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La questione meridionale

Posted by fidest press agency su domenica, 13 agosto 2017

mezzogiorno italiaLa prima domanda che mi pongo è: da quando tempo ne parliamo? E ancora: Se è stata materia di tanti studi, di numerose e dotte concioni, frutto di corpose pubblicazioni, di polemiche e di riflessioni critiche che non hanno solo attraversato le piazze ma sono entrate nei Palazzi, nelle aule parlamentari e nei dibattiti privati, perché siamo ancora a parlarne? E se continuiamo a discuterne chi ci dice che tra dieci o venti o anche più anni altri dopo di noi riprenderanno questi stessi discorsi per la speranza di un rinnovamento che rimane tale e mai si acqueta? La Sicilia, in questo contesto, e il “sicilianismo” di tale impostazione, assume un aspetto cruciale in quanto da quest’isola è partita la scintilla, è nata la grande speranza di un rinnovamento, la convinzione che la diversità degli stadi di sviluppo, delle due Italie, all’atto dell’unificazione politica avrebbe attenuato la disparità e sconfitte le cause del divario sia istituzionale e politico sia economico e sociale. Non è stato così, ovviamente, ma il tempo dell’attesa ha raggiunto, oramai, un punto critico, ai limiti della rottura e non è possibile indugiare oltre. I siciliani sono rimasti troppo a lungo in attesa. Per quanto possa essere difficile stabilire l’inizio di questo disagio esistenziale di certo risale alla metà del XVIII secolo quando si inserì nelle regioni meridionali la dinastia dei Borboni e il Villari ci ricorda che “cominciarono a porsi alla coscienza politica e civile i temi del rinnovamento del Mezzogiorno. Allora cominciò a svilupparsi, dalla crisi e dalla disgregazione del regime feudale, quel complesso di rapporti che costituirono la base e la premessa del contributo meridionale al compimento della rivoluzione nazionale e insieme il fondamento storico della questione meridionale.” Iniziarono i tempi del risveglio. Ricordo, tra i tanti, il genovesiano Domenico Caracciolo. Egli tentò d’inserire nella vita siciliana i germi della libertà partendo da uno studio sistematico dei più perfezionati sistemi economici in vigore nell’Europa continentale. Egli ebbe il merito, a detta di Falzone, di “far conoscere al di fuori del breve cerchio degli uomini di cultura problemi economici e sociali siciliani in maniera viva e penetrante, nonostante le difficoltà delle condizioni culturali.” Non fu, ovviamente, un caso isolato. Ricordo, ad esempio, negli anni successivi le indagini del Genovesi, del Filangieri del Galiani fino alle grandi e sistematiche inchieste del Galanti. Fu, pertanto, costante oggetto di studio la condizione ambientale e geografica di quelle regioni che si innestava nella ricerca delle cause del suo immobilismo agrario (latifondo) e delle conseguenti condizioni di vita. A questo riguardo vale per tutti il giudizio dato dal Saraceno sull’agricoltura meridionale all’atto dell’unificazione del Regno: “… Espressione principale e notoria delle province meridionali era la posizione dell’agricoltura, che si presentava pressoché come la sola fonte di reddito; (…) quest’agricoltura era notevolmente più arretrata in confronto a quella della maggior parte degli stati italiani.” Tale notevole ristagno si registrò anche nelle attività economiche sia se connesse con la proprietà terriera sia con la produzione industriale e che tendeva, alla fine, con l’essere assimilata alle iniziative più tipicamente e limitatamente artigianali. “Un discorso a parte – rileva il Carrà – meriterebbe l’analisi della consistenza finanziaria e dell’aggravio fiscale del Regno. La questione interessò a diverso livello alcuni fra i più grandi meridionalisti, dal Franchetti al Jacini, che si occuparono prevalentemente della inefficacia delle provvidenze finanziarie in pro dell’agricoltura e ancora al Fortunato e al Pantaleoni che posero l’accento sul carico tributario considerato del tutto sproporzionato alle entrate delle varie parti d’Italia. Per il lucano Nitti l’unità era stata fatta a scapito delle regioni meridionali e tanto che prima dell’unità il regno di Napoli era quello che dal punto di vista finanziario si trovava in condizioni migliori degli altri. Questa poco lungimirante azione fiscale del nuovo Regno, insieme all’acquisto dei beni già demaniali e ecclesiastici avevano praticamente esaurito le risorse economiche del Meridione proprio in un momento in cui per l’abolizione delle tariffe doganali e per l’esigenza di un’economia agraria concorrenziale, sarebbe stata necessaria per tali ragioni una larga erogazione di capitali di facile concessione e di sostenibile costo. “La verità – lo sottolinea un statista e uomo di governo della levatura di un Nitti – è che l’Italia meridionale ha dato dal 1860 assai più di ogni parte d’Italia in rapporto alla sua ricchezza, che paga quanto non potrebbe pagare (…) che lo Stato ha speso per essa, per ogni cosa, assai meno.” Devo, quindi convenire, sul fatto, provato e ben documentato, che l’Unità d’Italia sia costata ai meridionali, e ai siciliani in particolare, più di quanto non si è verificato per le altre regioni italiane, compreso, ovviamente, il Piemonte e che, anzi, è stata la regione che ne ha tratto maggiori benefici. Questo sacrificio economico è stato ancora più grave proprio perché il Meridione aveva un bisogno crescente di solidarietà e di contributi per crescere e prosperare. Si maturò, invece, un cinico calcolo teso a lasciare il degrado, a scoraggiare lo sviluppo, a umiliare lo spirito delle menti forti per una crescita culturale diffusa delle regioni che dall’unità d’Italia avrebbero potuto cogliere la magica occasione di riprendere il loro cammino sul solco delle antiche e nobili tradizioni. Ma allo scorno si aggiunse la beffa con il passaggio dal Regno alla Repubblica. Si fecero, indubbiamente, dei passi avanti ma molto pochi in specie se li compariamo a quelli compiuti dalle regioni del Nord e del Centro Italia. Sarebbe bastato negli anni della ricostruzione post-bellica degli anni ’50 potenziare la rete intermodale dei trasporti per via terra, marittima e aerea. Sarebbe bastato potenziare l’agricoltura per rendere i suoi prodotti sempre più competitivi sui mercati nazionali e internazionali. Sarebbe bastato sviluppare il turismo e ad associarlo all’agriturismo e all’artigianato locale. Sarebbe bastato potenziare settori quali l’industria agro alimentare, casearia, vinicola e olearia. Sarebbero bastati più fatti e meno parole. Tutto questo privare il Meridione del suo progresso civile, economico e sociale oggi diventa ancora più amaro al cospetto di governi che si sono proclamati a più riprese sostenitori del meridionalismo, delle sue legittime aspettative e che hanno portato al governo delle massime cariche dello Stato, come a volerli indicare alla stregua di garanti, per poi servirsene da copertura per lasciare che i problemi rimanessero insoluti e con il tempo finissero con l’aggravarsi. Ma vi è anche un’altra aspetto da rilevare e che forse sfugge a una parte, almeno, dei siciliani. E’ che se la Sicilia in particolare e più in generale il Meridione è cresciuto è un merito di coloro che vi abitano con i loro sacrifici e il sudore delle loro fatiche e che lo stato ha solo fatto da spettatore se non peggio con l’esosità delle varie gabelle fiscali. A Napoli direbbero: “cornuti e mazziati”. Ora siamo qui per celebrare un altro rituale, l’ennesimo. Quella della protesta. Ma vorremmo che non restasse solo un rituale e che attraverso questo messaggio si risvegliassero le coscienze, Non vogliamo essere una minoranza. Non vogliamo essere catalogati come quelli che gridano al vento. Non vogliamo essere definiti dei nostalgici o peggio. Noi vorremmo che ai siciliani e ai meridionali restasse la consapevolezza di aver dato tanto e che è ora che lo stato riconoscesse i nostri crediti e facesse ammenda dei suoi errori. E che questo messaggio sia forte e chiaro e perché a partire dai politici di estrazione meridionale si capisse senza equivoci che “cà nisciuno è fesso” e la nostra pazienza non va scambiata con la stupidità e l’ingenuità ma con la saggezza di un popolo antico e che sa rispettare la nobiltà e la dignità che ne derivano. E la strada, a questo punto, si traduce, a mio avviso, solo in un messaggio da trasmettere soprattutto ai giovani, dalle scuole alla società civile perché vi sono siciliani e meridionali in genere che ci conducono a piccole e grandi cose ma è importante che nelle piccole come nelle grandi cose si sappia trarre un grande insegnamento con la forza della ragione, con la costanza della fede, con l’animo affrancato dalle debolezze umane. (Riccardo Alfonso direttore centri studi sociali e politici della Fidest)

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Presentazione ufficiale dell’opera documentale “La questione armena”

Posted by fidest press agency su sabato, 14 novembre 2015

armeniaRoma sabato 21 novembre 2015 alle ore 16:30 presso il Pontificio Istituto Orientale Piazza Santa Maria Maggiore 7 Presentazione ufficiale dell’opera documentale “LA QUESTIONE ARMENA” A cura di Georges-Henri Ruyssen, SJ Una coedizione Edizioni Orientalia Christiana & Valore Italiano™ Lilamé Indirizzo di saluto del Rettore del Pontificio Istituto Orientale R. P. David E. Nazar, SJ Presiede R. P. Cesare Giraudo, SJ
Intervengono
S. E. R. Mons. Boghos Levon Zekiyan Arcivescovo di Istanbul degli Armeni
S. E. R. Mons. Cyril Vasil’, SJ Segretario della Congregazione per le Chiese Orientali
Prof. Andrea Riccardi Fondatore della Comunità di Sant’Egidio
S. E. Sign. Mikayel Minasyan Ambasciatore della Repubblica d’Armenia presso la Santa Sede e lo SMOM
R. P. Georges-Henri Ruyssen, SJ Curatore dell’opera
Dr. Mario Pirolli Editore di Valore Italiano™ – Lilamé™
R. P. Dertad Bazikyan Intermezzo musicale

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Nuova questione meridionale

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 agosto 2015

larattaQuesto quanto sostenuto, nel corso di un convegno a Belvedere Spinello (KR) da Nicodemo Oliverio, Capogruppo Pd in Commissione Agricoltura della Camera, e da Franco Laratta, già parlamentare, Membro del CdA di Ismea, l’Istituto economico che finanzia i progetti in agricoltura. Presenti numerosi sindaci del crotonese e molti giovani, segno della grande attenzione con cui le nuove generazioni guardano al settore agroalimentare. Per Oliverio e Laratta: ‘Lo sviluppo del sud, ed in particolar modo della Calabria, passa da settori strategici, nei quali la calabria eccelle. Per cui il settore enogastronomico, quello turistico e dei Beni storici, archeologici e paesaggistici, sono un tesoro che finora abbiamo tenuto nascosto. La ripresa economica, l’occupazione, lo sviluppo passano dalla ‘Terra’, dal grande ritorno alla terra”. E non ci sono più alibi: ‘Ci sono risorse finanziarie importanti a disposizione, c’è un ruolo sempre più attivo e fondamentale che svolge ISMEA, c’è una grande attenzione del governo nazionale. Ora, con il nuovo corso in Regione, dobbiamo fare squadra, dobbiamo liberare l’agricoltura da ritardi, burocrazia, eccessi amministrativi: dobbiamo lanciare e far passare il messaggio che il ritorno alla terra è la sola grande speranza che abbiamo’, hanno sostenuto Franco Laratta e Nicodemo Oliverio. Che hanno poi puntato l’attenzione sull’innovazione e le nuove tecnologie applicate all’agricoltura: “Al di là della visione romantica del ritorno alla terra, oggi il contadino tradizionale non esiste quasi più: è diventato imprenditore. E grazie alle nuove tecnologie, le imprese agricole sono diventate luoghi di ricerca, innovazione e crescita. Imprese in cui i giovani dell’attuale generazionel possono realizzare i loro sogni, possono raggiungere i nuovi mercati internazionali che sono alla ricerca delle eccellenze agroalimentari made in Italy”. L’appello al governo che si accinge a rispondere al dramma in cui vive il Sud da troppi anni: ” Basta attendere, basta con contributi e investimenti a pioggia, basta con le ‘cattedrali nel deserto’, basta con l’improduttivo assistenzialismo conosciuto nel passato. Servono energie, risorse, attenzione legislativa, investimenti immediati ed efficaci in quelli che sono i nostri settori strategici, gli unici che hanno superato senza troppi danni la grave crisi economica che da 8 anni ha colpito il Paese e in particolare il Sud”. Poi il grido unanime di tutti gli amministratori che sono intervenuti al confronto: ‘Mai più fondi comunitari restituiti all’Europa. Si tratta di un affronto che non possiamo più accettare’! (foto laratta)

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Questione meridionale

Posted by fidest press agency su venerdì, 31 luglio 2015

Fabio_Rampelli_daticamera“I dati dello Svimez rappresentano nella loro periodicità la puntuale sconfessione delle politiche governative per lo sviluppo del Mezzogiorno d’Italia. Renzi ha derubricato il Sud d’Italia a entità geografica, più o meno come ha fatto per anni la Lega Nord. Non c’è classe dirigente in Italia che colleghi la ripresa economica agli investimenti nel sud, esattamente come fece il cancelliere Helmut Kohl con la Germania dell’Est. Mentre il nord ha costruito autostrade, ponti, dighe, trafori, alta velocità e rete capillare di trasporto su ferro, porti e aeroporti, ha celebrato le olimpiadi invernali a Torino, l’Expò a Milano e realizzato il Mose a Venezia, al sud non c’è nulla e si lavora per depennare altre risorse.Quando sarà modernizzato il sud, quando si organizzeranno eventi internazionali a Palermo o a Reggio Calabria? Quando si applicherà una flat tax per gli investimenti in cui si favoriscano la cultura, il turismo, l’artigianato, l’imprenditore a giovanile? Quando sarà sradicata la criminalità organizzata per attrarre investitori straniere?”. E’ quanto dichiara il capogruppo di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale Fabio Rampelli.

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Il celibato dei preti

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 luglio 2014

celibato dei pretiArriva in libreria il nuovo e atteso volume, edito da Elledici e Velar, Il celibato dei preti. Una sfida sempre aperta (pagine 304 – € 19,00).
Si tratta di un libro che va dritto al cuore della questione, senza pregiudizi e lontano da stereotipi. Ne è autore, Vittorio Moretto, missionario Comboniano, per anni in missione in Togo, e formatore di giovani missionari.L’autore affronta il tema del celibato sacerdotale, particolarmente discusso nel nostro tempo. Di fronte a interrogativi e obiezioni, il libro sviluppa una riflessione molto approfondita sulla questione. Non è un libro per specialisti – anche se da questi prende le più sostanziali informazioni storiche, teologiche, spirituali, psicologiche e sociologiche per metterle al servizio del lettore – ma uno strumento prezioso, completo ed equilibrato, chiaro e profondo al contempo, per comprendere, al di là di pregiudizi e stereotipi, la realtà della scelta celibataria, per aprire il cuore alla persona di Gesù Cristo, al suo messaggio e all’insegnamento della Chiesa e per scoprire il senso, la bellezza e la possibilità di vivere in modo corretto la sessualità nel celibato consacrato.
L’autore, nelle pagine di questo suo documentato libro – composto da 20 capitoli – si sofferma e si confronta con obiezioni molto comuni quando si affronta questo tema: “Il celibato non è qualcosa di anormale?”; “Non è innaturale in se stesso e perciò impossibile da proporre?; “Perché la Chiesa impedisce che i sacerdoti si sposino?”; “Perché non permette che si ritorni alle consuetudini dell’inizio del cristianesimo, quando esistevano sacerdoti e vescovi sposati?”; Non è una posizione disumana, quella della Chiesa?”.
Questi e molti altri interrogativi, seri e importanti, meritano una riflessione e una risposta che questo libro intende offrire.
L’autore non intende provocare polemiche, confronti o divisioni, degli uni contro gli altri, su verità teologiche, storiche e sociologiche, bensì si augura che sia possibile per il lettore scoprire il senso, la bellezza e la possibilit&agra ve; di vivere in modo corretto la sessualità nel celibato consacrato.Una pubblicazione impegnativa, ma chiara ed esaustiva nel dare risposte chiare e meditate ad una questione molto dibattuta dei nostri tempi, all’interno come fuori del mondo ecclesiale.

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Carceri: simpone una seria riflessione

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 gennaio 2014

Man Behind Bars“Le parole rese oggi dal procuratore aggiunto di Messina, Sebastiano Ardita, durante l’audizione in commissione giustizia alla Camera sul dl carceri, ci impongono una seria riflessione” così Alessandro Pagano, capogruppo di Ncd in commissione giustizia alla Camera, commenta la relazione del procuratore aggiunto e già direttore del Dap, Sebastiano Ardita. “Sono due gli aspetti, sottolineati dal procuratore, che preoccupano e non poco. Da una parte, la questione della “liberazione anticipata speciale” che, con il meccanismo previsto dal decreto, per cui lo sconto cresce con il crescere della pena, crea una situazione paradossale, ovvero la possibilità di far uscire i soggetti più pericolosi sul piano criminale. In parole più semplici, ciò vuol dire che a usufruire di tale liberazione anticipata speciale potrebbero essere esponenti della criminalità mafiosa, condannati a pene lunghe. Dall’altra, la questione del risarcimento cosiddetto equitativo. Si tratta di una disposizione che, se applicata massicciamente, costringerebbe lo Stato a sostenere costi elevatissimi. Parliamo di cifre folli, fino a 365 milioni di euro l’anno, tanto quanto lo stanziamento per il piano carcerario” spiega Pagano. “Di fronte a tutto questo, credo sia necessario avviare una seria e profonda riflessione. Dobbiamo evitare che il dl carceri si trasformi in un boomerang, i cui effetti sarebbero tutti a carico della collettività, sia in termini di sicurezza dei cittadini che di costi” conclude.

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Alemanno e i rifiuti a Roma

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 agosto 2013

“E’ davvero singolare che dopo 5 anni di sua assoluta inerzia e incapacità di affrontare il grave problema dei rifiuti a Roma l’ex sindaco Alemanno trovi oggi il coraggio di esprimersi con parole di disapprovazione verso l’operato della nuova Amministrazione che con serietà e senso di responsabilità sta invece finalmente riuscendo a individuare una via d’uscita per superare lo stato di emergenza”.Lo dichiara, attraverso una nota, il capogruppo del Partito Democratico in Campidoglio, Francesco D’Ausilio. “Bisognerebbe spiegare una volta per tutte all’ex primo cittadino che se ci troviamo in questa situazione è solo a causa della inadeguatezza evidenziata dalla sua giunta nel far fronte alla questione. Nel caso l’on.le Alemanno non lo avesse ancora compreso – conclude D’Ausilio – lui non è la soluzione ma il problema”.

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La questione meridionale

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 gennaio 2013

La prima domanda che mi pongo è: da quando tempo ne parliamo? E ancora: Se è stata materia di tanti studi, di numerose e dotte concioni, frutto di corpose pubblicazioni, di polemiche e di riflessioni critiche che non hanno solo attraversato le piazze ma sono entrate nei Palazzi, nelle aule parla-mentari e nei dibattiti privati, perché siamo ancora a parlarne? E se continuiamo a discuterne chi ci dice che tra dieci o venti o anche più anni altri dopo di noi riprenderanno questi stessi discorsi con la speranza di un rinnovamento che rimane tale e mai si acqueta?
La Sicilia, in questo contesto, e il “sicilia-nismo” di tale impostazione, assume un aspetto cruciale in quanto da quest’isola è partita la scintilla, è nata la grande speranza di un rinnovamento, la convinzione che la diversità degli stadi di sviluppo, delle due Italie, all’atto dell’unificazione politica avrebbe attenuato la disparità e sconfitte le cause del divario sia istituzionale e politico sia economico e sociale. Non è stato così, ovviamente, ma il tempo dell’attesa ha raggiunto, oramai, un punto critico, ai limiti della rottura, e non è possibile indugiare oltre. I siciliani sono rimasti troppo a lungo in attesa. Per quanto possa essere difficile stabilire l’inizio di questo disagio esistenziale di certo risale alla metà del XVIII secolo quando s’inserì nelle regioni meridionali la dinastia dei Borboni e il Villari ci ricorda che “cominciarono a porsi alla coscienza politica e civile i temi del rinnovamento del Mez-zogiorno”. Allora cominciò a svilupparsi, dalla crisi e dalla disgregazione del regime feudale, quel com-plesso di rapporti che costituirono la base e la premessa del contributo meridionale al compimento della rivoluzione nazionale e insieme il fondamento storico della questione meridionale.” Iniziarono i tempi del risveglio. Ricordo, tra i tanti, il genove-siano Domenico Caracciolo. Egli tentò d’inserire, nella vita siciliana, i germi della libertà partendo da uno studio sistematico dei più perfezionati sistemi economici in vigore nell’Europa continentale. Egli ebbe il merito, a detta di Falzone, di “far conoscere, al di fuori del breve cerchio degli uomini di cultura, problemi economici e sociali siciliani in maniera viva e penetrante, nonostante le difficoltà delle condizioni culturali.” Non fu, ovviamente, un caso isolato.
Ricordo, ad esempio, negli anni successivi, le indagini del Genovesi, del Filangieri del Galiani fino alle grandi e sistematiche inchieste del Galanti.
Fu, pertanto, costante oggetto di studio la condizione ambientale e geografica di quelle regioni che s’innestava nella ricerca delle cause del suo immobilismo agrario (latifondo) e delle conseguenti condizioni di vita. A questo riguardo vale per tutti il giudizio dato dal Saraceno sull’agricoltura meridionale all’atto dell’unificazione del Regno: “… Espres-sione principale e notoria delle province meridionali era la posizione dell’agricoltura, che si presentava pressoché come la sola fonte di reddito; (…) que-st’agricoltura era notevolmente più arretrata in confronto a quella della maggior parte degli stati italiani.” Tale notevole ristagno si registrò anche nelle attività economiche sia se connesse con la proprietà terriera sia con la produzione industriale e che tendeva, alla fine, con l’essere assimilata alle iniziative più tipicamente e limitatamente artigianali. “Un discorso a parte – rileva il Carrà – meriterebbe l’analisi della consistenza finanziaria e dell’aggravio fiscale del Regno”. La questione interessò a diverso livello alcuni fra i più grandi meridionalisti, dal Fran-chetti al Jacini, che si occuparono prevalentemente della inefficacia delle provvidenze finanziarie in pro dell’agricoltura e ancora al Fortunato e al Pantaleoni che posero l’accento sul carico tributario conside-rato del tutto sproporzionato alle entrate delle varie parti d’Italia. Per il lucano Nitti l’unità era stata fatta a scapito delle regioni meridionali e tanto che prima dell’unità il regno di Napoli era quello che dal punto di vista finanziario si trovava in condizioni migliori degli altri. Questa poco lungimirante azione fiscale del nuovo Regno, insieme all’acquisto dei beni già demaniali e ecclesiastici avevano praticamente esaurito le risorse economiche del Meridione proprio in un momento in cui per l’abolizione delle tariffe doganali e per l’esigenza di un’economia agraria concorrenziale, sarebbe stata necessaria, per tali ragioni, una larga erogazione di capitali di facile concessione e di sostenibile costo. “La verità – lo sottolinea uno statista e uomo di governo della levatura di un Nitti – è che l’Italia meridionale ha dato dal 1860 assai più di ogni parte d’Italia in rapporto alla sua ricchezza, che paga quanto non potrebbe pagare (…) che lo Stato ha speso per essa, per ogni cosa, assai meno.” Devo, quindi convenire, sul fatto, provato e ben documentato, che l’Unità d’Italia sia costata ai meridionali, e ai siciliani in particolare, più di quanto non si è verificato per le altre regioni italiane, compreso, ovviamente, il Piemonte e che, anzi, è stata la regione che ne ha tratto maggiori benefici. Questo sacrificio economico è stato ancora più grave per-ché il Meridione aveva un bisogno crescente di solidarietà e di contributi per crescere e prosperare. Si maturò, invece, un cinico calcolo teso a lasciare il degrado, a scoraggiare lo sviluppo, a umiliare lo spirito delle menti forti per una crescita culturale diffusa delle regioni che dall’unità d’Italia avrebbero potuto cogliere la magica occasione di riprendere il loro cammino sul solco delle antiche e nobili tradizioni. Allo scorno si aggiunse la beffa con il passaggio dal Regno alla Repubblica. Si fecero, indubbiamente, dei passi avanti ma molto pochi in specie se li compariamo a quelli compiuti dalle regioni del Nord e del Centro Italia. Sarebbe bastato negli anni della ricostruzione post-bellica degli anni ’50 potenziare la rete intermodale dei trasporti per via terra, marittima e aerea. Sarebbe bastato potenziare l’agricoltura per rendere i suoi prodotti sempre più competitivi sui mercati nazionali e internazionali. Sarebbe bastato sviluppare il turismo e a associarlo all’agriturismo e all’artigianato locale. Sarebbe ba-stato potenziare settori quali l’industria agro alimen-tare, casearia, vinicola e olearia. Sarebbero bastati più fatti e meno parole. Tutto questo privare il Meridione del suo progresso civile, economico e sociale oggi diventa ancora più amaro al cospetto di governi che si sono proclamati a più riprese sostenitori del meridionalismo, delle sue legittime aspettative e che hanno portato al governo delle massime cariche dello Stato, come a volerli indicare alla stregua di garanti, per poi servirsene da copertura per lasciare che i problemi rimanessero insoluti e con il tempo finissero con l’aggravarsi. Ma vi è anche un’altro aspetto da rilevare e che forse sfugge a una parte, almeno, dei siciliani. E’ che se la Sicilia, in particola-re e più in generale il Meridione, è cresciuta è un merito di coloro che vi abitano con i loro sacrifici e il sudore delle loro fatiche e che lo stato ha solo fatto da spettatore se non peggio con l’esosità delle varie gabelle fiscali. A Napoli direbbero: “cornuti e mazzia-ti”. Ora siamo qui per celebrare un altro rituale, l’ennesimo. Quella della protesta. Vorrei che non restasse solo un rituale e che attraverso questo messaggio si risvegliassero le coscienze, Non vogliamo essere una minoranza.
Non vorremmo essere catalogati come quelli che gridano al vento.
Non vogliamo essere definiti dei nostalgici o peggio.
Noi vorremmo che ai siciliani e ai meridionali restasse la consapevolezza di aver dato tanto e che è ora che lo stato riconoscesse i nostri crediti e facesse ammenda dei suoi errori. E che questo messaggio sia forte e chiaro a partire dai politici di estrazione meridionale. Vorrei che si capisse senza equivoci che “cà nisciuno è fesso” e la nostra pazienza non va scambiata con la stupidità e l’inge-nuità ma con la saggezza di un popolo antico e che sa rispettare la nobiltà e la dignità che ne derivano. E la strada, a questo punto, si traduce, a mio avviso, solo in un messaggio da trasmettere soprattutto ai giovani, dalle scuole alla società civile perché vi sono siciliani e meridionali in genere che ci condu-cono a piccole e grandi cose ma è importante che nelle piccole come nelle grandi cose si sappia trarre un grande insegnamento con la forza della ragione, con la costanza della fede, con l’animo affrancato dalle debolezze umane.
Viva la Sicilia e i siciliani. Viva il meridione e i Meridionali, viva l’Italia e che possa essere fatta di italiani con un solo campanile. (Riccardo Alfonso)

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La questione meridionale

Posted by fidest press agency su martedì, 17 luglio 2012

English: . Italiano: Scudo di Carlo III, re di...

English: . Italiano: Scudo di Carlo III, re di Napoli e di Sicilia, per il Regno di Sicilia su una formella del portone del Duomo di Catania (1736). In basso la legenda CAROLO SEBASTIANO/ VTRIVSQVE SICILIÆ/ REGE (Carlo Sebastiano, Re della Sicilia Ulteriore) (Photo credit: Wikipedia)

La prima domanda che mi pongo è: da quando tempo ne parliamo? E ancora: Se è stata materia di tanti studi, di numerose e dotte concioni, frutto di corpose pubblicazioni, di polemiche e di riflessioni critiche che non hanno solo attraversato le piazze ma sono entrate nei Palazzi, nelle aule parlamentari e nei dibattiti privati, perché siamo ancora a parlarne? E se continuiamo a discuterne chi ci dice che tra dieci o venti o anche più anni altri dopo di noi riprenderanno questi stessi discorsi per la speranza di un rinnovamento che rimane tale e mai si acqueta? La Sicilia, in questo contesto, e il “sicilianismo” di tale impostazione, assume un aspetto cruciale in quanto da quest’isola è partita la scintilla, è nata la grande speranza di un rinnovamento, la convinzione che la diversità degli stadi di sviluppo, delle due Italie, all’atto dell’unificazione politica avrebbe attenuato la disparità e sconfitte le cause del divario sia istituzionale e politico sia economico e sociale. Non è stato così, ovviamente, ma il tempo dell’attesa ha raggiunto, oramai, un punto critico, ai limiti della rottura e non è possibile indugiare oltre. I siciliani sono rimasti troppo a lungo in attesa. Per quanto possa essere difficile stabilire l’inizio di questo disagio esistenziale di certo risale alla metà del XVIII secolo quando si inserì nelle regioni meridionali la dinastia dei Borboni e il Villari ci ricorda che “cominciarono a porsi alla coscienza politica e civile i temi del rinnovamento del Mezzogiorno. Allora cominciò a svilupparsi, dalla crisi e dalla disgregazione del regime feudale, quel complesso di rapporti che costituirono la base e la premessa del contributo meridionale al compimento della rivoluzione nazionale e insieme il fondamento storico della questione meridionale.” Iniziarono i tempi del risveglio. Ricordo, tra i tanti, il genovesiano Domenico Caracciolo. Egli tentò d’inserire nella vita siciliana i germi della libertà partendo da uno studio sistematico dei più perfezionati sistemi economici in vigore nell’Europa continentale. Egli ebbe il merito, a detta di Falzone, di “far conoscere al di fuori del breve cerchio degli uomini di cultura problemi economici e sociali siciliani in maniera viva e penetrante, nonostante le difficoltà delle condizioni culturali.” Non fu, ovviamente, un caso isolato. Ricordo, ad esempio, negli anni successivi le indagini del Genovesi, del Filangieri del Galiani fino alle grandi e sistematiche inchieste del Galanti. Fu, pertanto, costante oggetto di studio la condizione ambientale e geografica di quelle regioni che si innestava nella ricerca delle cause del suo immobilismo agrario (latifondo) e delle conseguenti condizioni di vita. A questo riguardo vale per tutti il giudizio dato dal Saraceno sull’agricoltura meridionale all’atto dell’unificazione del Regno: “… Espressione principale e notoria delle province meridionali era la posizione dell’agricoltura, che si presentava pressoché come la sola fonte di reddito; (…) quest’agricoltura era notevolmente più arretrata in confronto a quella della maggior parte degli stati italiani.” Tale notevole ristagno si registrò anche nelle attività economiche sia se connesse con la proprietà terriera sia con la produzione industriale e che tendeva, alla fine, con l’essere assimilata alle iniziative più tipicamente e limitatamente artigianali. “Un discorso a parte – rileva il Carrà – meriterebbe l’analisi della consistenza finanziaria e dell’aggravio fiscale del Regno. La questione interessò a diverso livello alcuni fra i più grandi meridionalisti, dal Franchetti al Jacini, che si occuparono prevalentemente della inefficacia delle provvidenze finanziarie in pro dell’agricoltura e ancora al Fortunato e al Pantaleoni che posero l’accento sul carico tributario considerato del tutto sproporzionato alle entrate delle varie parti d’Italia. Per il lucano Nitti l’unità era stata fatta a scapito delle regioni meridionali e tanto che prima dell’unità il regno di Napoli era quello che dal punto di vista finanziario si trovava in condizioni migliori degli altri. Questa poco lungimirante azione fiscale del nuovo Regno, insieme all’acquisto dei beni già demaniali e ecclesiastici avevano praticamente esaurito le risorse economiche del Meridione proprio in un momento in cui per l’abolizione delle tariffe doganali e per l’esigenza di un’economia agraria concorrenziale, sarebbe stata necessaria per tali ragioni una larga erogazione di capitali di facile concessione e di sostenibile costo. “La verità – lo sottolinea un statista e uomo di governo della levatura di un Nitti – è che l’Italia meridionale ha dato dal 1860 assai più di ogni parte d’Italia in rapporto alla sua ricchezza, che paga quanto non potrebbe pagare (…) che lo Stato ha speso per essa, per ogni cosa, assai meno.” Devo, quindi convenire, sul fatto, provato e ben documentato, che l’Unità d’Italia sia costata ai meridionali, e ai siciliani in particolare, più di quanto non si è verificato per le altre regioni italiane, compreso, ovviamente, il Piemonte e che, anzi, è stata la regione che ne ha tratto maggiori benefici. Questo sacrificio economico è stato ancora più grave proprio perché il Meridione aveva un bisogno crescente di solidarietà e di contributi per crescere e prosperare. Si maturò, invece, un cinico calcolo teso a lasciare il degrado, a scoraggiare lo sviluppo, a umiliare lo spirito delle menti forti per una crescita culturale diffusa delle regioni che dall’unità d’Italia avrebbero potuto cogliere la magica occasione di riprendere il loro cammino sul solco delle antiche e nobili tradizioni. Ma allo scorno si aggiunse la beffa con il passaggio dal Regno alla Repubblica. Si fecero, indubbiamente, dei passi avanti ma molto pochi in specie se li compariamo a quelli compiuti dalle regioni del Nord e del Centro Italia. Sarebbe bastato negli anni della ricostruzione post-bellica degli anni ’50 potenziare la rete intermodale dei trasporti per via terra, marittima e aerea. Sarebbe bastato potenziare l’agricoltura per rendere i suoi prodotti sempre più competitivi sui mercati nazionali e internazionali. Sarebbe bastato sviluppare il turismo e ad associarlo all’agriturismo e all’artigianato locale. Sarebbe bastato potenziare settori quali l’industria agro alimentare, casearia, vinicola e olearia. Sarebbero bastati più fatti e meno parole. Tutto questo privare il Meridione del suo progresso civile, economico e sociale oggi diventa ancora più amaro al cospetto di governi che si sono proclamati a più riprese sostenitori del meridionalismo, delle sue legittime aspettative e che hanno portato al governo delle massime cariche dello Stato, come a volerli indicare alla stregua di garanti, per poi servirsene da copertura per lasciare che i problemi rimanessero insoluti e con il tempo finissero con l’aggravarsi. Ma vi è anche un’altra aspetto da rilevare e che forse sfugge a una parte, almeno, dei siciliani. E’ che se la Sicilia in particolare e più in generale il Meridione è cresciuto è un merito di coloro che vi abitano con i loro sacrifici e il sudore delle loro fatiche e che lo stato ha solo fatto da spettatore se non peggio con l’esosità delle varie gabelle fiscali. A Napoli direbbero: “cornuti e mazziati”. Ora siamo qui per celebrare un altro rituale, l’ennesimo. Quella della protesta. Ma vorremmo che non restasse solo un rituale e che attraverso questo messaggio si risvegliassero le coscienze, Non vogliamo essere una minoranza. Non vogliamo essere catalogati come quelli che gridano al vento. Non vogliamo essere definiti dei nostalgici o peggio. Noi vorremmo che ai siciliani e ai meridionali restasse la consapevolezza di aver dato tanto e che è ora che lo stato riconoscesse i nostri crediti e facesse ammenda dei suoi errori. E che questo messaggio sia forte e chiaro e perché a partire dai politici di estrazione meridionale si capisse senza equivoci che “cà nisciuno è fesso” e la nostra pazienza non va scambiata con la stupidità e l’ingenuità ma con la saggezza di un popolo antico e che sa rispettare la nobiltà e la dignità che ne derivano. E la strada, a questo punto, si traduce, a mio avviso, solo in un messaggio da trasmettere soprattutto ai giovani, dalle scuole alla società civile perché vi sono siciliani e meridionali in genere che ci conducono a piccole e grandi cose ma è importante che nelle piccole come nelle grandi cose si sappia trarre un grande insegnamento con la forza della ragione, con la costanza della fede, con l’animo affrancato dalle debolezze umane. Viva la Sicilia e i siciliani. Viva il meridione e i Meridionali, viva l’Italia e che possa essere fatta di italiani con un solo campanile. (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)

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Gli onorevoli piemontesi sulla questione “esodati”

Posted by fidest press agency su sabato, 26 maggio 2012

Torino Lunedì 28 maggio 2012, alle ore 11.30, nella sala Consiglieri di Palazzo Cisterna (via Maria Vittoria 12, Torino) la III Commissione consiliare (Politiche del lavoro), presieduta da Giuseppe Sammartano e la VI (Attività economiche e produttive), guidata da Raffaele Petrarulo, hanno convocato una riunione congiunta dedicata all’analisi delle misure da adottare sul tema esodati. All’incontro parteciperanno senatori e parlamentari piemontesi, l’assessore provinciale al lavoro Carlo Chiama, le organizzazioni sindacali e il Comitato degli esodati. L’iniziativa fa seguito a un incontro che il 9 maggio le due Commissioni congiunte hanno avuto con il Comitato esodati e le OOSS per approfondire quali sono le problematiche insorte, a seguito della riforma delle pensioni, per quei lavoratori che hanno lasciato in passato il posto di lavoro previo accordo con l’azienda

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La questione giovanile

Posted by fidest press agency su mercoledì, 9 maggio 2012

“Siamo stanchi di sentire dichiarazioni di ministri e rappresentanti delle istituzioni che insultano quotidianamente i giovani e di rimando le loro famiglie. La verità è che la questione giovanile è un mero argomento di campagna elettorale ma nel concreto in pochi fanno qualcosa per migliorare realmente la nostra condizione” è il duro attacco di Azione Universitaria alle parole di ieri del Ministro Fornero che aveva definito, senza mezzi termini, i giovani italiani degli ignoranti. “Quella del ministro Fornero è stata solo l’ultima in ordine di tempo di una serie di umiliazioni che le istituzioni ci riservano ogni giorno, non basta assistere all’immobilismo pressoché totale sulle tematiche giovanili, ora dobbiamo anche subire gli anatemi di chi dovrebbe occuparsi di noi e invece non lo fa”. “Se i giovani italiani sono meno preparati di un tempo o dei loro coetanei stranieri, cosa tra l’altro tutta da dimostrare, la responsabilità è delle agenzie sociali che non svolgono più i loro compiti in maniera adeguata. La riforma della scuola e dell’università voluta dall’ex ministro Gelmini, – continua la nota – guardava in questa direzione, purtroppo ora ben poche cose sono state fatte per far si che le novità fossero messe a regime e si rispettassero le nuove regole”. “Da parte nostra – dichiara Mimmo Paternoster membro del Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari per Azione Universitaria – continuano le proposte di idee e iniziative che possono migliorare la vita dei giovani e soprattutto degli studenti. Sono diventate realtà campagne storiche come il mandato a termine dei rettori e la certificazione delle ore di didattica da parte dei docenti, nonché la valutazione da parte degli studenti e la valorizzazione della ricerca. Abbiamo presentato varie proposte relativamente all’accesso al mondo del lavoro e alla riforma delle professioni regolamentate. Insomma, se il Ministro Fornero o chiunque altro, avesse davvero a cuore il futuro dei giovani avrebbe tutti gli strumenti per poter migliorare le cose anche servendosi di chi, come noi, si spende ogni giorno per cercare delle soluzioni”.

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Battisti, una questione sospesa

Posted by fidest press agency su martedì, 10 maggio 2011

“Una vicenda sospesa l’ha definita il presidente Napolitano, ed il Coisp, Sindacato Indipendente di Polizia, non può che essere d’accordo con le parole del Presidente della Repubblica e rilanciare chiedendo ai Paesi coinvolti una risposta chiara e definitiva” E’ immediata la reazione di Franco Maccari, Segretario Generale del Coisp, Sindacato Indipendente di Polizia, alle parole del Presidente Napolitano sulla vicenda della mancata estradizione del terrorista Battisti. “Oggi – dice il Segretario Generale – che si ricordano le vittime del terrorismo, queste parole assumono un’importanza ancora più pregnante perché l’Italia non può restare alla mercè della giustizia di un Paese che si rende complice di un assassino. Complice di un uomo che con le sue scellerate scelte ha seminato dolore e morte”! “Ringraziamo il Presidente Napolitano – continua Maccari – per aver voluto in questo giorno al Quirinale, anche le famiglie delle scorte uccise con i magistrati rimasti vittime di un periodo macchiato di sangue di questo Paese. E vogliamo, con il rispetto dovuto, rafforzare i suoi pensieri chiedendo ancora una volta che il Governo italiano faccia di tutto affinchè Battisti torni in Italia e in Italia sia giudicato da una giustizia che se non servirà a restituire i morti ai propri affetti, renderà però onore alle memorie ed alla dignità di un Paese intero ancora troppo ferito”.

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Utah: da immigrazione statale a nazionale?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 marzo 2011

Con quasi 12 milioni di clandestini il governo federale degli Stati Uniti dovrebbe riformare la legge sull’immigrazione. Incapace di farlo al livello nazionale, gli Stati stanno cercando di risolvere la questione  da se stessi. Uno dei più noti è l’Arizona il quale l’anno scorso ha approvato leggi anti-immigranti che sono state bloccate in parte dai tribunali. Adesso l’Utah, un altro red state, uno di quelli che tradizionalmente vota per i repubblicani, ha fatto qualche passo per fare fronte al dilemma dei clandestini. La legislatura statale ha approvato un decreto che offrirebbe agli indocumentati un contratto a tempo determinato. I clandestini che potrebbero dimostrare di essere vissuti per alcuni anni in Utah qualificherebbero per  una carta d’identità statale e  potrebbero lavorare legalmente. Dovrebbero però pagare una multa onerosa di 2.500 dollari. Il decreto richiede  inoltre che i poliziotti dello Stato controllino lo status immigratorio di coloro che sono fermati per infrazioni. Il decreto dell’Utah non contiene la clausola che i poliziotti potrebbero fermare chiunque in caso di sospetti che l’individuo sia nel Paese illegalmente. Questo è  uno dei provvedimenti  più polemici  perché potrebbe condurre al racial profiling, cioè la discriminazione etnico – razziale. Le motivazioni per il decreto in Utah sono emerse dalla necessità di risolvere la situazione dei clandestini ma forse, ed anche più importante, per risolvere i bisogni della manodopera delle aziende. Il decreto offrirebbe una fonte di lavoratori legali  a buon mercato.Parecchi gruppi in Utah, incluso  alcune organizzazioni conservative di Latinos, si sono schierati a favore del decreto. Inoltre la Chiesa Cattolica statale, la Camera del Commercio ed alcune associazioni di polizia hanno dichiarato il loro appoggio. La fortissima Chiesa Mormone ha anche dichiarato il suo supporto ma non in modo visibile. Il governatore dell’Utah, Gary Herbert,  non ha ancora deciso se firmerà il decreto di legge anche se ha avuto parole elogiative per il legislatori.Ma anche con la firma del governatore la legge non potrebbe mettersi in pratica perché le questioni di immigrazione sono sotto il controllo del governo federale. Lo Stato dell’Utah chiederebbe in questo caso un’esenzione che con ogni probabilità non sarebbe esaudita. Nonostante lo stallo a Washington per la questione dell’immigrazione il governo federale non darà il suo permesso a uno Stato di creare le sue leggi nel campo internazionale. Sarebbe pericoloso perché aprirebbe le porte a troppi futuri guai in molti altri settori. I promotori del decreto dell’Utah si considerano mediatori fra l’inattività del governo federale e l’aspra legge verso i clandestini approvata l’anno scorso dall’Arizona. Ma in Utah si è anche preoccupati per leggi anti-immigranti che possono avere un forte impatto negativo all’economia com’è successo in Arizona. Si calcola che il boicottaggio economico di alcuni gruppi di latinos ha fatto perdere una sessantina di milioni di dollari all’Arizona dato che convegni, turismo ed altre visite sono state cancellate e ridirette ad altri Stati. Il decreto dell’Utah cerca di essere più “giusto” di quello dell’Arizona e di altre leggi in considerazione da altri Stati. Ciononostante non riflette  il benvenuto che gli Stati Uniti dicono di avere offerto agli immigrati nel passato. Infatti,  il benvenuto agli immigrati del passato è un mito. Tutti i gruppi etnici che adesso si sono integrati in America hanno dovuto affrontare pregiudizi. Ma l’America è sempre stato un Paese che ad un certo livello ha sempre dato il benvenuto a persone di tutte le parti del mondo. Ciò è riflesso ancora nelle città americane che si sono dichiarate sanctuaries, santuari per i clandestini. Parecchie fra le più importanti  città americane, seguendo l’iniziativa di Los Angeles, hanno dichiarato che i loro poliziotti non faranno sforzi per scoprire lo status immigratorio di nessuno. Queste zone metropolitane includono New York, Washington, Chicago, Miami, Houston, Detroit ecc. La città di San Francisco ha persino creato un sistema di sanità per i più poveri ad un costo bassissimo che non esclude nessuno nemmeno i clandestini. È questo lo spirito dell’America che la Statua della Libertà di New York incorpora alla perfezione. (Domenico Maceri)

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Una questione di fede

Posted by fidest press agency su venerdì, 11 febbraio 2011

Per anni mi è dato di osservare le vicende della vita e di confrontarli con i miei convincimenti, i miei dubbi e le controversie sollevate da pensatori illustri o dal buonsenso di uomini semplici. Ho anche imparato a distinguere la fede dall’appartenenza ad una chiesa. L’ho fatto, ad esempio, prima accettando la condanna senza appello della chiesa cattolica nei confronti degli ebrei, dei musulmani e di altre confessioni religiose, così, come ci veniva ammannita nell’insegnamento della catechesi, e poi nell’apprezzare le loro testimonianze di fede. Dalle letture mi sono reso conto che la spiegazione della vita e della morte di Gesù non era altro che un messaggio forte del come la fede non debba accettare compromessi e cedimenti se si toccano valori fondamentali come il rispetto per il prossimo, la dignità della persona e il distacco per le cose terrene se esse ci inducono a prediligere sentimenti come l’egoismo, l’avidità, la lussuria. E non si deve esitare ad essere severi, come la cacciata dei mercanti davanti al tempio, anche a costo di provocare una reazione negativa da parte delle stesse autorità religiose inclini alla tolleranza e al compromesso. Per questo motivo mi sono sentito più vicino al poverello di Assisi che alle gerarchie religiose del Vaticano. Il primo non ha esitato a buttare alle ortiche la sua nobiltà e le sue ricchezze per insegnarci la via della povertà come redenzione e i secondi hanno dimostrato di non riuscire a fare a meno dei loro privilegi terreni e delle ricchezze che ne derivavano. E se qualcuno mi viene a dire che un Papa, pur sapendo le crudeltà che si esercitavano nei confronti di un popolo per colpa della loro appartenenza religiosa, non lo ha denunciato apertamente io mi sento dalla parte dei critici che lo giudicano severamente anche se si sostiene che lo ha fatto per evitare ulteriori forme di persecuzione. La ritengo una giustificazione ridicola. Cristo non ha esitato a morire. Non hanno esitato a fare altrettanto i suoi discepoli e le centinaia di migliaia di cristiani, ma anche musulmani e di altre appartenenze religiose pur di restare coerenti con gli insegnamenti della loro Chiesa. Ma ben più grave e ingiustificabile diventa l’atteggiamento del Vaticano allorchè traendo a pretesto la necessità di mantenere buoni rapporti diplomatici, si esime dal condannare il comportamento immorale di un capo di governo che si dichiara, tra l’altro cattolico. Qui non parliamo di un peccato: scagli la prima pietra chi non ha peccato, ma dell’esempio che si da per la funzione che svolge, per l’esempio che offre. E se si continua a giustificarlo si crea, inevitabilmente, una crisi di identità lasciando intravedere una chiesa debole con i potenti e severa con i deboli. La fede non si baratta. La fede è qualcosa che si ha o non si ha, a prescindere dalle gerarchie che sono preposte ad indicarne l’osservanza. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Roma: questione rom

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 febbraio 2011

Sfollati dai circa 200 piccoli campi abusivi sparsi per Roma e poi trasferiti in due tendopoli. Questa la sorte che toccherà ai cittadini d’etnia Rom della Capitale, un provvedimento preso dal sindaco Gianni Alemanno, sull’onda emotiva e polemica generata della drammatica fine dei 4 fratellini nomadi bruciati presso il loro campo. “Quanto avvenuto – dichiara Antonello De Pierro, presidente dell’Italia dei Diritti – è l’ennesimo episodio che conferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno, il fallimento pressoché totale della gestione amministrativa targata Alemanno. Del problema Rom il Sindaco di Roma ne parla da sempre e ha sbandierato in maniera propagandistica la soluzione definitiva, che però non è mai riuscito ad attuare. Del resto – prosegue De Pierro – erano stati moltissimi i suoi proclami anche su altre questioni calde del territorio metropolitano, vedi prostituzione, sicurezza, ma alla fine, a parte un’ondata di promesse diffuse  e chiacchiere inconsistenti, il problema è rimasto come prima o spesso peggio di prima. Senza calcolare che, in alcuni casi, addirittura sono stati procurati danni rispetto ad una situazione già precaria”. Tra le 400 e le 500 persone troveranno alloggio nelle strutture d’emergenza allestite, stando alle ipotesi sulla Cassia e sulla Prenestina. Piano che prevede, secondo il prefetto Giuseppe Pecoraro, un inevitabile quanto difficile sgombero di numerosi microinsediamenti abusivi e l’ausilio indispensabile di parecchi volontari. “Chiaramente ora – asserisce il presidente dell’Italia dei Diritti -, sull’ondata emotiva di 4 bambini morti che, probabilmente, si sarebbero salvati se Alemanno avesse messo a punto solo una piccola percentuale di quanto aveva sbandierato, si cerca di correre ai ripari per arginare le polemiche, che stanno inevitabilmente montando nell’opinione pubblica. Anche questa volta non credo che si riusciranno ad ottenere risultati soddisfacenti, purtroppo è brutto da dire, ma dobbiamo ammettere, e non me ne voglia il Sindaco, che l’assenza di risultati concreti e adeguati, in conseguenza di quanto proclamato, denota incapacità reale e quindi – chiosa De Pierro – un livello di competenza di gran lunga sotto la soglia necessaria per amministrare una città come Roma”.

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Imprese e consumatori: Istituzionalizzare gli illeciti?

Posted by fidest press agency su domenica, 9 gennaio 2011

Le sanzioni dell’Antitrust sono deducibili dal reddito di impresa ai sensi dell’art. 109 del Tuir. Così ha stabilito la Commissione tributaria provinciale di Milano con sentenza 427/03/10. Assume così un sostegno anche giuridico quanto da tempo sostengono all’Associazione dottori commercialisti e all’Assonime  (associazione fra le società italiane per azioni).  E, pur se l’Agenzia delle Entrate ha sempre mantenuto ferma la sua contrarieta’ e la Cassazione abbia fatto lo stesso, visto che ogni tanto riemerge, vuol dire che non è questione sopita su cui, le parti interessate, ci hanno messo una pietra sopra.E’ qui, infatti, il “nodo del problema”. L’Aduc ha a che fare ogni giorno con tanti utenti che ricevono multe per violazione al codice della strada e ci viene chiesto se ci sono gli estremi per contestarle. Una quantita’ cosi’ grande che, inevitabilmente, contiene anche richieste bizzarre come, per l’appunto, la possibilità di deduzione fiscale degli importi pagati. Bizzarrie che, invece, non sembrano essere tali quando, invece che materia di comuni mortali, si ha a che fare con le aziende. Un metodo dell’uso del diritto che trova conforto anche in altri contesti.
Per esempio: se una banca non risponde a tempo debito alle richieste di chiarimenti dell’Arbitro Bancario Finanziario a cui si è rivolto un risparmiatore che contesta loro qualcosa.. .viene sanzionata? No, viene iscritta in una lista di quelli che rispondono tardi. Ma se un utente, per esempio paga in ritardo la tariffa sui rifiuti urbani (Tarsu o Tia), viene per caso iscritto in una lista di quelli che pagano tardi? No! Paga una penale del 100%; e così con altri esempi della vita quotidiana. Non solo ma, ancora un esempio su come il meccanismo è solo penalizzante per gli utenti: i risparmiatori che pagano tardi la rata di un debito finanziario, vengono si’ iscritti in una lista di cattivi pagatori, ma questo non e’ alternativo al procedimento anche giudiziale che ogni creditore gli intenta; e, come se non bastasse, succede che l’iscrizione a questa lista di cattivi pagatori gli inibisce l’accesso a qualunque altro credito. Succede altrettanto con le banche di cui sopra? Non ci sembra! C’e’ qualcosa che non torna. Soprattutto se consideriamo che la nostra Costituzione ha tra i suoi fondamentali principi quello che tutti sono uguali di fronte alla legge, invece così non è se, come nel caso nostro, il soggetto e’ un’azienda e non un semplice cittadino. La sanzione, quindi, come fatto abituale di un’azienda? Sembra di sì. E non sarebbe una novita’, ma l’istituzionalizzazione di comportamenti gia’ molto diffusi, soprattutto nelle telecomunicazioni: le basse e rare multe di Antitrust e Agcom per violazioni delle norme, oggi sono incasellate nei bilanci dei gestori che violano sempre la normativa: siccome si tratta di piccoli importi e la maggior parte degli utenti non contesta perche’ spenderebbe di piu’ per farlo rispetto al rimborso del maltolto, quanto speso dai gestori in multe e’ sempre piu’ basso rispetto agli illeciti ricavi. E poi c’e’ qualcuno che continua a lamentarsi che il nostro Paese va a rotoli… se questi sono i presupposti e le applicazioni giuridico-normative….. (fonte Aduc)

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Governo: Fini tra piano politico e umano

Posted by fidest press agency su martedì, 14 dicembre 2010

“E’ ormai abbastanza chiaro a tutti che l’on. Fini, nel suo rapporto con il Premier ha confuso il piano politico con quello umano” lo dichiara l’on. Americo Porfidia di Noi Sud “L’on. Fini ha avuto problemi personali con Silvio Berlusconi, ma questo – spiega Porfidia – non avrebbe dovuto determinare uno slittamento del suo percorso politico. La questione trova un’aggravante nel fatto che l’on. Fini ricopre la terza carica della Repubblica, e pur rimanendo in quella posizione è diventato guida di un gruppo parlamentare che sta condizionando le sorti del Paese. È uno scenario nuovo e inusuale al quale non so se dovremmo abituarci anche in futuro e con quali risultati. Noi non critichiamo l’on. Fini – prosegue Porfidia – per le sue incertezze dal punto di vista umano, ma per le pesanti incongruenze politiche. A mio avviso – conclude il deputato campano – il Presidente Fini avrebbe dovuto onorare il patto elettorale e quindi portare a compimento la legislatura, annunciando eventualmente il nuovo percorso politico per il futuro. In questo modo avrebbe operato per il bene del Paese salvando la dignità generale e l’impegno preso con i cittadini”

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La chiesa cattolica in Sicilia dopo l’unità d’Italia

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 dicembre 2010

Carlo Ruta. Quando, il 20 settembre 1870, cadde Roma, e con essa l’ultimo tassello dello Stato Pontificio, entrava nel vivo una questione condizionante, in grado di competere, per certi versi almeno, con quella meridionale, che pure andava assumendo caratteri tipicamente militari, e con quella sociale, avvertita già a tutti i livelli. Da allora, i governi sabaudi, che si erano trovati nella necessità di attingere alle risorse della Chiesa per saldare i deficit dei bilanci di Stato, dovettero fare i conti fino in fondo con le tradizioni del paese reale, che, a dispetto del dilagante anticlericalismo, insistevano a trovare punti di forza nell’autorità morale dei campanili, delle parrocchie, delle diocesi, lungo tutto il territorio nazionale. La determinazione non venne meno, beninteso. Da vincitore, e da Stato laico, il regno sabaudo continuò a fare le regole, mentre la Chiesa dei pontefici, non più garantita dalla Francia di Napoleone III, reduce dalla mortificazione inferta da Bismarck a Sedan, si ritrovò confinata in uno spazio ristretto, nei palazzi vaticani, da cui dovette abituarsi a recitare la parte della grande sconfitta. Essa scelse, come è noto, l’ostilità strategica, che Pio IX sintetizzò nella formula del non-expedit, con cui veniva motivata l’inopportunità della partecipazione del clero alla vita politica del paese. Il Tevere divenne allora un fossato profondo, fino ad apparire insuperabile. E tale processo, di scollamenti e discordie, seguì in Sicilia un percorso coerente, legato nondimeno alle tipicità di alcune tradizioni.  Il clero dell’isola non era nuovo alle mortificazioni del potere pubblico, recando dietro un lungo iter di contenziosi, più o meno irrisolti. La nota «controversia liparitana» aveva fatto in qualche modo scuola. Aveva costituito comunque uno shock epocale, negli anni settanta del XVIII secolo, la confisca dei beni ecclesiastici pianificata da Napoli dal primo ministro Tanucci e condotta localmente dal vicerè Fogliari. Era stata, allora, la risposta dei Borboni al debordante potere economico che in Sicilia avevano acquisito in particolare i gesuiti, detentori, con altri ordini religiosi, di un terzo della intera superficie agraria. Nei decenni successivi la Chiesa siciliana aveva recuperato comunque il terreno perduto, per presentarsi negli anni clou dell’unificazione con un patrimonio cospicuo, indisponibile alle esigenze demaniali e dei ceti emergenti. La situazione dopo il 1861, agitata appunto dalle ideologie e dalle culture anticlericali, ma pure da bisogni del Tesoro, progredì quindi nella direzione sperimentata dai Borboni di Napoli. Gli effetti del decreto regio del 1867, che aboliva gli enti morali della Chiesa e ne confiscava i patrimoni, furono nell’isola non da poco. I beni delle diocesi finirono all’asta, per essere assunti infine da un ceto distinto, di estrazione borghese, che aveva partecipato in buona misura all’insurrezione e alle guerre garibaldine. Avrebbe potuto essere l’incipit di una rivoluzione agraria. Ma le cose andarono diversamente. Prevalse il principio della conservazione, mentre progrediva, negli ambiti stessi di quel notabilato, in bilico fra istanze democratiche e vecchie aristocrazie, una leva d’«ordine», di facinorosi, di cui per primo Raimondo Franchetti seguì i movimenti. Ma come reagì la Chiesa siciliana alla nuova umiliazione?  Coordinandosi con le difficoltà del tempo, il clero adottò, in via generale, una linea minimalistica. Ritiratasi dalla politica e dagli affari di Stato, la Chiesa scelse di correlarsi con la vita reale, delle città e delle campagne, occupando gli spazi sociali che, per via delle nuove contingenze, erano ancora preclusi allo Stato sabaudo, che d’altronde, prima da Torino, poi da Firenze, infine da Roma, imponeva la propria autorità con l’attivismo, più o meno truce, dei prefetti. A dispetto di tutto, essa continuò a interessarsi dell’educazione dei ragazzi. La legge Casati del 1859, che laicizzava l’istruzione, se aveva escluso infatti l’insegnamento religioso dalle scuole superiori, lo manteneva in quelle elementari. Per alcuni limiti formali in sede legislativa, la situazione rimaneva tale d’altronde dopo il varo della riforma Coppino del 1877. Come bene avrebbe rilevato Gramsci, la chiesa cattolica, forte del proprio radicamento, tanto più nel Mezzogiorno rurale, era legittimata comunque a rappresentare il mondo contadino, in condominio con il nascente socialismo. Se nella prassi politica le ragioni laiciste rimanevano allora preponderanti, sul terreno sociale, il prete, il vescovo, altre figure del clero, rimanevano essenziali. E soprattutto a quel punto in Sicilia come altrove, il mondo cattolico, fu indotto a coinvolgersi nelle questioni, a dividersi quindi, fino a rivelare due anime, compatibili e tuttavia distanti.  Da una parte si manifestava una Chiesa liturgica, che associava la tradizione al censo, il latinorum alle istanze dei potentati territoriali. Era già in cammino, evidentemente, la Chiesa che avrebbe prevalso nel primo Novecento, dagli anni del fascismo al dopoguerra. Dall’altro lato si poneva in gioco il cattolicesimo sociale, quello della povera gente, che con poche risorse ma con princìpi irrinunciabili avrebbe scortato le emergenze del secolo e di quello successivo. Con l’enciclica Rerum Novarum, Leone XIII cercò di trovare un punto di mediazione tra tali due realtà, riconoscendo legittimità alla questione operaia, mentre in Sicilia, da Caltagirone, il prete Luigi Sturzo maturava l’idea di un movimento politico, che chiamasse in causa la questione meridionale, facendo leva sul mondo contadino, attraverso gli strumenti della cooperazione, delle casse rurali, per combattere l’usura, dell’associazionismo. Negli anni della Destra come in quelli della Sinistra la questione contadina andò giocandosi in ogni caso nelle città, nelle borgate, nelle campagne, talvolta con effetti clamorosi, come quando, sotto il governo Crispi, la crisi economica, accentuata dalla guerra commerciale con la Francia e dalla diffusione della fillossera, che già negli anni ottanta aveva distrutto gran parte dei vigneti siciliani, fece erompere i bubboni del latifondo e delle miniere di zolfo. Le due linee del mondo cattolico emergevano allora con perentorietà.  I Fasci dei lavoratori, che percorsero la Sicilia nei primi anni novanta, non coinvolsero solo contadini ed operai sensibili alle dottrine socialiste. Nelle piazze e nelle campagne, dove si manifestava contro le vessazioni feudali, con naturalezza i ritratti di Garibaldi e Mazzini venivano coniugati con le icone di Cristo e perfino dei santi patroni. Si trattava appunto del cattolicesimo più in basso, che, a dispetto di tutto, cominciava a interloquire con le associazioni socialiste. Altro fu invece l’atteggiamento del clero ufficiale, che in quasi tutte le diocesi censurò in modo emblematico il movimento, prendendo le difese dei latifondisti e dei proprietari di zolfare. In un primo momento il vescovo di Caltanissetta Giovanni Guttadauro dimostrò un qualche riguardo per le rimostranze popolari, ritenendo che non se ne potessero dissimulare le cause. Ma nel 1894, quando la repressione di Crispi chiudeva i conti con i Fasci, con il risultato di oltre 150 morti, precisò la propria opinione, affermando che le plebi erano state illuse «da istigatori malvagi e da ree dottrine». E in modo analogo si espressero altri prelati, dal vescovo di Noto Giovanni Blandini, che definì «stoltizia» l’aspirazione a una distribuzione equa dei beni, al cardinale di Palermo Michelangelo Celesia, che si congratulò di persona con commissario regio Roberto Morra di Lariano, pianificatore delle stragi che posero fine al movimento.   Negli anni successivi il cattolicesimo dal basso continuò a operare in difesa della dignità umana. Nei primi decenni del Novecento ebbe pure i suoi morti, come Giorgio Gennaro, ucciso a Ciaculli nel 1916, Costantino Sella, ucciso a Resuttano nel 1919, Stefano Baronia, ucciso a Gibellina nel 1920. Introdottasi nel nuovo ordine di cose, la Chiesa ufficiale assumeva invece lo status di potere fra i poteri, con la sanzione dei Patti Lateranensi. La continuità di tale status negli anni della repubblica fu poi un esito congiunto del ceto politico guidato da De Gasperi e delle gerarchie di Pio XII. Alla guida dell’arcidiocesi di Palermo finiva a quel punto il cardinale Ernesto Ruffini, secondo cui la mafia era solo un’invenzione per colpire la DC e i siciliani. Con l’avvento di Giovanni Roncalli e con i percorsi della Chiesa post-conciliare pure nell’isola si sarebbe aperto comunque il tempo delle rettifiche. Carlo Ruta. (Fonte: “Left Avvenimenti – L’Isola Possibile”)

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Dai quartieri spagnoli al Parlamento della Repubblica

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 novembre 2010

Dalla cronaca di questi ultimi due giorni riguardo il caso Carfagna-Mussolini apprendiamo:  «O la Carfagna mi chiede pubblicamente scusa o io non voto la fiducia il 14»: lo ha dichiarato  a La 7 la deputata del Pdl Alessandra Mussolini in un’intervista che andrà in onda questa sera,  21 novembre  nell’edizione delle ore 20. «Avevo posto alla Carfagna – incalza la Mussolini – una questione politica, ho avuto in risposta un insulto. Non voto la fiducia ad un governo dove c’è un Ministro per le Pari Opportunità che insulta le donne», ha detto. (Il Messaggero del  22 novembre). Da qui il commento di Rosario Amico Roxas: “Sarebbe troppo banale sollecitare la Carfagna a reiterare gli insulti, potremmo anche suggerirne qualcuno, scegliendo fior da fiore nelle regioni italiane, tranne la Padania, perché la Lega è fedele a Berlusconi, perché, a causa di ciò, dovesse cadere il governo meno amato, meno tollerato,  capace di comprare i consensi,  vivere di una rendita di apparenze, offuscando quanto di peggio è accaduto negli ultimi 150 anni. Che ci si trovi a cavallo tra la farsa, la commedia dell’arte, il dramma  non è una situazione originale; con il cavaliere al governo ci ritroviamo in tale situazione da 16 anni, tanto da averci fatto l’abitudine”.
Ma che un governo, stramaledetto dalla moltitudine della popolazione e che pure rappresenta ampiamente la maggioranza che alla Camera si traduce con oltre cento deputati in più delle opposizioni, debba, cadere a causa delle baruffe chiozzotte di due rappresentanti del “gentil sesso”, che litigano come accade nei quartieri spagnoli o nei bassi della più malfamata Napoli della camorra, apparentemente per motivi politici o supposti tali, ma in realtà per ragioni poco chiare e che si suppongono più personali che politiche, c’è da rimanere sbalorditi.

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Seminario “La questione delle ecomafie”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 novembre 2010

Parma, 18 novembre, alle 9.30, presso l’Aula dei Filosofi del Palazzo Centrale dell’Ateneo (via Università 12) si terrà il seminario «La questione delle “ecomafie”. Tutela dell’ambiente e attività di contrasto alla criminalità organizzata», organizzato dalla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Parma e dall’Associazione “Libera” – coordinamento di Parma. Durante il seminario, introdotto dalla Prof.ssa Laura Pineschi, Preside della Facoltà di Giurisprudenza, e dal Dott. Giuseppe La Pietra, Referente dell’Associazione “Libera” Parma, nell’ambito del quale verranno illustrati anche casi concreti, interverranno due esperti:
– il Dott. Donato Ceglie, pubblico ministero presso la Procura di S. Maria Capua Vetere, particolarmente impegnato nelle attività di contrasto al fenomeno dell’ecomafia;
– il Prof. Rosario Ferrara, ordinario di Diritto amministrativo presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Torino e titolare dell’insegnamento di Diritto dell’ambiente presso la stessa Università e l’Università LUISS «G. Carli » di Roma.
La criminalità organizzata nelle sue diverse declinazioni (mafia, camorra, ’ndrangheta) “inquina” l’attività economica e produttiva nazionale e internazionale alimentando un giro d’affari, che non conosce crisi economica, di circa 100 miliardi l’anno. Ci sono però attività illecite, come il traffico di rifiuti tossici o nocivi, di prodotti chimici o di specie animali e vegetali protette, direttamente gestite dalla criminalità organizzata o realizzate con il coinvolgimento di organizzazioni criminali, che sono fonte di inquinamento non soltanto metaforico, ma reale, in quanto possono produrre conseguenze devastanti per gli equilibri ambientali locali e globali. Gli ambiti di sviluppo di questo fenomeno sono così numerosi e gli interessi finanziari così imponenti (circa 20 miliardi di euro nel 2009, secondo le stime di Legambiente), che il termine “ecomafia”, un neologismo affermatosi in Italia a partire dalla seconda metà degli anni ’90, è ormai correntemente utilizzato anche livello internazionale. La Direzione nazionale antimafia, nella relazione del giugno 2009, ha espressamente invitato tutte le istituzioni a favorire iniziative volte a sensibilizzare e a informare soprattutto i giovani sul fenomeno dell’ecomafia e, più in generale, sulle conseguenze devastanti della criminalità ambientale. Lo scorso 10 novembre il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha rivolto un accorato appello a impegnarsi contro le eco-mafie e a sostenere chi opera nelle azioni di contrasto contro tale fenomeno criminale.

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