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Dove va l’Iran?

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 novembre 2019

L’Iran e la teocrazia che lo controlla costituiscono un vero e proprio caso della politica internazionale. Affrontarlo in termini di “realpolitik” risulta difficile, se non impossibile. Tuttavia è indispensabile riportare nel mondo della realtà effettuale luoghi comuni molto radicati, anche a costo di urtare suscettibilità e intolleranze. Governi e cancellerie hanno evidentemente volontà e motivazioni per alzare cortine fumogene, disorientare le opinioni pubbliche nei propri paesi e giocare la partita dietro le quinte del palcoscenico. Sulla pelle, naturalmente, di milioni di persone. Oggi le informazioni sono disponibili grazie ai think-tank e agli istituti di studi strategici che sui siti internet non nascondono nulla o quasi. Le periodiche proteste di piazza che scuotono la Repubblica Islamica sono un effetto naturale delle sanzioni cui è sottoposto l’Iran (il prezzo vero lo paga la gente comune) e più ancora il segnale evidente dell’insofferenza generata da un regime che impone la più stretta osservanza religiosa. Basti pensare che applicando il diritto islamico (tanto sunnita che sciita) la maggiore età si raggiunge secondo le disposizioni della Sharia e quindi per gli ayatollah non ha senso parlare di condanne a morte inflitte a minorenni.E qui veniamo al punto: in Iran si confrontano due anime, quella moderna sostenuta dalla diffusione globale di internet e quella tradizionalista che è alla base dei poteri istituzionali, a partire dalla instaurazione del regime islamista nel 1979. Il cosiddetto Occidente preferisce la stabilità ad ogni costo, ed è per questo che detesta il principe ereditario saudita, il quale tenta di far uscire il regno dall’età dell’oscurantismo. Oscurantismo benedetto, occorre scriverlo, dai signori del petrolio di Londra, New York ed anche Roma/Milano. E qui veniamo all’altro punto sensibile: l’Islam sunnita è in qualche modo compatibile con una politica di riforme guidata da interessi politici ed economici, l’Islam sciita è invece condizionato da una visione apocalittica della storia dell’umanità, del messaggio del Profeta e della rivelazione coranica. Il Dodicesimo Imam si manifesterà di nuovo dopo i secoli dell’occultazione. Questo avverrà se e quando gli sciiti riusciranno ad impadronirsi della penisola arabica e poi di Gerusalemme, eliminando la dinastia di Ryadh e prendendo i palestinesi sotto la propria protezione. L’intero Islam dovrà passare alla Shia (il termine significa appunto “fazione, partito”) e poi il mondo intero. La Shia è la tradizione di Alì, cugino di Maometto e considerato suo legittimo erede dagli sciiti). Alì fu assassinato dai rivali nell’anno 36 dell’Egira e cioè il novembre 656 era cristiana.In questo senso la politica ufficiale dell’Iran vede scontrarsi le due anime del regime, quella pragmatica e quella fondamentalista. Con le masse in rivolta alcuni vorrebbero trattare, per altri si deve reprimere duramente una rivolta di eretici alimentata dall’esterno. Tuttavia si vede concretamente che la politica della massima pressione su Teheran sta funzionando. Anche troppo, secondo molte cancellerie e secondo la fronda antipresidenziale di Washington. Per il business si vorrebbe un Iran tranquillo e libero dalle sanzioni. L’analisi dell’equazione potrebbe portare a constatare l’impossibilità di risolverla. Oggi le armi nucleari non sono considerate dai tecnici militari lo strumento più utile per la guerra totale. L’arma totale va individuata nei gas tossici, ma presumibilmente nessuno vorrà usarli in quanto sono posseduti da tutti, grandi, grandissimi e piccoli, ricchi e poveri.La bomba va piuttosto vista come status-symbol di un potere nuovo, capace di alterare gli equilibri geopolitici locali, in quanto conferisce prestigio e possibilità di intervento negli affari interni di altri stati. L’Europa, che ragiona solo in termini di crisi e tornaconto economico, non vedrebbe in termini negativi un vicino oriente governato da tre gendarmi in sospettoso equilibrio reciproco: Russia, Turchia, Iran. Ma qui si arriva a un altro punto privo di possibili mediazioni politiche. Al-Quds (città santa) è il nome arabo di Gerusalemme. La divisione Al-Quds del Corpo dei Guardiani della rivoluzione khomeinista, incaricata delle operazioni militari fuori dai confini, intende simboleggiare con il suo nome la dimensione apocalittica e religiosa della politica militare iraniana. Così, tanto per ribaltare i luoghi comuni più sciocchi e più facili, ciò che per gli ebrei del mondo costituisce un interesse esistenziale (la sopravvivenza dello Stato di Israele) viene interpretato come un prodotto di nevrosi collettiva alimentata da una storia terribile di persecuzioni. Occorre invece preoccuparsi, secondo la diplomazia europea, soltanto di soldi, affari e posti di lavoro. Sia pure soltanto come esempio valido per tutta la UE, sarà utile consultare i siti dedicati del nostro ministero: infomercati esteri.it e poi Diplomazia Economica Italiana. Gli abitanti della Repubblica Islamica sono 82 milioni, età media 27 anni, 70% vive in aree urbane, tasso di scolarità superiore ed universitaria elevato. E per finire il timore più operativo e dunque meno dichiarato: il collasso improvviso del sistema Iran e una possibile guerra civile modello Siria spingerebbero milioni di nuovi profughi verso le frontiere europee e verso il Mediterraneo. (by Piero Di Nepi)

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Immigrazione in Usa: fra emozione latina e realpolitik

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 settembre 2010

I figli di Brian Sandoval non avrebbero problemi con la nuova legge anti-immigranti dell’Arizona perché non “hanno un look ispanico”. Lo ha detto lo stesso Sandoval per spiegare il suo appoggio alla legge che discriminerebbe contro gli stranieri ed in  particolar modo gli individui di origine latina. Brian Sandoval è il candidato repubblicano a governatore dello Stato del Nevada. Come tale, si trova in una situazione difficile. Da una parte deve soddisfare i desideri del partito conservatore ma dall’altra deve fare i conti con il suo retaggio etnico e culturale. Dopo avere deciso di schierarsi a favore della dura legge dell’Arizona che potrebbe essere anche approvata dal Nevada, Sandoval ha perduto una buona parte del supporto latino. Come si sa, la stragrande maggioranza dei latinos sono democratici e sentono in modo profondo le questioni sull’immigrazione. Non si tratta di un fattore strettamente personale dato che coloro che già sono cittadini e quindi possono votare non avrebbero problemi con l’immigrazione. Ma i latinos hanno legami con familiari che potrebbero avere problemi con la nuova legge dell’Arizona. Non pochi fra loro hanno parenti o conoscenze che si trovano negli Stati Uniti senza documenti di residenza legale. A cominciare dai circa 3,5 milioni di americani i cui padri vivono nel Paese senza averne diritto legale. I figli sono nati negli Usa e quindi possono votare. Soffrono però di prima mano l’insicurezza dei genitori che se fermati dalla polizia potrebbero essere deportati.
In situazioni tragiche si tratta di figli giovani che se i loro padri fossero deportati dovrebbero seguirli, spesso in un paese a loro straniero la cui lingua ignorano dato che in molti casi non ci sono mai stati. Ma l’immigrazione tocca anche l’emozione dei latinos anche se non hanno legami diretti con i clandestini. In molti casi ricordano la situazione dei loro genitori o nonni i quali saranno venuti negli Stati Uniti una o due generazioni fa quando l’entrata nel Paese era molto facile. Poco a poco si sono integrati ma nella storia della famiglia la lotta per divenire cittadini viene ricordata e tramandata.  Non tutti i clandestini in America sono di origine ispanica ma quando vengono attaccati per segnare gol facili in politica, spesso occorre un boomerang negativo. È successo al Partito Repubblicano in California. Dopo il passaggio della proposizione 187 nel 1994 che negava benefici ai clandestini del Golden State un forte numero di latinos ottenne la cittadinanza americana e si iscrisse al Partito Democratico. La partecipazione alle elezioni dei latinos a livello nazionale è aumentata dal 54% al 64% negli ultimi otto anni. Negli Stati del sudovest come l’Arizona, il Nevada, il Colorado, il Texas e la stessa California il voto dei latinos continua ad aumentare ed a volte è decisivo. Se i latinos non si sentono benvenuti nelle braccia repubblicane, il Partito Democratico non dovrebbe dormire sugli allori. In California, per esempio, il candidato repubblicano a governatore Meg Whitman riceverebbe il 39% dei consensi ispanici, secondo un recente sondaggio. Una cifra alta per un repubblicano. Il suo avversario democratico, Jerry Brown, riceverebbe il 50%. Questi risultati in un certo senso riflettono la campagna mediatica della Whitman la quale ha speso più di cento milioni di dollari per farsi conoscere dall’elettorato.  Brown invece fino ad ora ha detto e fatto poco ma fra breve dovrebbe anche lui agire ed eventualmente i latinos si renderanno conto che il candidato democratico gli offre molto di più. I candidati politici latinos appartenenti al Partito Repubblicano non sono comuni per molte ragioni. In generale, il Gop ha fatto poco per attirare i latinos. Ciononostante alcuni nomi a livello statale sono emersi. In California Abel Maldonado è stato nominato vicegovernatore da Arnold Schwarzenegger, l’attuale governatore. In Florida Marco Rubio ha vinto la primaria repubblicana a senatore degli Stati Uniti. In Nevada, Sandoval ha buone possibilità di divenire governatore. Per vincere però un candidato repubblicano deve fare compromessi con le sue idee personali. Sandoval ha dichiarato di non ricordare di avere detto che i suoi figli non hanno il look ispanico. In un’altra intervista ha detto di essere “orgoglioso delle sue origini messicane”. Sarà vero ma il dubbio è già nelle menti degli elettori del Nevada e gli potrebbe costare l’elezione. (Domenico Maceri)

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