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Quel ragazzo di El Alamein

Posted by fidest press agency su domenica, 13 dicembre 2009

Gabriele De Rosa era di dieci anni più grande di me. Erano abbastanza perché io, ancora alunno, lo dovessi considerare professore. Ci siamo incontrati alla Chiesa Nuova dove io preparavo Terza Generazione e dove teneva scuola, sotto la protezione di Dossetti, già malato e distante per il suo arduo viaggio, Felice Balbo,  con i suoi amici che erano stati cattolici comunisti, dolcissimo nobile torinese che, semplice come un bambino, saliva a piedi nudi le alte vette della filosofia. E qui veniva, di tanto in tanto, Gabriele perché anche lui, nei giorni di fuoco, aveva partecipato a quel pellegrinaggio che voleva inverare nelle disperate speranze dei comunisti quella loro antica radice cristiana che essi avevano dimenticato. Ma Gabriele era diverso da loro. Sembrava più distaccato, più disattento. Per questo appariva già come un professore, ma non a me. Gabriele studiava le forme storiche della religione, frequentava uno strano sacerdote recluso in un convento di suore che si dedicavano alla scuola, venerato da molti, ma poco frequentato, per vecchie scomuniche e nuovi dissapori. Che ci trovava Gabriele in quel prete? E poi riusciva a fare una straordinaria rivistina, (piccola nelle pagine  ma grande negli scritti) dallo strano nome anglosassone, forse ispirato da quel prete che aveva vissuto a Londra ed in America: Lo Spettatore Italiano. Aveva una impaginazione semplice che ricordava un vecchio libro di chiesa, ma elegante come un messale.  Manteneva un distacco nello stile e nel ragionamento, come se osservasse le cose da una sofferta lontananza. E, incredibile a credersi, vi scrivevano Benedetto Croce e Franco Rodano. E Gabriele con voce bassa e distaccata, con un periodare attento e studiato per non ferire nessuno, non sembrava un giovane professore, ma un antico uomo di mare che avesse visto molte cose e che nascondesse un segreto,  Mantenne questo tono per tutta la vita, nel suo insegnamento, nei suoi libri, perfino nel modo di fare politica. Ritrovavo quel luccichio improvviso in una parola sfuggita, in uno stupore represso, quando scriveva dei suoi santi. E riusciva a spiegare la loro opera umana con un sensibilità accorta al loro amore del Cristo paziente, come lo chiamava lui.Quando seppi che Gabriele era stato ad El Alamein, mi avvicinai a lui. La incredibile avventura, la corsa verso Alessandria, la lunga sosta nel deserto della depressione di Qattara. in attesa della benzina per l’ultimo balzo, la cocente e irrefrenabile speranza di vittoria, il dito di Dio ad arrestarli, la terribile infuocata, ragionata, preparata, ricca, inflessibile, impietosa, scarnificante risposta degli alleati. La strage e la lunga Anabasi che nessuno ha mai scritto o narrato.Ho saputo così la sua avventura, la sua passione, l’esperienza che aveva segnato la sua vita, il suo distacco dalle passioni quotidiane,  il suo amore per le passioni durature, la sua dedizione alla storia, la sua venerazione per un vecchio prete abbandonato, il suo ragionare di santi, innamorati del sangue di Cristo. Quel ragazzo di El Alamein. (Bartolo Ciccardini, in sintesi)

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