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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 275

Posts Tagged ‘protezionismo’

Le amare lezioni del protezionismo

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 marzo 2018

Se gli Stati Uniti, la prima potenza economica e militare mondiale, lanciano una politica protezionistica imponendo alti dazi sulle importazioni, evidentemente intendono iniziare una vera e propria guerra commerciale. Le recenti dichiarazioni di Trump nei confronti della Cina e dell’Unione europea ne sono la prova.
Eppure Washington sa che, quando in passato sono state introdotte simili politiche, esse hanno soltanto esacerbato le crisi in corso aggravando le tensioni politiche internazionali.
Ciò avvenne dopo il crollo di Wall Street del 1929 con la conseguente Grande Depressione. Nel 1930 il presidente Herbert Hoover e, più ancora, il Congresso americano, allora dominato dal Partito Repubblicano, approvarono la legge Smoot-Hawley Tarif Act (dai nomi dei due parlamentari che la presentarono) che impose pesanti dazi su oltre 20.000 prodotti d’importazione.
Si trattò di una specie di “America First” che avrebbe dovuto rilanciare produzioni, consumi e occupazione, sbarrando la strada ai prodotti provenienti da altri paesi. Fu la risposta negativa all’appello generale fatto in precedenza, nel 1927, dalla Lega della Nazioni, precursore dell’ONU, che, al contrario, chiedeva di “porre fine alla politica dei dazi e di andare nella direzione opposta”. Fino allora gli Usa avevano avuto una bilancia commerciale positiva, con un surplus delle esportazioni. I dazi imposti sui beni inclusi nella lista, che mediamente erano del 40,1% nel 1929, raggiunsero il livello di 59,1% nel 1932, con un aumento del 19%.
Ovviamente su tali politiche restrittive sono stati fatti molti studi. Però nessuno mette in discussione l’effetto recessivo e depressivo provocato dai dazi.
Nel quadriennio 1929 – 1933 le importazioni americane diminuirono del 66% e le esportazioni scesero del 61%. Anche l’export-import con l’Europa crollò. Il Pil Usa passò da 103 miliardi di dollari del 1929 a 76 nel 1931 e a poco più di 56 nel 1933. Anche il commercio mondiale nel suo insieme si ridusse di circa il 33%.
Nello stesso periodo la disoccupazione americana salì dall’8% del 1930 al 25% nel 1933. Questa tendenza cambiò solo durante la seconda guerra mondiale con la grande mobilitazione produttiva bellica.
Purtroppo oggi c’è la tendenza a ignorare le lezioni del passato.
Gli Usa e le corporation americane sono stati loro a iniziare la cosiddetta politica dell’outsorucing e a portare all’estero le produzioni di componenti di prodotti manifatturieri, perché c’è mano d’opera a basso costo.
E’ stata la Federal Reserve a inondare il mondo, soprattutto le economie emergenti, con tanta liquidità a bassissimi tassi d’interesse. Fu il famoso Quantitative easing che ha favorito gli acquisti all’estero di beni da parte delle imprese americane e ha sostenuto al contempo i consumi interni. Al contrario i paesi emergenti hanno visto crescere i loro debiti e hanno accentuato la propria destabilizzazione finanziaria.
L’economia è stata quindi messa sottosopra, generando deficit enormi nella bilancia commerciale americana e di molti altri paesi. Si consideri che nel 2006 negli Usa esso era di 762 miliardi di dollari e nel 2017 era ancora di 566 miliardi. Però il deficit commerciale del settore dei beni reali va ben oltre gli 810 miliardi di dollari.
Di conseguenza anche il budget federale Usa è andato in tilt con deficit strepitosi: oltre 1400 miliardi nel 2009, 1300 miliardi nel 2011 e ancora 665 nel 2017. Quest’anno dovrebbe salire a oltre 830. Tali politiche hanno portato a un grande indebitamento americano anche verso l’estero, in particolare verso la Cina, che detiene circa 1.000 miliardi di dollari in obbligazioni del Tesoro Usa, evidentemente emesse per coprire i deficit di bilancio.
Purtroppo Washington si sta muovendo come un elefante in un negozio di porcellane. Provoca tensioni con i partner commerciali, a cominciare dalla Cina e dall’Ue, e nello stesso tempo continua a esporsi con deficit e debiti che il resto del mondo dovrebbe in certo qual modo garantire. C’è il forte timore che un qualsiasi evento non prevedibile in campo economico e finanziario possa generare guerre commerciali e monetarie con conseguenze incalcolabili. Ovviamente non solo negli Usa. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Nuovo appuntamento del ciclo Tomorrowland: “Protezionismo, la nuova battaglia del grano”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 ottobre 2017

agricolturaSi è tenuto questo pomeriggio, presso la sede di Competere.eu, un nuovo appuntamento del ciclo Tomorrowland, “Protezionismo, la nuova battaglia del grano”. Hanno preso parte all’incontro gli stakeholder del settore agroalimentare per confrontarsi e riflettere sul futuro del settore con particolare attenzione al tema della produzione e del commercio del grano, e delle recenti politiche protezionistiche che il Governo italiano ha intrapreso con il decreto a firma del Ministro Calenda e del Ministro Martina, che obbliga i pastifici ad indicare l’origine del grano sulle confezioni di pasta.
“La scelta di introdurre l’indicazione di origine del grano, oltre ad essere contro i principi fondamentali del libero scambio, è una strumentalizzazione del concetto di trasparenza che danneggia i consumatori e le industrie dell’eccellenza italiana” – afferma Pietro Paganini, Presidente di Competere. “Invece di informare meglio i consumatori, come vogliono farci credere, il Decreto li inganna. Con l’indicazione di origine si suggerisce loro che il grano italiano sia migliore di quello estero, quando non calenda-carloè così. Inoltre – continua Paganini – viene arrecato un grave danno ai produttori di pasta che, per mantenere alto lo standard qualitativo e quantitativo, devono obbligatoriamente importare grano da altre nazioni”.“E’ protezionismo grossolano. Il protezionismo ha sempre delle conseguenze negative e non sarà l’etichettatura obbligatoria a migliorare o ad aumentare la produzione italiana. Infatti questo decreto presumibilmente sarà impugnato dall’UE. Per questa ragione abbiamo ritenuto opportuno organizzare questo confronto nel quale si è discusso di come portare avanti una vera e propria politica agraria e industriale che promuova l’evoluzione dell’agricoltura e le eccellenze industriali del nostro paese” – puntualizza Paganini.“I punti da cui partire sono: studiare una vera riforma agraria per limitare l’eccessiva frammentazione della filiera, adottare delle politiche flessibili per l’approvvigionamento di grano e – conclude – fare rete, cioè condividere conoscenze, tecnologie e modelli di coltivazione”.
Nei prossimi giorni Competere produrrà un documento programmatico che conterrà tutti i punti sollevati durante l’incontro. Il documento sarà presentato ai Ministri dell’Agricoltura e dello Sviluppo Economico e alle Commissioni parlamentari competenti.

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Mappa dei Rischi: come cambia l’export nell’era del protezionismo?

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 febbraio 2017

SACE (Gruppo CDP) pubblica la nuova edizione della Mappa dei Rischi e presenta lo scenario per chi esporta e investe all’estero nel Focus On “Mappa dei Rischi 2017: più incertezza nell’era dell’ognun per sé” >>. Lo studio di SACE esplora l’andamento dei diversi mercati del mondo, alla luce dei tre principali trend che influenzeranno rischi e opportunità a livello globale nel 2017: 1) aumento del debito a livello globale, con conseguenze particolarmente forti sui livelli dei rischio delle controparti bancarie; 2) tensioni valutarie; 3) instabilità geopolitica. In questo contesto, tuttavia, è d’obbligo mantenere un approccio razionale e una visione strategica: l’export e l’internazionalizzazione non sembrano destinati a ridimensionarsi, ma dovranno però avvalersi di strumenti più evoluti e trovare nuove direttrici di sviluppo.“Il protezionismo sta tornando pericolosamente in auge e le aspettative per quest’anno non sono rosee – spiega Beniamino Quintieri, Presidente di SACE -. L’esperienza insegna, tuttavia, che nel medio-lungo termine gli effetti delle barriere al commercio tendono a rivelarsi un boomerang per i paesi che le introducono, e questo è ancor più vero in un mondo in cui le catene globali del valore costituiscono, per la crescente importanza dell’import di prodotti intermedi, un fattore determinante di competitività. Crescere all’estero è ancora possibile, ma è necessario un salto di qualità nella conoscenza e assicurazione dei rischi”.
Il 2016 ha segnato un picco nelle misure protezionistiche adottate da diversi Paesi nel mondo: dallo scoppio della crisi finanziaria globale le barriere elevate sono salite a oltre 3.500; quasi un quarto di queste impongono l’obbligo di avere almeno una certa percentuale di un prodotto o servizio realizzato nel Paese, soprattutto per prodotti elettronici e veicoli. Si tratta di misure scelte in particolare dai Paesi del G20, a partire dagli Stati Uniti – terzo mercato di destinazione dell’export italiano – che hanno introdotto una misura protezionistica ogni quattro giorni. I dieci settori più colpiti dal protezionismo rappresentano quasi il 41% del commercio mondiale, che ha subito inevitabilmente una contrazione: dal 2008 al 2016 è cresciuto a un tasso medio annuo del 2,9%, ben inferiore al 7,3% messo a segno nel periodo precedente (2000-2007).Di fronte a mercati propensi ad adottare misure di limitazione del commercio internazionale, non mancano aree in controtendenza, che possono diventare ecosistemi da esplorare: i Paesi andini (Colombia, Perù, Cile), dell’area Subsahariana e dell’Asia hanno rappresentato nel solo 2015 oltre 27 miliardi di euro di esportazioni italiane, più del doppio rispetto a Cina e India insieme.

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Trump: commercio, protezionismo e mercati

Posted by fidest press agency su martedì, 7 febbraio 2017

borsaNel bel libro Culture and Inflation in Weimar del professore del Mit Bernd Widding molte pagine sono dedicate al valore simbolico della carriola. L’autore ricorda di quando, da bambino, passeggiava per i boschi con il nonno. Tra i molti aneddoti che l’anziano signore raccontava al nipote, testimonianze dei molti drammi del Novecento, immancabile era la storia di quando, a causa dell’inflazione che raggiunse il suo picco nel 1923, i tedeschi si trovarono costretti ad andare a fare la spesa con carriole piene di banconote.Il fenomeno, conseguenza degli enormi debiti da cui la Germania di Weimar si trovava gravata dopo la Grande Guerra, contribuì a generare discredito nelle istituzioni repubblicane e aprì la strada allo spettro del nazional-socialismo. Questo “trauma” è rimasto così impresso nella memoria di un’intera generazione da essere tramandato a figli e nipoti entrando nel bagaglio di convinzioni che costituisce la cultura popolare del paese. A volte le storie raccontate dai “grandi” durante i pranzi di famiglia hanno molta più efficacia nel forgiare l’orizzonte ideale di un popolo che le testimonianze di giganti della letteratura come Thomas Mann o Hans Fallada.La carriola è diventata un simbolo potente che simboleggia la fatica quotidiana della povertà e la disintegrazione dell’ordine economico che furono il risultato di una gestione sconsiderata della politica monetaria. Questo vale, ovviamente, per tutti i tedeschi, compresi coloro che occupano le posizioni chiave del Governo e della Banca Centrale. Il ricordo della carriola ha contribuito non poco a condizionare le posizioni della Germania rispetto alla gestione dell’inflazione e di conseguenza al valore della moneta. Apparentemente ignaro di ciò, la scorsa settimana Peter Navarro – nominato da Trump alla guida del National Trade Council – ha accusato la Germania di manipolare l’Euro per favorire le sue esportazioni.La nuova amministrazione americana è molto concentrata sul commercio e sulle sue conseguenze per i lavoratori statunitensi. Se le merci provenienti dall’estero sono più economiche di quelle prodotte in patria i posti di lavoro rischiano di migrare nella direzione inversa. Gli Usa attualmente hanno un deficit commerciale rispetto alla Germania: le famiglie americane comprano più prodotti tedeschi di quanto le famiglie tedesche comprino beni americani.Ovviamente il valore delle varie valute ha un peso importantissimo per definire il prezzo delle merci quando si parla di commercio internazionale. Più una valuta è debole più le merci provenienti da quel paese sono economiche. Se guardate oltreoceano, noterete che in questo momento il dollaro è forte per via dell’aspettativa di un incremento della spesa pubblica e di un’economia già molto robusta.
richard-flaxOra si potrebbe argomentare che la Germania stia godendo i benefici di un Euro debole. C’è sicuramente del merito in questa visione, condivisa da molti nostri connazionali. Se la Germania tornasse al marco si troverebbe probabilmente ad avere una moneta fortissima esportando di meno. La politica dell’eurozona ha certamente contribuito, tra molti altri fattori, al surplus commerciale della Germania.
Da qui, però, a sostenere che la Germania stia manipolando la valuta ce ne vuole. Se la Bundesbank potesse decidere da sola le politiche monetaria dell’Eurozona certamente opterebbe per una strada meno espansiva. Ignorare questo fatto vuol dire non conoscere nulla della cultura tedesca e della storia recente della politica monetaria europea.L’Euro è forse svalutato se ci si focalizza solo sulla Germania ma è invece troppo forte quando si considera l’economia di altri paesi dell’area Euro, compresa l’Italia. Gli Usa hanno ancora difficoltà a valutare la politica monetaria europea, che già di per sé si basa su compromessi ed equilibri difficilissimi, nel suo insieme. Immaginate se pretendessimo un dollaro californiano. Che effetto avrebbe sulle esportazioni di quel singolo stato?Nell’attesa che questa nuova disputa commerciale si sbrogli, consiglio a tutti di munirsi di una carriola. Gli investitori invece stiano attenti: la retorica sul commercio e il focus sul deficit da parte di Trump potrebbe portare burrasca sul mercato delle valute, aspettate volatilità. (A cura di Richard Flax, Chief investment Officer di Moneyfarm) (foto: Richard Flax)

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Le illusioni del protezionismo e del mercantilismo

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 febbraio 2017

adam-smithAdam Smith (1723–1790), filosofo ed economista, si e’ rivoltato nella tomba a sentire le proposte protezioniste e mercantiliste del presidente degli USA, Donald Trump. La teoria del vantaggio comparato non e’ pane per Trump che dichiara “Dobbiamo proteggere i nostri confini dalle devastazioni di altri Paesi che fanno i nostri prodotti, che rubano le nostre aziende e distruggendo il nostro lavoro”. Forse Trump non sa che il 40% delle aziende, censite nella classifica Fortune 500, sono state fondate da immigrati o da figli di immigrati. Insomma il presidente Trump non crede ai vantaggi reciproci della libera circolazione delle persone, dei beni e dei servizi. Anche se alcuni settori dell’economia degli Stati Uniti sono stati danneggiati da un aumento degli scambi con la Cina, gli Stati Uniti hanno anche beneficiato largamente del basso costo dei beni di consumo importati dalla Cina e della possibilita’ di esportare in un mercato di grandi dimensioni e in rapida crescita.
Sembra di sentire alcuni politici nostrani che propongono di “produrre quel che mangiamo e mangiare quello che produciamo”. In questo modo si arriverebbe alla fame perche’ meta’ del frumento lo importiamo; ma la frase e’ bella e fa effetto, soprattutto sui sovranisti che sarebbero i nazionalisti di turno. L’autarchia non serve e pare che la memoria serva ancor meno salvo, poi, far pagare il prezzo di certe scelte agli ingenui di turno. Si ricordi “l’italianita’ di Alitalia” come e’ andata a finire: 7,4 miliardi a carico dello Stato (studio Mediobanca), cioe’ del cittadino contribuente e la “compagnia di bandiera” sempre sull’orlo del precipizio. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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Trump: commercio, protezionismo e mercati

Posted by fidest press agency su sabato, 21 gennaio 2017

trump

A cura di Richard Flax, Chief investment Office di Moneyfarm. Perché ne stiamo parlando? Gli Stati Uniti hanno un nuovo presidente – la cui visione sul commercio internazionale (essenzialmente, il libero scambio è sbagliato) sono opposte a quelle prevalenti del pensiero economico. Alzare le tariffe commerciali negli USA, potrebbe portare ad una controreazione simile da parte delle controparti estere, con ovvie conseguenze negative per la crescita globale.
Accadrà veramente? Alcuni spunti sono motivo di preoccupazione. Per prima cosa, il presidente ha già fatto sapere a numerose imprese (note case automobilistiche) che i loro investimenti dovrebbero essere in suolo americano e non in Messico (ottenendo spesso il risultato sperato).
Secondo, il presidente ha generalmente un buon grado di discrezionalità sulle politiche di scambio – molto più che sulla tassazione, ad esempio, dove necessita invece del supporto del Congresso.
Terzo, le sue maggiori nomine in materia di scambi sono della sua stessa visione, come Robert Lightizer, nuovo rappresentante degli scambi USA, e Peter Navarro, il neo direttore del Consiglio Nazionale sugli Scambi (autore del libro “Death By China: Confronting the Dragon – A Global Call to Action”).
Quarto, rimane l’impatto che potrebbe avere. Le opinioni variano ma gli economisti di Morgan Stanley hanno pubblicato un grafico molto interessante. Secondo le loro stime, l’istituzione di una tariffa commerciale porterebbe ad un generale aumento della crescita nel breve termine per gli USA, per poi crollare drasticamente nel lungo.
Infine, va sempre ricordato che gli Stati Uniti non sono mai stati un’economia particolarmente aperta, e quindi i cittadini si interessano relativamente meno agli scambi. Solitamente si definisce l’apertura di un paese come scambi totali (import+export) in percentuale del PIL. Guardando i numeri per il 2015, vediamo come gli USA siano infatti una delle economie più chiuse secondo questo parametro. Gli scambi in % al PIL sono stati intorno al 28% nel 2015, rispetto a paesi più aperti come la Gran Bretagna al 56% o l’Italia al 57%. L’economia più chiusa del 2015 (fra quelle di cui abbiamo dati disponibili) è stata quella del Sudan con un bassissimo 19%.
Cosa significa per i portafogli? La reazione potrebbe essere mista. Da un lato, le preoccupazioni in materia di scambi internazionali circolano ormai da qualche tempo. Il pesos messicano vi ha purtroppo dovuto fare i conti e ne ha chiaramente sofferto. Si potrebbe quindi dire che questi timori sono già stati prezzati dai mercati.
Ad ogni modo, guardando alle valutazioni stellari degli asset rischiosi, è difficile dire che essi stiano realmente prezzando uno sfavorevole scenario di guerra sulle tariffe – visti anche i prezzi dell’azionario globale.
In conclusione, il ragionamento di fondo è che le conseguenze potrebbero appartenere a due opposti scenari, ma la vendita di titoli sui Mercati Emergenti, ad esempio, potrebbe costituire una buona occasione per gli investitori nel lungo termine.

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Crisi dell’auto: un quadro europeo per gli incentivi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 marzo 2009

Riconoscendo l’importanza dell’industria automobilistica per l’occupazione, l’innovazione e la competitività, il Parlamento chiede di definire un quadro d’azione europeo per le misure a sostegno del settore, senza distorcere la concorrenza. Sollecita poi la semplificazione e l’aumento del sostegno finanziario al comparto, specie tramite la BEI e i programmi di rottamazione, con lo scopo di sostenere e accelerare le necessarie trasformazioni tecnologiche e garantire l’occupazione. Il Parlamento chiede anche di agevolare, migliorare e velocizzare l’accesso ai fondi dell’UE a sostegno della R&S e dell’innovazione e di garantire parità di condizioni sul piano internazionale, evitando misure protezionistiche sul mercato mondiale.

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