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Quotidiano di informazione – Anno 30 n°108

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Il rapporto tra élite e popolo

Posted by fidest press agency su venerdì, 30 marzo 2018

La democrazia “in atto” rivelatasi negli ultimi due anni – a partire dal referendum sulla Brexit e dall’elezione di Trump per arrivare, passando per una serie di scampati pericoli di diverse elezioni europee, al referendum costituzionale ed alle elezioni italiane – ha alterato la direzione del rapporto tra élite e popolo, che ha tradizionalmente visto le prime orientare l’agenda politica attraverso l’offerta di un ventaglio ristretto di scelte cui il popolo attraverso il voto democratico poteva attribuire un peso decisionale.Condizione per legittimare la funzione orientatrice delle élite era la loro capacità di interpretare le esigenze della società, anche in termini evolutivi, ma soprattutto nel collocarle all’interno di un sistema di compatibilità capace garantire l’esercizio delle libertà fondamentali dell’individuo, dell’agire economico e delle relazioni internazionali. Compito che consisteva quindi nel definire i limiti delle scelte politiche compatibili con il mantenimento di quel sistema di compatibilità e nel rendere la società consapevole dell’importanza di rispettare questi limiti, attraverso un sistema ramificato e radicato di corpi intermedi e di partecipazione diffusa che consentiva la condivisione del patrimonio teorico-culturale e la sua prudente evoluzione.Questo sistema si basava sulla limitata contendibilità del mercato dell’offerta politica, in un sistema di democrazia “condizionata” dominata da un oligopolio di fatto di un numero ristretto (due o poco più) di partiti candidabili al governo, comunque coerenti con la tutela del sistema di compatibilità generali, al più diversificati rispetto all’intensità e alla direzione della loro prudente evoluzione.I ristretti margini di libertà concessi alle scelte politiche, anche per il naturale istinto di conservazione delle élite, rappresentava la più forte tutela della società dall’imprevedibilità e dall’irresponsabilità del pieno dispiegarsi del “terribile diritto” (mutuando la definizione di Cesare Beccaria del diritto di proprietà) costituito dall’esercizio universale del voto in un sistema democratico totalmente aperto.I fondamenti del sistema di democrazia “condizionata” sono progressivamente venuti meno a causa dello sgretolamento dell’oligopolio politico, sia per la crisi dei presupposti ideologici dei partiti tradizionali sia per la creazione di canali di formazione del consenso alternativi a quelli basati sui corpi intermedi e sulle forme di partecipazione diffusa istituzionalizzati.I nuovi partiti o comunque le nuove offerte politiche, come quelle di Trump o dei sostenitori della Brexit, hanno infatti privilegiato il rapporto diretto con il popolo, affermando un modello di democrazia diretta che programmaticamente ha invertito la direzione dell’offerta politica, alla ricerca di una presunta “volontà comune”, le cui esigenze vengono solleticate e assecondate invece che guidate e trasformate in proposte compatibili con l’equilibrio del sistema.Disintermediate e alimentate dall’amplificazione ansiosa e ansiogena di mezzi di comunicazione disarticolati e disorientati, le pulsioni emotive del popolo assurgono allo stato di assoluti, incuranti del sistema di compatibilità e limiti che salvaguardano un esercizio effettivo della libertà.In questo quadro la società si trova esposta alle ambizioni incontrollabili delle scelte politiche, non più vincolate nello sperimentare soluzioni che stravolgono gli equilibri tradizionali – nell’allocazione delle risorse, nei rapporti tra Stato e individui e nelle relazioni internazionali – per affermare presunti diritti e assecondare inquietudini esasperate dallo stesso dibattito politico.Nella difficoltà di recuperare la solidità del sistema precedente, si pone il problema di arginare i rischi di quello attuale, evitando la tentazione di assecondarlo, come sollecitato dalle pur oneste intenzioni di chi predica un ritorno alla capacità di “ascoltare il popolo, e riaffermando una visione umile della politica che rinunci a stabilire il suo primato sulla società.Per mettere in salvo la società dalla democrazia incontrollata che si sta affermando occorre sì ripartire dal basso, ma per recuperare una funzione propositiva dei corpi intermedi della società (rappresentativi del mondo del lavoro, imprenditoriale, dell’associazionismo sociale e culturale), oggi rifugiati in una funzione corporativa di organizzazione di richieste e tutele che alimenta una visione della società come soggetto passivo di servizi offerti dalla politica.Ma occorre anche rendere chiari i vincoli esterni all’azione politica determinabile dal voto popolare, attraverso il radicamento di automatismi che limitino lo spazio per stravolgimenti del sistema soprattutto nella sfera economica, salvaguardando la sostenibilità del debito pubblico e l’autonomia della politica monetaria e valutaria. Tali vincoli erano in gran parte impliciti nel sistema democratico “condizionato “che è entrato in crisi ma si tratta ora di renderli espliciti, sia nella cultura politica delle forze che intendono salvaguardare la società, sia nell’assetto istituzionale.L’appartenenza all’Unione Europea è un ancoraggio forte, l’unico in grado di resistere alla disordinata e spesso sconclusionata furia iconoclasta della nuova politica che, non a caso, brandisce le istanze nazionali e vagheggia approcci sovranisti.Anche l’integrazione europea andrebbe però non sovraccaricata di ambizioni politiche, foriere di un ulteriore eccesso di aspettative e conseguenti frustrazioni, ricordando la sua originaria vocazione volta alla creazione in primis di un mercato comune basato sulle quattro nozioni fondamentali di libertà (libera circolazione delle persone, dei servizi, delle merci e dei capitali) che costituiscono le migliori salvaguardie della società dai capricci di una democrazia incontrollata e disorientata.
Compatibile con questa visione è il rafforzamento del potere delle istituzioni europee, non soltanto ricercando una loro maggiore legittimità politica, ma anche salvaguardando la loro competenza e responsabilità su un piano “tecnico”. Si tratta di procedere attraverso equilibri progressivi, che sicuramente non sembrano rispondere immediatamente alla crescente ambizione della politica, ma che consentono quella dialettica tra società e istituzioni che una democrazia totalizzante rischia di travolgere. (fonte: NOTA ISRIL ON LINE N. 12 – 2018)

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Un nuovo rapporto lancia l’allarme sui livelli crescenti di fame acuta nel mondo

Posted by fidest press agency su domenica, 25 marzo 2018

Circa 124 milioni di persone in 51 paesi sono stati colpite da una grave insicurezza alimentare nel 2017 – 11 milioni in più rispetto all’anno precedente. Questo quanto riportato dalla nuova edizione del Rapporto Globale sulle Crisi Alimentari. Il rapporto definisce “insicurezza alimentare acuta” un livello di fame tanto severo da rappresentare una minaccia diretta alla vita o ai mezzi di sostentamento delle persone.Il peggioramento della situazione è ascrivibile in larga misura allo scoppio o all’acuirsi di conflitti e instabilità in paesi come il Myanmar, la Nigeria nord-orientale, la Repubblica Democratica del Congo, il Sud Sudan e lo Yemen. Condizioni prolungate di siccità hanno invece causato il susseguirsi di scarsi raccolti in paesi già colpiti da alti livelli di insicurezza alimentare e malnutrizione in Africa orientale e meridionale.
Il rapporto sottolinea come le crisi alimentari siano sempre più determinate da cause complesse e che spesso agiscono in contemporanea, quali conflitti, shock climatici estremi, prezzi alti degli alimenti di base.La situazione descritta dal rapporto mette in luce la necessità urgente di azioni che sappiano al tempo stesso salvare vite, salvare i mezzi di sostentamento e affrontare alla radice le cause delle crisi, hanno affermato i partner.Le situazioni di conflitto rimangono il fattore principale alla base della grave insicurezza alimentare in 18 paesi – 15 dei quali in Africa e Medio Oriente. Sono i conflitti la causa principale della maggior parte dei casi di insicurezza alimentare acuta nel mondo, rappresentando il 60 per cento del totale, 74 milioni di persone.I disastri climatici – soprattutto la siccità – hanno provocato crisi alimentari in 23 paesi, due terzi dei quali in Africa, gettando nell’insicurezza alimentare grave 39 milioni di persone.Intere comunità e un numero maggiore di donne e bambini hanno bisogno di supporto nutrizionale rispetto all’anno scorso;servono soluzioni durature se vogliamo invertire questo trend.
Secondo il rapporto, nel 2018 i conflitti continueranno a causare crisi alimentari in paesi come l’Afghanistan, la Repubblica Centrafricana, la Repubblica Democratica del Congo, il Nord Est della Nigeria, la regione del Lago Chad, il Sud Sudan, la Siria, lo Yemen oltre alla Libia e il Sahel centrale (Mali e Niger).
Uguali sono le previsioni per l’impatto di condizioni climatiche particolarmente secche sui raccolti e sulla produzione animale, che inaspriranno l’insicurezza alimentare in zone pastorali della Somalia, dell’Etiopia sud-orientale, del Kenya orientale, in Africa Occidentale e nel Sahel, inclusi Senegal, Chad, Niger, Mali, Mauritania e Burkina Faso.
Il Rapporto Globale sulle Crisi Alimentari riunisce dati e analisi regionali e nazionali da fonti multiple in un unico documento che fornisce un’immagine chiara e approfondita delle crisi alimentari e dell’insicurezza alimentare acuta nei paesi colpiti.
Si prevede che il Global Network contro le Crisi Alimentari lanciato dall’Unione Europea, dalla FAO e dal WFP al Summit Umanitario Mondiale nel 2016 diventerà sempre più il motore alla base del nesso tra azioni umanitarie, sviluppo e pace, promuovendo un maggiore coordinamento tra le agenzie umanitarie e per lo sviluppo.

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Il rapporto tra cultura sapienziale e cultura analitica

Posted by fidest press agency su sabato, 3 marzo 2018

Nel corso della storia moderna e contemporanea molti hanno cercato di percorrere la strada maestra per la cultura della verità e dei principi, fino a correre il rischio di una loro declamazione e ripetizione retorica e astratta. Ciò non vuol dire che altri compagni di viaggio non abbiano saputo dotarsi di una cultura progettuale e concreta. In entrambi i casi esiste un comune denominatore che noi possiamo chiamare “cultura dottrinale”, perché la vita o è guidata dalla sapienza dei principi o è insipiente e come tale condizionata oltre misura dalle opinioni, dagli eventi, da chi ha più forza e più voce sulle piazze, nei mass-media e ai tavoli che contano. Questo rapporto, che posso anche definire due saperi, non presenta un suo orizzonte culturale differenziato, ma mostra due diverse sensibilità che si possono completare vicendevolmente.
Diversamente si correrebbe il rischio di scivolare sul piano inclinato di una teoria e di un’etica astratta oppure, all’opposto, di una conoscenza dei dati e dei fenomeni svincolata dal riferimento ai principi ei quindi priva di metri di valutazione etica e finire con l’essere condotti a derive relativistiche.
Se la cultura teoretica ed etica e quella analitica se non s’intrecciassero insieme sarebbe difficile evitare quello paventato da Maritain fra una morale apolitica e una politica amorale. E questo stare in piedi, a fronte delle varie conoscenze, ci permette di osservare e di vedere la società di fatto, nelle sue molteplici dimensioni, così com’è e come si muove. Non dimentichiamo che, comunque, ci dobbiamo misurare con le concrete realtà e le tendenze e problematiche socio-culturali d’oggi. Ma il rapporto non sarebbe completo se non vi aggiungessi la cultura storica. Non c’è svolta, cambiamento per quanto rivoluzionario, non c’è progetto e attività che possa pretendere di partire dall’anno zero. Mi appare persino ovvio, a questo punto, pensare che la scuola e, più in generale, il sistema integrato dell’istruzione e della formazione, debba assumere un ruolo insostituibile al riguardo. (Riccardo Alfonso)

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Rapporto sulle 10 crisi umanitarie di cui si è parlato meno nel 2017

Posted by fidest press agency su mercoledì, 24 gennaio 2018

ginevraGinevra (Svizzera) Oggi l’organizzazione internazionale umanitaria CARE ha lanciato un nuovo rapporto che mette in luce le 10 crisi dimenticate del 2017. Nel rapporto, dal titolo “Suffering in Silence” si evidenzia come la crisi umanitaria in Corea del Nord sia quella ad aver ricevuto la minore attenzione da parte dei media di tutto il mondo. Molti si sono focalizzati sulla minaccia nucleare tralasciando completamente la crisi umanitaria. Tra le altre crisi che raramente trovano spazio nei media, le crisi in Eritrea, Burundi, Sudan, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo (DRC), Mali, Bacino del Lago Chad (Niger, Camerun, Chad), Vietnam e Perù.“Siamo tutti consapevoli del fatto che una singola foto può richiamare l’attenzione di tutto il mondo su un unico problema. Ma le persone dei Paesi analizzati nel report di CARE sono ben lontane dalle telecamere e dai microfoni di tutto il mondo”, dice Laurie Lee, Segretario Generale ad interim di CARE International. “Queste crisi potranno non essere sulle prime pagine dei giornali, ma ciò non significa che possiamo dimenticarcene.”Esiste poi una linea diretta tra l’attenzione mediatica e i fondi donati per gli aiuti umanitari. “I media giocano un ruolo fondamentale nell’attrarre l’opinione pubblica su quelle crisi dimenticate e trascurate”, dichiara Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. “Nonostante le conseguenze dei conflitti ricadano tragicamente su milioni di vite umane, persiste il divario tra i bisogni umanitari e i fondi a disposizione. Le previsioni per il 2018 non sono buone, resta ancora debole la volontà politica di risolvere i conflitti e affrontare le cause che li generano, quali mancanza di governance, aumento della povertà, disuguaglianza e cambiamento climatico. I leader politici devono fare un passo in avanti e farsi carico della responsabilità di affrontare le crisi oggi dimenticate.”
Nel 2018, molti di questi disastri continueranno a dilagare. Le famiglie povere lottano per sopravvivere, poiché diminuisce la loro capacità di far fronte a future crisi, visto che i conflitti durano per decenni e i beni di sussistenza e le risorse si esauriscono. Il quadro umanitario globale delle Nazioni Unite (UN’s Global Humanitarian Overview) nel 2018 necessiterà di 22,5 miliardi di dollari statunitensi, per dare assistenza ad almeno 91 dei 135 milioni di persone che ne hanno urgente bisogno. L’attenzione mediatica può aiutare a concentrare il supporto pubblica su questi bisogni. Tra le raccomandazioni evidenziate nel report, quella di lavorare con giornalisti freelance locali e ONG per ottenere materiale aggiornato, raccogliere fondi necessarie per realizzare report in aree remote e investimenti da parte delle ONG in attività di comunicazione di situazioni d’emergenza.

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Rapporto sulla sanità italiana: non ci siamo proprio

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 dicembre 2017

sanitàL’Italia investe per il servizio sanitario il 14,1% della spesa pubblica, cioè l’1,1% in meno rispetto alla media europea e ben il 5,2% in meno rispetto all’Irlanda, il paese che vi dedica la quota più alta.Il rapporto mette inoltre in evidenza tre punti fondamentali: l’invecchiamento del personale sanitario, il precariato e la cronica insufficienza degli organici.Solo per quel che riguarda i medici di base, entro il 2023 andranno in pensione circa 21.700 medici su poco più di 45mila, a fronte di solo 6mila giovani medici in ingresso. Eppure si continua a praticare il numero chiuso per l’iscrizione alle facoltà di medicina, nonostante si preveda, con questi numeri, che entro il prossimo decennio almeno un terzo dei cittadini non potrà avere un medico di famiglia.
Già nel 2011 nella sanità pubblica operavano 35mila precari, di cui 10mila medici. La situazione sicuramente è peggiorata negli ultimi anni, vista la malsana tendenza da parte delle Regioni a fare ricorso al lavoro precario per far fronte alla carenza di personale causata dal mancato turn-over.
Ma non finisce qui. Se ai già scarsi fondi previsti per la sanità pubblica si aggiungono i danni provocati dalla corruzione, dall’inefficienza della spesa pubblica nel comparto sanitario e dagli sprechi, il quadro diventa drammatico. Sommando il peso di solo questi tre fattori il danno ammonterebbe a ben 26,6 miliardi di euro all’anno.Una delle contraddizioni più difficili da digerire è quella della lunghezza delle liste di attesa per le visite specialistiche e per i ricoveri ospedalieri. Inutile dire che il ricorso all’intramoenia è non solo inutile, ma addirittura dannoso, in quanto finisce per dilatare i tempi di accesso per chi non vi fa ricorso e genera un forte disparità nell’erogazione della cura, alla faccia dell’uguaglianza di tutti i cittadini sancita dalla Costituzione.E sempre in tema di disuguaglianze, si registra una forte disparità tra nord e sud in quanto a dotazione di apparecchiature tecnicobiomediche, che comunque risultano, in generale, carenti e non aggiornate.Secondo qualcuno staremmo uscendo dalla crisi. Nulla di più falso, se uscire dalla crisi significa continuare a ridurre la spesa pubblica a discapito della salute di tutti.
Continuando ad obbedire ai dettami di provvedimenti come il Fiscal Compact che, imponendo come priorità assolute il pareggio di bilancio e la riduzione del debito, spingono sempre di più a tagliare i servizi sociali come la Sanità, si risponde solo agli interessi della sanità privata e delle assicurazioni.Quindi non è così che si esce dalla crisi. Anzi, è esattamente il contrario. È proprio questa continua riduzione della spesa pubblica, a favore degli interessi di pochi, ad aver generato e fatto crescere questa crisi, che sta assumendo sempre di più i connotati di un intenzionale attacco nei confronti del bene comune.Solo difendendo il bene comune, invece, possiamo migliorare la qualità di vita della maggioranza dei cittadini. Questo significa per noi uscire dalla crisi. (fonte partito umanista) (foto: sanità)

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Rapporto su “Il fenomeno aggressioni al personale sanitario”

Posted by fidest press agency su domenica, 26 novembre 2017

Medico prescrive pilloleRoma lunedì 27 novembre 2017, alle ore 18,00, nella Sala del Consiglio dell’Ordine provinciale di Roma dei Medici-Chirurghi e degli Odontoiatri (via G.B. De Rossi 9) sarà presentato il rapporto su “Il fenomeno aggressioni al personale sanitario: uno studio osservazionale nei medici dell’Ordine di Roma”.
Illustreranno i risultati dello studio i professori Giuseppe La Torre e Mattia Marte del Dipartimento di Sanità Pubblica e Malattie Infettive dell’Università Sapienza di Roma. Interverranno il Presidente dell’Ordine, Giuseppe Lavra, e il Consigliere Ernesto Cappellano.Lo studio, di tipo trasversale (cross-sectional), è stato condotto tramite la compilazione di un questionario a partecipazione facoltativa somministrato via internet ai medici dell’OMCeO di Roma, con l’obiettivo di stimare la prevalenza del fenomeno aggressioni nel personale medico iscritto all’Ordine e valutare l’impatto su tale fenomeno di fattori socio-demografici e lavorativi.Le aggressioni al personale sanitario sono in crescita e sicuramente il fenomeno è sottovalutato. Uno studio del 2001 a livello europeo stima che la percentuale dei lavoratori del settore sanitario che hanno avuto esperienza di violenza fisica nell’arco della loro vita lavorativa è molto più alta della media degli altri settori. Per aggressione poi non s’intende soltanto la violenza fisica ma anche la violenza verbale, le minacce, le molestie sessuali. Inoltre la violenza può essere oltre che verticale (del tipo paziente/familiare del paziente contro il lavoratore) anche orizzontale (ovvero la violenza tra colleghi). Il danno per l’individuo e per la collettività è concreto, le aggressioni aumentano lo stress lavorativo e possono portare anche a giorni di assenza dal lavoro con inevitabili conseguenze sulla qualità delle cure nonché dei costi economici.

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Rapporto Caritas sulla povertà in Italia

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 novembre 2017

caritas“Il rapporto della Caritas sulla povertà in Italia mostra il fallimento delle politiche del centro sinistra confermando ciò che Forza Italia sostiene da tempo”, lo dichiara la deputata di Forza Italia, Vincenza Labriola. “Tasso di disoccupazione giovanile tra i più alti d’Europa , record di Neet, un giovane su dieci in stato di povertà assoluta, questi i risultati. I giovani privati di qualsiasi prospettiva occupazionale sono diventati più poveri dei genitori. Nell’ultimo ventennio, osserva la Caritas, il divario di ricchezza tra giovani e anziani si è ampliato: la ricchezza media delle famiglie con capofamiglia di 18-34 anni è meno della metà di quella del 1995, mentre quella delle famiglie con capofamiglia con almeno di 65 anni è aumentata di circa il 60%.L’Italia inoltre -prosegue la deputata azzurra –è il paese dell’Ue con la più alta presenza di Neet: nel 2016 3 milioni 278mila giovani (il 26% di chi ha tra 15 e 34 anni) risultavano fuori dal circuito formativo e lavorativo. Questa situazione di stallo, di mancanza di prospettive e di difficoltà a fronteggiare la quotidianità, che pesa sulle nuove generazioni crea il depauperamento dell’Italia sia in termini economici che in termini culturali e sociali. Bisogna dare risposte concrete e immediate affinché l’Italia risorga dal baratro in cui il Pd lo ha fatto pian piano scivolare. Solo la politica del fare del Presidente Silvio Berlusconi – conclude Labriola- può dare risposte immediate e strutturali al Paese, le cose possono cambiare lo dobbiamo ai nostri figli e a noi stessi.”

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Rapporto 2017 su “I Fondi immobiliari in Italia e all’estero”

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 novembre 2017

borsa milanoRoma mercoledì 22 novembre a Roma presso l’Auditorium Via Veneto (via Veneto, 89) dalle 9.00 alle 13.00 si terrà il Rapporto 2017 su “I Fondi immobiliari in Italia e all’estero”.L’aggiornamento del Rapporto sarà presentato da Mario Breglia (Scenari Immobiliari) e Gottardo Casadei (Studio Casadei), e commentato da Domenico Bilotta (Investire SGR), RiccardoCorsi (Fabrica Immobiliare SGR), AndreaCornetti (Prelios SGR), IvanoIlardo (BNP Paribas Reim SGR), Giampiero Schiavo (Castello SGR), Edoardo Schieppati (Coima SGR)
Dopo la presentazione della ricerca si terrà il convegno dal titolo “Impatto della politica europea (e BCE) su risparmi e investimenti”, introdotto dal prof. Alberto Martinelli (Università Statale degli Studi di Milano), a cui parteciperanno Giampaolo Galli (Camera dei Deputati), Claudio Cacciamani (Università di Parma), Riccardo Puglisi (Università di Pavia), Davide Squarzoni (Prometeia Advisor Sim), Massimo Lo Cicero (Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli).

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UNICEF: nuovo rapporto sulla violenza contro i bambini

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 novembre 2017

unicefSecondo un nuovo rapporto dell’UNICEF lanciato oggi, un impressionante numero di bambini – alcuni anche di appena 12 mesi – hanno vissuto esperienze di violenza, spesso causate da chi dovrebbe prendersene cura. Lo studio A Familiar Face: Violence in the lives of children and adolescents (“Un volto familiare: la violenza nelle vite di bambini e adolescenti”) usa gli ultimi dati per rivelare le violenze che i bambini subiscono in ogni momento della loro infanzia e in tutti i contesti:
Tre quarti dei bambini del mondo tra i 2 e i 4 anni – circa 300 milioni – subiscono a casa aggressioni psicologiche e/o fisiche da coloro che se ne dovrebbero prendere cura.
Circa 6 bambini su 10 di un anno di età, in 30 paesi in cui sono disponibili dati, sono regolarmente vittime di un’educazione violenta: circa un quarto dei bambini di un anno viene strattonato per punizione e circa 1 su 10 viene schiaffeggiato o colpito al viso, alla testa o alle orecchie.
Nel mondo, 1 bambino su 4 sotto i 5 anni – 176 milioni – vive con una madre vittima di un partner violento.
Nel mondo, circa 15 milioni di ragazze adolescenti tra i 15 e i 19 anni sono state costrette a rapporti sessuali o altri tipi di violenza sessuale durante la loro vita;Solo l’1% delle ragazze adolescenti che hanno subito violenza sessuale ha dichiarato di aver chiesto l’aiuto di uno specialista;
Nei 28 paesi i cui dati sono disponibili, in media, il 90% delle ragazze adolescenti che hanno subito violenza sessuale, ha dichiarato che il perpetratore del primo atto era una persona che già conosceva. I dati di 6 paesi rilevano che amici, compagni di classe e partner sono tra coloro maggiormente indicati come i perpetratori di violenza sessuale contro i ragazzi adolescenti.
A livello globale, ogni 7 minuti un adolescente viene ucciso a causa di un atto di violenza;
Negli Stati Uniti, i ragazzi neri non ispanici tra i 10 e i 19 anni hanno una probabilità circa 19 volte maggiore di essere uccisi rispetto a un ragazzo bianco e non ispanico della stessa età. Se il tasso di omicidi tra i ragazzi adolescenti neri non ispanici fosse applicato all’intera popolazione del paese, gli Stati Uniti risulterebbero fra i 10 paesi più pericolosi al mondo;
Nel 2015, un ragazzo adolescente nero non ispanico aveva la stessa probabilità di essere ucciso per omicidio negli Stati Uniti rispetto al rischio che correva un ragazzo adolescente che viveva in Sud Sudan di morire a causa della violenza collettiva che dilaniava il paese;
L’America Latina e i Caraibi sono l’unica regione in cui il tasso di omicidi tra gli adolescenti è aumentato; nel 2015, circa la metà di tutti gli omicidi tra gli adolescenti a livello globale è avvenuta in questa regione.
La metà di tutti i bambini in età scolare – 732 milioni – vive in paesi in cui le punizioni fisiche a scuola non sono totalmente proibite;Tre quarti delle sparatorie documentate avvenute negli ultimi 25 anni nelle scuole si sono verificate negli Stati Uniti.
Per quanto riguarda gli adolescenti (età 11 – 15 anni) che hanno riferito di aver compiuto atti di bullismo a scuola almeno una volta, l’Italia si colloca tra i 10 paesi con la percentuale più bassa. Anche per quanto riguarda la percentuale di adolescenti (età 13 – 15 anni) che riferiscono di aver subito episodi di bullismo il nostro Paese si colloca nei posti più bassi della classifica. “Al di là delle classifiche il bullismo rappresenta comunque una realtà per molti adolescenti che vivono in Italia, per questo è importante non abbassare la guardia. In tal senso è positivo che vengano poste in atto misure di contrasto al fenomeno quali la recente presentazione da parte del MIUR del Piano nazionale per l’educazione al rispetto e le relative Linee guida e delle Linee di orientamento per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo” ha dichiarato il Presidente dell’UNICEF Italia Giacomo Guerrera.
L’UNICEF nel suo lavoro è impegnato a porre fine alle violenze, supportando gli sforzi governativi per migliorare i servizi per i bambini colpiti da violenze, sviluppando politiche e leggi che proteggano i bambini e aiutando le comunità, i genitori e i bambini a prevenire la violenza con programmi pratici, come corsi per i genitori e azioni contro la violenza domestica.

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Rapporto: “L’impatto dell’Ictus in Europa”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 ottobre 2017

ictusÈ stato presentato a Roma il volume “L’impatto dell’Ictus in Europa”, a cura dell’Osservatorio Ictus Italia in collaborazione con S.A.F.E. – Stroke Alliance for Europe e il supporto dell’Europarlamentare On. Aldo Patriciello. Si tratta della traduzione in lingua italiana di un’analisi approfondita dello stato della sensibilizzazione, informazione e prevenzione di questa emergenza sanitaria, dell’offerta di cura, della riabilitazione, del sostegno e dell’integrazione sociale e in generale della vita dei cittadini europei colpiti dalla malattia. Lo studio, commissionato ai ricercatori del King’s College di Londra dalla Stroke Alliance for Europe, ha esaminato dati, documenti e informazioni provenienti da 35 nazioni europee, fra cui l’Italia, rilevando differenze significative tra i diversi modelli di cura e disparità nelle possibilità di accesso alle terapie.Il rapporto sottolinea dati epidemiologici allarmanti: l’ictus è tra le prime cause di morte in Europa, la seconda causa di deficit cognitivo nell’adulto ed in assoluto la prima causa di disabilità a lungo termine. Nonostante gli sforzi sino ad ora compiuti dai Paesi europei nell’affrontare questa catastrofe umanitaria, ci si aspetta un aumento di circa il 30% dei nuovi casi nei prossimi anni, attribuibile soprattutto all’invecchiamento della popolazione.Con l’auspicio che il nostro Paese possa essere capofila, nonché riferimento internazionale, delle best practice in tema di prevenzione e cura dell’ictus, l’Osservatorio Ictus Italia ha promosso la versione Italiana del rapporto, una preziosa opportunità di informazione e condivisione, non solo con la popolazione, ma anche con gli stakeholders della politica e con i professionisti coinvolti nella programmazione e nell’organizzazione dei servizi sanitari.
“L’ictus cerebrale è una condizione che affligge milioni di persone e famiglie al mondo, trasformando la loro esistenza in una realtà di sofferenza e perdita di autonomie”, afferma la Dott.ssa Nicoletta Reale, Presidente dell’Osservatorio Ictus Italia. “L’Osservatorio si è quindi impegnato nella diffusione della versione italiana del Rapporto, per rendere disponibili alla popolazione maggiori informazioni sulla portata e sull’impatto della patologia, ma anche sul valore dell’impegno e del supporto che un’associazione di volontariato come A.L.I.Ce. Italia può offrire”.
Lo studio del King’s College di Londra ha dimostrato che è possibile un notevole miglioramento dell’indice di sopravvivenza all’ictus grazie all’implementazione delle Stroke Unit e all’uso del trattamento di trombolisi. Tuttavia, nonostante l’inclusione di queste strutture nelle linee guida europee e nazionali, si è stimato che solo il 30% dei pazienti europei affetti da ictus riceve assistenza adeguata.Le proiezioni indicano che entro i prossimi venti anni ci sarà un complessivo aumento del 34% del numero totale di casi di ictus nell’Unione Europea, cioè un passaggio da 613.148 casi nel 2015 a 819.771 nel 2035. Nel 2015 solo i costi sanitari diretti della patologia sono arrivati a 20 miliardi di euro nell’UE, mentre i costi indiretti, dovuti tanto al costo opportunità dell’assistenza informale della famiglia e degli amici, quanto alla perdita di produttività, causata dalla patologia o dalla morte, sono stati stimati nell’ordine di altri 25 miliardi di euro.La prevenzione e la corretta terapia dell’ictus dovrebbero perciò rappresentare priorità assoluta dei Paesi europei. Attualmente, infatti, il tasso di morte per ictus nei diversi Stati varia da 30 a 170 casi ogni 100.000 abitanti, differenza che dipende dalla eventuale presenza di Unità Neurovascolari funzionali sul territorio.

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Il mio rapporto con i lettori

Posted by fidest press agency su sabato, 23 settembre 2017

logo-fidest-jpgDi proposito ho adottato un metodo diverso per esporre i vari argomenti trattati lasciando il campo a differenti divagazioni. Il tutto vorrebbe trasformarsi in un “chiacchiericcio” vicino al caminetto di due amici, avanti negli anni ma ancora con la mente lucida. Sono seduti uno accanto all’altro su una comoda poltrona.
Parlano ma non si guardano negli occhi. I loro sguardi sono rivolti alla fiamma del caminetto che si appanna e si ravviva, di tanto in tanto. A tratti uno indugia e l’altro incalza, uno sembra intento a raccogliere i ricordi prima di esternarli e l’altro incomincia a rievocare i suoi. Sono già lì seduti da qualche ora ma non sembrano avere voglia di andarsene. E’ già sera inoltrata. Hanno già fatto onore al desco con un pranzo frugale: una minestra di verdure e un po’ di pane con formaggio e un mezzo bicchiere di vino rosso.
Non è la prima volta che si ritrovano lì seduti davanti al fuoco. Sono vicini di casa. Percorrono poco metri di strada acciottolata prima di ritrovarsi. Il loro passo è malfermo ma li aiuta un bastone a non perdere il loro ritmo lento ma sicuro. Le rispettive famiglie si sono affievolite: le mogli preferiscono ritrovarsi tra loro a ciacolare e soprattutto a pettegolare o a parlare di cucina, di vecchie amicizie e di antichi risentimenti. I figli già da qualche tempo li hanno lasciati ora per un lavoro in città e ora per una dolorosa perdita. Il figlio, infatti, di uno dei due vecchi è morto a trent’anni per un incidente. E’ stato un dolore cocente che ancora si fa sentire e a volte diventa insopportabile. I ricordi sono al primo posto nei pensieri del padre. Ora i due si leccano le ferite, si ritrovano dopo anni che furono separati per ragioni di lavoro: uno in città e l’altro in paese a curare la campagna lasciata dalla famiglia.
Il loro più grande piacere è stare lì per ore tra lunghe chiacchierate inframmezzate a brevi pause e le loro donne lo sanno e li lasciano godere questi momenti di riposo.
Oggi questo quadretto domestico non è più praticabile e allora cerchiamo con la lettura di sostituirci alla parola parlata per indurre chi legge a meditare sulle parole scritte e se vuole a ripercorrerle per stimolarne la riflessione e a ricercare un motivo per una replica, un’osservazione, una critica. (Riccardo Alfonso)

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Diritti dei detenuti: Arriva il rapporto del Comitato Prevenzione tortura del Consiglio d’Europa

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 settembre 2017

Arriva anche dall’Europa la prevista strigliata sulla situazione carceraria italiana. Un vero e proprio dramma che incide sulla tutela della dignità umana di chi si trova detenuto e sul quale gli strumenti e le misure sinora adottati si sono rivelate del tutto inefficaci. A dare risalto e a fotografare il fenomeno del sovraffollamento eccessivo delle carceri – che sfugge a gran parte di un’opinione pubblica sempre più pronta a fustigare e a crocifiggere senza avere cognizione della reale situazione di progressiva cancellazione dei più elementari diritti umani – ci ha pensato il rapporto del Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa” stilato dopo i sopralluoghi dell’aprile del 2016. Nel documento destinato all’Italia, si spiega che “il problema non è stato risolto perché molti istituti di pena operano ancora al di sopra del proprie capacità”. Nel testo, che costituisce un vero e proprio monito all’Italia e al Ministro della Giustizia in prima persona, Strasburgo ha ricordato che anche l’Italia ha l’obbligo di rispettare gli standard che il comitato ha fissato per lo spazio che ogni detenuto deve avere a sua disposizione in cella: 6 metri per due di spazio vitale, esclusi i sanitari, in cella singola, e 4 metri per due in una cella condivisa con altri detenuti. Dimensioni minime che purtroppo, e questo molti non conoscono, non sono quasi mai rispettate nella gran parte delle strutture detentive sparse sul territorio nazionale, nella quale continuano a sussistere situazioni di palese sovraffollamento con poche possibilità di riabilitazione per assenza o scarsezza di attività riabilitative o formative. Insomma, il carcere continua ad essere, e per davvero, la prima scuola della criminalità in aperta antitesi con la funzione della pena che è quella costituzionale di riabilitare e di consentire il reingresso nella società del condannato. Ciò che viene evidenziato dal rapporto, è che la perversa spirale attivata dal sistema penitenziario italiano, anziché portare ad una riduzione del numero dei detenuti sta, al contrario, facendo assistere ad un aumento costante dei ristretti. A tal proposito, dopo la condanna del 2013 della Corte di Strasburgo, il Comitato segnala che nel primi 6 mesi del 2016 la popolazione carceraria è aumentata da 52.164 a 54.072 detenuti, e che la crescita non è rallentata. Anzi. La preoccupazione cresce perché, è lo stesso governo italiano, a riferire che al 26 marzo 2017 sono state 56.181 le persone in carcere. Il rapporto, inoltre, fa il punto sulla situazione del trattamento dei detenuti. Continuano, purtroppo a denunciarsi, numerosi casi di maltrattamenti. Il Comitato ha espresso preoccupazione “per le accuse di maltrattamenti fisici inflitti a persone private della libertà dalle forze dell’ordine o detenute in carcere”. Nel testo viene espressamente rilevato che “le persone in custodia non sempre godono delle garanzie previste dalla legge”. E sempre nell’ottica di persuadere le autorità italiane a cambiare registro, Strasburgo ha invitato le amministrazioni dello Stato ad “una comunicazione formale alle forze dell’ordine, ricordando loro che i diritti delle persone in loro custodia devono essere rispettati e che il maltrattamento di tali persone sarà perseguito e sanzionato di conseguenza”. Il rapporto cita come casi di maltrattamenti rilevati “pugni, calci e colpi con manganelli al momento del fermo (e dopo che la persona era stata messa sotto controllo) e, in alcune occasioni, durante la custodia”. E si tratta di un fenomeno da arginare perchè “se l’emergere di informazioni che indicano maltrattamenti non è seguita da risposta pronta ed efficace, coloro che sono propensi a maltrattare crederanno di poterlo fare senza essere puniti”. Insomma per Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, un vero atto d’accusa nei confronti delle autorità italiane e del Ministero della Giustizia che negli ultimi anni nulla ha fatto per adottare idonee misure per modificare questa vergogna, a partire da una riduzione dell’abuso legislativo della custodia cautelare in carcere e della più agevole concessione di misure alternative adeguate ai vari tipi di reati e ai rei.

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Rapporto export SACE

Posted by fidest press agency su giovedì, 31 agosto 2017

BariBari. È un futuro in accelerazione, tra ripresa e profondi cambiamenti, quello che attende l’export italiano nei prossimi quattro anni: questo il quadro delineato da “Export Unchained. Dove la crescita attende il Made in Italy”, l’ultimo Rapporto Export pubblicato da SACE che, insieme a SIMEST, costituisce il Polo dell’export e dell’internazionalizzazione del Gruppo CDP. Nonostante gli allarmi circa le limitazioni al commercio e la persistente incertezza di alcuni fattori, le opportunità offerte dall’interscambio globale non sono destinate a diminuire. Per il 2017-2020 lo studio di SACE prevede una crescita dell’export italiano a un tasso medio annuo del 4%, una netta inversione rispetto al quadriennio precedente (+1,7%). Potenzialità che potranno essere colte anche dalle imprese della Puglia, regione dove SACE e SIMEST – attraverso l’ufficio di Bari – hanno mobilitato nell’ultimo anno risorse per 800 milioni di euro in favore di 600 imprese, in prevalenza PMI. Di seguito e in allegato un focus sull’export della Puglia:
· Con 8 miliardi di beni esportati nel 2016, la Puglia si conferma la seconda regione esportatrice del Sud Italia, rappresentando quasi il 2% dell’export nazionale. Sebbene il dato sia in calo rispetto al 2015 (-2,2%), alcuni settori hanno registrato nel 2016 un andamento molto positivo. Nel primo trimestre del 2017 l’export pugliese ha registrato un incremento dell’8,9% rispetto ai primi tre mesi del 2016.
· Cinque settori rappresentano oltre il 60% dell’export pugliese: mezzi di trasporto, farmaceutica, alimentari e bevande, meccanica strumentale, prodotti agricoli, per un valore di quasi 5
miliardi di euro.
· I mercati di destinazione delle esportazioni della Puglia sono un buon mix di Paesi dell’Unione Europea (52%) e dell’area extra-UE (48%). In particolare, cinque mercati rappresentano oltre il 47% del totale esportato: Stati Uniti, Germania, Svizzera, Francia e Spagna. A eccezione della Svizzera, tutti questi mercati hanno fatto registrare un segno positivo nel 2016 (la Spagna in particolare ha registrato un +15,5%).

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Rapporto sulle criticità del Servizio Sanitario Nazionale

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 luglio 2017

Ministero saluteRoma, 5 luglio 2017, ore 9.00 Auditorium Cosimo Piccinno, Ministero della Salute, Lungotevere Ripa 1 Convegno “Rapporto sulle criticità del Servizio Sanitario Nazionale: il punto di vista di pazienti e operatori sanitari. Presentazione a Istituzioni, politica e media”, organizzato da Senior Italia FederAnziani.
Il convegno rappresenta un momento strategico di confronto tra pazienti, operatori sanitari, Istituzioni e mondo della politica. Le criticità legate all’accesso alle cure e alla loro omogeneità sul territorio nazionale si uniscono a quelle economiche, giuridiche e amministrative, innescando un meccanismo per il quale l’efficacia dell’azione del medico e la stessa alleanza terapeutica tra medico e paziente rischiano di essere compromessi.
La presentazione alle Istituzioni e alla politica di un “Rapporto” che riassuma tali criticità è parte di un’azione sinergica e concreta che punta a individuare nuovi, ottimali punti di equilibrio tra le esigenze economiche del sistema e i bisogni medico sanitari dei pazienti, ribadendo la centralità della tutela della salute come diritto incomprimibile dell’individuo e interesse fondamentale della collettività.

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Sicurezza alimentare

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 giugno 2017

alimentariIl 46% degli scienziati che lavorano per l’Agenzia europea di sicurezza degli alimenti (EFSA), che ha sede a Parma, sono in conflitto di interessi. Cosi’ le conclusioni di un rapporto della ONG olandese Corporate Europe Observatory (CEO), specializzata in strategie di influenza che vengono esercitate nelle istituzioni europee. Il periodo preso in considerazione, analizzando le autodichiarazioni degli stessi scienziati, e’ 2015-2018; in una precedente analisi del 2013 la percentuale era del 59, quindi la situazione e’ migliore, ma i numeri (46%) sono sempre preoccupanti ed alti. L’EFSA, che respinge il tutto, si difende dicendo che i suoi parametri di valutazione per il conflitto di interesse sono diversi, ma -per noi- e’ proprio su questa diversita’ che e’ bene concentrare l’attenzione. Per la ONG CEO e’ in conflitto di interessi lo scienziato che, nei cinque anni precedenti il suo mandato, ha avuto legami finanziari (possesso di azioni, contratti di consulenza, finanziamento di ricerche…) con il settore industriale per i cui prodotti e’ chiamato a fare una valutazione. Per l’EFSA un conflitto di interessi c’e’ in una situazione dove l’esperto ha ricevuto dei finanziamenti legati specificamente al prodotto per il quale ha l’incarico di fare una valutazione (no, quindi, per altri prodotti sui quali presta la sua opera nella medesima azienda). Come spesso accade in ambito “statistico”, conta molto il metodo, la temporalita’ e le domande. Qui stiamo parlando di cio’ che finisce ogni giorno nei nostri piatti, e ci sembra che il metodo della ONG olandese non sia estremista, anzi. Ci lascia perplessi, invece, il metodo approssimato e semplicistico dell’EFSA, come se gli scienziati che collaborano con l’Agenzia non fossero umani ma macchinette che si accendono e spengono a comando del fruitore; per esempio: lo scienziato che lavora per un’industria su un prodotto A, chiamato dall’EFSA a valutare l’idoneita’ di un prodotto B (quindi non in conflitto di interessi per l’Agenzia di Parma), perche’ non dovrebbe avere conflitto di interessi se si dovesse negativamente esprimere comunque sulla azienda che lo paga, compromettendo economicamente la stessa pur se su un altro prodotto? Un ragionamento semplice semplice, da 2+2=4. Ma forse la nostra matematica e’ diversa da quella dell’EFSA, cosi’ come la nostra considerazione dell’essere umano… Per questo facciamo appello alla Commissione europea perche’ intervenga sull’EFSA, per rimettere in discussione questi parametri. Appello che chiediamo anche sia fatto proprio dalle istituzioni italiane, direttamente o meno coinvolte, anche in virtu’ della dislocazione territoriale italiana della stessa Agenzia: ministero Salute, parlamentari europei in primis. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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“At the Root of Exodus: Food security, conflict and international migration”

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 maggio 2017

foodIl rapporto “At the Root of Exodus: Food security, conflict and international migration” esplora il ruolo che la sicurezza alimentare e altri fattori rivestono nello spingere le persone a migrare e attraversare le frontiere. Si tratta della prima volta che un’analisi di tale portata viene pubblicata. Lo studio, che prende le mosse da ricerche di tipo quantitativo e qualitativo, presenta spesso racconti drammatici di persone costrette a fare ricorso a misure estreme, quando rimangono con nulla.Tra le tante testimonianze, quella di una donna fuggita dalla Siria con la sua famiglia per raggiungere la Giordania, che racconta: “Per sopravvivere abbiamo dovuto mangiare delle foglie. I miei figli rimanevano svegli tutta la notte a piangere per la fame.”Un uomo di Deir Ezzor ha parlato delle sofferenze a cui ha dovuto assistere in Siria: “Hanno fatto soffrire le persone di fame, hanno rubato ciò che producevamo, hanno chiuso le scuole e hanno impedito alla popolazione di lavorare.”Il rapporto sottolinea come spesso le persone sfollate non vogliano lasciare le loro case e cerchino di rimanere il più vicino possibile al proprio paese d’origine. Quasi otto famiglie rifugiate siriane su dieci, tra quelle intervistate, sono state sfollate almeno una volta, il 65 per cento due o più volte. Quasi tutti i siriani coinvolti nello studio hanno manifestato un forte desiderio di tornare in Siria nel caso in cui la situazione si stabilizzasse e la sicurezza fosse garantita.
La pubblicazione del rapporto avviene in un momento in cui le diverse e prolungate crisi e un periodo di cambiamenti politici stanno mettendo a dura prova il livello dell’assistenza internazionale umanitaria e alimentare fornita ai rifugiati e alle persone che sono state sfollate con la forza.
Nel 2016, il WFP ha fornito sostegno a 6,9 milioni di rifugiati in 32 paesi attraverso assistenza alimentare e trasferimenti di denaro. Il WFP sta lavorando per prevenire e curare la malnutrizione fornendo cibo nutritivo specializzato ai bambini rifugiati. Nelle aree in cui il cibo è disponibile e i mercati funzionano, il WFP opera sempre più assicurando ai rifugiati trasferimenti di denaro, dando alle persone la possibilità di acquistare il cibo di cui hanno bisogno e stimolando contemporaneamente l’economia locale. Nella sua più grande operazione per i rifugiati, il WFP sostiene quasi 2,2 milioni di rifugiati siriani tra i più vulnerabili in Libano, Giordania, Turchia, Egitto e Iraq.

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Al Senato il Rapporto sullo “Stato dell’oncologia in Italia 2017”

Posted by fidest press agency su domenica, 30 aprile 2017

tumore metastatico1Un euro investito in prevenzione genera un risparmio nelle cure mediche pari a 2,9 euro. Il 40% dei casi di tumore (146mila diagnosi ogni anno in Italia) potrebbe essere evitato grazie agli stili di vita sani, all’applicazione delle normative per il controllo dei cancerogeni ambientali, all’implementazione degli screening. In Italia per la prevenzione si spendono 5 miliardi di euro (2014), pari al 4,22% della spesa sanitaria totale: il tetto programmato stabilito nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) invece è del 5%. Gli oncologi chiedono alle Istituzioni un programma ed una regia unica nazionale contro il cancro, che garantiscano una strategia unitaria per combattere la malattia dalla prevenzione, alle terapie, alla riabilitazione, all’accompagnamento di fine vita, all’umanizzazione dell’assistenza, alla ricerca, in grado così di incidere a 360 gradi sull’impatto di questa patologia nel nostro Paese. L’appello è lanciato oggi dall’AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) al Senato nel Rapporto sullo “Stato dell’oncologia in Italia 2017”. “Nel nostro Paese sono stati registrati 365.800 nuovi casi di tumore, circa 1.000 ogni giorno – afferma il prof. Carmine Pinto, presidente nazionale AIOM -. I nostri obiettivi vanno in quattro direzioni: diminuzione dell’incidenza e della mortalità per cancro, miglioramento della qualità di vita dei pazienti e istituzione delle reti oncologiche regionali che oggi sono completamente attive solo in Piemonte, Lombardia, Toscana, Umbria, Veneto e nella Provincia Autonoma di Trento. Le reti rappresentano il modello per garantire in tutto il nostro Paese l’accesso a diagnosi e cure appropriate e di qualità, per razionalizzare risorse, professionalità e tecnologie, e per arginare il fenomeno preoccupante delle migrazioni sanitarie: ogni anno infatti quasi un milione di italiani colpiti dal cancro è costretto a cambiare Regione per curarsi. Servono un programma ed una regia unitaria, elemento cardine del ‘Patto contro il cancro’ fra clinici e Istituzioni”. Il cancro rappresenta la patologia cronica su cui le campagne di prevenzione mostrano i maggiori benefici. “Ma serve più impegno in questa direzione – continua il prof. Pinto -. È stato dimostrato che, se la spesa in prevenzione raggiungesse il livello del 5% previsto dai LEA, l’incidenza della spesa sanitaria pubblica sul PIL scenderebbe dal 9,2% all’8,92%, con un risparmio di 7,6 miliardi di euro. Risorse che potrebbero essere utilizzate per migliorare l’accesso di tutti alle terapie innovative. Oggi infatti ad armi efficaci come la chemioterapia, la radioterapia e la chirurgia si sono aggiunte le terapie a bersaglio molecolare e l’immunoterapia, permettendo di migliorare la sopravvivenza e garantendo una buona qualità di vita. La nostra società scientifica da tempo realizza progetti di sensibilizzazione: quest’anno abbiamo lanciato il primo ‘Festival della prevenzione e innovazione in oncologia’ con un motorhome che tocca 16 città per spiegare ai cittadini il nuovo corso della lotta ai tumori. Prosegue la seconda edizione di ‘Meglio Smettere’ con testimonial la campionessa di tennis Flavia Pennetta e l’allenatore della Juventus Massimiliano Allegri: l’obiettivo è far capire agli studenti delle scuole medie inferiori e superiori tutti i danni provocati dal fumo di sigaretta. E promuoviamo ‘Non avere TUTimore’, campagna di sensibilizzazione sul carcinoma della vescica rivolta agli over 50”. In Italia la sopravvivenza a 5 anni dei pazienti è progressivamente migliorata, grazie al successo dei programmi di screening, all’approccio multidisciplinare e alle terapie innovative, superando il 60% (55% nei maschi, 63% nelle femmine, con un miglioramento rispettivamente del 18% e del 10% rispetto a 10 anni fa) e raggiungendo il 70% nelle neoplasie più frequenti. “Ciò ha comportato un aumento dei cittadini che vivono dopo la diagnosi di tumore: sono più di 3 milioni, quasi il 5% della popolazione – spiega il prof. Pinto -. E gli oncologi italiani sono sempre più attenti al valore dei trattamenti e alle esigenze di razionalizzazione delle risorse. Nel 2015 infatti la spesa per i farmaci anticancro è stata pari a 4 miliardi e 175 milioni, con un incremento del 7,1% rispetto al 2014. L’aumento è stato inferiore rispetto al biennio precedente (+9,6%), quando queste uscite erano passate da 3 miliardi e 557 milioni di euro (2013) a 3 miliardi e 899 milioni (2014). Un passo in avanti importante è stato rappresentato lo scorso ottobre dall’istituzione per la prima volta da parte del Governo di un Fondo di 500 milioni di euro destinato ai farmaci oncologici innovativi. Una decisione importante che richiede, nell’aderenza ai criteri di innovatività elaborati recentemente dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), una modalità di accesso e gestione su base nazionale”. Un ruolo rilevante nell’aumento delle guarigioni va attribuito, oltre che alle nuove terapie, al miglioramento dei trattamenti multidisciplinari (che coinvolgono cioè molti specialisti), con l’oncologo che agisce come un autentico “costruttore di ponti” tra specialità differenti. “In questa fase – sottolinea il prof. Giordano Beretta, segretario nazionale AIOM – è indispensabile definire per la prima volta formalmente ruoli, funzioni e prerogative dei professionisti che intervengono nell’assistenza del paziente oncologico. Tutto questo con la finalità di garantire le migliori cure sul territorio nazionale nel rispetto delle linee guida, l’appropriatezza in tutto il percorso terapeutico e l’utilizzo razionale delle risorse tecnologiche e professionali, evitando sovrapposizioni e sprechi”. Sono presenti in Italia oltre 300 Oncologie Mediche, il 70% è costituito da strutture complesse e il rimanente 30% è diviso tra strutture semplici dipartimentali e strutture semplici, anche se con una disomogenea distribuzione sul territorio (la maggior parte è concentrata al Nord). Il 40% ha una struttura dedicata alle sperimentazioni cliniche, anche se le figure professionali di data manager e di infermiere di ricerca mancano ancora di un compiuto inquadramento normativo e sono caratterizzate da elevata precarietà. Inoltre il 77% è dotato di una Unità Farmaci Antiblastici (UFA), il 77% di un’attività di psico-oncologia e il 57% di hospice e assistenza domiciliare, con ancora più marcate difformità a livello nazionale. “In quest’ambito – afferma il prof. Rodolfo Passalacqua, responsabile scientifico di HuCare – nonostante l’esistenza di linee guida che raccomandano interventi per l’assistenza psicosociale in oncologia, molti pazienti che trarrebbero beneficio da questi interventi in realtà non li ricevono. Con questa consapevolezza AIOM ha promosso da alcuni anni un programma di implementazione per l’umanizzazione dell’assistenza ai malati di cancro (il Progetto HuCare), attuato in molte oncologie italiane, che ha dimostrato la fattibilità di questa strategia”. “Per rafforzare e diffondere questo Progetto – conclude il prof. Pinto – AIOM ha aperto a Milano, unica esperienza in Europa, una Scuola per l’Umanizzazione in Oncologia”.

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Il rapporto deficit/Pil dell’Italia si è attestato al 2,4%

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 aprile 2017

pilE’ un risultato disastroso, che fa lievitare ulteriormente il già colossale debito pubblico italiano, soprattutto se confrontato con il valore obiettivo che il governo Renzi aveva messo per iscritto nel Documento di Economia e Finanza 2014. Inizialmente, il deficit del 2016 avrebbe dovuto essere pari all’1,5% del Pil. Successivamente, a causa delle mance e mancette che Renzi ha voluto distribuire a destra e a manca per comprarsi il consenso elettorale, il governo è stato costretto a rivedere il dato al rialzo di anno in anno.Così facendo, nei mille giorni di Renzi si è arrivati a un rapporto deficit/Pil del 2,4% nel 2016, quasi un punto percentuale al di sopra degli obiettivi concordati con la Commissione Europea. La quale, avendo perso la pazienza con un ministro dell’Economia che continua a raccontare favole e a non rispettare gli impegni, è pronta ad aprire una formale procedura di infrazione contro l’Italia per debito eccessivo. E il 2017 non sarà migliore…”.

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Scuola: Rapporto docenti-alunni sotto 1 a 10?

Posted by fidest press agency su martedì, 4 aprile 2017

ministero-pubblica-istruzioneSecondo le stime fornite dal primo quotidiano economico nazionale, con le assunzioni ‘del governo Renzi si sono riportate le lancette indietro al 2010, tornando addirittura ai livelli pre Tremonti-Gelmini’. Così, ‘nel 2016, dopo la tornata di stabilizzazioni, nella primaria il rapporto alunni/insegnanti è sceso a 9,75 a 1; nella secondaria 9,83 a 1. Nella scuola primaria, l’Italia diventerebbe penultima in Europa: peggio di noi farebbe solo la Grecia (9 a 1). Nella secondaria saremmo terz’ultimi: ci supererebbero Austria e Lettonia’.
Replica Anief: una delle peculiarità della scuola italiana è che un insegnante su sette, di ruolo, è assunto come docente specializzato o dalla diocesi. Inoltre, l’adeguamento dell’intero organico di fatto a quello di diritto comporterebbe soltanto la continuità didattica di personale (più di 150 mila tra docenti e Ata) sempre chiamato ogni anno come supplente, che ora per la giurisprudenza deve avere lo stesso trattamento economico del personale di ruolo e per legge il diritto a un risarcimento danni in ossequio alla normativa comunitaria. Non è automatica, quindi, l’immissione in ruolo a seguito della trasformazione dei posti nell’organico giusto. Per questo il Miur deve indagare subito sugli organici, piuttosto che traccheggiare.
Marcello Pacifico (Anief-Cisal): bisognerebbe entrare nelle nostre aule, sempre più spesso pollaio, per vedere se il rapporto è veritiero. Da sempre, Anief ha chiesto organici differenziati in base al territorio, ai flussi migratori, alle zone depresse economicamente, alla dispersione scolastica, all’insuccesso formativo, ai quartieri a rischio o alle zone difficilmente raggiungibili. Meno di 10mila trasformazioni da organico di fatto a diritto, come vorrebbe il Mef, può essere considerato solo un antipasto dell’effettivo fabbisogno. La verità è che devono esserne trasformati almeno dieci volte tanto, quindi ivi incluso il personale Ata ed educatore sempre dimenticato, ma non dalle Leggi di Stabilità quando si tratta di effettuare gli ennesimi tagli.

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Yemen: rapporto a due anni dall’inizio del conflitto

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 marzo 2017

YemenDopo due anni di brutale conflitto, le famiglie in Yemen devono ricorrere sempre più a misure estreme per sostenere i loro bambini, ha detto l’UNICEF in un rapporto pubblicato oggi, quando la guerra nel paese più povero del Medio Oriente entra nel suo terzo anno. Il numero di persone estremamente povere e vulnerabili è altissimo: circa l’80% delle famiglie ha debiti e metà della popolazione vive con meno di 2 $ al giorno.Citando dati verificati delle Nazioni Unite, il rapporto UNICEF “Falling through the Cracks” sottolinea che solo nell’ultimo anno:
• Il numero di bambini uccisi è aumentato da 900 a più di 1.500;
• Il numero di bambini feriti è quasi raddoppiato, da 1.300 a 2.450;
• Il numero di bambini reclutati nei combattimenti è passato da 850 a 1572;
• Gli attacchi alle scuole sono più che quadruplicati, da 50 a 212;
• Gli attacchi contro gli ospedali e le strutture sanitarie sono aumentati di un terzo, da 63 a 95.
I meccanismi di adattamento sono stati gravemente erosi dalla violenza, che ha trasformato lo Yemen in una delle più grandi emergenze al mondo per quanto concerne la sicurezza alimentare e la malnutrizione. Le famiglie mangiano molto meno, scelgono cibo meno nutriente o saltano i pasti. Quasi mezzo milione di bambini soffre di malnutrizione acuta grave – in aumento del 200% dal 2014 – e aumenta il rischio di carestia.
Visto che le risorse delle famiglie diminuiscono, sempre più bambini vengono reclutati dalle parti in guerra e spinti a matrimoni precoci. Oltre due terzi delle ragazze si sposano prima dei 18 anni; prima dello scoppio della crisi la percentuale era del 50%. E i bambini sono sempre più utilizzati dalle parti in conflitto come combattimenti.
Il sistema sanitario dello Yemen è sull’orlo del collasso: quasi 15 milioni di uomini, donne e bambini non hanno accesso alle cure sanitarie. Un’epidemia di colera e diarrea acuta legata all’acqua nell’ottobre 2016 continua a diffondersi, con oltre 22.500 casi sospetti e 106 morti. Circa 1.600 scuole non possono più essere utilizzate, perché sono state distrutte, danneggiate, o perché ospitano famiglie sfollate o perché occupate dalle parti in conflitto; almeno 350.000 bambini non vanno a scuola a causa delle dirette conseguenze del conflitto; complessivamente oltre 2 milioni di bambini sono fuori dalla scuola. “La guerra in Yemen continua a mietere le vite dei bambini e il loro futuro”, ha detto Meritxell Relaño, Rappresentante UNICEF in Yemen. “I combattimenti senza sosta e la distruzione hanno segnato i bambini per tutta vita“.
L’UNICEF, insieme con i partner, continua a fornire urgenti aiuti salva-vita per i bambini più vulnerabili, tra cui vaccinazioni, alimenti terapeutici e cure per il trattamento della malnutrizione grave, sostegno all’istruzione, supporto psico-sociale e assistenza in denaro.

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