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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

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Balboni (FdI): ddl per introdurre reato omicidio nautico

Posted by fidest press agency su martedì, 16 luglio 2019

“Introdurre nel nostro ordinamento il reato di omicidio nautico e di lesioni personali nautiche, andando a colmare una lacuna visto che finora è previsto soltanto quello stradale”. A dirlo il senatore di Fratelli d’Italia, Alberto Balboni, capogruppo in Commissione Giustizia che ha presentato un disegno di legge in tal senso.”Purtroppo nella scorsa legislatura si decise di stralciare la parte relativa alla nautica, prevedendo soltanto il reato di omicidio stradale, e rinviando qualsiasi decisione al successivo riordino del Codice della nautica da diporto. Riordino che ancora non c’è stato. Il disegno di legge che, quindi, presento ha come obiettivo non soltanto di colmare una lacuna, ma soprattutto introdurre un elemento di giustizia visto che è inaccettabile che la stessa persona responsabile della morte di un’altra alla guida di un’automobile rischi fino a 18 anni, mentre alla guida di un’imbarcazione può cavarsela con appena sei mesi. Per questo ho previsto che sia estesa la disciplina delle norme penali previste per l’omicidio stradale e per le lesioni personali stradali gravi o gravissime anche ai casi in cui la morte o le lesioni siano determinati da soggetti alla guida di imbarcazioni a motore. Mi auguro che questo ddl possa trovare una larga condivisione, dato che riguarda un settore che coinvolge oltre 150mila persone” conclude il senatore Balboni.

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Fsp chiede l’introduzione del reato di terrorismo di piazza

Posted by fidest press agency su martedì, 13 novembre 2018

Dopo la ferma presa di posizione contro l’appello di Amnesty International Italia perché le forze di polizia siano dotate di codici identificativi alfanumerici individuali, l’Fsp Polizia, Federazione Sindacale di Polizia, torna sulla materia dell’ordine pubblico rilanciando la propria proposta di introdurre piuttosto nell’ordinamento la fattispecie di reato di “terrorismo di piazza”. “L’esperienza dell’ultimo decennio, per non voler andare troppo addietro – spiega Valter Mazzetti, Segretario Generale Fsp Polizia -, ci ha insegnato purtroppo che il sacrosanto diritto di manifestare le proprie idee e il proprio dissenso viene ormai sistematicamente strumentalizzato e stravolto da chi ha come unico scopo la devastazione della città e l’attacco premeditato alle Forze di Polizia quali rappresentanti dello Stato. Parallelamente, si è subdolamente insinuata l’idea che opporre ogni genere di resistenza, offendere e persino aggredire fisicamente gli operatori della sicurezza, in ogni contesto, siano fatti quasi normali considerata la sistematicità con cui avvengono, e che chi veste una divisa debba per ciò stesso sopportare ogni genere di violenza pur svolgendo solo il proprio dovere. Una situazione insostenibile aggravata da costanti tentativi di criminalizzare l’operato delle Forze dell’ordine, dal contemporaneo depotenziamento di norme tese a sanzionare e censurare molte ipotesi di torti arrecati agli operatori, e dalla carenza di tutele e garanzie su cui essi possono contare rispetto al servizio che svolgono. Ecco perché come Fsp Polizia siamo convinti che occorra anzitutto recuperare un reale e profondo senso del rispetto delle Istituzioni e delle leggi e di chi le rappresenta garantendo ordine e sicurezza, e soprattutto che sia indispensabile predisporre strumenti normativi che consentano di arginare efficacemente i diffusi comportamenti dei violenti che trasformano le occasioni di pubbliche manifestazioni in scene di vera e propria guerriglia urbana e, più in generale, tutelare l’incolumità fisica e la dignità professionale delle donne e degli uomini in divisa. Introdurre nell’ordinamento il delitto di terrorismo di piazza – conclude Mazzetti – consentirebbe di perseguire, anche attraverso la previsione di eventuali arresti differiti, chiunque arrechi agli operatori in servizio di ordine pubblico sofferenze fisiche o psichiche, calpestando l’onore della funzione e, al tempo stesso, mettendo in pericolo la sicurezza”.

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Reato esporre le confezioni di acqua minerale al sole

Posted by fidest press agency su sabato, 1 settembre 2018

Dura sentenza della Cassazione penale: va condannato il commerciante che tiene esposte nel piazzale alla luce del sole le casse d’acqua. Basta la sola detenzione per la vendita di sostanze alimentari in cattivo stato di conservazione: è un illecito di pericolo perché vi è il rischio di alterazione per i contenitori Pet. Un’ottima notizia per i consumatori e una negativa per quegli esercenti che sono abituati a stoccare le casse di bottiglie d’acqua minerale alla luce del sole e senza alcuna protezione. Per la Cassazione penale, infatti, con la sentenza 39037/18, pubblicata il 28 agosto dev’essere condannato penalmente l’esercente che tiene le confezioni di acqua minerale esposte in questo modo: la contravvenzione di cui all’art. 5, lett. b) L. n. 283 del 1962 che riguarda la detenzione per la vendita di prodotti destinati all’alimentazione in cattivo stato di conservazione è un reato di pericolo presunto con anticipazione della soglia di punibilità per la rilevanza del bene protetto, la salute, sicché il reato sì concretizza anche senza effettivo accertamento del danno al bene protetto. A segnarlo, Giovanni D’Agata presidente dello “Sportello dei Diritti”che ribadisce come la decisione segni un punto in favore dei consumatori nella tutela della propria salute e un monito per tutti quei commercianti che continuano a perpetuare una prassi che non favorisce la conservazione corretta di un prodotto fondamentale per la vita come l’acqua. A tal proposito, rileva la Suprema Corte che per la configurazione del reato a carico del negoziante, è sufficiente che le confezioni d’acqua siano conservate esposte alla luce del sole: basta il solo rischio che i contenitori di Pet possano alterarsi per reazione chimica all’esposizione ai raggi solari. Nella fattispecie, la terza sezione penale ha confermato la condanna emessa dal Tribunale di Messina nei confronti di un commerciante reo del reato di cui all’articolo 5 della legge 283/82, perché era stato appurato che le confezioni di acqua minerale erano accatastate alla rinfusa all’esterno di un deposito ed esposte alla luce del sole, in periodo estivo in pieno giorno in una zona notoriamente calda come la Sicilia. Sulla scia di numerosi precedenti giurisprudenziali, con la decisione in commento, la Suprema Corte ha ricordato che «Il reato di detenzione per la vendita di sostanze alimentari in cattivo stato di conservazione è configurabile quando si accerti che le concrete modalità della condotta siano idonee a determinare il pericolo di un danno o deterioramento dell’alimento, senza che rilevi a tal fine la produzione e di un danno alla salute, attesa la sua natura di reato a tutela del c.d. ordine. alimentare, volto ad assicurare che il prodotto giunga al consumo con le garanzie igieniche imposte dalla sua natura (Cass. Sez. 3 n. 0772 del 5/ 5/2015, Torcetta, Rv. 269901)». E per accertare il cattivo stato di conservazione non servono specifiche analisi di laboratorio, ma sono sufficienti dati obiettivi, come il verbale ispettivo, documentazione fotografie o la prova testimoniale. L’acqua, peraltro, deve essere assimilata ad altri liquidi alimentari come l’olio o il vino: è un prodotto vivo e subisce alterazioni quando è stipato in contenitori stagni che impediscono i normali interscambi che avvengono con l’aria ed altre forme di energia. Il divieto di esporre le bottiglie d’acqua alla luce e al calore del sole, in tal senso, era già previsto addirittura dal decreto ministeriale del 20 gennaio 1927, quando i contenitori in commercio erano solo di vetro. Ciò vale tantopiù con le confezioni in Pet, «atteso che l’esposizione, anche parziale, di prodotti destinati al consumo umano alle condizioni atmosferiche esterne, tra cui l’impatto con i raggi solari può costituire potenziale pericolo per la salute dei consumatori, in quanto sono possibili fenomeni chimici di alterazione dei contenitori e di conseguenza del loro contenuto».

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“Responsabilità amministrative e penali da reato agroalimentare”

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 novembre 2015

reato agroalimentareParma 16 novembre 2015, (inizio dei lavori alle 9,30) presso la Sala Convegni della SSICA – Stazione Sperimentale per l’Industria delle Conserve Alimentari, si terrà un incontro promosso da ACCREDIA, FederQuality e S.S.I.C.A. di Parma, dove magistrati, ispettori dell’ICQRF e rappresentanti di ACCREDIA, approfondiranno tutte le tematiche giuridiche e operative necessarie, collegate all’operato dei principali attori del sistema di certificazione dei prodotti agroalimentari oltre a porre l’accento sulla valenza delle prove analitiche chimico-fisiche e sensoriali e sull’accreditamento dei laboratori di prova.Sarà il Prof. Andrea Zanlari, presidente della SSICA di Parma, ad aprire questo incontro di fondamentale importanza per aziende di produzione, laboratori di analisi, organismi di certificazione e per tutte le figure operanti a vario titolo nel settore del controllo qualità degli alimenti.Alla luce dell’inchiesta del Procuratore di Torino Guariniello sull’ Olio venduto come «extravergine» che in realtà non lo era si parlerà della legge SalvaOlio e si affronterà anche il tema delle revisioni in materia di giudizio di conformità sui rapporti di prova.L’incontro trae origine dai recenti fatti di cronaca giudiziaria e i relativi sequestri effettuati dagli Organi di controllo in regioni quali Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Abruzzo, Puglia e Campania che hanno evidenziato un “sistema” complesso, talvolta con più ombre che luci e probabilmente non sempre compreso appieno dalle parti attrici delle varie filiere di produzione, dal prosciutto al vino, dai formaggi all’olio d’oliva.
La certificazione “di prodotto”, nel settore agroalimentare, come ben noto, è regolamentata da un articolato complesso normativo, essenzialmente costituito da Regolamenti CE, dalle norme UNI-ISO e – per quanto riguarda gli Enti terzi di certificazione ed i laboratori di analisi – dai requisiti previsti da ACCREDIA.Un sistema normativo multidisciplinare che riconosce e distribuisce responsabilità giuridiche di natura civile, penale e risarcitoria non solo in capo all’azienda, ma anche in capo al tecnico ispettore e all’Organismo di Controllo e Certificazione, con responsabilità oggettive anche per i laboratori di analisi chimiche e sensoriali che operano, talvolta, solo con metodi interni e/o privi dell’accreditamento dei metodi ufficiali di analisi.
Un sistema complesso dunque, dove luci e ombre si alternano e dove il confine tra “colpa cosciente e dolo eventuale” può apparire spesso troppo sottile o addirittura invisibile. (foto: reato agroalimentare)

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Dal peccato al reato

Posted by fidest press agency su sabato, 24 ottobre 2015

vaticanoLa smentita di Papa Francesco circa l’invito che non sarebbe stato rivolto all’ex sindaco di Roma Ignazio Marino, ha rappresentato il colpo di grazia che ha portato alle inevitabili dimissioni del medesimo.
Non c’è dubbio che Marino ha commesso alcune leggerezze, tutte da dimostrare, ma non tali per sollecitare una condanna generalizzata, quando troppi silenzi hanno ammantato comportamenti criminali da parte di altri sindaci, con particolare riferimento ad Alemanno, sindaco di Roma mentre Berlusconi e Ratzinger governavano rispettivamente l’Italia e il Vaticano. Silenzi omertosi, complici, frutto di scambi tra reati e peccati, nonché tra sacro e profano.
Anche nell’attuale circostanza appare uno scivolamento di Papa Francesco verso teorie anti-relativistiche, che furono il cavallo (fortunatamente azzoppato) di Benedetto XVI.
Si è trattato di un castigo che ha punito la colpa di Marino nell’aver aperto le porte della laicità del governo della città di Roma, trascurando (anzi ignorando) i doveri di un pubblico amministratore di curare gli interessi dei cittadini, senza discriminazioni di sorta, per consentire l’appagamento di reali bisogni che la Chiesa considera “peccato” ma che il governo laico non può considerare “reato”.
Marino è stato collocato fuori dalla Chiesa con quella improvvida e decisiva affermazione del pontefice in carica: “Marino non è stato da me invitato. Chiaro ? “
Un relativismo praticato avrebbe sollevato da reciproche responsabilità entrambi gli attori: Marino e papa Francesco, riconoscendo i diritti civili del pianeta laico, senza confusioni di sorta, perché il peccato condannato dalla Chiesa non può essere imposto e condannato come reato ad un governo laico non teocratico.
Accadde l’inverso con Benedetto XVI che cercò di confondere il reato penale della pedofilia in peccato veniale da assolvere nel segreto delle sacrestie (vedi lettera ai vescovi americani. Crimen sollicitationis, a suo tempo inviata da Ratzinger.
Bisogna decidersi se accettare l’analisi relativistica, come sta facendo papa Francesco, o respingerla come aveva fatto Benedetto XVI, che fu una delle concause che provocarono le sue dimissioni.A proposito del relativismo culturale e del nichilismo etico ritengo di poter dire la mia, convinto come sono e resto che il relativismo contiene in sé le fondamenta della cultura sociale e del vivere civile.
Si intrecciano le discussioni intorno al “relativismo”, ma senza chiarire cosa sta nel calderone relativistico, esprimendo condanne generalizzate o assoluzioni formali. Bisogna partire dalla considerazione che il relativismo non è una teoria o una ideologia, bensì un “metodo” di analisi e, quindi, di valutazione, che, per avere valenza scientifica, non può operare scelte a monte secondo i modelli culturali evidenziati da una sola parte.
L’esigenza di uno studio approfondito delle varie culture si è fatta urgente alla luce della mondializzazione che prevede una possibile e necessaria integrazione tra popoli di culture diverse. L’imposizione di una cultura, senza le dovute tappe frutto di analisi sociologiche, antropologiche, etiche, psicologiche, lungi dall’essere viatico di integrazione diventa una forma mimetizzata di coercizione.
L’elemento estraneo che si inserisce dentro una cultura diversa deve affrontare il problema della ri-socializzazione, intesa come adeguamento ai nuovi parametri vigenti nella cultura ospite. In un primo momento scatta lo “shock culturale” che può essere facilmente superato se la cultura ospite favorisce il nuovo arrivato e ne promuove l’integrazione; ma quando la cultura ospite manifesta ostilità e rifiuto allora avviene un “eclissi culturale” (v. Rosario Amico Roxas, Tunisie: Le defi du 2000, ed. Universitaires La Manhnuoba, Tunisi 2001), inteso come mancanza di ogni riferimento: manca la propria cultura perché disapprovata e respinta e manca la nuova cultura perché non favorita nel recepimento, nella comprensione e nell’adattamento.
Tutto ciò provoca una regressione culturale che porta il nuovo arrivato a richiudersi dentro i propri valori, come in un torre, isolandosi dal contesto che lo respinge. L’analisi sociologica serve proprio a questo, a valutare le condizioni migliori perché l’integrazione diventi un momento costruttivo e non demolitore del patrimonio che ognuno porta con sé. Devono essere gli stessi appartenenti al nuovo gruppo, adeguatamente istruiti, che devono farsi portatori delle nuove norme e dei nuovi modelli culturali e condurre per mano il proprio gruppo verso l’accoglimento dei valori culturali che li ospitano; ipotizzare, come avviene, il metodo coercitivo conduce inevitabilmente a scontri e incomprensioni difficilmente sanabili. L’idea dell’eclissi culturale che svuota i singoli di ogni valore e li lascia sbandati dentro un coacervo di ipotesi che non conoscono, rappresenta l’antitesi del dialogo e del confronto.
Peraltro viene denigrato il relativismo, ma solo per poterlo applicare lì dove più conviene:
il federalismo fiscale è anti-relativismo perché premia talune regioni che per motivi contingenti si ritrovano a godere di una migliore e più proficua produttività, per penalizzare le altre che quei motivi contingenti e temporanei non hanno.
L’utilizzo differenziato della giustizia è anti-relativismo, specie quanto propone tolleranza zero per taluni reati e massima tolleranza per altri reati, addirittura legiferando per ammorbidire l’impatto del reato con il concetto di giustizia, come la depenalizzazione di taluni reati. L’uso della Sanità non equilibrato è anti-relativismo quando fornisce servizi primari da una parte e malasanità da un’altra. E così via.
Trasportare poi l’anti-relativismo sul terreno della ricerca del giusto e del non giusto, del vero e del falso, rischia di riportarci ad una nuova sofistica, dove giusto e vero coincidono con le scelte del più forte e servono solo a dilatare sempre più la forbice che divide i possessori dai nullatenenti, i produttori dai consumatori, i creditori dai debitori, elevando un muro insonorizzato attraverso il quale ogni ipotesi di dialogo diventa impossibile.
Il relativismo dell’anti-relativismo
E’ diventata una moda rifiutare il relativismo, indicarlo come “il male assoluto”, metterlo all’indice per presupposte alterazioni al predominio della ragione. Ma nello stesso tempo viene usato il medesimo relativismo per elaborare le teorie anti-relativismo.
Non è un paradosso, bensì la realtà nella quale viviamo, anche se troppo distrattamente.
Il “relativismo” iniziò il suo itinerario ai tempi di Pericle, quando si sviluppò una nuova aristocrazia, quella dei mercanti, degli artigiani, degli usurai, cioè l’aristocrazia del denaro e del potere che il denaro porta con sé; fu la nuova aristocrazia che si sostituì alla precedente basata sulla proprietà terriera e, quindi, sull’economia del lavoro, per spostare l’interesse sull’economia delle capacità intellettuali dell’uomo. Il sistema democratico, che fu il primo della storia dell’uomo, divenne demagogia, dove veniva privilegiata la ricerca del piacere, del lusso, dell’edonismo e anche della cultura, ma non come conoscenza, bensì come mezzo per aggiungere al potere del denaro anche il prestigio della cultura. Questa nuova prospettiva formò il terreno di coltura dei sofisti, abili parlatori che sostenevano la causa dei più forti, intesi come i più potenti. Iniziò l’analisi circa la valutazione di ciò che è giusto, che avrebbe dovuto sostituire ciò che veniva indicato dalle leggi dello Stato con ciò che veniva universalmente accettato come legge di natura.
Il primo passo lo segnò Protagora, affermando: “L’uomo è misura di tutte le cose: di quelle che sono in quanto sono, di quelle che non sono in quanto non sono”, dando inizio alla elaborazione di un quesito che dura da secoli: “La realtà è costituita dell’ ”essere” o dal “divenire” ?”
Le implicazioni divennero enormi, perché entrò in discussione la staticità della realtà o il suo sviluppo; nel secondo caso chi avrebbe dovuto e potuto interpretare “il giusto” nel tipo di evoluzione da sviluppare ?
Così il quesito si spostò sulla ricerca di un principio di validità universale:
“Per natura è giusto ciò che piace”, ma questa affermazione scatenava l’individualismo e promuoveva l’affermazione “homo homini lupus”, trasformando la società in una grande giungla dove ogni individuo avrebbe cercato la propria affermazione.
Così l’affermazione d venne “E’ giusto ciò che piace al più forte”; ma cosa avrebbe identificato “il più forte” ? Giunse il chiarimento: “il più forte è colui che sa usare meglio la parola”, intesa come elemento di comunicazione.
A questo punto emerge plateale l’analogia con i nostri tempi, e l’emergere di un nuovo Gorgia.
Ci hanno regalato la democrazia, che è diventata demagogia, sostenuta dall’apparenza delle parole, mentre l’uso del linguaggio per comunicare è diventato monopolio dei detentori dei mezzi di comunicazione di massa, che riescono a farsi sentire, effettuando un costante lavaggio del cervello che arriva anche al convincimento subliminale.
– Anche i rapporti con lo Stato e le sue leggi subiscono una modificazione secondo l’indirizzo suggerito dal relativismo sofista: “Per prudenza e utilità bisogna rispettare la legge ma trasgredirla solo se conviene e modificarla quando si ha la forza per farlo.”
• Mi pare superfluo sottolineare le analogia con i nostri ultimissimi tempi, specialmente a fronte della visione della vita: “Di fronte al dramma della vita l’unica consolazione è la parola, che acquista valore proprio perché non esprime la verità ma l’apparenza. La parola crea un mondo di sogno dov’è bello vivere.”(Le due citazioni sono recuperate da Gorgia: Sul non-essere e sulla natura”).
Così la verità assoluta non esiste, emergendo un relativismo che investe tutto lo scibile; per contrastare tale relativismo non resta che utilizzare il medesimo relativismo per affermare ciò che le parole sostengono e le apparenze dimostrano.
Basterebbe solo saper distinguere il relativismo etico dal relativismo culturale per dare spazio alla dialettica del divenire, che può essere unificabile solo nel profilo etico, universale e valido per tutti, escludendo ogni pretesa di primato per razza, religione, o cultura.
Per i governanti laici vige l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.
Allora neanche in Vaticano “la legge è uguale per tutti” e il relativismo viene messo all’indice quando fa comodo; ma quando c’è da sanzionare severamente un pubblico comportamento commesso dal componente più importante della casta al potere, allora tutto diventa relativo, anche l’infanticidio.
Tengo a sottolineare che sono un cattolico, cristiano, praticante, che crede nelle parole di Cristo e molto meno nella diplomazia d’occasione del Vaticano, che eleva ai massimi onori Magdi Allam e bandisce fuori dalla Chiesa Piergiorgio Welby, non permettendo l’ingresso della salma nella “Casa di Dio”; il Vaticano che condanna la Teologia della Liberazione e il suo massimo teologo Jon Sobrino, ma scrive e sottoscrive con le mani del Pontefice dimissionario, insieme al razzista Pera “Senza radici” un pamphlet razzista secondo solo al ben noto Mein Kampf che sosteneva il primato della razza ariana e il libercolo di Ratzinger/Pera che esalta la superiorità del cattolicesimo occidentale, cancellando il relativismo culturale elaborato nei più accreditati studi di antropologia. (Rosario Amico Roxas)

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Reato di “stalking” contro il diritto di cronaca?

Posted by fidest press agency su martedì, 24 aprile 2012

“Si festeggia la giornata internazionale del libro, in Italia invece qualcuno vorrebbe mandare al rogo il libro “Il Casalese”, scritto da un gruppo di giovani cronisti anti camorra e pubblicato dalla casa editrice Cento autori”. Lo scrivono in una nota Giuseppe Giulietti e Stefano Corradino, portavoce e direttore di Articolo21. “Non solo saremo con loro contro ogni forma di “rogo”, ma, giá in occasione della prossima legge sull’editoria, chiederemo che l’ipotesi del sequestro e della soppressione dei volumi sia eliminata, anzi sia introdotto il reato di “Stalking” contro il diritto di cronaca e l’articolo 21 della Costituzione prevedendo la condanna per il querelante che chiede indennizzi miliardari al pagamento, in caso di sconfitta processuale, della cifra richiesta”. “Questo – concludono Giulietti e Corradino – per impedire che la richiesta di risarcimento e le pene accessorie siano utilizzate, come ormai accade in forme ripetute e plateali, come un indebito strumento di pressione nei confronti di quei cronisti e di quegli editori che ancora non hanno rinunciato a ricercare le possibili verità nei tanti misteri nazionali”. http://www.articolo21.org

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Si al reato di omicidio stradale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 febbraio 2012

<<Salutiamo con piacere l’importante apertura del ministro Corrado Passera che finalmente riconosce la gravità delle morti causate da chi si mette alla guida di un mezzo sotto l’effetto di alcol o sostanze stupefacenti. Attualmente, purtroppo, queste erano considerate come fossero morti di serie B>>. Ad affermarlo è Carmelo Lentino portavoce di BastaUnAttimo la campagna nazionale per la sicurezza stradale e contro le stragi del sabato sera in merito all’annuncio fatto dal ministro dei Trasporti, Corrado Passera, in commissione Trasporti della Camera sull’introduzione della nuova fattispecie penale dell’omicidio stradale. <<La certezza della pena – prosegue Lentino – ed una pena adeguata al reato che è stato commesso, devono essere alla base di un’azione di contrasto al fenomeno dell’incidentalità stradale affinché l’Italia, che ha fallito l’obiettivo del 2010, possa invece raggiungere quanto previsto dalla Carta Europea per la Sicurezza Stradale nel 2020>>. <<Serve una società più giusta – ha concluso il portavoce di BastaUnAttimo – dove chi uccide riceva una giusta condanna. Questo, però, deve andare di pari passo con un serio investimento per la formazione all’educazione stradale e la sensibilizzazione all’incidentalità>>.

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Il discorso del Presidente Napolitano

Posted by fidest press agency su martedì, 3 gennaio 2012

Lettera al direttore. “Molti, moltissimi hanno approvato il discorso del Presidente della Repubblica: “L’Italia può e deve farcela…. I sacrifici sono inevitabili, per tutti, e non saranno inutili. Gli italiani devono accettarli per assicurare un futuro ai propri figli…”. A me ha fatto rabbia e tristezza ad un tempo. Non si offenda Giorgio Napolitano, ma io in queste parole non posso non vedere dell’ipocrisia, ovviamente inconsapevole (potrebbe essere altrimenti, considerata la moralità della persona?). Inconsapevole, innocentissima ipocrisia. Sacrifici per tutti? O forse non capisco? Sarebbe così gentile il nostro amato Presidente da spiegarci in concreto in che cosa consisteranno i sacrifici dei ricconi del nostro bel Paese? Un giorno di vacanza in meno? Una barca leggermente meno grande? Una villa più modesta? Un gioiello in meno? Un appartamento un po’ meno lussuoso? Così potrò fare un confronto con i sacrifici di chi non riesce a pagare le bollette della luce e del gas prima della scadenza, oppure non riesce a pagarle neppure dopo la scadenza. A me viene in mente, sempre senza offesa, il noto “Armiamoci e partite!” del Guerrini. (Attilio Doni Genova) E nel merito Doni commenta: “Tranne OGGI.It e alcuni siti internet come Apocalisselaica, Fidest, Politicamentecorretto, nessun giornale (neppure Il Giornale!) ha avuto il coraggio di pubblicare. Evidentemente affermare che nelle parole di Giorgio Napolitano c’era della inconsapevole innocentissima ipocrisia, è un inconsapevole innocentissimo reato”. (n.r. non sono uno di quei italiani che pensa all’infallibilità degli uomini e delle donne che sono chiamati ad assumere eminenti ruoli nelle estituzioni. Abbiamo criticato l’attuale Papa e lo facciamo oggi con il presidente della Repubblica, pur rispettandone il ruolo. Lo facciamo convinti che non è questa la strada che ci porta ad una sana democrazia. Non si può benedire il sacrificio di coloro che hanno sempre dato, e ci sta bene, e dimenticare che vi sono altri che mai hanno dato e quel che è peggio continuano a non dare.)

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Dov’è il reato?

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 giugno 2011

Lettera al direttore. Ma dov’è il reato? Un pregiudicato ha un ufficio a palazzo Chigi. Uomini politici si rivolgono con deferenza al pregiudicato. Ma dov’è il reato? Io non lo vedo il reato. Le raccomandazioni ci sono sempre state. Lo stesso discorso vale per il Cavaliere e le sue fanciulle in fiore. Dov’è il reato? La prostituzione c’è sempre stata. Dov’è il reato? Io non lo vedo, il reato. Vedo solo lo schifo. Tanto schifo. (Attilio Doni)

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50 mila blog chiusi per stampa clandestina?

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 Mag 2011

Di Enzo Di Frenna All’inizio di maggio una sentenza della prima sezione penale della Corte di Appello di Catania ha equiparato un blog ai giornali di carta. Dunque commette il reato di stampa clandestina chiunque abbia un diario in Internet e non lo registra come testata giornalistica presso il tribunale competente, come prevede la legge sulla stampa n 47 del 1948. La vicenda è paradossale e accade in Italia. Lo storico e giornalista siciliano Carlo Ruta aveva un blog: si chiamava Accadeinsicilia e si occupava del delicato tema della corruzione politica e mafiosa. In seguito a una denuncia del procuratore della Repubblica di Ragusa, Agostino Fera, quel blog è stato sequestrato e chiuso nel 2004 e Ruta ha subito una condanna in primo grado nel 2008. Ora la Corte di Appello di Catania, nel 2011, ritiene che quel blog andava considerato come un giornale qualsiasi – ad esempio La Repubblica, Il Corriere della Sera o Il Giornale – è dunque doveva essere registrato presso il “registro della stampa” indicando il nome del direttore responsabile e l’editore. La notizia farà discutere a lungo la blogosfera italiana: cosa succederà ora?
Massimo Mantellini se la prende con Giuseppe Giulietti e Vannino Chiti per aver presentato in Parlamento la Legge 62 sull’editoria, che è stata poi approvata, con la quale si definisce la natura di prodotto editoriale nell’epoca di Internet. Ma il vero problema, a mio avviso, è la completa o scarsa conoscenza di cosa sia la Rete da parte di grandi pezzi dello Stato, incluso la magistratura. Migliaia di burocrati gestiscono quintali di carta e non sanno quasi nulla di cosa accade in Internet e nei social network. Questa sentenza, quindi, è un regalo alla politica cialtrona che tenterà ora di far chiudere i blog scomodi. Proveranno a imbavagliarci.
In Italia ci sono oltre 50 mila blog. Soltanto BlogBabel ne monitorizza 31 mila. Nel mondo esistono almeno 30 milioni di blog e forse sono anche di più. I blog nascono come diari liberi on line, può aprirne uno chiunque. Una casalinga. Uno studente. Un professore universitario. Un operaio. Un filosofo. Chiunque. Ma adesso in Italia non è più possibile e possiamo dire che inizia il Medioevo Digitale. Nel mondo arabo i blog e i social network hanno acceso il vento della democrazia, il presidente americano Barack Obama plaude il valore di Internet e la libertà d’informazione, Wikileaks apre gli archivi segreti delle diplomazie, e noi, in Italia, in un polveroso palazzo di giustizia, celebriamo la morte dei blog.
Ma la vogliamo fare una rivoluzione? Vogliamo scendere in piazza come gli Indignados spagnoli e inventarci qualcosa che faccia notizia in tutto il mondo? Vogliamo innalzare una grande scritta davanti alla Corte Costituzionale con lo slogan “Io bloggo libero, non sono clandestino!”. Eggià: perché gli avvocati di Ruta faranno appello in Cassazione e a quei giudici bisognerà far sapere che in Italia ci sono 50 mila persone libere che hanno un blog e confidano nell’articolo 21 della Costituzione, che permette la libertà di espressione con qualunque mezzo. Che ne dite? Ci proviamo? Fonte: “Il Fatto” (edizione on-line), 28 maggio 2011 (Enzo Di Frenna)

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“Riformare la giustizia non è reato”

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 marzo 2011

Roma 10 marzo alle ore 15:00 in Senato presso la Sala Zuccari (Palazzo Giustiziani), sarà introdotto dal vicecapogruppo vicario del PdL Gaetano Quagliariello, presidente onorario di Magna Carta, e vedrà la partecipazione di giuristi: Giuseppe de Vergottini, Giovanni Pitruzzella, Giorgio Spangher, Tommaso Frosini, Ida Nicotra, Giovanni Guzzetta, Valerio Spigarelli ed Ennio Amodio. Nel giorno dell’annunciato Consiglio dei ministri dedicato alla riforma costituzionale della giustizia, il ministro Angelino Alfano parteciperà all’incontro.  Dalla separazione delle carriere al Csm, dall’equilibrio costituzionale al diritto di difesa, dalla responsabilità dei magistrati al sistema penale tra obbligatorietà e garanzie, nel convegno di Magna Carta verranno affrontati tutti i temi più caldi del dibattito sulla riforma della giustizia.

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Reato di stalking

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 marzo 2011

Palermo 18 marzo 2011  Sala conferenze dell’UNUCI, Piazza San Francesco di Paola 35. Orario 15-19 (registrazione ore 14.30)  Con il patrocinio dell’Ordine degli Psicologi della Regione Sicilia Evento riservato agli Psicologi e agli studenti di Psicologia —- Nel corso dell’evento sarà trattata la tematica dei rapporti tra Psicologi, Forze di Polizia e Avvocati nella trattazione di casi ad alto impatto psicologico (stalking e violenze familiari). Sarà presentato un protocollo di intervento psicologico/legale/investigativo progettato da Marco Strano e in corso di adozione da parte di numerose associazioni professionali legali. Seguirà una tavola rotonda e una discussione con i partecipanti. Sarà richiesto ai partecipanti un contributo per le spese organizzative di 15 euro (da pagare sul posto). A tutti i partecipanti sarà rilasciato un attestato di partecipazione.

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Reato di negazionismo? Reato di opinione!

Posted by fidest press agency su domenica, 17 ottobre 2010

Il presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, in seguito a nuove polemiche sul fatto che esistano o meno documenti storici sulla politica nazista che nel secolo scorso porto’ allo sterminio di milioni di ebrei, ha rilanciato una vecchia proposta che nel 2007 si areno’: introdurre il reato di negazionismo. Si tratta di ripescare un vecchio ddl dell’allora ministro della Giustizia, Clemente Mastella. Reato su cui pare siano d’accordo diversi politici e partiti e che, per l’iter parlamentare, pare ci sia l’assicurazione di un impegno immediato dei presidenti di Camera e Senato. A noi sembra bizzarro che ci sia una legge che debba punire chi non crede che la storia sia quella piuttosto che un’altra o -peggio- chi metta in dubbio che la storia debba essere necessariamente quella dei vincitori, pur se sulla pelle di milioni di ebrei e di tutti gli altri morti (Hiroshima inclusa) della seconda guerra mondiale. Ma, oltre alla bizzarria su cosa e come sia la storia, crediamo che sia cosa pessima, per tener vivo nella memoria quanto gli esseri umani sono in grado di fare, far proprio il metodo di chi si vuole condannare: negare liberta’ di pensiero e di opinione a chi pensa in modo diametralmente opposto al proprio. Non solo. Creare il reato di negazionismo e’ un contributo a far si’ che questa opinione si radichi meglio: chi verra’ punito alimentera’ un mito che -basato solo su convincimenti ideologici e non fatti storici e razionali- per rafforzarsi nelle idee dei fanatici ha bisogno di martiri, persecuzioni, messe al bando, galere, disprezzo da parte delle istituzioni. E’ questo che vogliamo? E non piuttosto mantenere viva la memoria storica perche’ cio’ non accada mai piu’? (fonte aduc)

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Facebook e stalking

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 settembre 2010

Facebook, probabilmente il più noto social network del momento, sotto la lente della magistratura penale. Infatti, la Corte di Cassazione ha ritenuto punibile per stalking la persecuzione attuata anche con video e massaggi inviati sui social network, con la sentenza n. 32404 del 30 agosto 2010. La sesta sezione penale della Suprema Corte con la statuizione in esame ha confermato la custodia cautelare pronunciata dal Tribunale di Sorveglianza di Potenza nei confronti di un uomo indagato per aver inviato una serie di filmati a luce rosse e fotografie alla ex e quindi per il reato di “atti persecutori” di cui all’art. 612-bis c.p., introdotto con il D.L. 23 febbraio 2009, n. 11 meglio noto con il termine anglosassone “stalking”. Secondo la sentenza l’uomo dopo aver avuto una relazione sentimentale con la donna aveva iniziato ad inviarle foto e video che li ritraevano durante i rapporti sessuali. Uno di questi era stato inviato anche al nuovo compagno di lei.  A seguito dell’indagine era finito in carcere ed in seguito il Tribunale della Libertà lo aveva sottoposto agli arresti domiciliari. La Cassazione a cui aveva proposto ricorso contro tale decisione lo dichiarava inammissibile precisando che la persecuzione attraverso l’invio di video e messaggi tramite facebook è idonea a configurare il reato di stalking. Un’importante decisione ritiene Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti” che indirettamente estende i profili del diritto alla privacy dei cittadini quale deterrente all’uso scorretto di taluni social network che impiegati impropriamente possono divenire delle armi improprie a servizio dei persecutori.

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Incesto. Abrogare reato contro la morale

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 luglio 2010

Intervento della sen. Donatella Poretti, Radicali/Pd: “Una ragazza maggiorenne confessa all’amica di scuola di aver fatto sesso con il padre in maniera consenziente. L’amica sconvolta dopo giorni racconta il fatto e la notizia arriva ai carabinieri, che non riescono a trovare altro capo d’imputazione (se il rapporto e’ consenziente, non si puo’ imputare la violenza sessuale) se non il reato d’incesto. Il codice penale stabilisce -ex art 564- la pena della reclusione da uno a cinque anni per chiunque commetta incesto con un discendente o un ascendente, o con un affine in linea retta, ovvero con un fratello o con una sorella, in modo che ne derivi scandalo pubblico. E’ per l’appunto la sola nozione di “pubblico scandalo” la condizione di punibilita’, mentre l’incesto come forma di abuso sessuale, costrizione fisica e psicologica a compiere o subire atti contro la propria volonta’, si configura come reato penale solo grazie alla legge 66/1996 (Norme contro la violenza sessuale). Nel nostro Paese si e’ dovuto aspettare fino al 1996 perche’ la violenza sessuale divenisse un reato contro la persona e non piu’ contro la morale. Una legge che prevede pene e aggravanti quando la violenza e’ di un ascendente e nei confronti di un minore, anche se il genitore e’ adottivo. La storia di Chiavari e’ esemplare. Tra padre e figlia difficilmente si puo’ parlare di rapporto alla pari, un genitore ha sempre un potere sul figlio. Se il magistrato non riuscisse a dimostrare la violenza quantomeno psicologica esercitata dal padre, perche’ dovrebbe essere utile mandarli entrambi in carcere senza assistenza psicologica e con l’aggravante di scontare la pena per un reato “infamante”, tanto che esistono sezioni speciali nelle carceri per motivi di sicurezza? Credo che questo sarebbe criminogeno. Sui media e nei bar della citta’ di Chiavari in questi giorni non si parla di altro. Il magistrato, per applicare la legge vigente, dovra’ verificare se esista o meno il pubblico scandalo…  dovra’ cioe’ certificare un pubblico scandalo che gia’ esiste oppure dovra’ sostenere che se anche il pubblico scandalo e’ in corso, lo stesso non esiste. Il reato contro la morale della famiglia andrebbe abolito e questa vicenda e’ la dimostrazione della confusione che si crea quando un peccato diventa reato. Nel caso le indagini dimostrassero la violenza sessuale, verrebbe punito il genitore con l’aggravante dell’incesto; nel caso in cui non si dimostrasse la violenza, invece, sarebbe necessario l’intervento dei servizi sociali e di una assistenza psicologica, anche la separazione del nucleo famigliare ma non certamente il carcere per il genitore e la figlia”.

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Non è reato la molestia via e-mail

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 luglio 2010

Una sentenza della Cassazione la n. 24510/10 della I sezione penale in materia di molestie via email ha fatto il già il giro dei media e sicuramente farà discutere secondo Giovanni D’AGATA, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori. Per la Suprema Corte, non è configurabile quale reato la semplice molestia via e-mail. Tale principio è stato stabilito nella suddetta decisione che ha annullato senza rinvio, “perché il fatto non è previsto dalla legge come reato”, la condanna al pagamento di un’ammenda di 200 euro. Il 41enne era stato condannato dal tribunale di Cassino per il reato di molestie per aver inviato a una donna mezzo della posta elettronica, un messaggio contenente “apprezzamenti gravemente lesivi della dignità e dell’integrità personale e professionale” del convivente della destinataria. Il giudice di merito aveva considerato applicabile al caso de quo l’articolo 660 del codice penale, relativo al reato di molestie o disturbo alle persone ritenendo che la molestia via e-mail poteva essere associata a quella telefonica, poiché sarebbe ricompresa nella categoria di tutti gli “altri analoghi mezzi di comunicazione a distanza”.  Ciò  che però rileva in maniera evidente, secondo la Cassazione è  l’altra essenziale differenza con la comunicazione telefonica consistente nell’asincronia di quella via mail. Spiegano, infatti, i giudici di piazza Cavour che “l’invio di un messaggio di posta elettronica, come una lettera spedita tramite il servizio postale, non comporta, a differenza della telefonata, nessuna immediata interazione tra il mittente e il destinatario, né intrusione diretta del primo nella sfera delle attività del secondo”.  Per la Suprema Corte, dunque, il “turbamento del soggetto passivo costituisce condizione necessaria ma non sufficiente”. “Per integrare la contravvenzione prevista e punita dall’articolo 660…” – argomentano gli ermellini – “…devono concorrere alternativamente gli ulteriori elementi circostanziali della condotta del soggetto attivo, tipizzati dalla norma incriminatrice: la pubblicità (o l’apertura al pubblico) del teatro dell’azione ovvero l’utilizzazione del telefono come mezzo del reato”.

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Alemanno e l’omofobia

Posted by fidest press agency su giovedì, 3 giugno 2010

“Ritengo che la dichiarazione rilasciata da Alemanno sia incomprensibile. La legge sull’omofobia nasce per contrastare duramente episodi di intolleranza contro la comunità gay. Queste aggressioni sono sinonimo del mancato rispetto del diritto alla vita, presupposto imprescindibile per tutti i cittadini, indipendentemente dalle proprie preferenze sessuali”. Con queste parole Oscar Tortosa, vicesegretario per il Lazio dell’Italia dei Valori, esprime il suo sconcerto di fronte a quanto dichiarato dal sindaco di Roma relativamente all’ennesima vicenda di cronaca che ha coinvolto un ragazzo gay vittima di pestaggio in un quartiere della Capitale. Il primo cittadino si dice infatti contrario alla legge in questione, in quanto non solo introdurrebbe il reato di opinione di per sé problematico e quindi inaccettabile, ma potrebbe avere inevitabili contorni ideologici. L’esponente del partito guidato da Antonio Di Pietro ribatte e avanza con il piede di guerra: “Il sindaco ha forse paura che questo provvedimento possa contrapporsi ai sentimenti politici della destra? Il rispetto del prossimo non è forse il fondamento per una civile convivenza umana, a prescindere dal colore politico? Davanti a questioni così sentite e delicate, forse – conclude Tortosa – Alemanno avrebbe fatto meglio a tacere”.

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Reato di povertà

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 aprile 2010

Editoriale Fidest Rosario Amico Roxas sempre attento agli eventi del nostro tempo ci segnala l’iniziativa di un sindaco leghista che sembra voglia proporre il “reato di povertà”. Non dovremmo stupirci più di tanto considerato che nel nostro paese stiamo passando alla storia non tanto come patria del diritto ma per quella dei “dritti”. Non possiamo, comunque, sottacerne la notizia. E qui dovremmo fermarci per lasciare ai lettori di valutare la portata di questa “trovata”. Ma l’argomento ci stimola a tal punto che non possiamo limitarci all’annuncio. Esiste, non possiamo negarlo, un lato egoistico di chi orbita in un ceto sociale che lo pone al riparo dalla povertà e parte dal presupposto che gli “altri” possono in qualche modo insidiare il suo status. E se ciò dovesse accadere, anche solo come una mera possibilità, allora scatta l’istinto conservatore volto ad individuare la potenziale minaccia e a tentare di neutralizzarla. In questo caso i naturali destinatari sono i poveri, i disoccupati, gli emarginati e tra questi molti immigrati, gli anziani bisognosi di assistenza e le famiglie monoreddito. Costoro diventano i naturali fruitori della “mano pubblica” in tema di assistenza per sollevarli dal disagio e che taluni chiamano “solidarietà” o se vogliamo equa ridistribuzione delle risorse. Tutto questo ha, ovviamente, un costo e che occorre trovare nei bilanci, già magri, delle amministrazioni locali, ma così facendo occorre una più incisiva politica nel sociale. Un fine nobile ma poco “lucroso” in termini di ritorni elettorali. Che si fa allora? Si esporta l’egoismo privato facendolo diventare pubblico e negando, di conseguenza, il diritto di accesso al bene comune privandolo della sua veste pubblica: Se siete poveri arrangiatevi. Sono affari vostri non nostri. E pare, visto il consenso elettorale dei leghisti, che questa opzione faccia maggioranza nel paese dei dritti. Se questo mi da tanto ci rimane l’amaro in bocca. Il diaframma che ci separa dai “valori negativi” diventa sempre più sottile e ci fa temere un imbarbarimento della vita politica e sociale che pensavamo d’aver scongiurato negli anni passati. Ma c’è già chi come Rosario ci dice che questa soglia l’abbiamo già attraversata e ciò non ci spinge verso la rassegnazione ma ci fa infuriare perché sono ancora tanti quelli che non hanno la consapevolezza del danno che ci stiamo arrecando e dell’esempio che stiamo lasciando alle generazioni future non garantendo loro più un futuro nel rispetto dei valori fondanti di una comunità civile e progredita. Sono troppi quelli che vogliono vivere nel presente e pensano che il futuro non li riguardi. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Stalking in Puglia

Posted by fidest press agency su martedì, 3 novembre 2009

Si chiude con 47 persone arrestate e altre 34 denunciate il bilancio degli ultimi sette mesi relativo al reato di stalking in Puglia. Un dato che mette in luce una media di tre denunce a settimana. Dallo studio condotto dai carabinieri di Bari, emerge che nell’ottanta percento dei casi le vittime degli atti persecutori sono donne. Tuttavia c’è una parte non proprio marginale di episodi denunciati in cui sono gli uomini a essere colpiti. “Lo stalking è entrato a far parte del nostro ordinamento nel febbraio 2009″, spiega Manuela Bellantuoni, responsabile dell’Italia dei Diritti per la regione Puglia – e questi numeri, a neanche un anno dall’introduzione di tale reato, evidenziano una situazione preoccupante. Ciò che stupisce – continua – non è solo lo stalking operato nei confronti di donne, ma anche quello ormai sempre più frequente che vede vittime gli uomini”. Riguardo al primato negativo della Puglia nella classifica che esamina a livello nazionale il numero di arrestati e denunciati per atti persecutori, la rappresentante del movimento presieduto da Antonello De Pierro fornisce una chiave di lettura positiva: “Il fatto che la Puglia si presenti come la regione dove c’è il maggior numero di denunce non significa che sia quella con il più alto tasso di potenziali ‘stalkers’. Tale dato mostra la tendenza dei pugliesi a denunciare atti che al Nord si preferisce risolvere con misure amministrative. Allo stesso tempo, però – conclude la Bellantuoni -, le cifre di questo reato devono far pensare, perché mettono in evidenza come tendenze persecutorie di entità più o meno grave stiano diffondendosi con continuità allarmante”.

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Approvazione legge contro la violenza sessuale

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 luglio 2009

“La legge  Carfagna e Alfano rafforza la tutela penale contro la violenza sessuale, attraverso l’introduzione nell’ordinamento di aggravanti e di conseguenti aumenti di sanzioni e di misure dirette ad accelerare i tempi del giudizio e a garantire la certezza della pena. I gruppi di maggioranza e di opposizione hanno tenuto una linea di condotta insieme ferma e responsabile” lo afferma in una nota Alessandra Servidori, Consigliera Nazionale di Parità. “Il diritto penale – aggiunge – deve necessariamente realizzare un contesto sanzionatorio equilibrato rispetto la gravosità dei delitti.Per quanto sia odioso, suscitatore di allarme sociale e disprezzo, il reato di violenza sessuale, peraltro  sottovalutato per anni quando era negato addirittura il carattere di reato alla persona, sarebbe assolutamente sbagliato sanzionarlo con pene molto prossime a quelle che colpiscono l’omicidio. Se il violentatore fosse consapevole di essere perseguito con un’analoga sanzione a quello dell’assassinio – precisa la Consigliera Nazionale di Parità – non esiterebbe ad uccidere la vittima sottoposta a sfregio e  violenza. Nel testo apprezzabile anche per l’ equilibrio dell’ articolato, vengono individuati e repressi , con sanzioni aggravate, il reato di violenza di gruppo, i maltrattamenti contro familiari e conviventi, ed e’ meglio regolata la tutela dei minori. Sono poi previste misure per l’informazione e l’assistenza sociale delle vittime della violenza. La normativa sulla violenza e’ poi coordinata con la disciplina delle molestie sessuali. Così il Governo consegna un altro positivo risultato nella sfida per la libertà e la dignità della donna, mettendo in campo una legislazione organica, completa ed integrata, tra le piu’ avanzate in Europa.  Animatrice di questa svolta è sicuramente Mara Carfagna che è riuscita a fare quanto i suoi predecessori alle Pari opportunità avevano sempre mancato: dare effettiva priorità a questa problematica  consumata contro la persona e in sfregio al suo diritto al rispetto. Senza demagogia – conclude Servidori – ma con tanta concretezza il Ministro alle Pari opportunità ha agito e raggiunto il risultato atteso”.

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