aspetta di utilizzare il ritorno della vendita degli investimenti per sostenersi finanziariamente nei prossimi mesi. Se ciò diventasse realtà, queste azioni sarebbero realmente dannose per il risparmiatore portandolo a cristallizzare perdite certe e a perdere importanti occasioni di guadagno che si otterrebbero in futuro rimanendo investiti.Quasi due terzi (65%) degli italiani si sono pentiti delle decisioni di pianificazione finanziaria fatte prima che la crisi colpisse. I più giovani sono più propensi a rivedere le precedenti decisioni, ben il 78% tra i 25-34 anni. Neppure gli over 65 sono immuni al pentimento, con un 48% che ritiene che avrebbe potuto agire diversamente. La speranza è che i più giovani abbiano tutto il tempo per correggere le proprie azioni nei prossimi anni. È logico, quindi, pensare che questa crisi possa essere colta anche come un’ottima occasione per ripensare a un approccio più efficace dei propri investimenti.Ma quali sono i rammarichi più condivisi? Un italiano su tre (31%) ritiene di non avere un piano finanziario adeguato, mentre circa uno su nove (11%) di avere un orizzonte temporale troppo di breve termine. Un aspetto positivo è che molti sembrano aver imparato dai propri errori: il 40% degli investitori italiani vuole investire con maggiore diversificazione in futuro, il 42% darà maggior valore e spazio alla consulenza finanziaria, il 51% sta identificando nuove opportunità di investimento. Il 44% è, però, diventato più avverso al rischio. Questo 44% è la parte di popolazione che la crisi ha reso più incline a privilegiare maggiormente la liquidità. Un segnale di allarme che, da una parte, deve far pensare, in un Paese come il nostro in cui oltre 1.600 miliardi di euro sono già fermi nei conti correnti (fonte ABI) e, dall’altra, può stimolare il risparmiatore ad affidarsi a dei professionisti per ottimizzare l’allocazione di portafoglio. Ad oggi, però, solo il 13% degli investitori italiani si è già approcciato o intende confrontarsi a breve con un consulente professionale e il 17% è ancora restio a pagare per una consulenza professionale.
Come spesso accade nel mondo degli investimenti, l’incertezza e l’imprevedibilità possono causare danni importanti. Sette italiani su dieci (70%) ritengono che questa crisi avrà un impatto duraturo sulla propria situazione patrimoniale. Stessa percezione anche per coloro che detengono investimenti finanziari (65%). È la fascia d’età compresa tra i 25 e i 64 anni che sente di trovarsi più a rischio, forse un riflesso delle scarse aspettative sulle opportunità economiche nel prossimo decennio. Infatti, indipendentemente dalle misure di sostegno dei governi che sono state messe in atto, una percentuale significativa di persone si aspetta che la crisi da Covid-19 abbia un impatto negativo a lungo termine sui propri livelli di reddito (43%), sulla performance degli investimenti (31%), sulle prospettive di carriera (30%) e sugli obiettivi finanziari (33%), come ad esempio, i piani pensionistici. Per la fascia d’età over 55 – quella più vicina al pensionamento – la paura degli impatti negativi a lungo termine è minore. Con la relativa stabilità maturata negli anni e la natura costante del loro reddito (ad es. la pensione statale o entrate frutto di eventuali rendite) questo gruppo si trova ad affrontare meno incertezze.

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Zeno Giglietti: Le case fiaba e non solo

Posted by fidest press agency su martedì, 15 giugno 2010

Milano fino al 28/6/2010 via Sant’Agnese 12/8 Studio D’Ars a cura di Grazia Chiesa  La mostra presenta un’importante selezione di opere che ripercorrono le fasi principali della carriera artistica di Giglietti, sempre contraddistinta da una sapiente impostazione scenografica e da una delicata armonia cromatica. Le tele del primo periodo vedono come protagonisti i paesaggi di luoghi legati al mondo della sua infanzia, ma traslati in un’atmosfera sospesa carica di silenzio, dove l’assenza dell’uomo lascia lo spazio ad un’assoluta introspezione metafisica, ampliata ancora di piu’ nel ciclo di opere Elevazioni. A partire dagli anni Ottanta le opere ravvisano una propensione al recupero della plasticità e del volume, che lo portano a sperimentare le possibilità della geometria su tela, attraverso figure di animali e forme tridimensionali che lui chiamerà Strutture. (Monica Savarese, maggio 2010)
Zeno Giglietti (Nepi 1918 – 2001) inizia a frequentare nel 1928 corsi di disegno a Roma presso gli studi degli scultori Nagni, Aliventi e Morbiducci. Molte opere sono oggi in collezioni pubbliche e private tra le quali ricordiamo quella del Comune di Roma, della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, della First National Bank di Milano, di Palazzo Braschi e della Banca dell’Agricoltura di Roma. http://www.zenogiglietti.it (giglietti)

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