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Quotidiano di informazione – Anno 31 n°159

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La cultura della prevenzione, l’incultura dell’emergenza

Posted by fidest press agency su giovedì, 4 aprile 2019

Padova Venerdì 10 maggio 2019, ore 9.00-17.00 – Casa di reclusione di Padova giornata nazionale di studi. Apriranno i lavori il direttore della Casa di reclusione, Claudio Mazzeo, e il Provveditore dell’Amministrazione penitenziaria per il Triveneto, Enrico Sbriglia. Coordinerà i lavori Adolfo Ceretti, Professore ordinario di Criminologia, Università di Milano-Bicocca, e Coordinatore Scientifico dell’Ufficio per la Mediazione Penale di Milano. Tra le sue pubblicazioni, Cosmologie violente, Oltre la paura e Il libro dell’incontro. Sono stati invitati a intervenire (siamo in attesa di una risposta) Francesco Basentini, magistrato, Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, e Nicola Gratteri, Procuratore della Repubblica a Catanzaro, Impegnato in prima linea contro la’Ndrangheta.
È uno strano Paese, il nostro, dove la “difficoltà imprevista” diventa così prevista, da giustificare leggi cosiddette “emergenziali”. Manca la cultura del “pensarci prima”, ed è curioso che invece individualmente siamo tutti un po’ convinti che noi saremmo capaci di “pensarci prima”. E non a caso la domanda più ricorrente, quando le persone detenute portano la loro testimonianza agli studenti, è proprio “Non potevi pensarci prima?”. Ma se spesso non ci pensa prima lo Stato, se le Istituzioni sono così poco abituate a farlo, chi educherà i singoli cittadini, chi gli insegnerà che nessuno è “buono per sempre”, e che al Bene bisogna allenarsi, anche per mezzo della conoscenza del Male?
Gli attentati a Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino hanno rappresentato il punto più alto dell’emergenza criminalità nel nostro Paese. E la risposta dello Stato ha preso un’unica direzione: repressione, 41-bis, effettiva sospensione dei diritti e, purtroppo, nessuna verità processuale, come sottolinea Fiammetta Borsellino: “Nella lotta alla mafia non mi piacciono le passerelle, e diffido degli slogan. Piuttosto, ci vogliono gesti concreti. Li aspettiamo ancora. Qualsiasi impegno nei confronti della lotta alla criminalità organizzata può essere efficace solo se svolto con la massima sobrietà. Nei gesti e nelle parole”.
Fiammetta Borsellino, figlia minore del magistrato Paolo Borsellino, ucciso dalla Mafia nella strage di via D’Amelio il 19 luglio 1992, quando persero la vita anche i cinque agenti della scorta.

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Casa di reclusione di Padova: Giornata nazionale di studi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 marzo 2018

Padova Venerdì 11 maggio 2018, ore 9.00-17.00 – Casa di reclusione di Padova. Nella relazione del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria in occasione dell’Inaugurazione dell’Anno Giudiziario 2018, si legge che l’Amministrazione “ha immaginato e realizzato un nuovo tipo di organizzazione del carcere mettendo al centro del cambiamento la persona detenuta, riconoscendole ampi margini di autodeterminazione al fine di favorirne il processo di maturazione e di assunzione di responsabilità nei confronti delle regole della convivenza sociale interne al carcere, primo ed essenziale passo verso un futuro, positivo reinserimento nella società”.
Il fatto è che insegnare ad altri esseri umani a diventare persone responsabili non è impresa facile: bisogna, prima di tutto, che a farlo siano degli adulti credibili, e delle istituzioni credibili. Il nostro sarà allora un “viaggio” dentro alle responsabilità, tra chi se le sa assumere e chi invece dalle responsabilità è perennemente in fuga.
Da un carcere che infantilizza si può finalmente passare a uno che riconosce il valore della responsabilità? Certo è difficile parlare di responsabilizzazione quando per esempio la rappresentanza delle persone detenute, invece che come strumento di crescita, è vista come una proposta ingestibile. A volte ci dimentichiamo che la parola Responsabilità deriva dal verbo “rispondere”. E invece in carcere succede a volte che le Istituzioni si avvalgano della “facoltà di non rispondere”, forse perché “gli utenti” hanno poca voce.
Se l’accesso alle misure di comunità diventerà finalmente una tappa fondamentale del reinserimento, e non un “beneficio”, al centro di quelle misure ci deve essere l’assunzione di responsabilità da parte di chi inizia un difficile viaggio di rientro nella società e di chi lo accompagna. Serve allora una riflessione su come riempire di contenuti e dare senso alle misure sul territorio, coinvolgendo e sensibilizzando il territorio stesso nei percorsi di reinserimento.
Scrive lo psichiatra Eugenio Borgna “Conoscere se stessi e gli altri è il modo più intenso di essere responsabili. Nessuno si conosce del resto fino a quando è soltanto se stesso, e non, al medesimo tempo, anche un altro”. Alle persone detenute si chiede di essere “altri”, di mettersi finalmente nei panni degli Altri, delle loro vittime, dei loro famigliari. Ma i giornalisti che scrivono le loro cronache, i magistrati che costruiscono le loro indagini, i giudici che condannano a decine di anni di carcere hanno mai provato a essere qualcuno di diverso da se stessi?
A Padova Ristretti Orizzonti sperimenta da anni una partecipazione dei detenuti dell’Alta Sicurezza ai progetti di confronto con la società, con gli studenti, con le vittime: sono percorsi importanti di responsabilizzazione, ma le relazioni che arrivano poi dall’Antimafia inchiodano inesorabilmente le persone al loro passato. Dell’Antimafia scrive il professor Giovanni Fiandaca: “L’antimafia ha fatto cose serie, importanti, ma da un certo momento in poi è emersa un’antimafia strumentale, di facciata.
Gli studenti che interrogano i detenuti non gli risparmiano mai le domande più severe: Non pensate che i vostri figli almeno hanno un padre, anche se detenuto, ma le vostre vittime invece un genitore non l’hanno più? Avreste il coraggio di incontrare le vostre vittime o i loro famigliari?
A Padova di vittime ne abbiamo incontrato tante, e hanno contribuito più loro a far capire il valore della responsabilità alle persone detenute che non tanti anni di galera cattiva, inutile, vendicativa.
I ragazzi violenti di Napoli non sono una realtà che non ci riguarda: per questo ci piacerebbe ragionare sulla nostra proposta di far incontrare e dialogare i giovani detenuti nei minorili del sud, spesso già quasi rovinati, con i detenuti adulti, che sono stati capi di organizzazioni criminali e oggi sono diventati persone più consapevoli e hanno maturato, dopo anni di carcere, una presa di distanza vera dal loro passato, vera perché hanno coinvolto anche i figli, le famiglie, e perché quando incontrano gli studenti e parlano delle loro storie, non cercano alibi.
Coordinerà i lavori Adolfo Ceretti, Professore ordinario di Criminologia, Università di Milano-Bicocca, e Coordinatore Scientifico dell’Ufficio per la Mediazione Penale di Milano. Tra le sue pubblicazioni, Cosmologie violente, Oltre la paura e Il libro dell’incontro. Interverrà Marco Del Gaudio, magistrato, Vice Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.

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