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Quotidiano di informazione – Anno 31 n°159

Posts Tagged ‘rapporto’

Il difficile rapporto tra Sindacati e intellettuali

Posted by fidest press agency su sabato, 16 marzo 2019

di Giuseppe Bianchi. Sono ormai sempre in numero minore gli intellettuali che si occupano del Sindacato e delle sue strategie. Non che i Sindacati si lamentino di questo disinteresse in linea con il depotenziamento degli uffici studi e la riduzione dei contatti con il mondo dell’Università e degli esperti da loro stessi praticati. Né la cosa deve stupire. C’è sempre stata nella cultura sindacale una linea di sospetto nei confronti degli intellettuali, spesso accusati di spingere il Sindacato al di fuori dei suoi confini tradizionali: tutelare i lavoratori sul posto di lavoro e nel mercato del lavoro. Questo atteggiamento di riserva si è rafforzato nelle fasi espansive dell’industrializzazione che ha consentito di potenziare l’autorità contrattuale del Sindacato con il miglioramento costante dei salari e delle condizioni di lavoro a favore degli iscritti. Il Sindacato, nei Paesi soprattutto anglosassoni di prima industrializzazione, poté svilupparsi in condizioni di relativa autosufficienza rispetto al mondo intellettuale vantando la sua qualifica di Sindacato del “pane e burro”.Diversa la storia del Sindacato in Italia. Il ritardo con cui è avvenuto il processo di industrializzazione ha da subito attivato un conflitto sociale centrato sui problemi occupazionali creati dal disallineamento tra una offerta di lavoro di mestiere ed una domanda che già scontava la parcellizzazione del lavoro prodotta dalle nuove tecnologie di produzione di massa.Un conflitto sociale la cui arena era la piazza più che l’azione contrattuale ostacolata a livello di settore e preclusa a livello aziendale. E nella mobilitazione di piazza erano i partiti della sinistra storica ad esercitare una funzione prevalente. Una fase, questa, in cui la componente intellettuale ha esercitato una funzione trainante nella progettazione di modelli alternativi allo sviluppo capitalistico.Questo coinvolgimento degli intellettuali nella vita sindacale ha proseguito nelle fasi successive di recupero dell’autonomia sindacale nei confronti dei partiti, in quanto il progressivo recupero di autorità contrattuale non è mai stato dissociato da obiettivi macro-economici di sostegno allo sviluppo economico e dell’occupazione, in un Paese sempre caratterizzato dalla fragilità delle strutture economiche e dalla instabilità delle istituzioni politiche. Si può concludere osservando come il Sindacato, nel corso del processo di industrializzazione, abbia prodotto le risorse intellettuali e le strategie di azione per il suo rafforzamento rappresentativo ed organizzativo, proponendosi anche come riferimento ideale per quanti aspiranti ad una società più giusta.Il fatto è che questo mondo è andato mutando sotto la spinta di cambiamenti (la globalizzazione finanziaria, la terziarizzazione dell’economia, le sfide tecnologiche) riproponendo nuove condizioni di sfavore per il lavoro. L’occupazione ed il livello di benessere dei lavoratori sono stati rimessi in discussione. Il quesito è se il Sindacato abbia rimesso in campo le risorse intellettuali e le strategie di azione in grado di fronteggiare la nuova situazione.La risposta è negativa al punto che non pochi studiosi preconizzano che il Sindacato, costola della società industriale, incontrerà difficoltà crescenti nella nuova società digitale, flessibile e diffusa. Lasciando da parte le profezie non mancano riscontri delle difficoltà già incontrate dal Sindacato nel fronteggiare le nuove sfide dell’economia post-industriale.La fase della concertazione sociale, aperta con la crisi 1992-1993, ha risposto ai problemi di breve periodo di contenimento dell’inflazione, ma la protrazione nel tempo della moderazione salariale è stata un anestetico che ha rallentato l’innovazione riformistica del Paese. Così come il protrarsi di un pluralismo conflittuale tra i Sindacati ha ritardato gli adattamenti necessari negli assetti contrattuali e nelle strategie di tutela dei lavoratori provocando un’ erosione dei diritti sociali, soprattutto nel mercato del lavoro, che si è andato progressivamente frantumandosi.
Per restare poi alla cronaca ha ragione il Prof. S. Fadda (Nota Isril n. 8-2019) a chiedersi perché il Sindacato di fronte alle proposte messe in campo dalla nuova maggioranza politica, reddito di cittadinanza e quota cento, orientate a ridurre povertà e disuguaglianza, non sia sceso in campo con proprie proposte in grado di fronteggiare le cause che sono alla base delle maggiori disuguaglianze e povertà e che risiedono nelle distorsioni strutturali delle politiche economiche e sociali perseguite soprattutto negli anni 2000. Nella recente manifestazione di S. Giovanni sono riemersi vecchi fotogrammi di un’ opposizione più motivata da ragioni politiche che sindacali.
Ciò che si vuole sottolineare, in conclusione, è che l’isolamento culturale del Sindacato ha portato ad un conservatorismo a favore degli interessi del lavoro più forti e rappresentati (lavoratori a tempo pieno e pensionati). Una estraneità nei confronti delle nuove dinamiche attivate dal rapporto tecnologie-professionalità-occupazione che ha rallentato le necessarie modifiche nell’organizzazione delle rappresentanze e nelle strategie di azione in un mondo del lavoro che si apre a una inedita varietà di regimi giuridici.Una proposta: perché i Sindacati non mettono in comune le scarse e disperse risorse destinate alla ricerca in un unitario centro di ricerca la cui missione sia quella di studiare i cambiamenti in atto nel mondo del lavoro dal lato della domanda e dell’offerta? Una precondizione per individuare condivise linee di azione. Un’occasione perché i Sindacati facciano pace con la loro storia per poi superarla in una nuova prospettiva di ricomposizione unitaria delle loro strategie. E’ di scarsa consolazione ricordare come i ritardi del Sindacato siano condivisi dagli altri attori (Governo ed imprese). Il risultato è la messa in discussione della nostra democrazia rappresentativa ad opera di un nuovo populismo digitale in cui la politica tende a identificarsi con lo Stato comprimendo l’autonomia vitale del pluralismo sociale. (fonte: isril.it)

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Rapporto SNPA sulla tutela del territorio

Posted by fidest press agency su martedì, 5 marzo 2019

Nel rapporto presentato lo scorso Febbraio dal Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) – dichiara in una nota il Presidente nazionale Confeuro, Andrea Michele Tiso – sono state messe in risalto alcune questioni estremamente importanti per la salvaguardia dei territori della Penisola; tra cui la continua erosione del suolo (2 m² al secondo), il pericolo frane (oltre 620.000 su un territorio di 23.700 kmq) e i crescenti livelli di smog. A questi numeri negativi vanno però affiancati quelli sull’avanzamento del biologico che vedono l’Italia come leader europeo del settore (+ 6,3% rispetto al 2016 e + 71% rispetto al 2010).Dati come questi – continua Tiso – evidenziano con chiarezza le scelte dei consumatori e i cambiamenti auspicati dai cittadini, i quali chiedono di abbandonare con forza e determinazione le logiche dell’agricoltura intensiva e agroindustriale per avvicinarsi a dei modelli più sostenibili come quelli proposti dall’agricoltura contadina. Perché si riesca ad andare in questa direzione però – conclude Tiso – non basta l’impegno degli operatori del comparto agroalimentare, ma serve anche una operazione di discontinuità rispetto alle amministrazioni precedenti e una presa di coscienza sull’importanza di vedere nell’agricoltura e nell’ambiente i pilastri di un nuovo modello di società.

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Rapporto Federcostruzioni: mercato interno ancora fermo

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 marzo 2019

La filiera delle costruzioni, considerando anche tutto l’indotto, mostra alcuni segnali di risveglio: positivi infatti i dati relativi al 2018, con una stima di crescita vicina allo 0,7-0,8%, anche se si è ben lontani dai valori pre-crisi: rispetto al 2009 si registra un -27,5% in termini di valore economico e una contrazione di 750 mila occupati (-21,7%).
I comparti che negli ultimi due anni hanno mostrato un significativo segno positivo sono quelli della riqualificazione degli immobili residenziali (+20,9%) e del commercio di macchine per il movimento terra (+14%), i soli in cui lo Stato ha introdotto sistemi di incentivazione. In un contesto di domanda interna ancora ferma, a trainare il mercato è l’export, che è passato dal 30% al 41% del fatturato totale.
Dopo 10 anni di crisi la filiera delle Costruzioni ha una produzione pari a 440 miliardi di euro (dati 2017, +0,8% sul 2016), impiegando 2,7 milioni di persone, il 12% circa dell’occupazione totale nazionale.Il settore delle costruzioni ha, quindi, un ruolo fondamentale nell’economia del Paese: un aumento di domanda di 1 miliardo di euro genera una ricaduta complessiva sull’intero sistema economico di oltre 3,5 miliardi di euro e 15.555 unità di lavoro in più. Un dato importante, da tenere conto negli investimenti strutturali del Paese, soprattutto se si considera che si contano circa 600 opere pubbliche bloccate per 39 miliardi, cui si aggiunge il Piano poliennale, per un totale di 220 miliardi di euro.
Sono questi alcuni dei dati che emergono dal Rapporto 2017-2018 di Federcostruzioni, divulgato in occasione della conferenza stampa di presentazione della prima edizione di SAIE Bari, la fiera biennale delle tecnologie per l’edilizia e l‘ambiente costruito 4.0 che da quest’anno raddoppia approdando il prossimo 24-26 ottobre 2019 nel capoluogo pugliese. Organizzato da Senaf, SAIE Bari è un evento professionale nato con l’obiettivo di diventare il punto di riferimento del Centro Sud Italia e del bacino del Mediterraneo.Per testimoniare l’importanza del settore e del nuovo appuntamento per il territorio sono intervenuti Alessandro Ambrosi – Presidente della Camera di Commercio di Bari e Presidente della Nuova Fiera del Levante –, Antonio Decaro – Sindaco di Bari e Presidente dell’ANCI –, Federica Brancaccio – Presidente di Federcostruzioni –, Luigi Perissich – Segretario Generale di Federcostruzioni – ed Emilio Bianchi – Direttore Generale di SAIE Bari.
Proprio Federica Brancaccio – Presidente di Federcostruzioni –, presentando il rapporto, ha commentato: “E’ necessario arrivare a sostenere, attraverso l’incentivazione e la semplificazione normativa, la ripartenza dell’intera filiera delle costruzioni e non solo alcuni comparti limitati”.Federcostruzioni, come sottolineato dalla Presidente, insieme alle sue associate, ha messo a punto alcune proposte concrete, tra cui quella per l’Edilizia 4.0, con un manifesto su cui il Ministro Toninelli aveva già espresso un suo formale apprezzamento, ma che ora occorre realizzare. Troppi cantieri sono ancora bloccati: “Occorre superare gli ostacoli burocratici che tengono ancora bloccati numerosi appalti pubblici già finanziati. ANCE ha calcolato che vi sono circa 600 opere bloccate per 39 miliardi, più un Piano poliennale per un totale di 220 miliardi euro; occorre, inoltre, eliminare i ritardi nei pagamenti”.

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Rapporto annuale “Stop ai pesticidi”

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 marzo 2019

Sono state lanciate ombre preoccupanti sugli alimenti che giornalmente mangiamo.I campioni di frutta e verdura che non rispettano i limiti imposti dalla legge sono in numero decisamente ridotto (1,3% del totale) ma il grosso problema è dato da quegli alimenti che, pur in regola con la legislazione europea, presentano tracce del cd. multiresiduo.Il multiresiduo è un fenomeno per il quale i singoli valori dei pesticidi presenti non supera il limite di legge, ma la loro presenza simultanea può avere potenziali ripercussioni sulla salute umana.”Il Piano d’azione Nazionale adottato dal nostro Paese non è sufficiente – afferma il Codacons – servono interventi decisi volti a tutelare la salute dei cittadini. I dati sono preoccupanti, infatti solo il 36% della frutta sarebbe privo di pesticidi, mentre il 60% nonostante sia considerato regolare, presenta al suo interno uno o più residui chimici. Scriveremo al Ministero della Salute al fine di porre all’attenzione questa potenziale fonte di rischio per la salute umana, che non può essere sottovalutata”.

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Primo rapporto Fao sullo stato della biodiversità nel mondo

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 febbraio 2019

Il modello attuale di agricoltura, industriale ed estensivo, alla base dei nostri sistemi alimentari è al collasso, con gravi ripercussioni anche per la nostra salute. È questa la conclusione del rapporto Stato della biodiversità mondiale per l’alimentazione e l’agricoltura che la Fao ha pubblicato oggi illustrando prove preoccupanti rispetto al danno irreversibile e catastrofico sulla biodiversità del nostro pianeta, in particolare quella legata al cibo. Il rapporto denuncia, tra le altre cose, la riduzione nella diversità delle coltivazioni e delle razze da cui dipende la nostra alimentazione, la distruzione di habitat e terre destinate alle coltivazione e la gestione insostenibile delle risorse naturali.
«Sono anni che Slow Food denuncia questi pericoli e ogni tanto abbiamo avuto la sensazione di predicare nel vuoto. Oggi la situazione sta cambiando, ci pare che la gente sia più sensibile, ma forse non ci si rende conto della gravità del problema: un conto è una perdita, un conto è un collasso catastrofico. Dobbiamo sperare di essere ancora in tempo evitare questa estinzione di massa ma abbiamo bisogno dell’impegno di tutti, non solo della Fao e di Slow Food, ma di tutta la gente di buona volontà» commenta Piero Sardo presidente della Fondazione Slow Food per la Biodiversità.Il rapporto presenta una ricerca approfondita ed è il primo nel suo genere, ma il soggetto trattato è il cuore della missione di Slow Food. Dal 1996 l’associazione internazionale si batte per la salvaguardia del nostro pianeta: con l’Arca del Gusto, un catalogo di cibi a rischio di estinzione che ha da poco raggiunto il traguardo del 5.000esimo prodotto censito; con i Presìdi Slow Food che promuovono e tutelano agricoltori e produttori che lavorano in armonia con l’ambiente e che promuovono tecniche favorevoli alla biodiversità locale; con numerose campagne che denunciano l’insostenibilità dell’attuale modello di produzione. Slow Food lavora insieme alla Fao da molto tempo per definire e sviluppare un modello migliore per i consumatori, per i produttori e per il pianeta. Inoltre, il presidente di Slow Food Carlo Petrini è da diversi anni ambasciatore speciale della Fao in Europa per Fame Zero, ulteriore prova di affinità tra le due organizzazioni.Non resta più molto tempo. Abbiamo 10 anni per invertire lo stato attuale delle cose o si rischia un collasso totale e irreversibile. E questo cambio di rotta si può innescare rinforzando le conoscenze e le tecnologie moderne con i saperi tradizionali, ridefinendo il nostro approccio all’agricoltura e alla produzione di cibo, ponendo la tutela della biodiversità e l’ecologia al centro delle agende politiche. A ogni livello, dalle piccole produzioni fino ai governi, è necessario adottare regolamenti – come ad esempio le politiche agricole comunitarie in Europa – che proteggano la biodiversità alimentare e agricola.
Non dobbiamo perdere le speranze che lo stato attuale possa cambiare. Il successo dei progetti di Slow Food ne è la prova. Dobbiamo agire insieme, e dobbiamo agire subito, per salvare il nostro cibo, per salvare il nostro pianeta, per salvarci.

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Presentazione Primo Rapporto Osservatorio Strategie Vaccinali

Posted by fidest press agency su sabato, 12 gennaio 2019

Roma Martedì 22 gennaio 2019, Ore 9,30 – 13Sala degli Atti Parlamentari, Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini” Piazza della Minerva, 38 L’Osservatorio Strategie Vaccinali presenta il 1° Rapporto sulle Strategie nazionali, risultato dell’attività di monitoraggio nelle diverse realtà regionali dei sistemi di attuazione del Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale (PNPV), attraverso indagini specifiche sul piano regionale e con un quadro di dettaglio in ambito locale. Con l’approvazione del PNPV 2017-2019, ogni Regione è chiamata a sviluppare proprie strategie vaccinali, al fine di raggiungere gli obiettivi previsti. Diventa necessario, quindi, sviluppare un piano di azione per il monitoraggio a livello regionale. Da qui nasce l’idea di creare l’Osservatorio Strategie Vaccinali, un’attività di ricerca scientifica coordinata dal dott. Michele Conversano, Direttore del Dip. Asl di Taranto, e dal prof. Federico Spandonaro, direttore C.R.E.A. Sanità.

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Scuola: Non porta buone nuove l’ultimo rapporto di Eurydice

Posted by fidest press agency su domenica, 23 dicembre 2018

Teaching Careers in Europe: Access, Progression and Support. La Carriera degli insegnanti in Europa: accesso, progressione e sostegno. Prima di tutto perché l’età media dei nostri insegnanti continua ad alzarsi: il 36% degli insegnanti delle scuole primarie e secondarie europee ha più di 50 anni, percentuale che in Italia si alza al 57%. Inoltre, i docenti dell’Unione Europea di oltre 60 anni si attestano al 9%, mentre in Italia si osserva ancora una volta la percentuale più alta, che in questo caso è addirittura doppia: il 18%. Marcello Pacifico (Anief-Cisal): il paradosso è che in Italia vi sono decine di migliaia di docenti precari già formati e abilitati all’insegnamento, ma non essendo aperto il doppio canale una sempre più alta percentuale di posti da assegnare per le immissioni in ruolo rimane vuota. Il problema è nella mancata possibilità di proporre loro quelle cattedre: tutto si risolverebbe riaprendo le GaE. È un’operazione a costo zero: per realizzarla basterebbe che l’amministrazione e la politica si rendessero conto della sua ineludibilità.

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Primo Rapporto 2018 sull‘ictus in Italia

Posted by fidest press agency su venerdì, 21 dicembre 2018

L’ictus cerebrale rappresenta la prima causa di invalidità nel mondo, la seconda di demenza e la terza di mortalità nei paesi occidentali. E nonostante quest’ultima negli ultimi quindici anni sia diminuita, tutte le proiezioni indicano che, entro i prossimi venti anni, a causa dell’invecchiamento della popolazione, si verificherà un complessivo aumento di oltre il 30% del numero totale di casi di ictus nell’Unione Europea, come emerso anche dal rapporto “The Burden of Stroke in Europe”, condotto dai ricercatori del King’s College di Londra, che hanno esaminato dati e informazioni provenienti da 35 nazioni europee. Numeri, questi, che trovano conferma anche nel nostro Paese, dove ogni anno si registrano almeno 100.000 nuovi ricoveri dovuti all’ictus cerebrale, circa un terzo delle persone colpite non sopravvive ad un anno dall’evento, mentre un altro terzo sopravvive con una significativa invalidità. Pertanto, il numero di persone che attualmente vive in Italia con gli esiti invalidanti di un ictus ha raggiunto la cifra record di quasi un milione. Questo ed altri sono alcuni dei dati preoccupanti che emergono dalla lettura del “Rapporto sull’Ictus in Italia.In Italia, sottolinea il Rapporto, le persone che hanno avuto un ictus e sono sopravvissute, con esiti più o meno invalidanti, sono oggi circa 940.000, ma il fenomeno è in costante crescita, a causa dell’invecchiamento della popolazione. L’80% del numero totale degli ictus è rappresentato da ictus ischemici con una mortalità a 30 giorni di circa il 20% e del 30% a un anno, mentre la mortalità a 30 giorni dopo un ictus emorragico raggiunge il 50%. Questi sono sicuramente “numeri” che preoccupano, e che rappresentano l’impatto sociale ed economico che l’ictus ha sulla nostra società in termini impegno del SSN sia nella fase acuta che nella presa in carico della cronicità. Non vi sono solo i “costi diretti” della malattia, l’impegno economico che impoverisce le famiglie delle persone colpite da ictus è la spesa per la così detta “assistenza informale”, che consuma risorse e tempo. In Italia, si legge nel Rapporto, i costi diretti per il Servizio Sanitario Nazionale ammontano a circa 16 miliardi di euro all’anno, ai quali vanno aggiunti circa 5 miliardi di euro in termini di costi indiretti, calcolati principalmente come perdita di produttività. In questo contesto è prioritario promuovere sani stili di vita, considerato che gli studi epidemiologici condotti in questi anni hanno dimostrato la reversibilità del rischio, ossia che, riducendo i fattori di rischio, è possibile ritardare o ridurre il numero di eventi che si verificano nella popolazione. Quasi il 50% degli eventi cerebrovascolari potrebbero essere evitati attraverso l’adozione di stili di vita salutari e un controllo farmacologico nei soggetti ad elevato rischio cardiovascolare globale; ad esempio è dimostrato che l’abolizione del fumo assieme ad una attività fisica quotidiana (l’OMS raccomanda almeno 150 minuti a settimana) e un’alimentazione ricca di verdura, e frutta, cereali integrali, legumi e pesce, e povera di cibi ricchi di grassi saturi, colesterolo, zuccheri semplici e sale, aiuta a mantenere livelli fisiologici di pressione arteriosa, colesterolemia e glicemia. Un’analisi condotta dall’Istituto Superiore di Sanità negli anni passati, ha rivelato, infatti, che la prevalenza di condizioni di rischio è risultata maggiore nelle persone con scolarità più bassa (elementari e medie) rispetto a coloro che avevano scolarità superiore (diploma o laurea). Un motivo in più questo per sottolineare quanto sia importante implementare una corretta informazione da parte degli addetti ai lavori.Dal Rapporto emerge una disparità regionale nell’adozione dei Percorsi Diagnostici, Terapeutici e Assistenziali (PDTA), ovvero di quegli interventi complessi mirati alla condivisione dei processi decisionali e dell’organizzazione dell’assistenza per un gruppo specifico di pazienti durante un periodo di tempo ben definito. In tal senso l’Osservatorio Ictus Italia evidenzia, in linea con i dati del Rapporto di Cittadinanzattiva 2017 su “Ictus, le cure in Italia”, come ancora non tutte le Regioni italiane abbiano prodotto un PDTA formale: il Friuli-Venezia Giulia risulta essere la realtà che ha elaborato percorsi più completi; seguono con modalità differenti, Piemonte, Trentino-Alto Adige, Veneto, Toscana, Emilia-Romagna e Lazio. Mentre indietro appaiono Sicilia, Sardegna e Molise.
L’Osservatorio Ictus Italia si allinea all’”Action Plan for Stroke in Europe 2018-2030”, individuando quattro obiettivi prioritari da raggiungere nel prossimo decennio: ridurre il numero assoluto di casi di ictus nel nostro Continente del 10%; trattare il 90% o più delle persone colpite nelle Stroke Unit come primo livello di cura; favorire l’adozione di piani nazionali che comprendano l’intera catena di cura, dalla prevenzione primaria alla vita dopo l’ictus; implementare strategie nazionali per interventi multisettoriali di sanità pubblica che promuovano e facilitino uno stile di vita sano, riducendo i fattori ambientali (incluso l’inquinamento atmosferico), socio-economici ed educativi che aumentano il rischio di incorrere nella patologia.

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Rapporto sull’ictus in Italia

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 dicembre 2018

Roma Martedì 18 dicembre – ore 10.00 Camera dei Deputati, Sala “Nilde Iotti” Palazzo Theodoli-Bianchelli, Piazza del Parlamento 19. Per la prima volta in Italia il Rapporto fotografa i dati sull’incidenza dell’ictus, relativi a mortalità, disabilità e fattori di rischio, esamina l’implementazione dei protocolli clinico-assistenziali e dei piani di cura, riabilitazione e reinserimento nelle diverse Regioni. Attraverso l’analisi dell’impatto socio-economico della patologia e la ricognizione delle best practices sulla prevenzione, il Rapporto delinea, inoltre, alcune proposte per un approccio coordinato e integrato alla prevenzione e nella cura, in linea con gli obiettivi definiti a livello comunitario.

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Rapporto tra economia circolare e sostenibilità

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 novembre 2018

Parma giovedì 15 novembre alle ore 9 al Centro Sant’Elisabetta dell’Università di Parma (Campus Scienze e Tecnologie) sarà un’occasione di approfondimento su temi di assoluta attualità, guardando all’oggi ma soprattutto al futuro prossimo.Nel corso dell’appuntamento, organizzato dall’Università con il Circolo culturale “Il Borgo”, proporranno interventi Alberto Petroni, Coordinatore dell’Unità di Ingegneria meccanica e gestionale del Dipartimento di Ingegneria e Architettura dell’Ateneo, Monica Cocconi, Delegata del Rettore e docente di Diritto dell’ambiente (“Un diritto per l’economia circolare”), Paolo Giandebiaggi, docente del Dipartimento di Ingegneria e Architettura (“Il recycle e la sostenibilità applicata all’architettura”), Chiara Allegri, Presidente dei Giovani Imprenditori della CNA Emilia Romagna (“L’economia circolare nella conoscenza e nelle competenze per i nuovi modelli organizzativi e lavorativi”), Lorenzo Frattini, Presidente regionale di Legambiente (“Economia circolare: il ruolo delle associazioni ambientaliste”), e Paolo Ganassi, Responsabile dei servizi ambientali di AIMAG (“Chiudere il cerchio per i rifiuti organici”).
Il passaggio verso un modello più efficiente nell’utilizzo delle risorse, a basse emissioni nocive e quindi resiliente rispetto al cambiamento climatico, costituisce la principale sfida, a livello internazionale, per conseguire una crescita economica sostenibile e inclusiva. In realtà non si tratta unicamente di una riforma del modello attuale ma di un vero e proprio cambio di paradigma, che impone mutamenti rilevanti nell’utilizzo delle risorse e nel ciclo di vita della produzione dei beni. Il nuovo paradigma viene qualificato, a livello nazionale ed europeo, come economia circolare, e trae origine dall’osservazione dei sistemi non lineari e complessi, in particolare quelli viventi: sistemi rigenerativi, evolutivi e termodinamicamente lontani dall’equilibrio.L’obiettivo è quello di puntare a una crescita economica che avvenga entro il paradigma della sostenibilità e della rigenerazione, ossia in cui i beni di oggi siano le risorse di domani: arrivare quindi a coniugare una risposta adeguata ed efficace alle attuali dinamiche ambientali e sociali accrescendo, al tempo stesso, la competitività del sistema economico e i suoi livelli occupazionali.

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Presentazione del Rapporto PMI di Cerved

Posted by fidest press agency su domenica, 4 novembre 2018

Milano Giovedì 15 novembre alle 9.30 a Palazzo Mezzanotte (Piazza Affari 6) presentazione del Rapporto PMI di Cerved, in collaborazione con Borsa Italiana, un’occasione di dibattito e networking sullo stato e le prospettive della nostra economia.
Sono alcune migliaia le PMI italiane, in molti casi a gestione familiare, che hanno un potenziale di crescita non pienamente sfruttato e che potrebbero beneficiare di iniezioni di capitale esterno da parte di investitori istituzionali. Vere e proprie eccellenze che Cerved ha individuato incrociando i dati di bilancio contenuti nel suo enorme database con informazioni qualitative ottenute attraverso le proprie soluzioni di marketing evoluto, mappando così un ricco patrimonio imprenditoriale.
E’ uno dei contenuti esclusivi – insieme a bilanci, abitudini di pagamento, rischio di credito e demografia d’impresa, insomma la fotografia completa del tessuto economico italiano – che verranno illustrati a Osservitalia, l’appuntamento annuale di Cerved dedicato all’analisi delle Pmi italiane e alla discussione delle principali tematiche che le riguardano, quest’anno realizzato in collaborazione con Elite Borsa Italia.)
“Qual è lo stato di salute della nostra economia, in particolare delle piccole e medie imprese? Quale potrebbe essere l’effetto di un aumento persistente degli spread sulla loro redditività? Quante e quali sono quelle che potrebbero crescere aprendo il capitale a investitori istituzionali? Attorno a queste domande ruoterà la tavola rotonda che seguirà l’illustrazione del Rapporto Cerved PMI – spiega Valerio Momoni, Marketing, Product & Business Development Director di Cerved – cui abbiamo invitato esperti e protagonisti del mercato. Chiuderà la giornata un’intervista a Corrado Passera, Presidente esecutivo di SPAXS”.
Il Rapporto Cerved PMI ogni anno analizza 150.000 piccole e medie imprese. Cerved infatti è la data-driven company italiana che comprende nella sua offerta sofisticate soluzioni per l’analisi e la gestione del rischio di credito e dispone di un enorme patrimonio di informazioni sulle imprese. In particolare, nel Rapporto sono stati utilizzati i big data e le tecnologie dei grafi – attraverso la piattaforma Graph4You, che permette di individuare e illustrare graficamente i punti di contatto più nascosti tra 45 milioni di soggetti – per definire il ruolo delle famiglie nelle strutture proprietarie e di governo delle PMI e scovare quelle con performance finanziarie eccellenti che potrebbero aprire il loro capitale, magari perché vicine al cambio generazionale. I lavori della giornata seguono questo iter:
09:30 – Benvenuto e introduzione di Gianandrea De Bernardis, CEO di Cerved
10:00 – Presentazione Rapporto Cerved PMI 2018
L’andamento delle PMI – Valerio Momoni, Direttore Marketing & Sviluppo Prodotti Cerved
L’evoluzione del rischio – Guido Romano, Responsabile Ufficio Studi Cerved
Iniezioni di capitale nelle PMI familiari ad alto potenziale di crescita – Fabiano Schivardi, Luiss e Resp. Scientifico Rapporto Cerved PMI
11:30 – Tavola rotonda “Capitalismo familiare e crescita attraverso iniezioni di capitale esterno”, con Luca Peyrano, CEO di Elite, Giampiero Mazza, Partner di CVC Capital Patners,
Luca Pretto, CEO di Pasubio, Alessandro Cozzi, CEO e Founder di WIIT, Modera Andrea Cabrini, Class CNBC.
12:30 – Intervista a Corrado Passera, Presidente Esecutivo SPAXS, a cura di Andrea Cabrini, Class CNBC

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Rapporto sullo stato mondiale della biodiversità

Posted by fidest press agency su mercoledì, 31 ottobre 2018

La natura è la nostra unica casa e l’unica strada che abbiamo per salvarla (e salvarci) è lanciare un Global Deal per la natura e le persone capace di invertire il drammatico trend della perdita della ricchezza della vita sulla Terra, base del nostro benessere e del nostro sviluppo, agendo con urgenza per garantire in modo sostenibile l’alimentazione a una popolazione crescente, limitare il riscaldamento globale a 1,5°C e ripristinare i sistemi naturali che stiamo perdendo. È questa la richiesta del Living Planet Report 2018 del WWF (realizzato con il supporto di più di 50 esperti e in collaborazione con la Zoological Society of London) lanciato oggi a livello mondiale e che, sin dalla sua prima edizione del 1998, ha sempre fornito un’istantanea della biodiversità globale e dei suoi trend. Tutte le ricerche scientifiche dimostrano l’incalcolabile importanza dei sistemi naturali per la nostra salute, il nostro benessere, la nostra alimentazione, la nostra sicurezza. Globalmente è stato stimato che la natura offre servizi che possono essere valutati intorno a 125.000 miliardi di dollari, una cifra superiore al prodotto globale lordo dei paesi di tutto il mondo, che si aggira sugli 80.000 miliardi di dollari. L’Indice del Pianeta Vivente (Living Planet Index) è un indicatore dello stato della biodiversità globale, elaborato dal WWF e dalla Zoological Society of London, che ci segnala quindi lo stato di salute della biodiversità del nostro pianeta. Pubblicato per la prima volta nel 1998, per due decenni ha registrato l’abbondanza di 16.704 popolazioni di oltre 4.000 specie di mammiferi, uccelli, pesci, rettili e anfibi (gli animali Vertebrati) in tutto il mondo. L’Indice analizza i trend di queste popolazioni, selezionate in maniera scientifca, quale misura dei cambiamenti nella biodiversità. In questa edizione 2018, la ventesima del Living Planet Report, l’indice include i dati dal 1970 al 2014 e mostra un declino globale del 60% nella dimensione delle popolazioni di vertebrati che, in pratica, significa un crollo di più della metà in meno di 50 anni.
Le minacce che stanno minando le oltre 8.500 specie a rischio di estinzione, presenti nella Lista Rossa (Red List) dell’IUCN, riguardano soprattutto il sovrasfruttamento e le modifiche degli ambienti naturali, in particolare quelle dovute all’agricoltura. Delle piante e di buona parte degli animali vertebrati (mammiferi, uccelli, rettili e anfibi) che si sono estinti dal 1500 ad oggi, il 75% di queste estinzioni è stata causata dal sovrasfruttamento e dall’agricoltura. Altre minacce derivano dal cambiamento climatico, che sta diventando un driver crescente, dall’inquinamento, dalle specie invasive – che noi abbiamo spostato in tante aree del pianeta dove prima non esistevano e che fanno concorrenza a tante specie autoctone – dalle dighe e dalle miniere.L’impronta ecologica del nostro consumo. Negli ultimi 50 anni la nostra impronta ecologica, la misura del consumo delle risorse naturali, è incrementata del 190%. Creare un sistema più sostenibile richiede significativi e urgenti cambiamenti nelle attività di produzione e consumo.
Minacce e pressioni sul suolo. Nel marzo 2018 l’Intergovernamental Science/Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES) ha reso nota la valutazione sul degrado dei suoli (Land Degradation and Restoration Assessment) che dimostra come oggi meno del 25% della superficie terrestre sia ancora in condizioni naturali e come nel 2050, continuando con gli attuali andamenti di sfruttamento senza invertire l’attuale tendenza, la percentuale della superficie delle terre emerse in condizioni naturali si abbasserà al 10%.
Oggi, il degrado dei suoli mina il benessere di circa 3,2 miliardi di persone nel mondo. Inoltre, nell’era moderna, le zone umide hanno perso l’87% della loro estensione. Il degrado dei terreni include anche la perdita delle foreste, un fenomeno che nelle zone temperate è stato rallentato dalle operazioni di riforestazione ma che è andato accelerandosi nelle foreste tropicali. Un’analisi in 46 paesi in area tropicale e subtropicale ha dimostrato che l’agricoltura commerciale su larga scala e l’agricoltura di sussistenza sono state responsabili rispettivamente di circa il 40% e il 33% della conversione forestale tra il 2000 e il 2010. Il 27% della deforestazione è stata causata dalla crescita urbana, dall’espansione delle infrastrutture e dalle attività minerarie. Questo degrado esercita numerosi impatti sulle specie, sulla qualità degli habitat e sul funzionamento degli ecosistemi.
“In appena 50 anni il 20% della superficie delle foreste dell’Amazzonia è scomparsa mentre gli ambienti marini del mondo hanno perso quasi la metà dei coralli negli ultimi 30 anni. Il Living Planet Report 2018 richiama ad un impegno deciso per invertire la tendenza negativa della perdita della biodiversità. Il mondo ha bisogno di una Roadmap dal 2020 al 2050 con obiettivi chiari e ben definiti, di un set di azioni credibili per ripristinare i sistemi naturali e ristabilire un livello capace di dare benessere e prosperità all’umanità”. Dichiara la presidente del WWF Italia Donatella Bianchi che conclude: “Per ottenere risultati è necessario intervenire subito già dalla 14° Conferenza delle Parti della Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD, Convention on Biological Diversity, che avrà luogo in Egitto) nel prossimo novembre. È fondamentale un accordo globale, ambizioso ed efficace per la natura e la biodiversità, come è avvenuto per il cambiamento climatico in occasione della Conferenza di Parigi nel 2015”.

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Primo rapporto 2018 AIDP – LABLAW su Robot e Intelligenza artificiale e lavoro in Italia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 ottobre 2018

Roma 23 ottobre 2018 presso la sede del CNEL (Viale Davide Lubin, 2, Sala Parlamentino) alla presenza di numerosi direttori del personale e relatori istituzionali e associativi Presentazione primo rapporto 2018 AIDP – LABLAW su Robot e Intelligenza artificiale e lavoro in Italia. L’AIDP, la principale associazione italiana per la direzione del personale e LabLaw, tra i principali studi giuslavoristici italiani, hanno promosso il primo rapporto 2018 su Lavoro, Robot e Intelligenza artificiale in Italia a cura di Doxa.Inizio lavori ore 11.00 Saluti Tiziano Treu, Presidente CNEL Isabella Covili Faggioli, Presidente AIDP
Presentazione risultati rapporto AIDP-LABLAW DOXA 2018 Enrico Cazzulani, Segretario Generale AIDP
Il futuro delle relazioni industriali nell’epoca dei Robot Francesco Rotondi, Giuslavorista, Avvocato e Co-founder LabLaw
Robot e direzione del personale: la ricerca AIDP Umberto Frigelli, Coordinatore Nazionale Centro Ricerche AIDP
Intervento di Claudio Durigon, Sottosegretario al Ministro del lavoro (in attesa di conferma)
Dalle 11.45 alle 12.45
Tavola Rotonda: il l futuro del lavoro tra robot e intelligenza artificiale con:
Isabella Covili Faggioli, Presidente AIDP
Luca Failla, Giuslavorista, Avvocato e Co-Founder LabLaw
Marco Bentivogli, Segretario Generale Fim Cisl
Massimo Sumberesi, Head of Doxa Marketing Advice
Andrea Del Chicca, HR Director Ansaldo Energia
Chiusura lavori: ore 13.00

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Rapporto Eurydice stipendi docenti UE

Posted by fidest press agency su giovedì, 11 ottobre 2018

Gli insegnanti italiani guadagnano meno di tutti dopo i Paesi dell’Est: a fine carriera in Olanda, Austria e Germania prendono circa il doppio dei nostri. Gli stipendi degli insegnanti italiani sono i più bassi d’Europa dopo i Paesi dell’Est: lo rileva il rapporto “Teachers’ and school heads’ salaries and allowances in Europe 2016/17”, realizzato dalla rete Eurydice sugli stipendi di docenti e dirigenti in Europa e andato in pubblicazione in queste ore. Secondo Marcello Pacifico (Anief-Cisal) senza adeguati finanziamenti nella legge di stabilità non potrà essere recuperato neanche il 50% dell’inflazione, altro che allineare gli stipendi dei docenti italiani alle medie UE.Attraverso un’analisi comparativa abbinata a schede descrittive nazionali che illustrano i dati raccolti congiuntamente dalle reti Eurydice e OCSE/NESLI, il rapporto offre una panoramica comparativa sugli stipendi tabellari e le indennità nelle scuole pubbliche pre-primarie, primarie e secondarie di 41 sistemi educativi e compara le differenti condizioni e progressioni salariali: gli stipendi al netto dell’inflazione degli insegnanti all’inizio della loro carriera sono oggi inferiori in nove Paesi europei rispetto al 2009/10, anni immediatamente successivi alla crisi finanziaria. Tra questi Paesi figura anche l’Italia, visto che il misero incremento del 3,48% del 2018 è ora anche minacciato dalla mancata copertura nella prossima legge di stabilità e dalla riduzione nel prossimo biennio dello 0,4% indicata nel Def.

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Rapporto delle Nazioni Unite sul clima

Posted by fidest press agency su mercoledì, 10 ottobre 2018

E’ un punto di riferimento scientifico che valuta le prospettive di mantenere il riscaldamento globale entro 1,5 °C e mostra la necessità di un’azione urgente per il clima.
Approvato da 195 governi, il report sottolinea che oggi abbiamo l’opportunità, ancora e per poco, di modificare la china pericolosa su cui abbiamo posto il mondo come lo conosciamo. Il report speciale sul riscaldamento globale a 1,5 °C del Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC), è stato chiesto proprio allo scopo di guidare i prossimi passi dei Governi sul clima.Il rapporto dimostra che mantenere il riscaldamento globale entro 1,5 °C è più sicuro rispetto ai 2 °C in termini di impatti climatici e che l’aumento della temperatura globale a 2 °C al di sopra dei livelli preindustriali porterebbe a conseguenze devastanti, fra cui l’innalzamento del livello del mare, la desertificazione di molti territori, la perdita di habitat e specie naturali e la diminuzione delle calotte glaciali, che avrebbero ripercussioni gravissime sulla nostra salute, sui mezzi di sussistenza, sulla sicurezza umana e sulla crescita economica. Il livello attuale di emissioni gas serra porterà a conseguenze peggiori del previsto, causando impatti irreversibili. Fra queste la perdita del patrimonio naturale, che danneggerebbe le persone, l’ambiente e le economie, spingendoci verso scenari nei quali l’adattamento sarebbe impossibile, con molte comunità costrette ad affrontare disastri e catastrofi. Il report IPCC evidenzia la necessità di un’azione urgente. Gli impegni finora assunti dai governi non sono sufficienti a limitare il riscaldamento a 2 °C, ancor meno a 1,5 °C, e più ritardiamo drastiche riduzioni delle emissioni, più le conseguenze saranno irreversibili e le soluzioni future saranno costose”. “Superando i 2 gradi centigradi di riscaldamento globale rispetto all’età preindustriale, potremmo vedere un cambiamento climatico inarrestabile”, conclude Cornelius.
Il rapporto dell’IPCC e il suo sommario per i decisori politici sono stati commissionati dai governi con l’Accordo sul Clima di Parigi, raggiunto nel 2015, quando è stato deciso di agire per limitare l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto di 2 °C e cercare di rimanere entro 1,5°C.
“I governi di tutto il mondo devono mostrare di comprendere cosa dicono loro gli scienziati e assumere il cambiamento climatico per quel che è, una questione vitale per l’umanità e per il pianeta come li conosciamo”. Il rapporto IPCC è il più importante testo scientifico sui cambiamenti climatici, realizzato per guidare il processo decisionale delle politiche governative.
Il WWF esorta i governi a intensificare e aumentare l’ambizione nei loro piani climatici nazionali entro il 2020, coerentemente con l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale entro 1,5°C rispetto all’età preindustriale. L’appello è che i Paesi annuncino la revisione verso l’alto dei propri impegni in occasione del dialogo Talanoa alla XXIV Conferenza delle parti della convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP24), che si terrà a dicembre a Katowice, in Polonia.
In occasione del lancio del rapporto IPCC, il WWF Italia ha lanciato una campagna per l’azione sul clima anche in Italia, a partire dalla richiesta al Governo italiano di attuare l’impegno a uscire del carbone entro il 2025 con i provvedimenti necessari. Sul sito dedicato è stato pubblicato un contatore che indica i giorni già trascorsi dalla decisione assunta con la Strategia Energetica Nazionale

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Un riferimento fondamentale per Oscar Romero

Posted by fidest press agency su sabato, 6 ottobre 2018

Roma Venerdì 12 ottobre 2018 – ore 18.30 Libreria Paoline Multimedia International – Via del Mascherino, 94 In occasione della Canonizzazione di Paolo VI e di Oscar A. Romero, la Libreria Paoline Multimedia International organizza un incontro sul rapporto tra queste due straordinarie figure.S.E. Sig.ra Sandra Elizabeth Alas Guidos, Ambasciatore Repubblica di El Salvador presso lo Stato Italiano.Mons. Eduardo Horacio García, Vescovo di San Justo, Assistente nazionale Azione Cattolica Argentina e Assistente ecclesiastico Forum Internazionale AC. Intervengono:
Mons. Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita e Postulatore della causa di canonizzazione di Oscar A. Romero.
Anselmo Palini, Insegnante e saggista, Autore dei due volumi sulla figura di Oscar Romero, Una terra bagnata dal sangue. Oscar Romero e i martiri di El Salvador (Paoline) e Oscar Romero. Ho udito il grido del mio popolo (AVE). Modera Romano Cappelletto, Ufficio Stampa Paoline.

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Rapporto sulla mobilità sanitaria

Posted by fidest press agency su sabato, 4 agosto 2018

I cittadini italiani possono esercitare il diritto di essere assistiti in strutture sanitarie di Regioni differenti da quella di residenza, alimentando il fenomeno della mobilità sanitaria interregionale. Sotto questo “cappello” si collocano la mobilità attiva – che identifica l’indice di attrazione di una Regione tramite prestazioni offerte a cittadini non residenti e rappresenta una voce di credito – e la mobilità passiva – che esprime l’indice di fuga da una Regione con le prestazioni erogate ai cittadini al di fuori della Regione di residenza e rappresenta una voce di debito. Le compensazioni finanziarie tra Regioni vengono regolate secondo un Testo Unico approvato dalla Conferenza Stato-Regioni che ha individuato 7 flussi finanziari: ricoveri ospedalieri e day hospital (differenziati per pubblico e privato), medicina generale, specialistica ambulatoriale, farmaceutica, cure termali, somministrazione diretta di farmaci, trasporti con ambulanza ed elisoccorso.
Nel 2017 il valore della mobilità sanitaria ammonta a € 4.635,4 milioni, cifra che include anche i conguagli relativi al 2014 (€ 218,9 milioni) e al 2016 (€ 296,3 milioni), importi tuttavia non ancora definitivamente approvati dalla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome.
Mobilità attiva. Le Regioni con maggiori capacità attrattive sono Lombardia (25,2%) ed Emilia Romagna (13,3%), che insieme ricevono oltre 1/3 della mobilità attiva; un ulteriore 27% viene attratto da Veneto (8,7%), Toscana (7,8%), Lazio (7,7%) e Piemonte (4,5%). Il rimanente 33% della mobilità attiva si distribuisce nelle rimanenti 15 Regioni, oltre al Bambin Gesù (€ 195,4 milioni) e all’Associazione dei Cavalieri Italiani del Sovrano Militare Ordine di Malta (€ 43,7 milioni). In generale, esiste una forte capacità attrattiva delle grandi Regioni del Nord, a cui fa da contraltare quella estremamente limitata delle Regioni del Centro-Sud, con la sola eccezione del Lazio.
Mobilità passiva. Le Regioni con maggiore indice di fuga dei propri residenti sono Lazio (13,9%) e Campania (10,1%) che insieme contribuiscono a quasi il 25% della mobilità passiva; un ulteriore 29% riguarda Lombardia (7,7%), Calabria (7,5%), Puglia (7,4%), Sicilia (6,5%) e il 46,8% si distribuisce nelle rimanenti 15 Regioni. Rispetto alla mobilità passiva, se quasi tutte le Regioni meridionali hanno elevati indici di fuga, questi sono rilevanti anche in grandi Regioni del Nord, in particolare in Lombardia, ma anche in Piemonte, Emilia Romagna, Veneto e Toscana, un fenomeno verosimilmente attribuibile a preferenze dei pazienti e agevolato dalla facilità di spostamento tra Regioni limitrofe con elevata qualità dei servizi sanitari.
«Dalla valutazione comparativa dei saldi – puntualizza il Presidente – emerge che le Regioni con saldo positivo superiore a € 100 milioni sono tutte del Nord, mentre quelle con saldo negativo maggiore di € 100 milioni tutte del Centro-Sud».
«Considerata la complessità del fenomeno della mobilità sanitaria – conclude Cartabellotta – con i dati attualmente disponibili è impossibile effettuare analisi più dettagliate. Ecco perché la Fondazione GIMBE chiede ufficialmente al Ministro della Salute di rendere pubblicamente disponibili tutti i dati sulla mobilità sanitaria che le Regioni trasmettono al Ministero. Questo permetterebbe di analizzare, per ciascuna Regione, la distribuzione delle tipologie di prestazioni erogate in mobilità, la differente capacità di attrazione di strutture pubbliche e private accreditate e la Regione di residenza dei cittadini che scelgono di curarsi lontano da casa, al fine di identificare quali dinamiche regolano le varie tipologie di mobilità regionale, di cui alcune sono “fisiologiche” ed altre francamente “patologiche”». Il report dell’Osservatorio GIMBE “La mobilità sanitaria interregionale nel 2017” è disponibile a: http://www.gimbe.org/mobilita_sanitaria2017.

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Oggi esiste un rapporto diverso tra generazioni

Posted by fidest press agency su venerdì, 3 agosto 2018

Il vecchio può ricordare, il giovane no; questi non ha ancora maturato l’esperienza necessaria per tuffarsi in rimembranze che vanno oltre la sua memoria. L’esempio, a mio avviso, più bello lo trovo in narrativa quando l’autore consente ai suoi personaggi di ritrovarsi, da una parte, con il ricordo di un vecchio narratore delle sue storie personali e, dall’altra, di un bambino o di un giovane che ascoltano.
Il più vecchio rammenta i momenti più belli e più tristi e l’altro assorbe, nella sua memoria, la notizia che gli proviene da tali ricordi e diventano a loro volta altrettante rimembranze da rilanciare ai figli e nipoti. Lungo questo percorso la chiave di lettura è rivolta alla sensibilità di chi legge, interpreta e ricompone il messaggio trasmesso e ricevuto con le sue storie personali, con le sue esperienze vissute.
Questo passaggio orale del ricordo e della memoria tra il vecchio e il giovane oggi, nella vita vissuta, si è attenuato di molto. Per riscaldarsi si fa spesso a meno del caminetto per sostituirlo con altri marchingegni moderni. L’ascolto è sovente affidato ai messaggi che provengono dall’etere e captati dalla radio e dalla televisione. Più di recente si è aggiunto Internet che i giovani lo navigano con crescente interesse e competenza e traggono da esso conoscenze ed anche esperienze sempre più stimolanti nel bene e nel male. Il vecchio diventa sempre più, a questo punto, un personaggio da confinare nell’immaginario del letterato o nella concretezza dei ricordi dei “tradizionalisti”.
Sta di fatto che è un qualcosa che non si vive più in prima persona; ma diventa appannaggio della narrativa. A essa, se non altro, va il merito di una ricostruzione storica di un’antica tradizione che si perde nella notte dei tempi. Da qui i nostri padri, che non avevano la possibilità di trasmettere le loro conoscenze con un testo scritto, ritrovavano il necessario raccordo generazionale con la trasmissione orale affinché ciò che era stato fatto non fosse obliato.
E’ un modo di distinguersi, di riscattarsi, di trionfare sulle forze del male. E’ un passo che può farlo solo chi è giunto al tramonto della vita e sa apprezzare, nel ricordo, la bellezza e la soavità di un’alba. Lo fa più di quanto non gli accadesse da giovane quando era distratto da altri interessi che lo allontanavano dalla meditazione, da un ripiega-mento su se stesso, dalla ricerca di differenti valori.
Se vogliamo il vero dramma dell’essere umano si spiega proprio nella sua incapacità, da giovane e nell’età matura, di riservare una parte del tempo a se stesso, alla scoperta del proprio io, a ricercare comportamenti coerenti con la sua morale interiore.
Nel giovane predomina l’impazienza, la voglia di conoscere e di farlo in fretta, e il che lo rende maldestro su quanto, invece, va colto con ponderazione. Il tutto è pervaso dall’ansia di raggiungere traguardi prima degli altri, costi quel che costi, e nel nutrire insofferenza per chi si sofferma su cose che urtano i suoi istinti di predatore.
Gli manca l’opportunità e il tempo per una vita intensa di meditazione e si rassegna più facilmente agli innumerevoli cicalecci.
Non si accorge che la vita è così poco capace di penetrare e d’intendere, se noi non vogliamo intendere e penetrare con convinzione e determinazione.
Molta colpa va attribuita alla quotidiana dispersione che facciamo per inseguire la fugacità e per amare l’illusione. (Riccardo Alfonso)

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Sicurezza marittima: Rapporto “Safety & Shipping Review 2018”

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 luglio 2018

Secondo la Safety & Shipping Review 2018 di Allianz Global Corporate & Specialty SE (AGCS), compagnia del Gruppo Allianz specializzata nei grandi rischi, nell’ultimo decennio le perdite nel trasporto marittimo sono diminuite di oltre un terzo (38%) e questa tendenza al ribasso è proseguita nel 2017. Tuttavia, eventi recenti come l’incidente della petroliera “Sanchi” e l’impatto del malware NotPetya sulla logistica portuale mostrano come il settore dei trasporti marittimi sia messo alla prova da una serie di sfide note ed emergenti in materia di rischi.
Nel 2017 nel mondo si sono registrate 94 perdite totali, con un calo del 4% rispetto all’anno precedente (98), il secondo più basso in 10 anni dopo il 2014. Secondo il rapporto annuale di AGCS, che analizza le perdite di trasporto per navi oltre le 100 tonnellate lorde (GT), il maltempo ha contribuito alla perdita di oltre 20 mezzi, così come i tifoni in Asia e gli uragani negli Stati Uniti.Le nuove esposizioni al rischio per il settore dei trasporti marittimi sono molteplici: le navi portacontainer sempre più grandi – più lunghe dell’Empire State Building – pongono problemi di contenimento degli incendi e di salvataggio. Il cambiamento climatico comporta nuovi rischi sulle rotte, con condizioni in rapido mutamento nelle acque dell’Artico e dell’Atlantico settentrionale che comportano ulteriori pericoli. L’attenzione per l’ambiente sta crescendo man mano che il settore cerca di ridurre le emissioni, ma questo porta con sé il pericolo sia di nuovi rischi tecnici, sia di incidenti che possono danneggiare i macchinari. I trasportatori continuano a dover bilanciare vantaggi e rischi di una maggiore automazione a bordo. L’attacco informatico di NotPetya ha causato ritardi nel trasporto merci e la congestione in quasi 80 porti, sottolineando la minaccia di rischi informatici per il settore.
Quasi un terzo delle perdite di trasporto in mare nel 2017 (30) si è verificato nella regione marittima della Cina meridionale, Indocina, Indonesia e Filippine, con un aumento annuo del 25% dovuto all’attività nelle acque vietnamite. Quest’area è stata il principale punto critico delle perdite totali a livello globale dell’ultimo decennio, portando alcuni commentatori dei media a definirla il “nuovo Triangolo delle Bermuda”. I principali fattori di perdita sono in realtà le condizioni meteorologiche – nel novembre 2017, il tifone Damrey ha causato sei perdite -, i mari affollati e gli standard di sicurezza più bassi su alcune rotte interne. Al di fuori dell’Asia, la regione del Mediterraneo orientale e del Mar Nero è il secondo punto di maggior perdita (17), seguita dalle isole britanniche (8). Secondo l’analisi AGCS, si è registrato anche un aumento annuo del 29% degli incidenti di navigazione segnalati nelle acque del circolo polare artico (71).Le navi cargo (53) hanno rappresentato oltre la metà di tutte le navi perdute a livello mondiale nel 2017. Le perdite subite dalle navi da pesca e passeggeri sono diminuite rispetto all’anno precedente. Le navi portarinfuse hanno registrato 5 delle 10 maggiori perdite totali in termini di stazza lorda. La causa più comune rimane il naufragio (affondamento), con 61 casi di questo genere nel 2017. Il naufragio/blocco è al secondo posto (13), seguito dai guasti ai macchinari/al motore (8).
Nonostante decenni di miglioramenti della sicurezza, il settore dei trasporti marittimi non ha spazio per l’autocompiacimento. Proseguono gli incidenti mortali come l’incidente della petroliera “Sanchi” nel gennaio 2018 e la perdita della nave “El Faro” a seguito dell’uragano Joaquin alla fine del 2015, e il comportamento umano è spesso un fattore determinante. Si stima che dal 75% al 96% degli incidenti di navigazione siano dovuti a errori umani, che sono anche all’origine del 75% dei 15.000 sinistri del settore assicurativo della responsabilità civile marittima analizzati da AGCS, per un costo di 1,6 miliardi di dollari.

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Indagine Philips: italiani e rapporto tra sonno e tecnologia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 luglio 2018

Un sonno di qualità impatta positivamente sulla salute e la vita di tutti i giorni, dormire bene è il metodo migliore per riposarsi e recuperare le energie: questo è il pensiero del 91% degli intervistati nell’indagine commissionata da Philips, azienda leader nel settore dell’Health Technology, alla società di ricerca Strive Insight sul rapporto tra utilizzo della tecnologia e qualità del sonno.
In una società sempre più digitalizzata e connessa ovunque e in qualsiasi momento, la tecnologia è diventata sempre più “invasiva”: la media giornaliera di utilizzo di dispositivi digitali si attesta attorno alle 7 ore durante i giorni lavorativi e quasi 6 ore durante il weekend. Utilizzo che, per il 73% degli intervistati, risulta intenso anche nelle ore antecedenti il riposo notturno. La tecnologia connettiva, spesso “ipnotica”, che crea dipendenza sempre più spesso sostituisce oggi i rituali pre-sonno andando così ad impattare sul nostro riposo.In particolare, l’attività digitale degli italiani prima di cadere fra le braccia di Morfeo è caratterizzata da una componente sociale: i passatempi più diffusi sono infatti i social network e le chat seguiti dalla lettura delle email. Nonostante gli italiani riconoscano l’importanza del riposo notturno conservano cattive abitudini legate all’utilizzo dei dispositivi tecnologici: il 52% degli intervistati tiene regolarmente il proprio smartphone sul comodino accanto al letto e il 40% lascia il telefono sempre acceso anche durante la notte. Abitudini digitali scorrette possono rivelarsi dannose e favorire l’insorgere di disturbi del sonno: solo il 6% degli intervistati dichiara di non svegliarsi mai durante la notte. La maggior parte degli italiani intervistati da Philips non ha un sonno continuo e ha frequenti risvegli notturni. Il 18% degli italiani, inoltre, afferma che è capitato di essere svegliato perché disturbato da segnali sonori emessi dal device tecnologico. Inoltre, 1 italiano su 4 confessa di controllare il proprio smartphone durante i risvegli notturni.“L’indagine rivela una consapevolezza diffusa riguardo l’importanza del riposo notturno così come in merito alla correlazione tra disturbi del sonno e utilizzo di dispositivi tecnologici prima di andare a letto; nonostante ciò gli italiani faticano ad abbandonare certe cattive abitudini. Philips, leader mondiale nella ricerca di soluzioni dedicate alla terapia del sonno ha una lunga storia di innovazione proprio per aiutare le persone a dormire meglio e a curare alcune patologie del sonno come le apnee notturne ancora troppo sottovalutate dalla popolazione, ma che se trascurate possono portare a conseguenze anche gravi.” dichiara Gianluigi Redolfini, Health Systems Marketing Leader – Philips Italy, Israel & Greece.Tra i disturbi del sonno più diffusi il 31% afferma di avere un sonno irrequieto e risvegli frequenti, di questi il 66% dichiara di soffrire di apnee notturne e il 33% di conoscere questa patologia. Il 24% invece dichiara di avere difficoltà ad addormentarsi e il 15% di soffrire di insonnia.I sintomi più dichiarati legati ai disturbi del sonno sono: stanchezza durante il giorno (il 55%), stanchezza al risveglio (il 48%), occhi stanchi al risveglio (il 35%), difficoltà di concentrazione (il 28%) e irritabilità (il 27%). Meno di un terzo del campione (il 28%) che ha dichiarato di soffrire di disturbi del sonno si è rivolto ad un medico per avere un consulto. I consigli più diffusi tra coloro che hanno interpellato un camice bianco sono: alimentazione serale leggera (il 40%), attività fisica durante il giorno (39%) e la riduzione dell’utilizzo di dispositivi tecnologici prima di addormentarsi (il 37%).

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