Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 30

Posts Tagged ‘raniero la valle’

Tutti stranieri, nessuno straniero

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 giugno 2018

Nella lettura biblica prima della festa del Corpus Domini, sabato scorso, Marta Tedeschini Lalli, una suora camaldolese, ha ricordato che in una liturgia romana della Messa, ora non più in uso, c’erano due “epiclesi”, cioè invocazioni, prima della consacrazione; nella prima si chiedeva, come di consueto, che il pane e il vino si trasformassero nel corpo e nel sangue di Cristo, nella seconda si chiedeva che i partecipanti al rito si trasformassero essi nel corpo e nel sangue del Signore: questo infatti è l’eucarestia. Ciò comporta un significativo rovesciamento perché alla luce di questa più acuta percezione della fede, attestata del resto nei primi secoli del cristianesimo dai Padri della Chiesa, il pane e il vino sono quelli che diventano il “corpo mistico” di Cristo, nel “mistero” che non si vede, mentre gli uomini, le donne, i poveri, i popoli, la storia, diventano il “corpo reale di Cristo”, che si vede. “Non è un’immagine, ma è realmente carne” ha scritto di recente la Civiltà Cattolica.
Questa, come cristiani, è la buona ragione per cui amiamo gli uomini e le donne, “presenza reale” di Dio , per cui pensiamo e facciamo politica, ci struggiamo per la storia, e ora anche per l’ecologia, incuranti del falso dibattito se sia più laico chi nomina o chi non nomina Dio, chi non pretende o chi pretende il crocefisso nelle scuole.
Un altro gesuita, Henri De Lubac, commentando un testo della “Didaché”, ci ha trasmesso la celebre analogia: “Come il pane e il vino sono formati da una miriade di chicchi di grano e di gocce spremute da grappoli d’uva, così questa comunità si forma dall’unificarsi di tutte le persone che partecipano all’eucarestia e diventano membri dell’unico corpo di Cristo”. Le analogie non sono innocue; e questa, portata fino in fondo, dice che questa unità si realizza, secondo il gesto compiuto da Gesù, se il pane viene spezzato, e in quanto spezzato viene poi condiviso e così si ristabilisce l’unità.
Così è dell’unità di tutti gli uomini tra loro. Prima essa è spezzata, frantumata, dispersa; poi, in forza della condivisione realizzata tra loro, essi giungeranno all’unità.
Oggi siamo all’umanità spezzata; e mai la sua carne è stata più frantumata e lacerata come da quando celebriamo la libertà della globalizzazione. Si tratta della libertà per cui tutto può andare dappertutto; ma questa libertà di muoversi per tutti i luoghi e in tutte le direzioni, l’abbiamo istituita e riservata solo alle cose: al capitale, alle merci, alle fabbriche depurate dagli operai, alle manifatture, ai servizi, ai call center, ma non l’abbiamo data alle persone. In questa sua attuale forma economica e finanziaria la globalizzazione non può realizzarsi che in forza di un capitalismo integrale, di quel neoliberismo ignaro delle persone e dei corpi che in un altro universo di valori viene chiamato “globalizzazione dell’indifferenza”.
È questa umanità spezzata che va ora ricomposta. Viene perciò il tempo dell’umanità condivisa. Il compito più grande, il vero cambiamento non solo per l’Italia, ma per l’Europa e per il mondo, è di portare all’unità la carne spezzata delle nostre storie divise, mediante culture e politiche di condivisione, estendendo alle persone la libertà di muoversi e di stabilirsi che abbiamo dato alle cose. Per questo lo slogan “Prima l’America”, o uno che fosse “Prima i bianchi”, ma anche, quello oggi più in auge, “Prima i cittadini”, sono contro il nuovo traguardo dell’umano. Perché siamo tutti di colore, e siamo tutti stranieri. Infatti se siamo cittadini per noi, siamo stranieri per gli altri, e perciò ognuno è all’altro straniero, e di conseguenza nessuno è straniero. Certo non è per oggi raggiungere questo traguardo, ma a partire dal nuovo globalismo di oggi, questo è il cammino da iniziare, su questo va giudicato ogni cambiamento e promessa di cambiamento.
Quanto al governo che si è presentato alle Camere, staremo a vedere, con vigilanza, nello stesso spirito con cui abbiamo seguito la lunga crisi seguita alle elezioni del 4 marzo. Avevamo detto nella nostra newsletter n.72 del 7 marzo (“Una felice discontinuità”) di amare tutte e due le Italie uscite dalle urne, raffigurate nelle cartine mostrate in TV, quasi tutta di un colore l’Italia del Nord, tutta d’un altro colore quella del Sud; ora si è fatta viva una terza Italia, contrapposta alle prime due e ferocemente critica del governo che esse hanno fatto insieme; e noi amiamo anche questa, tutte e tre come un’Italia sola, con un amore fatto di stima e di rispetto.
Per questo non siamo d’accordo con i toni alti di chi denuncia una “viltà generale” perché si è permesso che andasse al potere “l’estrema destra razzista e golpista”, descritta come pari o peggio del fascismo, “con o senza distintivo”, cosa non vera; né siamo d’accordo col disprezzo con cui è guardata la nuova maggioranza; né ci ha disturbato la spavalderia di cui sono stati accusati i “Cinque stelle” quando sono saliti tutti compatti alla festa del Quirinale come se entrassero in una terra di conquista; può darsi che dessero questa impressione, ma era la prima volta dalla “inequa” unità d’Italia che il Sud giungesse al Quirinale e nei sacrari del potere non nelle umiliate vesti del Gattopardo.
Ci ha interessato di più l’anatema di Berlusconi che ha accusato l’inedita alleanza costituitasi in italia di “pauperismo e giustizialismo”: un’accusa che va decodificata, perché oggi per mettere alla gogna il buono si dice “buonismo”, per neutralizzare il popolo si dice “populismo”, per invalidare la sovranità si dice “sovranismo” e per liquidare la fede si dice “fideismo”. Così per dire povertà si dice pauperismo, e per dire giustizia si dice giustizialismo. Dunque, così decodificata la condanna di Berlusconi l’accusa alla nuova maggioranza è quella di accorgersi della povertà. di volervi porre rimedio, e di fare giustizia. In verità lotta alla povertà e giustizia sarebbe un magnifico programma di governo, e Berlusconi stesso lo addita deprecandolo, dopo l’opposto messaggio da lui trasmesso per anni con i suoi governi e le sue televisioni. Magari fosse così, fosse questa la cifra del governo, non ne siamo affatto sicuri, e non solo per i limiti suoi e dei suoi attori principali, ma perché dovrebbe cambiare profondamente la cultura non di un’Italia, ma di tutte e tre, e ancor più, non solo dell’Italia, ma dell’Europa e dell’Occidente. Dunque staremo a vedere, con molta vigilanza, sperando sempre che ciò che nasce cresca, che il nuovo non fallisca, che il meglio accada, perché il “tanto peggio tanto meglio” non è solo un ossimoro, è un delitto. (Raniero La Valle fonte: Chiesa di tutti Chiesa dei poveri)

Posted in Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

I protagonisti dell’ultima ora della politica italiana

Posted by fidest press agency su domenica, 3 giugno 2018

Scrive Raniero La Valle: “la ripresa del processo politico italiano con l’avvio del governo derivante dalle elezioni del 4 marzo, ci consente di porre fine all’astinenza che nella Newsletter n. 94 del 29 maggio scorso avevamo adottato per non intervenire dal sito nel momento più duro dello scontro politico. Mi sembra giusto ora riprendere il discorso a partire dall’immagine della “tragedia greca” a cui nell’opinione espressa quel giorno in altra sede avevamo confrontato la crisi politica in atto. Questa immagine serviva a cogliere i moventi profondi e perfino inconsci che avevano spinto i protagonisti della crisi, così come oggi può aiutarci a valutarne gli sviluppi. Non intendo però dare un giudizio politico; molti, anche della nostra più stretta cerchia di amici, sono affranti per la formazione del governo Conte con Savona Salvini e Di Maio, e non voglio contraddirli; dico solo perché non credo che il fallimento sarebbe stata una soluzione migliore. Non lo credo per la ragione per cui abbiamo lottato per tutta la vita, e a volte fatto anche scelte difficili e dolorose, e perfino laceranti nella nostra comunità ecclesiale; e la ragione è che quando la democrazia giunge a un blocco per la quale non può più proseguire, bisogna fare le scelte anche più ardue perché non venga meno il principio potente che è alla base di tutto, che è quello dei numeri, che è il governo dei più, non dei più forti; perché è vero che la democrazia non sta solo nei numeri (perciò ci sono le Costituzioni) ma senza i numeri non c’è affatto democrazia; e la democrazia non sta in natura, è un prodotto della ragione, può finire. E la seconda ragione per cui un fallimento sarebbe stato distruttivo non solo della democrazia ma della stessa politica, è che non si può dare per acquisito che le forme e le regole del capitalismo – anche costituzionalizzato e tradotto in regime come lo è purtroppo nei Trattati europei – non si possono cambiare e addirittura nemmeno discutere.
L’analisi che di questa drammatica esperienza è ora utile e necessario fare, al di là di quelle di partito, è un’analisi di antropologia politica. Perché quello che colpisce è quanto, contro la stessa lezione di Machiavelli, i diversi soggetti abbiano operato in questa vicenda, quasi spinti da un fato, a favore non di se stessi ma dei propri “nemici” e in modo da far accadere precisamente ciò contro cui più strenuamente combattevano; si potrebbe dire, in termini colti, che si è assistito a una gigantesca eterogenesi dei fini.
Per primo è capitato al presidente Mattarella, che giustamente voleva tutelare l’euro, la pace sociale e i risparmi degli italiani. Ma proclamando ufficialmente dalla città sul monte del Quirinale che il diniego a Savona era motivato dal fatto che il suo insediamento all’Economia avrebbe potuto essere visto come tale da “provocare probabilmente o addirittura inevitabilmente la fuoruscita dell’Italia dall’euro”, mentre assicurava che quel governo non ci sarebbe stato, certificava nello stesso tempo che in Italia c’era già in atto, e non solo in ipotesi nel futuro, una maggioranza dell’elettorato e di seggi parlamentari pronti a buttare a mare l’euro e a tornare alla lira. Di qui il panico dei mercati, la febbre delle cancellerie, il salto in alto dello spread, i miliardi bruciati nelle borse di mezzo mondo.
Il secondo a farsi del male è stato Di Maio che precipitandosi nel baratro della richiesta di impeachment dimostrava l’immaturità politica del movimento, distruggeva la credibilità istituzionale acquisita nella sua lunga marcia da forza anti-sistema a ortodosso innovatore del sistema, e lanciava un’inopinata ciambella di salvataggio al suo maggior nemico, il partito democratico, che poteva tornare sulla scena issando lo stendardo del Quirinale e proponendosi come albergo di una santa alleanza a difesa del santo Graal monetario e del reddito di sussistenza degli italiani a rischio di miseria.
Terzo è stato Salvini, che nella sua scaltrezza disinnescava la mina dell’impeachment, ma perdeva il valore aggiunto di chiave di volta di una maggioranza parlamentare e, risucchiato nell’alleanza di destra, rimetteva in corsa il cavaliere che era il suo vero antagonista e che si affrettava a candidarsi lui stesso al governo per salvare la patria.
Quarto Renzi, che perorava l’immediato abbandono della nave ammutinatasi il 4 marzo e voleva nuove elezioni già il 29 luglio, per lucrare il dividendo del disastro e recuperare qualcosa dei consensi perduti, destinati invece in tal modo a perdersi sempre più.
Quinto, Romano Prodi, che a difesa di tutta la politica interna ed estera seguita dall’Italia dal dopoguerra ad oggi (in cui egli stesso ha avuto gran parte dall’IRI all’euro, da Roma a Bruxelles) ha chiesto di fare delle prossime elezioni un referendum sullo stare o fuoruscire dall’euro, ormai identificato con l’Europa, chiamando alla lotta un ampio schieramento di forze politiche e sociali. Il paradosso sta nel fatto che il referendum sull’euro, illegittimo per la Costituzione, è stato finora ragione di veemente accusa contro coloro che lo volevano promuovere; e se ora è il ceto istituzionale stesso che lo vuole indire sotto le mentite spoglie delle elezioni politiche, se lo si perde, come Renzi ha perso il suo, non c’è più Mattarella che tenga e l’euro se ne va in frantumi. Prova questa che la politica, quando è schiacciata sul paradigma del denaro, diventa ciò che del denaro è la massima sfida: un gioco d’azzardo.
Sesto, il coro del circuito mediatico e televisivo che a forza di manipolare l’informazione rischia di non poter informare più. Ne è stato esempio la falsa e devastante notizia diffusa dall’Huffington Post sull’uscita dall’euro e dal debito che sarebbe stata contenuta nella prima bozza del famoso “contratto”, quando invece era un “draft” proposto all’inizio da uno dei partecipanti alla trattativa; con la conseguenza che qualunque altro negoziato futuro dovrà avvenire in segreto senza informazione alcuna, secondo l’antica saggezza del Conclave che stacca ogni comunicazione col mondo e si fa vivo solo con segnali di fumo.
L’unico a uscire indenne da questo generale autolesionismo è stato il povero Conte, dileggiato come il Signor Nessuno, l’Uomo Qualunque o il Cavaliere inesistente, uscito di scena con dignità e poi silenziosamente riapparso “nei pressi di Montecitorio” nel giorno peggiore della crisi, dando occasione alla TV che ne ha colto al volo l’immagine di riaffacciare quell’ipotesi di governo che poi si è realizzata. E altrettanto bene Cottarelli, che ha lasciato il Quirinale affermando che la soluzione di un governo politico era di gran lunga migliore di quella “tecnica” da lui stesso tentata, e ponendo fine alla febbre delle elezioni da rifare.
Questo è stato l’angoscioso scenario della crisi, fino a quando un ravvedimento operoso ha mostrato che a decidere può non essere il fato, o un’altra astrazione idolatrica simile a lui, ma può essere la politica, cioè l’intelligenza e il cuore delle persone. Così Mattarella ha fatto finta di non ricordarsi che Di Maio gli voleva scatenare l’impeachment; Di Maio ha avuto l’umiltà di riconoscere il suo errore e di chiederne scusa; Salvini ha mostrato che il governo davvero lo voleva fare e non, come tutti lo accusavano, di voler approfittare a spese del Paese del vento in poppa elettorale; Savona ha accettato di passare come un ministro senza portafoglio da tenere sotto sorveglianza; di Conte e Cottarelli abbiamo detto.
Ora che il governo c’è, ognuno torni al suo ruolo, di maggioranza o di opposizione, di appoggio o di critica. Per quanto ci riguarda il criterio supremo sul quale giudicarlo è quello della salvaguardia e dell’onore offerti allo straniero, perché “ricordatevi che anche voi siete stati stranieri in Egitto”. E non sta questo alla base della famosa tradizione giudeo.cristiana rivendicata nei comizi giurando sulla Costituzione e sul Vangelo e con il rosario in mano, con la promessa che “gli ultimi diventeranno i primi”? (Raniero La Valle – fonte: Chiesadituttichiesadeipoveri.it)

Posted in Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , | Leave a Comment »

La tragedia greca nella politica italiana

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 maggio 2018

Come nella tragedia greca, dove pur accadono i fatti più terribili, tutti avevano ragione, e una ragione più forte di loro che li spingeva. Aveva ragione in via di principio Mattarella, a rivendicare i poteri di nomina dei ministri datigli dall’art. 92 della Costituzione, e a temere Savona nel governo, spaventato com’era, anche se più del dovuto, per la minaccia della macchina da guerra turbo-capitalista, già giunta all’insulto a un’”Italia pezzente”, rea di uno sgarro verso la moneta sovrana. Aveva ragione il presidente incaricato Conte a insistere per quella nomina, proprio perché egli non era un tecnico messo al governo per fare i compiti imparati alla Bocconi, ma era un politico investito da compiti nuovi da un mandato popolare attraverso le forze politiche che avevano vinto le elezioni. Aveva ragione Salvini a non cedere sul nodo centrale della sua proposta politica volta a rimettere in discussione i rapporti di forza creati dalla moneta unica europea, perché la rinuncia a farlo, senza nemmeno provarci, significava rinuncia alla politica pur di avere il potere, il che sarebbe stato la definitiva catastrofe della politica e il suicidio del suo partito. Aveva ragione Di Maio a tener fede al patto stipulato con Salvini, perché era lo stesso patto o “contratto” appena promesso agli italiani, e stracciarlo, buono o cattivo che fosse, significava distruggere la differenza che aveva fatto grande il Movimento 5 stelle e che ora lo legittimava a governare. E aveva ragione Savona a dire che lui non chiedeva niente, tantomeno di fare il ministro, ma che le idee sono idee, e quelle non si barattano al primo guaito dei cani da guardia.
Insomma era un quadro in cui tutti finivano perdenti; e perdente è stato anche chi l’ha avuta per vinta, il presidente della Repubblica, perché egli può non nominare un ministro ma a Costituzione invariata non può farlo in nome di un’altra linea politica, perché in una democrazia parlamentare la politica la scelgono gli elettori e il Parlamento, e non gli organi di garanzia, che, facendolo, cessano precisamente di garantire; come farebbe la Corte Costituzionale se invece di dichiarare incostituzionali le leggi, si mettesse lei a legiferare per fare le leggi giuste.
Come spesso nelle tragedie greche, l’unico veramente ad avere torto è stato il coro. Bisognerebbe avere l’acutezza di René Girard nell’interpretazione dei miti greci, per descrivere tutta la forza di interdizione, la falsa sapienza e l’orgia dei luoghi comuni messi in campo dal circuito mediatico e informativo per vituperare e sbeffeggiare il governo nascente, quel coro che ventiquattro ore su ventiquattro ha spiegato al “pubblico” che arrivavano i barbari. Questo del coro che si finge oggettivo e neutrale sta diventando uno dei maggiori problemi della democrazia italiana nella formazione del consenso, all’ora in cui non si fa più politica, ma solo la si racconta, e chi ha gli strumenti del racconto, incurante della verità, impone la sua egemonia e porta il Paese dove non vuole andare.
Come nella tragedia greca, anche qui c’è una vittima, e c’è un sacrificio. In questo senso il caso Savona ha un valore cruciale, nello svelare qual è il vero problema.
Che cosa aveva detto Savona? Aveva detto che fatto l’euro, bisognava fare l’Europa, perché non era ammissibile una moneta senza una sovranità, e perciò una politica che la governasse; in democrazia si sa chi è il sovrano, il popolo, e se quello è spodestato, sovrana diventa la stessa moneta. Perciò alla moneta unica doveva seguire l’unità politica dell’Europa, in mancanza della quale le diverse sovranità nazionali sarebbero rimaste in conflitto, come infatti è avvenuto, mentre, in attesa, l’unione corretta tra loro avrebbe dovuto essere, come un tempo, quella di un mercato comune. Questo oggi non è più possibile, per i fatti compiuti. È chiaro che dall’euro non si può uscire, e tantomeno dall’Europa, e Savona ha spiegato che non voleva affatto questo, ma un’Europa più forte e più equa. La sua tesi che spinge all’unità politica si può pertanto discutere, ma certo non era antieuropeista, anzi era più europea; gli euroscettici sono quelli che impazziscono per l’euro, ma lo vogliono indipendente dall’Europa. Tanto poco populista e sovversiva è questa tesi che l’unità politica dell’Europa, perché non fosse anarchica l’unione economica, era stata l’idea dei padri fondatori ed è stata rivendicata in questi anni dai ceti intellettuali e politici più avveduti, e sostenuta dai migliori costituzionalisti e filosofi del diritto, a cominciare da Ferrajoli. Del resto è sempre stato così. La moneta rappresenta un sovrano. Se non fosse stato così Gesù non avrebbe potuto dare la famosa risposta del “date a Cesare”. A Roma, dopo l’imperatore Antonino Caracalla, che la coniò, l’antoniano fu la moneta più diffusa, e ogni imperatore ci metteva la sua faccia. Ma oggi, a quale Cesare si darebbe l’euro, per dare a Dio ciò che è di Dio?
Ed è tanto poco eretica e tanto perfettamente fattibile l’idea che il denaro vada governato, che un dettagliato documento pubblicato in questi giorni dalla Congregazione per la dottrina della fede lo suggerisce e spiega anche come si fa. È intitolato, con la classicità del latino, “Oeconomicae et pecunariae questiones”. È un testo difficile per i non addetti ai lavori, e forse non c’entra col Paradiso; ma sarebbe bene che gli addetti ai lavori lo leggessero, perché dice che se ne può parlare, che il controllo della finanza si può fare, che le ricette ci sono, magari si possono discutere e preferirne altre, ma le “cose pecuniarie” non sono un tabù, non sono l’arca dell’alleanza, non è il dogma trinitario; del denaro, dell’euro, della finanza, del rapporto fra economia e politica si può discutere, le cose sono nelle nostre mani.
La tragedia che è stata rappresentata è che invece la finanza, i mercati, il debito, il rating, il pareggio, il 3 per cento, non si possono neanche nominare, non ci appartengono, sono custoditi nel forziere del tempio, e basta un accenno a voler scostare il velo, a guardare cosa c’è dietro, cosa si nasconde dietro il fumo delle vittime e degli olocausti, ed ecco che scattano come furie le prostitute sacre e le vestali del tempio, e dicono: no, questo governo non si deve fare, questo tipo non deve essere ministro, e come il bene diventa spregevole se lo si chiama buonismo, così il popolo diventa spregevole solo che si abbia l’avvertenza di chiamarlo populismo, così come la sovranità se diventa sovranismo. Non che non ci fossero problemi seri col populismo italiano e con le pulsioni securitarie di Salvini, ma non per questo ci si è stracciate le vesti.
Questa è la vera tragedia, e mentre fioccano le accuse di fascismo, spunta la nuova intimazione del regime, da mettere in tutte le banche e in tutte le cancellerie, e in tutti i Parlamenti dell’Unione: “Qui non si fa politica, si specula”. Ma noi ci possiamo stare? Nei settant’anni della nostra Repubblica, è la seconda volta che un voto popolare viene neutralizzato e che un processo politico, lungamente perseguito, viene intercettato e impedito nel momento in cui l’elettorato lo promuove, dandone mandato alle due forze vincitrici nelle urne. La prima volta lo fu in modo terribile e cruento, e fu il caso Moro, che si consumò non senza input esterni, e anche grazie al fatto che la DC, il PCI e il presidente della Repubblica del tempo, non seppero fare la scelta giusta per rispondere alla sfida. Nulla di paragonabile oggi; i tempi sono cambiati, non c’è nessuna violenza, e nemmeno ci sono segreti che restano nascosti, la DC non c’è più, e non c’è che il PD che avrebbe dovuto ereditare quella lezione e che invece è oggi il maggior responsabile del rischio in cui è finita la Repubblica. Ma anche questa volta la democrazia è in questione, e le conseguenze possono essere devastanti. Dunque è giusto in questo momento di crisi della politica, salvare le istituzioni, a cominciare dalla democrazia rappresentativa e repubblicana. (Raniero La Valle)

Posted in Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , | 1 Comment »

Raniero La Valle: Con Trump e la politica in pezzi teniamo ferma la garanzia della Costituzione

Posted by fidest press agency su domenica, 13 novembre 2016

raniero-la-valleDiscorso tenuto il 9 novembre nell’Auditorium Fabia Gardinazzi di Viadana (Mantova). “Il 9 novembre al Centro Sociale di Salerno ho partecipato a un incontro sul referendum il cui titolo era: “Le ragioni del Sì, quelle del No, le ragioni del dubbio”.Il prof. Alfonso Conte che mi interrogava mi ha rivolto una domanda cruciale: “davvero se si vota Sì si innesca una deriva autoritaria, ed è a rischio la stessa democrazia? E si può pensare che un Renzi, che cita La Pira e vanta una formazione da scout, proponga una riforma che è contro i poveri e manca di lealtà verso la democrazia?”.A questa domanda ho risposto appellandomi alla terza delle tre ipotesi in discussione: le ragioni del dubbio.Non è certo che con la nuova Costituzione della Boschi e di Renzi si prepari un futuro autoritario e che la democrazia vada perduta. E’ vero, si diminuiscono le difese e si aprono dei varchi, ma non si può dare per certo che la democrazia perisca, né che, al contrario, essa continui e si rafforzi. Sulla scorta delle analisi dei maggiori costituzionalisti, è lecito il dubbio; anzi proprio il dubbio è la posizione più ragionevole.Ma il problema è: quando sono in gioco la democrazia, la pace sociale, i giusti rapporti tra il popolo e il potere, possiamo permetterci il dubbio? Noi sappiamo bene quanto questi valori, di recente acquisiti, siano costati, in lotte, dolori e sangue; sappiamo quanto sia vitale che mai più siano perduti e sappiamo che cosa essi valgano per noi e per i nostri figli, proprio i figli a beneficio dei quali si dice che sarebbero fatte “le riforme”. Possiamo giocare d’azzardo, mettere sul tavolo verde democrazia e libertà, nel dubbio scommettere che il potere non abusi dei suoi nuovi artigli, in nome di procedure più stringenti e spicciative?Se il dubbio non è rimosso (e non è nemmeno il cambiamento della legge elettorale che potrebbe scioglierlo) e la democrazia è a rischio, occorre far ricorso, al principio di precauzione che è quello che si deve adottare quando sono in gioco valori supremi, come la stessa vita. E’ questo ad esempio il principio che viene invocato nelle discussioni sul futuro della terra, quando si dibatte se davvero il sovvertimento climatico provocato dall’uomo possa mettere fine alla vita sulla terra: nel dubbio, e prima che l’irreparabile accada, responsabilità vuole che si faccia la scelta dettata dal principio di precauzione; devono essere bloccate o diminuite le possibilità stesse che ciò accada.Questa scelta di responsabilità tanto più deve essere fatta quando con l’elezione di Trump in America tutte le previsioni, anche le più scontate, sono saltate; il fallimento della globalizzazione (che è in realtà il nuovo nome del capitalismo), l’incapacità della politica a dare risposte al problema di 62 milioni di fuggiaschi, di profughi e di migranti gettati nel mondo, stanno provocando reazioni angosciose negli elettorati e hanno aperto una nuova fase nella storia del mondo, in cui tutto è possibile. Non sono colpite le ideologie, ma la vita, le case, gli ambienti vitali, il futuro delle persone. Guerra ed esodo, che ci sono sempre stati, stanno assumendo, con la loro pervasività universale, caratteristiche nuove e distruttive non solo delle cose, ma del nucleo più profondo della personalità umana.Una psicoterapeuta, adusa alla frequentazione di queste sofferenze, Anna Sabatini Scalmati, così ha evocato questi due fenomeni in una relazione a un convegno su “Psicoanalisi e luoghi del trauma sociale”, tenutosi il 22 ottobre a Lecce.
“Nelle aree di guerra – ha detto Anna Sabatini – la morte lavora all’ingrosso, conta il numero dei ‘colpiti’ con cifre a più zeri, annienta la vita psichica; i bombardamenti trasformano in cumuli di macerie i luoghi di culto; i monumenti – rimandi culturali eretti a memoria di eventi fondativi della comunità; le abitazioni civili, gli edifici che il contratto sociale ha eretto a protezione della vita: ospedali, scuole, palazzi della politica, istituti culturali, ecc…“La guerra mette tra parentesi l’interdetto delle tavole della legge, rende lecito l’uccidere, ottunde l’autorevolezza dei garanti metasociali, svilisce la Dichiarazione universale dei Diritti. Distrugge le infrastrutture: la rete idrica, elettrica, i ponti e le linee di comunicazione. Semina la terra con mine antiuomo, rende insicure l’agricoltura e la pastorizia: antiche, primarie fonti di sussistenza.“La guerra opacizza il lutto. Dei bombardamenti si conosce il numero approssimativo dei morti; ma il macroscopico oblitera il microscopico. Si piangono i singoli, non le migliaia; più il numero è grande, più l’individuo, la singolarità, l’unicità della sua esperienza, scompare.
E riguardo allo sradicamento di uomini e donne in fuga dalla loro patria, e al rifiuto di accoglierli, la relatrice dice:“Non indignarsi di fronte ai fatti che sbarrano la strada alle popolazioni in fuga da una morte certa ci spoglia di ogni innocenza. Tra le vittime e gli oppressori, sottolinea Escobar, ‘tra chi fa e chi guarda non c’è un confine netto, ma un’area grigia nella quale gli ‘innocenti’ rischiano di trasformarsi in complici. Si tratta di un rischio che riguarda tutti, e che a tutti tocca di valutare’.
“L’imponente flusso dei profughi dei nostri giorni avanza con rischi che l’intera comunità è chiamata ad affrontare affinché le diversità culturali non degenerino in metastasi sociali e non umilino con divieti paranoici – no al Burqa, no al Burqini – la comunità. Lo ‘spettro che si aggira per l’Europa’, non è l’umanità in cerca di salvezza, ma l’intolleranza verso l’altro, il diverso. Intolleranza che corrompe le coscienze, virus che con inattesa rapidità infetta intere nazioni e rende il vicino di ieri il nemico di oggi”. Resta la domanda: si può pensare che riformatori che vengono da tradizioni democratiche, da esperienze cristiane, da ideologie di sinistra, con le loro ostinate proposte di riforma vogliano mettere a rischio costituzionalismo e democrazia?
Respingendo qui la tentazione del dubbio, si può rispondere di no. Però spesso in politica c’è un’eterogenesi dei fini. Per calcoli sbagliati, o incauti, o un’insufficiente etica pubblica, si può aprire la strada a esiti non voluti. A vedere certe esibizioni sul referendum, soprattutto quelle televisive, si direbbe che questa riforma sia più frutto di ignoranza che di cattiveria. Ma questo rende ancora più doverosa l’adozione del principio di precauzione, e tanto più dopo la vittoria di Trump, che mostra che cosa succede quando a governare sono le banche e il denaro, e la gente cerca un’altra offerta politica. E se le offerte politiche alternative non sono all’altezza della sfida, come ultima difesa resta la Costituzione. Chi ha il potere e maldestramente lo usa, può finire, e condurre altri, dove non voleva. C’è una figura famosa in letteratura che è quella dell’apprendista stregone. Quando ero giovane non ero abbastanza colto da aver letto la ballata di Goethe L’apprendista stregone ispirata a un testo di Luciano di Samosata, però fui colpito dal film Fantasia di Walt Disney, in cui l’incauto apprendista per rubare il mestiere al maestro stregone mise in movimento delle forze incontrollabili che non fu più in grado di far rientrare nell’ordine. Anche se gli apprendisti stregoni sono in buona fede, basta un No per impedire loro di nuocere. (Raniero La Valle in avstract)

Posted in Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

La “Civiltà Cattolica” e Renzi come destino

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 maggio 2016

la-costituzione-della-repubblica-italianaSi direbbe che i nomi che cominciano per “Occhett” non evochino un futuro rigoglioso per la democrazia italiana. Il primo, che era Achille Occhetto, rase al suolo la sinistra italiana, distruggendo durevolmente il sistema politico del Paese, fino agli esiti che oggi conosciamo. Il secondo che è il padre Francesco Occhetta, in un inciso di un lungo e problematico articolo della Civiltà Cattolica, lancia una scialuppa di salvataggio a un Matteo Renzi che rischia di naufragare con la sua nuova Costituzione, ipotizzando un “auspicabile successo del referendum”, che significherebbe in realtà il ribaltone costituzionale della democrazia.
Secondo i giornali, con l’articolo di padre Occhetta “la Chiesa” avrebbe emesso la sua sentenza sul conflitto costituzionale in corso. Occorre subito aggiungere, però, che nello stesso tempo il saggio gesuita spiega al presidente del Consiglio che deve lasciare agli italiani di decidere nel merito della proposta riforma, e non secondo “le personalizzazioni e le strumentalizzazioni politiche del testo”, e gli dice anche che non si tratta (non dovrebbe trattarsi) di “un voto favorevole o contrario al governo”; il padre gesuita insiste anche sulla necessaria coerenza tra i principi e i diritti fondamentali della prima parte della Costituzione e l’”ingegneria costituzionale della seconda”, che è “una parte tutt’altro che neutra”, e già prenota “successive modifiche migliorative”, della nuova Carta, prefigurando una sorta di passaggio dalla Costituzione rigida dei padri costituenti alla Costituzione semper reformanda dei politici volubili di oggi.
Non si può dire che l’articolo della Civiltà Cattolica trasudi entusiasmo per l’impresa dei neo costituenti, di cui non manca di rilevare lo scarso successo di pubblico e di critica, soprattutto nella vasta platea di costituzionalisti, ex giudici costituzionali e presidenti della Consulta. Tuttavia anch’esso soggiace a quel principio di fatalità per il quale è di moda dire che la nuova Costituzione è brutta e cattiva ma bisogna votarla: che è la posizione dissociata espressa da Cacciari, da Scalfari (“Renzi vuole comandare da solo? E così sia”), dal nuovo direttore di Repubblica, da Bersani, da Visco e da quanti, a pensare un’Italia senza Renzi, sono presi da una sorta di “horror vacui”. Come se Renzi fosse stato tessuto dalle Parche nel nostro destino, cosa che peraltro potrebbe ammettere chiunque, tranne che un gesuita. Lo stesso Renzi ha scambiato la nuova Costituzione per il fato, e ha confessato alla direzione del PD di non sapere come il nuovo ordinamento funzionerà, però lo vuole.
Tuttavia, nonostante questo contesto di giudizi sospesi e incompiuti, l’inciso di padre Occhetta sull’auspicabile successo del referendum ha fatto gridare di entusiasmo i paladini di Renzi, come la Repubblica che ha intitolato a tutta pagina: “la Chiesa per il sì alla riforma Boschi” mandando all’aria tutta la laicità e la critica all’ingerenza ecclesiastica con cui da due settimane vituperava l’iniziativa dei “Cattolici del NO”, e come i promotori di un contrario appello veicolato dalla Comunità di San Paolo “per una scelta laica nel referendum costituzionale”, che rilanciavano il documento gesuita e lo ostentavano a quelli del NO.In tutto questo uno sprazzo di verità veniva proprio dalla Repubblica che in un articolo di Alberto Melloni faceva esplodere il vero punto di contrasto tra la visione di padre Occhetta per cui “anche il nuovo testo dovrà essere in grado di accompagnare lo sviluppo del Paese a ritrovarsi intorno ai principi della Costituzione secondo la tradizione del cattolicesimo democratico che l’ha originata” e quella dei novatori “nel momento in cui Matteo Renzi intesta il referendum ad un governo che ha fatto dei corpi intermedi – che sono un caposaldo – qualcosa da abbattere”; ciò che per reazione – secondo Melloni – può far scattare quell’”istinto materno” che il mondo cattolico nel suo complesso nutre nei riguardi di una Costituzione che sente come sua. È chiaro pertanto che lo scritto della rivista dei gesuiti non chiude la partita, neanche nel mondo cattolico. Può darsi che anche con un papa così innovativo come Francesco continui ancora, come si dice, il vecchio rito della correzione delle bozze della Civiltà Cattolica da parte della Segreteria di Stato; ma se così fosse, non funzionerebbe troppo bene il circuito di comunicazione papa-segreteria di Stato-rivista, perché il papa in persona è andato all’ONU a rivendicare “il dominio incontrastato del diritto” e i capisaldi delle Costituzioni democratiche messi in scacco dalle riforme renziane: “La limitazione del potere – ha detto il papa – è un’idea implicita nel concetto di diritto. Dare a ciascuno il suo, secondo la definizione classica di giustizia, significa che nessun individuo o gruppo umano si può considerare onnipotente, autorizzato a calpestare la dignità e i diritti delle altre persone singole o dei gruppi sociali. La distribuzione di fatto del potere (politico, economico, militare, tecnologico, ecc.) tra una pluralità di soggetti e la creazione di un sistema giuridico di regolamentazione delle rivendicazioni e degli interessi, realizza la limitazione del potere”. E nell’incontro con i movimenti popolari a Roma aveva detto ancora di più, non si trattava solo delle strutture della democrazia (quelle della seconda parte della Costituzione), ma bisognava urgentemente “rivitalizzare” le democrazie attraverso il protagonismo delle grandi maggioranze, che “trascende i procedimenti logici della democrazia formale”. Dunque certamente la Costituzione non deve rimanere immutata e immobile: ma il cambiamento non deve nostalgicamente rifugiarsi in una democrazia dimezzata, ma deve rischiare il protagonismo di tutti i soggetti del sistema per realizzare una democrazia più abbondante, sostanziale, perfino oltre i limiti della democrazia formale, dove la stessa giustizia di ciò che è dovuto è oltrepassata dalla misericordia di ciò che di fatto è reso possibile (l’art. 3!). (Raniero La Valle)

Posted in Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »