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Posts Tagged ‘ragioni’

Martin Angioni: Le 98 ragioni per cui vado in bicicletta

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 novembre 2018

Torino mercoledì 28 novembre, ore 21 Circolo dei lettori, via Bogino 9 Un vero e proprio elogio della bicicletta in 256 pagine. Martin Angioni, manager, ciclista e scrittore, scende dalla sella e arriva al Circolo dei lettori, mercoledì 28 novembre, ore 21 per raccontare il nuovo Le 98 ragioni per cui vado in bicicletta (UTET), libro per chi la usa quotidianamente ma anche per chi non ci è mai salito sopra, ricco di aneddoti ma leggero e fresco nello stile. Interviene Guido Giubergia, presidente e ad Ersel.Cosa c’è di più irresistibile di una bicicletta lanciata a tutta velocità, mentre sfreccia silenziosa all’alba, o al tramonto, in salita o in discesa, sospinta dal vento o costretta ad arrancare contro la pioggia, su una strada asfaltata o sul bagnasciuga in una giornata di inverno? La bicicletta è un piacere perfetto e insostituibile, una passione da coltivare ogni giorno, chilometro dopo chilometro, per anni. Intrecciando la sua biografia e storie di ciclismo, spunti filosofici e citazioni letterarie, Martin Angioni elenca le 98 ragioni per cui non passa giorno senza sottoporsi a questo rituale. Il risultato è un libro insolito, in cui lo sguardo felice e allenato dell’autore sembra scoprire a ogni pagina un motivo in più per saltare in sella.Lo seguiamo mentre esalta la bellezza dei pendii alpini, o il punto di vista eccentrico e rilassato da cui osservare una metropoli; mentre elenca i benefici fisici e mentali, ma anche il valore essenziale della fatica, finché, pagina dopo pagina, anche ai non appassionati appare chiaro ciò che gli adepti sanno da sempre: la bicicletta non è solo un mezzo di trasporto ma uno strumento di conoscenza di sé e di ciò che ci circonda, un’alternativa sana e divertente alla macchina, e soprattutto un’espressione di libertà, anarchia e disciplina, senza uguali.
Martin Angioni è l’ex CEO Amazon Italia e socio di Yougardener, manager di successo e libero pensatore, viaggiatore curioso e sopraffino cultore delle arti. È figlio di una medaglia d’oro olimpica di equitazione, e ha mantenuto il legame familiare con la sella, ma sulle due ruote. Membro della ASD Cassinis Cycling Team, fisico nervoso da scalatore, Martin è stato avvistato in sella su percorsi di ogni tipo.

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Studenti in piazza: hanno ragioni da vendere

Posted by fidest press agency su domenica, 14 ottobre 2018

Per il sindacato da sempre vicino ai giovani e al precariato, il problema non è capire se effettivamente i tagli da circa 100 milioni di euro, in arrivo con la legge di bilancio, verranno effettivamente riutilizzati per il settore: il vero problema è che nella Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, collegata alla manovra di fine anno ed approvato dall’Aula della Camera, non risultano investimenti per quello che l’attuale governo del cambiamento aveva considerato uno dei settori più importanti da risollevare.

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Antipolitica: ragioni e limiti

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 ottobre 2017

camera deputatiPer quanto da anni siamo costretti a digerire nella conduzione della politica in Italia, di certo ci resta solo il disgusto e sicuramente comprendiamo il malessere che da tutto ciò promana. Va, tuttavia, fatto un distinguo per meglio chiarire il concetto. La politica, come giustamente si osserva da più parti fa parte della nostra vita. Ciò significa che la “nausea” non è nella parola e nel suo ruolo espresso nel sociale e civile, quanto nel comportamento di chi si avvale di questa bandiera per farne un vessillo per proprio uso e consumo. E il danno d’immagine e la percezione che ne ricaviamo rendono ancora odioso quest’andazzo poiché rischia di trasformarsi in una tendenza accettata come normale dai soliti opportunisti. E molti dei politici, che oggi rappresentano questa visione comportamentale, sia appartenenti all’attuale coalizione di governo che delle stesse opposizioni, assumono agli occhi dell’opinione pubblica qualcosa di incomprensibile e finiscono con l’identificarsi in una sorta di difesa ad oltranza della casta e con tutte le sue ambiguità e doppiezze. E ancor più grave appare la situazione poiché si ha la convinzione che non sia possibile un ricambio non tanto generazionale ma nel modo di fare politica. Ciò spiega la reazione di chi oggi afferma che non intende andare a votare (siamo già al 38% degli elettori) perché se ha perso la fiducia nel proprio riferimento politico, lo è altrettanto per il suo opposto. Ne deriva un difficile recupero d’immagine anche perché lo stesso outsider espresso anni fa da Silvio Berlusconi, che volle significare una discontinuità nel rapporto politica/elettori, è oggi fallito miseramente anche se oggi è tentato a riproporlo di nuovo sperando nella memoria corta degli italiani. D’altra parte sarebbe impensabile supporre che vi possa essere, sic et simpliciter, un azzeramento dell’attuale classe politica e la sua sostituzione con personaggi nuovi di zecca. Ciò potrebbe verificarsi a una sola condizione: se ci fosse una guerra civile e non è certo il caso in cui potrebbe imbattersi l’Italia. Non solo. Anche se ciò accadesse, non è detto che il “ricambio” fosse assicurato. La caduta delle stesse dittature dal fascismo al nazismo e al franchismo in Spagna dimostrarono che non pochi dirigenti legati al precedente regime rimasero a galla o furono regolarmente riciclati nel nuovo ordine istituzionale. A mio avviso ci sarebbe una sola risposta: la nascita di un partito fatto di persone in prevalenza legate al mondo del lavoro, non tanto giovani se non altro per potervi riconoscere il loro modus vivendi per il vissuto e la loro non ingerenza nelle pastoie dell’attuale andazzo politico e relativo sistema lobbistico. Alla fine dovremmo dire che non è la politica che va cambiata ma gli uomini che la rappresentano a condizione che siano dei fanatici della democrazia, della libertà e della giustizia. Senza dubbi e senza tentennamenti. Forse con ciò entriamo nel mondo delle utopie. Forse. (Riccardo Alfonso)

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Antipolitica: ragioni e limiti

Posted by fidest press agency su sabato, 23 settembre 2017

di maioPer quanto da anni siamo costretti a digerire nella conduzione della politica in Italia, di certo ci resta solo il disgusto e sicuramente comprendiamo il malessere che da tutto ciò promana. Va, tuttavia, fatto un distinguo per meglio chiarire il concetto. La politica, come giustamente si osserva da più parti fa parte della nostra vita. Ciò significa che la “nausea” non è nella parola e nel suo ruolo espresso nel sociale e civile, quanto nel comportamento di chi si avvale di questa bandiera per farne un vessillo per proprio uso e consumo. E il danno d’immagine e la percezione che ne ricaviamo rendono ancora odioso quest’andazzo poiché rischia di trasformarsi in una tendenza accettata come normale dai soliti opportunisti. E molti dei politici, che oggi rappresentano questa visione comportamentale, sia appartenenti all’attuale coalizione di governo che delle stesse opposizioni, assumono agli occhi dell’opinione pubblica qualcosa di incomprensibile e finiscono con l’identificarsi in una sorta di difesa ad oltranza della casta e con tutte le sue ambiguità e doppiezze. E ancor più grave appare la situazione poiché si ha la convinzione che non sia possibile un ricambio non tanto generazionale ma nel modo di fare politica. Ciò spiega la reazione di chi oggi afferma che non intende andare a votare (siamo già al 38% degli elettori) perché se ha perso la fiducia nel proprio riferimento politico, lo è altrettanto per il suo opposto. Ne deriva un difficile recupero d’immagine anche perché lo stesso outsider espresso anni fa da Silvio Berlusconi, che volle significare una discontinuità nel rapporto politica/elettori, ma fu un fallimento  anche se oggi è tentato a riproporlo sperando nella memoria corta degli italiani. D’altra parte sarebbe impensabile supporre che vi possa essere, sic et simpliciter, un azzeramento dell’attuale classe politica e la sua sostituzione con personaggi nuovi. Ciò potrebbe verificarsi a una sola condizione: se ci fosse una guerra civile e non è certo il caso in cui potrebbe imbattersi l’Italia. Non solo. Anche se ciò accadesse, non è detto che il “ricambio” fosse assicurato. La caduta delle stesse dittature dal fascismo al nazismo e al franchismo in Spagna dimostrarono che non pochi dirigenti legati al precedente regime rimasero a galla o furono regolarmente riciclati nel nuovo ordine istituzionale. A mio avviso ci sarebbe una sola risposta: la nascita di un partito fatto di persone in prevalenza legate al mondo del lavoro, non tanto giovani se non altro per potervi riconoscere il loro modus vivendi per il vissuto e la loro non ingerenza nelle pastoie dell’attuale andazzo politico e relativo sistema lobbistico. Alla fine dovremmo dire che non è la politica che va cambiata ma gli uomini che la rappresentano a condizione che siano dei fanatici della democrazia, della libertà e della giustizia. Senza dubbi e senza tentennamenti. Forse con ciò entriamo nel mondo delle utopie. Forse. Oggi lo prefiguriamo con una figura nuova: Di Maio ma di lui possiamo dire che è di “oro zecchino?”  (Riccardo Alfonso)

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Mario Tassone: ritrovare le ragioni per ritrovarsi!

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 marzo 2017

corte costituzionaleIn questi giorni si sta sviluppando un confronto all’interno degli schieramenti politici che si smorza e si arena quando si dovrebbe passare alla definizione dei progetti politici. I messaggi che il responso referendario del 4 dicembre ci ha consegnato sono ignorati. Il sistema proporzionale, che sostanzialmente la Consulta ha delineato bocciando alcune parti della riforma costituzionale, viene visto con fastidio, come una improponibile conclusione di una lunga stagione di schiere di capi autoreferenziali e autosufficienti. Come nel passato sul banco degli accusati, anche per alcune note firme del giornalismo, vengono posti non quelli che hanno spezzato le strutture portanti della nostra democrazia ma quelli che operano per riannodare i fili di storie e di valori sopiti per troppo tempo. C’è il tentativo di restaurazioni che alimentano estremismi. In una situazione dove il confronto avviene fra cerchie ristrette, prendono corpo forze disgregatrici. L’assise del Pd, la “Leopolda”, che si è conclusa a Torino, lascia in sospeso interrogativi importanti e rende più impervio il percorso. Nel 2014, il nuovo CDU celebrava a Roma il suo congresso che aveva come tema “Dall’Io al Noi”. Oggi la parte del Pd del giovane Renzi per la Leopolda ha avuto lo stesso tema. Un tema, per dire la verità, affrontato è sviluppato con un ragionamento che ha portato a conclusioni opposte rispetto alle nostre. Infatti a Torino si è detto che senza l’lo non c’è il Noi. Noi dicemmo nel 2014 e diciamo che senza il Noi non c’è l’Io. Una comunità va ricomposta dove ci sono certo gli “Io” perché investiti di responsabilità dalla comunità per interpretarne i bisogni e assumere decisioni consequenziali. Alla comunità appartiene il controllo attraverso gli organi di rappresentanza democratica. Diciamo no ad una elegante riproposizione di un disegno, che comunque presentato, è elitario e divide! Così come diciamo no alle primarie che consolida sistemi di potere personale attraverso un itinerario che non allarga la base democratica ma, in una finzione, la restringe. La sinistra deve misurarsi con la sua storia e non con gli ingredienti del presente che non riscaldano i cuori. Parlare ancora di intellettuali organici si ritorna ad antiche velleità di una certa sinistra di egemonizzare la società. Il centro- destra è alle prese con variegate situazioni di difficoltà progettuali. Ma un centro- destra non esiste in quanto tale se il centro soffre di nanismo. Il centro non è la destra. La destra non è la parte estrema intollerante e xenofoba. Il 9 marzo dopo la riunione dell’ufficio politico del n. CDU, accogliendo un cortese invito, sono andato con moltissimi amici della segreteria politica del n. CDU al Consiglio Nazionale dell’UDC. Sono intervenuto per illustrare le nostre posizioni. L’augurio che facciamo è che quanti si richiamano all’esperienza del cattolicesimo democratico ritrovino le ragioni per ritrovarsi. Ragioni per molto tempo disperse e soffocate.

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10 ragioni contro la riforma dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori

Posted by fidest press agency su sabato, 31 marzo 2012

In riferimento alla ipotesi di modifica dell’art. 18 S.L. introdotta dal Governo, appare utile sviluppare alcune semplici riflessioni in merito alla scelta effettuata, al fine di valutare le ragioni sostanziali pro e contro la norma attuale e quella preesistente. A prescindere da astratte argomentazioni volte a sostenere che i principi elaborati nel 1970 siano anacronistici in ragione del semplice passare del tempo, si dovrebbe, invece, riscoprire come la legislazione sia più che mai all’avanguardia, avendo, nello specifico, introdotto un principio di civiltà giuridica e sociale che, nel confronto con altre legislazioni, non costituisce un pregiudizio, bensì un motivo di vanto. Un corpus normativo che tuteli la libertà e la dignità del dipendente appare necessario in un ambito in cui la sperequazione della forza tra datori di lavoro e lavoratori è particolarmente rilevante.
1) Per quanto riguarda la previsione di un indennizzo in sostituzione al reintegro nei licenziamenti per ragioni economiche e, in parte, in quelli disciplinari, va detto come la soluzione adottata dal Governo non sia in linea con i principi generali per la tutela integrale del diritto leso, oltre a contrastare con le norme sull’adempimento e in materia di risarcimento in forma specifica, secondo cui, chi viene illegittimamente leso in un diritto, dovrebbe essere reintegrato nell’identica “posizione” in cui si trovava precedentemente.
Al contrario, il risarcimento per equivalente costituisce una forma di tutela “alternativa”, quando non è possibile la reintegra in forma specifica e richiede la valutazione della “entità” del bene compromesso, al fine di stabilirne il valore corrispondente per la “monetizzazione” del pregiudizio arrecato al lavoratore, con tutte le difficoltà relative a tali processi valutativi.
2) La forfetizzazione del risarcimento in caso di licenziamento illegittimo, stabilita nella misura variabile da 15 a 27 mensilità retributive costituisce, dunque, un’astratta standardizzazione in materia di risarcimento, in quanto non permette di “personalizzare” con precisione l’entità del risarcimento dovuto con riferimento alla specificità del caso concreto e, nell’introdurre un limite massimo e minimo, rischia in molti casi di non costituire un effettivo risarcimento, bensì di acquisire un carattere sanzionatorio, sostitutivo del diritto al risarcimento.
3) La “nuova” formulazione della norma consentirebbe, inoltre, di utilizzare il licenziamento per motivi oggettivi o economici al fine di “espellere” dall’azienda lavoratori scomodi ed in particolare gli attivisti sindacali, con effetti discriminatori e con l’unica conseguenza di versare il risarcimento forfetizzato, nel caso in cui il dipendente riesca a dimostrare in giudizio la pretestuosità dei motivi economici, tenuto conto della difficoltà per i lavoratori di conoscere e contrastare i dati organizzativi e produttivi in possesso dell’impresa.
4) Del pari, il “nuovo” art. 18 S.L. consentirebbe, alle aziende, di usare il licenziamento per motivi oggettivi o economici e/o disciplinare al fine di “espellere” dall’azienda i lavoratori più anziani e più costosi, quelli con limitazioni operative e quelli fisicamente e/o psichicamente svantaggiati, con le notorie difficoltà per questi individui di trovare una nuova occupazione lavorativa.
5) Il licenziamento per motivi oggettivi o economici potrebbe anche essere utilizzato in alternativa ai licenziamenti collettivi per crisi aziendale, evitando le prescritte procedure di confronto con le organizzazioni sindacali (L.223/91) e, quindi, il controllo, da parte delle stesse, al fine di evitare licenziamenti discriminatori, oltre che verificare la sussistenza della effettiva criticità e delle esigenze di riduzione dell’organico, con conseguente neutralizzazione del ruolo del sindacato.
6) La modifica introdotta, tesa a stabilire una differenza nella stabilità del rapporto tra i dipendenti di aziende private ed i dipendenti di aziende pubbliche o di pubbliche amministrazioni, si rivelerebbe poi incongruente ed anacronistica, oltre che contraria al dettato ordinamentale, stante la privatizzazione del cd. pubblico impiego e la omogeneizzazione dei rapporti lavorativi con il settore privato introdotta con i D.Lgs. n. 29/93 e n. 80/98 e il passaggio della giurisdizione al giudice ordinario.
7) Le nuove norme sul licenziamento per motivi oggettivi o economici non potrebbero, comunque, essere estese ai dipendenti di p.a., stante la impossibilità di individuare, in tale ambito, il requisito dei motivi “economici”, che giustificherebbero il licenziamento nelle aziende private.
8) Escludere per legge la possibilità di reintegro del lavoratore e stabilire limitazioni all’entità del risarcimento nel caso di licenziamento illegittimo per motivi economici comporta, sostanzialmente, una evidente sfiducia nell’indipendenza e nell’operato della magistratura, competente istituzionalmente a tutelare i diritti ingiustamente lesi.
9) Va, inoltre, evidenziata, la inesistenza di ragioni giustificatrici all’introduzione delle modifiche operate, con riferimento alla lentezza della giustizia, in quanto, per ogni diritto leso, esiste un rimedio generale costituito dalla possibilità di ricorrere al Giudice (cd. legge Pinto) e chiedere il risarcimento dei pregiudizi subiti, senza dovere dotare le aziende di ulteriori maggiori ed eccezionali tutele.
10) Le modifiche introdotte si appalesano, poi, inadeguate, in quanto non si è tenuto conto dell’ambiente politico-sociale italiano, in cui esiste un contenzioso lavoristico notevolissimo (200.000 cause all’anno), evidentemente a causa di una diffusa illegalità nei rapporti di lavoro, sicuramente non per responsabilità dei lavoratori. Mirco Rizzoglio (Avvocato)

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Politica: le ragioni del rinnovamento

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 marzo 2012

Rita Borsellino, ativista italiana anti-máfia....

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Editoriale Fidest. Le primarie del Pd a Palermo sono, a mio avviso, un chiaro segnale rivolto al popolo del centro sinistra per un rinnovamento radicale della classe dirigente del partito e delle sue candidature nelle amministrazioni locali e politiche. Questo non significa che Rita Borsellino con la sua storia e il suo prestigio debba essere considerata perdente. Tutt’altro. A lei va il rispetto che le si deve, ma in queste cose occorre distinguere i ruoli che si devono assegnare e i compiti che ne sono conseguenti. Palermo come città, come amministratori non ha bisogno di “icone” ma di giovani intraprendenti e volitivi. La città non è facile da governare. Occorre riservarle un impegno che richiede forza, costanza, visione di un futuro che non possono prescindere da un ruolo dinamico della vita stessa che pulsa nelle vie, nelle piazze, tra i monumenti e il sociale.
Sul piano più generale ho già da tempo scritto che esiste un malessere generalizzato dell’opinione pubblica nei confronti di quella classe dirigente di tutti i partiti che in qualche modo si richiama al passato e, nella fattispecie, Bersani è figlio di quella stirpe. Lo ha compreso Berlusconi, sia pure tardivamente, candidando a segretario Alfano ed è stato persino profetico nell’affermare che gli altri segretari gli devono fare le scarpe perché è il migliore in assoluto. Traducendo il suo pensiero possiamo dire che lo ha detto riferendosi al “vecchiume” che caratterizza la classe dirigente degli altri partiti e, in special modo, del Pd. Alfano, di certo, non è il meglio, tutt’altro, ma nonostante ciò riesce a fare la differenza.
Per il Pd è una lezione che viene da lontano: pensiamo ai sindaci di Milano, di Napoli e di Firenze. Non tutti giovani ma con un identico comune denominatore: niente che li collegasse con la vecchia nomenclatura. Forse Ferrandelli non è frutto di una garanzia, al di sopra delle parti, considerato il filone dal quale discende, ma gli elettori del centro sinistra nelle primarie lo hanno visto il solo capace di portare una ventata di rinnovamento, nonostante tutto. Ed anche tale circostanza dimostra la miopia della classe dirigente del Pd nazionale e locale nel non aver colto dalla società civile quelle identità, che di certo ci sono, per farle emergere e portarle all’attenzione del proprio popolo.
A questo punto riprendo la proposta che feci: azzerate la classe dirigente del Pd. Portate avanti “facce nuove” sia pure non anagraficamente giovani, ma credibili, serie, preparate e soprattutto onesti e vi ritroverete con un elettorato riconquistato, fiducioso e recettivo. Ma temo, come in passato, che quanto affermo sia e resti una vox clamantis in deserto, purtroppo. E che si voglia licenziare una regola come se fosse un’eccezione, quella della continuità senza diversità. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Province: audizione Saitta

Posted by fidest press agency su venerdì, 9 dicembre 2011

“Le disposizioni sull’abolizione delle Province non risanano i conti dello Stato, né riducono i costi della politica. Anzi, aumenteranno la spesa pubblica e causeranno solo disfunzioni e conflitti inutili, proprio in un momento in cui invece tutte le istituzioni dovrebbero essere in prima fila a lavorare per il rilancio del Paese. E’ un dato di fatto, attestato dall’Università Bocconi (di cui il Capo del Governo è preside) e confermato dalla relazione del Governo. Per questo chiediamo lo stralcio immediato”. Lo ha detto il Vice Presidente Vicario dell’Upi Antonio Saitta, Presidente della Provincia di Torino, in Audizione alla Commissione Bilancio della Camera oggi sulle norme ordinamentali di abolizione delle Province contenute nella manovra economica. “Ci sentiamo in divere di fare un appello alla politica – ha detto Saitta – perche’ sulle Province il Governo sta prendendo un abbaglio grave. Ci pare di capire che su questo tema ci sia purtoppo una ragione superiore che di fatto commissaria il Parlamento, impedendo ai parlamentari di agire per il bene del Paese”. “E’ impensabile che il Parlamento non faccia valere le ragioni della buona politica nonostante la consapevolezza, dati alla mano, che questa operazione sia del tutto inutile, costosa, ingestibile e foriera di anni di caos e conflitti istituzionali, come e’ stato affermato perfino dagli stessi deputati della Ccommissione affari costituzionali della Camera”.

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Manovra e le ragioni che non convincono

Posted by fidest press agency su venerdì, 9 dicembre 2011

Italy

Image by CameliaTWU via Flickr

Vorremmo rispondere a quanti in Germania e in Francia vedono di traverso gli accadimenti italiani per dire loro, in primis, che serve a poco sterilizzare l’Italia e pensare, così facendo, di risolvere i problemi che da tempo ci assillano. Prima di tutto perchè è una crisi di proporzioni planetarie. Per sconfiggerla è necessario ricercare al proprio interno le ragioni che l’hanno portata sull’orlo del baratro e non è certo l’Italia o qualsivoglia nazione ad essere la causa o la concausa di quanto accade. L’Italia, indubbiamente, è un anello debole ma è dentro ad una catena la cui debolezza è strutturale e riguarda un po’ tutti sia pure con gradualità diverse.

Incominciamo a prendere atto che l’espansione della crescita industriale e tecnologica ha determinato due grosse ricadute: la riduzione delle risorse e l’eccesso di popolazione. Quest’aspetto si è acuito sia per gli sprechi che abbiamo compiuto ai tempi delle “vacche grasse” e per la nostra “cecità” difronte ad una espansione demografica senza controllo.
L’Italia, nello specifico, già negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, risentì gli eccessi di manodopera e intese risolverli con gli ammortizzatori sociali: assunzioni nel pubblico impiego e nelle imprese pubbliche e persino in quelle private, superiori agli effettivi bisogni aziendali. Altre soluzioni le ricercò ritardando l’accesso al lavoro sia con la ferma militare obbligatoria sia allungando la permanenza dei giovani negli studi universitari. Vi fu, poi, un momento magico con lo sviluppo industriale e del terziario del Nord del paese per cui fu attivato un imponente sistema di immigrazione interna bilanciando in questo modo il disagio dei giovani del Sud che già allora risentivano gli effetti di una disoccupazione molto accentuata. Ma questo escamotage non durò a lungo e provocò dei gravi danni al sistema paese. Prima di tutto perchè fu penalizzato il meridione, bloccandone il suo sviluppo, e con esso la messa a punto di infrastrutture per utilizzare al meglio l’industria del turismo e l’agricoltura ed invece furono costruite quelle che furono chiamate “cattedrali nel deserto” con impianti industriali ad alta tecnologia ma con scarso impiego di manodopera. E non è finita qui. Nell’ultimo ventennio si è aggiunto il “ciclone Cina” e paesi affini che si resero competitivi sul mercato internazionale esportando prodotti a bassissimo costo di produzione per via di una manodopera mal pagata e senza diritti. Ciò spinse il sistema industriale italiano ed anche le altre economie occidentali a correre ai ripari alzando il livello tecnologico delle loro produzioni, riducendo i diritti acquisiti dei lavoratori e contraendo la manodopera. Fu poi adottato un altro stratagemma con il trasferire le produzioni domestiche nei paesi asiatici dove la manodopera costava molto meno e da lì importare in Italia tali manufatti sotto il marchio di fabbrica italiano.
Questo scenario, che si compone di altri aspetti che per brevità espositiva tralascio, ci porta alla realtà odierna e alla consapevolezza che se vogliamo un sistema globale dobbiamo conferire ad esso pari condizioni nel lavoro e nelle logiche produttive. Ma su tutto questo resta il problema di fondo già citato in premessa e che noi oggi non possiamo garantire il lavoro contestualmente a tutti gli abitanti della terra, ma solo ad una parte di essi, diciamo tra il 20 e il 25% e gli altri? In termini crudi diremmo sono eccedentari. E qui si pone la necessità di una pianificazione delle nascite per contemperare due diritti fondamentali e per quanto contraddittori tra loro irrinunciabili: il diritto alla vita e il diritto a vivere. E per diritto a vivere intendiamo che ciascun essere umano deve veder garantita l’assistenza sanitaria, l’alimentazione, l’istruzione, il lavoro, la previdenza e un tetto sotto cui ripararsi. Non possiamo, anzi non dobbiamo più permettere che si debba morire di fame, di malattie e di stenti. Questo per evitare che si ricomponga il concetto di un progresso a due marce dove da una parte vi è la pleble, ovvero il 90% della popolazione mondiale e, dall’altra, i patrizi al 10% e che esista di conseguenza un mondo di sfruttati e di sfruttatori. E oggi l’Italia corre il rischio di diventare un paese sfruttato da sfruttatori d’oltre alpe. E non parliamo di sola Europa. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Il grande imbroglio

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 novembre 2011

WWII French General Charles De Gaulle A WWII p...

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Ora che il governo dei tecnici è stato formato si delineano meglio le ragioni che, a monte, lo hanno determinato e che sono le stesse legate storicamente a quel passato nel quale i conflitti istituzionali e i vuoti della politica hanno portato alla dittatura. Per restare al secolo da poco passato ricordiamo la vigilia dell’avvento del comunismo, del fascismo, del nazismo, del franchismo e di tutte quelle svolte autoritarie che hanno lasciato un segno nella storia dei popoli e delle nazioni come è accaduto in Cile, e non solo. Forse su tutto prevale il monito di Charles De Gaulle, che soleva dire che “La politica è una faccenda troppo seria per essere lasciata ai politici”. E la stessa Francia cercò di acquietare gli spiriti liberi allorché si affidò al suo padre della patria per gestire uno dei suoi momenti più difficili. L’Italia in questo frangente ha dato prova di quelli che sono stati i limiti imposti da un vuoto di potere dove la politica ha gettato la spugna e abbiamo dovuto ricorrere, visto che il tempo delle dittature è tramontato nella cultura occidentale, ad uno stratagemma “tecnico”, ma imperfetto perché manca l’autorità nella sua filiera decisoria. E mi spiego meglio. Il parlamento, è stato di fatto snaturato nella sua funzione istituzionale di generare una volontà dettata dalla maggioranza che esprime per cedere i suoi poteri ad un soggetto estraneo e ancora più umiliante se si pensa che i tecnici solitamente al servizio della politica oggi hanno invertito la loro funzione per dettare le loro regole alla politica. A questo punto tanto sarebbe valso se lo stesso Parlamento avesse deciso di autosospendersi, diciamo per 6 mesi o un anno e non di giocare a rimpiattino con un governo non di sua espressione e che lo condiziona a tal punto che si fa sapere che se dovesse mancare, a questi tecnici per le decisioni che intenderanno prendere, la fiducia finiremmo nel caos. Di certo non intendiamo dire che avremmo dovuto tenerci il governo passato, ci mancherebbe, ma che il suo fallimento avrebbe dovuto portarci diritto alle elezioni anticipate senza se e senza ma e che il partito di Berlusconi avrebbe dovuto subire una solenne sconfitta come sta accadendo con Zapatero in Spagna. Invece oggi si continua parlare di una sua riedizione, sia pure sotto mentite spoglie, in quanto alla sua leadership, per cercare il consenso degli italiani e ritrovarvi la sua maggioranza nel Paese. Come dire: tutto cambiare per nulla cambiare di memoria gattopardesca. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Antipolitica: ragioni e limiti

Posted by fidest press agency su domenica, 2 ottobre 2011

Alte cariche

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Editoriale fidest. Per quanto da anni siamo costretti a digerire nella conduzione della politica in Italia, di certo ci resta solo il disgusto e sicuramente comprendiamo il malessere che da tutto ciò promana. Ma va, tuttavia, fatto un distinguo per meglio chiarire il concetto. La politica, come giustamente ha osservato qualche giorno fa il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, fa parte della nostra vita. Ciò significa che la lettera di Diego Della Valle va intesa nel giusto senso ovvero che la “nausea” non è nella parola e nel suo ruolo espresso nel sociale e civile, quanto nel comportamento di chi si avvale di questa bandiera per farne un vessillo per proprio uso e consumo. E il danno di immagine e la percezione che ne ricaviamo rende ancora odioso questo andazzo poiché rischia di trasformarsi in una tendenza accettata come normale dai soliti opportunisti. E molti dei politici, che oggi rappresentano questa visione comportamentale, sia appartenenti all’attuale coalizione di governo che delle stesse opposizioni, assumono agli occhi dell’opinione pubblica qualcosa di incomprensibile e finiscono con l’identificarsi in una sorta di difesa ad oltranza della casta e con tutte le sue ambiguità e doppiezze. E ancor più grave appare la situazione poiché si ha la convinzione che non sia possibile un ricambio non tanto generazionale ma nel modo di fare politica. Ciò spiega la reazione di chi oggi afferma che non intende andare a votare (siamo già al 30% degli elettori) perché se ha perso la fiducia nel proprio riferimento politico, lo è altrettanto per il suo opposto. Ne deriva un difficile recupero d’immagine anche perché lo stesso ousider espresso 18 anni fa da Silvio Berlusconi, che volle significare una discontinuità nel rapporto politica/elettori, è oggi fallito miseramente. A questo punto anche Diego Della Valle rischia di fare flop in politica poiché la diffidenza potrebbe continuare e per molti si avrebbe l’impressione di un mero passaggio del testimone tra Berlusconi e Della Valle. D’altra parte sarebbe impensabile supporre che vi possa essere, sic et sempliciter, un azzeramento dell’attuale classe politica e la sua sostituzione con personaggi nuovi di zecca. Ciò potrebbe verificarsi ad una sola condizione: se ci fosse una guerra civile e non è certo il caso in cui potrebbe imbattersi l’Italia. Non solo. Anche se ciò accadesse non è detto che il “ricambio” fosse assicurato. La caduta delle stesse dittature dal fascismo al nazismo e al franchismo in Spagna dimostrarono che non pochi dirigenti legati al precedente regime rimasero a galla o furono regolarmente riciclati nel nuovo ordine istituzionale. A mio avviso ci sarebbe una sola risposta: la nascita di un partito fatto di persone in prevalenza legate al mondo del lavoro, non tanto giovani se non altro per potervi riconoscere il loro modus vivendi per il vissuto e la loro non ingerenza nelle pastoie dell’attuale andazzo politico e relativo sistema lobbistico. Alla fine dovremmo dire che non è la politica che va cambiata ma gli uomini che la rappresentano per il loro essere dei fanatici della democrazia, della libertà e della giustizia. Senza dubbi e senza tentennamenti. Forse con ciò entriamo nel mondo delle utopie. Forse. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Manovra: ragioni per lo sciopero

Posted by fidest press agency su martedì, 30 agosto 2011

“Le ultime modifiche alla seconda manovra estiva colpiscono in modo ancor più pesante i lavoratori dipendenti ed i futuri pensionati, attraverso un ulteriore peggioramento del sistema previdenziale che di fatto ad oggi elimina la metà delle pensioni di anzianità, cioè quelle derivanti da riscatto di militare ed università”, afferma Fabrizio Tomaselli, dell’Esecutivo Confederale USB. Prosegue Tomaselli: “Prima le misure che avevano allontanato di un anno il diritto ad usufruire alla pensione; poi l’aumento di 5 anni per le donne, prima del pubblico e poi del privato; poi l’aggancio all’aspettativa di vita e l’ulteriore ritardo di tre mesi per andare in pensione. Ora si attacca la pensione di anzianità, che per oltre la metà deriva da riscatti del militare e dell’università. Se poi, come sembra, tali riscatti non saranno conteggiati neanche per raggiungere i 18 anni al 1995, necessari all’applicazione del regime retributivo invece che contributivo, allora all’aumento dai 4 ai 10 anni di lavoro in più si aggiungerebbe anche un forte salasso economico sulle pensioni”. “In compenso – ironizza il dirigente USB – si ritira il contributo previsto per gli stipendi oltre 90.000 e 150.000 Euro, si lascia inalterata la politica delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni, si continua a tagliare la politica sociale degli enti locali, si bloccano i contratti e si congelano le tredicesime dei pubblici dipendenti, si ammorbidiscono i già limitati tagli ai costi della politica, non si costruisce una lotta seria contro l’evasione e non si applica alcuna patrimoniale”. “Insomma, altro che lo ‘sgarbo’ di cui parla un incredibile Angeletti – conclude Tomaselli – il governo e la confindustria, con l’appoggio dei sindacati complici hanno scelto la strada della lotta di classe: la loro, quella dei ricchi, contro i lavoratori e i pensionati. Sta a noi ricambiare con gli interessi ed iniziare una lunga e determinata mobilitazione a partire dallo sciopero generale del prossimo 6 settembre”.

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La lingua siciliana nelle scuole siciliane

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 aprile 2011

Gli Indipendentisti du Cumitatu Missinisi du  Frunti Nazziunali Sicilianu – “Sicilia Indipinnenti” apprezzano e plaudono sinceramente al via, sia pure  parziale, dato da parte della Commissione Cultura dell’Assemblea Regionale  Siciliana che apre la strada ( finalmente!!) all’insegnamento della Lingua e  della Letteratura Siciliana nelle nostre scuole di ogni ordine e grado.  “ Siamo felici – ha dichiarato il vice Segretario FNS e Responsabile del CMFNS , Fabio Cannizzaro – che le nostre ragioni, le ragioni del F.N.S., i nostri  richiami prima derisi ed accantonati abbiano via via conquistato  l’attenzione culturale e il rispetto politico che meritano.  Restiamo, quindi, in attesa, consci che parecchi difensori dell’esclusivismo  monolingue spaventati e arrabbiati proverranno ad opporsi ancora alla approvazione del provvedimento legislativo evocando pericoli e sventure a  iosa.  Noi saremo qui a vigilare e rintuzzare le loro inessenziali e risentite  obiezioni.  Cannizzaro ha poi concluso:”Non ci sfugge comunque l’importanza della  scelta compiuta dalla Commissione Cultural dell’A.R.S. che segna un  importantissimo passo sulla strada del rilancio e della rivalutazione della  Lingua e della Cultura Siciliana .  E’ questa scelta  qualcosa che merita di essere festeggiato da tutti i Siciliani!

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Afghanistan: le ragioni di una presenza

Posted by fidest press agency su giovedì, 27 gennaio 2011

In una nota del 25 gennaio, indirizzata ai Parlamentari in occasione dell’esame del Decreto Legge sulle Missioni internazionali (DL 228/2010), INTERSOS pone alcune domande sul senso della missione militare in Afghanistan. “Esistono ancora le ragioni perché l’Italia rimanga a combattere in Afghanistan?” Esaminando il DL, Nino Sergi, presidente dell’organizzazione umanitaria, lancia l’allarme sullo svuotamento della cooperazione civile rispetto alla costante crescita degli stanziamenti per gli interventi militari. “Nonostante che il titolo del DL metta in evidenza innanzitutto gli «interventi di cooperazione allo sviluppo» e solo in seconda posizione le «missioni internazionali delle forze armate e di polizia», ai primi vengono destinati solo il 3,6% dei 754 milioni stanziati per il primo semestre 2011: cioe’ 27 milioni, da suddividere tra Afghanistan, Pakistan, Iraq, Libano, Sudan, Somalia, Myanmar”.  Continuando nell’analisi del DL, INTERSOS sottolinea che dal 2008 i fondi destinati alle attività di cooperazione allo sviluppo sono diminuiti del 42%, rispetto all’aumento dei fondi del DL (+50%) da 1 a 1,5 miliardi. Se nel 2008 era fissato un 9,4% del DL per le iniziative di cooperazione, nel 2009 è sceso al 6,1%, nel 2010 al 4,7% ed ora al 3,6%. “C’e’ da sottolineare anche che, con il quasi azzeramento dei fondi previsti dalla Finanziaria per la cooperazione allo sviluppo (0,13% del PIL), per alcune aree rimangono ormai solamente questi pochi fondi stanziati con il Decreto Missioni Internazionali. L’Afghanistan subisce cosi’ una riduzione che impedisce di pensare ad iniziative efficaci e durevoli a favore della popolazione”. Per INTERSOS, “lo strumento militare sta diventando l’unico strumento di intervento; i bisogni della popolazione interessano sempre meno o solo in modo strumentale alla buona riuscita dell’intervento militare”.  Cosciente dell’inquietudine che le domande senza risposta suscitano, Sergi invita i parlamentari che si apprestano al voto del DL a rispondere chiaramente ai molti punti interrogativi, soprattutto a quello fondamentale: “perche’ si continua la missione militare, se la centralita’ della popolazione afgana, con i sui bisogni reali e le sue aspettative, viene meno?  Perche’ si combatte? Esistono ancora ragioni forti, vere e convincenti che giustifichino questa presenza? Sono domande che da alcuni anni attendono risposte chiare che non arrivano. “Oggi, ci sembra che vi siano elementi, come quelli che abbiamo cercato di evidenziare, tali da mettere in serio dubbio, ormai, l’esistenza di tali ragioni. Si tratta – continua Sergi – di un cambiamento nella nostra valutazione della realta’rispetto agli anni passati”, che crea inquietudine ma che deriva dalla perdurante mancanza di coerenza e di risposte chiare in merito. Allargando lo sguardo alle varie crisi internazionali degli ultimi decenni, la nota di INTERSOS evidenzia come la scelta militare sia stata quasi sempre il risultato della sconfitta della politica. diventando così “l’alibi, la facile scorciatoia, la facciata dietro a cui nascondere l’incapacita e l’impotenza politiche, sia all’inizio che nel perdurare di alcune crisi”. In questa prospettiva, aggiunge Sergi, i militari meritano considerazione e rispetto: per senso dello Stato acconsentono a coprire l’inadeguatezza e le carenze della politica, coscienti di cio’ e accettandolo, in ogni caso, come dovere”. Il Decreto Legge sulle Missioni Internazionali e’ ora all’esame della Camera per poi passare al Senato entro febbraio per l’approvazione definitiva.

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Le ragioni dell’uscita di deputati dall’Italia dei Valori

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 dicembre 2010

“Chi ha avuto modo di assistere alla conferenza stampa di oggi, durante la quale è stato comunicato l’ingresso dell’on. Razzi in Noi Sud, probabilmente ha anche compreso le autentiche ragioni dell’uscita di Razzi e del sottoscritto dall’Italia dei Valori” lo dichiara l’On. Americo Porfidia “Sinceramente – spiega l’ex Idv – non è mia intenzione alimentare polemiche strumentali e prive di stile, ma il comportamento del Senatore Pedica (IdV), che da provocatore professionista ha interrotto la conferenza con urla e accuse rivolte a me, agli onorevoli Razzi e Iannaccone, la dice lunga sui metodi e sulle capacità di dialogo interne all’Idv. Se questa è e continua ad essere l’Italia dei valori – conclude Porfidia – sono sempre più convinto della bontà della mio nuovo percorso politico, ora anche condiviso dall’amico Razzi”

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La produzione della Panda in Italia

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 settembre 2010

La proposta della Fiat di riportare la produzione della Panda in Italia, e per di più a Pomigliano d’Arco, non può che avere un giudizio positivo, e non vi sono dubbi che la stragrande maggioranza degli Italiani la giudichi con favore Nel contesto dell’attualità di oggi, nel panorama generale del mondo globalizzato, non è facile trovare un produttore di auto disposto ad investire nel nostro Paese, in particolare in una delle regioni dove la produttività è ritenuta per un insieme di ragioni obiettive molto basse, e dove le normative sui diritti dei lavoratori superano in alcuni istituti di garanzia quello dei Paesi industrialmente più sviluppati. Chi scrive queste note ha avuto a suo tempo modo di toccare con mano i problemi a cui si trovarono di fronte i dirigenti del nascente stabilimento dell’Alfa Sud, e non credo che le cose siano poi cambiate di molto.  Ma ciò che intendo mettere in evidenza in questa circostanza è l’indubbia perdita di potere del Sindacato. Chi ha memoria storica dello sviluppo del sindacalismo in Italia non può fare a meno di rilevare nella proposta Fiat contenuti che trenta anni fa sarebbero stati considerati offensivi per l’intero movimento sindacale operaio, nonché improponibili sul piano politico. Una proposta come questa avrebbe scatenato un pandemonio, per non dire una guerra civile. In primo luogo il modo di porre l’alternativa: “o prendere o lasciare”. E poi lo scambio con garanzie che vanno ad intaccare il diritto di sciopero e altri diritti civili che ormai fanno parte del bagaglio da tempo considerato “inalienabile” Attenzione, non ne sto facendo una questione di merito, non intendo disquisire, una volta di più, se queste condizioni siano o no giuste sul piano di un corretto rapporto di lavoro, ma solo constatare che la proposta contiene obblighi della controparte che costituiscono una regressione rispetto a quanto ormai entrato storicamente nel novero delle conquiste sindacali degli anni passati.  E’ lecito allora chiedersi quali sia la causa che ha provocato tali cambiamenti, e la risposta non può che essere una: la causa determinante si identifica in una sola parola, globalizzazione, non solo delle vendite, ma di tutto il mondo produttivo. Mentre negli anni Sessanta e Settanta la Fiat produceva in Italia la maggior parte dei propri modelli, ed era perciò costretta a subire il ricatto contrattuale da parte del sindacato, ora le parti si sono invertite. La produzione della Fiat è diventata internazionale e solo una piccola parte è concentrata nel Paese di origine. Questa realtà permette non solo di confrontare i diversi stabilimenti sul piano dei costi e della qualità, ma di operare delle scelte strategiche in alternativa tra loro, e di creare condizioni contrattuali con il sindacato in una logica di mercato. Ad esso si è accompagnata nel nostro Paese, negli ultimi trent’anni, un’altra importante trasformazione industriale, un lungo ed inarrestabile processo che gradualmente ha finito per rinsecchire le grandi aziende a favore di una miriade di nuove piccole imprese, nella maggior parte dei casi fondate da fuoriusciti dalla casa madre. La polverizzazione delle imprese e del processo produttivo rende più difficoltoso il controllo delle masse lavoratrici, anche e soprattutto perché il comportamento dei lavoratori cambia radicalmente nel momento in cui, come è possibile in una piccola unità produttiva, essi possono in qualche modo partecipare da vicino alla vita dell’impresa. Tomaso Freddi, consulente d’impresa in sintesi da J Buon Giorno Impresa)

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Editoriale: Le ragioni di una presenza

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 agosto 2010

Editoriale Fidest. Questa estate, rispetto a quelle che ci hanno preceduto, negli ultimi anni, sembra non voler interrompere le tensioni politiche che di recente sono state innescate tra il Presidente della Camera e il presidente del consiglio non tanto e non solo per le loro rispettive cariche quanto per ragioni di leadership. Certo è che alla ripresa dei lavori parlamentari il prossimo mese di settembre questi strascichi polemici li ritroveremo enfatizzati prima di trovare uno sbocco ragionevole nel senso, ce lo auguriamo, non si pensi solo a logiche successorie e di liquidazione coatta degli avversari, ma all’interesse generale del paese. D’altra parte non possiamo ripetere la stucchevole messa in opera della volontà popolare, dei milioni di italiani che pedissequamente votano per l’una o l’altra parte politica solo per il gusto della “sceneggiata”. Se è vero che il 70% degli italiani va a votare dobbiamo anche pensare al restante 30% che diserta le urne e capire se questa forza tanto consistente non abbia un motivo valido per astenersi e se è, almeno in parte, recuperabile. E’ un malessere, ci assicurano, diffuso anche tra chi va a votare. In pratica dovremmo sgomberare il terreno da ciò che ha dato e ci offre la politica in termini di legalità, fedeltà alle istituzioni, rispetto per l’avversario, onestà intellettuale e soprattutto meno annunci e più realizzazioni. Oggi lo stereotipo del politico rassomiglia sempre di più a un bugiardo matricolato, a un opportunista, a un carrierista, a un lobbista e nel giudizio l’opinione pubblica finisce di fare di tutta l’erba un fascio non credendo che ci possano essere, come lo sono, politici onesti e sinceramente votati all’interesse comune. E’ uno scadimento dell’immagine che chi razzola male ha tutto l’interesse ad esaltare per creare confusione, divisioni e discrediti. D’altra parte come possono modesti lavoratori che vivono con le loro esigue retribuzioni ambire a candidature politiche dove la sola entrata in campo li costringerebbe ad affrontare spese insostenibili? La politica sta diventando sempre di più un club esclusivo di chi ha risorse economiche notevoli o è disposto a diventare un servus servorum domini. Ma anche se vi riuscisse che potere reale ha nel cambiare le cose? Si troverebbe come la mitica pecorella circondata da lupi famelici. Ecco perché siamo convinti che le elezioni anticipate, o no, riescono difficilmente ad assicurarci uomini e programmi diversi e garantisti per i ceti deboli. Ma questo non vuol dire gettare la spugna e ingrossare le fila degli astensionisti. Al contrario. Occorre perseverare nella ricerca. Occorre fare cordata: una sorta di banda degli onesti e dare fiducia a chi oggi sa ancora essere onesto come l’operaio che ha trovato tra le macerie di una casa distrutta dal terremoto all’Aquila un sacchetto con dentro un piccolo tesoro e il suo primo pensiero è stato quello di consegnarlo a chi avrebbe potuto restituirlo ai legittimi proprietari. Finché esistono persone del genere anche la politica potrebbe diventare più onesta, ma bisogna avere la capacità di usare il voto non come uno strumento di potere, per gli interessi che non ci riguardano, ma per dare l’opportunità agli onesti di diventare maggioranza. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Teramo: un altro suicidio in carcere

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 aprile 2010

“Il mondo delle Istituzioni e della politica non possono rimanere insensibili all’ennesimo suicidio di un detenuto in carcere, il 22° dall’inizio dell’anno. Un italiano tossicodipendente di 38 anni, con posizione giuridica “giudicabile” e detenuto con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti, si è infatti tolto la vita nel carcere di Teramo. Per quello che ci è dato sapere, ha lasciato due lettere (una alla convivente e l’altra alla famiglia) nelle quali avrebbe spiegato le ragioni dell’insano gesto. La triste, drammatica e periodica regolarità con cui avvengono questi suicidi in carcere impongono una ferma presa di coscienza. C’è bisogno di quella larga convergenza parlamentare che fece approvare quell’indulto del 2006, esperienza fallimentare che fece uscire di galera più di 35mila persone senza però prevedere un contestualmente ripensamento della politica della pena. Auspichiamo dunque che si dia seguito con celerità alle parole dette il 16 aprile scorso dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per affrontare e risolvere il sovraffollamento delle carceri e i tragici casi di suicidio nei penitenziari, e cioè varare un decreto legge che preveda che coloro ai quali manca solo un anno di detenzione vengano consegnati alla detenzione domiciliare. Potrebbe essere un primo importante passo”. E’ quanto dichiara Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE, la prima e più rappresentativa organizzazione di Categoria, alla notizie dell’ennesimo suicidio in carcere.
“A Teramo sono detenuti più di 380 detenuti per 230 posti letto regolamentari e mancano più di 15 unità di Polizia penitenziaria in organico. Ed oggi abbiamo, come è noto, più di 67mila detenuti in strutture carcerarie con una capienza regolamentare di poco superiore ai 43mila posti letto. Tutto questo va a tutto discapito della dignità umana dei reclusi, che deve’essere comunque garantita, ma soprattutto delle difficoltà operative e lavorative delle donne e degli uomini del Corpo di Polizia Penitenziaria, sotto organico di oltre 6mila unità.  Già il Piano carceri del Governo prevede di introdurre la possibilità di detenzione domiciliare per chi deve scontare solo un anno di pena residua e di messa alla prova delle persone imputabili per reati fino a tre anni, che potranno così svolgere lavori di pubblica utilità. Altrettanto importante è che il Governo acceleri le procedure per assumere i 2mila Agenti di Polizia Penitenziaria, previsti nel Piano carceri. Ma se davvero si vuole risolvere l’emergenza penitenziaria con l’auspicabile contributo di tutte le forze politiche parlamentari bisogna “darsi una mossa”: senza se e senza ma”.

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Manca la coesione della struttura politica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 31 marzo 2010

Editoriale fidest Queste ultime tornate elettorali ci hanno dato un segnale significativo: è aumentato l’astensionismo. Su questo punto riportiamo in un altro nostro post  qui il parere di uno psichiatra il prof. Massimo di Giannantonio per il quale è prevalso nell’elettore l’attenzione al proprio particolare rispetto al generale, al pubblico. Se è giusta questa diagnosi la terapia è difficile d’adottare in quanto il paziente risponde con l’effetto nocebo. Per lui, per dirla in altre parole, ciò che gli accade in famiglia, nel lavoro, nei rapporti sociali interessa sempre meno gli altri e in peggio se pensa ai politici e alle istituzioni. Incomincia a pensare che deve arrangiarsi da solo alzando sempre di più uno steccato tra il suo ambito famigliare e affettivo e il resto del mondo. Questa compressione della sua identità è motivata da ragioni, purtroppo, obiettive. In primo luogo non si sente tutelato. Non avverte la presenza di un’autorità che cerchi in qualche modo di dargli sostegno nei momenti di difficoltà e ve ne possono essere tanti: la disoccupazione propria e dei figli, il disagio degli anziani, la difesa degli interessi legittimi, una volta che ricorre alla giustizia, perché lenta, farraginosa, costosa e ancora una istruzione sempre più carente e costosa tanto che i master e gli stage post diploma e laurea diventano una regola e a prezzi sovente proibitivi per detentori di redditi medio-bassi. Si ha poi una sanità che sta marciando sul piano inclinato di una spesa che penalizza le famiglie senza un ritorno efficace. Sembra quasi che la filosofia delle società farmaceutiche sia quella di avere tanti, tantissimi malati cronici che hanno un bisogno crescente di medicine per tutto l’arco della propria esistenza e non certo possono pensare a soluzioni che portino la piena guarigione. Ne andrebbe dei loro profitti. E qui s’innesta la spirale egoistica di quanti cercano di speculare sugli altri per trarne benefici economici. La politica non sembra contenere queste devianze, anzi in taluni casi ne è complice. A questo punto siamo consapevoli che stiamo avvicinandoci ad un limite che precede la barbarie dell’homo homini lupus e allora perché non usciamo dal nostro guscio e diciamo basta a chi vuole schiacciarci con il suo peso invece di ricorrere allo strumento più sbagliato dell’astensionismo? La miglior difesa è l’attacco. Incominciamo con il dare fiducia a chi cerca di scuoterci e di farci capire che siamo una grande maggioranza, una maggioranza schiacciante e non meritiamo di essere umiliati e beffeggiati.(Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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No AL G3 Italia-Libia-Malta

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 febbraio 2010

Dichiarazione del Senatore Marco Perduca, co-vicepresidente del Partito Radicale Nonviolento, eletto Senatore nelle liste del Pd: “E’ inaccettabile che piuttosto che ascoltare le ottime, puntuali e circostanziate ragioni del Governo svizzero il capo della nostra diplomazia si precipiti a convocare un G3 col ministro degli Esteri libico, Mousa Kousa, e quello maltese, Tonio Borg, per discutere della crisi dei visti tra la Libia e i Paesi del Trattato di Schengen. Insistere con la svendita di quel poco di reputazione di rispetto e promozione dei diritti umani di cui godeva l’Italia, anche a seguito della campagna per la moratoria universale della pena di morte, per rendere omaggio al “partner strategico” di d’alemiana memoria, e’ una responsabilità grave che il Governo si dovrebbe assumere di fronte al parlamento e non nelle segrete stanze della Farnesina”.

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