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Posts Tagged ‘recessione’

Tra inflazione, timori di recessione e transizione energetica: cosa aspettarsi da qui alla fine dell’anno

Posted by fidest press agency su sabato, 1 ottobre 2022

A cura di William Davies, Global Chief Investment Officer di Columbia Threadneedle Investments. In termini di inflazione, abbiamo visto i prezzi aumentare a livelli inimmaginabili da inizio anno, trainati in parte dal costo delle materie prime, comprese le quotazioni petrolifere. Sebbene ci sia stato un rallentamento della crescita inflattiva, l’inflazione resta ancora alta: negli Stati Uniti ha toccato l’8,3% ad agosto (battendo le aspettative di 8,1%), mentre in zona Euro si attesta al 9,1%. Tuttavia, dobbiamo riconoscere che il ritmo dell’aumento dei prezzi del petrolio e della benzina – osservato soprattutto nella prima metà del 2022 – difficilmente proseguirà anche nel 2023. Pertanto, anche se i prezzi rimarranno elevati, il ritmo dei rincari sarà inferiore rispetto all’inizio dell’anno. Le banche centrali, per fronteggiare questa straordinaria inflazione, hanno intrapreso una linea dura, con Fed e BCE che hanno alzato entrambe i tassi di 75punti base a settembre. Come effetto di queste politiche restrittive, adottate per smorzare la domanda, dovremmo osservare un calo dell’inflazione verso fine anno e con l’avvento del 2023. Il processo di transizione energetica, verso l’azzeramento delle emissioni nette, risulta piuttosto interessante se consideriamo ciò che è già accaduto con l’aumento dei prezzi delle commodity. Il rincaro delle materie prime, infatti, ha fatto salire notevolmente l’attrattiva relativa degli investimenti alternativi, determinando un incremento degli investimenti in questo segmento in futuro. Tuttavia, riteniamo che occorrerebbe riflettere approfonditamente prima di dare credito a chi sostiene la necessità di interrompere la produzione di combustibili fossili dall’oggi al domani. Occorre evitare una transizione troppo rapida in un momento in cui non sono disponibili alternative. In caso contrario, il prezzo delle commodity aumenterebbe, proprio com’è avvenuto con il petrolio. E quando ciò accade, le implicazioni sociali sono alquanto significative, soprattutto per le persone meno abbienti che tendono a spendere una quota maggiore del loro reddito in energia, riscaldamento e generi alimentari. Sono, infatti, queste fasce della popolazione a risentire maggiormente dei movimenti di prezzo repentini. Per queste ragioni, la transizione verso le energie alternative va certamente sostenuta, ma dobbiamo fare in modo che sia ben gestita e diluita nel tempo in modo tale da minimizzare l’impatto sociale negativo delle variazioni di prezzo. Abbiamo assistito a un aumento dei prezzi delle materie prime alla vigilia dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Dopo l’invasione, il petrolio e i prodotti alimentari hanno evidenziato un ulteriore rincaro. Il prezzo del greggio nel terzo trimestre 2022 scambiava tra circa i 90 e i 110 dollari al barile. Guardando al futuro, via via che gli investitori inizieranno a considerare la potenziale distruzione della domanda causata dal rallentamento economico, riteniamo che il prezzo del petrolio non sarà necessariamente destinato ad aumentare in misura significativa rispetto ai livelli attuali. Tuttavia, teniamo a sottolineare che questo scenario presenta dei rischi, alla luce del fatto che la Russia potrebbe interrompere le forniture di petrolio o di gas naturale questo inverno, generando un nuovo balzo dei prezzi delle materie prime. Il nostro scenario di base prevede quindi una pressione minore sull’aumento dei prezzi. Tuttavia, non possiamo escludere che l’incertezza persistente a un certo punto possa far salire i prezzi.Il conflitto in Ucraina, infatti, è ancora in pieno svolgimento. Con l’arrivo dell’inverno, soprattutto in Europa, sorgeranno timori sulle effettive capacità di approvvigionamento di gas naturale nel continente e, di conseguenza, del mantenimento dei livelli di produzione industriale, garantendo la redditività di alcune aziende europee. Le molteplici ripercussioni, politiche ed economiche, della guerra sembrano pertanto destinate a durare.I titoli azionari hanno assistito a una prima metà dell’anno difficile, seguita poi da un recente rally estivo, ma non prevediamo un recupero delle perdite da parte dei mercati entro la fine dell’anno. Questo, però, può offrire opportunità agli investitori. Riteniamo che le azioni statunitensi abbiano potenziale, poiché l’economia americana è più autosufficiente di quella della maggior parte dei Paesi europei o dei mercati emergenti. Inoltre, le aziende americane sono incentivate non solo a sviluppare prodotti più sostenibili – ad esempio i veicoli elettrici – ma anche a rifornirsi di componenti a livello nazionale, incoraggiando così il re-shoring che sosterrà la crescita economica. Per quanto riguarda il reddito fisso, privilegiamo le obbligazioni di qualità superiore, che ci aspettiamo siano meno influenzate dall’incertezza del mercato.

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Recessione, crisi energetica e fiducia

Posted by fidest press agency su sabato, 1 ottobre 2022

A cura di James Lindley, gestore tassi globali, team obbligazionario di Columbia Threadneedle Investments. L’Italia rimane un ingranaggio di vitale importanza all’interno del progetto dell’eurozona. Il governo uscente ha consolidato questa posizione, infondendo fiducia ai politici europei e agli operatori di mercato sulla direzione di marcia dell’economia italiana e sull’impegno nei confronti dell’Europa. Questa fiducia ha permesso al governo Draghi di concentrare risorse in settori che sostengono l’economia in questo periodo in cui i prezzi energetici hanno subito un’impennata senza precedenti, generando anche benefici a lungo termine attraverso le riforme. La fiducia è uno dei beni più importanti per i mercati. Il cambio di governo potrebbe mettere a dura prova la fiducia degli operatori di mercato. Attualmente in Italia la coalizione di centro-destra ha cercato di dissipare i timori di un allontanamento dell’Italia dall’Europa, ma rimangono alcune preoccupazioni legate alla possibilità di dare forza alle voci più estremiste all’interno della coalizione di maggioranza, innescando un confitto tra la Commissione europea e il governo italiano.Dalla crisi dell’eurozona del 2010/11, l’Italia ha faticato a riscuotere un significativo appeal tra alcuni dei nostri investitori, molti dei quali provengono da Paesi del Nord Europa: questo ci ha portato in passato ad assumere poche posizioni sull’Italia. Tuttavia, in seguito alla significativa sottoperformance dell’Italia durante le prime fasi della pandemia da COVID-19, abbiamo assunto una posizione più positiva, ritenendo che vi fosse un ampio margine di rialzo grazie agli ingenti acquisti di debito da parte della BCE e, cosa altrettanto importante, al Recovery Fund, che a nostro avviso ha rappresentato un passo significativo verso la mutualizzazione del debito.Queste dinamiche sono ora cambiate. La BCE non sta più acquistando debito italiano su base netta e potrebbe avviare il “quantitative tightening” nei prossimi mesi. Inoltre, la situazione politica italiana è diventata più incerta: siamo in attesa di capire se il nuovo governo opterà per un aumento del deficit fiscale e soprattutto come si relazionerà con la Commissione europea. Sebbene la volontà dell’Europa appaia più forte che mai, temiamo che una recessione combinata con il razionamento del gas naturale possa indebolire tale determinazione e portare a un’ulteriore sottoperformance dell’Italia, data la sua forte dipendenza dal gas russo.Per quanto riguarda la nostra view sui titoli di Stato italiani, nel breve termine, temiamo che la combinazione tra la fine degli acquisti netti di attività da parte della BCE, il possibile “quantitative tightening” e ulteriori rialzi dei tassi, nonché l’ipotesi di un nuovo governo non ancora collaudato, potrebbe avere un impatto negativo sui titoli di Stato. Con la stretta monetaria e la compressione dei proventi, uno scenario recessivo appare sempre più probabile, cosa che verosimilmente metterà sotto pressione i deficit fiscali. Dato l’elevato contesto inflazionistico, non riteniamo che la BCE possa ricominciare a breve gli acquisti e quindi gli acquirenti del debito italiano saranno operatori più sensibili al prezzo e potrebbero richiedere rendimenti più elevati per compensare il rischio aggiuntivo.Nel lungo termine, lo strumento di protezione del meccanismo di trasmissione della politica monetaria (TPI), recentemente introdotto dalla BCE, dovrebbe contribuire a mettere un freno agli spread dei Paesi, ma è improbabile che venga attivato fino a quando non si verificheranno ulteriori tensioni sul mercato. Prevediamo, inoltre, che l’eurozona continuerà a gravitare verso un’ulteriore mutualizzazione che dovrebbe essere di supporto al debito italiano, anche se questo potrebbe cambiare con l’evolversi dello scenario politico.In riferimento al mercato obbligazionario corporate, attualmente, la performance delle obbligazioni societarie italiane è rimasta allineata a quella dei mercati del credito della zona euro. Di conseguenza, fatichiamo a vedere molte opportunità in Italia in questo momento, soprattutto per la significativa esposizione dell’economia italiana al gas russo.

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Recessione economica: i ricercatori italiani ci avevano avvertito

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 settembre 2022

Secondo l’ultima dichiarazione dell’agenzia di rating Fitch l’Italia entrerà in recessione nel 2023 a causa della situazione geo-politica internazionale e della crisi energetica ad essa collegata. Di fatto, come dichiarato, la crescita economica del secondo semestre 2022 non sarà sufficiente a colmare gli effetti avversi della crisi energetica, del prezzo delle commodity, dell’inflazione e dell’aumento dei saggi di interesse imposto dalla BCE. Eppure, questa notizia non dovrebbe meravigliarci dal momento che dal mese di agosto i Proff. Marco Mele della Unicusano e Cosimo Magazzino di Roma Tre avevano lanciato l’allarme su una possibile recessione per il nostro paese.In un loro studio, pubblicato su Energy Reports e riportato sulle maggiori testate giornalistiche italiane, si era dimostrato empiricamente come la riduzione del consumo di gas (energia) avrebbe generato un effetto negativo sulla crescita economica del PIL italiano. Gli autori avevano anche sottolineato come l’Italia sarebbe stata tra i paesi più vulnerabili dell’Unione Europea a causa della forte dipendenza di circa il 40% delle forniture di gas dall’estero e che difficilmente sostituti energetici alle importazioni avrebbero alleviato il fardello.Ed ora Ficth sembra dare ragione ai due economisti affermando che anche in caso l’Italia riuscisse a sostituire l’80% delle risorse provenienti dal mercato russo, l’offerta totale di gas nel Paese si contrarrebbe ugualmente di circa il 5%-10%, generando un effetto a cascata sul settore produttivo italiano. A questo punto ci si domanda come mai, a fronte di una evidenza empirica, non siano stati presi provvedimenti maggiormente tempestivi per evitare una recessione preannunciata.Di certo, come fa notare il Prof. Marco Mele, Prof. Associato di Politica Economica “l’aumento dei saggi di interesse volto a raffreddare il livello generare dei prezzi non ha certamente aiutato ma quello che maggiormente preoccupa, è quanto sta accadendo al comparto delle nostre PMI. Esse stavano superando la fase più acuta della crisi pandemica e dal 2021 i conti economici delle piccole e medie imprese stavano facendo registrare importanti segnali di ripresa. Ed ora, continua l’economista, il processo di ripresa delle PMI potrebbe riportare un rallentamento che si trasferirà indubbiamente su tutta la crescita economica italiana”. Queste parole coincidono con quanto dichiarato ultimamente da Confindustria relativamente alla necessità di agire rapidamente con interventi diversificati sia a livello nazionale che regionale volti al sostegno della competitività delle imprese del nostro territorio.

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USA: una strana recessione?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 settembre 2022

A cura di Richard Flax, Chief Investment Officer Moneyfarm.A partire da quest’estate, una delle questioni che ha più appassionato investitori, addetti ai lavori e politici è stata stabilire se l’economia americana sia effettivamente entrata in recessione. La questione è della massima importanza se si considera che l’America è il primo mercato nel quale si concentrano gli investimenti italiani.In base alla regola secondo cui si entra in recessione dopo “due trimestri consecutivi nei quali l’economia fa segnare livelli di crescita negativi”, gli Stati Uniti sarebbero entrati in recessione all’inizio dell’estate 2022. Tuttavia, secondo molti economisti, un approccio meramente basato sul dato di crescita del Pil non sarebbe appropriato, mentre una recessione scatterebbe nel caso di un peggioramento significativo, duraturo e diffuso dell’economia e, in questo caso, difficilmente si potrebbe argomentare che l’economia americana sia entrata in una fase di contrazione.Ci sono, per esempio, segnali estremamente positivi che vengono dal mercato del lavoro, che continua a registrare piena occupazione e crescita nominale dei salari. Il Pil nominale è in crescita, anche se risulta leggermente in calo se si considera l’effetto dell’inflazione. Nell’ultimo trimestre le aziende quotate hanno continuato a registrare utili in crescita (anche se in rallentamento) e il commercio mondiale cresce. Addirittura in Europa, nonostante la crisi energetica, i mercati continuano ad aspettarsi utili in rialzo, i consumi delle famiglie reggono e anche alcuni indicatori di sentiment come l’ISM manufacturing indicator fanno registrare dati tutto sommato positivi. Tuttavia, osservando i dati a maggiore frequenza, si trovano anche degli indicatori che evidenziano come gli Stati Uniti possano ancora evitare una recessione. Un ruolo fondamentale, probabilmente cruciale, lo avrà la capacità delle banche centrali di contrastare l’inflazione in modo non traumatico (cd “atterraggio leggero”). I tassi di interesse hanno iniziato a salire (e dovrebbero aumentare ulteriormente), ed è ragionevole sostenere che l’economia non ne abbia ancora risentito a pieno. In primo luogo, come abbiamo spiegato, i dati macro dagli Stati Uniti non sono ancora allarmanti, come emerge dal grafico seguente, che mostra le indagini ISM per il settore manifatturiero e dei servizi. È anche ragionevole sostenere che l’economia stia iniziando a reagire a una politica monetaria più restrittiva. Di solito sono necessari diversi trimestri prima che l’impatto dei tassi più alti si faccia strada nell’economia reale. Ma stiamo iniziando già ad apprezzare tutto sommato l’impatto sulle aspettative di inflazione, con il dato di agosto che non ha invertito il trend al ribasso delle aspettative di inflazione a un anno. (abstract)

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Capital Group: Gli Stati Uniti sono già in recessione?

Posted by fidest press agency su domenica, 21 agosto 2022

By Diana Wagner, gestore di portafoglio azionario di Capital Group. L’economia statunitense è in recessione o no? Questa è la domanda che si pongono molti investitori, dato che il prodotto interno lordo (PIL) degli Stati Uniti è diminuito per due trimestri consecutivi nella prima metà dell’anno, una definizione comunemente riconosciuta di recessione. Tuttavia, con una crescita costante dei posti di lavoro, un tasso di disoccupazione ai minimi storici e una solida crescita dei consumi, non sembra una recessione che la maggior parte delle persone ricorderebbe. Qual è dunque la conclusione? Dipende dall’interlocutore. Con i prezzi dei generi alimentari, dell’energia e degli alloggi che aumentano più rapidamente dei salari, il consumatore americano medio probabilmente direbbe di sì. A nostro avviso, o siamo sull’orlo di una recessione o ci stiamo già entrando.L’arbitro ufficiale in fatto di recessioni negli USA, il National Bureau of Economic Research (NBER), impiega un po’ di tempo per esprimere il proprio parere. L’organizzazione prende in considerazione molti fattori oltre al PIL, tra cui i livelli di occupazione, il reddito delle famiglie e la produzione industriale. Poiché di solito il NBER non rivela i suoi risultati fino a sei-nove mesi dopo l’inizio di una recessione, è possibile che l’annuncio ufficiale non arrivi prima dell’anno prossimo. È giusto dire che alla maggior parte dei consumatori probabilmente non interessa cosa pensa il NBER. Vedono un’inflazione superiore al 9%, prezzi dell’energia in forte aumento e vendite di case in calo. Essi sentono l’impatto di questi dati. Il mercato del lavoro è uno degli unici dati che non segnala una recessione in questo momento.Tuttavia, questo numeri riflettono uno squilibrio tra domanda e offerta in un’economia che non si è ancora ripresa del tutto dalla pandemia. Nei prossimi mesi si prevede il ritorno di un maggior numero di persone in cerca di lavoro. Ciò dovrebbe far aumentare il tasso di disoccupazione, in quanto le aziende ridurranno le assunzioni.La spesa dei consumatori, invece, è aumentata dell’1,1% a giugno. In apparenza si tratta di un dato molto positivo, ma aggiustato per l’inflazione è sostanzialmente piatto. Inoltre, riflette l’aumento della spesa per beni di prima necessità, come l’assistenza sanitaria e l’abitazione, e nasconde il calo delle categorie di beni discrezionali come l’abbigliamento e il tempo libero.Un altro segnale preoccupante è il rapido calo delle vendite di nuove case. Con l’aumento aggressivo dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve per combattere l’inflazione, i tassi dei mutui sono saliti alle stelle negli ultimi mesi, innescando una brusca reazione nel mercato immobiliare. Il mese scorso gli acquisti di nuove case unifamiliari sono scesi dell’8,1%, il calo maggiore in più di due anni. Le vendite di case di proprietà sono crollate del 5,4%, il quinto mese consecutivo di ribassi. Inoltre, il drastico aumento dei prezzi delle case durante la pandemia solleva preoccupazioni circa una potenziale e dolorosa correzione.Se ci stiamo avviando verso un periodo di recessione, il lato positivo potrebbe essere rappresentato dal rientro delle pressioni inflazionistiche estreme registrate nell’ultimo anno. In effetti, alcuni sostengono che l’inflazione sia andata così fuori controllo che potrebbe essere necessaria una recessione sostanziale per riportarla all’obiettivo del 2% fissato dalla Fed.Siamo dunque in un nuovo regime inflazionistico? A nostro avviso, no. È probabile che i prezzi al consumo scendano nei prossimi mesi a causa della recessione e del calo della domanda. In questo caso, il mercato obbligazionario potrebbe aver superato il momento peggiore, dato che la Fed sta valutando se può continuare ad aumentare i tassi di interesse in presenza di una recessione economica. In effetti, il mercato obbligazionario sta già prezzando le aspettative che la Fed taglierà i tassi più volte nel 2023. Ci sono molti segnali che indicano che l’inflazione ha raggiunto il suo picco, come il calo dei prezzi della benzina da metà giugno, del grano, del mais e di altre materie prime da metà maggio. Questo potrebbe dare alla Fed la copertura necessaria per sostenere la crescita economica, pur continuando a prendere sul serio l’inflazione.Nel frattempo, ci aspettiamo una maggiore volatilità man mano che il mercato si adegua alla politica monetaria più restrittiva. Per quanto riguarda i portafogli, ciò significa orientarsi verso investimenti di qualità superiore, tra cui i Treasury statunitensi e i titoli garantiti da ipoteca agency, ma anche cercare opportunità nelle obbligazioni societarie e dei mercati emergenti, dove gli investitori vengono ricompensati per il crescente rischio di recessione.Analogamente, nei mercati azionari, l’individuazione di società di alta qualità con flussi di cassa costanti e margini di profitto affidabili è fondamentale per superare le recessioni. Le società con dividendi solidi e in crescita sono particolarmente interessanti.In questo contesto, siamo orientati ad investire in società i cui fondamentali reggeranno relativamente meglio. Il potere di determinazione dei prezzi e la stabilità della domanda sono elementi importanti.Preferiamo un portafoglio relativamente concentrato, adatto a tutte le stagioni e in grado di performare in diversi contesti di mercato. Le nostre partecipazioni principali sono le società di assistenza sanitaria, di software e di assicurazioni. Stiamo considerando anche i beni di consumo, ma bisogna essere molto selettivi in questo settore perché alcune valutazioni sono diventate piuttosto elevate.

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Robeco: L’high yield statunitense invia un segnale di recessione?

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 giugno 2022

A cura di Colin Graham, Head of Multi-Asset Strategies di Robeco. Un’area distinta, ma correlata, che gli investitori tengono d’occhio è rappresentata dal mercato obbligazionario high yield statunitense, l’unica importante asset class che ha registrato deflussi netti negli ultimi 12 mesi. I titoli high yield sono emessi da società che hanno un rating creditizio inferiore a investment grade perché i loro business sono più rischiosi, il che le rende più esposte a un default in caso di recessione. I recenti dati macroeconomici delle economie in via di sviluppo indicano un rallentamento della dinamica di espansione, e l’allarme sull’inflazione si sta trasformando in un allarme sulla crescita; di conseguenza, osserviamo con interesse il mercato high yield statunitense.Il timore che la Federal Reserve non sia in grado di orchestrare un atterraggio morbido trova riscontro nell’analisi storica e, visti gli attuali livelli di inflazione e disoccupazione, ci sentiamo in sintonia con questo punto di vista. L’argomentazione opposta è che la Fed ha qualche margine di manovra per attenuare le eccessive tensioni sul mercato del lavoro, poiché un modesto aumento della disoccupazione sarebbe un fattore positivo ai fini dell’allungamento del ciclo, permettendo alla banca centrale di interrompere i rialzi dei tassi.Un potenziale problema è dato dal fatto che i titoli del settore dei beni voluttuari rappresentano oggi la parte più consistente del mercato high yield, con il 20% degli emittenti, mentre l’energia si colloca intorno al 14%. Di conseguenza, l’high yield si conferma un’asset class molto ciclica, per la quale i livelli di occupazione e di spesa per consumi saranno un fattore chiave. Se si esclude una recessione, gli attuali livelli di rendimento delle emissioni high yield appaiono interessanti e l’allarme sulla crescita è già scontato nelle valutazioni. Se consideriamo il nostro scenario di investimento principale, i bilanci di consumatori e imprese sono in buone condizioni. Gli eccessi che abbiamo riscontrato nelle precedenti recessioni sono assenti dai luoghi più ovvi (tranne forse i bilanci pubblici), il che ci induce a credere che il rischio di recessione su un orizzonte di 12 mesi non sia elevato. Riteniamo che i rischi per l’high yield siano più simmetrici delle prospettive di recessione attualmente riflesse negli spread: le probabilità di default sono ancora basse e la Fed sospenderà i rialzi dei tassi nel corso dell’anno. Quindi, per il momento non siamo eccessivamente preoccupati.

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PIMCO: Recessione? Non è inevitabile

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 Maggio 2022

A cura di Geraldine Sundstrom, Portfolio Manager Asset Allocation di PIMCO Questo è il linguaggio che le banche centrali hanno recentemente deciso di adottare nel parlare di una possibile recessione. Naturalmente tale retorica potrà fare ben poco per rassicurare i mercati, soprattutto visto che l’obiettivo numero uno è chiaramente l’inflazione, al momento eccessiva. Le banche centrali di tutto il mondo hanno adottato un orientamento restrittivo, con un livello e un ritmo di sincronizzazione senza precedenti. Nel corso della settimana si è assistito non solo ai rialzi ampiamente preannunciati della Federal Reserve statunitense (50 punti base), della Banca d’Inghilterra (25 punti base) e delle banche centrali di Brasile (100 punti base), Polonia (25 punti base), Colombia (100 punti base) e Cile (125 punti base), ma anche agli aumenti a sorpresa delle banche centrali di Australia (25 punti base) e India (40 punti base), che hanno fatto seguito all’inatteso rialzo operato la scorsa settimana dalla Riksbank svedese. Parallelamente, i toni restrittivi della Banca Centrale Europea (BCE) hanno superato qualsiasi aspettativa e numerosi membri del Comitato esecutivo danno praticamente per scontati un rialzo dei tassi a giugno o luglio, in anticipo rispetto alle precedenti stime di un inasprimento in autunno. I mercati si attendono ora che la BCE effettui 4 rialzi entro la fine del 2022.Naturalmente i tassi aumentano ovunque: il rendimento del Treasury decennale statunitense ha superato la soglia del 3% ed è ritornato ai massimi di dicembre 2018; il Bund tedesco è salito al di sopra dell’1% per la prima volta dal 2015 e i Gilt britannici hanno infranto il livello del 2%; il tasso ipotecario trentennale statunitense di riferimento ha raggiunto il 5,5%; infine, lo spread dei BTP decennali italiani rispetto ai Bund è pari a 200 punti base e il rendimento reale dei TIPS statunitensi è ora in territorio positivo. Di conseguenza, le valutazioni scendono, spinte al ribasso dalle aspettative di tassi sempre più alti. La domanda che si pone diviene quindi: “il continuo aumento dei tassi finalizzato a contenere l’inflazione spingerà le economie in recessione?”, dal momento che un tale sviluppo potrebbe incidere in maniera più significativa sulle valutazioni degli attivi rischiosi.Per quanto riguarda le probabilità di una recessione, vi sono elementi sia a favore che contro; in ultima istanza, questa dipenderà dalla tenacia e dalla persistenza dell’inflazione. Quello che è certo è che le possibilità di un atterraggio morbido si sono ulteriormente assottigliate, come è emerso chiaramente da alcuni estratti della conferenza stampa del presidente della Federal Reserve Powell: “c’è un modo per evitare una recessione”, “non sarà facile”, “sarà difficile”, mentre l’unica promessa è stata quella di un atterraggio “più o meno morbido”. Ma la notizia più clamorosa della settimana è giunta il giorno seguente, quando la Banca d’Inghilterra ha diffuso previsioni di crescita negativa per il Regno Unito nel 2023. La Banca d’Inghilterra ha avviato precocemente il proprio ciclo restrittivo alzando i tassi già a dicembre 2021, ma prevede fin da ora una “stretta senza precedenti sulle entrate delle famiglie” che causerà una stagnazione economica. Inoltre, “la maggior parte dei membri continua a ritenere che un ulteriore inasprimento potrebbe essere appropriato”, il che significa che non tutti sono di tale parere. Il giudizio della Banca d’Inghilterra è arrivato come una doccia fredda che ha ricordato l’inevitabile aumento delle probabilità di recessione. La Banca d’Inghilterra svolgerà il ruolo del proverbiale canarino nella miniera di carbone? È quello che i mercati intendono scoprire.

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LGIM: siamo già a fine ciclo, ma la recessione è lontana per quest’anno

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 febbraio 2022

Commento a cura di Emiel van den Heiligenberg, Head of Asset Allocation di LGIM. L’anno è iniziato da poco, eppure molto è già accaduto. Ad esempio, i rendimenti USA hanno guadagnato oltre 40 punti base fino a oggi e i mercati azionari sono crollati di quasi il 10% prima di recuperare il 5% nello spazio di tre giorni per poi di nuovo indebolirsi.L’inflazione continua a sorprendere anche in misura superiore alle nostre previsioni, che già erano al di sopra del consenso. Nel corso dell’anno potremmo assistere a un allentamento delle interruzioni sul lato dell’offerta, ma vi è una notevole incertezza sulla rapidità con cui questo potrà accadere. E, per ora, sembra avvenire più lentamente di quanto sperato in precedenza. Il mercato ha rapidamente accettato di dover scontare quasi sette rialzi dei tassi USA entro la fine dell’anno, mentre a fine 2021 se ne prevedevano solo due per l’anno nuovo.Le banche centrali, poi, sono di fronte a un dilemma. L’equilibrio per il futuro tra crescita e inflazione appare peggiore di quanto previsto. Ciò ha portato a una linea decisamente aggressiva senza alcun corrispondente aggiornamento delle prospettive di crescita. Tuttavia, l’aumento dell’inflazione potrebbe ancora vedere una correzione una tantum legata alle riaperture delle economie dalla pandemia e le forze disinflazionistiche che operavano in precedenza potrebbero riaffermarsi. Queste dinamiche di fine ciclo sono ancora più evidenti se guardiamo anche la performance delle asset class rispetto al ciclo stesso. La solida performance delle materie prime, l’appiattimento della curva e la performance al contrario debole del credito sono segnali tipici di un trend di fine ciclo.Nonostante gli indicatori, rimaniamo del parere che una recessione nei prossimi 12 mesi sia improbabile. I consumatori hanno accumulato molto risparmio, i tassi di crescita economica sono al di sopra del trend e le previsioni sull’inflazione nel lungo termine fanno sì che banche centrali possano procedere in modo graduale nei rialzi dei tassi, sebbene non si possano escludere un errore politico o reazioni istintive della Federal Reserve.Il nostro framework ci avverte che i rischi di correzione nei mercati azionari sono in aumento. Tuttavia, riteniamo che occorra un ulteriore rialzo del rischio di recessione per giustificare una correzione più vicina alla soglia del mercato ribassista del 20%. A parte il breve ma violento crollo del mercato azionario del 1987, negli ultimi 50 anni l’S&P 500 non è mai sceso di oltre il 20% al di fuori di un ambiente recessivo (sebbene ci sia andato vicino alcune volte).Nonostante l’attuale correzione sia a nostro avviso principalmente dovuta al re-pricing dei rialzi dei tassi, riteniamo che i titoli azionari di solito “digeriscano” bene i rialzi dei rendimenti obbligazionari. Tuttavia, può sempre verificarsi un’”indigestione temporanea” se l’aumento è rapido e se l’inflazione o una politica monetaria aggressiva sono i principali fattori trainanti. Questo, insieme al pricing del rischio geopolitico sui mercati, è quanto accaduto nelle ultime settimane. In questo momento, tuttavia, le mosse delle banche centrali sono prezzate correttamente, soprattutto perché un allentamento delle interruzioni sul lato dell’offerta potrebbe mascherare temporaneamente un surriscaldamento nei mesi a venire. Possiamo dire che su una scala da -3 a +3 manteniamo la nostra posizione +1 a medio termine nei portafogli multi-asset, ma in modo più tattico rispetto allo scorso anno. Ad esempio, vogliamo essere più prudenti in un eventuale buy the dip: nel 2021 abbiamo iniziato a valutare di aumentare marginalmente la nostra esposizione in prossimità di un calo azionario del 5%, ma ora aspetteremo livelli più bassi prima di considerare un aumento del rischio nel nostro portafoglio.Gli spread creditizi hanno seguito il trend dei mercati azionari durante il selloff. Sono passati da estremamente expensive a expensive e adesso attendiamo un’ulteriore discesa prima di mutare la nostra posizione sottopesata a medio termine nel settore del credito.

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Previsioni economiche di estate 2020: recessione ancor più grave, disparità ancor più ampie

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 luglio 2020

Secondo le previsioni economiche di estate 2020, l’economia della zona euro subirà una contrazione dell’8,7 % nel 2020, per poi crescere del 6,1 % nel 2021, mentre l’economia dell’UE si contrarrà dell’8,3 % nel 2020, per crescere del 5,8 % nel 2021. Per il 2020 è attesa pertanto una contrazione significativamente superiore ai livelli del 7,7 % per la zona euro e del 7,4 % per l’intera UE che figuravano nelle previsioni di primavera. Anche la crescita nel 2021 sarà leggermente meno consistente di quanto previsto in primavera.L’impatto della pandemia sull’attività economica è stato già considerevole nel primo trimestre del 2020, anche se la maggior parte degli Stati membri ha iniziato a introdurre misure di confinamento solo a partire da metà marzo. Con un secondo trimestre del 2020 caratterizzato da un periodo più lungo di perturbazioni e di confinamento, si prevede che la produzione economica avrà subito una contrazione significativamente maggiore rispetto al primo trimestre.Tuttavia i primi dati relativi a maggio e giugno indicano che il peggio potrebbe essere passato. Si prevede che la ripresa acquisti vigore nella seconda metà dell’anno, pur rimanendo incompleta e disomogenea tra gli Stati membri.Lo shock subito dall’economia dell’UE è simmetrico, in quanto la pandemia ha colpito tutti gli Stati membri, ma si prevede che tanto il calo della produzione nel 2020 quanto il ritmo della ripresa nel 2021 saranno caratterizzati da notevoli differenze. In base alle previsioni attuali, le differenze a livello di entità dell’impatto della pandemia e di rapidità del recupero nei diversi Stati membri saranno ancora più pronunciate rispetto a quanto previsto in primavera.
Le prospettive generali in materia di inflazione sono sostanzialmente immutate rispetto alle previsioni di primavera, anche se sono cambiate in modo significativo le forze sottostanti che determinano i prezzi.Sebbene i prezzi del petrolio e dei prodotti alimentari siano aumentati più del previsto, si prevede che l’effetto sia controbilanciato dalle prospettive economiche più deboli e dall’effetto delle riduzioni dell’IVA e di altre misure adottate in alcuni Stati membri.
L’inflazione nella zona euro, misurata dall’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA), è attualmente stimata allo 0,3% nel 2020 e all’1,1% nel 2021. A livello UE le previsioni indicano un’inflazione allo 0,6 % nel 2020 e all’1,3 % nel 2021.
La portata e la durata della pandemia e delle eventuali misure di contenimento che potrebbero rivelarsi necessarie rimangono essenzialmente un’incognita. Le previsioni si basano sulle ipotesi che le misure di contenimento andranno via via allentandosi e che non si verificherà una “seconda ondata” di contagi. Vi sono rischi concreti che il mercato del lavoro possa subire a lungo termine ripercussioni maggiori del previsto e che le difficoltà di liquidità possano tradursi in problemi di solvibilità per molte imprese. Vi sono inoltre rischi per la stabilità dei mercati finanziari ed esiste il pericolo che gli Stati membri non riescano a coordinare in misura sufficiente le risposte politiche nazionali. Anche l’eventuale mancata conclusione di un accordo sulle future relazioni commerciali tra il Regno Unito e l’UE potrebbe rallentare la crescita, in particolare nel Regno Unito. Più in generale, le politiche protezionistiche e un’eccessiva presa di distanza rispetto alle catene di produzione globali potrebbero inoltre incidere negativamente sugli scambi commerciali e sull’economia a livello mondiale.
Del piano di ripresa proposto della Commissione, che si incentra su un nuovo strumento, NextGenerationEU, le presenti previsioni non tengono conto, in quanto non è stato ancora approvato. Anche un accordo sulla proposta della Commissione è considerato quindi un rischio in senso positivo.
Dato che le future relazioni tra l’UE e il Regno Unito non sono ancora chiare, le proiezioni per il 2021 si fondano sull’ipotesi puramente tecnica dello status quo in termini di relazioni commerciali. Si tratta di un’ipotesi formulata unicamente a fini di previsione, che non comporta anticipazioni o pronostici sull’esito dei negoziati tra l’UE e il Regno Unito relativi alle loro relazioni future.
Le previsioni si basano su una serie di ipotesi tecniche relative ai tassi di cambio, ai tassi di interesse e ai prezzi delle materie prime, aggiornate al 26 giugno. Per tutti gli altri dati, comprese le ipotesi relative alle politiche governative, le previsioni tengono conto delle informazioni disponibili fino al 30 giugno incluso. A meno che le politiche non siano sufficientemente dettagliate e annunciate in modo credibile, le proiezioni presuppongono che restino invariate.Le prossime previsioni economiche della Commissione europea saranno le previsioni economiche d’autunno 2020, la cui pubblicazione è prevista per novembre 2020.

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La recessione economica causata dal COVID-19 colpisce duramente i rifugiati siriani

Posted by fidest press agency su venerdì, 19 giugno 2020

Il numero di rifugiati vulnerabili che non dispongono delle risorse essenziali per sopravvivere in esilio è aumentato drasticamente per effetto dell’emergenza di salute pubblica. Le comunità che accolgono rifugiati nei Paesi confinanti con la Siria vivono privazioni analoghe. Molti rifugiati hanno perso quelli che erano redditi già esigui, ritrovandosi costretti a ridurre i consumi più essenziali, compresi l’acquisto di cibo e farmaci.Le famiglie rifugiate si stanno indebitando sempre di più e non riescono a pagare l’affitto. I rischi relativi alla protezione sono in aumento, compresi quelli legati a lavoro minorile, violenza sessuale e di genere, matrimonio precoce e altre forme di sfruttamento.Dall’inizio della crisi sanitaria, l’UNHCR ha erogato assistenza d’emergenza in contanti a un numero aggiuntivo di quasi 200.000 rifugiati presenti in Egitto, Iraq, Giordania, Libano e Turchia che, in precedenza, non avevano ricevuto aiuti finanziari, e ha implementato altre misure volte ad attenuare l’impatto della pandemia. Questi cinque Paesi, da soli, accolgono oltre 5,5 milioni di siriani, la popolazione di rifugiati più numerosa su scala mondiale. L’agenzia intende garantire aiuti ad almeno altri 100.000 rifugiati mediante pagamenti una tantum.Tuttavia, molti rifugiati non sanno ancora in che modo faranno fronte alla crisi. In Giordania, per esempio, solo 17.000 su 49.000 famiglie vulnerabili individuate recentemente hanno ricevuto aiuti d’emergenza in contanti, dato che l’UNHCR non ha a disposizione i fondi necessari per ampliare i propri programmi. L’Agenzia sta lavorando coi partner che supportano le comunità locali che accolgono rifugiati. Nove rifugiati siriani su dieci presenti nella regione vivono in paesi o villaggi e non all’interno di campi. La maggior parte vive in aree a reddito basso. Le comunità di accoglienza hanno mostrato enorme solidarietà, nonostante la perdita dei propri mezzi di sussistenza a causa della pandemia.Al di là dell’emergenza immediata, assicurare supporto continuo ai sistemi nazionali costituisce una priorità. Sono stati fatti passi fondamentali per assicurare che i rifugiati fossero inclusi nei piani nazionali di risposta al COVID-19 adottati dai vari Paesi, e che fosse garantito loro accesso a lungo termine ad altri servizi, quali l’istruzione. Da prima della pandemia, la maggioranza dei rifugiati siriani presenti nella regione vive al di sotto della soglia di povertà. Coloro che si trovano in stato di maggiore necessità hanno ricevuto assistenza in contanti o altre forme di sostegno. Un recente sondaggio condotto in Giordania ha mostrato che solo il 35 per cento dei rifugiati ha dichiarato di avere un impiego sicuro che potrà ritornare a esercitare dopo la revoca delle restrizioni imposte dalla diffusione del COVID-19.Al fine di tutelare meglio rifugiati e membri delle comunità locali più vulnerabili proteggendone i mezzi di sussistenza, l’UNHCR esorta la comunità internazionale a sostenere con vigore e decisione i principali Paesi di accoglienza della regione. Gli indicatori del Piano regionale di risposta alla crisi di rifugiati e per la resilienza in Siria (Refugee Response and Resilience Plan/3RP) attualmente sono in fase di aggiornamento alla luce delle esigenze emerse a causa del COVID-19. Il piano da 5,5 miliardi di dollari era stato finanziato solo al 20 per cento nella regione prima che si diffondesse il virus.L’UNHCR, infine, esprime parimenti preoccupazione per la situazione sul piano umanitario di rimpatriati, oltre 6 milioni di sfollati interni siriani e altri gruppi vulnerabili presenti in Siria. Prima di quest’ultima recessione, secondo stime delle Nazioni Unite, oltre l’80 per cento dei siriani viveva al di sotto della soglia di povertà. Questa crisi che dura ormai da oltre nove anni ha costretto 11 milioni di persone a necessitare di assistenza umanitaria. Negli ultimi mesi, il netto deteriorarsi dell’economia ha reso la situazione più drammatica e difficile.

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I produttori europei sono abbastanza solidi per affrontare una recessione

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 Maggio 2020

A cura di Andrea Carzana, Gestore di portafoglio, Azioni europee di Columbia Threadneedle Investments. In Europa abbondano le società manifatturiere. Il settore industriale conta 1.400 gruppi quotati e il sottogruppo più grande è quello dei produttori di beni strumentali. Oltre a questi vi sono le società aerospaziali e della difesa, le aziende di trasporti e un ampio ventaglio di fornitori di servizi per l’industria e le attività produttive.All’interno di questo panorama variegato abbiamo un sovrappeso sul settore dei beni strumentali. Deteniamo società sparse su tutto il continente, con una maggiore concentrazione di grandi gruppi dell’Europa settentrionale e dei paesi nordici, oltre a un sofisticato ecosistema di aziende manifatturiere di piccole e medie dimensioni in Italia.
Pur trovandosi ad affrontare gravi turbolenze nella lotta contro gli effetti del Covid-19, molti produttori europei possono contare su solidi elementi di attrattiva sul lungo periodo e hanno i mezzi per sopravvivere all’attuale rallentamento.Nell’ultimo decennio molte aziende hanno fatto i conti con enormi pressioni per ridurre i costi delle catene produttive e hanno reagito trasformando le loro modalità operative. Numerose attività sono state esternalizzate e molti produttori sono arrivati a realizzare internamente solo i componenti cruciali con il massimo contenuto di proprietà intellettuale.La transizione verso un modello di business basato sull’assemblaggio ha modificato le caratteristiche finanziarie di queste società, che appaiono più “asset-light”, il che incrementa la redditività del capitale investito. Questo sistema contribuisce a ridurre i costi fissi, consentendo ai produttori europei di adattare più facilmente la propria base di costi in una fase di recessione e lasciando i rendimenti meno esposti alle oscillazioni del ciclo economico.Tuttavia, lo svantaggio di questa trasformazione consiste nel fatto che i produttori europei hanno sviluppato catene produttive più complesse e internazionali. Ciò li espone a un rischio di turbolenze più alto, ad esempio in ragione del maggiore approvvigionamento di fattori di produzione dalla Cina.Il segmento degli ascensori è rappresentativo della trasformazione del comparto industriale europeo. Si tratta di un mercato fortemente consolidato con una crescita strutturale a lungo termine grazie ai trend di urbanizzazione nei mercati emergenti e ai requisiti elevati di sicurezza e affidabilità. L’Europa può vantare tre dei quattro maggiori produttori di ascensori al mondo: Kone in Finlandia e Schindler in Svizzera (entrambe quotate), cui si unisce quella che fino a poco tempo fa era la divisione ascensori di Thyssen-Krupp, venduta di recente a società di private equity. Il quarto attore globale è la statunitense Otis.Delle quattro società, che controllano il 60% del mercato globale, Kone è quella di cui deteniamo posizioni a lungo termine nei nostri fondi europei. Oggi il gruppo finlandese vanta un modello di business “asset-light” e basato sull’assemblaggio, con caratteristiche finanziarie eccellenti. Il segreto dei margini elevati però risiede nella manutenzione. A nessuno piace rimanere intrappolato dentro un ascensore. Per questo costruttori e amministratori di immobili sono disposti a pagare una quota annuale fissa per garantire la piena operatività degli impianti di elevazione. I margini dell’assistenza sono 2-3 volte più alti rispetto a quelli per l’acquisto di nuovi impianti, senza contare che i ricavi dalle attività di manutenzione sono di gran lunga più stabili rispetto a quelli delle installazioni, i cui volumi sono esposti al ciclo economico.Nell’ultimo decennio la Cina è diventata un’importante fonte di espansione per Kone, grazie all’ingente impulso all’urbanizzazione. Alimentando una crescita annua dei ricavi del 6%, il paese asiatico rappresenta oggi il 30% dell’attività della società. Ogni anno in Cina vengono installati più di 500.000 impianti di elevazione, ovvero due terzi del totale a livello globale, contro una base installata di appena 900.000 unità negli Stati Uniti. In Europa e negli Stati Uniti, Kone realizza margini modesti sulla vendita di nuovi ascensori ma stipula contratti di manutenzione pluriennali, capaci di generare margini 2-3 volte più alti rispetto a quelli derivanti dall’installazione. Di conseguenza, l’assistenza fornita da Kone produce il 50% dei profitti del gruppo a livello globale. In Cina, per contro, la vendita di nuovi impianti si traduce in margini superiori rispetto a qualsiasi altra regione, mentre la densità dei contratti di assistenza è molto più contenuta, senza contare che la redditività dei servizi è più bassa. Molti ascensori sono infatti venduti attraverso distributori locali che erogano l’assistenza autonomamente; pur accaparrandosi il 90% delle vendite di nuovi impianti, le grandi quattro detengono solo il 30% dei contratti di manutenzione. La loro espansione in Cina è quindi strettamente legata alle nuove vendite, più che in qualsiasi altra regione. Il grande mercato dell’assistenza cinese è destinato a rimanere frammentato sul breve periodo, ma costituisce un’opportunità di consolidamento a lungo termine per gli attori globali.È ancora presto per dire se l’evoluzione della Cina la renderà più simile agli altri grandi mercati degli ascensori. Ciò detto, Kone continua a esibire un posizionamento favorevole tra le grandi quattro e gode di una buona preminenza in un mercato globale consolidato con elevate barriere all’entrata, in cui qualità e sicurezza costituiscono aspetti cruciali.

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“Arrivederci agli anni 2010, il primo decennio senza recessioni”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 marzo 2020

A cura di Neil Robson, Responsabile azioni globali di Columbia Threadneedle Investments. Quello appena conclusosi è stato il primo decennio della storia in cui gli Stati Uniti, prima economia mondiale, sono riusciti a evitare una recessione. Gli ultimi dieci anni sono stati certamente dominati dalla lunga e lenta ripresa dalla crisi finanziaria globale e dal sostegno offerto dalle banche centrali sotto forma di QE, ma non c’è stata alcuna recessione. Da circa un secolo si osserva un chiaro allungamento dei cicli economici. Ciò riflette la natura mutevole dell’economia durante questo periodo, che ha visto il passaggio da un modello economico basato principalmente sull’agricoltura a uno trainato dai consumi/servizi, passando per la rivoluzione industriale. Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito a tre rallentamenti industriali in concomitanza con la crisi dell’euro, il crollo dei prezzi del petrolio nel 2014 e l’attuale debolezza degli scambi commerciali, esacerbata dal coronavirus. Tutti questi sviluppi hanno causato decelerazioni economiche, ma nessuno di essi ha innescato una recessione (o non ancora, nel caso del coronavirus). Molto semplicemente, in un contesto in cui i consumi rappresentano il 70% dell’economia , è sempre meno probabile che un rallentamento dovuto alle scorte industriali trascini l’intera economia in recessione senza che siano presenti altri squilibri economici, come abbiamo constatato durante la crisi finanziaria globale (CFG).Sorge quindi una domanda: ci aspetta una recessione? È possibile, ma poiché non rileviamo gravi squilibri economici e i consumi sono solidi, un’eventuale recessione risulterebbe probabilmente moderata. In realtà, nello scenario previsto dal nostro team dedicato al reddito fisso non rientra alcuna recessione.L’altra conclusione che si può trarre dal grafico è che la crescita rallenta ciclo dopo ciclo; le ragioni sono tanto numerose quanto differenti, ma è un dato di fatto. Gli investitori si trovano oggi alle prese con due sfide, che consistono entrambe nella ricerca di creature rare. La prima è rappresentata dal rendimento, sui cui non mi soffermerò, anche se vi consiglio di considerare il Threadneedle Global Equity Income Fund come possibile soluzione. La seconda consiste nell’individuare società effettivamente in grado di generare una crescita composta. Come mostra il grafico seguente, la percentuale di aziende in grado di realizzare una crescita del fatturato superiore al 4% è in calo, mentre la percentuale di aziende a crescita lenta o nulla è in aumento. Il compito del nostro Global desk è scovare società orientate alla crescita di qualità che siano in grado di svilupparsi in un contesto a bassa crescita. Nel corso degli anni i nostri clienti hanno beneficiato della nostra capacità di sovraperformare il mercato e riteniamo che sarà così anche nel nuovo decennio.

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Trump fra dazi e recessione

Posted by fidest press agency su martedì, 3 settembre 2019

By Domenico Maceri “Quelli che supportano i dazi rischiano di divenire colpevoli della recessione economica globale”. Così ha spiegato le incertezze economiche attuali Boris Johnson, primo ministro britannico, additando poi direttamente il suo “amico” Donald Trump e i dazi imposti dal presidente americano alla Cina.Secondo l’attuale inquilino della Casa Bianca le guerre dei dazi si vincono facilmente. Ovviamente si è sbagliato poiché dopo i primi dazi imposti alla Cina l’anno scorso si sono visti effetti negativi a causa della reazione del governo cinese che ha imposto dazi a prodotti americani. Agricoltori statunitensi sono stati particolarmente svantaggiati e il presidente americano è stato costretto a offrire sussidi per sminuire le loro perdite.I negoziati con la Cina sono continuati ma non hanno raggiunto le mete desiderate. La guerra dei dazi è dunque ripresa con ovvie ripercussioni sulle borse dei mercati aumentando l’incertezza e la possibilità di una recessione. I segnali sono visibili nel rallentamento dell’economia in Paesi importantissimi come la Cina e la Germania. La banca centrale tedesca ha infatti dichiarato una decrescita anche nel terzo trimestre causata in grande misura dalla guerra di dazi fra Stati Uniti e Cina che ha ridotto la richiesta per prodotti tedeschi. Ma forse il segnale più indicativo che siamo alle porte dell’inizio di una recessione ci viene dalla differenza di interessi fra i bond a breve scadenza e quelli a lunga scadenza. I primi tipicamente rendono meno ma recentemente hanno eclissato quelli a lunga scadenza, una situazione che negli ultimi 50 anni ha preceduto tutte le recessioni.Jay Powell, il presidente della Federal Reserve, ha recentemente dichiarato che la guerra dei dazi è “complessa e turbolenta” ma la banca centrale farà di tutto per mantenere lo stato attuale “favorevole” dell’economia. Powell, nominato da Trump al suo incarico, ha cercato di calmare le acque sulle incertezze dei mercati causati principalmente dal linguaggio erratico di Trump. Il 45esimo presidente negozia con i cinesi e altri leader usando minacce giornaliere. In uno dei suoi più recenti tweet ha “ordinato alle aziende americane di iniziare a trovare immediatamente alternative alla Cina”, riportando le loro fabbriche in America e fabbricare i loro prodotti negli Usa.Il linguaggio erratico di Trump è stato diretto anche al presidente cinese Xi Jinping etichettandolo di nemico e accusando la Cina di rubare miliardi di dollari agli Usa. I tweet erratici di Trump non hanno nemmeno risparmiato il chairman della banca federale domandandosi chi fra Powell e Xi fosse “il più grande nemico”. Facile domandarsi se la retorica di Trump evidenziata nei suoi tweet sia la fonte dell’incertezza economia o semplicemente benzina sull’incendio.I consiglieri di Trump lo avranno informato di una possibile recessione che avverrebbe proprio prima dell’elezione del 2020, la quale gli chiuderebbe quasi certamente le porte al secondo mandato. Il messaggio sarà penetrato almeno in parte nella mente di Trump poiché ha iniziato a lodare la potenza dell’economia americana per cercare di allontanare il discorso di una recessione. Anche gli ultimi dazi annunciati su prodotti cinesi per un totale di 160 miliardi sono stati rimandati fino a al 15 dicembre per evitare prezzi più alti ai consumatori americani durante le feste natalizie. Un’ammissione chiarissima della sua presa di posizione sbagliata che i dazi alla fine li pagheranno i cinesi senza nessun costo per gli americani. Tutti gli economisti ci dicono che i dazi con gli inevitabili aumenti al costo dei prodotti si convertono in tasse pagate alla fine dai consumatori.A un giornalista che ha chiesto a Trump sul suo stile erratico di negoziazioni in una conferenza stampa del recente incontro del G7 in Francia, il 45esimo presidente ha risposto che gli “dispiace” ma quello è i suo modo di negoziare. Nei più recentissimi commenti l’attuale inquilino della Casa Bianca ha fatto sapere che un accordo commerciale con i cinesi è vicino. Il problema però consiste della sua credibilità. Non sorprenderebbe nessuno un cambiamento di opinione seguito da tipiche accuse e altre minacce a Powell, i cinesi, o un nuovo colpevole per l’instabilità economica.Le corporation hanno fatto un sacco di soldi negli ultimi tempi ma temono di fare nuovi investimenti perché conoscono benissimo l’incostanza delle parole e azioni del presidente americano. Il buono stato dell’economia, iniziato con Obama, continua fino ad adesso ma nubi si intravedono all’orizzonte. Una recessione sprofonderebbe l’indice di gradimento dell’operato di Trump che al momento si trova al 41 percento. Una cifra bassa ma aiutata dalla situazione economica positiva. Una recessione siglerebbe la fine di un nuovo mandato per Trump e il ritorno di un democratico alla Casa Bianca. In questo caso il nuovo inquilino dovrebbe ripetere quello che ha fatto Obama con la recessione che George W. Bush gli aveva consegnato. I repubblicani che spesso si considerano grandi nel business continuano a rivelarsi fallimentari.

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Industria: dati pessimi, ora rischio recessione

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 settembre 2019

Secondo i dati resi noti oggi dall’Istat, a giugno scende su base mensile sia il fatturato dell’industria (-0,5%) che gli ordinativi (-0,9%).”Dati pessimi. Ora rischio recessione per il secondo trimestre, che finisce nel peggiore dei modi, con un calo, rispetto al primo trimestre 2019, sia del fatturato che degli ordinativi” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. “Se poi confrontiamo i dati di oggi con i picchi pre-crisi, il quadro è ancor più sconfortante. Rispetto a giugno 2008 il fatturato totale è diminuito del 9,5%, quello interno è crollato addirittura del 16,8%. Gli ordinativi totali, rispetto a giugno 2007, sono calati in 12 anni del 14,1%, quelli interni sono franati del 17,4%” conclude Dona.

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La recessione è nei prezzi, ma non nei fondamentali

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 luglio 2019

A cura di Andrea Delitala, Head of investment advisory di Pictet Asset Management. Il contesto attuale è caratterizzato da una perdurante debolezza delle economie globali cui fa da contraltare una Fed sempre più accomodante, supportata dall’assenza dell’inflazione. Pictet AM conferma la sua posizione un po’ più costruttiva rispetto ai timori di recessione manifestati dal mercato che non appaiono del tutto suffragati dai fondamentali. Tuttavia, un rischio da monitorare è quello di una eventuale compressione degli utili aziendali che potrebbe seguire alla ripresa dei salari reali qualora la produttività smettesse di crescere a un ritmo superiore rispetto a questi ultimi. In generale, il ciclo pare avere ancora potenzialità da esprimere. Sul fronte della strategia, a dominare le scelte è il legame di azione e reazione tra mercato, Fed e Trump. Il posizionamento attuale prevede di sottopesare l’obbligazionario che in questa fase si è fatto carico di assorbire quasi interamente gli choc sistemici, mentre l’equity ha mostrato una certa resilienza.A dominare la prima parte del 2019 è stato il modo in cui il mercato ha percepito – e integrato nei prezzi – il rischio: dall’errore di policy della Fed, che ha dominato il 2018, fino alla recrudescenza, lo scorso maggio, delle ostilità sul commercio internazionale. Per quanto attiene alla congiuntura globale, gli indicatori macro segnalano un andamento negativo (basati su una quarantina di Paesi), con un contributo peggiore del mondo industrializzato e meno pesante degli emergenti. Tuttavia, questo andamento non conduce necessariamente a una recessione: alla base di questo parziale ottimismo ci sono principalmente tre fattori.
• Politica fiscale cinese. Mentre la politica monetaria procede al rallentatore, da inizio anno, la Cina ha avviato in maniera decisa quella fiscale.
• Andamento del mercato del lavoro USA. Nella situazione americana attuale, la crescita dei salari è un viatico favorevole alla longevità del ciclo: ciò che invece dovrebbe preoccupare è la potenziale compressione dei profitti aziendali.
• Politica monetaria accomodante. Mentre la disoccupazione mostra livelli di pieno impiego, l’inflazione continua a essere la grande assente di quello che, a giugno, è diventato il ciclo più lungo della storia, con una durata superiore ai dieci anni.
In definitiva, il ciclo americano continua a godere di buona salute, così come le valutazioni delle imprese. Tuttavia, la curva dei rendimenti si è appiattita – condizione che in passato faceva presagire a 15-18 mesi una fase recessiva e che oggi potrebbe avere un significato differente. Infatti, l’analisi degli indicatori macro di Pictet AM, che si basano su 30 fattori economici diversi – tra cui anche la curva dei rendimenti – mostra un piccolo innalzamento della probabilità di recessione, ma distante dalla soglia critica che dovrebbe far scattare l’allarme. Non siamo dunque in un periodo di recessione, ma in un periodo di transizione verso un regime nuovo di inflazione di livello molto basso che dovremmo considerare il New Normal.Come accennato all’inizio, la dinamica del mercato nel 2019 è stata influenzata da fattori finanziari e non fondamentali. Tuttavia, se in questo momento i bond sono prezzati per una recessione e l’equity incorpora solo un rallentamento, la conseguenza logica è stare sottopesati sull’obbligazionario.Questa è la strategia che stiamo seguendo con qualche accorgimento: una parte dell’esposizione obbligazionaria è espressa attraverso Treasuries americani indicizzati all’inflazione che offrono esposizione (seppur più contenuta rispetto alle obbligazioni nominali) alla discesa dei rendimenti, ma con minor rischio nello scenario di una correzione del mercato a reddito fisso; nel contempo il sottopeso sulla durata finanziaria complessiva è, in parte, mitigato da una posizione a steepening sul tratto fra 5 e 30 anni della curva dei rendimenti americana, strategia che trarrebbe beneficio da una Fed più accomodante rispetto a quanto da noi preventivato. (in sintesi)

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Produttività zero e recessione

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 febbraio 2019

Recessione tecnica, recessione economica, crisi economica. Troppe definizioni e poche decisioni, quando, invece, in Italia necessiterebbe un programma concreto di rilancio dell’economia, fatto d’investimenti, di lavori pubblici, d’incentivi per la modernizzazione e l’occupazione. In situazioni di emergenza, sarebbe necessario un accordo bipartisan per lo sviluppo, come ha saputo fare, anche con molte difficoltà, la Germania. In casa nostra, purtroppo, ieri come oggi, si preferisce “gufare”, “tifare” per il fallimento dell’altro, facendo perdere tutti, soprattutto il Paese. L’ultima cosa di cui si ha bisogno sono le pagelle delle agenzie private di rating e del poco affidabile Fondo Monetario Internazionale.
Gli analisti e la stampa internazionale, come al solito, puntano il dito sul nostro alto debito pubblico e sui ritardi delle cosiddette riforme strutturali dell’economia italiana. Temono che una successiva contrazione economica possa avere delle conseguenze sull’intero sistema.
Secondo noi, una delle debolezze più preoccupanti, da correggere con urgenza, è la bassa produttività dell’economia italiana.
Dal 2000 il nostro sistema non ha registrato alcun aumento della produttività!
Si ha tale aumento quando, attraverso nuove tecnologie e innovazioni, si produce di più con la stessa mano d’opera. La crescita della produttività è il motore della competitività di ogni sistema.
Occorre dire, in verità, che le nostre imprese sono state comunque capaci di mantenere un elevato grado di competitività, sfruttando l’innata creatività scientifica e imprenditoriale e mantenendo, nonostante tutto, la bilancia commerciale positiva, sostenuta da un export che dal 2009 è cresciuto del 25%. Nel medio periodo, però, la scarsità dell’innovazione e della modernizzazione non regge il confronto con gli altri paesi che investono, e molto, nelle nuove tecnologie.
La mancata crescita della produttività non è, comunque, imputabile solo all’alto indebitamento pubblico. Il Giappone, per esempio, ha un gigantesco rapporto debito/pil del 237% ma è il primo paese al mondo, prima degli Usa e della Germania, per la crescita della produttività.
Non si può, quindi, imputare l’entrata in “recessione tecnica” soltanto all’effetto di fattori esterni, quali la contrazione economica cinese e tedesca. Nemmeno a certi retaggi del passato, come i disastri della grande crisi finanziaria ed economica del 2008.
Ciò detto, ovviamente la nostra economia soffre più degli altri quando le citate “locomotive” frenano.
Nel 2017 l’’export di soli beni, senza i servizi, dell’Italia verso gli altri paesi europei è stato di 250 miliardi di euro, pari al 55% di tutte le nostre esportazioni. La Germania ha, invece, esportato in Europa beni per 750 miliardi: detiene il 22,4% di tutto il commercio infra Ue, mentre la quota italiana è appena del 7,4%. L’Italia mantiene la quinta posizione, dietro anche all’Olanda, alla Francia e al Belgio.
Il più grande surplus nel commercio interno all’Ue (export meno import) è detenuto dall’Olanda con ben 200 miliardi di euro. Mentre l’Italia nel 2017 ha avuto un surplus di oltre 8 miliardi, la Francia e la Gran Bretagna, invece, hanno registrato un deficit nel commercio di beni con gli altri paesi europei rispettivamente di 107 e 110 miliardi di euro. Sono dati, questi ultimi, per certi versi sorprendenti.
L’Eurostat prevede una momentanea contrazione dell’economia europea. Senz’altro la causa principale è legata all’altalenante guerra dei dazi che Trump ha lanciato contro la Cina e l’Ue. La Germania, in particolare, soffre degli scandali, originati negli Usa, contro le emissioni di gas e dei dazi americani sull’import di auto tedesche.
Negli anni passati, l’Europa, in primis la Germania, ha beneficiato della politica cinese di modernizzazione. La Cina è il più grande mercato di macchinari tedeschi di vario tipo. La flessione della crescita cinese in corso va, quindi, a impattare l’export tedesco e comunitario.
Non possiamo, quindi, negare i rischi di crescenti difficoltà per la nostra economia. Anche perché si deve tener presente che l’Italia, a differenza di altri paesi europei, non ha ancora recuperato la perdita di pil provocata dalla grande crisi globale del 2008. E’ ancora di circa il 4% sotto il livello pre crisi. Anche gli investimenti, pubblici e privati, sono sotto del 19,2%. In dieci anni, poi, gli investimenti pubblici sono scesi dal 3% all’1,9% del pil. I consumi delle famiglie e il loro reddito disponibile sono inferiori rispettivamente dell’1,9% e dell’8,8% rispetto a dieci anni fa.
L’ingresso dell’Italia in una fase di recessione ha già fatto sentire il suo segno negativo anche sulla borsa, in particolare sui titoli bancari. Si teme che la decrescita possa generare nel sistema bancario nuovi crediti deteriorati e rallentare lo smaltimento dello stock in sofferenza. A fine 2017 i suddetti crediti deteriorati ammontavano ancora a 264 miliardi di euro, pari al 17,6% del totale. E ciò avviene mentre la Bce sta riducendo il quantitative easing, cioè l’acquisto di titoli di Stato, che finora ha aiutato a sostenere i debiti pubblici sul mercato.
Con la recessione il governo, a corto di munizioni, potrebbe essere tentato di aumentare il debito, sempre più caro e meno gestibile, o di aumentare la pressione fiscale. Occorre evitare di rincorrere la spirale negativa e, invece, è importante mettere in campo azioni anticicliche di sostegno agli investimenti, all’innovazione e al lavoro. Bisognerebbe far ripartire, senza perdere ulteriore tempo, tutti i cantieri e gli investimenti, anche privati, già decisi e finanziati. Sostenere i consumi è importante ma non sufficiente a rimettere in moto un’economia in recessione. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia Paolo Raimondi economista)

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Unc: Italia nel tunnel della recessione

Posted by fidest press agency su martedì, 12 febbraio 2019

Secondo i dati Istat resi noti oggi, a dicembre le vendite in valore scendono dello 0,7% su base mensile e dello 0,6% su base annua. In media il 2018 si chiude con una crescita delle vendite dello 0,2 per cento.”L’Italia è tornata nel tunnel della recessione! E’ incredibile che in questo contesto desolante, con i consumi in caduta libera, il Governo si preoccupi di come chiudere i negozi per 26 domeniche e 8 giorni festivi, invece di come farli tenere aperti, salvandoli dal fallimento. Non è certo chiudendo i negozi per legge che aumenteranno le vendite, bensì facendo il contrario” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Se si confrontano i dati di oggi con quelli del dicembre 2007, le vendite totali sono inferiori del 18,8%, quelle non alimentari segnano un calo del 21,4 per cento, più di un quinto. Per le imprese operanti su piccole superfici, poi, si registra un crollo del 25,3%, ossia un quarto delle vendite, -28,1% per le vendite alimentari. Insomma, rispetto ad 11 anni fa, c’è una voragine da colmare. Ma la crisi dei piccoli negozi non dipende certo dalle aperture domenicali della grande distribuzione, visto che anche questa forma distributiva registra una caduta delle vendite del 12,8%, -19,4% per il settore non alimentare” conclude Dona.

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Istruzione: Dati Istat, sul rischio recessione pesa il mancato rinnovo dei contratti

Posted by fidest press agency su domenica, 3 febbraio 2019

Dall’Istituto nazionale di statistica giungono preoccupanti indicazioni sull’economia italiana, risultata in contrazione dello 0,2% nel quarto trimestre 2018. Ma arrivano anche importanti indicazioni sui contratti di lavoro, che se non adeguati lasciano milioni di famiglie italiane in condizioni di disagio economico e impossibilità di spendere. Per i lavoratori del settore della Conoscenza, il rinnovo della scorsa primavera, giunto dopo 10 anni di blocco, ha già esaurito i suoi effetti. Perché da più di 30 giorni i lavoratori della PA hanno di nuovo il contratto scaduto, con i salari ben al di sotto del consentito. Dopo avere incassato la misera del 3,48% medio, ad aprile l’indennità di vacanza contrattuale non riallineerà affatto i loro stipendi al tasso di inflazione reale certificato. Marcello Pacifico (Anief): Anche dopo l’aumento di 5 punti di stipendio, rispetto al vecchio contratto, rimangono da recuperare ancora 9 punti per arrivare ai 14 di aumento del costo della vita registrata tra il 2008 e il 2018. Per arrivarci non serve di certo la regionalizzazione dell’istruzione, ma ricordarsi le promesse fatte in campagna elettorale, quando si parlava di stipendi europei.

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Unc: Italia in recessione, ora rischio manovra correttiva

Posted by fidest press agency su sabato, 2 febbraio 2019

Secondo l’Istat, nel quarto trimestre del 2018 il Pil è sceso dello 0,2% sul trimestre precedente e salito dello 0,1% su base annua.”L’Italia è in recessione tecnica. E’ ufficiale! Il dato è ben peggiore del -0,1% preventivato da alcuni. Ora il rischio di una manovra correttiva è dietro l’angolo” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Anche se ieri sia Conte che Tria hanno cercato di minimizzare l’effetto sui conti pubblici, è evidente che, anche se la colpa del risultato fosse della Cina e della Germania, come sostenuto dal Premier, le stime vanno comunque rifatte. Anche prendendo per buono l’impatto sul Pil dovuto alle misure contenute nella Legge di Bilancio, pari a 0,4 punti percentuali, è chiaro che, partendo da un dato inferiore per il 2018, il risultato cambia anche per il 2019. Forse le stime di crescita del Fmi e di Bankitalia, per entrambi +0,6%, sono pessimistiche, ma certo a fine anno il Pil non potrà salire dell’1 per cento” prosegue Dona. “Di conseguenza vanno rivisti i rapporti tra deficit e Pil e tra debito e Pil che, alla luce dei dati di oggi, risultano sballati. Prima il Governo corregge il tiro, quindi, meglio è, altrimenti a fine anno la stangata sarà maggiore” conclude Dona.

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“Recessione USA? Lontana. E la corsa dell’azionario non è finita”

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 gennaio 2019

Commento di Jeffrey Schulze, director e investment strategist di ClearBridge Investments, affiliata Legg Mason. Il leggendario investitore Sir John Templeton disse una volta che “le quattro parole più pericolose negli investimenti sono: ‘questa volta è diverso’.” Molti investitori, professionisti e non, hanno pronunciato questa frase, per poi rendersi conto di aver sbagliato clamorosamente. La carneficina di mercato del quarto trimestre 2018 ha fatto tornare la mente al 2008, e innescato un dibattito sull’arrivo della prossima recessione. In poco tempo lo S&P500 è sceso del 19% dal picco raggiunto a fine settembre. Con la liquidità destinata a restringersi, alcuni sostengono che gli investitori debbano prepararsi per ulteriori forti ribassi del mercato azionario. Le paure di un imminente crollo del mercato sono giustificate?Per scoprirlo, cominciamo innanzitutto a definire cosa costituisce un “crollo del mercato”. Per noi di ClearBridge si tratta di un ribasso maggiore del 20% di durata superiore a 12 mesi. Al contrario, definiamo semplicemente “fasi ribassiste” altri sell off importanti (15% e oltre) che durano meno di un anno. Si tratta di una distinzione significativa: la maggior parte degli investitori è infatti in grado di affrontare un breve periodo di agitazione causato da un ribasso, mentre in genere è molto più sensibile all’impatto sui portafogli di un possibile crollo del mercato. Tendenzialmente, un crollo di mercato dura tre volte tanto e registra perdite 2,3 volte maggiori rispetto ad una fase ribassista. E, soprattutto, i crolli del mercato hanno più del doppio della probabilità di coincidere con una recessione.
Per questo motivo riteniamo che la questione chiave per gli investitori nel 2019 sia se gli USA stiano andando verso una crisi oppure no. La nostra tabella sul rischio recessione (ClearBridge Recession Risk Dashboard) suggerisce che le paure in questo senso siano esagerate: 8 indicatori verdi, 4 gialli e nemmeno uno rosso. Certo, è un quadro meno roseo rispetto ai mesi scorsi, ma comunque complessivamente sano.
La componente finanziaria della nostra tabella ora ha tutti e tre gli indicatori in giallo, mentre l’altro indicatore di “cautela” è dovuto alle commodities. Al contrario, i segmenti legati alle imprese e ai consumatori sono interamente verdi. Ecco perché è importante che gli investitori si facciano la domanda che suggerivamo prima: è possibile che stavolta sarà diverso, ossia che possa innescarsi un crollo del mercato pur in assenza di una recessione?
Vista la solidità evidenziata dalla nostra Dashboard, noi crediamo che l’attuale turbolenza del mercato avrà vita breve, rivelandosi soltanto una fase ribassista.
Una delle vittime della recente volatilità del mercato è stato il rapporto prezzo-utili (P/E). La combinazione di un ambiente di solidi guadagni e rendimenti negativi ha fatto scendere notevolmente le valutazioni. Il 2018 è stato caratterizzato dal terzo maggior calo annuale dei livelli del P/E degli ultimi 40 anni, maggiore persino della compressione registrata nel 2008.
È importante sottolineare come la contrazione si sia concentrata soprattutto nei settori ciclici, che crediamo stiano scontando eccessivamente le possibilità di una recessione nel 2019. Il mercato prezza attualmente una dose esagerata di negatività, il che dovrebbe portare a delle sorprese positive rispetto alle aspettative.
Certo, rimangono dei rischi per le azioni, tra cui le tensioni commerciali, il rallentamento della crescita degli utili e la possibilità di un errore della Fed. I dazi continueranno ad occupare le prime pagine dei giornali mentre i negoziati USA-Cina continuano. Ma anche se ciò può preoccupare gli investitori, l’impatto finale dovrebbe restare comunque gestibile sia per le singole compagnie che per l’economia nel suo complesso. E con le pressioni inflattive che si attenuano, la Fed ha spazio per respirare e diminuire il ritmo della normalizzazione nel 2019, evitando di incappare in un errore.Infine, un’ultima paura degli investitori è che il mercato non possa salire ulteriormente con economia e utili in rallentamento. Anche se è quasi certo che la crescita del PIL declinerà dopo l’impennata del 2018, è probabile che l’economia andrà avanti comunque attorno al range del 2-2,5%. Inoltre, è importante sottolineare che c’è differenza tra un rallentamento da una base di confronto molto alta (con l’effetto della riforma fiscale) e un declino che anticipa una recessione.
Inoltre, storicamente il raggiungimento del picco della crescita degli utili non significa necessariamente che il ciclo economico o di mercato sia finito. Di fatto il picco della crescita degli utili ha in genere preceduto l’arrivo di una recessione di oltre tre anni, durante i quali lo S&P 500 ha registrato ritorni medi di circa il 40%.
Anche se il contesto attuale presenta di certo una buona dose di rischi, crediamo che alla fine si riveleranno preoccupazioni che il mercato sarà in grado di superare. Il nostro parere di basa sulla buona salute della ClearBridge Recession Risk Dashboard e su altri segnali significativi come la solida attività dei consumatori e delle aziende. Guardando all’anno appena iniziato, dunque, lo scenario di buoni fondamentali, le valutazioni azionarie interessanti, la potenziale pausa della Fed e l’incremento dello stimolo cinese puntano tutti verso un rimbalzo del mercato. (in abstract)

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