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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 244

Posts Tagged ‘questione’

Agricoltura: La questione enfiteusi

Posted by fidest press agency su sabato, 15 maggio 2021

“La promessa di occuparci della questione enfiteusi, sino alla sua definitiva soluzione, è per noi un dovere che, nei fatti, stiamo portando avanti nonostante le oggettive difficoltà del caso. Nessuno ha la bacchetta magica per cambiare le cose da un giorno all’altro ma, di certo, abbiamo la ferma volontà politica di superare questa impasse, dando voce alle richieste degli agricoltori e dei comitati di cittadini”. È il commento del deputato Giuseppe L’Abbate, esponente M5S in commissione Agricoltura a margine dell’incontro con la sottosegretaria alla Giustizia, Anna Macina, sulla questione enfiteusi. Il vetusto retaggio medievale, tornato prepotentemente alla ribalta negli ultimi anni, ha visto ingaggiare diverse diatribe legali tra proprietari e enfiteuti, costretti di punto in bianco a dover pagare cifre spropositate per riscattare quelli che tutti loro ritenevano essere i propri terreni. “Mi occupo di enfiteusi sin dal 2016, quando ho portato in Parlamento la questione con una interrogazione all’allora Governo Renzi – prosegue –. Se eliminare tout court questo diritto non sarà materialmente possibile, anche perché gli atti notarili riportano il richiamo all’enfiteusi, sono certo che si potrà addivenire ad una conclusione in grado di permettere un affrancamento dell’enfiteusi in maniera non penalizzante per gli agricoltori che, per decenni se non per secoli, hanno apportato migliorie ai terreni avuti in concessione con il proprio lavoro e il proprio sudore”. “Ringrazio la sottosegretaria Macina e confido che si possa raggiungere al più presto un risultato positivo” conclude.

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Draghi e la questione del debito

Posted by fidest press agency su venerdì, 19 febbraio 2021

By Mario Lettieri e Paolo Raimondi. La pandemia e il 2020 hanno cambiato in modo profondo, forse definitivo, alcune idee di un certo liberismo economico, che è stato dominante nei passati quattro decenni. Per far fronte all’emergenza, si è dovuto mettere da parte l’approccio del rigore a tutti i costi e dell’austerità come toccasana dei bilanci. Si è riscoperto, invece, il ruolo centrale e fondante dell’economia reale e del credito produttivo, quale motore di sviluppo, di avanzamento tecnologico e anche di ampliamento dell’occupazione. Molte annose questioni, come quella riguardante il debito pubblico degli Stati, dovranno, quindi, essere rivisitate e affrontate con metodologie e programmi diversi. Ciò dovrebbe essere ovvio per tutti. Particolarmente dopo che nel 2020 l’emergenza sanitaria, economica e finanziaria ha dettato l’agenda ai governi costringendoli a mettere in campo aiuti e stimoli fiscali per 12.000 miliardi di dollari. E le stesse banche centrali sono state costrette a creare almeno 8.000 miliardi di nuova liquidità. Ovviamente, sono tutte risorse create contraendo nuovi debiti. Secondo l’Istituto di finanza internazionale di Washington, il debito aggregato, pubblico e privato, che era già tre volte il Pil mondiale, nel 2021 dovrebbe mediamente aumentare del 20% nelle cosiddette economie avanzate e in quelle di altri Paesi emergenti. Mario Draghi, sorprendendo molti, in verità anche noi, è stato forse l’economista che, avendo avuto ruoli istituzionali assai rilevanti a livello mondiale, per primo ha riconosciuto il cambiamento di paradigma. Al Meeting di Rimini, tenutosi il 18 agosto dello scorso anno, in merito al debito disse: ”La ricostruzione, in cui gli obiettivi di lungo periodo sono intimamente connessi con quelli di breve, è essenziale per ridare certezza a famiglie e imprese, ma sarà inevitabilmente accompagnata da stock di debito destinati a rimanere elevati a lungo. Questo debito, sottoscritto da Paesi, istituzioni, mercati e risparmiatori, sarà sostenibile, continuerà cioè a essere sottoscritto in futuro, se utilizzato a fini produttivi, ad esempio investimenti nel capitale umano, nelle infrastrutture cruciali per la produzione, nella ricerca ecc. se è cioè debito buono. La sua sostenibilità verrà meno se, invece, verrà utilizzato per fini improduttivi, se sarà considerato debito cattivo.” A dire il vero, Draghi su questo tema era già intervenuto all’inizio del lockdown. Nella sua lettera, pubblicata il 25 marzo dal Financial Times, affermava: “I diversi paesi europei hanno strutture finanziarie e industriali diverse, l’unico modo efficace per rispondere immediatamente a un crack dell’economia è quello di mobilitare completamente i loro interi sistemi finanziari. E deve essere fatto immediatamente, evitando ritardi burocratici… I livelli del debito pubblico saranno aumentati. Ma l’alternativa – una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base fiscale – sarebbe molto più dannosa per l’economia ed eventualmente per il credito pubblico.” Giustamente, egli ha sollecitato un modo differente di pensare e di intervenire. “Di fronte a circostanze impreviste, un cambiamento di mentalità è necessario in questa crisi come lo sarebbe in tempo di guerra”, ha affermato, aggiungendo che “ci deve essere di ispirazione l’esempio di coloro che ricostruirono il mondo, l’Europa, l’Italia dopo la seconda guerra mondiale. Si pensi ai leader che, ispirati da J.M. Keynes, si riunirono a Bretton Woods nel 1944 per la creazione del Fondo Monetario Internazionale”.Questa è la ragione e l’inudibile necessità di riflettere in modo nuovo e innovativo anche sulla gestione e su una possibile riduzione, se non cancellazione, di almeno parte del debito pubblico. Nei mesi scorsi, in verità, ci sono state delle proposte rilevanti.Recentemente oltre 100 economisti, soprattutto francesi, italiani e spagnoli, hanno scritto un manifesto in cui si sostiene che “Il debito detenuto dalla Bce si può e si deve annullare”. Il 25% del debito pubblico europeo è detenuto dalla Banca centrale europea, cioè una quota di debiti pari a circa 2.500 miliardi di euro, che i cittadini europei devono a loro stessi. Nella storia, la cancellazione del debito non è sempre stata un tabù: alla Conferenza di Londra del 1953, per esempio, i partecipanti, guidati dagli Stati Uniti, decisero la cancellazione di due terzi del debito pubblico della Germania, che iniziò così il suo percorso di ripresa e di prosperità. La loro proposta è chiara. I paesi europei e la Bce siglano un accordo in cui quest’ultima si impegna a cancellare il debito pubblico che detiene (o a trasformarlo in debito perpetuo senza interessi), mentre gli Stati si dovrebbero impegnare a investire lo stesso importo nella ricostruzione ambientale e sociale. Ricetta semplice, impegnativa ed efficace.
Vi sono anche altre proposte simili, come quella che prevede che i debiti accesi per far fronte alla crisi attuale siano nella forma di titoli irredimibili, senza scadenza e senza interessi, garantiti dalla Bce. Del resto, anche un grande paese come il Giappone ha dovuto e deve fare i conti con la sua situazione debitoria. Pur essendo un paese avanzato e tecnologizzato forse più dell’Europa, ha il più grosso debito pubblico al mondo, pari a 252% del suo Pil. Nel 2020 ha aumentato il suo bilancio del 20% attraverso l’emissione di nuovi titoli di Stato. Ma in Giappone oltre il 40% di tutto il debito pubblico è in mano alla Banca centrale e il resto, in maggioranza, è posseduto dalle banche e dalle famiglie giapponesi. Non è in una situazione idilliaca, ma controllando il suo debito, il Giappone non è soggetto a pressioni esterne o a speculazioni da parte dei mercati internazionali. In conclusione, la cosa decisiva è che il “debito buono” venga utilizzato per la crescita economica. In tal modo aumentando il denominatore, il tasso debito/Pil inevitabilmente si abbassa. Ma non è la frazione matematica che interessa. Con la ripresa economica si possono finalmente affrontare i problemi reali delle famiglie e delle imprese.Il fatto che Draghi, nel frattempo, sia diventato capo del governo del nostro paese, ci fa ben sperare. Certo, anche noi, come cittadini e come singoli, dovremmo modificare i nostri comportamenti, ispirandoli al rispetto delle leggi e dei valori costituzionali.
Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista

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Di Maio in Croazia ponga questione minoranza italiana

Posted by fidest press agency su domenica, 29 novembre 2020

“Il governo italiano si adoperi per la tutela della minoranza italiana in Croazia e per la promozione della lingua italiana, come previsto dallo specifico trattato del 1996”.È quanto dichiara il senatore di Fratelli d’Italia, Giovanbattista Fazzolari, responsabile nazionale del programma di FdI, in vista dell’incontro del prossimo 30 novembre tra il ministro degli Affari Esteri Luigi Di Maio e il suo omologo croato.”Ampie zone dell’Adriatico orientale, oggi territorio della Repubblica di Croazia, sono da sempre abitate da una numerosa comunità italiana. Oggi, in virtù del mancato rispetto del Trattato sulla tutela delle minoranze, la presenza italiana vede compromessi i propri diritti e la cultura e la lingua italiana rischiano di scomparire da quei territori. Chiediamo quindi al ministro Di Maio di pretendere dalle autorità croate il rispetto del Trattato, con particolare attenzione alla tutela della lingua italiana, all’insegnamento della stessa e all’istituzione di scuole di lingua italiana. L’italofonia e la promozione della cultura italiana sono elementi fondamentali per gli interessi dell’Italia da un punto di vista politico-economico, culturale, identitario. Nel quadro dell’auspicato miglioramento dei rapporti tra Italia e Croazia va ricompresa la risoluzione dell’annosa vicenda dei ‘beni abbandonati’ dagli esuli istriano dalmati alla fine della Seconda guerra mondiale. A questo proposito Fratelli d’Italia ha presentato al Senato un’interrogazione parlamentare, a mia prima firma, al ministro degli Esteri, nella speranza che nell’incontro di lunedì prossimo questi temi siano affrontati con la serietà che meritano” conclude il senatore Fazzolari.

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La questione educativa in Italia e nel mondo

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 settembre 2020

In molti la considerano una vera e propria emergenza. È senza dubbio un grande problema politico e globale. È che i discorsi sui diritti e sui doveri rimangono nell’astratto se non riescono a mettere in moto un processo educativo sempre più urgente. Le difficoltà non mancano, ovviamente. Educare la persona umana è stato sempre molto arduo anche per colpa delle influenze subite e rilanciate dai pedagoghi di ogni età e stagione. Spesso si è esposti a rischi e fallimenti anche se si opera con tutta la buona volontà possibile. Ad aggravare la situazione vi sono gli abbandoni educativi o le guerre o le difficoltà legate al consumismo che allontanano i giovani dalla scuola. Ma si aggiungono vari altri fattori sui fini dell’educazione che vanno ad incidere sulla cristallizzazione del dibattito sui valori di un’etica pubblica delle norme costruite sul diritto positivo e morale procedurale.
E il dibattito è tale da far risultare sempre più marginale nella cultura la questione pedagogica. Non dimentichiamo, per altro, che viviamo in una società caratterizzata dal primato del contratto e dall’eclissi della solidarietà in cui la proiezione verso il domani è scarsa. Non a caso, possiamo dire, gli scrittori politici contemporanei destinano scarsissima attenzione al problema educativo: sono filosofi, esperti di etica, economisti, politici non pedagogisti. La stessa pedagogia liberale ritiene che l’essere umano non abbia bisogno di educazione, poiché è in grado di educare da solo se stesso. Vi fa il paio l’enorme abbondanza di sapere frammentario e dal torrente di notizie che si precipitano sul soggetto, disorientandolo. (Riccardo Alfonso)

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La questione delle mascherine è risolta?

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 maggio 2020

Per il Commissario per l’emergenza Domenico Arcuri, l’accordo raggiunto con le associazioni dei distributori e farmacie (Federfarma e Assofarm) permette di concorrere alla soluzione della questione mascherine.”Purtroppo la questione delle mascherine è del tutto irrisolta. Quand’anche fossero mantenute le promesse, cosa finora mai avvenuta, l’approvvigionamento previsto è del tutto inadeguato” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Considerato che in Italia risiedono più di 60 milioni di persone, e che quando il consumatore le trova in farmacia ne acquista più di una, è evidente che 19 milioni di mascherine per tutto il mese di maggio, 9 dai distributori e 10 promesse da Arcuri, sono del tutto insufficienti. Anche i 20 milioni previsti a settimana, a partire dal mese di giugno, per quanto siano un passo avanti, non possono bastare. Gli italiani avrebbero dovuto averle con la partenza della fase 2 e l’introduzione dell’obbligo di indossarle, non a partire da fine giugno” conclude Dona.

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La questione meridionale

Posted by fidest press agency su domenica, 13 agosto 2017

mezzogiorno italiaLa prima domanda che mi pongo è: da quando tempo ne parliamo? E ancora: Se è stata materia di tanti studi, di numerose e dotte concioni, frutto di corpose pubblicazioni, di polemiche e di riflessioni critiche che non hanno solo attraversato le piazze ma sono entrate nei Palazzi, nelle aule parlamentari e nei dibattiti privati, perché siamo ancora a parlarne? E se continuiamo a discuterne chi ci dice che tra dieci o venti o anche più anni altri dopo di noi riprenderanno questi stessi discorsi per la speranza di un rinnovamento che rimane tale e mai si acqueta? La Sicilia, in questo contesto, e il “sicilianismo” di tale impostazione, assume un aspetto cruciale in quanto da quest’isola è partita la scintilla, è nata la grande speranza di un rinnovamento, la convinzione che la diversità degli stadi di sviluppo, delle due Italie, all’atto dell’unificazione politica avrebbe attenuato la disparità e sconfitte le cause del divario sia istituzionale e politico sia economico e sociale. Non è stato così, ovviamente, ma il tempo dell’attesa ha raggiunto, oramai, un punto critico, ai limiti della rottura e non è possibile indugiare oltre. I siciliani sono rimasti troppo a lungo in attesa. Per quanto possa essere difficile stabilire l’inizio di questo disagio esistenziale di certo risale alla metà del XVIII secolo quando si inserì nelle regioni meridionali la dinastia dei Borboni e il Villari ci ricorda che “cominciarono a porsi alla coscienza politica e civile i temi del rinnovamento del Mezzogiorno. Allora cominciò a svilupparsi, dalla crisi e dalla disgregazione del regime feudale, quel complesso di rapporti che costituirono la base e la premessa del contributo meridionale al compimento della rivoluzione nazionale e insieme il fondamento storico della questione meridionale.” Iniziarono i tempi del risveglio. Ricordo, tra i tanti, il genovesiano Domenico Caracciolo. Egli tentò d’inserire nella vita siciliana i germi della libertà partendo da uno studio sistematico dei più perfezionati sistemi economici in vigore nell’Europa continentale. Egli ebbe il merito, a detta di Falzone, di “far conoscere al di fuori del breve cerchio degli uomini di cultura problemi economici e sociali siciliani in maniera viva e penetrante, nonostante le difficoltà delle condizioni culturali.” Non fu, ovviamente, un caso isolato. Ricordo, ad esempio, negli anni successivi le indagini del Genovesi, del Filangieri del Galiani fino alle grandi e sistematiche inchieste del Galanti. Fu, pertanto, costante oggetto di studio la condizione ambientale e geografica di quelle regioni che si innestava nella ricerca delle cause del suo immobilismo agrario (latifondo) e delle conseguenti condizioni di vita. A questo riguardo vale per tutti il giudizio dato dal Saraceno sull’agricoltura meridionale all’atto dell’unificazione del Regno: “… Espressione principale e notoria delle province meridionali era la posizione dell’agricoltura, che si presentava pressoché come la sola fonte di reddito; (…) quest’agricoltura era notevolmente più arretrata in confronto a quella della maggior parte degli stati italiani.” Tale notevole ristagno si registrò anche nelle attività economiche sia se connesse con la proprietà terriera sia con la produzione industriale e che tendeva, alla fine, con l’essere assimilata alle iniziative più tipicamente e limitatamente artigianali. “Un discorso a parte – rileva il Carrà – meriterebbe l’analisi della consistenza finanziaria e dell’aggravio fiscale del Regno. La questione interessò a diverso livello alcuni fra i più grandi meridionalisti, dal Franchetti al Jacini, che si occuparono prevalentemente della inefficacia delle provvidenze finanziarie in pro dell’agricoltura e ancora al Fortunato e al Pantaleoni che posero l’accento sul carico tributario considerato del tutto sproporzionato alle entrate delle varie parti d’Italia. Per il lucano Nitti l’unità era stata fatta a scapito delle regioni meridionali e tanto che prima dell’unità il regno di Napoli era quello che dal punto di vista finanziario si trovava in condizioni migliori degli altri. Questa poco lungimirante azione fiscale del nuovo Regno, insieme all’acquisto dei beni già demaniali e ecclesiastici avevano praticamente esaurito le risorse economiche del Meridione proprio in un momento in cui per l’abolizione delle tariffe doganali e per l’esigenza di un’economia agraria concorrenziale, sarebbe stata necessaria per tali ragioni una larga erogazione di capitali di facile concessione e di sostenibile costo. “La verità – lo sottolinea un statista e uomo di governo della levatura di un Nitti – è che l’Italia meridionale ha dato dal 1860 assai più di ogni parte d’Italia in rapporto alla sua ricchezza, che paga quanto non potrebbe pagare (…) che lo Stato ha speso per essa, per ogni cosa, assai meno.” Devo, quindi convenire, sul fatto, provato e ben documentato, che l’Unità d’Italia sia costata ai meridionali, e ai siciliani in particolare, più di quanto non si è verificato per le altre regioni italiane, compreso, ovviamente, il Piemonte e che, anzi, è stata la regione che ne ha tratto maggiori benefici. Questo sacrificio economico è stato ancora più grave proprio perché il Meridione aveva un bisogno crescente di solidarietà e di contributi per crescere e prosperare. Si maturò, invece, un cinico calcolo teso a lasciare il degrado, a scoraggiare lo sviluppo, a umiliare lo spirito delle menti forti per una crescita culturale diffusa delle regioni che dall’unità d’Italia avrebbero potuto cogliere la magica occasione di riprendere il loro cammino sul solco delle antiche e nobili tradizioni. Ma allo scorno si aggiunse la beffa con il passaggio dal Regno alla Repubblica. Si fecero, indubbiamente, dei passi avanti ma molto pochi in specie se li compariamo a quelli compiuti dalle regioni del Nord e del Centro Italia. Sarebbe bastato negli anni della ricostruzione post-bellica degli anni ’50 potenziare la rete intermodale dei trasporti per via terra, marittima e aerea. Sarebbe bastato potenziare l’agricoltura per rendere i suoi prodotti sempre più competitivi sui mercati nazionali e internazionali. Sarebbe bastato sviluppare il turismo e ad associarlo all’agriturismo e all’artigianato locale. Sarebbe bastato potenziare settori quali l’industria agro alimentare, casearia, vinicola e olearia. Sarebbero bastati più fatti e meno parole. Tutto questo privare il Meridione del suo progresso civile, economico e sociale oggi diventa ancora più amaro al cospetto di governi che si sono proclamati a più riprese sostenitori del meridionalismo, delle sue legittime aspettative e che hanno portato al governo delle massime cariche dello Stato, come a volerli indicare alla stregua di garanti, per poi servirsene da copertura per lasciare che i problemi rimanessero insoluti e con il tempo finissero con l’aggravarsi. Ma vi è anche un’altra aspetto da rilevare e che forse sfugge a una parte, almeno, dei siciliani. E’ che se la Sicilia in particolare e più in generale il Meridione è cresciuto è un merito di coloro che vi abitano con i loro sacrifici e il sudore delle loro fatiche e che lo stato ha solo fatto da spettatore se non peggio con l’esosità delle varie gabelle fiscali. A Napoli direbbero: “cornuti e mazziati”. Ora siamo qui per celebrare un altro rituale, l’ennesimo. Quella della protesta. Ma vorremmo che non restasse solo un rituale e che attraverso questo messaggio si risvegliassero le coscienze, Non vogliamo essere una minoranza. Non vogliamo essere catalogati come quelli che gridano al vento. Non vogliamo essere definiti dei nostalgici o peggio. Noi vorremmo che ai siciliani e ai meridionali restasse la consapevolezza di aver dato tanto e che è ora che lo stato riconoscesse i nostri crediti e facesse ammenda dei suoi errori. E che questo messaggio sia forte e chiaro e perché a partire dai politici di estrazione meridionale si capisse senza equivoci che “cà nisciuno è fesso” e la nostra pazienza non va scambiata con la stupidità e l’ingenuità ma con la saggezza di un popolo antico e che sa rispettare la nobiltà e la dignità che ne derivano. E la strada, a questo punto, si traduce, a mio avviso, solo in un messaggio da trasmettere soprattutto ai giovani, dalle scuole alla società civile perché vi sono siciliani e meridionali in genere che ci conducono a piccole e grandi cose ma è importante che nelle piccole come nelle grandi cose si sappia trarre un grande insegnamento con la forza della ragione, con la costanza della fede, con l’animo affrancato dalle debolezze umane. (Riccardo Alfonso direttore centri studi sociali e politici della Fidest)

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Presentazione ufficiale dell’opera documentale “La questione armena”

Posted by fidest press agency su sabato, 14 novembre 2015

armeniaRoma sabato 21 novembre 2015 alle ore 16:30 presso il Pontificio Istituto Orientale Piazza Santa Maria Maggiore 7 Presentazione ufficiale dell’opera documentale “LA QUESTIONE ARMENA” A cura di Georges-Henri Ruyssen, SJ Una coedizione Edizioni Orientalia Christiana & Valore Italiano™ Lilamé Indirizzo di saluto del Rettore del Pontificio Istituto Orientale R. P. David E. Nazar, SJ Presiede R. P. Cesare Giraudo, SJ
Intervengono
S. E. R. Mons. Boghos Levon Zekiyan Arcivescovo di Istanbul degli Armeni
S. E. R. Mons. Cyril Vasil’, SJ Segretario della Congregazione per le Chiese Orientali
Prof. Andrea Riccardi Fondatore della Comunità di Sant’Egidio
S. E. Sign. Mikayel Minasyan Ambasciatore della Repubblica d’Armenia presso la Santa Sede e lo SMOM
R. P. Georges-Henri Ruyssen, SJ Curatore dell’opera
Dr. Mario Pirolli Editore di Valore Italiano™ – Lilamé™
R. P. Dertad Bazikyan Intermezzo musicale

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Nuova questione meridionale

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 agosto 2015

larattaQuesto quanto sostenuto, nel corso di un convegno a Belvedere Spinello (KR) da Nicodemo Oliverio, Capogruppo Pd in Commissione Agricoltura della Camera, e da Franco Laratta, già parlamentare, Membro del CdA di Ismea, l’Istituto economico che finanzia i progetti in agricoltura. Presenti numerosi sindaci del crotonese e molti giovani, segno della grande attenzione con cui le nuove generazioni guardano al settore agroalimentare. Per Oliverio e Laratta: ‘Lo sviluppo del sud, ed in particolar modo della Calabria, passa da settori strategici, nei quali la calabria eccelle. Per cui il settore enogastronomico, quello turistico e dei Beni storici, archeologici e paesaggistici, sono un tesoro che finora abbiamo tenuto nascosto. La ripresa economica, l’occupazione, lo sviluppo passano dalla ‘Terra’, dal grande ritorno alla terra”. E non ci sono più alibi: ‘Ci sono risorse finanziarie importanti a disposizione, c’è un ruolo sempre più attivo e fondamentale che svolge ISMEA, c’è una grande attenzione del governo nazionale. Ora, con il nuovo corso in Regione, dobbiamo fare squadra, dobbiamo liberare l’agricoltura da ritardi, burocrazia, eccessi amministrativi: dobbiamo lanciare e far passare il messaggio che il ritorno alla terra è la sola grande speranza che abbiamo’, hanno sostenuto Franco Laratta e Nicodemo Oliverio. Che hanno poi puntato l’attenzione sull’innovazione e le nuove tecnologie applicate all’agricoltura: “Al di là della visione romantica del ritorno alla terra, oggi il contadino tradizionale non esiste quasi più: è diventato imprenditore. E grazie alle nuove tecnologie, le imprese agricole sono diventate luoghi di ricerca, innovazione e crescita. Imprese in cui i giovani dell’attuale generazionel possono realizzare i loro sogni, possono raggiungere i nuovi mercati internazionali che sono alla ricerca delle eccellenze agroalimentari made in Italy”. L’appello al governo che si accinge a rispondere al dramma in cui vive il Sud da troppi anni: ” Basta attendere, basta con contributi e investimenti a pioggia, basta con le ‘cattedrali nel deserto’, basta con l’improduttivo assistenzialismo conosciuto nel passato. Servono energie, risorse, attenzione legislativa, investimenti immediati ed efficaci in quelli che sono i nostri settori strategici, gli unici che hanno superato senza troppi danni la grave crisi economica che da 8 anni ha colpito il Paese e in particolare il Sud”. Poi il grido unanime di tutti gli amministratori che sono intervenuti al confronto: ‘Mai più fondi comunitari restituiti all’Europa. Si tratta di un affronto che non possiamo più accettare’! (foto laratta)

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Questione meridionale

Posted by fidest press agency su venerdì, 31 luglio 2015

Fabio_Rampelli_daticamera“I dati dello Svimez rappresentano nella loro periodicità la puntuale sconfessione delle politiche governative per lo sviluppo del Mezzogiorno d’Italia. Renzi ha derubricato il Sud d’Italia a entità geografica, più o meno come ha fatto per anni la Lega Nord. Non c’è classe dirigente in Italia che colleghi la ripresa economica agli investimenti nel sud, esattamente come fece il cancelliere Helmut Kohl con la Germania dell’Est. Mentre il nord ha costruito autostrade, ponti, dighe, trafori, alta velocità e rete capillare di trasporto su ferro, porti e aeroporti, ha celebrato le olimpiadi invernali a Torino, l’Expò a Milano e realizzato il Mose a Venezia, al sud non c’è nulla e si lavora per depennare altre risorse.Quando sarà modernizzato il sud, quando si organizzeranno eventi internazionali a Palermo o a Reggio Calabria? Quando si applicherà una flat tax per gli investimenti in cui si favoriscano la cultura, il turismo, l’artigianato, l’imprenditore a giovanile? Quando sarà sradicata la criminalità organizzata per attrarre investitori straniere?”. E’ quanto dichiara il capogruppo di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale Fabio Rampelli.

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Il celibato dei preti

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 luglio 2014

celibato dei pretiArriva in libreria il nuovo e atteso volume, edito da Elledici e Velar, Il celibato dei preti. Una sfida sempre aperta (pagine 304 – € 19,00).
Si tratta di un libro che va dritto al cuore della questione, senza pregiudizi e lontano da stereotipi. Ne è autore, Vittorio Moretto, missionario Comboniano, per anni in missione in Togo, e formatore di giovani missionari.L’autore affronta il tema del celibato sacerdotale, particolarmente discusso nel nostro tempo. Di fronte a interrogativi e obiezioni, il libro sviluppa una riflessione molto approfondita sulla questione. Non è un libro per specialisti – anche se da questi prende le più sostanziali informazioni storiche, teologiche, spirituali, psicologiche e sociologiche per metterle al servizio del lettore – ma uno strumento prezioso, completo ed equilibrato, chiaro e profondo al contempo, per comprendere, al di là di pregiudizi e stereotipi, la realtà della scelta celibataria, per aprire il cuore alla persona di Gesù Cristo, al suo messaggio e all’insegnamento della Chiesa e per scoprire il senso, la bellezza e la possibilità di vivere in modo corretto la sessualità nel celibato consacrato.
L’autore, nelle pagine di questo suo documentato libro – composto da 20 capitoli – si sofferma e si confronta con obiezioni molto comuni quando si affronta questo tema: “Il celibato non è qualcosa di anormale?”; “Non è innaturale in se stesso e perciò impossibile da proporre?; “Perché la Chiesa impedisce che i sacerdoti si sposino?”; “Perché non permette che si ritorni alle consuetudini dell’inizio del cristianesimo, quando esistevano sacerdoti e vescovi sposati?”; Non è una posizione disumana, quella della Chiesa?”.
Questi e molti altri interrogativi, seri e importanti, meritano una riflessione e una risposta che questo libro intende offrire.
L’autore non intende provocare polemiche, confronti o divisioni, degli uni contro gli altri, su verità teologiche, storiche e sociologiche, bensì si augura che sia possibile per il lettore scoprire il senso, la bellezza e la possibilit&agra ve; di vivere in modo corretto la sessualità nel celibato consacrato.Una pubblicazione impegnativa, ma chiara ed esaustiva nel dare risposte chiare e meditate ad una questione molto dibattuta dei nostri tempi, all’interno come fuori del mondo ecclesiale.

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Carceri: simpone una seria riflessione

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 gennaio 2014

Man Behind Bars“Le parole rese oggi dal procuratore aggiunto di Messina, Sebastiano Ardita, durante l’audizione in commissione giustizia alla Camera sul dl carceri, ci impongono una seria riflessione” così Alessandro Pagano, capogruppo di Ncd in commissione giustizia alla Camera, commenta la relazione del procuratore aggiunto e già direttore del Dap, Sebastiano Ardita. “Sono due gli aspetti, sottolineati dal procuratore, che preoccupano e non poco. Da una parte, la questione della “liberazione anticipata speciale” che, con il meccanismo previsto dal decreto, per cui lo sconto cresce con il crescere della pena, crea una situazione paradossale, ovvero la possibilità di far uscire i soggetti più pericolosi sul piano criminale. In parole più semplici, ciò vuol dire che a usufruire di tale liberazione anticipata speciale potrebbero essere esponenti della criminalità mafiosa, condannati a pene lunghe. Dall’altra, la questione del risarcimento cosiddetto equitativo. Si tratta di una disposizione che, se applicata massicciamente, costringerebbe lo Stato a sostenere costi elevatissimi. Parliamo di cifre folli, fino a 365 milioni di euro l’anno, tanto quanto lo stanziamento per il piano carcerario” spiega Pagano. “Di fronte a tutto questo, credo sia necessario avviare una seria e profonda riflessione. Dobbiamo evitare che il dl carceri si trasformi in un boomerang, i cui effetti sarebbero tutti a carico della collettività, sia in termini di sicurezza dei cittadini che di costi” conclude.

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Alemanno e i rifiuti a Roma

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 agosto 2013

“E’ davvero singolare che dopo 5 anni di sua assoluta inerzia e incapacità di affrontare il grave problema dei rifiuti a Roma l’ex sindaco Alemanno trovi oggi il coraggio di esprimersi con parole di disapprovazione verso l’operato della nuova Amministrazione che con serietà e senso di responsabilità sta invece finalmente riuscendo a individuare una via d’uscita per superare lo stato di emergenza”.Lo dichiara, attraverso una nota, il capogruppo del Partito Democratico in Campidoglio, Francesco D’Ausilio. “Bisognerebbe spiegare una volta per tutte all’ex primo cittadino che se ci troviamo in questa situazione è solo a causa della inadeguatezza evidenziata dalla sua giunta nel far fronte alla questione. Nel caso l’on.le Alemanno non lo avesse ancora compreso – conclude D’Ausilio – lui non è la soluzione ma il problema”.

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La questione meridionale

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 gennaio 2013

La prima domanda che mi pongo è: da quando tempo ne parliamo? E ancora: Se è stata materia di tanti studi, di numerose e dotte concioni, frutto di corpose pubblicazioni, di polemiche e di riflessioni critiche che non hanno solo attraversato le piazze ma sono entrate nei Palazzi, nelle aule parla-mentari e nei dibattiti privati, perché siamo ancora a parlarne? E se continuiamo a discuterne chi ci dice che tra dieci o venti o anche più anni altri dopo di noi riprenderanno questi stessi discorsi con la speranza di un rinnovamento che rimane tale e mai si acqueta?
La Sicilia, in questo contesto, e il “sicilia-nismo” di tale impostazione, assume un aspetto cruciale in quanto da quest’isola è partita la scintilla, è nata la grande speranza di un rinnovamento, la convinzione che la diversità degli stadi di sviluppo, delle due Italie, all’atto dell’unificazione politica avrebbe attenuato la disparità e sconfitte le cause del divario sia istituzionale e politico sia economico e sociale. Non è stato così, ovviamente, ma il tempo dell’attesa ha raggiunto, oramai, un punto critico, ai limiti della rottura, e non è possibile indugiare oltre. I siciliani sono rimasti troppo a lungo in attesa. Per quanto possa essere difficile stabilire l’inizio di questo disagio esistenziale di certo risale alla metà del XVIII secolo quando s’inserì nelle regioni meridionali la dinastia dei Borboni e il Villari ci ricorda che “cominciarono a porsi alla coscienza politica e civile i temi del rinnovamento del Mez-zogiorno”. Allora cominciò a svilupparsi, dalla crisi e dalla disgregazione del regime feudale, quel com-plesso di rapporti che costituirono la base e la premessa del contributo meridionale al compimento della rivoluzione nazionale e insieme il fondamento storico della questione meridionale.” Iniziarono i tempi del risveglio. Ricordo, tra i tanti, il genove-siano Domenico Caracciolo. Egli tentò d’inserire, nella vita siciliana, i germi della libertà partendo da uno studio sistematico dei più perfezionati sistemi economici in vigore nell’Europa continentale. Egli ebbe il merito, a detta di Falzone, di “far conoscere, al di fuori del breve cerchio degli uomini di cultura, problemi economici e sociali siciliani in maniera viva e penetrante, nonostante le difficoltà delle condizioni culturali.” Non fu, ovviamente, un caso isolato.
Ricordo, ad esempio, negli anni successivi, le indagini del Genovesi, del Filangieri del Galiani fino alle grandi e sistematiche inchieste del Galanti.
Fu, pertanto, costante oggetto di studio la condizione ambientale e geografica di quelle regioni che s’innestava nella ricerca delle cause del suo immobilismo agrario (latifondo) e delle conseguenti condizioni di vita. A questo riguardo vale per tutti il giudizio dato dal Saraceno sull’agricoltura meridionale all’atto dell’unificazione del Regno: “… Espres-sione principale e notoria delle province meridionali era la posizione dell’agricoltura, che si presentava pressoché come la sola fonte di reddito; (…) que-st’agricoltura era notevolmente più arretrata in confronto a quella della maggior parte degli stati italiani.” Tale notevole ristagno si registrò anche nelle attività economiche sia se connesse con la proprietà terriera sia con la produzione industriale e che tendeva, alla fine, con l’essere assimilata alle iniziative più tipicamente e limitatamente artigianali. “Un discorso a parte – rileva il Carrà – meriterebbe l’analisi della consistenza finanziaria e dell’aggravio fiscale del Regno”. La questione interessò a diverso livello alcuni fra i più grandi meridionalisti, dal Fran-chetti al Jacini, che si occuparono prevalentemente della inefficacia delle provvidenze finanziarie in pro dell’agricoltura e ancora al Fortunato e al Pantaleoni che posero l’accento sul carico tributario conside-rato del tutto sproporzionato alle entrate delle varie parti d’Italia. Per il lucano Nitti l’unità era stata fatta a scapito delle regioni meridionali e tanto che prima dell’unità il regno di Napoli era quello che dal punto di vista finanziario si trovava in condizioni migliori degli altri. Questa poco lungimirante azione fiscale del nuovo Regno, insieme all’acquisto dei beni già demaniali e ecclesiastici avevano praticamente esaurito le risorse economiche del Meridione proprio in un momento in cui per l’abolizione delle tariffe doganali e per l’esigenza di un’economia agraria concorrenziale, sarebbe stata necessaria, per tali ragioni, una larga erogazione di capitali di facile concessione e di sostenibile costo. “La verità – lo sottolinea uno statista e uomo di governo della levatura di un Nitti – è che l’Italia meridionale ha dato dal 1860 assai più di ogni parte d’Italia in rapporto alla sua ricchezza, che paga quanto non potrebbe pagare (…) che lo Stato ha speso per essa, per ogni cosa, assai meno.” Devo, quindi convenire, sul fatto, provato e ben documentato, che l’Unità d’Italia sia costata ai meridionali, e ai siciliani in particolare, più di quanto non si è verificato per le altre regioni italiane, compreso, ovviamente, il Piemonte e che, anzi, è stata la regione che ne ha tratto maggiori benefici. Questo sacrificio economico è stato ancora più grave per-ché il Meridione aveva un bisogno crescente di solidarietà e di contributi per crescere e prosperare. Si maturò, invece, un cinico calcolo teso a lasciare il degrado, a scoraggiare lo sviluppo, a umiliare lo spirito delle menti forti per una crescita culturale diffusa delle regioni che dall’unità d’Italia avrebbero potuto cogliere la magica occasione di riprendere il loro cammino sul solco delle antiche e nobili tradizioni. Allo scorno si aggiunse la beffa con il passaggio dal Regno alla Repubblica. Si fecero, indubbiamente, dei passi avanti ma molto pochi in specie se li compariamo a quelli compiuti dalle regioni del Nord e del Centro Italia. Sarebbe bastato negli anni della ricostruzione post-bellica degli anni ’50 potenziare la rete intermodale dei trasporti per via terra, marittima e aerea. Sarebbe bastato potenziare l’agricoltura per rendere i suoi prodotti sempre più competitivi sui mercati nazionali e internazionali. Sarebbe bastato sviluppare il turismo e a associarlo all’agriturismo e all’artigianato locale. Sarebbe ba-stato potenziare settori quali l’industria agro alimen-tare, casearia, vinicola e olearia. Sarebbero bastati più fatti e meno parole. Tutto questo privare il Meridione del suo progresso civile, economico e sociale oggi diventa ancora più amaro al cospetto di governi che si sono proclamati a più riprese sostenitori del meridionalismo, delle sue legittime aspettative e che hanno portato al governo delle massime cariche dello Stato, come a volerli indicare alla stregua di garanti, per poi servirsene da copertura per lasciare che i problemi rimanessero insoluti e con il tempo finissero con l’aggravarsi. Ma vi è anche un’altro aspetto da rilevare e che forse sfugge a una parte, almeno, dei siciliani. E’ che se la Sicilia, in particola-re e più in generale il Meridione, è cresciuta è un merito di coloro che vi abitano con i loro sacrifici e il sudore delle loro fatiche e che lo stato ha solo fatto da spettatore se non peggio con l’esosità delle varie gabelle fiscali. A Napoli direbbero: “cornuti e mazzia-ti”. Ora siamo qui per celebrare un altro rituale, l’ennesimo. Quella della protesta. Vorrei che non restasse solo un rituale e che attraverso questo messaggio si risvegliassero le coscienze, Non vogliamo essere una minoranza.
Non vorremmo essere catalogati come quelli che gridano al vento.
Non vogliamo essere definiti dei nostalgici o peggio.
Noi vorremmo che ai siciliani e ai meridionali restasse la consapevolezza di aver dato tanto e che è ora che lo stato riconoscesse i nostri crediti e facesse ammenda dei suoi errori. E che questo messaggio sia forte e chiaro a partire dai politici di estrazione meridionale. Vorrei che si capisse senza equivoci che “cà nisciuno è fesso” e la nostra pazienza non va scambiata con la stupidità e l’inge-nuità ma con la saggezza di un popolo antico e che sa rispettare la nobiltà e la dignità che ne derivano. E la strada, a questo punto, si traduce, a mio avviso, solo in un messaggio da trasmettere soprattutto ai giovani, dalle scuole alla società civile perché vi sono siciliani e meridionali in genere che ci condu-cono a piccole e grandi cose ma è importante che nelle piccole come nelle grandi cose si sappia trarre un grande insegnamento con la forza della ragione, con la costanza della fede, con l’animo affrancato dalle debolezze umane.
Viva la Sicilia e i siciliani. Viva il meridione e i Meridionali, viva l’Italia e che possa essere fatta di italiani con un solo campanile. (Riccardo Alfonso)

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La questione meridionale

Posted by fidest press agency su martedì, 17 luglio 2012

English: . Italiano: Scudo di Carlo III, re di...

English: . Italiano: Scudo di Carlo III, re di Napoli e di Sicilia, per il Regno di Sicilia su una formella del portone del Duomo di Catania (1736). In basso la legenda CAROLO SEBASTIANO/ VTRIVSQVE SICILIÆ/ REGE (Carlo Sebastiano, Re della Sicilia Ulteriore) (Photo credit: Wikipedia)

La prima domanda che mi pongo è: da quando tempo ne parliamo? E ancora: Se è stata materia di tanti studi, di numerose e dotte concioni, frutto di corpose pubblicazioni, di polemiche e di riflessioni critiche che non hanno solo attraversato le piazze ma sono entrate nei Palazzi, nelle aule parlamentari e nei dibattiti privati, perché siamo ancora a parlarne? E se continuiamo a discuterne chi ci dice che tra dieci o venti o anche più anni altri dopo di noi riprenderanno questi stessi discorsi per la speranza di un rinnovamento che rimane tale e mai si acqueta? La Sicilia, in questo contesto, e il “sicilianismo” di tale impostazione, assume un aspetto cruciale in quanto da quest’isola è partita la scintilla, è nata la grande speranza di un rinnovamento, la convinzione che la diversità degli stadi di sviluppo, delle due Italie, all’atto dell’unificazione politica avrebbe attenuato la disparità e sconfitte le cause del divario sia istituzionale e politico sia economico e sociale. Non è stato così, ovviamente, ma il tempo dell’attesa ha raggiunto, oramai, un punto critico, ai limiti della rottura e non è possibile indugiare oltre. I siciliani sono rimasti troppo a lungo in attesa. Per quanto possa essere difficile stabilire l’inizio di questo disagio esistenziale di certo risale alla metà del XVIII secolo quando si inserì nelle regioni meridionali la dinastia dei Borboni e il Villari ci ricorda che “cominciarono a porsi alla coscienza politica e civile i temi del rinnovamento del Mezzogiorno. Allora cominciò a svilupparsi, dalla crisi e dalla disgregazione del regime feudale, quel complesso di rapporti che costituirono la base e la premessa del contributo meridionale al compimento della rivoluzione nazionale e insieme il fondamento storico della questione meridionale.” Iniziarono i tempi del risveglio. Ricordo, tra i tanti, il genovesiano Domenico Caracciolo. Egli tentò d’inserire nella vita siciliana i germi della libertà partendo da uno studio sistematico dei più perfezionati sistemi economici in vigore nell’Europa continentale. Egli ebbe il merito, a detta di Falzone, di “far conoscere al di fuori del breve cerchio degli uomini di cultura problemi economici e sociali siciliani in maniera viva e penetrante, nonostante le difficoltà delle condizioni culturali.” Non fu, ovviamente, un caso isolato. Ricordo, ad esempio, negli anni successivi le indagini del Genovesi, del Filangieri del Galiani fino alle grandi e sistematiche inchieste del Galanti. Fu, pertanto, costante oggetto di studio la condizione ambientale e geografica di quelle regioni che si innestava nella ricerca delle cause del suo immobilismo agrario (latifondo) e delle conseguenti condizioni di vita. A questo riguardo vale per tutti il giudizio dato dal Saraceno sull’agricoltura meridionale all’atto dell’unificazione del Regno: “… Espressione principale e notoria delle province meridionali era la posizione dell’agricoltura, che si presentava pressoché come la sola fonte di reddito; (…) quest’agricoltura era notevolmente più arretrata in confronto a quella della maggior parte degli stati italiani.” Tale notevole ristagno si registrò anche nelle attività economiche sia se connesse con la proprietà terriera sia con la produzione industriale e che tendeva, alla fine, con l’essere assimilata alle iniziative più tipicamente e limitatamente artigianali. “Un discorso a parte – rileva il Carrà – meriterebbe l’analisi della consistenza finanziaria e dell’aggravio fiscale del Regno. La questione interessò a diverso livello alcuni fra i più grandi meridionalisti, dal Franchetti al Jacini, che si occuparono prevalentemente della inefficacia delle provvidenze finanziarie in pro dell’agricoltura e ancora al Fortunato e al Pantaleoni che posero l’accento sul carico tributario considerato del tutto sproporzionato alle entrate delle varie parti d’Italia. Per il lucano Nitti l’unità era stata fatta a scapito delle regioni meridionali e tanto che prima dell’unità il regno di Napoli era quello che dal punto di vista finanziario si trovava in condizioni migliori degli altri. Questa poco lungimirante azione fiscale del nuovo Regno, insieme all’acquisto dei beni già demaniali e ecclesiastici avevano praticamente esaurito le risorse economiche del Meridione proprio in un momento in cui per l’abolizione delle tariffe doganali e per l’esigenza di un’economia agraria concorrenziale, sarebbe stata necessaria per tali ragioni una larga erogazione di capitali di facile concessione e di sostenibile costo. “La verità – lo sottolinea un statista e uomo di governo della levatura di un Nitti – è che l’Italia meridionale ha dato dal 1860 assai più di ogni parte d’Italia in rapporto alla sua ricchezza, che paga quanto non potrebbe pagare (…) che lo Stato ha speso per essa, per ogni cosa, assai meno.” Devo, quindi convenire, sul fatto, provato e ben documentato, che l’Unità d’Italia sia costata ai meridionali, e ai siciliani in particolare, più di quanto non si è verificato per le altre regioni italiane, compreso, ovviamente, il Piemonte e che, anzi, è stata la regione che ne ha tratto maggiori benefici. Questo sacrificio economico è stato ancora più grave proprio perché il Meridione aveva un bisogno crescente di solidarietà e di contributi per crescere e prosperare. Si maturò, invece, un cinico calcolo teso a lasciare il degrado, a scoraggiare lo sviluppo, a umiliare lo spirito delle menti forti per una crescita culturale diffusa delle regioni che dall’unità d’Italia avrebbero potuto cogliere la magica occasione di riprendere il loro cammino sul solco delle antiche e nobili tradizioni. Ma allo scorno si aggiunse la beffa con il passaggio dal Regno alla Repubblica. Si fecero, indubbiamente, dei passi avanti ma molto pochi in specie se li compariamo a quelli compiuti dalle regioni del Nord e del Centro Italia. Sarebbe bastato negli anni della ricostruzione post-bellica degli anni ’50 potenziare la rete intermodale dei trasporti per via terra, marittima e aerea. Sarebbe bastato potenziare l’agricoltura per rendere i suoi prodotti sempre più competitivi sui mercati nazionali e internazionali. Sarebbe bastato sviluppare il turismo e ad associarlo all’agriturismo e all’artigianato locale. Sarebbe bastato potenziare settori quali l’industria agro alimentare, casearia, vinicola e olearia. Sarebbero bastati più fatti e meno parole. Tutto questo privare il Meridione del suo progresso civile, economico e sociale oggi diventa ancora più amaro al cospetto di governi che si sono proclamati a più riprese sostenitori del meridionalismo, delle sue legittime aspettative e che hanno portato al governo delle massime cariche dello Stato, come a volerli indicare alla stregua di garanti, per poi servirsene da copertura per lasciare che i problemi rimanessero insoluti e con il tempo finissero con l’aggravarsi. Ma vi è anche un’altra aspetto da rilevare e che forse sfugge a una parte, almeno, dei siciliani. E’ che se la Sicilia in particolare e più in generale il Meridione è cresciuto è un merito di coloro che vi abitano con i loro sacrifici e il sudore delle loro fatiche e che lo stato ha solo fatto da spettatore se non peggio con l’esosità delle varie gabelle fiscali. A Napoli direbbero: “cornuti e mazziati”. Ora siamo qui per celebrare un altro rituale, l’ennesimo. Quella della protesta. Ma vorremmo che non restasse solo un rituale e che attraverso questo messaggio si risvegliassero le coscienze, Non vogliamo essere una minoranza. Non vogliamo essere catalogati come quelli che gridano al vento. Non vogliamo essere definiti dei nostalgici o peggio. Noi vorremmo che ai siciliani e ai meridionali restasse la consapevolezza di aver dato tanto e che è ora che lo stato riconoscesse i nostri crediti e facesse ammenda dei suoi errori. E che questo messaggio sia forte e chiaro e perché a partire dai politici di estrazione meridionale si capisse senza equivoci che “cà nisciuno è fesso” e la nostra pazienza non va scambiata con la stupidità e l’ingenuità ma con la saggezza di un popolo antico e che sa rispettare la nobiltà e la dignità che ne derivano. E la strada, a questo punto, si traduce, a mio avviso, solo in un messaggio da trasmettere soprattutto ai giovani, dalle scuole alla società civile perché vi sono siciliani e meridionali in genere che ci conducono a piccole e grandi cose ma è importante che nelle piccole come nelle grandi cose si sappia trarre un grande insegnamento con la forza della ragione, con la costanza della fede, con l’animo affrancato dalle debolezze umane. Viva la Sicilia e i siciliani. Viva il meridione e i Meridionali, viva l’Italia e che possa essere fatta di italiani con un solo campanile. (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)

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Gli onorevoli piemontesi sulla questione “esodati”

Posted by fidest press agency su sabato, 26 maggio 2012

Torino Lunedì 28 maggio 2012, alle ore 11.30, nella sala Consiglieri di Palazzo Cisterna (via Maria Vittoria 12, Torino) la III Commissione consiliare (Politiche del lavoro), presieduta da Giuseppe Sammartano e la VI (Attività economiche e produttive), guidata da Raffaele Petrarulo, hanno convocato una riunione congiunta dedicata all’analisi delle misure da adottare sul tema esodati. All’incontro parteciperanno senatori e parlamentari piemontesi, l’assessore provinciale al lavoro Carlo Chiama, le organizzazioni sindacali e il Comitato degli esodati. L’iniziativa fa seguito a un incontro che il 9 maggio le due Commissioni congiunte hanno avuto con il Comitato esodati e le OOSS per approfondire quali sono le problematiche insorte, a seguito della riforma delle pensioni, per quei lavoratori che hanno lasciato in passato il posto di lavoro previo accordo con l’azienda

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La questione giovanile

Posted by fidest press agency su mercoledì, 9 maggio 2012

“Siamo stanchi di sentire dichiarazioni di ministri e rappresentanti delle istituzioni che insultano quotidianamente i giovani e di rimando le loro famiglie. La verità è che la questione giovanile è un mero argomento di campagna elettorale ma nel concreto in pochi fanno qualcosa per migliorare realmente la nostra condizione” è il duro attacco di Azione Universitaria alle parole di ieri del Ministro Fornero che aveva definito, senza mezzi termini, i giovani italiani degli ignoranti. “Quella del ministro Fornero è stata solo l’ultima in ordine di tempo di una serie di umiliazioni che le istituzioni ci riservano ogni giorno, non basta assistere all’immobilismo pressoché totale sulle tematiche giovanili, ora dobbiamo anche subire gli anatemi di chi dovrebbe occuparsi di noi e invece non lo fa”. “Se i giovani italiani sono meno preparati di un tempo o dei loro coetanei stranieri, cosa tra l’altro tutta da dimostrare, la responsabilità è delle agenzie sociali che non svolgono più i loro compiti in maniera adeguata. La riforma della scuola e dell’università voluta dall’ex ministro Gelmini, – continua la nota – guardava in questa direzione, purtroppo ora ben poche cose sono state fatte per far si che le novità fossero messe a regime e si rispettassero le nuove regole”. “Da parte nostra – dichiara Mimmo Paternoster membro del Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari per Azione Universitaria – continuano le proposte di idee e iniziative che possono migliorare la vita dei giovani e soprattutto degli studenti. Sono diventate realtà campagne storiche come il mandato a termine dei rettori e la certificazione delle ore di didattica da parte dei docenti, nonché la valutazione da parte degli studenti e la valorizzazione della ricerca. Abbiamo presentato varie proposte relativamente all’accesso al mondo del lavoro e alla riforma delle professioni regolamentate. Insomma, se il Ministro Fornero o chiunque altro, avesse davvero a cuore il futuro dei giovani avrebbe tutti gli strumenti per poter migliorare le cose anche servendosi di chi, come noi, si spende ogni giorno per cercare delle soluzioni”.

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Battisti, una questione sospesa

Posted by fidest press agency su martedì, 10 maggio 2011

“Una vicenda sospesa l’ha definita il presidente Napolitano, ed il Coisp, Sindacato Indipendente di Polizia, non può che essere d’accordo con le parole del Presidente della Repubblica e rilanciare chiedendo ai Paesi coinvolti una risposta chiara e definitiva” E’ immediata la reazione di Franco Maccari, Segretario Generale del Coisp, Sindacato Indipendente di Polizia, alle parole del Presidente Napolitano sulla vicenda della mancata estradizione del terrorista Battisti. “Oggi – dice il Segretario Generale – che si ricordano le vittime del terrorismo, queste parole assumono un’importanza ancora più pregnante perché l’Italia non può restare alla mercè della giustizia di un Paese che si rende complice di un assassino. Complice di un uomo che con le sue scellerate scelte ha seminato dolore e morte”! “Ringraziamo il Presidente Napolitano – continua Maccari – per aver voluto in questo giorno al Quirinale, anche le famiglie delle scorte uccise con i magistrati rimasti vittime di un periodo macchiato di sangue di questo Paese. E vogliamo, con il rispetto dovuto, rafforzare i suoi pensieri chiedendo ancora una volta che il Governo italiano faccia di tutto affinchè Battisti torni in Italia e in Italia sia giudicato da una giustizia che se non servirà a restituire i morti ai propri affetti, renderà però onore alle memorie ed alla dignità di un Paese intero ancora troppo ferito”.

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Utah: da immigrazione statale a nazionale?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 marzo 2011

Con quasi 12 milioni di clandestini il governo federale degli Stati Uniti dovrebbe riformare la legge sull’immigrazione. Incapace di farlo al livello nazionale, gli Stati stanno cercando di risolvere la questione  da se stessi. Uno dei più noti è l’Arizona il quale l’anno scorso ha approvato leggi anti-immigranti che sono state bloccate in parte dai tribunali. Adesso l’Utah, un altro red state, uno di quelli che tradizionalmente vota per i repubblicani, ha fatto qualche passo per fare fronte al dilemma dei clandestini. La legislatura statale ha approvato un decreto che offrirebbe agli indocumentati un contratto a tempo determinato. I clandestini che potrebbero dimostrare di essere vissuti per alcuni anni in Utah qualificherebbero per  una carta d’identità statale e  potrebbero lavorare legalmente. Dovrebbero però pagare una multa onerosa di 2.500 dollari. Il decreto richiede  inoltre che i poliziotti dello Stato controllino lo status immigratorio di coloro che sono fermati per infrazioni. Il decreto dell’Utah non contiene la clausola che i poliziotti potrebbero fermare chiunque in caso di sospetti che l’individuo sia nel Paese illegalmente. Questo è  uno dei provvedimenti  più polemici  perché potrebbe condurre al racial profiling, cioè la discriminazione etnico – razziale. Le motivazioni per il decreto in Utah sono emerse dalla necessità di risolvere la situazione dei clandestini ma forse, ed anche più importante, per risolvere i bisogni della manodopera delle aziende. Il decreto offrirebbe una fonte di lavoratori legali  a buon mercato.Parecchi gruppi in Utah, incluso  alcune organizzazioni conservative di Latinos, si sono schierati a favore del decreto. Inoltre la Chiesa Cattolica statale, la Camera del Commercio ed alcune associazioni di polizia hanno dichiarato il loro appoggio. La fortissima Chiesa Mormone ha anche dichiarato il suo supporto ma non in modo visibile. Il governatore dell’Utah, Gary Herbert,  non ha ancora deciso se firmerà il decreto di legge anche se ha avuto parole elogiative per il legislatori.Ma anche con la firma del governatore la legge non potrebbe mettersi in pratica perché le questioni di immigrazione sono sotto il controllo del governo federale. Lo Stato dell’Utah chiederebbe in questo caso un’esenzione che con ogni probabilità non sarebbe esaudita. Nonostante lo stallo a Washington per la questione dell’immigrazione il governo federale non darà il suo permesso a uno Stato di creare le sue leggi nel campo internazionale. Sarebbe pericoloso perché aprirebbe le porte a troppi futuri guai in molti altri settori. I promotori del decreto dell’Utah si considerano mediatori fra l’inattività del governo federale e l’aspra legge verso i clandestini approvata l’anno scorso dall’Arizona. Ma in Utah si è anche preoccupati per leggi anti-immigranti che possono avere un forte impatto negativo all’economia com’è successo in Arizona. Si calcola che il boicottaggio economico di alcuni gruppi di latinos ha fatto perdere una sessantina di milioni di dollari all’Arizona dato che convegni, turismo ed altre visite sono state cancellate e ridirette ad altri Stati. Il decreto dell’Utah cerca di essere più “giusto” di quello dell’Arizona e di altre leggi in considerazione da altri Stati. Ciononostante non riflette  il benvenuto che gli Stati Uniti dicono di avere offerto agli immigrati nel passato. Infatti,  il benvenuto agli immigrati del passato è un mito. Tutti i gruppi etnici che adesso si sono integrati in America hanno dovuto affrontare pregiudizi. Ma l’America è sempre stato un Paese che ad un certo livello ha sempre dato il benvenuto a persone di tutte le parti del mondo. Ciò è riflesso ancora nelle città americane che si sono dichiarate sanctuaries, santuari per i clandestini. Parecchie fra le più importanti  città americane, seguendo l’iniziativa di Los Angeles, hanno dichiarato che i loro poliziotti non faranno sforzi per scoprire lo status immigratorio di nessuno. Queste zone metropolitane includono New York, Washington, Chicago, Miami, Houston, Detroit ecc. La città di San Francisco ha persino creato un sistema di sanità per i più poveri ad un costo bassissimo che non esclude nessuno nemmeno i clandestini. È questo lo spirito dell’America che la Statua della Libertà di New York incorpora alla perfezione. (Domenico Maceri)

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Una questione di fede

Posted by fidest press agency su venerdì, 11 febbraio 2011

Per anni mi è dato di osservare le vicende della vita e di confrontarli con i miei convincimenti, i miei dubbi e le controversie sollevate da pensatori illustri o dal buonsenso di uomini semplici. Ho anche imparato a distinguere la fede dall’appartenenza ad una chiesa. L’ho fatto, ad esempio, prima accettando la condanna senza appello della chiesa cattolica nei confronti degli ebrei, dei musulmani e di altre confessioni religiose, così, come ci veniva ammannita nell’insegnamento della catechesi, e poi nell’apprezzare le loro testimonianze di fede. Dalle letture mi sono reso conto che la spiegazione della vita e della morte di Gesù non era altro che un messaggio forte del come la fede non debba accettare compromessi e cedimenti se si toccano valori fondamentali come il rispetto per il prossimo, la dignità della persona e il distacco per le cose terrene se esse ci inducono a prediligere sentimenti come l’egoismo, l’avidità, la lussuria. E non si deve esitare ad essere severi, come la cacciata dei mercanti davanti al tempio, anche a costo di provocare una reazione negativa da parte delle stesse autorità religiose inclini alla tolleranza e al compromesso. Per questo motivo mi sono sentito più vicino al poverello di Assisi che alle gerarchie religiose del Vaticano. Il primo non ha esitato a buttare alle ortiche la sua nobiltà e le sue ricchezze per insegnarci la via della povertà come redenzione e i secondi hanno dimostrato di non riuscire a fare a meno dei loro privilegi terreni e delle ricchezze che ne derivavano. E se qualcuno mi viene a dire che un Papa, pur sapendo le crudeltà che si esercitavano nei confronti di un popolo per colpa della loro appartenenza religiosa, non lo ha denunciato apertamente io mi sento dalla parte dei critici che lo giudicano severamente anche se si sostiene che lo ha fatto per evitare ulteriori forme di persecuzione. La ritengo una giustificazione ridicola. Cristo non ha esitato a morire. Non hanno esitato a fare altrettanto i suoi discepoli e le centinaia di migliaia di cristiani, ma anche musulmani e di altre appartenenze religiose pur di restare coerenti con gli insegnamenti della loro Chiesa. Ma ben più grave e ingiustificabile diventa l’atteggiamento del Vaticano allorchè traendo a pretesto la necessità di mantenere buoni rapporti diplomatici, si esime dal condannare il comportamento immorale di un capo di governo che si dichiara, tra l’altro cattolico. Qui non parliamo di un peccato: scagli la prima pietra chi non ha peccato, ma dell’esempio che si da per la funzione che svolge, per l’esempio che offre. E se si continua a giustificarlo si crea, inevitabilmente, una crisi di identità lasciando intravedere una chiesa debole con i potenti e severa con i deboli. La fede non si baratta. La fede è qualcosa che si ha o non si ha, a prescindere dalle gerarchie che sono preposte ad indicarne l’osservanza. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Roma: questione rom

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 febbraio 2011

Sfollati dai circa 200 piccoli campi abusivi sparsi per Roma e poi trasferiti in due tendopoli. Questa la sorte che toccherà ai cittadini d’etnia Rom della Capitale, un provvedimento preso dal sindaco Gianni Alemanno, sull’onda emotiva e polemica generata della drammatica fine dei 4 fratellini nomadi bruciati presso il loro campo. “Quanto avvenuto – dichiara Antonello De Pierro, presidente dell’Italia dei Diritti – è l’ennesimo episodio che conferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno, il fallimento pressoché totale della gestione amministrativa targata Alemanno. Del problema Rom il Sindaco di Roma ne parla da sempre e ha sbandierato in maniera propagandistica la soluzione definitiva, che però non è mai riuscito ad attuare. Del resto – prosegue De Pierro – erano stati moltissimi i suoi proclami anche su altre questioni calde del territorio metropolitano, vedi prostituzione, sicurezza, ma alla fine, a parte un’ondata di promesse diffuse  e chiacchiere inconsistenti, il problema è rimasto come prima o spesso peggio di prima. Senza calcolare che, in alcuni casi, addirittura sono stati procurati danni rispetto ad una situazione già precaria”. Tra le 400 e le 500 persone troveranno alloggio nelle strutture d’emergenza allestite, stando alle ipotesi sulla Cassia e sulla Prenestina. Piano che prevede, secondo il prefetto Giuseppe Pecoraro, un inevitabile quanto difficile sgombero di numerosi microinsediamenti abusivi e l’ausilio indispensabile di parecchi volontari. “Chiaramente ora – asserisce il presidente dell’Italia dei Diritti -, sull’ondata emotiva di 4 bambini morti che, probabilmente, si sarebbero salvati se Alemanno avesse messo a punto solo una piccola percentuale di quanto aveva sbandierato, si cerca di correre ai ripari per arginare le polemiche, che stanno inevitabilmente montando nell’opinione pubblica. Anche questa volta non credo che si riusciranno ad ottenere risultati soddisfacenti, purtroppo è brutto da dire, ma dobbiamo ammettere, e non me ne voglia il Sindaco, che l’assenza di risultati concreti e adeguati, in conseguenza di quanto proclamato, denota incapacità reale e quindi – chiosa De Pierro – un livello di competenza di gran lunga sotto la soglia necessaria per amministrare una città come Roma”.

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