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Quotidiano di informazione – Anno 29 n° 175

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“At the Root of Exodus: Food security, conflict and international migration”

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 maggio 2017

foodIl rapporto “At the Root of Exodus: Food security, conflict and international migration” esplora il ruolo che la sicurezza alimentare e altri fattori rivestono nello spingere le persone a migrare e attraversare le frontiere. Si tratta della prima volta che un’analisi di tale portata viene pubblicata. Lo studio, che prende le mosse da ricerche di tipo quantitativo e qualitativo, presenta spesso racconti drammatici di persone costrette a fare ricorso a misure estreme, quando rimangono con nulla.Tra le tante testimonianze, quella di una donna fuggita dalla Siria con la sua famiglia per raggiungere la Giordania, che racconta: “Per sopravvivere abbiamo dovuto mangiare delle foglie. I miei figli rimanevano svegli tutta la notte a piangere per la fame.”Un uomo di Deir Ezzor ha parlato delle sofferenze a cui ha dovuto assistere in Siria: “Hanno fatto soffrire le persone di fame, hanno rubato ciò che producevamo, hanno chiuso le scuole e hanno impedito alla popolazione di lavorare.”Il rapporto sottolinea come spesso le persone sfollate non vogliano lasciare le loro case e cerchino di rimanere il più vicino possibile al proprio paese d’origine. Quasi otto famiglie rifugiate siriane su dieci, tra quelle intervistate, sono state sfollate almeno una volta, il 65 per cento due o più volte. Quasi tutti i siriani coinvolti nello studio hanno manifestato un forte desiderio di tornare in Siria nel caso in cui la situazione si stabilizzasse e la sicurezza fosse garantita.
La pubblicazione del rapporto avviene in un momento in cui le diverse e prolungate crisi e un periodo di cambiamenti politici stanno mettendo a dura prova il livello dell’assistenza internazionale umanitaria e alimentare fornita ai rifugiati e alle persone che sono state sfollate con la forza.
Nel 2016, il WFP ha fornito sostegno a 6,9 milioni di rifugiati in 32 paesi attraverso assistenza alimentare e trasferimenti di denaro. Il WFP sta lavorando per prevenire e curare la malnutrizione fornendo cibo nutritivo specializzato ai bambini rifugiati. Nelle aree in cui il cibo è disponibile e i mercati funzionano, il WFP opera sempre più assicurando ai rifugiati trasferimenti di denaro, dando alle persone la possibilità di acquistare il cibo di cui hanno bisogno e stimolando contemporaneamente l’economia locale. Nella sua più grande operazione per i rifugiati, il WFP sostiene quasi 2,2 milioni di rifugiati siriani tra i più vulnerabili in Libano, Giordania, Turchia, Egitto e Iraq.

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Al Senato il Rapporto sullo “Stato dell’oncologia in Italia 2017”

Posted by fidest press agency su domenica, 30 aprile 2017

tumore metastatico1Un euro investito in prevenzione genera un risparmio nelle cure mediche pari a 2,9 euro. Il 40% dei casi di tumore (146mila diagnosi ogni anno in Italia) potrebbe essere evitato grazie agli stili di vita sani, all’applicazione delle normative per il controllo dei cancerogeni ambientali, all’implementazione degli screening. In Italia per la prevenzione si spendono 5 miliardi di euro (2014), pari al 4,22% della spesa sanitaria totale: il tetto programmato stabilito nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) invece è del 5%. Gli oncologi chiedono alle Istituzioni un programma ed una regia unica nazionale contro il cancro, che garantiscano una strategia unitaria per combattere la malattia dalla prevenzione, alle terapie, alla riabilitazione, all’accompagnamento di fine vita, all’umanizzazione dell’assistenza, alla ricerca, in grado così di incidere a 360 gradi sull’impatto di questa patologia nel nostro Paese. L’appello è lanciato oggi dall’AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) al Senato nel Rapporto sullo “Stato dell’oncologia in Italia 2017”. “Nel nostro Paese sono stati registrati 365.800 nuovi casi di tumore, circa 1.000 ogni giorno – afferma il prof. Carmine Pinto, presidente nazionale AIOM -. I nostri obiettivi vanno in quattro direzioni: diminuzione dell’incidenza e della mortalità per cancro, miglioramento della qualità di vita dei pazienti e istituzione delle reti oncologiche regionali che oggi sono completamente attive solo in Piemonte, Lombardia, Toscana, Umbria, Veneto e nella Provincia Autonoma di Trento. Le reti rappresentano il modello per garantire in tutto il nostro Paese l’accesso a diagnosi e cure appropriate e di qualità, per razionalizzare risorse, professionalità e tecnologie, e per arginare il fenomeno preoccupante delle migrazioni sanitarie: ogni anno infatti quasi un milione di italiani colpiti dal cancro è costretto a cambiare Regione per curarsi. Servono un programma ed una regia unitaria, elemento cardine del ‘Patto contro il cancro’ fra clinici e Istituzioni”. Il cancro rappresenta la patologia cronica su cui le campagne di prevenzione mostrano i maggiori benefici. “Ma serve più impegno in questa direzione – continua il prof. Pinto -. È stato dimostrato che, se la spesa in prevenzione raggiungesse il livello del 5% previsto dai LEA, l’incidenza della spesa sanitaria pubblica sul PIL scenderebbe dal 9,2% all’8,92%, con un risparmio di 7,6 miliardi di euro. Risorse che potrebbero essere utilizzate per migliorare l’accesso di tutti alle terapie innovative. Oggi infatti ad armi efficaci come la chemioterapia, la radioterapia e la chirurgia si sono aggiunte le terapie a bersaglio molecolare e l’immunoterapia, permettendo di migliorare la sopravvivenza e garantendo una buona qualità di vita. La nostra società scientifica da tempo realizza progetti di sensibilizzazione: quest’anno abbiamo lanciato il primo ‘Festival della prevenzione e innovazione in oncologia’ con un motorhome che tocca 16 città per spiegare ai cittadini il nuovo corso della lotta ai tumori. Prosegue la seconda edizione di ‘Meglio Smettere’ con testimonial la campionessa di tennis Flavia Pennetta e l’allenatore della Juventus Massimiliano Allegri: l’obiettivo è far capire agli studenti delle scuole medie inferiori e superiori tutti i danni provocati dal fumo di sigaretta. E promuoviamo ‘Non avere TUTimore’, campagna di sensibilizzazione sul carcinoma della vescica rivolta agli over 50”. In Italia la sopravvivenza a 5 anni dei pazienti è progressivamente migliorata, grazie al successo dei programmi di screening, all’approccio multidisciplinare e alle terapie innovative, superando il 60% (55% nei maschi, 63% nelle femmine, con un miglioramento rispettivamente del 18% e del 10% rispetto a 10 anni fa) e raggiungendo il 70% nelle neoplasie più frequenti. “Ciò ha comportato un aumento dei cittadini che vivono dopo la diagnosi di tumore: sono più di 3 milioni, quasi il 5% della popolazione – spiega il prof. Pinto -. E gli oncologi italiani sono sempre più attenti al valore dei trattamenti e alle esigenze di razionalizzazione delle risorse. Nel 2015 infatti la spesa per i farmaci anticancro è stata pari a 4 miliardi e 175 milioni, con un incremento del 7,1% rispetto al 2014. L’aumento è stato inferiore rispetto al biennio precedente (+9,6%), quando queste uscite erano passate da 3 miliardi e 557 milioni di euro (2013) a 3 miliardi e 899 milioni (2014). Un passo in avanti importante è stato rappresentato lo scorso ottobre dall’istituzione per la prima volta da parte del Governo di un Fondo di 500 milioni di euro destinato ai farmaci oncologici innovativi. Una decisione importante che richiede, nell’aderenza ai criteri di innovatività elaborati recentemente dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), una modalità di accesso e gestione su base nazionale”. Un ruolo rilevante nell’aumento delle guarigioni va attribuito, oltre che alle nuove terapie, al miglioramento dei trattamenti multidisciplinari (che coinvolgono cioè molti specialisti), con l’oncologo che agisce come un autentico “costruttore di ponti” tra specialità differenti. “In questa fase – sottolinea il prof. Giordano Beretta, segretario nazionale AIOM – è indispensabile definire per la prima volta formalmente ruoli, funzioni e prerogative dei professionisti che intervengono nell’assistenza del paziente oncologico. Tutto questo con la finalità di garantire le migliori cure sul territorio nazionale nel rispetto delle linee guida, l’appropriatezza in tutto il percorso terapeutico e l’utilizzo razionale delle risorse tecnologiche e professionali, evitando sovrapposizioni e sprechi”. Sono presenti in Italia oltre 300 Oncologie Mediche, il 70% è costituito da strutture complesse e il rimanente 30% è diviso tra strutture semplici dipartimentali e strutture semplici, anche se con una disomogenea distribuzione sul territorio (la maggior parte è concentrata al Nord). Il 40% ha una struttura dedicata alle sperimentazioni cliniche, anche se le figure professionali di data manager e di infermiere di ricerca mancano ancora di un compiuto inquadramento normativo e sono caratterizzate da elevata precarietà. Inoltre il 77% è dotato di una Unità Farmaci Antiblastici (UFA), il 77% di un’attività di psico-oncologia e il 57% di hospice e assistenza domiciliare, con ancora più marcate difformità a livello nazionale. “In quest’ambito – afferma il prof. Rodolfo Passalacqua, responsabile scientifico di HuCare – nonostante l’esistenza di linee guida che raccomandano interventi per l’assistenza psicosociale in oncologia, molti pazienti che trarrebbero beneficio da questi interventi in realtà non li ricevono. Con questa consapevolezza AIOM ha promosso da alcuni anni un programma di implementazione per l’umanizzazione dell’assistenza ai malati di cancro (il Progetto HuCare), attuato in molte oncologie italiane, che ha dimostrato la fattibilità di questa strategia”. “Per rafforzare e diffondere questo Progetto – conclude il prof. Pinto – AIOM ha aperto a Milano, unica esperienza in Europa, una Scuola per l’Umanizzazione in Oncologia”.

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Il rapporto deficit/Pil dell’Italia si è attestato al 2,4%

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 aprile 2017

pilE’ un risultato disastroso, che fa lievitare ulteriormente il già colossale debito pubblico italiano, soprattutto se confrontato con il valore obiettivo che il governo Renzi aveva messo per iscritto nel Documento di Economia e Finanza 2014. Inizialmente, il deficit del 2016 avrebbe dovuto essere pari all’1,5% del Pil. Successivamente, a causa delle mance e mancette che Renzi ha voluto distribuire a destra e a manca per comprarsi il consenso elettorale, il governo è stato costretto a rivedere il dato al rialzo di anno in anno.Così facendo, nei mille giorni di Renzi si è arrivati a un rapporto deficit/Pil del 2,4% nel 2016, quasi un punto percentuale al di sopra degli obiettivi concordati con la Commissione Europea. La quale, avendo perso la pazienza con un ministro dell’Economia che continua a raccontare favole e a non rispettare gli impegni, è pronta ad aprire una formale procedura di infrazione contro l’Italia per debito eccessivo. E il 2017 non sarà migliore…”.

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Scuola: Rapporto docenti-alunni sotto 1 a 10?

Posted by fidest press agency su martedì, 4 aprile 2017

ministero-pubblica-istruzioneSecondo le stime fornite dal primo quotidiano economico nazionale, con le assunzioni ‘del governo Renzi si sono riportate le lancette indietro al 2010, tornando addirittura ai livelli pre Tremonti-Gelmini’. Così, ‘nel 2016, dopo la tornata di stabilizzazioni, nella primaria il rapporto alunni/insegnanti è sceso a 9,75 a 1; nella secondaria 9,83 a 1. Nella scuola primaria, l’Italia diventerebbe penultima in Europa: peggio di noi farebbe solo la Grecia (9 a 1). Nella secondaria saremmo terz’ultimi: ci supererebbero Austria e Lettonia’.
Replica Anief: una delle peculiarità della scuola italiana è che un insegnante su sette, di ruolo, è assunto come docente specializzato o dalla diocesi. Inoltre, l’adeguamento dell’intero organico di fatto a quello di diritto comporterebbe soltanto la continuità didattica di personale (più di 150 mila tra docenti e Ata) sempre chiamato ogni anno come supplente, che ora per la giurisprudenza deve avere lo stesso trattamento economico del personale di ruolo e per legge il diritto a un risarcimento danni in ossequio alla normativa comunitaria. Non è automatica, quindi, l’immissione in ruolo a seguito della trasformazione dei posti nell’organico giusto. Per questo il Miur deve indagare subito sugli organici, piuttosto che traccheggiare.
Marcello Pacifico (Anief-Cisal): bisognerebbe entrare nelle nostre aule, sempre più spesso pollaio, per vedere se il rapporto è veritiero. Da sempre, Anief ha chiesto organici differenziati in base al territorio, ai flussi migratori, alle zone depresse economicamente, alla dispersione scolastica, all’insuccesso formativo, ai quartieri a rischio o alle zone difficilmente raggiungibili. Meno di 10mila trasformazioni da organico di fatto a diritto, come vorrebbe il Mef, può essere considerato solo un antipasto dell’effettivo fabbisogno. La verità è che devono esserne trasformati almeno dieci volte tanto, quindi ivi incluso il personale Ata ed educatore sempre dimenticato, ma non dalle Leggi di Stabilità quando si tratta di effettuare gli ennesimi tagli.

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Yemen: rapporto a due anni dall’inizio del conflitto

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 marzo 2017

YemenDopo due anni di brutale conflitto, le famiglie in Yemen devono ricorrere sempre più a misure estreme per sostenere i loro bambini, ha detto l’UNICEF in un rapporto pubblicato oggi, quando la guerra nel paese più povero del Medio Oriente entra nel suo terzo anno. Il numero di persone estremamente povere e vulnerabili è altissimo: circa l’80% delle famiglie ha debiti e metà della popolazione vive con meno di 2 $ al giorno.Citando dati verificati delle Nazioni Unite, il rapporto UNICEF “Falling through the Cracks” sottolinea che solo nell’ultimo anno:
• Il numero di bambini uccisi è aumentato da 900 a più di 1.500;
• Il numero di bambini feriti è quasi raddoppiato, da 1.300 a 2.450;
• Il numero di bambini reclutati nei combattimenti è passato da 850 a 1572;
• Gli attacchi alle scuole sono più che quadruplicati, da 50 a 212;
• Gli attacchi contro gli ospedali e le strutture sanitarie sono aumentati di un terzo, da 63 a 95.
I meccanismi di adattamento sono stati gravemente erosi dalla violenza, che ha trasformato lo Yemen in una delle più grandi emergenze al mondo per quanto concerne la sicurezza alimentare e la malnutrizione. Le famiglie mangiano molto meno, scelgono cibo meno nutriente o saltano i pasti. Quasi mezzo milione di bambini soffre di malnutrizione acuta grave – in aumento del 200% dal 2014 – e aumenta il rischio di carestia.
Visto che le risorse delle famiglie diminuiscono, sempre più bambini vengono reclutati dalle parti in guerra e spinti a matrimoni precoci. Oltre due terzi delle ragazze si sposano prima dei 18 anni; prima dello scoppio della crisi la percentuale era del 50%. E i bambini sono sempre più utilizzati dalle parti in conflitto come combattimenti.
Il sistema sanitario dello Yemen è sull’orlo del collasso: quasi 15 milioni di uomini, donne e bambini non hanno accesso alle cure sanitarie. Un’epidemia di colera e diarrea acuta legata all’acqua nell’ottobre 2016 continua a diffondersi, con oltre 22.500 casi sospetti e 106 morti. Circa 1.600 scuole non possono più essere utilizzate, perché sono state distrutte, danneggiate, o perché ospitano famiglie sfollate o perché occupate dalle parti in conflitto; almeno 350.000 bambini non vanno a scuola a causa delle dirette conseguenze del conflitto; complessivamente oltre 2 milioni di bambini sono fuori dalla scuola. “La guerra in Yemen continua a mietere le vite dei bambini e il loro futuro”, ha detto Meritxell Relaño, Rappresentante UNICEF in Yemen. “I combattimenti senza sosta e la distruzione hanno segnato i bambini per tutta vita“.
L’UNICEF, insieme con i partner, continua a fornire urgenti aiuti salva-vita per i bambini più vulnerabili, tra cui vaccinazioni, alimenti terapeutici e cure per il trattamento della malnutrizione grave, sostegno all’istruzione, supporto psico-sociale e assistenza in denaro.

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Padri che cambiano. Rapporto sulla paternità in Italia

Posted by fidest press agency su martedì, 21 marzo 2017

Roma Giovedì 23 Marzo 2017, ore 14:00 Dipartimento di Scienze della Formazione, Aula 9 Via Principe Amedeo 184. Per la prima volta in Italia il Rapporto analizza lo “stato” della paternità nel nostro Paese. Autori di una “rivoluzione” storica cominciata cinquant’anni orsono, i padri dei “millennials” sono al tempo stesso oggetto di indagini e riflessioni di natura sociologica, psicologica, giuridica, statistica. Come e perché sono cambiati? E qual è oggi la loro identità? Non più padri-padroni, a volte “mammi”, ma già “nuovi padri”. Verso un futuro tutto da definire. Questo Rapporto – elaborato dall’Istituto di Studi sulla Paternità e dall’Università Roma Tre, Dipartimento di Scienze della Formazione – analizza i tratti fondamentali della trasformazione paterna all’interno di una famiglia – e di una società – in continuo cambiamento. Con l’apporto di dati statistici e un’accurata analisi qualitativa, il Rapporto definisce nella sua attualità la complessa figura del padre oggi.

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Rapporto segreto tedesco: sei milioni di migranti vogliono entrare in Europa dalle coste del Mediterraneo

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 febbraio 2017

mediterraneoUn rapporto segreto fuoriuscito dalle autorità di sicurezza tedesche ha rivelato che quasi sei milioni di migranti provenienti dalle coste dei paesi del bacino del Mediterraneo vogliono entrare in Europa. La relazione, che è stata disvelata dal tabloid tedesco Bild, sostiene che ci sono almeno 5,95 milioni di migranti sulle sponde del Mediterraneo che stanno cercando di entrare in Europa. Nella sola Turchia, il rapporto stima che ci sia 2,93 milioni di migranti che hanno messo gli occhi sui vantaggi di essere un richiedente asilo in un paese dell’Europa occidentale come la Germania. La Libia, secondo quanto riportato dalla stampa tedesca, è attualmente sede di 1,2 milioni di migranti che sono pronti a sbarcare sulle nostre coste per poi raggiungere gli altri paesi europei. Lo scorso anno un numero record di migranti ha attraversato il mare verso l’Europa con la maggior parte di questi che sono approdati in Italia. Il nuovo governo italiano ha promesso di reprimere l’immigrazione clandestina nel corso di quest’anno, ma il paese non ha visto alcun rallentamento dei flussi, ed anzi nelle scorse ore è stato pubblicato il rapporto del Ministero dell’Interno che ha evidenziato il nuovo boom di sbarchi: un +44% rispetto a un anno fa che dovrebbe far comprendere al resto dei Paesi UE che è ora di dare un contributo ulteriore al Nostro Paese. Anche la Giordania, che ha accolto una gran numero di siriani in fuga dalla guerra civile, è menzionata nella relazione. I servizi di sicurezza tedeschi stimano che ci potrebbero essere fino a 720.000 migranti in Giordania che vogliono venire in Europa. I migranti dell’Africa centrale sono anch’essi presi in considerazione nella relazione, che sostiene che la maggior parte di coloro che partono dai porti di Libia e Algeria transitino prima in Mali e Niger, che sono diventati passaggi quasi obbligati per i migranti che provengono dalle regioni a sud del Sahara. Il rapporto tedesco corrisponde a un report sulle migrazioni simile a quelli dell’Agenzia europea delle frontiere Frontex che è stato rilasciato lo scorso anno. Per Frontex il livello di migrazione africana ha una tendenza ad aumentare nei prossimi anni, e gran parte di essa sarebbe stata innescata dalla situazione economica dei paesi dell’Africa occidentale altamente popolati. Il Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha anche avvertito che la migrazione incontrollata di milioni di persone potrebbe sopraffare l’Unione europea se la rotta libica resta aperta. “Il flusso di migranti dalla Libia verso l’Italia e l’UE non è sostenibile”, ha detto all’inizio di questo mese. Il servizio di intelligence militare austriaca ha pubblicato una previsione sorprendente il mese scorso, sostenendo entro il 2020 l’Europa potrebbe vedere un afflusso di fino a 15 milioni di migranti. Gli austriaci hanno anche citato l’aumento dei migranti dell’Africa occidentale come una forza trainante per l’aumento del numero. Sono dati impressionanti che superano di gran lunga quelli della relazione tecnica del Viminale e che dovrebbero portare le istituzioni non solo europee, ma mondiali a prendere atto che gli esodi di massa che stiamo vivendo comportano soluzioni globali che non possono essere lasciate ai singoli stati che vivono il fenomeno migratorio in via diretta, in primis l’Italia. È chiaro, sottolinea Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, però che proprio per questo il Nostro Paese deve farsi primo portavoce di questa situazione e non subirla perché al di là dei numeri, non è possibile che si continuino a verificare i continui e quotidiani drammi del mare come l’ultimo disvelato sulle coste libiche.

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Novartis: nel rapporto sulla responsabilità sociale 2016 i progressi in tema di accesso e attenzione all’ambiente

Posted by fidest press agency su sabato, 28 gennaio 2017

novartis-sedeNovartis ha pubblicato il suo rapporto sulla responsabilità sociale, sottolineando per il quarto anno consecutivo i progressi compiuti in tema di accesso e attenzione all’ambiente. Basandosi sulla lunga storia di responsabilità sociale e di trasparenza dell’azienda, la relazione 2016 descrive il contesto sempre più ampio delle prestazioni di Novartis in materia di responsabilità sociale in cinque aree chiave: Accesso, Etica, Ricerca e Sviluppo, Persone e Ambiente. La relazione include anche i punti di vista di osservatori esterni sulle tendenze e sulle sfide tipiche del settore sanitario, e descrive i contributi essenziali forniti da Novartis agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite.
Nel 2016, mediante i programmi di accesso, Novartis ha distribuito medicinali a circa 52 milioni di pazienti, offrendo, inoltre, educazione sanitaria, sviluppando infrastrutture e avviando altri programmi a beneficio di 17 milioni di persone in tutto il mondo. A un anno dal lancio, Novartis Access ha erogato oltre 120.000 trattamenti per malattie croniche in Kenya, Libano ed Etiopia, in ciascun caso con una fornitura di medicinali sufficiente per un mese. La relazione a un anno (2016) di Novartis Access, resa pubblica oggi, descrive gli sviluppi, i progressi e sottolinea le esperienze più emblematiche.
Nel 2016 la Novartis Malaria Initiative ha raggiunto un altro traguardo, con oltre 800 milioni di trattamenti erogati senza profitto, a partire dal 2001, nei Paesi in cui questa malattia è endemica. Allo stesso tempo, Novartis ha lanciato a Kaduna, in Nigeria, SMS for Life 2.0, una versione migliorata del premiato programma SMS for Life, che utilizza smartphone e tablet per consentire agli operatori sanitari locali di gestire le scorte di medicinali e di ricevere una formazione medica. Infine, anche il medicinale antimalarico di nuova generazione KAF156 sta entrando nella Fase IIb di sviluppo clinico.
Novartis ha anche intrapreso iniziative mirate a realizzare i suoi “Obiettivi 2020” e “Vision 2030” sulla sostenibilità ambientale: emissioni complessive nette di gas con effetto serra ridotte del 18,7% rispetto al 2010, con una riduzione netta supplementare di 10.000 tonnellate, mediante l’adozione di progetti energetici nel 2017. È stato anche avviato lo sviluppo di un approccio atto a identificare, misurare e valutare gli impatti economici, ambientali e sociali esterni creati dalle attività dell’azienda.
A testimonianza dei progressi compiuti, Novartis ha migliorato la sua posizione in diverse importanti classifiche di sostenibilità. Nell’Access to Medicine Index del 2016 Novartis si è classificata al terzo posto, da quarta che era nel 2014 e settima nel 2012. Novartis ha anche ricevuto un rating di A – e il riconoscimento della sua posizione tra i leader del settore sanitario nel 2016 CDP Climate Score. Più di recente, nella classifica 2017 Global 100 Most Sustainable Corporations in the World della rivista Corporate Knights, l’azienda ha migliorato notevolmente il suo status, salendo al 68° posto, guadagnando 30 posizioni rispetto allo scorso anno. Novartis è entrata anche nella classifica Green Rankings di Newsweek e nel Sustainability World Index del Dow Jones, così come nella lista del 2016 delle “World’s Most Admired Companies”, della rivista Fortune.
Nel 2016, il rapporto sulla responsabilità sociale è ancora una volta strutturato nel rispetto delle linee guida G4 della Global Reporting Initiative (GRI), con divulgazione a livello “globale”. Novartis vanta un robusto retaggio nelle attività di responsabilità sociale, e la trasparenza nella divulgazione di informazioni è una componente centrale del suo impegno nei confronti di questo sensibile tema. Novartis comunica i suoi interventi in quest’area fin dal 2000, attraverso il suo rapporto annuale e molteplici materiali stampati e disponibili online.

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Presidente Gentiloni: Rapporto sul terrorismo

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 gennaio 2017

gentiloni“Il rapporto sul terrorismo presentato dal presidente Gentiloni e dal ministro Minniti non corrisponde alla realtà dei fatti. Diciamo che la lettura politica che ne dà il governo fornisce un quadro fortemente edulcorato. Non sappiamo se la ‘censura’ dei dati più significativi sia dettata dalla volontà di non creare allarmismo nell’opinione pubblica, già provata, o se serva a coprire le pesanti responsabilità del governo sul mancato oggettivo controllo dei flussi migratori”. È quanto dichiara il capogruppo di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale alla Camera dei deputati Fabio Rampelli. “Intanto, se è vero che la radicalizzazione avviene nelle carceri e attraverso il web- ha aggiunto Rampelli- è altrettanto vero che per andare in carcere ci vuole un reato e quindi, prima di finire in prigione, il recluso si è già posizionato ai bordi della società e fuori dalle regole di convivenza civile”.
“Completamente e irresponsabilmente elusa nel rapporto del governo – ha precisato- è la maggiore fonte di indottrinamento radicale, quello che avviene nelle moschee clandestine e abusive, migliaia in Italia. Vorremmo conoscere inoltre quali studi e percentuali tra gli appartenenti alle comunità islamiche italiane siano stati svolti attraverso sondaggi. Secondo infatti le analisi del King’s College di Londra sono altissime le adesioni alle tesi complottiste anti-Occidentali dei predicatori radicali e oltre il 50% degli intervistati islamici ritiene giusto il ricorso alla violenza contro chi offende, a loro giudizio, il Profeta”.
“Sul fatto poi che l’Islam radicale in Italia sia meno radicale…. sono i fatti a dimostrare il contrario: quasi tutti i responsabili degli attentati in Europa sono passati per l’Italia, hanno organizzato da qui la logistica, hanno i loro fiancheggiatori e restano parcheggiati ricevendo soldi e accoglienza. Le centrali del terrorismo islamico sono radicate sia nel nord che nel Mezzogiorno”.
“In sostanza, cari Gentiloni e Minniti, – ha concluso il capogruppo- dopo i disastri di Renzi occorre responsabilità, l’approccio sociologico e l’ipocrisia buonista hanno fallito, vanno bene per le accademie non per governare processi complessi. Scendete dal piedistallo e andate a farvi un giro tra i cittadini di Cona e Tor Sapienza, avrete quelle informazioni salienti che i vostri esperti a senso unico non potevano dare. Per interesse, per surplus di astrazione o per malafede”. (Quanto esposto da Rampelli nel suo comunicato ci trova in gran parte concordi. Vorremmo aggiungere un aspetto, a nostro avviso, più inquietante. E’ che gli italiani, proprio a causa delle politiche immigratorie del governo e della maggioranza che lo regge, stanno diventando razzisti. Eppure abbiamo più volte segnalato la disponibilità dei romani, nello specifico, all’accoglienza, ma l’aumento della criminalità di strada, i furti nelle abitazioni, le leggi permissive esistenti che sembrano facilitare la diffusione degli illeciti amministrativi e penali e che alcuni immigrati colgono a loro vantaggio convinti di poter farsi beffa delle leggi italiane, rendono la convivenza sempre più difficile. Diciamo che la filiera giustizia già inadatta a gestire la normale amministrazione ora a fronte del fenomeno migratorio mostra delle crepe ancora più vistose e rischia di fare flop.)

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Rapporto Immigrazione e Imprenditoria – Scenario e prospettive

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 dicembre 2016

immigratiDal Censimento del 2001 la presenza immigrata ha conosciuto un incremento straordinario. Non meno sorprendente è l’aumento delle imprese immigrate, arrivate a superare le 550mila unità. Nel corso della crisi, altresì, le imprese immigrate sono aumentate, in controtendenza con il dato generale. Rimane vero, dunque, che gli immigrati hanno dimostrato, e continuano a dimostrare, una maggiore capacità di “resilienza”. Inoltre, sono stati fatti molti passi in avanti e diversi imprenditori di origine straniera si distinguono per numero di dipendenti e per lavorazioni innovative ad alta tecnologia, come pure vengono maggiormente curati i rapporti con l’estero, a partire dai Paesi di origine.
Probabilmente sono ancora incipienti gli indicatori delle potenzialità che si legano alla crescente presenza immigrata nel mondo imprenditoriale, delle quali bisogna farsi carico, non essendo conseguibili automaticamente.
Le difficoltà che si presentano nel contesto imprenditoriale italiano riguardano tanto gli italiani quanto gli immigrati, e anzi su questi ultimi pesano maggiormente diversi fattori: adempimenti burocratici, assistenza, credito, rapporti con la burocrazia. Ne deriva la necessità di fare di più per superare queste difficoltà, che rendono l’Italia meno incentivante rispetto ad altri contesti nazionali, dove essere imprenditori è più facile e anche più redditizio. I limiti che riscontriamo nell’imprenditoria a gestione immigrata rimandano a quelli che caratterizzano in linea generale il “Sistema Italia”. Non si può fare a meno di ricordare che da noi gli investimenti per lo sviluppo ammontano all’1,9 % del Pil, mentre nell’Ue l’incidenza è del 2,3% (dati del 2014). Stando così le cose, non desta sorpresa che per numero di brevetti l’Italia venga dopo non solo dopo i grandi Stati membri, ma dopo Stati molto più piccoli. Questo svantaggio va a detrimento della competitività, ma può essere superato, con conseguente beneficio sia degli imprenditori italiani che di quelli immigrati.
Il Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2016, giunto alla terza edizione, è un sussidio utile perché offre uno spaccato preciso della realtà imprenditoriale immigrata. Non si tratta solo di numeri ma anche di considerazioni incentivanti, che aiutano a conferire a questo comparto la dovuta attenzione.

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Presentazione 6° Rapporto sull’Economia del Mediterraneo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 novembre 2016

mediterraneoNapoli Venerdì 25 novembre 2016 SRM presenta a Napoli il Sesto Rapporto Annuale su “Le relazioni economiche tra l’Italia e il Mediterraneo”, presso la Sala delle Assemblee del Banco di Napoli dalle ore 10,15 alle 13,30.
Quest’anno SRM – oltre alla consueta analisi dell’interscambio commerciale – ha esaminato il ruolo dell’Unione europea nel Mediterraneo e approfondito l’impatto delle strategie della Cina nell’Area Med e del Golfo. Gli investimenti cinesi, sempre più incisivi in termini di infrastrutture portuali, rappresentano infatti una sfida importante per l’Italia; da qui il titolo della tavola rotonda La crescente presenza cinese nel Mediterraneo: opportunità per l’Italia e il Mezzogiorno che sarà moderata dal Direttore Generale di SRM, Massimo Deandreis. Interverranno tra gli altri: Vincenzo Amendola, Sottosegretario agli Affari Esteri, Angela Stefania Bergantino, Prof. di Economia Applicata, Università di Bari e Presidente SIET; Pier Luigi d’Agata, Direttore Generale Confindustria Assafrica & Mediterraneo; Ettore Greco, Direttore IAI; Francesco Guido, Direttore Generale Banco di Napoli; Stefan Pan, Vicepresidente Confindustria per le Politiche Regionali; Gianni Pittella, già primo Vicepresidente del Parlamento Europeo, Presidente del Gruppo S&D del Parlamento Europeo.

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ACS-Italia presenta in Conferenza Stampa la XIII Edizione del «Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo»

Posted by fidest press agency su martedì, 15 novembre 2016

GiornalistiRoma 15 novembre 2016, alle ore 11.00, la Fondazione pontificia ACS-Italia presenta la XIII Edizione del «Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo». La Conferenza Stampa di presentazione si tiene a Roma, presso la Sala della Stampa Estera (via dell’Umiltà 83c). Il «Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo» descrive il grado di libertà religiosa di cui ogni gruppo religioso gode e ha goduto in ogni Paese del mondo, dal giugno 2014 al giugno 2016. Vengono di conseguenza portate alla luce discriminazioni e persecuzioni di cui le diverse comunità (non solo cristiane) sono vittime. Anno dopo anno il «Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo» di ACS si è imposto all’attenzione di uomini di Chiesa, diplomatici, politici e giornalisti, e viene citato nell’ambito delle attività della Santa Sede, delle Commissioni parlamentari nazionali e dell’Unione Europea. È redatto da studiosi coordinati da una Commissione internazionale di Aiuto alla Chiesa che Soffre, grazie anche ad informazioni provenienti da fonti locali, costantemente in contatto con la Fondazione pontificia. La Conferenza Stampa, preceduta da un welcome-coffee (ore 10.30), è moderata da Marco Tarquinio, Direttore di Avvenire. Alle ore 11.00 il Presidente di ACS-Italia, Alfredo Mantovano, apre i lavori con il saluto iniziale. Segue l’introduzione del Direttore di ACS-Italia, Alessandro Monteduro, e la descrizione di metodologia e fonti da parte di Marta Petrosillo, Componente del Comitato editoriale del Rapporto 2016.
Seguono gli interventi del Cardinale Mauro Piacenza, Presidente internazionale di ACS, e del Professor Giuliano Amato, Giudice della Corte Costituzionale. Testimone proveniente da un Paese-simbolo delle violazioni della libertà religiosa, la Siria, è Monsignor Jacques Behnan Hindo, Arcivescovo siro-cattolico di Hassaké-Nisibi.

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XIII Edizione del “Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo”

Posted by fidest press agency su martedì, 8 novembre 2016

siriaRoma Martedì 15 novembre 2016 alle ore 11.00 la Fondazione pontificia ACS-Italia presenta la XIII Edizione del «Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo». La Conferenza Stampa di presentazione si tiene a Roma, presso la Sala della Stampa Estera (via dell’Umiltà 83c).
Il «Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo» descrive il grado di libertà religiosa di cui ogni gruppo religioso gode e ha goduto in ogni Paese del mondo, dal giugno 2014 al giugno 2016. Vengono di conseguenza portate alla luce discriminazioni e persecuzioni di cui le diverse comunità (non solo cristiane) sono vittime. Anno dopo anno il «Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo» di ACS si è imposto all’attenzione di uomini di Chiesa, diplomatici, politici e giornalisti, e viene citato nell’ambito delle attività della Santa Sede, delle Commissioni parlamentari nazionali e dell’Unione Europea. È redatto da studiosi coordinati da una Commissione internazionale di Aiuto alla Chiesa che Soffre, grazie anche ad informazioni provenienti da fonti locali, costantemente in contatto con la Fondazione pontificia.
La Conferenza Stampa, preceduta da un welcome-coffee (ore 10.30), è moderata da Marco Tarquinio, Direttore di Avvenire. Alle ore 11.00 il Presidente di ACS-Italia, Alfredo Mantovano, apre i lavori con il saluto iniziale. Segue l’introduzione del Direttore di ACS-Italia, Alessandro Monteduro, e la descrizione di metodologia e fonti da parte di Marta Petrosillo, Componente del Comitato editoriale del Rapporto 2016. Seguono gli interventi del Cardinale Mauro Piacenza, Presidente internazionale di ACS, e del Professor Giuliano Amato, Giudice della Corte Costituzionale. Testimone proveniente da un Paese-simbolo delle violazioni della libertà religiosa, la Siria, è Monsignor Jacques Behnan Hindo, Arcivescovo siro-cattolico di Hassaké-Nisibi.

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Rapporto UNICEF-Banca Mondiale: 385 milioni di bambini vivono in povertà estrema

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 ottobre 2016

povertàSecondo un nuovo rapporto dell’UNICEF e della Banca Mondiale, a livello globale, circa 385 milioni di bambini vivevano in condizioni di povertà estrema. Ending Extreme Poverty: A focus on Children mostra che nel 2013 il 19,5% dei bambini nei paesi in via di sviluppo viveva in famiglie che sopravvivevano con 1,90 dollari o meno in media a persona al giorno, rispetto al 9,2% degli adulti.I bambini sono colpiti in una percentuale sproporzionata: infatti rappresentano circa un terzo della popolazione presa in esame, ma la metà di quella che vive in condizioni di povertà estrema. I bambini più piccoli sono quelli più a rischio – con oltre un quinto dei bambini sotto i 5 anni di età nei paesi in via di sviluppo che vive in povertà estrema.“I bambini non solo hanno più probabilità di vivere in condizioni di povertà estrema, ma gli effetti della povertà su di essa sono più dannosi. Questi bambini hanno le peggiori probabilità – e i più piccoli hanno peggiori possibilità rispetto a tutti gli altri, perché le deprivazioni colpiscono lo sviluppo fisico e mentale,” ha dichiarato Anthony Lake, Direttore generale dell’UNICEF. “È scioccante che metà di tutti i bambini dell’Africa Sub Sahariana e che 1 bambino su 5 nei paesi in via di sviluppo crescano in condizioni di povertà estrema. Non è solo un limite per il loro futuro, ma anche per le loro società.”La nuova analisi, viene lanciata in seguito allo studio della Banca Mondiale Poverty and Shared Prosperity 2016: Taking on Inequality, secondo cui circa 767 milioni di persone a livello globale vivevano con meno di 1,90 dollari al giorno nel 2013, la metà di loro avevano meno di 18 anni.Le stime globali sulla povertà estrema infantile sono basate sui dati di 89 paesi che rappresentano l’83% della popolazione dei paesi in via di sviluppo. L’Africa Sub Sahariana ha sia i tassi più alti di bambini che vivono in povertà estrema che si attesta ad appena sotto il 50%, sia la più alta percentuale al mondo di bambini in povertà strema, ad appena oltre il 50%. L’Asia Meridionale è al secondo posto con circa il 36% – con oltre il 30% dei bambini poveri che vivono soltanto in India. Più di 4 bambini su 5 in povertà estrema vivono in aree rurali.“Il numero totale di bambini in povertà estrema indica la reale necessità di effettuare degli investimenti specifici durante i loro primi anni di vita – ad esempio in servizi come assistenza prenatale per le donne in gravidanza, programmi per lo sviluppo della prima infanzia, scuole di qualità, acqua pulita, servizi igienico sanitari e cure mediche universali”, ha dichiarato Ana Revenga, Senior Director, Poverty and Equity del World Bank Group. “Migliorare questi servizi e assicurare che i bambini di oggi possano avere un accesso a opportunità lavorative di qualità, è l’unica strada per rompere il ciclo di povertà intergenerazionale che oggi è così diffuso.”
L’UNICEF e la Banca Mondiale chiedono ai Governi di:
Misurare con costanza i livelli di povertà infantile a livello nazionale e regionale e porre l’attenzione sui bambini nei piani nazionali per la riduzione della povertà come parte degli impegni per ridurre la povertà estrema entro il 2030.
Rafforzare i sistemi di protezione sociale per i bambini, compresi i programmi di trasferimento di denaro che aiutano direttamente le famiglie povere a pagare cibo, sistemi sanitari, istruzione e altri servizi che proteggono i bambini dall’impatto della povertà e migliorano le loro opportunità di rompere il ciclo di povertà nelle loro vite.
Dare priorità agli investimenti su istruzione, salute, acqua pulita, servizi igienico sanitari e infrastrutture di cui beneficiano i bambini più poveri, così come quelli che aiutano le persone a non ritornare nel ciclo di povertà dopo esser state colpite da siccità, malattie o instabilità economica. Individuare azioni politiche che possano portate i bambini più poveri a beneficiare della crescita economica.L’UNICEF e la Banca Mondiale lavorano con i loro partner per interrompere il ciclo di povertà e promuovere lo sviluppo della prima infanzia – con programmi che prevedono il trasferimento di denaro, programmi per la nutrizione, i servizi sanitari e l’istruzione.

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Primo Rapporto ASviS sui mali italiani

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 settembre 2016

povertà“Con oltre 4,5 milioni di poveri assoluti, un tasso di occupazione femminile inferiore al 50%, oltre 2 milioni di giovani che non studiano e non lavorano; con investimenti in ricerca e sviluppo di poco superiori all’1% del PIL, tassi di abbandono scolastico del 27,3% per i figli di genitori meno istruiti a fronte del 2,7% per i figli di genitori in possesso di laurea e un rapporto tra ricchi e poveri tra i più squilibrati dell’area OCSE; con significative disuguaglianze di genere e un’inaccettabile violenza sulle donne (76 femminicidi dall’inizio dell’anno); con tutte le specie ittiche a rischio, un degrado ambientale forte soprattutto in certe zone del Paese; con il 36% di persone che vive in zone ad alto richio sismico e un’alta mortalità a causa dell’inquinamento atmosferico nei centri urbani; con una transizione troppo lenta alle fonti rinnovabili rispetto agli accordi di Parigi, l’Italia dimostra di essere ancora molto lontana dal percorso di sostenibilità delineato dall’Agenda 2030 e dagli impegni sottoscritti all’ONU un anno fa. Eppure sappiamo di non avere alternative per garantire un futuro al Paese”. Così si è espresso il Portavoce dell’Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile, Enrico Giovannini, presentando oggi alla Camera dei Deputati il Rapporto dell’ASviS su “L’Italia e gli obiettivi di Sviluppo Sostenibile”, prima analisi della situazione dell’Italia rispetto ai 17 Obiettivi e 169 Target dell’Agenda 2030. All’incontro hanno partecipato il Sottosegretario Sandro Gozi in rappresentanza del Governo, Stefano Bonaccini, Presidente della Conferenza delle Regioni, Marco Frey, Presidente della Fondazione Global Compact Network Italia, Alberto Quadrio Curzio, Presidente dell’Accademia dei Lincei, Maria Edera Spadoni e Lia Quartapelle, rispettivamente Presidente e Vice-Presidente del Comitato Permanente sull’Attuazione dell’Agenda 2030 e gli obiettivi di Sviluppo Sostenibile della Commissione Esteri della Camera. Le conclusioni sono state affidate a Pierluigi Stefanini, Presidente dell’ASviS.Con l’adozione dell’Agenda 2030 e dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile è stato espresso un chiaro giudizio sull’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo e si è superata l’idea che la sostenibilità riguardi solo l’ambiente. Al contrario, lo sviluppo sostenibile richiede l’adozione di una logica integrata delle diverse dimensioni dello sviluppo: economica, sociale, ambientale e istituzionale. “Non c’è tempo da perdere. Per questo è quanto mai urgente la definizione di una Strategia di Sviluppo Sostenibile che guidi le scelte di tutti gli operatori economici e sociali – ha proseguito Giovannini – e l’adozione di immediati provvedimenti da inserire nella prossima Legge di Bilancio. Con spirito di servizio verso l’intero Paese, l’ASviS, che riunisce quasi 130 organizzazioni della società civile, offre alla politica italiana un insieme palazzo chigiconcreto di proposte per fare dello sviluppo sostenibile il paradigma di riferimento del nostro Paese”.Il Rapporto dell’ASviS (disponibile sul sito http://www.asvis.it) contiene approfondimenti analitici per ciascuno dei 17 Goal dell’Agenda 2030, nonché una rassegna delle strategie disegnate da altri paesi europei (Francia, Germania, Finlandia, Svizzera, ecc.), e illustra le proposte dell’Alleanza per interventi di natura istituzionale e ordinamentale, e per politiche economiche, sociali ed ambientali integrate.“Per fare dello sviluppo sostenibile il punto di riferimento di tutti gli operatori economici e sociali – ha detto Giovannini – tale principio va inserito nella Costituzione italiana, intervenendo sugli articoli 2,3 e 9, come proposto dagli esperti dell’ASviS. Vista l’ampiezza dei temi dell’Agenda 2030, spetta al Presidente del Consiglio assumere un ruolo di guida nell’attuazione della Strategia alla cui preparazione sta lavorando il Governo, ed in particolare il Ministero dell’Ambiente. Per questo, proponiamo di trasformare il CIPE nel ‘Comitato Interministeriale per lo Sviluppo Sostenibile’, di coinvolgere la Conferenza Unificata per valutare le responsabilità delle Regioni e dei Comuni rispetto alle materie dell’Agenda 2030 e di creare un Comitato consultivo sull’Agenda 2030 e le politiche per lo sviluppo sostenibile, cui partecipino esperti nelle varie materie rilevanti e rappresentanti delle parti sociali e della società civile, come avviene in Francia e Germania. Infine, riteniamo che il Parlamento debba dedicare una sistematica attenzione all’Agenda 2030”.“Proponiamo che il Governo predisponga annualmente un ‘Rapporto sullo sviluppo sostenibile in Italia’ che valuti il percorso del nostro Paese verso gli Obiettivi dell’Agenda 2030, avvii una campagna informativa estesa e persistente nel tempo sui temi dello sviluppo sostenibile e un programma nazionale di educazione allo sviluppo sostenibile, finalizzato a formare le nuove generazioni. Infine, poiché a un anno dalla firma dell’Agenda 2030 il Paese non dispone ancora di una base dati con gli indicatori esistenti per l’Italia tra gli oltre 230 selezionati dalle Nazioni Unite, reiteriamo la richiesta all’Istat di realizzare quanto prima tale strumento e invitiamo il Governo ad assicurare che il Sistema statistico nazionale disponga delle risorse umane e strumentali per elaborare tutti gli indicatori definiti dalle Nazioni Unite, assicurarne la tempestività e il dettaglio, così da massimizzarne l’utilità per tutte le componenti della società”.Rispetto alle politiche, articolate in sette diverse aree, il Rapporto formula numerose proposte, tra le quali:
Cambiamento climatico ed energia. La priorità assoluta per l’Italia è quella di ratificare l’Accordo di Parigi, spingendo alla ratifica l’intera Unione europea. La legge di ratifica non dovrà, però, consistere in un puro atto formale, ma contenere indicazioni strategiche e un quadro finanziario pluriennale. Va poi definita quanto prima la Strategia Energetica nazionale in linea con gli impegni dell’Accordo di Parigi per la decarbonizzazione del nostro Paese.
Povertà e disuguaglianze. Varo di un Piano nazionale di lotta alla povertà, basato su uno strumento universale e sulla razionalizzazione e armonizzazione degli altri sussidi esistenti, da attuare secondo un percorso pluriennale con il supporto degli enti locali, delle strutture pubbliche operanti sul territorio e del Terzo Settore. Inoltre, la priorità deve andare a politiche tese ad aumentare l’occupazione femminile. Va anche assicurata la piena applicazione della legislazione esistente in materia di parità di genere, garantendo i relativi finanziamenti ove previsti.
Economia circolare, innovazione, lavoro. Va definito un piano di incentivazione fiscale che incoraggi il pieno uso delle materie prime, la realizzazione di piattaforme di differenziazione, di riciclo e di valorizzazione dei rifiuti generati dalla produzione, confezionamento, distribuzione e vendita dei ambienteprodotti. Poiché l’innovazione e la ricerca,sono vitali per la transizione allo sviluppo sostenibile, l’Italia deve colmare al più presto il ritardo esistente in questo campo rispetto ad altri paesi.
Capitale umano, salute ed educazione. Portare l’Italia su un sentiero di sviluppo sostenibile richiede un investimento significativo in capitale umano, la cui qualità dipende, in primo luogo, da un’adeguata alimentazione, una buona salute e un’educazione di qualità, ma nel campo dell’istruzione l’italia è oggi dove i paesi europei erano all’inizio degli anni 2000. Fondamentale è, in questo campo, l’avvio di un programma di lifelong learning, assente nel nostro Paese.
Capitale naturale e qualità dell’ambiente. Il raggiungimento degli Obiettivi relativi a capitale naturale e qualità dell’ambiente obbliga a una forte accelerazione degli impegni che l’Italia ha già assunto in sede internazionale ed europea, anche perché molti degli obiettivi vanno raggiunti entro il 2020. Vanno attuate le normative esistenti – come quella che prevede il censimento e l’eliminazione dei sussidi dannosi per l’ambiente – e i piani nazionali già disegnati.
Città, infrastrutture e capitale sociale. Definire, così come fatto per le “aree interne”, una Strategia per lo sviluppo urbano sostenibile, sulla quale sia incardinata l’Agenda urbana nazionale citata anche dal Rapporto italiano preparato per la Conferenza dell’Onu Habitat III del prossimo ottobre. Va approvata quanto prima la legge sul consumo di suolo, apportando le necessarie modifiche all’attuale testo per uniformare la sua definizione a quella europea.
Cooperazione internazionale. L’Italia deve avanzare in maniera decisa verso il rispetto degli impegni internazionalmente assunti con riferimento all’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS) (0,7% del PIL), realizzando quel graduale ma costante aumento di risorse stabilito con l’ultima Legge di Stabilità. Inoltre, raccomandiamo di adottare gli SDGs come quadro concettuale per la scelta degli interventi e di assicurare la piena applicazione dei principi di efficienza e coerenza delle politiche per lo sviluppo adottati dalla comunità internazionale.

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Rapporto Antigone 2016 e affermazioni del Ministro Orlando: riflessioni di un ergastolano

Posted by fidest press agency su giovedì, 11 agosto 2016

carcereDico sempre ai miei compagni che, per tentare di portare la legalità costituzionale dentro le nostre Patrie Galere, bisogna prima leggere e poi imparare a scrivere.Oggi mi è capitato di leggere queste dichiarazioni del Ministro della Giustizia Andrea Orlando nel corso di un convegno organizzato, tra gli altri, dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Palermo: “Un carcere organizzato così com’è oggi non serve nemmeno per garantire la sicurezza. Il carcere costa ogni anno 3 miliardi di euro e l’Italia è il Paese con la recidiva più alta d’Europa. Chi invoca il carcere in nome della sicurezza, in realtà cavalca una società ansiosa e propina una truffa. (…) All’apice del sovraffollamento avevamo prima 69 mila detenuti per circa 42 mila posti. Avevamo un sistema che si reggeva soprattutto su una gamba, quella del carcere. I soggetti ammessi a pene alternative erano circa 20 mila. Adesso la situazione è cambiata. Abbiamo 54 mila detenuti per circa 50 mila posti, ma soprattutto 40 mila soggetti ammessi a pena alternativa.” (da: La Repubblica, 13 luglio 2016).
Spero che il Ministro non me ne vorrà se affermo che, sì è vero, che si è fatto molto per migliorare la situazione carceraria, ma la strada è ancora lunga. Mi riferisco, in particolare, alla situazione dei diecimila detenuti condannati per reati di criminalità organizzata. Continuo a pensare che, se si vuole sconfiggere questo fenomeno, bisogna iniziare da dentro il carcere offrendo anche a queste persone la speranza di una vita più dignitosa. Da decenni, infatti, ci sono detenuti che in nome della “sicurezza sociale” rimangono in regime di carcere duro (41 bis), o nei circuiti di Alta Sicurezza. E ciò sovente avviene con motivazioni apparenti o stereotipate, inidonee a giustificare, in termini di attualità, la pericolosità affermata. Spesso (o quasi sempre), le richieste di declassificazione vengono rigettate dai funzionari del Dipartimento Amministrativo Penitenziario prendendo a pretesto episodi, sicuramente gravissimi, ma ormai datati nel tempo.Molti di questi detenuti scontano la galera chiusi in una cella anche per ventidue ore su ventiquattro, senza fare nulla a parte continuare ad odiare le istituzioni e la società.Anch’io sono stato uno di loro e, anche se nella mia vita ho infranto tutte le leggi scritte e le consuetudini sociali, una volta in carcere, mi sono dovuto accorgere che i miei guardiani erano peggiori di me. In questo modo, mi sono subito auto-assolto.Credo che la criminalità organizzata non si possa sconfiggere solo militarmente senza prima “curare” e “sanare” i cuori e le menti degli “affiliati”. Ci sono giovani ergastolani (ormai non più giovani) che hanno passato più anni della loro vita dentro il carcere rispetto a fuori. Che fare per recuperarli? Quando si trascorrono molti anni sott’acqua e al buio, è difficile ritornare a galla e alla luce, e riabituarsi a vivere. Da pochi giorni è uscito anche il Pre-Rapporto 2016 dell’Associazione Antigone sulle condizioni di detenzione, dove tra i tanti dati vi è quello che il numero dei detenuti è tornato a salire e che “I numeri delle misure alternative crescono lievemente, come hanno fatto anche negli anni precedenti, ma rimangono tuttavia troppo bassi rispetto alle potenzialità”.Per questa ragione Antigone lancia la campagna “Partiamo da 20×20” e chiede di destinare entro il 2020 il 20 per cento del bilancio dell’Amministrazione penitenziaria in misure alternative. “Oggi per queste misure l’Amministrazione penitenziaria spende meno del 5 per cento del proprio bilancio. La parte più avanzata del nostro sistema di esecuzione delle pene dunque è anche di gran lunga quella con meno risorse. I soldi servono tutti per il carcere”Ma anch’io credo, per averlo frequentato per la maggior parte della mia vita e per essere tuttora detenuto da 25 anni ininterrotti, che il carcere, così com’è, sia un pozzo nero capace di distruggere quel poco di buono che è rimasto nel cuore di un detenuto.Un sorriso fra le sbarre. (Carmelo Musumeci) fonte: http://www.carmelomusumeci.com (foto: carcere)

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Rapporto Ecomafia 2016

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 luglio 2016

regione-lazioRapporto Ecomafia 2016: Lazio 5° Regione per reati ambientali, 2.431 infrazioni accertate, 6,6 al giorno, record nazionale di arresti. L’area Metropolitana di Roma sale al 3° posto della classifica nazionale per provincie con 1.161 reati, Latina all’11°.
“Nel Lazio aumentano i reati ambientali e resta forte la presenza delle Ecomafie, bisogna dare gambe alle politiche della legalità, si riparta con l’osservatorio Ambiente e Legalità” Presentata oggi da Legambiente, al Senato, l’edizione 2016 del Rapporto Ecomafie con dati forniti dalle forze dell’ordine, riferiti all’anno 2015. Nella lotta alle ecomafie e agli ecoreati, nel 2015 sono state 2.431 nel Lazio le infrazioni ambientali accertate, con una media di 6,6 al giorno, 2.090 le denunce 29 gli arresti (record nazionale) e 520 i sequestri. Se nazionalmente lo storico rapporto del cigno verde, racconta in questa edizione una lieve e positiva flessione del numero dei reati complessivo, frutto anche dell’entrata in vigore nel codice penale della Legge sugli Ecoreati, nel Lazio c’è una controtendenza netta e negativa, aumentando tali reati da 2.255 nel 2014 a 2.431 nel 2015; la regione rimane quindi saldamente al 5° posto e tra quelle col maggior numero di Ecoreati proprio dopo le 4 regioni a tradizionale presenza mafiosa. Peggiora nella graduatoria tra province l’Area Metropolitana di Roma che sale dal 4° (2014) al 3° assoluto con 1.161 infrazioni accertate, al 11° posto la provincia di Latina con 602.
“Nel Lazio aumentano i reati ambientali e la presenza ecomafiosa, in maniera preoccupante e in controtendenza rispetto ai dati nazionali – dichiara Roberto Scacchi presidente di Legambiente Lazio – se infatti l’introduzione nel codice penale dei delitti ambientali, sembra aver prodotto un primo effetto, con la diminuzione nazionalmente degli ecoreati e l’aumento degli arresti, ciò non vale per la nostra regione che si consolida per il quinto anno consecutivo al 5° posto per reati ambientali e vede aumentare nettamente il numero di infrazioni accertate. Peggiora l’Area Metropolitana di Roma che diventa 3° tra le provincie italiane e quasi raddoppiano i reati legati al ciclo dei rifiuti, un dato allarmante che deve assolutamente far scatenare la reazione di tutte le forze che hanno nella legalità il proprio faro. Alla Regione chiediamo di restituire ai cittadini senza più ulteriori proroghe, l’Osservatorio Ambiente e Legalità, quale strumento di denuncia e supporto a tutti nella lotta alle illegalità; comuni ed enti locali mettano in campo, tutte le risorse possibili perché anche nel Lazio avvenga l’inversione di tendenza positiva che abbiamo visto nazionalmente”.Principale protagonista nel Lazio è quindi il ciclo dei rifiuti dove evidentemente le logiche ecomafiose trovano sempre più spazi, il Lazio è la 3° regione con 465 infrazioni accertate in tale ambito che quasi raddoppiano rispetto al 2014 quando erano “appena” 255, 461 denunce, 169 sequestri e 25 arresti che ne fanno la regione in assoluto con più arresti nell’ambito dei dei rifiuti rispetto al resto d’Italia; in particolare la provincia di Roma è addirittura 2° nella graduatoria tra provincie con 228 infrazioni.Anche nel ciclo del cemento la situazione è in netto peggioramento ed il Lazio diventa la 3° regione per numero di infrazioni accertate (era 4° nel 2015) con ben 514 infrazioni, 577 denunce, 163 sequestri; Latina 5° provincia assoluta con 175 infrazioni, Roma 8° con 155.Ancora troppe anche le illegalità ai danni della fauna nell’ambito del racket degli animali che vede il Lazio al 4° posto con 772 infrazioni accertate, 705 denunce, 149 sequestri, e Roma 3° provincia con 479 infrazioni e Latina 12° con 240.Allo stesso modo anche i boschi continuano ad essere sotto attacco delle illegalità, e dal rapporto emergono 88 infrazioni contro il patrimonio boschivo e il Lazio è anche 5° nella graduatoria degli incendi dolosi con 440 infrazioni, 12 denunce, 1 sequestro.
Dal Rapporto Ecomafia emergono anche dati sulla corruzione in ambito ambientale negli anni 2010-2016 che vedono il Lazio al 3° posto con 38 inchieste, 308 arresti, 316 denuncie, 24 sequesti, mentre scende al 2° posto nella classifica annuale delle Archeomafie con 71 furti di opere d’arte.

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Rapporto UNICEF su bambini migranti non accompagnati

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 giugno 2016

unicefSecondo uno nuovo studio dell’UNICEF Francia e dell’UNICEF Regno Unito “Né sano, né salvo” sui bambini migranti non accompagnati nei campi nel nord della Francia (sulla costa tra la Manica e il Mar del Nord), ogni giorno i bambini subiscono esperienze di abuso sessuale, violenza e lavoro forzato.Lo studio ha indagato i casi di 60 bambini di età compresa tra gli 11 e i 16 anni – da Afghanistan, Egitto, Eritrea, Etiopia, Iran, Iraq, Kuwait, Siria e Vietnam – che hanno vissuto da gennaio ad aprile 2016 in 7 campi lungo la costa dello stretto tra Francia e Inghilterra. Le testimonianze dei bambini stanno dando alla luce un quadro di abusi e di tragedie, con casi di riduzione in schiavitù per pagare i debiti e attività criminali forzate, come assistenza ai trafficanti ai terminal dei traghetti.La violenza sessuale è una minaccia costante, compresi sfruttamento sessuale e stupro di ragazzi, e stupro e prostituzione forzata di ragazze. Attraverso interviste con giovani donne sono state identificate pratiche di scambio di prestazioni sessuali in cambio della promessa di un passaggio per il Regno Unito o per velocizzare i loro viaggi.Molti di questi bambini sono scappati da conflitti e ora sono intrappolati nei campi, alcuni disperatamente vicini a raggiungere la famiglia che già vive nel Regno Unito dove un letto sicuro li attende.Nella maggior parte dei campi è concessa una “libera entrata” ai trafficanti prima che ai minori venga concesso di poter stare lì. I bambini non accompagnati che non possono pagare si trovano costretti a svolgere lavori per gli adulti, come vendere cibo presso i mercati notturni informali nella cosiddetta Giungla di Calais.Denunce di freddo e stanchezza sono all’ordine del giorno a causa delle pessime condizioni di vita, che espongono costantemente i bambini a questo stato di cose. Non c’è accesso ad un’istruzione regolare nonostante sia un obbligo. Alcuni bambini hanno espresso il desiderio di essere ospedalizzati in un reparto psichiatrico a seguito di crolli nervosi e di episodi aggressivi e violenti.I trafficanti ora chiedono tra le 4.000 e le 5.000 sterline a persona per attraversare lo stretto tra Francia e Inghilterra, il prezzo più alto di sempre. A causa dell’incremento della presenza delle forze di sicurezza questa situazione ha spinto i bambini nelle mani di questi trafficanti o li ha indotti a correre rischi ancora più pericolosi per compiere il passaggio senza pagare – in alcuni casi nascondendosi nelle celle frigorifero dei camion.
LiLy Caprani Vice Direttore generale dell’UNICEF Regno Unito ha dichiarato: “Un’azione immediata da parte del Governo del Regno Unito potrebbe porre fine al fatto che questi bambini cadano nelle mani dei trafficanti e mostrerebbe la serietà nel portare avanti i recenti impegni presi per i bambini rifugiati.Il Primo Ministro ha dichiarato che i minorenni non accompagnati dovrebbero essere portati nel Regno Unito se hanno una famiglia qui, ma i casi di questi bambini sono affrontati troppo lentamente. Questi campi non sono luoghi per bambini – noi sappiamo che ci sono almeno 157 minorenni a Calais con il diritto legale di essere ricongiunti alle loro famiglie nel Regno Unito.Più questi bambini dovranno aspettare, più disperate saranno le loro condizioni e più probabile sarà il rischio che debbano scappare dalle terribili condizioni dei campi per raggiungere le loro famiglie.”Secondo il rapporto, a marzo 2016, 500 minorenni non accompagnati vivevano nei 7 campi, inclusi Calais e Dunkirk, e da giugno 2015 circa 2.000 minorenni non accompagnati sono passati da lì.Nonostante la media di permanenza in queste “giungle” sia di 5 mesi, alcuni bambini vi hanno trascorso anche 9 mesi e uno è stato lì per oltre un anno. Inoltre, questa media si sta velocemente alzando a causa dell’aumentata sicurezza ai confini e delle maggiori difficoltà di intraprendere questi viaggi. Stando in questi campi più a lungo, i bambini sono soggetti a maggiori pericoli.La protezione dei minorenni non accompagnati è un obbligo per lo Stato, così come previsto dalla Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza. Ma la risposta è frammentata e spesso questo processo non ha al centro il superiore interesse di questi minorenni.L’UNICEF Regno Unito chiede al Governo del Regno Unito di impegnarsi maggiormente per riunire i minorenni non accompagnati che si trovano in Europa alle loro famiglie nel Regno Unito, affinché non debbano più vivere l’orrore dei campi in Francia o trovarsi nelle condizioni in cui versano in altri paesi Europei come la Grecia.

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Nuovo rapporto tra Scuola e Università

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 maggio 2016

Università di Napoli “Federico II”JPGNapoli mercoledì 11 maggio alle 9.30 nell’Aula Magna Leopoldo Massimilla, presso la sede della sede d’Ingegneria della Federico II, in Piazzale Tecchio, 80, nel corso della giornata dedicata alle “Esperienze e linee di indirizzo per un nuovo rapporto tra Scuola ed Università” si parlerà del nuovo rapporto tra Scuola e Università. Le iniziative congiunte della Federico II e della Direzione Scolastica Regionale.
Apriranno la manifestazione Gaetano Manfredi, Rettore della Federico II, Arturo De Vivo, Prorettore dell’Ateneo federiciano, Luisa Franzese, Direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale, e Lucia Fortini, Assessore all’Istruzione, alle Politiche sociali e allo Sport della Regione Campania.L’evento rappresenta l’occasione per un primo bilancio degli esiti del progetto F2S – Federico II nella Scuola, avviato per iniziativa congiunta della Federico II e della Direzione Scolastica Regionale per affrontare il delicato tema della cerniera tra studi scolastici e studi universitari e dell’orientamento universitario in ingresso, che si è sviluppato in forma sperimentale attraverso consultazioni di gruppi di lavoro misti Scuola/Università. Tra gli obiettivi della giornata, un’analisi preliminare delle criticità connesse con la transizione scuola-università nell’esperienza studentesca, una disanima delle possibili azioni per la loro mitigazione, una riflessione sul possibile ruolo dello strumento dell’Alternanza Scuola-Lavoro come fattore di orientamento.

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Alunni con cittadinanza non italiana

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 maggio 2016

SCUOLA

Pupils in primary school 

Milano Mercoledì 11 maggio 2016 – ore 10.45 Fondazione Ismu, ingresso via Galvani 16 il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur) e la Fondazione Ismu, Iniziative e studi sulla multietnicità, presentano in conferenza stampa i dati del volume Alunni con cittadinanza non italiana. La scuola multiculturale nei contesti locali. Rapporto nazionale anno scolastico 2014/2015. Alla conferenza stampa parteciperanno Vincenzo Cesareo, Segretario Generale della Fondazione Ismu; i curatori del rapporto: Vinicio Ongini, Direzione generale dello studente (Miur) e Mariagrazia Santagati, Responsabile Settore educazione, Fondazione Ismu; gli autori del Rapporto.

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