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Posts Tagged ‘recessione’

La recessione è stata cancellata?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 gennaio 2023

Per diverso tempo abbiamo suggerito che il mondo sviluppato si stesse dirigendo verso una recessione. In Europa, la causa era rappresentata dai prezzi dell’energia molto alti. Negli Stati Uniti, invece, il punto era un altro: serviva una recessione per controllare l’inflazione.Ci aspettavamo quindi una recessione quest’inverno sia negli Stati Uniti che in Europa, ma al momento sembra che non l’avremo. Negli Stati Uniti, i consumatori hanno attinto ai loro “salvadanai da covid” (il denaro accumulato durante il periodo di pandemia) per sostenere le loro spese. In Europa, gli sforzi per contenere la domanda di gas e assicurarsi forniture alternative si sono uniti al clima favorevole e hanno portato a un forte calo dei prezzi del gas naturale. I prezzi per la fornitura del prossimo mese sono tornati ai livelli precedenti all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Quest’ultimi sono ancora al doppio dei livelli per la fornitura del prossimo inverno, ma sono molto più bassi rispetto a quelli di qualche mese fa.Nel frattempo, negli Stati Uniti le notizie sull’inflazione hanno subito una decisa inversione di tendenza. Dopo una serie di rapporti sull’inflazione superiori alle attese nei primi 8 mesi del 2022, i numeri degli ultimi mesi hanno registrato una tendenza al ribasso.La recessione è quindi cancellata o solo rimandata? Per quanto riguarda l’Europa continentale, ad oggi inizia a prendere forma una prospettiva concreta per un 2023 come un anno di crescita lenta, ma senza recessione. A differenza dei cugini statunitensi, i consumatori europei non hanno attinto ai loro “salvadanai da covid”, perché troppo spaventati dalla prospettiva di bollette energetiche elevate. Senza dubbio i redditi reali in Europa sono stati compressi, ma la disoccupazione rimane bassa e con l’avvicinarsi della primavera è probabile che i risparmiatori si sentano più fiduciosi. La spesa dei consumatori dovrebbe pertanto aumentare. Anche i consumatori britannici possono tirare un sospiro di sollievo e, sebbene il tetto massimo dei prezzi dell’energia salirà di 3.000 sterline ad aprile, c’è la possibilità che le bollette scendano nel resto dell’anno. Tuttavia, permane il problema dei bruschi aumenti dei tassi ipotecari, che hanno colpito il mercato immobiliare, e che comprimeranno gradualmente i redditi dei consumatori man mano che i loro tassi ipotecari si riassesteranno. Il Regno Unito appare quindi più vulnerabile dell’Europa nel 2023 e oltre. L’inflazione salariale ha infatti subito un’accelerazione in UK e la Banca d’Inghilterra dovrà continuare ad aumentare i tassi.Cosa possiamo dire degli Stati Uniti? Non c’è dubbio che il miglioramento dell’inflazione incrementi le possibilità di un atterraggio morbido, ma, a nostro avviso, le probabilità sono ancora a favore di una recessione. La rigidità del mercato del lavoro fa sì che l’inflazione salariale sia troppo alta e che la Federal Reserve non possa, di conseguenza, allentare la presa. Abbiamo già evidenziato come gli aumenti salariali dei lavoratori statunitensi che cambiano lavoro abbiano subito un’accelerazione rispetto a quelli di coloro che restano fermi. Questo suggerisce che l’inflazione salariale è destinata ad accelerare. A fine mese avremo il dato preferito dalla Fed sull’inflazione salariale, ovvero l’indice dei costi dell’occupazione. Se quest’ultimo si manterrà elevato, la Fed sarà spinta ad aumentare i tassi più di quanto il mercato si aspetti e a mantenerli alti più a lungo. Riteniamo che gli Stati Uniti siano sull’orlo di un significativo indebolimento del mercato del lavoro, con un probabile rapporto negativo sull’occupazione nei prossimi 3-6 mesi. Le aziende, vedendo i margini sotto pressione, ricorreranno a tagli dei posti di lavoro. In effetti, i licenziamenti sono già in aumento nelle grandi aziende, mentre le imprese più piccole sono sempre più sotto pressione. La domanda dei consumatori potrebbe ricevere una spinta temporanea dall’aumento dei pagamenti della previdenza sociale di questo mese, ma la tendenza sarà quella di una spesa più debole e di un’economia statunitense più fiacca. By Lucrezia Pisani BC Communication.

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Una recessione nei prossimi 12 mesi è inevitabile? Ecco cosa dicono i “quattro cavalieri”

Posted by fidest press agency su martedì, 24 gennaio 2023

ll sondaggio Bloomberg Consensus indica una probabilità del 62,5% di una recessione nel 2023. Se dovesse effettivamente verificarsi, sarebbe la recessione più attesa di sempre. Anche tutti i “quattro cavalieri” della recessione denotano una flessione. Il Leading Economic Index (LEI) ha raggiunto il suo picco nel febbraio 2022 ed è poi diminuito per nove mesi consecutivi: storicamente, i LEI non hanno mai registrato un tale calo senza che sia seguita una recessione. Inoltre, la curva dei rendimenti a 3 mesi/10 anni, uno dei nostri indicatori preferiti di ciclo economico, è profondamente invertita. Tuttavia, dato che la narrazione di una recessione imminente è così diffusa, vale la pena considerare perché, in realtà, potrebbe non accadere nei tempi e nei modi indicati dalle previsioni. Per cominciare, gli indicatori menzionati non consentono di stabilire con precisione il momento in cui si verificherà una recessione. Una buona ipotesi è che si verifichi nei prossimi 12 mesi, ma il ritardo potrebbe essere maggiore. Un rallentamento della crescita del reddito aggregato, che rappresenta l’aumento totale dell’occupazione e dei salari potrebbe portare a modificare il nostro outlook. In questo momento, però, il reddito aggregato sta crescendo di circa il 7% su base annua. Una debolezza del mercato del lavoro, segnalata principalmente da una sostenuta ripresa delle richieste iniziali e continue di assicurazioni contro la disoccupazione – entrambe ancora molto basse – attirerebbe la nostra attenzione. Nel corso del 2022, sia l’Europa sia il Regno Unito hanno avuto dovuto affrontare diversi problemi, in particolare dopo l’invasione russa dell’Ucraina. La dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia ha comportato un’impennata dei prezzi dell’energia e catene di approvvigionamento bloccate hanno contribuito a esacerbare le continue pressioni inflazionistiche. La Banca Centrale Europea (BCE) e la Banca d’Inghilterra (BoE) hanno aumentato i tassi di 200 e 300 punti base rispettivamente. Non sorprende, dunque, che le aspettative di consumatori e imprese e gli indicatori dell’attività economica si siano inaspriti e che Regno Unito ed Europa si possano trovare ad affrontare “atterraggi difficili” o una recessione ancor più pesante degli Stati Uniti. Se il mercato del lavoro nell’area Euro dovesse indebolirsi e la crescita dei salari rallentare, allora manterremmo questa view di base per Europa e Regno Unito. Tuttavia, occorre monitorare le condizioni finanziarie, nel caso si restringessero troppo rapidamente, dato che i rialzi dei tassi della BCE causerebbero problemi di debito sovrano, come avvenuto durante la doppia recessione del 2011-2013. La Cina, ad esempio, sarà probabilmente più importante per l’economia mondiale nel 2023. In un documento pubblicato recentemente, gli economisti del Board Fed hanno infatti affermato che “ciò che accade in Cina non rimane in Cina”. Il Paese asiatico, infatti, rappresenta circa il 40% delle vendite globali di automobili nel 2021, quasi il doppio delle vendite statunitensi; il 25% delle vendite globali di smartphone; il 50% della domanda mondiale di acciaio e carbone e il 14% della domanda di petrolio. I ricercatori della Fed hanno anche riscontrato “effetti derivanti dall’allentamento della politica monetaria statunitense e dalle politiche di stimolo al credito in Cina”. Con il deprezzamento del dollaro e l’allentamento delle condizioni finanziarie condizioni finanziarie globali, l’1% di stimolo del PIL cinese equivarrebbe a circa la metà di un taglio del tasso dei Fed Funds di 25 punti base. Con oltre 135 miliardi di dollari in gestione, Payden & Rygel è leader nella gestione del risparmio gestito e annovera tra i suoi clienti banche centrali, fondi pensione, imprese di assicurazione, università, banche private e fondazioni di varia natura. Società di gestione indipendente e non quotata, Payden & Rygel ha sede a Los Angeles con uffici a Boston e hub di gestione a Londra e a Milano. (abstract)

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T. Rowe Price: la recessione dell’eurozona sarà probabilmente più profonda rispetto alle attese

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 gennaio 2023

A cura di Tomasz Wieladek, Chief European Economist, T. Rowe Price. L’eurozona è stata colpita da una serie di forti shock macroeconomici, ma i policymaker della BCE, incoraggiati dai dati dell’economia reale, prevedono che l’UE crescerà dello 0,5% nel 2023. Non sono d’accordo: a mio avviso, la combinazione di distorsioni della catena di approvvigionamento, di shock dei prezzi dell’energia, di un calo storico dei salari reali e di una rapida stretta monetaria causeranno probabilmente una contrazione dell’economia dell’eurozona di circa l’1%. Allo stesso tempo, la BCE ha iniziato a inasprire la politica monetaria in risposta all’aumento dell’inflazione, aumentando il tasso di deposito al ritmo più rapido dalla nascita dell’eurozona. L’ultima indagine della BCE presso gli istituti di credito indica che le condizioni di credito per le famiglie sono già peggiorate più di quanto non abbiano fatto durante la crisi del debito. Le condizioni monetarie nell’eurozona si stanno rapidamente inasprendo ed è probabile che il PMI manifatturiero europeo continui a diminuire nei prossimi sei mesi. La fiducia dei consumatori è ancora più debole del PMI, il che suggerisce che il calo della domanda dovuto alla riduzione del reddito disponibile e alla stretta monetaria apparirà nei dati dei prossimi tre-sei mesi. Questi ulteriori sviluppi negativi probabilmente esacerberanno lo shock dei prezzi dell’energia e spingeranno l’eurozona verso una recessione consistente. Nonostante ciò, i policymaker della BCE sono fiduciosi che la prossima recessione sarà solo lieve. Le ragioni sono molteplici. Le catene di approvvigionamento, ad esempio, si stanno normalizzando più velocemente del previsto. Questo ha portato a una produzione automobilistica e industriale superiore alle attese nel terzo trimestre del 2022. I prezzi dell’energia sono scesi rapidamente, il che ha fatto aumentare la fiducia dei consumatori e delle imprese. Allo stesso tempo, i dati dell’economia reale si sono dimostrati più resilienti del previsto.Un’indagine della Commissione europea sulla competitività del settore manifatturiero nell’eurozona ha previsto un calo del 25% della crescita delle esportazioni nei prossimi trimestri. Sul fronte della domanda esterna, i PMI manifatturieri e dei servizi negli Stati Uniti, uno dei maggiori partner commerciali dell’eurozona, sono entrati chiaramente in territorio di recessione. Anche le incertezze sull’evoluzione delle politiche cinesi di “zero-Covid” rappresentano un rischio significativo per la domanda esterna dell’eurozona. È possibile che una rapida riapertura dell’economia cinese si riveli economicamente molto dirompente nel breve periodo. Ritengo che questi fattori esterni avversi si aggiungeranno alla debolezza della domanda interna, determinando una recessione dell’eurozona più profonda del previsto.Ciò ha importanti implicazioni per il mercato. L’impegno della BCE a inasprire la politica nel breve termine significa che probabilmente la BCE aumenterà i tassi in una fase di recessione – e potenzialmente rispetterà il percorso aggressivo dei rialzi oggi prezzato dai mercati. Tuttavia, è probabile che la BCE non sia in grado di mantenere una politica così restrittiva per molto tempo, il che suggerisce che i mercati devono prezzare ulteriori tagli. Nei prossimi mesi, riteniamo che il Bund a 10 anni possa salire a seguito di un aumento del tasso a 2 anni dovuto all’inasprimento della BCE. Successivamente, riteniamo che le aspettative di taglio dei tassi saranno prezzate con l’indebolimento dell’economia reale. A quel punto, il rendimento dei Bund a 2 anni probabilmente scenderà, così come quello dei Bund a 10 anni, ma in misura minore rispetto a quello a due anni, determinando un irripidimento della curva dei rendimenti. In questo scenario, l’euro si indebolirebbe probabilmente rispetto al dollaro USA, a causa della debolezza dell’economia dell’Eurozona e delle aspettative di un futuro allentamento monetario della BCE rispetto agli Stati Uniti. (abstract) Fonte http://www.verinieassociati.com/

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Gli Stati Uniti stanno per entrare in recessione?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 gennaio 2023

Prima di parlare degli Stati Uniti, vale la pena sottolineare le notizie eccezionalmente positive arrivate dall’Europa negli ultimi tempi. L’anno scorso, l’impennata dei prezzi del gas naturale ha provocato un’inflazione elevata, timori di recessione e blackout elettrici in Europa. Tuttavia, un gennaio straordinariamente mite e una forte risposta in termini di riduzione della domanda e aumento dell’offerta hanno trasformato la situazione. I prezzi del gas sono crollati. Insieme a un’inflazione molto più bassa, la scorsa settimana si è registrato il più grande calo dei rendimenti dei bund tedeschi dall’unificazione di oltre 30 anni fa. I problemi dell’Europa non sono ancora finiti, ma le prospettive sono decisamente migliorate. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, i dati sull’occupazione di venerdì hanno mostrato un altro forte aumento dei posti di lavoro e un calo della disoccupazione al livello più basso dei tempi moderni. Perché parliamo di recessione? Il motivo è l’indice Purchasing Managers dei servizi. Quest’ultimo è infatti crollato da un salutare 56,5 a 49,6, al di sotto della soglia di 50 che segnala una contrazione. Abbiamo atteso che questo indice scendesse così in basso perché ha un peso elevato sul settore immobiliare, chiaramente in recessione. Anche se l’economia rallenta, come ci aspettiamo, e la domanda di lavoro si indebolisce, c’è ancora molta strada da fare prima che la Federal Reserve si senta sicura che l’inflazione sia sotto controllo. Questa settimana dovrebbe registrarsi un nuovo calo dell’inflazione sia headline che core, misurata dall’indice dei prezzi al consumo. Il problema è che l’inflazione salariale resta ancora troppo alta. Non lasciatevi trarre in inganno dal calo dei dati sulla retribuzione oraria media pubblicati la scorsa settimana, perché sono distorti da effetti di composizione. L’aumento medio è diminuito perché sono stati impiegati più lavoratori a bassa retribuzione. La lettura del “wage tracker” di Atlanta è decisamente migliore e mostra che l’inflazione salariale rimane troppo elevata per essere coerente con l’obiettivo Fed di inflazione del 2%.Ancora più preoccupante per la Banca Centrale americana è il fatto che gli aumenti salariali di chi cambia lavoro stanno accelerando, per cui le imprese sono costrette ad aumentare le retribuzioni della forza lavoro esistente per evitare di perderla a vantaggio dei concorrenti. La misura preferita dalla Fed per l’inflazione salariale è l’indice del costo del lavoro. Viene pubblicato solo trimestralmente, ma alla fine di gennaio. Questo sarà più importante dei numeri dell’IPC di questa settimana.Si parla molto di una svolta da parte della Federal Reserve e i mercati prevedono solo un ulteriore, modesto aumento del tasso dei Fed funds con tagli nel corso dell’anno. Ci aspettiamo, invece, che la Fed aumenti i tassi più di quanto i mercati si aspettino e che li mantenga a questo livello per un periodo prolungato. Una pausa, non una svolta. (abstract by http://www.bc-communication.it/

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I rischi di recessione e inflazione dominano il contesto macroeconomico

Posted by fidest press agency su martedì, 10 gennaio 2023

Giovedì 12 Gennaio – h. 12:00 – Evento virtuale By Steven Bell, Chief Economist, EMEA che fornirà la sua view sulle prospettive e sulle implicazioni per i mercati finanziari per il 2023. Durante l’incontro, di circa un’ora, l’esperto di Columbia Threadneedle Investments analizzerà l’attuale contesto macroeconomico e approfondirà i seguenti temi: Rischio recessione, Andamento dell’inflazione e Ripercussioni sui mercati finanziari nel 2023. Ci sarà la possibilità di fare domande al relatore durante la presentazione. L’incontro si terrà in lingua inglese.

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Capital Group: Focus sulla recessione

Posted by fidest press agency su domenica, 18 dicembre 2022

A cura di Stephen Green, Economista di Capital Group. L’economia globale sta entrando in recessione. Il prossimo anno ci aspetta un significativo rallentamento, ma occorre tenere a mente che ci sono molti fattori in gioco e, quindi, sussiste una certa incertezza su quale forma assumerà esattamente questa recessione. Secondo le nostre previsioni il rallentamento sarà trainato dalla recessione negli Stati Uniti e in Europa, provocata da un’inflazione persistente e dall’aumento dei tassi d’interesse, e da un’economia cinese ancora debole. Queste tre aree saranno seguite a stretto giro dal Giappone, così che le più grandi economie al mondo risulteranno stagnanti o in contrazione. La causa scatenante di tutta questa situazione ha a che vedere con l’inflazione e con i rialzi dei tassi d’interesse messi in atto in risposta ad essa. L’inflazione è iniziata nel periodo post-pandemico con i colli di bottiglia nelle catene di approvvigionamento causati dai rincari dei beni ed è proseguita con lo shock dei prezzi di materie prime ed energia provocato dalla guerra in Ucraina, per finire con l’impennata dell’inflazione dei servizi trainata da una forte crescita dei salari (soprattutto negli Stati Uniti). Le banche centrali, in risposta, hanno aumentato i tassi in modo estremamente rapido; negli Stati Uniti, ad esempio, si è avuto un rialzo dei tassi di 300 punti base (pb), corrispondente a un incremento di 12 volte dei costi di finanziamento. Questo fatto inizierà chiaramente a far sentire i propri effetti; il mercato immobiliare USA, ad esempio, è già in recessione. I tassi dei mutui sono cresciuti così velocemente da determinare un calo delle vendite “pendenti” di case, che rimangono così a lungo sul mercato. Ciò inizierà a influire sugli utili, sul CAPEX, sulla spesa in salari ecc. delle aziende, specialmente qualora la Federal Reserve USA (Fed) incrementi i tassi per altri 150 pb nel corso dei prossimi mesi. Per quanto riguarda la Cina al momento ci troviamo sull’orlo di una flessione, con l’economia cinese colpita da almeno tre grandi shock. Uno è rappresentato dal mercato immobiliare: negli ultimi tre anni il governo ha cercato di contenere la bolla, provocando difficoltà di breve periodo per promotori e famiglie. C’è poi la politica “zero COVID” dinamica: il governo ha promesso di eliminare il COVID dall’economia, il che significa lockdown intermittenti nei distretti municipali, interruzioni dei trasporti e, ogni volta, un duro colpo per i consumi. Inoltre, considerando che anche Stati Uniti ed Europa hanno le loro difficoltà economiche, il motore dell’export cinese inizia ad arrancare. Il 2020 e il 2021 sono stati ottimi anni per il sistema dell’export cinese, in grado di sfruttare a proprio vantaggio la situazione pandemica, ma la crescita delle esportazioni è ormai sul punto di entrare in territorio negativo. Le vendite di case sono in calo: da circa 15 mesi a questa parte circa si contraggono di un 30% annuo. L’immobiliare residenziale è un settore molto importante in Cina: se le vendite di case ammontano approssimativamente al 14% del PIL, quando si tiene conto di tutte le attività associate, come realizzazione di strade e condutture e servizi di pubblica utilità, leasing, gestione e così via, si arriva all’incirca al 25%. Un quarto dell’economia che si contrae a questi livelli su base annua è un fatto estremamente negativo e che continuerà a ripercuotersi su materie prime e sentiment dei consumatori. Stiamo già vedendo diversi promotori immobiliari andare in default sui propri obblighi di pagamento e fallire. Questo può voler dire fatture non liquidate per attrezzature da costruzione e materiali o salari non pagati. Al momento il governo sta cercando di aiutare il mercato immobiliare residenziale con cautela, consentendo alle città di ridurre i tassi dei mutui, ma tali misure non risultano molto efficaci se la popolazione stessa è cauta. L’inflazione è in aumento anche in tutti i mercati emergenti, quindi ci sono delle somiglianze, ma anche delle notevoli differenze. In Asia e, in particolare, in Paesi come Corea, Thailandia e Indonesia, il tasso d’inflazione primario si aggira tra il 6 e l’8%, con quella inerziale a quota 4-5%. Si tratta di valori piuttosto alti, ma i ME sono abituati a valori “piuttosto alti” quando si parla di inflazione; quindi, si tratta di una situazione niente affatto insolita, specialmente rispetto al contesto USA in cui gli attuali livelli sono eccezionalmente elevati. Le banche centrali dei ME stanno aumentando i tassi, ma non in modo particolarmente aggressivo: come ho già menzionato, nel corso dell’ultimo anno la Fed ha rivisto al rialzo i tassi di 300 pb, laddove in gran parte dei ME asiatici essi sono incrementati di 100-200 pb. L’Asia vuole contenere l’inflazione, ma la sua situazione è diversa da quella con cui devono fare i conti gli Stati Uniti; nell’area non si assiste ad esempio ad una rapida crescita dei salari, il che significa che l’inflazione, probabilmente, non sarà così duratura. Al contempo è sotto l’occhio di tutti che Stati Uniti ed Europa stanno per entrare in recessione; quindi, per le banche centrali asiatiche non è il caso di inasprire eccessivamente le politiche monetarie in un contesto di questo tipo. È questa l’attuale situazione in Asia e nei ME: un certo aumento dell’inflazione e qualche rialzo dei tassi, ma le sfide non sono le stesse che deve affrontare la Fed. (Abstract by http://www.verinieassociati.com)

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Osservatorio sulla recessione: Europa e Stati Uniti

Posted by fidest press agency su giovedì, 24 novembre 2022

By Steven Bell, Chief Economist EMEA di Columbia Threadneedle Investments Per la maggior parte di quest’anno si è parlato di recessione. Ma la disoccupazione è rimasta molto bassa nella maggior parte dei paesi e guardando ai mercati azionari, si potrebbe pensare che il rischio recessione sia diminuito di recente. La maggior parte dei mercati, infatti, sono saliti all’incirca del 10% nell’ultimo mese, guidati dall’Europa. Dunque, cosa sta succedendo? In primo luogo, l’economia globale è migliorata passando dall’estate all’autunno. I consumatori statunitensi hanno continuato a spendere alimentati dal loro “salvadanaio covid”; ovvero i contanti risparmiati e i debiti ridotti accumulati durante il periodo della pandemia. In Europa, invece, la fiducia è stata duramente colpita dalla guerra in Ucraina e dalla conseguente impennata dei prezzi dell’energia. La produzione industriale tedesca è scesa del 15% da febbraio. Di recente, però, la situazione ha cominciato a migliorare. L’allentamento della carenza di forniture ha permesso alle spedizioni di spese in conto capitale (CAPEX) nelle tre grandi economie sviluppate di aumentare nel terzo trimestre di un 18% annuale, secondo le stime di J.P. Morgan. Lo stesso allentamento delle condizioni di offerta ha incrementato le vendite di auto in Europa e negli Stati Uniti. In effetti, i consumatori europei in difficoltà hanno avuto un po’ di sollievo. Sebbene i dati economici siano depurati dalle variazioni stagionali, nel mondo reale le cose sono diverse e le sofferenze per le famiglie dell’emisfero settentrionale, dovute ai prezzi elevati dell’energia, sono state limitate durante l’estate. E mentre l’inflazione è aumentata, la disoccupazione è rimasta notevolmente bassa. Nel frattempo, i valorosi sforzi della Germania hanno riempito i depositi di gas e placato i timori di possibili blackout e razionamenti durante l’inverno.Nelle ultime settimane, i previsori hanno rivisto al rialzo le proiezioni di crescita fino alla fine di quest’anno sia per l’economia statunitense che per quella dell’Eurozona. Non di molto, ma in netto contrasto con il precedente schema di pesanti revisioni al ribasso. Quindi, la recessione è stata cancellata? Purtroppo, no. Sebbene l’inflazione complessiva sia in calo negli Stati Uniti, permangono forti pressioni interne. I salari e gli affitti stanno aumentando rapidamente. Ci sono molte forze che spingono l’inflazione verso il basso: l’effetto ritardato del dollaro forte, l’allentamento dei vincoli dell’offerta (in particolare nel settore automobilistico), il calo dei prezzi delle materie prime e gli effetti base. Ma finché non ci sarà un significativo allentamento del mercato del lavoro, la Federal Reserve continuerà la sua politica restrittiva. Nessuno sa con certezza dove arriveranno i tassi di interesse, compresa la Feda nostro avviso, gli Stati Uniti hanno bisogno di una recessione per riportare l’inflazione su livelli sostenibili e riteniamo che il 5% potrebbe essere sufficiente. È questo, infatti, il livello attuale dei prezzi dei Fed funds per il prossimo anno. Ma i rischi sono in aumento. Se i Fed fund raggiungeranno un picco inferiore al 5%, sarà perché la recessione arriverà nella prima metà del prossimo anno. In effetti, i segnali indicano che l’impennata delle spedizioni CAPEX è già finita. Dopo un forte terzo trimestre, le migliori stime vedono zero crescita nel quarto trimestre. E i consumatori europei inizieranno a pagare bollette dell’energia salate. Sì, i governi sono intervenuti. La Germania ha stanziato la ragguardevole cifra di 200 miliardi di euro, pari al 5,2% del PIL, per sovvenzionare i consumatori e le imprese. Ma le bollette saranno comunque molto più alte, il doppio rispetto all’anno scorso. Pertanto, la recessione è ancora all’orizzonte sia negli Stati Uniti che Eurozona. E il Regno Unito? Si è parlato molto della Dichiarazione d’Autunno di Jeremy Hunt. Questa rinvia gran parte della contrazione fiscale a un momento successivo alle prossime elezioni (che si terranno entro gennaio 2025). Tuttavia, la compressione del reddito reale rimane. Secondo la Corte dei Conti britannica, quest’anno e il prossimo anno i redditi reali subiranno un sorprendente calo del 7%. Anche qui i consumatori hanno il loro salvadanaio covid e probabilmente vi hanno attinto negli ultimi mesi. L’autunno è stato straordinariamente mite e ha mantenuto basse le bollette energetiche. Ma l’inverno è alle porte e, nonostante il programma di sostegno del governo, i prezzi dell’energia sono raddoppiati rispetto all’anno scorso e sono destinati ad aumentare di un altro 20% fino ad aprile. Nonostante l’apparente parziale freno all’austerità di Hunt, le “tasse invisibili” stanno aumentando e questo è particolarmente evidente in questi tempi di alta inflazione. A differenza di Europa e Stati Uniti, le previsioni di crescita per il Regno Unito non sono aumentate. Hanno continuato a scendere. Probabilmente il Regno Unito è già entrato in recessione. La disoccupazione rimane bassa, ma non potrà mantenersi tale. La buona notizia è che l’inflazione in UK, come altrove, dovrebbe scendere rapidamente una volta che la recessione colpirà. I mercati sono molto più flessibili di un tempo. Gli squilibri che di solito fanno presagire recessioni profonde e prolungate sono in gran parte assenti. Penso che il flusso di notizie sull’economia mondiale, compreso il Regno Unito, sarà molto più positivo alla fine del prossimo anno che all’inizio. By BC Communication

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Recessione imminente, come anticiparla

Posted by fidest press agency su martedì, 1 novembre 2022

Darrell Spence, Economista di Capital Group. È evidente che il rischio di recessione è cresciuto in tutto il mondo dopo la pandemia di COVID e l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, soprattutto a causa del fatto che le banche centrali sono costrette ad aumentare i tassi di interesse per cercare di contenere la spirale inflazionistica.Innanzitutto, va detto che le recessioni sono una fase naturale e necessaria di ogni ciclo economico. Si verificano per svariati motivi, ma in genere sono il risultato di squilibri che si accumulano nell’economia e che devono essere corretti prima che inizi la successiva espansione.Anche se è difficile prevedere con precisione una recessione, ci sono alcuni segnali economici generalmente affidabili che vale la pena osservare con attenzione quando le economie si avvicinano alle fasi finali di un ciclo economico. Alcuni parametri standard, come l’aumento della disoccupazione e il calo della fiducia dei consumatori, cui si aggiunge l’andamento del settore edilizio, indicano che potrebbe verificarsi un rallentamento. Tuttavia, la cosiddetta curva dei rendimenti a 2-10 anni negli Stati Uniti si è dimostrata un indicatore più interessante e tradizionalmente più preciso.Quando questa relazione si inverte (creando quella che viene definita una curva dei rendimenti invertita, in cui i rendimenti a due anni sono più alti di quelli a 10 anni), in genere nei 12-18 mesi successivi (14,5 mesi in media) si verifica un periodo di recessione.Nei mesi recenti abbiamo assistito a una breve inversione della curva a 2 e 10 anni ad aprile e a giugno, per poi toccare nuovi minimi a luglio, rimanendo in seguito invertita a lungo. Non ci sorprenderebbe se lo scenario restasse questo, dal momento che la Fed continua ad aumentare i tassi e le prospettive economiche continuano a peggiorare. Naturalmente le condizioni sono diverse nelle varie parti del mondo: il Regno Unito sta lottando contro la crisi del costo della vita, mentre l’Europa è molto più esposta al rischio di approvvigionamento energetico a causa della sua dipendenza dal petrolio russo.Probabilmente il momento esatto in cui si avrà una recessione dipenderà dalla rapidità e dall’entità degli interventi delle banche centrali volti a riportare l’inflazione ai livelli target. Secondo noi, l’unico modo per interrompere l’escalation dei prezzi e dei salari, soprattutto negli Stati Uniti, è quello di rallentare il mercato del lavoro (il divario tra il volume di lavoro auspicato dai lavoratori e quello effettivamente disponibile). Tuttavia, a causa della crisi dovuta alla pandemia è possibile che la disoccupazione salirà al 5% o al 6%, prima che la crescita dei salari inizi a stabilizzarsi. Riteniamo che tutto ciò renda molto difficile evitare una recessione entro il 2023. Spesso è poco saggio cercare di anticipare le tempistiche del mercato, soprattutto nei periodi di volatilità. Tuttavia, questo non significa che gli investitori debbano restare a guardare. Anche se gli obiettivi variano da persona a persona, come prima cosa gli investitori con partecipazioni azionarie e obbligazionarie potrebbero cogliere l’occasione per rivedere la loro asset allocation complessiva, che potrebbe essere cambiata in modo significativo durante i recenti periodi di forti rendimenti azionari, e valutare se il loro portafoglio sia ancora ampiamente diversificato. Gli investitori non devono necessariamente aumentare la loro esposizione obbligazionaria in previsione di una recessione, ma è opportuno che valutino se il loro mix di asset allocation copra le quattro funzioni generalmente svolte dalle obbligazioni: diversificazione rispetto alle azioni, generazione di reddito, conservazione del capitale e protezione dall’inflazione. By http://www.verinieassociati.com

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Economia: L’inverno e la recessione incombono sull’Europa

Posted by fidest press agency su giovedì, 20 ottobre 2022

La maggior parte dei rischi menzionati nei nostri precedenti barometri si sono concretizzati: crisi energetica in Europa, forte inflazione, e stretta monetaria aggressiva. Questo ha portato Coface a rivedere significativamente al ribasso le previsioni di crescita globali per il 2023, con un’aspettativa inferiore al 2% come nel 2001, 2008, 2009 e 2020.Inoltre, mentre le previsioni di crescita sono state riviste al ribasso un po’ in tutte le regioni del mondo, l’Europa è quella con le prospettive più cupe, con una recessione che sembra ormai inevitabile per quest’inverno in tutte le principali economie. In effetti, la crisi energetica si è intensificata e il vecchio continente si prepara a una “sobrietà imposta”. Sia nel caso in cui prenda la forma di una riduzione «volontaria» (sospensione delle attività non redditizie dovuta al costo dell’energia) o di un razionamento decretato dai governi, la riduzione dei consumi di energia si tradurrà necessariamente con una minor produzione e un calo del PIL. L’entità del fenomeno dipenderà in gran parte dalla rigidità dell’inverno e la Germania, principale potenza industriale del continente, sarà in prima linea.Per questo trimestre, la maggior parte dei declassamenti delle valutazioni rischio paese interessa le economie europee. Coface ha stabilito 6 ulteriori declassamenti per tre paesi in cui il rischio era ancora considerato molto basso: Danimarca, Svizzera e Lussemburgo. Solo la Norvegia, paese produttore di gas, beneficia della miglior valutazione di rischio.Di fronte alla prospettiva del prezzo dell’energia costantemente elevato a livello mondiale, circa la metà dei 49 declassamenti delle valutazioni settoriali interessa le industrie energivore come la chimica, la carta e i metalli. Contrariamente al trimestre precedente, in cui la maggior parte delle riclassificazioni in negativo interessavano il continente europeo, questo trimestre Coface ha declassato questi settori anche nella maggior parte delle economie asiatiche e in Sudafrica.Questi ultimi mesi hanno confermato la concretizzazione di un’inflazione costantemente elevata e sempre più generalizzata nelle economie avanzate ed emergenti.Tre banche centrali emergenti perseguono politiche monetarie contro corrente: Russia, Turchia e Cina. Le autorità monetarie cinesi hanno ridotto alcuni tassi di interesse di riferimento con l’obiettivo di sostenere l’attività, in risposta al forte rallentamento dell’economia. Quest’ultima continua a risentire della strategia «zero-COVID», della grave siccità registrata quest’estate e della crisi del settore immobiliare. In particolare, le problematiche del settore immobiliare, che si stima rappresenti il 30% del PIL, contribuiranno a una crescita del Paese ben al di sotto degli standard degli ultimi dieci anni nel 2022 (3,2%) e nel 2023 (4,0%), facendo registrare un netto rallentamento a livello mondiale.L’ inasprimento monetario diffuso offusca inevitabilmente le prospettive per il settore delle costruzioni a livello globale. In questi ultimi mesi, i prezzi dei metalli industriali e del legname si sono ridotti, con un calo rispettivamente del 20% e del 60% da inizio anno, portando Coface a declassare questi settori nella maggior parte delle aree geografiche. (abstract da Coface http://www.hkstrategies.com)

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Tra timori di recessione e “super” dollaro: cosa accadrà ora all’economia americana?”

Posted by fidest press agency su venerdì, 14 ottobre 2022

A firma di Jeffrey Cleveland, Chief Economist di Payden & Rygel. Nel difficile contesto economico-finanziario globale, gli occhi rimangono puntati sull’economica americana. Tra timori di recessione e un mercato del lavoro ancora in salute, i mercati continuano a prevedere uno scenario base in cui le prospettive macroeconomiche negli USA si deterioreranno a partire dall’anno prossimo e dove, di conseguenza, i tassi d’interesse verranno ridotti.Riteniamo, però, che questa eventualità sia sempre meno probabile: i dati sull’occupazione, infatti, restano solidi e non si vede, al momento, un aumento significativo del numero di licenziamenti. Questo scenario ci porta quindi a pensare che i tassi continueranno a salire con l’inizio dell’anno nuovo, per poi fare una pausa nel corso dell’anno, senza però essere tagliati. Le politiche della Fed creeranno comunque grattacapi all’Europa. Il problema principale per la BCE e la Bank of England (BoE) è che, se la Fed continua con il rialzo dei tassi, allora i policymaker dovranno cercare di adeguarsi per mantenere la forza relativa delle loro valute. Contrariamente, dovranno accettare un’inflazione importata più elevata e cercare di diminuire le pressioni inflattive nell’economia interna. Il risultato è che le Banche Centrali rischiano, in questo modo, di dover alzare i tassi in misura superiore al target perseguito. Infine, qualora l’economia globale si indebolisse ed entrasse in recessione, gli asset in dollari diventerebbero con molta probabilità un rifugio sicuro per gli investitori. Se BCE e BoE, ad esempio, intervenissero per rafforzare le valute con il rischio di innescare una recessione in Europa, il dollaro andrebbe comunque a rafforzarsi. Con oltre 135 miliardi di dollari in gestione, Payden & Rygel è leader nella gestione del risparmio gestito e annovera tra i suoi clienti banche centrali, fondi pensione, imprese di assicurazione, università, banche private e fondazioni di varia natura. Società di gestione indipendente e non quotata, Payden & Rygel ha sede a Los Angeles con uffici a Boston e hub di gestione a Londra e a Milano. (abstract)

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I CFO stanno iniziando a tagliare i costi perché temono l’arrivo di una recessione

Posted by fidest press agency su venerdì, 7 ottobre 2022

Nuovi dati confermano che la maggioranza dei CFO sta tagliando i costi a causa dell’aumento dell’inflazione e dei timori per la recessione. Secondo una ricerca di IWG – il più grande gruppo mondiale di spazi di lavoro flessibili presente in Italia con i brand Regus, Copernico, Spaces, Signature e HQ – il top management si aspetta che l’economia entrerà in recessione nei prossimi 12 mesi e ha già iniziato a lavorare per ridurre le spese.Lo studio, condotto su 250 CFO, ha rilevato che il 91% degli intervistati ritiene che una crisi economica sia inevitabile e più di un terzo (36%) prevede che si entrerà in recessione quest’anno. Di conseguenza, quasi tutti (97%) hanno iniziato ad attuare o stanno pianificando misure per diminuire i costi. Le spese per le strutture sono un obiettivo chiave per le aziende, con due terzi (65%) dei CFO che mirano a ridurle di oltre il 10% all’anno. Il lavoro ibrido è considerato cruciale per risparmiare sui costi: l’82% dei CFO lo ritiene un modello più conveniente. Analogamente, una recente indagine condotta negli Stati Uniti da Robin – software per il lavoro flessibile – ha rilevato che l’83% dei dirigenti considera il lavoro ibrido un modo per risparmiare sui costi, mentre il 60% ha dichiarato di voler ridurre gli spazi di ufficio fino a oltre il 50%. Per molto tempo le aziende hanno utilizzato gli uffici in modo inefficiente, ma la diffusione del lavoro ibrido e a distanza le ha spinte a rivalutare le spese collegate, con il 74% dei CEO delle Fortune 500 che dichiara di avere intenzione di ridurre gli spazi di lavoro.I CFO intervistati confermano questa tendenza, con la metà (50%) delle aziende che ha già optato per locazioni a breve termine o spazi di lavoro condivisi, che offrono la flessibilità di aumentare o diminuire rapidamente il numero di postazioni di lavoro a seconda del budget, senza essere vincolati da lunghi contratti. Dalle analisi risulta che, in media, il lavoro ibrido può far risparmiare alle aziende circa 11.000 euro per dipendente, il che spiega perché due quinti (39%) dei CFO stanno considerando di passare a spazi esclusivamente condivisi.L’azienda globale di tecnologia Cisco, per esempio, ha attivato il lavoro ibrido cinque anni fa, diminuendo del 50% gli spazi e le dimensioni del suo patrimonio immobiliare e risparmiando circa 500 milioni di dollari.Ma non è solo il risparmio economico a guidare il cambiamento. Più della metà (53%) degli intervistati ritiene che anche i propri dipendenti preferiscano un modello di lavoro ibrido e l’87% concorda sul fatto che sia più conveniente in un momento in cui il costo della vita è in aumento. I dati evidenziano infatti che il lavoro ibrido può far risparmiare ai dipendenti fino a 366 euro al mese se si spostano in treno e fino a 143 euro al mese se si spostano in macchina.IWG è impegnata ad aprire 1.000 nuovi spazi nel prossimo anno per soddisfare la crescente domanda di lavoro ibrido. La maggior parte sarà collocata in zone rurali e suburbane, visto che da gennaio a oggi le richieste di sedi al di fuori dei centri urbani sono aumentate del 36%. Un’altra ricerca IWG mostra infatti come per ben il 77% dei dipendenti avere l’ufficio vicino casa è un requisito indispensabile per il loro prossimo lavoro.

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Tra inflazione, timori di recessione e transizione energetica: cosa aspettarsi da qui alla fine dell’anno

Posted by fidest press agency su sabato, 1 ottobre 2022

A cura di William Davies, Global Chief Investment Officer di Columbia Threadneedle Investments. In termini di inflazione, abbiamo visto i prezzi aumentare a livelli inimmaginabili da inizio anno, trainati in parte dal costo delle materie prime, comprese le quotazioni petrolifere. Sebbene ci sia stato un rallentamento della crescita inflattiva, l’inflazione resta ancora alta: negli Stati Uniti ha toccato l’8,3% ad agosto (battendo le aspettative di 8,1%), mentre in zona Euro si attesta al 9,1%. Tuttavia, dobbiamo riconoscere che il ritmo dell’aumento dei prezzi del petrolio e della benzina – osservato soprattutto nella prima metà del 2022 – difficilmente proseguirà anche nel 2023. Pertanto, anche se i prezzi rimarranno elevati, il ritmo dei rincari sarà inferiore rispetto all’inizio dell’anno. Le banche centrali, per fronteggiare questa straordinaria inflazione, hanno intrapreso una linea dura, con Fed e BCE che hanno alzato entrambe i tassi di 75punti base a settembre. Come effetto di queste politiche restrittive, adottate per smorzare la domanda, dovremmo osservare un calo dell’inflazione verso fine anno e con l’avvento del 2023. Il processo di transizione energetica, verso l’azzeramento delle emissioni nette, risulta piuttosto interessante se consideriamo ciò che è già accaduto con l’aumento dei prezzi delle commodity. Il rincaro delle materie prime, infatti, ha fatto salire notevolmente l’attrattiva relativa degli investimenti alternativi, determinando un incremento degli investimenti in questo segmento in futuro. Tuttavia, riteniamo che occorrerebbe riflettere approfonditamente prima di dare credito a chi sostiene la necessità di interrompere la produzione di combustibili fossili dall’oggi al domani. Occorre evitare una transizione troppo rapida in un momento in cui non sono disponibili alternative. In caso contrario, il prezzo delle commodity aumenterebbe, proprio com’è avvenuto con il petrolio. E quando ciò accade, le implicazioni sociali sono alquanto significative, soprattutto per le persone meno abbienti che tendono a spendere una quota maggiore del loro reddito in energia, riscaldamento e generi alimentari. Sono, infatti, queste fasce della popolazione a risentire maggiormente dei movimenti di prezzo repentini. Per queste ragioni, la transizione verso le energie alternative va certamente sostenuta, ma dobbiamo fare in modo che sia ben gestita e diluita nel tempo in modo tale da minimizzare l’impatto sociale negativo delle variazioni di prezzo. Abbiamo assistito a un aumento dei prezzi delle materie prime alla vigilia dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Dopo l’invasione, il petrolio e i prodotti alimentari hanno evidenziato un ulteriore rincaro. Il prezzo del greggio nel terzo trimestre 2022 scambiava tra circa i 90 e i 110 dollari al barile. Guardando al futuro, via via che gli investitori inizieranno a considerare la potenziale distruzione della domanda causata dal rallentamento economico, riteniamo che il prezzo del petrolio non sarà necessariamente destinato ad aumentare in misura significativa rispetto ai livelli attuali. Tuttavia, teniamo a sottolineare che questo scenario presenta dei rischi, alla luce del fatto che la Russia potrebbe interrompere le forniture di petrolio o di gas naturale questo inverno, generando un nuovo balzo dei prezzi delle materie prime. Il nostro scenario di base prevede quindi una pressione minore sull’aumento dei prezzi. Tuttavia, non possiamo escludere che l’incertezza persistente a un certo punto possa far salire i prezzi.Il conflitto in Ucraina, infatti, è ancora in pieno svolgimento. Con l’arrivo dell’inverno, soprattutto in Europa, sorgeranno timori sulle effettive capacità di approvvigionamento di gas naturale nel continente e, di conseguenza, del mantenimento dei livelli di produzione industriale, garantendo la redditività di alcune aziende europee. Le molteplici ripercussioni, politiche ed economiche, della guerra sembrano pertanto destinate a durare.I titoli azionari hanno assistito a una prima metà dell’anno difficile, seguita poi da un recente rally estivo, ma non prevediamo un recupero delle perdite da parte dei mercati entro la fine dell’anno. Questo, però, può offrire opportunità agli investitori. Riteniamo che le azioni statunitensi abbiano potenziale, poiché l’economia americana è più autosufficiente di quella della maggior parte dei Paesi europei o dei mercati emergenti. Inoltre, le aziende americane sono incentivate non solo a sviluppare prodotti più sostenibili – ad esempio i veicoli elettrici – ma anche a rifornirsi di componenti a livello nazionale, incoraggiando così il re-shoring che sosterrà la crescita economica. Per quanto riguarda il reddito fisso, privilegiamo le obbligazioni di qualità superiore, che ci aspettiamo siano meno influenzate dall’incertezza del mercato.

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Recessione, crisi energetica e fiducia

Posted by fidest press agency su sabato, 1 ottobre 2022

A cura di James Lindley, gestore tassi globali, team obbligazionario di Columbia Threadneedle Investments. L’Italia rimane un ingranaggio di vitale importanza all’interno del progetto dell’eurozona. Il governo uscente ha consolidato questa posizione, infondendo fiducia ai politici europei e agli operatori di mercato sulla direzione di marcia dell’economia italiana e sull’impegno nei confronti dell’Europa. Questa fiducia ha permesso al governo Draghi di concentrare risorse in settori che sostengono l’economia in questo periodo in cui i prezzi energetici hanno subito un’impennata senza precedenti, generando anche benefici a lungo termine attraverso le riforme. La fiducia è uno dei beni più importanti per i mercati. Il cambio di governo potrebbe mettere a dura prova la fiducia degli operatori di mercato. Attualmente in Italia la coalizione di centro-destra ha cercato di dissipare i timori di un allontanamento dell’Italia dall’Europa, ma rimangono alcune preoccupazioni legate alla possibilità di dare forza alle voci più estremiste all’interno della coalizione di maggioranza, innescando un confitto tra la Commissione europea e il governo italiano.Dalla crisi dell’eurozona del 2010/11, l’Italia ha faticato a riscuotere un significativo appeal tra alcuni dei nostri investitori, molti dei quali provengono da Paesi del Nord Europa: questo ci ha portato in passato ad assumere poche posizioni sull’Italia. Tuttavia, in seguito alla significativa sottoperformance dell’Italia durante le prime fasi della pandemia da COVID-19, abbiamo assunto una posizione più positiva, ritenendo che vi fosse un ampio margine di rialzo grazie agli ingenti acquisti di debito da parte della BCE e, cosa altrettanto importante, al Recovery Fund, che a nostro avviso ha rappresentato un passo significativo verso la mutualizzazione del debito.Queste dinamiche sono ora cambiate. La BCE non sta più acquistando debito italiano su base netta e potrebbe avviare il “quantitative tightening” nei prossimi mesi. Inoltre, la situazione politica italiana è diventata più incerta: siamo in attesa di capire se il nuovo governo opterà per un aumento del deficit fiscale e soprattutto come si relazionerà con la Commissione europea. Sebbene la volontà dell’Europa appaia più forte che mai, temiamo che una recessione combinata con il razionamento del gas naturale possa indebolire tale determinazione e portare a un’ulteriore sottoperformance dell’Italia, data la sua forte dipendenza dal gas russo.Per quanto riguarda la nostra view sui titoli di Stato italiani, nel breve termine, temiamo che la combinazione tra la fine degli acquisti netti di attività da parte della BCE, il possibile “quantitative tightening” e ulteriori rialzi dei tassi, nonché l’ipotesi di un nuovo governo non ancora collaudato, potrebbe avere un impatto negativo sui titoli di Stato. Con la stretta monetaria e la compressione dei proventi, uno scenario recessivo appare sempre più probabile, cosa che verosimilmente metterà sotto pressione i deficit fiscali. Dato l’elevato contesto inflazionistico, non riteniamo che la BCE possa ricominciare a breve gli acquisti e quindi gli acquirenti del debito italiano saranno operatori più sensibili al prezzo e potrebbero richiedere rendimenti più elevati per compensare il rischio aggiuntivo.Nel lungo termine, lo strumento di protezione del meccanismo di trasmissione della politica monetaria (TPI), recentemente introdotto dalla BCE, dovrebbe contribuire a mettere un freno agli spread dei Paesi, ma è improbabile che venga attivato fino a quando non si verificheranno ulteriori tensioni sul mercato. Prevediamo, inoltre, che l’eurozona continuerà a gravitare verso un’ulteriore mutualizzazione che dovrebbe essere di supporto al debito italiano, anche se questo potrebbe cambiare con l’evolversi dello scenario politico.In riferimento al mercato obbligazionario corporate, attualmente, la performance delle obbligazioni societarie italiane è rimasta allineata a quella dei mercati del credito della zona euro. Di conseguenza, fatichiamo a vedere molte opportunità in Italia in questo momento, soprattutto per la significativa esposizione dell’economia italiana al gas russo.

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Recessione economica: i ricercatori italiani ci avevano avvertito

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 settembre 2022

Secondo l’ultima dichiarazione dell’agenzia di rating Fitch l’Italia entrerà in recessione nel 2023 a causa della situazione geo-politica internazionale e della crisi energetica ad essa collegata. Di fatto, come dichiarato, la crescita economica del secondo semestre 2022 non sarà sufficiente a colmare gli effetti avversi della crisi energetica, del prezzo delle commodity, dell’inflazione e dell’aumento dei saggi di interesse imposto dalla BCE. Eppure, questa notizia non dovrebbe meravigliarci dal momento che dal mese di agosto i Proff. Marco Mele della Unicusano e Cosimo Magazzino di Roma Tre avevano lanciato l’allarme su una possibile recessione per il nostro paese.In un loro studio, pubblicato su Energy Reports e riportato sulle maggiori testate giornalistiche italiane, si era dimostrato empiricamente come la riduzione del consumo di gas (energia) avrebbe generato un effetto negativo sulla crescita economica del PIL italiano. Gli autori avevano anche sottolineato come l’Italia sarebbe stata tra i paesi più vulnerabili dell’Unione Europea a causa della forte dipendenza di circa il 40% delle forniture di gas dall’estero e che difficilmente sostituti energetici alle importazioni avrebbero alleviato il fardello.Ed ora Ficth sembra dare ragione ai due economisti affermando che anche in caso l’Italia riuscisse a sostituire l’80% delle risorse provenienti dal mercato russo, l’offerta totale di gas nel Paese si contrarrebbe ugualmente di circa il 5%-10%, generando un effetto a cascata sul settore produttivo italiano. A questo punto ci si domanda come mai, a fronte di una evidenza empirica, non siano stati presi provvedimenti maggiormente tempestivi per evitare una recessione preannunciata.Di certo, come fa notare il Prof. Marco Mele, Prof. Associato di Politica Economica “l’aumento dei saggi di interesse volto a raffreddare il livello generare dei prezzi non ha certamente aiutato ma quello che maggiormente preoccupa, è quanto sta accadendo al comparto delle nostre PMI. Esse stavano superando la fase più acuta della crisi pandemica e dal 2021 i conti economici delle piccole e medie imprese stavano facendo registrare importanti segnali di ripresa. Ed ora, continua l’economista, il processo di ripresa delle PMI potrebbe riportare un rallentamento che si trasferirà indubbiamente su tutta la crescita economica italiana”. Queste parole coincidono con quanto dichiarato ultimamente da Confindustria relativamente alla necessità di agire rapidamente con interventi diversificati sia a livello nazionale che regionale volti al sostegno della competitività delle imprese del nostro territorio.

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USA: una strana recessione?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 settembre 2022

A cura di Richard Flax, Chief Investment Officer Moneyfarm.A partire da quest’estate, una delle questioni che ha più appassionato investitori, addetti ai lavori e politici è stata stabilire se l’economia americana sia effettivamente entrata in recessione. La questione è della massima importanza se si considera che l’America è il primo mercato nel quale si concentrano gli investimenti italiani.In base alla regola secondo cui si entra in recessione dopo “due trimestri consecutivi nei quali l’economia fa segnare livelli di crescita negativi”, gli Stati Uniti sarebbero entrati in recessione all’inizio dell’estate 2022. Tuttavia, secondo molti economisti, un approccio meramente basato sul dato di crescita del Pil non sarebbe appropriato, mentre una recessione scatterebbe nel caso di un peggioramento significativo, duraturo e diffuso dell’economia e, in questo caso, difficilmente si potrebbe argomentare che l’economia americana sia entrata in una fase di contrazione.Ci sono, per esempio, segnali estremamente positivi che vengono dal mercato del lavoro, che continua a registrare piena occupazione e crescita nominale dei salari. Il Pil nominale è in crescita, anche se risulta leggermente in calo se si considera l’effetto dell’inflazione. Nell’ultimo trimestre le aziende quotate hanno continuato a registrare utili in crescita (anche se in rallentamento) e il commercio mondiale cresce. Addirittura in Europa, nonostante la crisi energetica, i mercati continuano ad aspettarsi utili in rialzo, i consumi delle famiglie reggono e anche alcuni indicatori di sentiment come l’ISM manufacturing indicator fanno registrare dati tutto sommato positivi. Tuttavia, osservando i dati a maggiore frequenza, si trovano anche degli indicatori che evidenziano come gli Stati Uniti possano ancora evitare una recessione. Un ruolo fondamentale, probabilmente cruciale, lo avrà la capacità delle banche centrali di contrastare l’inflazione in modo non traumatico (cd “atterraggio leggero”). I tassi di interesse hanno iniziato a salire (e dovrebbero aumentare ulteriormente), ed è ragionevole sostenere che l’economia non ne abbia ancora risentito a pieno. In primo luogo, come abbiamo spiegato, i dati macro dagli Stati Uniti non sono ancora allarmanti, come emerge dal grafico seguente, che mostra le indagini ISM per il settore manifatturiero e dei servizi. È anche ragionevole sostenere che l’economia stia iniziando a reagire a una politica monetaria più restrittiva. Di solito sono necessari diversi trimestri prima che l’impatto dei tassi più alti si faccia strada nell’economia reale. Ma stiamo iniziando già ad apprezzare tutto sommato l’impatto sulle aspettative di inflazione, con il dato di agosto che non ha invertito il trend al ribasso delle aspettative di inflazione a un anno. (abstract)

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Capital Group: Gli Stati Uniti sono già in recessione?

Posted by fidest press agency su domenica, 21 agosto 2022

By Diana Wagner, gestore di portafoglio azionario di Capital Group. L’economia statunitense è in recessione o no? Questa è la domanda che si pongono molti investitori, dato che il prodotto interno lordo (PIL) degli Stati Uniti è diminuito per due trimestri consecutivi nella prima metà dell’anno, una definizione comunemente riconosciuta di recessione. Tuttavia, con una crescita costante dei posti di lavoro, un tasso di disoccupazione ai minimi storici e una solida crescita dei consumi, non sembra una recessione che la maggior parte delle persone ricorderebbe. Qual è dunque la conclusione? Dipende dall’interlocutore. Con i prezzi dei generi alimentari, dell’energia e degli alloggi che aumentano più rapidamente dei salari, il consumatore americano medio probabilmente direbbe di sì. A nostro avviso, o siamo sull’orlo di una recessione o ci stiamo già entrando.L’arbitro ufficiale in fatto di recessioni negli USA, il National Bureau of Economic Research (NBER), impiega un po’ di tempo per esprimere il proprio parere. L’organizzazione prende in considerazione molti fattori oltre al PIL, tra cui i livelli di occupazione, il reddito delle famiglie e la produzione industriale. Poiché di solito il NBER non rivela i suoi risultati fino a sei-nove mesi dopo l’inizio di una recessione, è possibile che l’annuncio ufficiale non arrivi prima dell’anno prossimo. È giusto dire che alla maggior parte dei consumatori probabilmente non interessa cosa pensa il NBER. Vedono un’inflazione superiore al 9%, prezzi dell’energia in forte aumento e vendite di case in calo. Essi sentono l’impatto di questi dati. Il mercato del lavoro è uno degli unici dati che non segnala una recessione in questo momento.Tuttavia, questo numeri riflettono uno squilibrio tra domanda e offerta in un’economia che non si è ancora ripresa del tutto dalla pandemia. Nei prossimi mesi si prevede il ritorno di un maggior numero di persone in cerca di lavoro. Ciò dovrebbe far aumentare il tasso di disoccupazione, in quanto le aziende ridurranno le assunzioni.La spesa dei consumatori, invece, è aumentata dell’1,1% a giugno. In apparenza si tratta di un dato molto positivo, ma aggiustato per l’inflazione è sostanzialmente piatto. Inoltre, riflette l’aumento della spesa per beni di prima necessità, come l’assistenza sanitaria e l’abitazione, e nasconde il calo delle categorie di beni discrezionali come l’abbigliamento e il tempo libero.Un altro segnale preoccupante è il rapido calo delle vendite di nuove case. Con l’aumento aggressivo dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve per combattere l’inflazione, i tassi dei mutui sono saliti alle stelle negli ultimi mesi, innescando una brusca reazione nel mercato immobiliare. Il mese scorso gli acquisti di nuove case unifamiliari sono scesi dell’8,1%, il calo maggiore in più di due anni. Le vendite di case di proprietà sono crollate del 5,4%, il quinto mese consecutivo di ribassi. Inoltre, il drastico aumento dei prezzi delle case durante la pandemia solleva preoccupazioni circa una potenziale e dolorosa correzione.Se ci stiamo avviando verso un periodo di recessione, il lato positivo potrebbe essere rappresentato dal rientro delle pressioni inflazionistiche estreme registrate nell’ultimo anno. In effetti, alcuni sostengono che l’inflazione sia andata così fuori controllo che potrebbe essere necessaria una recessione sostanziale per riportarla all’obiettivo del 2% fissato dalla Fed.Siamo dunque in un nuovo regime inflazionistico? A nostro avviso, no. È probabile che i prezzi al consumo scendano nei prossimi mesi a causa della recessione e del calo della domanda. In questo caso, il mercato obbligazionario potrebbe aver superato il momento peggiore, dato che la Fed sta valutando se può continuare ad aumentare i tassi di interesse in presenza di una recessione economica. In effetti, il mercato obbligazionario sta già prezzando le aspettative che la Fed taglierà i tassi più volte nel 2023. Ci sono molti segnali che indicano che l’inflazione ha raggiunto il suo picco, come il calo dei prezzi della benzina da metà giugno, del grano, del mais e di altre materie prime da metà maggio. Questo potrebbe dare alla Fed la copertura necessaria per sostenere la crescita economica, pur continuando a prendere sul serio l’inflazione.Nel frattempo, ci aspettiamo una maggiore volatilità man mano che il mercato si adegua alla politica monetaria più restrittiva. Per quanto riguarda i portafogli, ciò significa orientarsi verso investimenti di qualità superiore, tra cui i Treasury statunitensi e i titoli garantiti da ipoteca agency, ma anche cercare opportunità nelle obbligazioni societarie e dei mercati emergenti, dove gli investitori vengono ricompensati per il crescente rischio di recessione.Analogamente, nei mercati azionari, l’individuazione di società di alta qualità con flussi di cassa costanti e margini di profitto affidabili è fondamentale per superare le recessioni. Le società con dividendi solidi e in crescita sono particolarmente interessanti.In questo contesto, siamo orientati ad investire in società i cui fondamentali reggeranno relativamente meglio. Il potere di determinazione dei prezzi e la stabilità della domanda sono elementi importanti.Preferiamo un portafoglio relativamente concentrato, adatto a tutte le stagioni e in grado di performare in diversi contesti di mercato. Le nostre partecipazioni principali sono le società di assistenza sanitaria, di software e di assicurazioni. Stiamo considerando anche i beni di consumo, ma bisogna essere molto selettivi in questo settore perché alcune valutazioni sono diventate piuttosto elevate.

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Robeco: L’high yield statunitense invia un segnale di recessione?

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 giugno 2022

A cura di Colin Graham, Head of Multi-Asset Strategies di Robeco. Un’area distinta, ma correlata, che gli investitori tengono d’occhio è rappresentata dal mercato obbligazionario high yield statunitense, l’unica importante asset class che ha registrato deflussi netti negli ultimi 12 mesi. I titoli high yield sono emessi da società che hanno un rating creditizio inferiore a investment grade perché i loro business sono più rischiosi, il che le rende più esposte a un default in caso di recessione. I recenti dati macroeconomici delle economie in via di sviluppo indicano un rallentamento della dinamica di espansione, e l’allarme sull’inflazione si sta trasformando in un allarme sulla crescita; di conseguenza, osserviamo con interesse il mercato high yield statunitense.Il timore che la Federal Reserve non sia in grado di orchestrare un atterraggio morbido trova riscontro nell’analisi storica e, visti gli attuali livelli di inflazione e disoccupazione, ci sentiamo in sintonia con questo punto di vista. L’argomentazione opposta è che la Fed ha qualche margine di manovra per attenuare le eccessive tensioni sul mercato del lavoro, poiché un modesto aumento della disoccupazione sarebbe un fattore positivo ai fini dell’allungamento del ciclo, permettendo alla banca centrale di interrompere i rialzi dei tassi.Un potenziale problema è dato dal fatto che i titoli del settore dei beni voluttuari rappresentano oggi la parte più consistente del mercato high yield, con il 20% degli emittenti, mentre l’energia si colloca intorno al 14%. Di conseguenza, l’high yield si conferma un’asset class molto ciclica, per la quale i livelli di occupazione e di spesa per consumi saranno un fattore chiave. Se si esclude una recessione, gli attuali livelli di rendimento delle emissioni high yield appaiono interessanti e l’allarme sulla crescita è già scontato nelle valutazioni. Se consideriamo il nostro scenario di investimento principale, i bilanci di consumatori e imprese sono in buone condizioni. Gli eccessi che abbiamo riscontrato nelle precedenti recessioni sono assenti dai luoghi più ovvi (tranne forse i bilanci pubblici), il che ci induce a credere che il rischio di recessione su un orizzonte di 12 mesi non sia elevato. Riteniamo che i rischi per l’high yield siano più simmetrici delle prospettive di recessione attualmente riflesse negli spread: le probabilità di default sono ancora basse e la Fed sospenderà i rialzi dei tassi nel corso dell’anno. Quindi, per il momento non siamo eccessivamente preoccupati.

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PIMCO: Recessione? Non è inevitabile

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 Maggio 2022

A cura di Geraldine Sundstrom, Portfolio Manager Asset Allocation di PIMCO Questo è il linguaggio che le banche centrali hanno recentemente deciso di adottare nel parlare di una possibile recessione. Naturalmente tale retorica potrà fare ben poco per rassicurare i mercati, soprattutto visto che l’obiettivo numero uno è chiaramente l’inflazione, al momento eccessiva. Le banche centrali di tutto il mondo hanno adottato un orientamento restrittivo, con un livello e un ritmo di sincronizzazione senza precedenti. Nel corso della settimana si è assistito non solo ai rialzi ampiamente preannunciati della Federal Reserve statunitense (50 punti base), della Banca d’Inghilterra (25 punti base) e delle banche centrali di Brasile (100 punti base), Polonia (25 punti base), Colombia (100 punti base) e Cile (125 punti base), ma anche agli aumenti a sorpresa delle banche centrali di Australia (25 punti base) e India (40 punti base), che hanno fatto seguito all’inatteso rialzo operato la scorsa settimana dalla Riksbank svedese. Parallelamente, i toni restrittivi della Banca Centrale Europea (BCE) hanno superato qualsiasi aspettativa e numerosi membri del Comitato esecutivo danno praticamente per scontati un rialzo dei tassi a giugno o luglio, in anticipo rispetto alle precedenti stime di un inasprimento in autunno. I mercati si attendono ora che la BCE effettui 4 rialzi entro la fine del 2022.Naturalmente i tassi aumentano ovunque: il rendimento del Treasury decennale statunitense ha superato la soglia del 3% ed è ritornato ai massimi di dicembre 2018; il Bund tedesco è salito al di sopra dell’1% per la prima volta dal 2015 e i Gilt britannici hanno infranto il livello del 2%; il tasso ipotecario trentennale statunitense di riferimento ha raggiunto il 5,5%; infine, lo spread dei BTP decennali italiani rispetto ai Bund è pari a 200 punti base e il rendimento reale dei TIPS statunitensi è ora in territorio positivo. Di conseguenza, le valutazioni scendono, spinte al ribasso dalle aspettative di tassi sempre più alti. La domanda che si pone diviene quindi: “il continuo aumento dei tassi finalizzato a contenere l’inflazione spingerà le economie in recessione?”, dal momento che un tale sviluppo potrebbe incidere in maniera più significativa sulle valutazioni degli attivi rischiosi.Per quanto riguarda le probabilità di una recessione, vi sono elementi sia a favore che contro; in ultima istanza, questa dipenderà dalla tenacia e dalla persistenza dell’inflazione. Quello che è certo è che le possibilità di un atterraggio morbido si sono ulteriormente assottigliate, come è emerso chiaramente da alcuni estratti della conferenza stampa del presidente della Federal Reserve Powell: “c’è un modo per evitare una recessione”, “non sarà facile”, “sarà difficile”, mentre l’unica promessa è stata quella di un atterraggio “più o meno morbido”. Ma la notizia più clamorosa della settimana è giunta il giorno seguente, quando la Banca d’Inghilterra ha diffuso previsioni di crescita negativa per il Regno Unito nel 2023. La Banca d’Inghilterra ha avviato precocemente il proprio ciclo restrittivo alzando i tassi già a dicembre 2021, ma prevede fin da ora una “stretta senza precedenti sulle entrate delle famiglie” che causerà una stagnazione economica. Inoltre, “la maggior parte dei membri continua a ritenere che un ulteriore inasprimento potrebbe essere appropriato”, il che significa che non tutti sono di tale parere. Il giudizio della Banca d’Inghilterra è arrivato come una doccia fredda che ha ricordato l’inevitabile aumento delle probabilità di recessione. La Banca d’Inghilterra svolgerà il ruolo del proverbiale canarino nella miniera di carbone? È quello che i mercati intendono scoprire.

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LGIM: siamo già a fine ciclo, ma la recessione è lontana per quest’anno

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 febbraio 2022

Commento a cura di Emiel van den Heiligenberg, Head of Asset Allocation di LGIM. L’anno è iniziato da poco, eppure molto è già accaduto. Ad esempio, i rendimenti USA hanno guadagnato oltre 40 punti base fino a oggi e i mercati azionari sono crollati di quasi il 10% prima di recuperare il 5% nello spazio di tre giorni per poi di nuovo indebolirsi.L’inflazione continua a sorprendere anche in misura superiore alle nostre previsioni, che già erano al di sopra del consenso. Nel corso dell’anno potremmo assistere a un allentamento delle interruzioni sul lato dell’offerta, ma vi è una notevole incertezza sulla rapidità con cui questo potrà accadere. E, per ora, sembra avvenire più lentamente di quanto sperato in precedenza. Il mercato ha rapidamente accettato di dover scontare quasi sette rialzi dei tassi USA entro la fine dell’anno, mentre a fine 2021 se ne prevedevano solo due per l’anno nuovo.Le banche centrali, poi, sono di fronte a un dilemma. L’equilibrio per il futuro tra crescita e inflazione appare peggiore di quanto previsto. Ciò ha portato a una linea decisamente aggressiva senza alcun corrispondente aggiornamento delle prospettive di crescita. Tuttavia, l’aumento dell’inflazione potrebbe ancora vedere una correzione una tantum legata alle riaperture delle economie dalla pandemia e le forze disinflazionistiche che operavano in precedenza potrebbero riaffermarsi. Queste dinamiche di fine ciclo sono ancora più evidenti se guardiamo anche la performance delle asset class rispetto al ciclo stesso. La solida performance delle materie prime, l’appiattimento della curva e la performance al contrario debole del credito sono segnali tipici di un trend di fine ciclo.Nonostante gli indicatori, rimaniamo del parere che una recessione nei prossimi 12 mesi sia improbabile. I consumatori hanno accumulato molto risparmio, i tassi di crescita economica sono al di sopra del trend e le previsioni sull’inflazione nel lungo termine fanno sì che banche centrali possano procedere in modo graduale nei rialzi dei tassi, sebbene non si possano escludere un errore politico o reazioni istintive della Federal Reserve.Il nostro framework ci avverte che i rischi di correzione nei mercati azionari sono in aumento. Tuttavia, riteniamo che occorra un ulteriore rialzo del rischio di recessione per giustificare una correzione più vicina alla soglia del mercato ribassista del 20%. A parte il breve ma violento crollo del mercato azionario del 1987, negli ultimi 50 anni l’S&P 500 non è mai sceso di oltre il 20% al di fuori di un ambiente recessivo (sebbene ci sia andato vicino alcune volte).Nonostante l’attuale correzione sia a nostro avviso principalmente dovuta al re-pricing dei rialzi dei tassi, riteniamo che i titoli azionari di solito “digeriscano” bene i rialzi dei rendimenti obbligazionari. Tuttavia, può sempre verificarsi un’”indigestione temporanea” se l’aumento è rapido e se l’inflazione o una politica monetaria aggressiva sono i principali fattori trainanti. Questo, insieme al pricing del rischio geopolitico sui mercati, è quanto accaduto nelle ultime settimane. In questo momento, tuttavia, le mosse delle banche centrali sono prezzate correttamente, soprattutto perché un allentamento delle interruzioni sul lato dell’offerta potrebbe mascherare temporaneamente un surriscaldamento nei mesi a venire. Possiamo dire che su una scala da -3 a +3 manteniamo la nostra posizione +1 a medio termine nei portafogli multi-asset, ma in modo più tattico rispetto allo scorso anno. Ad esempio, vogliamo essere più prudenti in un eventuale buy the dip: nel 2021 abbiamo iniziato a valutare di aumentare marginalmente la nostra esposizione in prossimità di un calo azionario del 5%, ma ora aspetteremo livelli più bassi prima di considerare un aumento del rischio nel nostro portafoglio.Gli spread creditizi hanno seguito il trend dei mercati azionari durante il selloff. Sono passati da estremamente expensive a expensive e adesso attendiamo un’ulteriore discesa prima di mutare la nostra posizione sottopesata a medio termine nel settore del credito.

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Previsioni economiche di estate 2020: recessione ancor più grave, disparità ancor più ampie

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 luglio 2020

Secondo le previsioni economiche di estate 2020, l’economia della zona euro subirà una contrazione dell’8,7 % nel 2020, per poi crescere del 6,1 % nel 2021, mentre l’economia dell’UE si contrarrà dell’8,3 % nel 2020, per crescere del 5,8 % nel 2021. Per il 2020 è attesa pertanto una contrazione significativamente superiore ai livelli del 7,7 % per la zona euro e del 7,4 % per l’intera UE che figuravano nelle previsioni di primavera. Anche la crescita nel 2021 sarà leggermente meno consistente di quanto previsto in primavera.L’impatto della pandemia sull’attività economica è stato già considerevole nel primo trimestre del 2020, anche se la maggior parte degli Stati membri ha iniziato a introdurre misure di confinamento solo a partire da metà marzo. Con un secondo trimestre del 2020 caratterizzato da un periodo più lungo di perturbazioni e di confinamento, si prevede che la produzione economica avrà subito una contrazione significativamente maggiore rispetto al primo trimestre.Tuttavia i primi dati relativi a maggio e giugno indicano che il peggio potrebbe essere passato. Si prevede che la ripresa acquisti vigore nella seconda metà dell’anno, pur rimanendo incompleta e disomogenea tra gli Stati membri.Lo shock subito dall’economia dell’UE è simmetrico, in quanto la pandemia ha colpito tutti gli Stati membri, ma si prevede che tanto il calo della produzione nel 2020 quanto il ritmo della ripresa nel 2021 saranno caratterizzati da notevoli differenze. In base alle previsioni attuali, le differenze a livello di entità dell’impatto della pandemia e di rapidità del recupero nei diversi Stati membri saranno ancora più pronunciate rispetto a quanto previsto in primavera.
Le prospettive generali in materia di inflazione sono sostanzialmente immutate rispetto alle previsioni di primavera, anche se sono cambiate in modo significativo le forze sottostanti che determinano i prezzi.Sebbene i prezzi del petrolio e dei prodotti alimentari siano aumentati più del previsto, si prevede che l’effetto sia controbilanciato dalle prospettive economiche più deboli e dall’effetto delle riduzioni dell’IVA e di altre misure adottate in alcuni Stati membri.
L’inflazione nella zona euro, misurata dall’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA), è attualmente stimata allo 0,3% nel 2020 e all’1,1% nel 2021. A livello UE le previsioni indicano un’inflazione allo 0,6 % nel 2020 e all’1,3 % nel 2021.
La portata e la durata della pandemia e delle eventuali misure di contenimento che potrebbero rivelarsi necessarie rimangono essenzialmente un’incognita. Le previsioni si basano sulle ipotesi che le misure di contenimento andranno via via allentandosi e che non si verificherà una “seconda ondata” di contagi. Vi sono rischi concreti che il mercato del lavoro possa subire a lungo termine ripercussioni maggiori del previsto e che le difficoltà di liquidità possano tradursi in problemi di solvibilità per molte imprese. Vi sono inoltre rischi per la stabilità dei mercati finanziari ed esiste il pericolo che gli Stati membri non riescano a coordinare in misura sufficiente le risposte politiche nazionali. Anche l’eventuale mancata conclusione di un accordo sulle future relazioni commerciali tra il Regno Unito e l’UE potrebbe rallentare la crescita, in particolare nel Regno Unito. Più in generale, le politiche protezionistiche e un’eccessiva presa di distanza rispetto alle catene di produzione globali potrebbero inoltre incidere negativamente sugli scambi commerciali e sull’economia a livello mondiale.
Del piano di ripresa proposto della Commissione, che si incentra su un nuovo strumento, NextGenerationEU, le presenti previsioni non tengono conto, in quanto non è stato ancora approvato. Anche un accordo sulla proposta della Commissione è considerato quindi un rischio in senso positivo.
Dato che le future relazioni tra l’UE e il Regno Unito non sono ancora chiare, le proiezioni per il 2021 si fondano sull’ipotesi puramente tecnica dello status quo in termini di relazioni commerciali. Si tratta di un’ipotesi formulata unicamente a fini di previsione, che non comporta anticipazioni o pronostici sull’esito dei negoziati tra l’UE e il Regno Unito relativi alle loro relazioni future.
Le previsioni si basano su una serie di ipotesi tecniche relative ai tassi di cambio, ai tassi di interesse e ai prezzi delle materie prime, aggiornate al 26 giugno. Per tutti gli altri dati, comprese le ipotesi relative alle politiche governative, le previsioni tengono conto delle informazioni disponibili fino al 30 giugno incluso. A meno che le politiche non siano sufficientemente dettagliate e annunciate in modo credibile, le proiezioni presuppongono che restino invariate.Le prossime previsioni economiche della Commissione europea saranno le previsioni economiche d’autunno 2020, la cui pubblicazione è prevista per novembre 2020.

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