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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

Posts Tagged ‘rappresentatività’

Scuola Aran: settimana decisiva per la firma del CCNQ su aree, comparti e rappresentatività

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 giugno 2019

Il 19 e 20 giugno, per la terza volta, sono state convocate le Confederazioni sindacali per il rinnovo degli accordi propedeutici al via delle prerogative sindacale alle nuove organizzazioni che hanno vinto le ultime elezioni Rsu. La novità più importante riguarda l’entrata dell’ANIEF che sposterà gli attuali equilibri dei tavoli contrattuali, a partire da quelli gestiti dal Miur e dal Governo. Forte resistenza anche da parte di alcune confederazioni per la perdita di ore di permesso e distacchi. Marcello Pacifico (Anief): Non è tollerabile che dopo un anno, ancora non possiamo esercitare le nostre libertà sindacali e perorare i diritti dei nostri associati. Se per la terza volta non si firmeranno le proposte dell’Aran, nonostante un’evidente maggioranza, chiederemo ai giudici un intervento urgente.

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Rappresentatività sindacale e costo del lavoro

Posted by fidest press agency su martedì, 10 luglio 2018

La confederazione delle piccole e medie imprese Conflavoro Pmi, con una delegazione guidata dal presidente Roberto Capobianco, ha incontrato ieri (5 luglio) Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro e alle Politiche sociali. Molti i punti di intesa scaturiti dal faccia a faccia. In particolare, Conflavoro Pmi ha ottenuto dall’esponente del governo l’impegno a chiarire la questione del concetto di ‘maggiore rappresentatività’ delle organizzazioni sindacali e a predisporre, in collaborazione con gli altri ministeri interessati, un piano di incentivi e sgravi a sostegno delle piccole e medie imprese.“Dopo il decreto dignità – spiega Capobianco – che consideriamo un passo avanti a beneficio dei lavoratori, era doveroso portare subito al governo anche la voce delle nostre Pmi. Abbiamo chiesto per le nostre imprese il sostegno delle istituzioni e le migliori condizioni possibili affinché possano investire sui lavoratori, assumendoli a tempo indeterminato e, soprattutto, qualificandoli con una formazione continua. Finora le piccole e medie imprese sono sempre state messe in secondo piano rispetto agli interessi dei grandi gruppi, ma ora chiediamo sia riconosciuto loro, concretamente, il ruolo di motore dell’economia italiana”.“A tal proposito abbiamo ricevuto risposte importanti dal sottosegretario al Lavoro Durigon – continua Capobianco – e dalle promesse occorrerà passare rapidamente ai fatti, ma siamo fiduciosi. Serve non solo un piano di sostegno alle imprese, che abbiamo di nuovo chiesto con forza, ma anche l’impegno concreto a ridurre il costo del lavoro. E una minor pressione fiscale perché le Pmi sono ancora in ginocchio dopo dieci anni di crisi. Senza dimenticare una decisa deburocratizzazione contestuale a una digitalizzazione più efficace dei rapporti tra imprese e pubblica amministrazione. Basta sprechi di tempo e denaro”.Altro capitolo importante affrontato nell’incontro tra Conflavoro Pmi e Durigon, poi, è stato quello della libertà sindacale. Sancita dalla Costituzione nell’articolo 39, quest’ultimo prevede un iter che, dopo 70 anni, ancora deve essere incardinato nel sistema legislativo ordinario. “Una lacuna normativa – evidenzia Capobianco – che sta portando non poche diatribe nel mondo del lavoro. E’ una situazione inaccettabile della quale, negli anni, hanno approfittato una moltitudine di sedicenti associazioni sindacali che però, per usare le parole del sottosegretario, sono di stampo ‘familiare’. I loro iscritti, nei fatti, si contano sulle dita di una mano e questo produce un danno in chi, invece, è davvero rappresentativo”.“Siamo dunque al punto che imprenditori e lavoratori, già assillati da una marea di preoccupazioni, adesso devono anche subire le problematiche derivanti da questa situazione. Con il risultato che il già disastrato tessuto economico italiano viene messo ancor di più a repentaglio. Pertanto – conclude Capobianco – abbiamo chiesto al governo, a nome delle Pmi del Paese, che sia fatta velocemente chiarezza interpretativa sul concetto di ‘maggiore rappresentatività’. Il sottosegretario Durigon ha voluto ascoltare la nostra posizione in merito e ha affermato che l’esecutivo sta lavorando alla questione. Ha quindi accolto le nostre istanze e le nostre idee con molto interesse e sicuramente avremo modo di proseguire la concertazione nelle prossime settimane”.

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Voto, elettori e rappresentatività

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 novembre 2017

urne-voteIn Sicilia è stato a casa il 53% dei cittadini, e il fatto che sia la stessa percentuale di cinque anni fa è un aggravante, perché vuol dire che non si è riconquistato al voto nessuno. A Ostia al primo turno non hanno votato due su tre, e peggio andrà al ballottaggio. Prima di parlare di vincitori e di vinti, è questo il dato su cui dobbiamo soffermarci a riflettere: gli italiani sono così stanchi, disillusi, disperati, che non sono nemmeno più incazzati. I 5 Stelle, che pure sono nati soffiando sul fuoco della ribellione contro la politica e la casta, non riescono a vincere in Sicilia e ad Ostia vanno al secondo turno con il 30%, che vuol dire il 9% degli aventi diritto. Peggio ancora vanno le cose per i due partiti intorno a cui per vent’anni si sono costruite le coalizioni contrapposte della Seconda Repubblica: Forza Italia nell’isola con 315 mila voti non va oltre il 16,4% del 47% votante (pari al 6,8% del totale), mentre il Pd con 250 mila voti si ferma al 13% (pari al 5,4% degli aventi diritto).Insomma, questa politica non ha più alcuna rappresentatività reale. E quando manca, la rappresentanza, non c’è additivo che tenga da mettere nella legge elettorale per colmare il gap: vinci e vai al governo, ma non governi. Alla Regione siciliana, per esempio, Musumeci ha già perso quel misero seggio in più che la sua coalizione, complessivamente arrivata al 42%, ha conquistato grazie ad un meccanismo maggioritario di assegnazione dei deputati regionali, e che il suo predecessore Crocetta neppure aveva. E comunque, con questo tasso di rappresentatività della società, nessuno, con o senza maggioranza nelle aule deliberanti, sarebbe in grado di mettere in campo scelte capaci di conquistare un consenso sufficiente di coloro a cui quelle scelte sono rivolte. La democrazia rappresentativa funziona nella misura in cui o c’è un alto tasso di partecipazione alla vita politica da parte dei cittadini, oppure quel tasso è basso perché c’è una sostanziale continuità tra le diverse azioni di governo, tale per cui il non voto non è un segno di sfiducia o distacco, ma di relativa indifferenza di fronte alle diverse opzioni presenti sul mercato politico. Se invece l’astensionismo forma un fronte del “rifiuto consapevole” che va ben oltre la soglia fisiologica del disinteresse qualunquista fino a diventare di gran lunga il partito maggiormente rappresentativo, è evidente che il sistema politico non potrà funzionare e la democrazia diventerà sempre più solo formale.Ed è quello che rischia di accadere alle prossime elezioni nazionali, a marzo o maggio che sia: se il quadro presumibilmente sarà, come andiamo denunciando da tempo, di forte astensione, e quella metà o poco più dei voti espressi si dividerà tra partiti e aggregazioni elettorali (chiamarle coalizioni si fa torto al pudore) in modo tale che anche se qualcuno arriverà più avanti degli altri, nessuno avrà il 51%, ecco che si verificheranno due circostanze parimenti gravi: non ci sarà alcuna maggioranza, né si riuscirà a formarne una, per cui sarà inevitabile tornare alle urne (sperabilmente con un’altra legge elettorale); si formerà una qualche aggregazione di forze, ma il combinato disposto tra la loro eterogeneità, la reciproca demonizzazione urlata in campagna elettorale e la scarsa rappresentatività del corpo sociale che queste forze sapranno esprimere, finirà col creare una scarsa capacità di governo dei problemi e di prendere decisioni, nel migliore dei casi, o una totale ingovernabilità, nel peggiore.
Ma, si badi bene, il fatto che si esca dalle urne senza un chiaro e definito vincitore è condizione normale nelle democrazie occidentali. Peccato, però, che da un quarto di secolo in Italia si coltivi l’idea che dobbiamo addormentarci la sera del voto sapendo chi ha vinto e chi ha perso. E che se questo non succede trattasi di disastro biblico. La conseguenza inevitabile di questo pensiero (ma sarebbe meglio dire ossessione) è che si demonizzano le alleanze parlamentari, chiamandole spregiativamente “inciuci”, rendendole così impraticabili o prive di credibilità, nel caso si facciano. Se si vuole evitare che sia il Parlamento a organizzare le forze, occorre riformare (seriamente, però…) la Costituzione, adottando regimi istituzionali come il presidenzialismo e conseguenti sistemi elettorali e politici. Invece noi vorremmo l’una cosa senza l’altra, e facciamo disastri.Alla vigilia del test siciliano avevamo detto che esso avrebbe avuto una forte valenza nazionale, soprattutto per chi lo avrebbe perso, ipotizzando che quei panni li avrebbe indossati il Pd. Pronostico facile, e dunque azzeccato. Per il partito di Renzi, e per il suo segretario in particolare, la batosta è stata sonora. E per entrambi, partito e Renzi, sarebbe tosto ora che facessero una seria analisi della loro situazione. Non per rinculare su vecchie posizioni, rispolverando miti, tabù e parole d’ordine, come la sinistra vetero – che tra l’altro elettoralmente oltre la pura testimonianza non va – vorrebbe si facesse. Ma per aggiornare il riformismo ai tempi che viviamo, senza cedere di un millimetro alla tentazione del populismo.Ma pure il centro-destra che ha faticosamente vinto in Sicilia, farebbe bene a riflettere sui suoi destini, perché quella coalizione – peraltro destinata scollarsi subito dopo il voto per effetto delle sue contraddizioni, che è come pretendere di mettere e tenere insieme Angela Merkel e Marine Le Pen – potrà anche risultare prima alle elezioni politiche, ma difficilmente avrà la maggioranza. E lo stesso dovrebbero fare i grillini, visto che risulteranno quasi sicuramente il primo partito singolo, ma senza alleanze (che per ora continuano a rifiutare) non possono andare da nessuna parte.
Ricapitolando: elezioni senza elettori, forze politiche non rappresentative, legge elettorale sbagliata, vecchie coalizioni defunte o finte e nuove impraticabili, qualità infima delle classi dirigenti (si fa per dire). In queste condizioni il Paese – ha ragione Romano Prodi – è sull’orlo di un disastro senza precedenti. E in molti, specie nel mondo produttivo e degli affari, stanno dicendo che bisogna organizzarsi come se la politica non ci fosse. Una pia illusione, una china pericolosa. (Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Da che parte vogliamo stare?

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 settembre 2011

Ciò che sta accadendo in queste ore sa del comico, se non si trattasse di vicende terribilmente serie, con una finanziaria che scompare e riappare diversa ben quattro volte e tuttora non è detta l’ultima, ma in tutto questo andirivieni ogni cosa ruota intorno alle misure fiscali e alla contrazione delle spese sociali e mai riguardo le riforme strutturali. Ciò non significa, ovviamente, ridurre il carico assistenziale e previdenziale della mano pubblica o essere meno garantisti sul fronte dei diritti dei lavoratori, sulla giustizia e sulla minore rappresentatività delle amministrazioni centrali e locali. Significa, semplicemente, che dobbiamo mettere ordine ai nostri conti e cercare di tagliare i rami secchi che in un periodo di vacche grasse avremmo potuto tollerare ma che ora diventano un peso eccessivo. E le riforme si fanno sull’intera filiera e non a pizzichi e bocconi. Pensiamo alla previdenza. Un nostro progetto già anni fa era stato accolto con favore ma con una sola riserva: i tempi non erano maturi. Tradotto dal politichese voleva e vuole significare che la politica non lo gradiva e non lo gradisce perché tutte le riforme che tendono a mettere ordine nel sistema sono invise in quanto si riduce la possibilità da parte di coloro che vi beneficiano impropriamente di trarne lucro personale, sia pure a scapito di altri. Se ci limitiamo, in questa sede, a parlare solo del ramo previdenziale la nostra “rivoluzione” partiva dal presupposto che non si può prescindere dal lavoro e la sua continuità è vitale per ciascuno di noi. La disoccupazione, il sotto impiego, la cassa integrazione, il precariato e il lavoro in nero, sono tutte forme “traumatiche” che vanno ovviate. Da qui l’idea di superare l’idea stessa che vi sia un tempo per il lavoro ed uno per la pensione. Partiamo invece non più da una regola previdenziale e passiamo a quella assicurativa. Se lavoriamo per dieci anni e al termine ci ritroviamo con una rendita pari al 20% della retribuzione media percepita durante tale periodo e che potremmo raddoppiare nel decennio successivo a aggiungervi altri 20% in quelli ulteriori, alla fine e durante tali passaggi potremmo garantirci una tutela economica se il percorso dovesse avere qualche intoppo. Probabilmente per raggiungere questa meta dovremmo avere un’aliquota mensile previdenziale più alta dell’attuale, ma la compensazione potrebbe essere accettata poiché noi parliamo di assicurazione fatta di un mix dove la voce risparmio si ingloba al suo interno. D’altra parte cosa rappresenta per tutti noi la voce risparmio?: la possibilità di assicurarsi un avvenire affrancato da eventuali imprevisti che possono essere lavorativi come di salute per sé e i propri familiari. Così avere la certezza che già dopo dieci anni di lavoro si è titolari di una rendita del 20% del proprio stipendio non è certo la panacea ma un buon inizio per non guardare il futuro senza un soldo in tasca. E dopo 20 anni diventa meglio e via di questo passo. Ma vi è anche un altro aspetto che va considerato: sparisce l’idea che vi sia uno sbarramento, raggiunta una certa età. Si può lavorare e cambiare lavoro per adattarlo alle mutate condizioni fisiche. E’ come un giocatore professionista che appende gli scarpini al chiodo a 35 anni ma non è detto che si consideri un pensionato. Tutt’altro. Farà qualcosa d’altro. E se poi scegliamo una fascia di lavori sedentari che potranno essere assegnati solo agli over sessantenni la filiera si completa. Sembra l’uovo di Colombo ma… ci arriveremo prima o poi. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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A proposito della sede consolare di Norimberga

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 settembre 2009

Lettera al direttore. Ho letto la dichiarazione del sig. Albanese Lucio, membro Comites della Franconia, a commento della manifestazione per la difesa della sede consolare di Norimberga, svoltasi lo scorso 19 settembre. Premesso e ribadito che la chiusura di una struttura che eroga pubblico servizio ai connazionali (qualunque essa sia!) è indubbiamente un elemento negativo e pregiudizievole per le attese (legittime) dell’utenza, ho avuto modo – in passato – di intervenire sull’argomento dichiarando che, quale soluzione sostitutiva, si provveda quantomeno alla creazione di una sede consolare onoraria. Il sig. Albanese, nella sua nota dei giorni scorsi, ha definito la mia proposta di Consolato onorario “superficiale, in quanto il Consolato onorario non garantisce l’efficienza, né la continuità, né la rappresentatività ed i diritti democratici”. Dissento da questa opinione e rimando il sig. Albanese ad una attenta lettura della Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari : i Consolati onorari sono, sostanzialmente, equiparati ed equiparabili a quelli di carriera, con alcune limitazioni, erogano gli stessi servizi di quelli ordinari : con l’unica differenza che i costi del funzionamento della sede consolare non sono a carico dello Stato ma del designando Console onorario. Con evidente risparmio per le Casse dello Stato : e la spesa passa dal pubblico al privato, cosa non da poco se pensiamo alle numerosissime sedi consolari interessate dal provvedimento di razionalizzazioni. Se poi, per finire, il Consigliere Albanese mi spiegasse perché la mia proposta sia superficiale, Gliene sarei grato. (On. Antonio Razzi (IDV)

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Le autonomie locali

Posted by fidest press agency su domenica, 23 agosto 2009

Ci chiediamo ora che più di qualcuno tra i « signori che contano » ha la possibilità di meditare più a lungo, magari sotto un ombrellone o in una baita di montagna o in una crociera su una “barca di famiglia” dal pavimento maiolicato, se non si possa fare una riflessione in più sul modo come permettere alle esangui casse dello Stato di cambiare effettivamente logica di prelievo che non sia il solito andazzo con le manovre grandi e piccole che siano di aggiustamento, a mezza stagione, dei conti pubblici. L’unica possibilità sarebbe quella di porre mano alla più logica ed opportuna riforma strutturale nel sistema di organizzazione dello Stato e delle sue rappresentatività. Pensiamo, ad esempio, a due riforme tra tutte le possibili: quella di abolire le province e l’altra le Asl. Per entrambe sappiamo bene che a tenerle in piedi non vi sono ragioni di altro motivo se non politiche e di poteri clientelari. Non si tratta, ovviamente, di licenziare gli addetti a tali servizi ma, semmai, di trasferirli in altri settori potenziandoli (regioni, comuni, ospedali, centri assistenziali di varia natura e di primo intervento). Tutto questo è possibile perché in tali settori abbiamo uno sviluppo tecnologico molto basso ed elevarlo significa automatizzare servizi che oggi richiedono l’impiego di molte unità il cui utilizzo sarebbe prezioso altrove. Pensiamo alla mancanza di personale infermieristico nei nosocomi e nelle stesse cliniche private. Pensiamo, inoltre, alle mancate potenzialità di utilizzo di quella massa di ex-lavoratori che possono agevolmente e sia pure in part-time assolvere compiti delegati dalle amministrazioni locali per il controllo del territorio, per i rilievi dei prezzi al consumo, per presidiare le scuole, per rendere, tutto sommato, più agevole la vita dei cittadini in quelle aree di maggiore intensità abitativa e che notoriamente sono carenti di servizi. Perché quelli che contano nel “Palazzo” non incominciano a pensarci, almeno un poco? Forse ci vuole proprio un colpo di sole o una doccia ghiacciato per scuotere una indifferenza così marcata verso le soluzioni più logiche anche se è necessario dover pestare qualche callo di troppo.

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Un diritto d’iniziativa legislativa per i cittadini dell’UE

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 maggio 2009

Il Parlamento sollecita la Commissione a presentare una proposta di regolamento, che tenga conto delle sue raccomandazioni, sull’attuazione pratica dell’iniziativa dei cittadini prevista dal trattato di Lisbona. Si tratta di un’innovazione istituzionale che permetterebbe a un milione di cittadini europei di invitare la Commissione a presentare proposte legislative su materie in cui giudicano necessario un atto giuridico dell’Unione.  Il trattato di Lisbona prevede l’introduzione dell’iniziativa dei cittadini, che consente ai residenti dell’Unione, di invitare la Commissione a presentare una proposta su materie in merito alle quali ritengono necessario un atto giuridico dell’Unione.   Il Parlamento sostiene che un’iniziativa dei cittadini dovrebbe essere ricevibile soltanto se contiene un invito alla Commissione a presentare una proposta per un atto giuridico dell’Unione, se l’atto richiesto non è manifestamente contrario ai principi generali del diritto comunitario, se l’Unione ha competenza legislativa nella materia e se la Commissione ha la facoltà di presentare una proposta nel caso in specie. La proposta, inoltre, dovrebbe essere sostenuta da almeno un milione di cittadini dell‘Unione che godono del diritto di voto che provengono da almeno un quarto degli Stati membri e se almeno 1/500 della popolazione di ciascuno dei essi sostiene l’iniziativa.  La Commissione potrebbe respingere l’iniziativa solo per motivi giuridici e mai per considerazioni di opportunità politica. Le proposte registrate con successo dovrebbero essere consultabili pubblicamente sulle sue pagine Internet.  Successivamente spetterebbe agli organizzatori dell’iniziativa presentare la proposta alla Commissione, e alla stessa giudicarne la rappresentatività.

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