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Quotidiano di informazione – Anno 30 n° 340

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Rapporto sull’ictus in Italia

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 dicembre 2018

Roma Martedì 18 dicembre – ore 10.00 Camera dei Deputati, Sala “Nilde Iotti” Palazzo Theodoli-Bianchelli, Piazza del Parlamento 19. Per la prima volta in Italia il Rapporto fotografa i dati sull’incidenza dell’ictus, relativi a mortalità, disabilità e fattori di rischio, esamina l’implementazione dei protocolli clinico-assistenziali e dei piani di cura, riabilitazione e reinserimento nelle diverse Regioni. Attraverso l’analisi dell’impatto socio-economico della patologia e la ricognizione delle best practices sulla prevenzione, il Rapporto delinea, inoltre, alcune proposte per un approccio coordinato e integrato alla prevenzione e nella cura, in linea con gli obiettivi definiti a livello comunitario.

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Rapporto tra economia circolare e sostenibilità

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 novembre 2018

Parma giovedì 15 novembre alle ore 9 al Centro Sant’Elisabetta dell’Università di Parma (Campus Scienze e Tecnologie) sarà un’occasione di approfondimento su temi di assoluta attualità, guardando all’oggi ma soprattutto al futuro prossimo.Nel corso dell’appuntamento, organizzato dall’Università con il Circolo culturale “Il Borgo”, proporranno interventi Alberto Petroni, Coordinatore dell’Unità di Ingegneria meccanica e gestionale del Dipartimento di Ingegneria e Architettura dell’Ateneo, Monica Cocconi, Delegata del Rettore e docente di Diritto dell’ambiente (“Un diritto per l’economia circolare”), Paolo Giandebiaggi, docente del Dipartimento di Ingegneria e Architettura (“Il recycle e la sostenibilità applicata all’architettura”), Chiara Allegri, Presidente dei Giovani Imprenditori della CNA Emilia Romagna (“L’economia circolare nella conoscenza e nelle competenze per i nuovi modelli organizzativi e lavorativi”), Lorenzo Frattini, Presidente regionale di Legambiente (“Economia circolare: il ruolo delle associazioni ambientaliste”), e Paolo Ganassi, Responsabile dei servizi ambientali di AIMAG (“Chiudere il cerchio per i rifiuti organici”).
Il passaggio verso un modello più efficiente nell’utilizzo delle risorse, a basse emissioni nocive e quindi resiliente rispetto al cambiamento climatico, costituisce la principale sfida, a livello internazionale, per conseguire una crescita economica sostenibile e inclusiva. In realtà non si tratta unicamente di una riforma del modello attuale ma di un vero e proprio cambio di paradigma, che impone mutamenti rilevanti nell’utilizzo delle risorse e nel ciclo di vita della produzione dei beni. Il nuovo paradigma viene qualificato, a livello nazionale ed europeo, come economia circolare, e trae origine dall’osservazione dei sistemi non lineari e complessi, in particolare quelli viventi: sistemi rigenerativi, evolutivi e termodinamicamente lontani dall’equilibrio.L’obiettivo è quello di puntare a una crescita economica che avvenga entro il paradigma della sostenibilità e della rigenerazione, ossia in cui i beni di oggi siano le risorse di domani: arrivare quindi a coniugare una risposta adeguata ed efficace alle attuali dinamiche ambientali e sociali accrescendo, al tempo stesso, la competitività del sistema economico e i suoi livelli occupazionali.

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Presentazione del Rapporto PMI di Cerved

Posted by fidest press agency su domenica, 4 novembre 2018

Milano Giovedì 15 novembre alle 9.30 a Palazzo Mezzanotte (Piazza Affari 6) presentazione del Rapporto PMI di Cerved, in collaborazione con Borsa Italiana, un’occasione di dibattito e networking sullo stato e le prospettive della nostra economia.
Sono alcune migliaia le PMI italiane, in molti casi a gestione familiare, che hanno un potenziale di crescita non pienamente sfruttato e che potrebbero beneficiare di iniezioni di capitale esterno da parte di investitori istituzionali. Vere e proprie eccellenze che Cerved ha individuato incrociando i dati di bilancio contenuti nel suo enorme database con informazioni qualitative ottenute attraverso le proprie soluzioni di marketing evoluto, mappando così un ricco patrimonio imprenditoriale.
E’ uno dei contenuti esclusivi – insieme a bilanci, abitudini di pagamento, rischio di credito e demografia d’impresa, insomma la fotografia completa del tessuto economico italiano – che verranno illustrati a Osservitalia, l’appuntamento annuale di Cerved dedicato all’analisi delle Pmi italiane e alla discussione delle principali tematiche che le riguardano, quest’anno realizzato in collaborazione con Elite Borsa Italia.)
“Qual è lo stato di salute della nostra economia, in particolare delle piccole e medie imprese? Quale potrebbe essere l’effetto di un aumento persistente degli spread sulla loro redditività? Quante e quali sono quelle che potrebbero crescere aprendo il capitale a investitori istituzionali? Attorno a queste domande ruoterà la tavola rotonda che seguirà l’illustrazione del Rapporto Cerved PMI – spiega Valerio Momoni, Marketing, Product & Business Development Director di Cerved – cui abbiamo invitato esperti e protagonisti del mercato. Chiuderà la giornata un’intervista a Corrado Passera, Presidente esecutivo di SPAXS”.
Il Rapporto Cerved PMI ogni anno analizza 150.000 piccole e medie imprese. Cerved infatti è la data-driven company italiana che comprende nella sua offerta sofisticate soluzioni per l’analisi e la gestione del rischio di credito e dispone di un enorme patrimonio di informazioni sulle imprese. In particolare, nel Rapporto sono stati utilizzati i big data e le tecnologie dei grafi – attraverso la piattaforma Graph4You, che permette di individuare e illustrare graficamente i punti di contatto più nascosti tra 45 milioni di soggetti – per definire il ruolo delle famiglie nelle strutture proprietarie e di governo delle PMI e scovare quelle con performance finanziarie eccellenti che potrebbero aprire il loro capitale, magari perché vicine al cambio generazionale. I lavori della giornata seguono questo iter:
09:30 – Benvenuto e introduzione di Gianandrea De Bernardis, CEO di Cerved
10:00 – Presentazione Rapporto Cerved PMI 2018
L’andamento delle PMI – Valerio Momoni, Direttore Marketing & Sviluppo Prodotti Cerved
L’evoluzione del rischio – Guido Romano, Responsabile Ufficio Studi Cerved
Iniezioni di capitale nelle PMI familiari ad alto potenziale di crescita – Fabiano Schivardi, Luiss e Resp. Scientifico Rapporto Cerved PMI
11:30 – Tavola rotonda “Capitalismo familiare e crescita attraverso iniezioni di capitale esterno”, con Luca Peyrano, CEO di Elite, Giampiero Mazza, Partner di CVC Capital Patners,
Luca Pretto, CEO di Pasubio, Alessandro Cozzi, CEO e Founder di WIIT, Modera Andrea Cabrini, Class CNBC.
12:30 – Intervista a Corrado Passera, Presidente Esecutivo SPAXS, a cura di Andrea Cabrini, Class CNBC

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Rapporto sullo stato mondiale della biodiversità

Posted by fidest press agency su mercoledì, 31 ottobre 2018

La natura è la nostra unica casa e l’unica strada che abbiamo per salvarla (e salvarci) è lanciare un Global Deal per la natura e le persone capace di invertire il drammatico trend della perdita della ricchezza della vita sulla Terra, base del nostro benessere e del nostro sviluppo, agendo con urgenza per garantire in modo sostenibile l’alimentazione a una popolazione crescente, limitare il riscaldamento globale a 1,5°C e ripristinare i sistemi naturali che stiamo perdendo. È questa la richiesta del Living Planet Report 2018 del WWF (realizzato con il supporto di più di 50 esperti e in collaborazione con la Zoological Society of London) lanciato oggi a livello mondiale e che, sin dalla sua prima edizione del 1998, ha sempre fornito un’istantanea della biodiversità globale e dei suoi trend. Tutte le ricerche scientifiche dimostrano l’incalcolabile importanza dei sistemi naturali per la nostra salute, il nostro benessere, la nostra alimentazione, la nostra sicurezza. Globalmente è stato stimato che la natura offre servizi che possono essere valutati intorno a 125.000 miliardi di dollari, una cifra superiore al prodotto globale lordo dei paesi di tutto il mondo, che si aggira sugli 80.000 miliardi di dollari. L’Indice del Pianeta Vivente (Living Planet Index) è un indicatore dello stato della biodiversità globale, elaborato dal WWF e dalla Zoological Society of London, che ci segnala quindi lo stato di salute della biodiversità del nostro pianeta. Pubblicato per la prima volta nel 1998, per due decenni ha registrato l’abbondanza di 16.704 popolazioni di oltre 4.000 specie di mammiferi, uccelli, pesci, rettili e anfibi (gli animali Vertebrati) in tutto il mondo. L’Indice analizza i trend di queste popolazioni, selezionate in maniera scientifca, quale misura dei cambiamenti nella biodiversità. In questa edizione 2018, la ventesima del Living Planet Report, l’indice include i dati dal 1970 al 2014 e mostra un declino globale del 60% nella dimensione delle popolazioni di vertebrati che, in pratica, significa un crollo di più della metà in meno di 50 anni.
Le minacce che stanno minando le oltre 8.500 specie a rischio di estinzione, presenti nella Lista Rossa (Red List) dell’IUCN, riguardano soprattutto il sovrasfruttamento e le modifiche degli ambienti naturali, in particolare quelle dovute all’agricoltura. Delle piante e di buona parte degli animali vertebrati (mammiferi, uccelli, rettili e anfibi) che si sono estinti dal 1500 ad oggi, il 75% di queste estinzioni è stata causata dal sovrasfruttamento e dall’agricoltura. Altre minacce derivano dal cambiamento climatico, che sta diventando un driver crescente, dall’inquinamento, dalle specie invasive – che noi abbiamo spostato in tante aree del pianeta dove prima non esistevano e che fanno concorrenza a tante specie autoctone – dalle dighe e dalle miniere.L’impronta ecologica del nostro consumo. Negli ultimi 50 anni la nostra impronta ecologica, la misura del consumo delle risorse naturali, è incrementata del 190%. Creare un sistema più sostenibile richiede significativi e urgenti cambiamenti nelle attività di produzione e consumo.
Minacce e pressioni sul suolo. Nel marzo 2018 l’Intergovernamental Science/Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES) ha reso nota la valutazione sul degrado dei suoli (Land Degradation and Restoration Assessment) che dimostra come oggi meno del 25% della superficie terrestre sia ancora in condizioni naturali e come nel 2050, continuando con gli attuali andamenti di sfruttamento senza invertire l’attuale tendenza, la percentuale della superficie delle terre emerse in condizioni naturali si abbasserà al 10%.
Oggi, il degrado dei suoli mina il benessere di circa 3,2 miliardi di persone nel mondo. Inoltre, nell’era moderna, le zone umide hanno perso l’87% della loro estensione. Il degrado dei terreni include anche la perdita delle foreste, un fenomeno che nelle zone temperate è stato rallentato dalle operazioni di riforestazione ma che è andato accelerandosi nelle foreste tropicali. Un’analisi in 46 paesi in area tropicale e subtropicale ha dimostrato che l’agricoltura commerciale su larga scala e l’agricoltura di sussistenza sono state responsabili rispettivamente di circa il 40% e il 33% della conversione forestale tra il 2000 e il 2010. Il 27% della deforestazione è stata causata dalla crescita urbana, dall’espansione delle infrastrutture e dalle attività minerarie. Questo degrado esercita numerosi impatti sulle specie, sulla qualità degli habitat e sul funzionamento degli ecosistemi.
“In appena 50 anni il 20% della superficie delle foreste dell’Amazzonia è scomparsa mentre gli ambienti marini del mondo hanno perso quasi la metà dei coralli negli ultimi 30 anni. Il Living Planet Report 2018 richiama ad un impegno deciso per invertire la tendenza negativa della perdita della biodiversità. Il mondo ha bisogno di una Roadmap dal 2020 al 2050 con obiettivi chiari e ben definiti, di un set di azioni credibili per ripristinare i sistemi naturali e ristabilire un livello capace di dare benessere e prosperità all’umanità”. Dichiara la presidente del WWF Italia Donatella Bianchi che conclude: “Per ottenere risultati è necessario intervenire subito già dalla 14° Conferenza delle Parti della Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD, Convention on Biological Diversity, che avrà luogo in Egitto) nel prossimo novembre. È fondamentale un accordo globale, ambizioso ed efficace per la natura e la biodiversità, come è avvenuto per il cambiamento climatico in occasione della Conferenza di Parigi nel 2015”.

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Primo rapporto 2018 AIDP – LABLAW su Robot e Intelligenza artificiale e lavoro in Italia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 ottobre 2018

Roma 23 ottobre 2018 presso la sede del CNEL (Viale Davide Lubin, 2, Sala Parlamentino) alla presenza di numerosi direttori del personale e relatori istituzionali e associativi Presentazione primo rapporto 2018 AIDP – LABLAW su Robot e Intelligenza artificiale e lavoro in Italia. L’AIDP, la principale associazione italiana per la direzione del personale e LabLaw, tra i principali studi giuslavoristici italiani, hanno promosso il primo rapporto 2018 su Lavoro, Robot e Intelligenza artificiale in Italia a cura di Doxa.Inizio lavori ore 11.00 Saluti Tiziano Treu, Presidente CNEL Isabella Covili Faggioli, Presidente AIDP
Presentazione risultati rapporto AIDP-LABLAW DOXA 2018 Enrico Cazzulani, Segretario Generale AIDP
Il futuro delle relazioni industriali nell’epoca dei Robot Francesco Rotondi, Giuslavorista, Avvocato e Co-founder LabLaw
Robot e direzione del personale: la ricerca AIDP Umberto Frigelli, Coordinatore Nazionale Centro Ricerche AIDP
Intervento di Claudio Durigon, Sottosegretario al Ministro del lavoro (in attesa di conferma)
Dalle 11.45 alle 12.45
Tavola Rotonda: il l futuro del lavoro tra robot e intelligenza artificiale con:
Isabella Covili Faggioli, Presidente AIDP
Luca Failla, Giuslavorista, Avvocato e Co-Founder LabLaw
Marco Bentivogli, Segretario Generale Fim Cisl
Massimo Sumberesi, Head of Doxa Marketing Advice
Andrea Del Chicca, HR Director Ansaldo Energia
Chiusura lavori: ore 13.00

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Rapporto Eurydice stipendi docenti UE

Posted by fidest press agency su giovedì, 11 ottobre 2018

Gli insegnanti italiani guadagnano meno di tutti dopo i Paesi dell’Est: a fine carriera in Olanda, Austria e Germania prendono circa il doppio dei nostri. Gli stipendi degli insegnanti italiani sono i più bassi d’Europa dopo i Paesi dell’Est: lo rileva il rapporto “Teachers’ and school heads’ salaries and allowances in Europe 2016/17”, realizzato dalla rete Eurydice sugli stipendi di docenti e dirigenti in Europa e andato in pubblicazione in queste ore. Secondo Marcello Pacifico (Anief-Cisal) senza adeguati finanziamenti nella legge di stabilità non potrà essere recuperato neanche il 50% dell’inflazione, altro che allineare gli stipendi dei docenti italiani alle medie UE.Attraverso un’analisi comparativa abbinata a schede descrittive nazionali che illustrano i dati raccolti congiuntamente dalle reti Eurydice e OCSE/NESLI, il rapporto offre una panoramica comparativa sugli stipendi tabellari e le indennità nelle scuole pubbliche pre-primarie, primarie e secondarie di 41 sistemi educativi e compara le differenti condizioni e progressioni salariali: gli stipendi al netto dell’inflazione degli insegnanti all’inizio della loro carriera sono oggi inferiori in nove Paesi europei rispetto al 2009/10, anni immediatamente successivi alla crisi finanziaria. Tra questi Paesi figura anche l’Italia, visto che il misero incremento del 3,48% del 2018 è ora anche minacciato dalla mancata copertura nella prossima legge di stabilità e dalla riduzione nel prossimo biennio dello 0,4% indicata nel Def.

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Rapporto delle Nazioni Unite sul clima

Posted by fidest press agency su mercoledì, 10 ottobre 2018

E’ un punto di riferimento scientifico che valuta le prospettive di mantenere il riscaldamento globale entro 1,5 °C e mostra la necessità di un’azione urgente per il clima.
Approvato da 195 governi, il report sottolinea che oggi abbiamo l’opportunità, ancora e per poco, di modificare la china pericolosa su cui abbiamo posto il mondo come lo conosciamo. Il report speciale sul riscaldamento globale a 1,5 °C del Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC), è stato chiesto proprio allo scopo di guidare i prossimi passi dei Governi sul clima.Il rapporto dimostra che mantenere il riscaldamento globale entro 1,5 °C è più sicuro rispetto ai 2 °C in termini di impatti climatici e che l’aumento della temperatura globale a 2 °C al di sopra dei livelli preindustriali porterebbe a conseguenze devastanti, fra cui l’innalzamento del livello del mare, la desertificazione di molti territori, la perdita di habitat e specie naturali e la diminuzione delle calotte glaciali, che avrebbero ripercussioni gravissime sulla nostra salute, sui mezzi di sussistenza, sulla sicurezza umana e sulla crescita economica. Il livello attuale di emissioni gas serra porterà a conseguenze peggiori del previsto, causando impatti irreversibili. Fra queste la perdita del patrimonio naturale, che danneggerebbe le persone, l’ambiente e le economie, spingendoci verso scenari nei quali l’adattamento sarebbe impossibile, con molte comunità costrette ad affrontare disastri e catastrofi. Il report IPCC evidenzia la necessità di un’azione urgente. Gli impegni finora assunti dai governi non sono sufficienti a limitare il riscaldamento a 2 °C, ancor meno a 1,5 °C, e più ritardiamo drastiche riduzioni delle emissioni, più le conseguenze saranno irreversibili e le soluzioni future saranno costose”. “Superando i 2 gradi centigradi di riscaldamento globale rispetto all’età preindustriale, potremmo vedere un cambiamento climatico inarrestabile”, conclude Cornelius.
Il rapporto dell’IPCC e il suo sommario per i decisori politici sono stati commissionati dai governi con l’Accordo sul Clima di Parigi, raggiunto nel 2015, quando è stato deciso di agire per limitare l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto di 2 °C e cercare di rimanere entro 1,5°C.
“I governi di tutto il mondo devono mostrare di comprendere cosa dicono loro gli scienziati e assumere il cambiamento climatico per quel che è, una questione vitale per l’umanità e per il pianeta come li conosciamo”. Il rapporto IPCC è il più importante testo scientifico sui cambiamenti climatici, realizzato per guidare il processo decisionale delle politiche governative.
Il WWF esorta i governi a intensificare e aumentare l’ambizione nei loro piani climatici nazionali entro il 2020, coerentemente con l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale entro 1,5°C rispetto all’età preindustriale. L’appello è che i Paesi annuncino la revisione verso l’alto dei propri impegni in occasione del dialogo Talanoa alla XXIV Conferenza delle parti della convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP24), che si terrà a dicembre a Katowice, in Polonia.
In occasione del lancio del rapporto IPCC, il WWF Italia ha lanciato una campagna per l’azione sul clima anche in Italia, a partire dalla richiesta al Governo italiano di attuare l’impegno a uscire del carbone entro il 2025 con i provvedimenti necessari. Sul sito dedicato è stato pubblicato un contatore che indica i giorni già trascorsi dalla decisione assunta con la Strategia Energetica Nazionale

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Un riferimento fondamentale per Oscar Romero

Posted by fidest press agency su sabato, 6 ottobre 2018

Roma Venerdì 12 ottobre 2018 – ore 18.30 Libreria Paoline Multimedia International – Via del Mascherino, 94 In occasione della Canonizzazione di Paolo VI e di Oscar A. Romero, la Libreria Paoline Multimedia International organizza un incontro sul rapporto tra queste due straordinarie figure.S.E. Sig.ra Sandra Elizabeth Alas Guidos, Ambasciatore Repubblica di El Salvador presso lo Stato Italiano.Mons. Eduardo Horacio García, Vescovo di San Justo, Assistente nazionale Azione Cattolica Argentina e Assistente ecclesiastico Forum Internazionale AC. Intervengono:
Mons. Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita e Postulatore della causa di canonizzazione di Oscar A. Romero.
Anselmo Palini, Insegnante e saggista, Autore dei due volumi sulla figura di Oscar Romero, Una terra bagnata dal sangue. Oscar Romero e i martiri di El Salvador (Paoline) e Oscar Romero. Ho udito il grido del mio popolo (AVE). Modera Romano Cappelletto, Ufficio Stampa Paoline.

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Rapporto sulla mobilità sanitaria

Posted by fidest press agency su sabato, 4 agosto 2018

I cittadini italiani possono esercitare il diritto di essere assistiti in strutture sanitarie di Regioni differenti da quella di residenza, alimentando il fenomeno della mobilità sanitaria interregionale. Sotto questo “cappello” si collocano la mobilità attiva – che identifica l’indice di attrazione di una Regione tramite prestazioni offerte a cittadini non residenti e rappresenta una voce di credito – e la mobilità passiva – che esprime l’indice di fuga da una Regione con le prestazioni erogate ai cittadini al di fuori della Regione di residenza e rappresenta una voce di debito. Le compensazioni finanziarie tra Regioni vengono regolate secondo un Testo Unico approvato dalla Conferenza Stato-Regioni che ha individuato 7 flussi finanziari: ricoveri ospedalieri e day hospital (differenziati per pubblico e privato), medicina generale, specialistica ambulatoriale, farmaceutica, cure termali, somministrazione diretta di farmaci, trasporti con ambulanza ed elisoccorso.
Nel 2017 il valore della mobilità sanitaria ammonta a € 4.635,4 milioni, cifra che include anche i conguagli relativi al 2014 (€ 218,9 milioni) e al 2016 (€ 296,3 milioni), importi tuttavia non ancora definitivamente approvati dalla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome.
Mobilità attiva. Le Regioni con maggiori capacità attrattive sono Lombardia (25,2%) ed Emilia Romagna (13,3%), che insieme ricevono oltre 1/3 della mobilità attiva; un ulteriore 27% viene attratto da Veneto (8,7%), Toscana (7,8%), Lazio (7,7%) e Piemonte (4,5%). Il rimanente 33% della mobilità attiva si distribuisce nelle rimanenti 15 Regioni, oltre al Bambin Gesù (€ 195,4 milioni) e all’Associazione dei Cavalieri Italiani del Sovrano Militare Ordine di Malta (€ 43,7 milioni). In generale, esiste una forte capacità attrattiva delle grandi Regioni del Nord, a cui fa da contraltare quella estremamente limitata delle Regioni del Centro-Sud, con la sola eccezione del Lazio.
Mobilità passiva. Le Regioni con maggiore indice di fuga dei propri residenti sono Lazio (13,9%) e Campania (10,1%) che insieme contribuiscono a quasi il 25% della mobilità passiva; un ulteriore 29% riguarda Lombardia (7,7%), Calabria (7,5%), Puglia (7,4%), Sicilia (6,5%) e il 46,8% si distribuisce nelle rimanenti 15 Regioni. Rispetto alla mobilità passiva, se quasi tutte le Regioni meridionali hanno elevati indici di fuga, questi sono rilevanti anche in grandi Regioni del Nord, in particolare in Lombardia, ma anche in Piemonte, Emilia Romagna, Veneto e Toscana, un fenomeno verosimilmente attribuibile a preferenze dei pazienti e agevolato dalla facilità di spostamento tra Regioni limitrofe con elevata qualità dei servizi sanitari.
«Dalla valutazione comparativa dei saldi – puntualizza il Presidente – emerge che le Regioni con saldo positivo superiore a € 100 milioni sono tutte del Nord, mentre quelle con saldo negativo maggiore di € 100 milioni tutte del Centro-Sud».
«Considerata la complessità del fenomeno della mobilità sanitaria – conclude Cartabellotta – con i dati attualmente disponibili è impossibile effettuare analisi più dettagliate. Ecco perché la Fondazione GIMBE chiede ufficialmente al Ministro della Salute di rendere pubblicamente disponibili tutti i dati sulla mobilità sanitaria che le Regioni trasmettono al Ministero. Questo permetterebbe di analizzare, per ciascuna Regione, la distribuzione delle tipologie di prestazioni erogate in mobilità, la differente capacità di attrazione di strutture pubbliche e private accreditate e la Regione di residenza dei cittadini che scelgono di curarsi lontano da casa, al fine di identificare quali dinamiche regolano le varie tipologie di mobilità regionale, di cui alcune sono “fisiologiche” ed altre francamente “patologiche”». Il report dell’Osservatorio GIMBE “La mobilità sanitaria interregionale nel 2017” è disponibile a: http://www.gimbe.org/mobilita_sanitaria2017.

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Oggi esiste un rapporto diverso tra generazioni

Posted by fidest press agency su venerdì, 3 agosto 2018

Il vecchio può ricordare, il giovane no; questi non ha ancora maturato l’esperienza necessaria per tuffarsi in rimembranze che vanno oltre la sua memoria. L’esempio, a mio avviso, più bello lo trovo in narrativa quando l’autore consente ai suoi personaggi di ritrovarsi, da una parte, con il ricordo di un vecchio narratore delle sue storie personali e, dall’altra, di un bambino o di un giovane che ascoltano.
Il più vecchio rammenta i momenti più belli e più tristi e l’altro assorbe, nella sua memoria, la notizia che gli proviene da tali ricordi e diventano a loro volta altrettante rimembranze da rilanciare ai figli e nipoti. Lungo questo percorso la chiave di lettura è rivolta alla sensibilità di chi legge, interpreta e ricompone il messaggio trasmesso e ricevuto con le sue storie personali, con le sue esperienze vissute.
Questo passaggio orale del ricordo e della memoria tra il vecchio e il giovane oggi, nella vita vissuta, si è attenuato di molto. Per riscaldarsi si fa spesso a meno del caminetto per sostituirlo con altri marchingegni moderni. L’ascolto è sovente affidato ai messaggi che provengono dall’etere e captati dalla radio e dalla televisione. Più di recente si è aggiunto Internet che i giovani lo navigano con crescente interesse e competenza e traggono da esso conoscenze ed anche esperienze sempre più stimolanti nel bene e nel male. Il vecchio diventa sempre più, a questo punto, un personaggio da confinare nell’immaginario del letterato o nella concretezza dei ricordi dei “tradizionalisti”.
Sta di fatto che è un qualcosa che non si vive più in prima persona; ma diventa appannaggio della narrativa. A essa, se non altro, va il merito di una ricostruzione storica di un’antica tradizione che si perde nella notte dei tempi. Da qui i nostri padri, che non avevano la possibilità di trasmettere le loro conoscenze con un testo scritto, ritrovavano il necessario raccordo generazionale con la trasmissione orale affinché ciò che era stato fatto non fosse obliato.
E’ un modo di distinguersi, di riscattarsi, di trionfare sulle forze del male. E’ un passo che può farlo solo chi è giunto al tramonto della vita e sa apprezzare, nel ricordo, la bellezza e la soavità di un’alba. Lo fa più di quanto non gli accadesse da giovane quando era distratto da altri interessi che lo allontanavano dalla meditazione, da un ripiega-mento su se stesso, dalla ricerca di differenti valori.
Se vogliamo il vero dramma dell’essere umano si spiega proprio nella sua incapacità, da giovane e nell’età matura, di riservare una parte del tempo a se stesso, alla scoperta del proprio io, a ricercare comportamenti coerenti con la sua morale interiore.
Nel giovane predomina l’impazienza, la voglia di conoscere e di farlo in fretta, e il che lo rende maldestro su quanto, invece, va colto con ponderazione. Il tutto è pervaso dall’ansia di raggiungere traguardi prima degli altri, costi quel che costi, e nel nutrire insofferenza per chi si sofferma su cose che urtano i suoi istinti di predatore.
Gli manca l’opportunità e il tempo per una vita intensa di meditazione e si rassegna più facilmente agli innumerevoli cicalecci.
Non si accorge che la vita è così poco capace di penetrare e d’intendere, se noi non vogliamo intendere e penetrare con convinzione e determinazione.
Molta colpa va attribuita alla quotidiana dispersione che facciamo per inseguire la fugacità e per amare l’illusione. (Riccardo Alfonso)

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Sicurezza marittima: Rapporto “Safety & Shipping Review 2018”

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 luglio 2018

Secondo la Safety & Shipping Review 2018 di Allianz Global Corporate & Specialty SE (AGCS), compagnia del Gruppo Allianz specializzata nei grandi rischi, nell’ultimo decennio le perdite nel trasporto marittimo sono diminuite di oltre un terzo (38%) e questa tendenza al ribasso è proseguita nel 2017. Tuttavia, eventi recenti come l’incidente della petroliera “Sanchi” e l’impatto del malware NotPetya sulla logistica portuale mostrano come il settore dei trasporti marittimi sia messo alla prova da una serie di sfide note ed emergenti in materia di rischi.
Nel 2017 nel mondo si sono registrate 94 perdite totali, con un calo del 4% rispetto all’anno precedente (98), il secondo più basso in 10 anni dopo il 2014. Secondo il rapporto annuale di AGCS, che analizza le perdite di trasporto per navi oltre le 100 tonnellate lorde (GT), il maltempo ha contribuito alla perdita di oltre 20 mezzi, così come i tifoni in Asia e gli uragani negli Stati Uniti.Le nuove esposizioni al rischio per il settore dei trasporti marittimi sono molteplici: le navi portacontainer sempre più grandi – più lunghe dell’Empire State Building – pongono problemi di contenimento degli incendi e di salvataggio. Il cambiamento climatico comporta nuovi rischi sulle rotte, con condizioni in rapido mutamento nelle acque dell’Artico e dell’Atlantico settentrionale che comportano ulteriori pericoli. L’attenzione per l’ambiente sta crescendo man mano che il settore cerca di ridurre le emissioni, ma questo porta con sé il pericolo sia di nuovi rischi tecnici, sia di incidenti che possono danneggiare i macchinari. I trasportatori continuano a dover bilanciare vantaggi e rischi di una maggiore automazione a bordo. L’attacco informatico di NotPetya ha causato ritardi nel trasporto merci e la congestione in quasi 80 porti, sottolineando la minaccia di rischi informatici per il settore.
Quasi un terzo delle perdite di trasporto in mare nel 2017 (30) si è verificato nella regione marittima della Cina meridionale, Indocina, Indonesia e Filippine, con un aumento annuo del 25% dovuto all’attività nelle acque vietnamite. Quest’area è stata il principale punto critico delle perdite totali a livello globale dell’ultimo decennio, portando alcuni commentatori dei media a definirla il “nuovo Triangolo delle Bermuda”. I principali fattori di perdita sono in realtà le condizioni meteorologiche – nel novembre 2017, il tifone Damrey ha causato sei perdite -, i mari affollati e gli standard di sicurezza più bassi su alcune rotte interne. Al di fuori dell’Asia, la regione del Mediterraneo orientale e del Mar Nero è il secondo punto di maggior perdita (17), seguita dalle isole britanniche (8). Secondo l’analisi AGCS, si è registrato anche un aumento annuo del 29% degli incidenti di navigazione segnalati nelle acque del circolo polare artico (71).Le navi cargo (53) hanno rappresentato oltre la metà di tutte le navi perdute a livello mondiale nel 2017. Le perdite subite dalle navi da pesca e passeggeri sono diminuite rispetto all’anno precedente. Le navi portarinfuse hanno registrato 5 delle 10 maggiori perdite totali in termini di stazza lorda. La causa più comune rimane il naufragio (affondamento), con 61 casi di questo genere nel 2017. Il naufragio/blocco è al secondo posto (13), seguito dai guasti ai macchinari/al motore (8).
Nonostante decenni di miglioramenti della sicurezza, il settore dei trasporti marittimi non ha spazio per l’autocompiacimento. Proseguono gli incidenti mortali come l’incidente della petroliera “Sanchi” nel gennaio 2018 e la perdita della nave “El Faro” a seguito dell’uragano Joaquin alla fine del 2015, e il comportamento umano è spesso un fattore determinante. Si stima che dal 75% al 96% degli incidenti di navigazione siano dovuti a errori umani, che sono anche all’origine del 75% dei 15.000 sinistri del settore assicurativo della responsabilità civile marittima analizzati da AGCS, per un costo di 1,6 miliardi di dollari.

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Indagine Philips: italiani e rapporto tra sonno e tecnologia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 luglio 2018

Un sonno di qualità impatta positivamente sulla salute e la vita di tutti i giorni, dormire bene è il metodo migliore per riposarsi e recuperare le energie: questo è il pensiero del 91% degli intervistati nell’indagine commissionata da Philips, azienda leader nel settore dell’Health Technology, alla società di ricerca Strive Insight sul rapporto tra utilizzo della tecnologia e qualità del sonno.
In una società sempre più digitalizzata e connessa ovunque e in qualsiasi momento, la tecnologia è diventata sempre più “invasiva”: la media giornaliera di utilizzo di dispositivi digitali si attesta attorno alle 7 ore durante i giorni lavorativi e quasi 6 ore durante il weekend. Utilizzo che, per il 73% degli intervistati, risulta intenso anche nelle ore antecedenti il riposo notturno. La tecnologia connettiva, spesso “ipnotica”, che crea dipendenza sempre più spesso sostituisce oggi i rituali pre-sonno andando così ad impattare sul nostro riposo.In particolare, l’attività digitale degli italiani prima di cadere fra le braccia di Morfeo è caratterizzata da una componente sociale: i passatempi più diffusi sono infatti i social network e le chat seguiti dalla lettura delle email. Nonostante gli italiani riconoscano l’importanza del riposo notturno conservano cattive abitudini legate all’utilizzo dei dispositivi tecnologici: il 52% degli intervistati tiene regolarmente il proprio smartphone sul comodino accanto al letto e il 40% lascia il telefono sempre acceso anche durante la notte. Abitudini digitali scorrette possono rivelarsi dannose e favorire l’insorgere di disturbi del sonno: solo il 6% degli intervistati dichiara di non svegliarsi mai durante la notte. La maggior parte degli italiani intervistati da Philips non ha un sonno continuo e ha frequenti risvegli notturni. Il 18% degli italiani, inoltre, afferma che è capitato di essere svegliato perché disturbato da segnali sonori emessi dal device tecnologico. Inoltre, 1 italiano su 4 confessa di controllare il proprio smartphone durante i risvegli notturni.“L’indagine rivela una consapevolezza diffusa riguardo l’importanza del riposo notturno così come in merito alla correlazione tra disturbi del sonno e utilizzo di dispositivi tecnologici prima di andare a letto; nonostante ciò gli italiani faticano ad abbandonare certe cattive abitudini. Philips, leader mondiale nella ricerca di soluzioni dedicate alla terapia del sonno ha una lunga storia di innovazione proprio per aiutare le persone a dormire meglio e a curare alcune patologie del sonno come le apnee notturne ancora troppo sottovalutate dalla popolazione, ma che se trascurate possono portare a conseguenze anche gravi.” dichiara Gianluigi Redolfini, Health Systems Marketing Leader – Philips Italy, Israel & Greece.Tra i disturbi del sonno più diffusi il 31% afferma di avere un sonno irrequieto e risvegli frequenti, di questi il 66% dichiara di soffrire di apnee notturne e il 33% di conoscere questa patologia. Il 24% invece dichiara di avere difficoltà ad addormentarsi e il 15% di soffrire di insonnia.I sintomi più dichiarati legati ai disturbi del sonno sono: stanchezza durante il giorno (il 55%), stanchezza al risveglio (il 48%), occhi stanchi al risveglio (il 35%), difficoltà di concentrazione (il 28%) e irritabilità (il 27%). Meno di un terzo del campione (il 28%) che ha dichiarato di soffrire di disturbi del sonno si è rivolto ad un medico per avere un consulto. I consigli più diffusi tra coloro che hanno interpellato un camice bianco sono: alimentazione serale leggera (il 40%), attività fisica durante il giorno (39%) e la riduzione dell’utilizzo di dispositivi tecnologici prima di addormentarsi (il 37%).

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Rapporto tra “Etica e Bellezza”

Posted by fidest press agency su martedì, 22 maggio 2018

Roma 25-26 maggio 2018 Aula Magna Univ. Roma Tre Scuola di Lettere, Filosofia e Lingue di via Ostiense, 234 due giorni di studi dedicati al rapporto tra “Etica e Bellezza” in tutte le sue declinazioni e in riferimento ai differenti nodi problematici promossi dalla Società italiana di Filosofia morale presieduta dal Prof. Franco Miano, ordinario all’Università Tor Vergata di Roma.
L’appuntamento è Venerdi 25 e sabato 26 con studiosi di fama provenienti dagli Atenei italiani e da quelli di altri Paesi europei. I lavori del Convegno Nazionale SIFM si apriranno con i saluti istituzionali del Rettore e con le due relazioni di Otfried Höffe (Università di Tubinga) e Sergio Givone (Università di Firenze), a cui seguirà il dibattito. Dalle 14.30 alle 17.00 si terranno le sezioni dedicate ai panel. Confronti intorno a il bene e il bello, i luoghi e le immagini, responsabilità e bellezza. Sabato 26 maggio i lavori del Convegno proseguiranno dalle 9.30 alle 12.30 con le relazioni di Luisella Battaglia (Università di Genova), Paolo D’Angelo (Università di Roma Tre) e Adriano Fabris (Università di Pisa) e successivo dibattito. Presiede Luigi Alici. La Società italiana di filosofia morale ha lo scopo di riunire i docenti e i cultori del settore di filosofia morale indipendentemente dalle diverse culture e scuole di provenienza intorno ai comuni temi della disciplina e alle occorrenze accademiche e istituzionali e rappresenta a livello internazionale un luogo di ricerca e confronto.

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Il rapporto tra élite e popolo

Posted by fidest press agency su venerdì, 30 marzo 2018

La democrazia “in atto” rivelatasi negli ultimi due anni – a partire dal referendum sulla Brexit e dall’elezione di Trump per arrivare, passando per una serie di scampati pericoli di diverse elezioni europee, al referendum costituzionale ed alle elezioni italiane – ha alterato la direzione del rapporto tra élite e popolo, che ha tradizionalmente visto le prime orientare l’agenda politica attraverso l’offerta di un ventaglio ristretto di scelte cui il popolo attraverso il voto democratico poteva attribuire un peso decisionale.Condizione per legittimare la funzione orientatrice delle élite era la loro capacità di interpretare le esigenze della società, anche in termini evolutivi, ma soprattutto nel collocarle all’interno di un sistema di compatibilità capace garantire l’esercizio delle libertà fondamentali dell’individuo, dell’agire economico e delle relazioni internazionali. Compito che consisteva quindi nel definire i limiti delle scelte politiche compatibili con il mantenimento di quel sistema di compatibilità e nel rendere la società consapevole dell’importanza di rispettare questi limiti, attraverso un sistema ramificato e radicato di corpi intermedi e di partecipazione diffusa che consentiva la condivisione del patrimonio teorico-culturale e la sua prudente evoluzione.Questo sistema si basava sulla limitata contendibilità del mercato dell’offerta politica, in un sistema di democrazia “condizionata” dominata da un oligopolio di fatto di un numero ristretto (due o poco più) di partiti candidabili al governo, comunque coerenti con la tutela del sistema di compatibilità generali, al più diversificati rispetto all’intensità e alla direzione della loro prudente evoluzione.I ristretti margini di libertà concessi alle scelte politiche, anche per il naturale istinto di conservazione delle élite, rappresentava la più forte tutela della società dall’imprevedibilità e dall’irresponsabilità del pieno dispiegarsi del “terribile diritto” (mutuando la definizione di Cesare Beccaria del diritto di proprietà) costituito dall’esercizio universale del voto in un sistema democratico totalmente aperto.I fondamenti del sistema di democrazia “condizionata” sono progressivamente venuti meno a causa dello sgretolamento dell’oligopolio politico, sia per la crisi dei presupposti ideologici dei partiti tradizionali sia per la creazione di canali di formazione del consenso alternativi a quelli basati sui corpi intermedi e sulle forme di partecipazione diffusa istituzionalizzati.I nuovi partiti o comunque le nuove offerte politiche, come quelle di Trump o dei sostenitori della Brexit, hanno infatti privilegiato il rapporto diretto con il popolo, affermando un modello di democrazia diretta che programmaticamente ha invertito la direzione dell’offerta politica, alla ricerca di una presunta “volontà comune”, le cui esigenze vengono solleticate e assecondate invece che guidate e trasformate in proposte compatibili con l’equilibrio del sistema.Disintermediate e alimentate dall’amplificazione ansiosa e ansiogena di mezzi di comunicazione disarticolati e disorientati, le pulsioni emotive del popolo assurgono allo stato di assoluti, incuranti del sistema di compatibilità e limiti che salvaguardano un esercizio effettivo della libertà.In questo quadro la società si trova esposta alle ambizioni incontrollabili delle scelte politiche, non più vincolate nello sperimentare soluzioni che stravolgono gli equilibri tradizionali – nell’allocazione delle risorse, nei rapporti tra Stato e individui e nelle relazioni internazionali – per affermare presunti diritti e assecondare inquietudini esasperate dallo stesso dibattito politico.Nella difficoltà di recuperare la solidità del sistema precedente, si pone il problema di arginare i rischi di quello attuale, evitando la tentazione di assecondarlo, come sollecitato dalle pur oneste intenzioni di chi predica un ritorno alla capacità di “ascoltare il popolo, e riaffermando una visione umile della politica che rinunci a stabilire il suo primato sulla società.Per mettere in salvo la società dalla democrazia incontrollata che si sta affermando occorre sì ripartire dal basso, ma per recuperare una funzione propositiva dei corpi intermedi della società (rappresentativi del mondo del lavoro, imprenditoriale, dell’associazionismo sociale e culturale), oggi rifugiati in una funzione corporativa di organizzazione di richieste e tutele che alimenta una visione della società come soggetto passivo di servizi offerti dalla politica.Ma occorre anche rendere chiari i vincoli esterni all’azione politica determinabile dal voto popolare, attraverso il radicamento di automatismi che limitino lo spazio per stravolgimenti del sistema soprattutto nella sfera economica, salvaguardando la sostenibilità del debito pubblico e l’autonomia della politica monetaria e valutaria. Tali vincoli erano in gran parte impliciti nel sistema democratico “condizionato “che è entrato in crisi ma si tratta ora di renderli espliciti, sia nella cultura politica delle forze che intendono salvaguardare la società, sia nell’assetto istituzionale.L’appartenenza all’Unione Europea è un ancoraggio forte, l’unico in grado di resistere alla disordinata e spesso sconclusionata furia iconoclasta della nuova politica che, non a caso, brandisce le istanze nazionali e vagheggia approcci sovranisti.Anche l’integrazione europea andrebbe però non sovraccaricata di ambizioni politiche, foriere di un ulteriore eccesso di aspettative e conseguenti frustrazioni, ricordando la sua originaria vocazione volta alla creazione in primis di un mercato comune basato sulle quattro nozioni fondamentali di libertà (libera circolazione delle persone, dei servizi, delle merci e dei capitali) che costituiscono le migliori salvaguardie della società dai capricci di una democrazia incontrollata e disorientata.
Compatibile con questa visione è il rafforzamento del potere delle istituzioni europee, non soltanto ricercando una loro maggiore legittimità politica, ma anche salvaguardando la loro competenza e responsabilità su un piano “tecnico”. Si tratta di procedere attraverso equilibri progressivi, che sicuramente non sembrano rispondere immediatamente alla crescente ambizione della politica, ma che consentono quella dialettica tra società e istituzioni che una democrazia totalizzante rischia di travolgere. (fonte: NOTA ISRIL ON LINE N. 12 – 2018)

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Un nuovo rapporto lancia l’allarme sui livelli crescenti di fame acuta nel mondo

Posted by fidest press agency su domenica, 25 marzo 2018

Circa 124 milioni di persone in 51 paesi sono stati colpite da una grave insicurezza alimentare nel 2017 – 11 milioni in più rispetto all’anno precedente. Questo quanto riportato dalla nuova edizione del Rapporto Globale sulle Crisi Alimentari. Il rapporto definisce “insicurezza alimentare acuta” un livello di fame tanto severo da rappresentare una minaccia diretta alla vita o ai mezzi di sostentamento delle persone.Il peggioramento della situazione è ascrivibile in larga misura allo scoppio o all’acuirsi di conflitti e instabilità in paesi come il Myanmar, la Nigeria nord-orientale, la Repubblica Democratica del Congo, il Sud Sudan e lo Yemen. Condizioni prolungate di siccità hanno invece causato il susseguirsi di scarsi raccolti in paesi già colpiti da alti livelli di insicurezza alimentare e malnutrizione in Africa orientale e meridionale.
Il rapporto sottolinea come le crisi alimentari siano sempre più determinate da cause complesse e che spesso agiscono in contemporanea, quali conflitti, shock climatici estremi, prezzi alti degli alimenti di base.La situazione descritta dal rapporto mette in luce la necessità urgente di azioni che sappiano al tempo stesso salvare vite, salvare i mezzi di sostentamento e affrontare alla radice le cause delle crisi, hanno affermato i partner.Le situazioni di conflitto rimangono il fattore principale alla base della grave insicurezza alimentare in 18 paesi – 15 dei quali in Africa e Medio Oriente. Sono i conflitti la causa principale della maggior parte dei casi di insicurezza alimentare acuta nel mondo, rappresentando il 60 per cento del totale, 74 milioni di persone.I disastri climatici – soprattutto la siccità – hanno provocato crisi alimentari in 23 paesi, due terzi dei quali in Africa, gettando nell’insicurezza alimentare grave 39 milioni di persone.Intere comunità e un numero maggiore di donne e bambini hanno bisogno di supporto nutrizionale rispetto all’anno scorso;servono soluzioni durature se vogliamo invertire questo trend.
Secondo il rapporto, nel 2018 i conflitti continueranno a causare crisi alimentari in paesi come l’Afghanistan, la Repubblica Centrafricana, la Repubblica Democratica del Congo, il Nord Est della Nigeria, la regione del Lago Chad, il Sud Sudan, la Siria, lo Yemen oltre alla Libia e il Sahel centrale (Mali e Niger).
Uguali sono le previsioni per l’impatto di condizioni climatiche particolarmente secche sui raccolti e sulla produzione animale, che inaspriranno l’insicurezza alimentare in zone pastorali della Somalia, dell’Etiopia sud-orientale, del Kenya orientale, in Africa Occidentale e nel Sahel, inclusi Senegal, Chad, Niger, Mali, Mauritania e Burkina Faso.
Il Rapporto Globale sulle Crisi Alimentari riunisce dati e analisi regionali e nazionali da fonti multiple in un unico documento che fornisce un’immagine chiara e approfondita delle crisi alimentari e dell’insicurezza alimentare acuta nei paesi colpiti.
Si prevede che il Global Network contro le Crisi Alimentari lanciato dall’Unione Europea, dalla FAO e dal WFP al Summit Umanitario Mondiale nel 2016 diventerà sempre più il motore alla base del nesso tra azioni umanitarie, sviluppo e pace, promuovendo un maggiore coordinamento tra le agenzie umanitarie e per lo sviluppo.

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Il rapporto tra cultura sapienziale e cultura analitica

Posted by fidest press agency su sabato, 3 marzo 2018

Nel corso della storia moderna e contemporanea molti hanno cercato di percorrere la strada maestra per la cultura della verità e dei principi, fino a correre il rischio di una loro declamazione e ripetizione retorica e astratta. Ciò non vuol dire che altri compagni di viaggio non abbiano saputo dotarsi di una cultura progettuale e concreta. In entrambi i casi esiste un comune denominatore che noi possiamo chiamare “cultura dottrinale”, perché la vita o è guidata dalla sapienza dei principi o è insipiente e come tale condizionata oltre misura dalle opinioni, dagli eventi, da chi ha più forza e più voce sulle piazze, nei mass-media e ai tavoli che contano. Questo rapporto, che posso anche definire due saperi, non presenta un suo orizzonte culturale differenziato, ma mostra due diverse sensibilità che si possono completare vicendevolmente.
Diversamente si correrebbe il rischio di scivolare sul piano inclinato di una teoria e di un’etica astratta oppure, all’opposto, di una conoscenza dei dati e dei fenomeni svincolata dal riferimento ai principi ei quindi priva di metri di valutazione etica e finire con l’essere condotti a derive relativistiche.
Se la cultura teoretica ed etica e quella analitica se non s’intrecciassero insieme sarebbe difficile evitare quello paventato da Maritain fra una morale apolitica e una politica amorale. E questo stare in piedi, a fronte delle varie conoscenze, ci permette di osservare e di vedere la società di fatto, nelle sue molteplici dimensioni, così com’è e come si muove. Non dimentichiamo che, comunque, ci dobbiamo misurare con le concrete realtà e le tendenze e problematiche socio-culturali d’oggi. Ma il rapporto non sarebbe completo se non vi aggiungessi la cultura storica. Non c’è svolta, cambiamento per quanto rivoluzionario, non c’è progetto e attività che possa pretendere di partire dall’anno zero. Mi appare persino ovvio, a questo punto, pensare che la scuola e, più in generale, il sistema integrato dell’istruzione e della formazione, debba assumere un ruolo insostituibile al riguardo. (Riccardo Alfonso)

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Rapporto sulle 10 crisi umanitarie di cui si è parlato meno nel 2017

Posted by fidest press agency su mercoledì, 24 gennaio 2018

ginevraGinevra (Svizzera) Oggi l’organizzazione internazionale umanitaria CARE ha lanciato un nuovo rapporto che mette in luce le 10 crisi dimenticate del 2017. Nel rapporto, dal titolo “Suffering in Silence” si evidenzia come la crisi umanitaria in Corea del Nord sia quella ad aver ricevuto la minore attenzione da parte dei media di tutto il mondo. Molti si sono focalizzati sulla minaccia nucleare tralasciando completamente la crisi umanitaria. Tra le altre crisi che raramente trovano spazio nei media, le crisi in Eritrea, Burundi, Sudan, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo (DRC), Mali, Bacino del Lago Chad (Niger, Camerun, Chad), Vietnam e Perù.“Siamo tutti consapevoli del fatto che una singola foto può richiamare l’attenzione di tutto il mondo su un unico problema. Ma le persone dei Paesi analizzati nel report di CARE sono ben lontane dalle telecamere e dai microfoni di tutto il mondo”, dice Laurie Lee, Segretario Generale ad interim di CARE International. “Queste crisi potranno non essere sulle prime pagine dei giornali, ma ciò non significa che possiamo dimenticarcene.”Esiste poi una linea diretta tra l’attenzione mediatica e i fondi donati per gli aiuti umanitari. “I media giocano un ruolo fondamentale nell’attrarre l’opinione pubblica su quelle crisi dimenticate e trascurate”, dichiara Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. “Nonostante le conseguenze dei conflitti ricadano tragicamente su milioni di vite umane, persiste il divario tra i bisogni umanitari e i fondi a disposizione. Le previsioni per il 2018 non sono buone, resta ancora debole la volontà politica di risolvere i conflitti e affrontare le cause che li generano, quali mancanza di governance, aumento della povertà, disuguaglianza e cambiamento climatico. I leader politici devono fare un passo in avanti e farsi carico della responsabilità di affrontare le crisi oggi dimenticate.”
Nel 2018, molti di questi disastri continueranno a dilagare. Le famiglie povere lottano per sopravvivere, poiché diminuisce la loro capacità di far fronte a future crisi, visto che i conflitti durano per decenni e i beni di sussistenza e le risorse si esauriscono. Il quadro umanitario globale delle Nazioni Unite (UN’s Global Humanitarian Overview) nel 2018 necessiterà di 22,5 miliardi di dollari statunitensi, per dare assistenza ad almeno 91 dei 135 milioni di persone che ne hanno urgente bisogno. L’attenzione mediatica può aiutare a concentrare il supporto pubblica su questi bisogni. Tra le raccomandazioni evidenziate nel report, quella di lavorare con giornalisti freelance locali e ONG per ottenere materiale aggiornato, raccogliere fondi necessarie per realizzare report in aree remote e investimenti da parte delle ONG in attività di comunicazione di situazioni d’emergenza.

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Rapporto sulla sanità italiana: non ci siamo proprio

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 dicembre 2017

sanitàL’Italia investe per il servizio sanitario il 14,1% della spesa pubblica, cioè l’1,1% in meno rispetto alla media europea e ben il 5,2% in meno rispetto all’Irlanda, il paese che vi dedica la quota più alta.Il rapporto mette inoltre in evidenza tre punti fondamentali: l’invecchiamento del personale sanitario, il precariato e la cronica insufficienza degli organici.Solo per quel che riguarda i medici di base, entro il 2023 andranno in pensione circa 21.700 medici su poco più di 45mila, a fronte di solo 6mila giovani medici in ingresso. Eppure si continua a praticare il numero chiuso per l’iscrizione alle facoltà di medicina, nonostante si preveda, con questi numeri, che entro il prossimo decennio almeno un terzo dei cittadini non potrà avere un medico di famiglia.
Già nel 2011 nella sanità pubblica operavano 35mila precari, di cui 10mila medici. La situazione sicuramente è peggiorata negli ultimi anni, vista la malsana tendenza da parte delle Regioni a fare ricorso al lavoro precario per far fronte alla carenza di personale causata dal mancato turn-over.
Ma non finisce qui. Se ai già scarsi fondi previsti per la sanità pubblica si aggiungono i danni provocati dalla corruzione, dall’inefficienza della spesa pubblica nel comparto sanitario e dagli sprechi, il quadro diventa drammatico. Sommando il peso di solo questi tre fattori il danno ammonterebbe a ben 26,6 miliardi di euro all’anno.Una delle contraddizioni più difficili da digerire è quella della lunghezza delle liste di attesa per le visite specialistiche e per i ricoveri ospedalieri. Inutile dire che il ricorso all’intramoenia è non solo inutile, ma addirittura dannoso, in quanto finisce per dilatare i tempi di accesso per chi non vi fa ricorso e genera un forte disparità nell’erogazione della cura, alla faccia dell’uguaglianza di tutti i cittadini sancita dalla Costituzione.E sempre in tema di disuguaglianze, si registra una forte disparità tra nord e sud in quanto a dotazione di apparecchiature tecnicobiomediche, che comunque risultano, in generale, carenti e non aggiornate.Secondo qualcuno staremmo uscendo dalla crisi. Nulla di più falso, se uscire dalla crisi significa continuare a ridurre la spesa pubblica a discapito della salute di tutti.
Continuando ad obbedire ai dettami di provvedimenti come il Fiscal Compact che, imponendo come priorità assolute il pareggio di bilancio e la riduzione del debito, spingono sempre di più a tagliare i servizi sociali come la Sanità, si risponde solo agli interessi della sanità privata e delle assicurazioni.Quindi non è così che si esce dalla crisi. Anzi, è esattamente il contrario. È proprio questa continua riduzione della spesa pubblica, a favore degli interessi di pochi, ad aver generato e fatto crescere questa crisi, che sta assumendo sempre di più i connotati di un intenzionale attacco nei confronti del bene comune.Solo difendendo il bene comune, invece, possiamo migliorare la qualità di vita della maggioranza dei cittadini. Questo significa per noi uscire dalla crisi. (fonte partito umanista) (foto: sanità)

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Rapporto su “Il fenomeno aggressioni al personale sanitario”

Posted by fidest press agency su domenica, 26 novembre 2017

Medico prescrive pilloleRoma lunedì 27 novembre 2017, alle ore 18,00, nella Sala del Consiglio dell’Ordine provinciale di Roma dei Medici-Chirurghi e degli Odontoiatri (via G.B. De Rossi 9) sarà presentato il rapporto su “Il fenomeno aggressioni al personale sanitario: uno studio osservazionale nei medici dell’Ordine di Roma”.
Illustreranno i risultati dello studio i professori Giuseppe La Torre e Mattia Marte del Dipartimento di Sanità Pubblica e Malattie Infettive dell’Università Sapienza di Roma. Interverranno il Presidente dell’Ordine, Giuseppe Lavra, e il Consigliere Ernesto Cappellano.Lo studio, di tipo trasversale (cross-sectional), è stato condotto tramite la compilazione di un questionario a partecipazione facoltativa somministrato via internet ai medici dell’OMCeO di Roma, con l’obiettivo di stimare la prevalenza del fenomeno aggressioni nel personale medico iscritto all’Ordine e valutare l’impatto su tale fenomeno di fattori socio-demografici e lavorativi.Le aggressioni al personale sanitario sono in crescita e sicuramente il fenomeno è sottovalutato. Uno studio del 2001 a livello europeo stima che la percentuale dei lavoratori del settore sanitario che hanno avuto esperienza di violenza fisica nell’arco della loro vita lavorativa è molto più alta della media degli altri settori. Per aggressione poi non s’intende soltanto la violenza fisica ma anche la violenza verbale, le minacce, le molestie sessuali. Inoltre la violenza può essere oltre che verticale (del tipo paziente/familiare del paziente contro il lavoratore) anche orizzontale (ovvero la violenza tra colleghi). Il danno per l’individuo e per la collettività è concreto, le aggressioni aumentano lo stress lavorativo e possono portare anche a giorni di assenza dal lavoro con inevitabili conseguenze sulla qualità delle cure nonché dei costi economici.

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Rapporto Caritas sulla povertà in Italia

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 novembre 2017

caritas“Il rapporto della Caritas sulla povertà in Italia mostra il fallimento delle politiche del centro sinistra confermando ciò che Forza Italia sostiene da tempo”, lo dichiara la deputata di Forza Italia, Vincenza Labriola. “Tasso di disoccupazione giovanile tra i più alti d’Europa , record di Neet, un giovane su dieci in stato di povertà assoluta, questi i risultati. I giovani privati di qualsiasi prospettiva occupazionale sono diventati più poveri dei genitori. Nell’ultimo ventennio, osserva la Caritas, il divario di ricchezza tra giovani e anziani si è ampliato: la ricchezza media delle famiglie con capofamiglia di 18-34 anni è meno della metà di quella del 1995, mentre quella delle famiglie con capofamiglia con almeno di 65 anni è aumentata di circa il 60%.L’Italia inoltre -prosegue la deputata azzurra –è il paese dell’Ue con la più alta presenza di Neet: nel 2016 3 milioni 278mila giovani (il 26% di chi ha tra 15 e 34 anni) risultavano fuori dal circuito formativo e lavorativo. Questa situazione di stallo, di mancanza di prospettive e di difficoltà a fronteggiare la quotidianità, che pesa sulle nuove generazioni crea il depauperamento dell’Italia sia in termini economici che in termini culturali e sociali. Bisogna dare risposte concrete e immediate affinché l’Italia risorga dal baratro in cui il Pd lo ha fatto pian piano scivolare. Solo la politica del fare del Presidente Silvio Berlusconi – conclude Labriola- può dare risposte immediate e strutturali al Paese, le cose possono cambiare lo dobbiamo ai nostri figli e a noi stessi.”

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