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Quotidiano di informazione – Anno 29 n° 327

Posts Tagged ‘referendum’

Costituzione, premier, elezioni

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 novembre 2017

respect-costituzioneLa nostra è la Costituzione più bella del mondo, sosteneva un noto comico (Benigni, 2012), tant’è che quando ci hanno messo mano hanno fatto danni (governo Amato e successivo referendum confermativo, 1991). Il popolo, convocato, di nuovo, per esprimere un parere sulle modifiche costituzionali, proposte del governo Berlusconi, 2005-2006, e dal governo Renzi, 2014-2016, ha sancito che la Costituzione va bene così.
Sembra, però, che alcuni esponenti politici non conoscono la nostra Costituzione e si incaponiscono a chiamarsi “candidato premier” e fare appello al Presidente della Repubblica affinchè sciolga anticipatamente le Camere (Senato e Camera dei Deputati).
Il “candidato premier” o il “premier indicato” non esistono nella nostra Costituzione perché è il Presidente della Repubblica che nomina il “premier”, cioè il Presidente del Consiglio (art. 92 della Costituzione).
Il Presidente della Repubblica può sciogliere anticipatamente le Camere se il Presidente del Consiglio si dimette per mancata approvazione della fiducia, sentiti i Presidenti delle due Camere (art.88 della Costituzione). Se prosegue la fiducia nei confronti di provvedimenti governativi, le Camere non si possono sciogliere anticipatamente.
Ma, tant’è, si continua a blaterare di premierati e di elezioni anticipate. Il tutto senza che nessuno ponga, al loquace di turno, la domanda: conosce la Costituzione? (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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Referendum Lombardo-Veneto: L’autarchia lascia il tempo che trova

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 ottobre 2017

regione lombardiaA leggere i dati sul surplus tra entrate e uscite del Nord, del centro e del Sud si capiscono i risultati del referendum che si sono svolti ieri in Lombardia e Veneto. Il Nord ha un attivo di 93 miliardi, il Centro di 8 miliardi, invece il Sud ha un disavanzo di 63 miliardi. Le cifre parlano da sole. Teniamoci i nostri soldi, non vogliamo svenarci con un Sud che, da decenni, non riesce a decollare, nonostante massicci investimenti effettuati dal dopoguerra ai giorni nostri, è il motivo principale delle proteste, specialmente dei veneti. Ragionare sui fatti serve a chiarire. Lo scandalo finanziario della Banca Veneta e Banca Popolare di Vicenza, che ha colpito i veneti, ha rafforzato le convinzioni di chi si sente trascurato dallo Stato centrale che non è intervenuto in maniera tempestiva. Già, ma lo scandalo è nato nel Veneto, da banche locali. I veneti ricordano lo scandalo Mose? Insomma, l’idea che l’onestà e l’operosità appartenga, in via esclusiva, a determinate aree geografiche lascia il tempo che trova. Le stesse norme istitutive dei referendum regionali pongono alcuni dubbi sulla capacità delle Regioni di legiferare in modo lineare: in Lombardia non c’è quorum, in Veneto sì. Inoltre, le Regioni hanno sistemi elettorali diversi e, financo, i calendari scolastici sono diversi in Regioni contigue, simili dal punto di vista geografico (si veda Abruzzo e Molise). L’attribuzione di competenze di promozione turistica alle Regioni ha comportato la frammentazione degli investimenti e l’incapacità di presentarsi come sistema Paese, non a caso siamo scesi al quinto posto nella graduatoria delle presenze turistiche. Per di più, fa sorridere la richiesta di attribuzioni nel campo della politica industriale e della ricerca, a fronte dei processi di globalizzazione che prevedono fusioni di gruppi industriali e di investimenti plurimiliardari.L’autarchia lascia il tempo che trova. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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Referendum Lombardo-Veneto

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 ottobre 2017

zaia“Grande soddisfazione per i referendum lombardo-veneti sull’autonomia, sull’applicazione dell’articolo 116 della Costituzione, sul regionalismo differenziato. E’ talmente tanta la soddisfazione che Forza Italia intende proporre gli stessi referendum, sulla base degli articoli 119 e 120 della Costituzione, Titolo V, anche per il resto d’Italia”.Lo ha detto Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia, parlando con i giornalisti in sala stampa a Montecitorio. “Occorre avere su tutto il territorio nazionale un federalismo responsabile, a partire dal Sud. Come abbiamo sempre detto ‘meno Stato invadente al Nord, più Stato efficiente al Sud’: questa è la nostra linea.Quindi, grande soddisfazione anche perché, lo dico con molta chiarezza e un po’ di orgoglio, il quesito referendario del Veneto ha nome Pdl-Forza Italia. Perché quello sul quale si è votato ieri non era il quesito della Lega, che fu bocciato dalla Corte costituzionale, ma è il quesito di Forza Italia-Pdl, che invece venne giudicato legittimo. Quindi, particolare soddisfazione per il Veneto perché il referendum che è passato è il nostro referendum, non quello della lega. Però noi siamo buoni e quindi evviva il centrodestra, evviva il centrodestra unito”.
“Grande soddisfazione per la consultazione referendaria, che nasce dall’iniziativa legislativa regionale di Pdl-Forza Italia, un successo per i veneti e per il nostro partito. Abbiamo parlato alle persone, spiegando loro le ragioni del sì e la gente ha risposto positivamente perché ha capito che si tratta di un passo importante per il futuro del Veneto. Un risultato, raggiunto grazie al costante lavoro sul territorio, che è anche linfa vitale per il partito in vista delle prossime elezioni politiche”. Lo dichiara la deputata di Forza Italia Lorena Milanato.

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Referendum in Catalogna: il governo usa la violenza

Posted by fidest press agency su martedì, 3 ottobre 2017

barcellona referendumBarcellona. L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) accusa il governo della Spagna di aver usato metodi da dittatura militare contro i Catalani intenzionati a votare al referendum sull’indipendenza. Il massiccio schieramento della Guardia Civil in Catalogna e la violenza esercitata da questa contro persone inermi non parla certo a favore della democrazia spagnola e ha sicuramente contribuito a rafforzare il desiderio di indipendenza di molti Catalani. Le persone più anziane ricordano ancora la violenza della Guardia Civil durante la dittatura fascista di Francisco Franco, durante la quale proprio la Guardia Civil, tristemente famosa anche per le torture commesse, costituiva il maggiore strumento di repressione.Il governo conservatore di Madrid ha finora rifiutato ogni forma di dialogo ed è anche l’unico responsabile delle violenze commesse ieri durante le operazioni di voto al referendum per l’indipendenza catalana. La storia del partito popolare spagnolo PP, attualmente al governo di Madrid, è peraltro strettamente legata alla storia della Guardia Civil poiché furono proprio simpatizzanti del regime dittatoriale di Francisco Franco a fondare il partito.Il governo spagnolo ha definito il referendum una farsa illegale e non conforme alle regole. Per bloccare il voto, il governo ha inviato la polizia militare a sequestrare schede e urne elettorali e a chiudere i locali di voto. Il referendum è stato preceduto da anni di stasi sul piano delle politiche di autonomia a causa della totale chiusura del governo centrale sostenuto dai suoi rappresentanti alla Corte Costituzionale. Non a caso infatti le comunità autonome della Catalogna e dei Paesi Baschi chiedono da tempo di avere una propria rappresentanza alla Corte Costituzionale.Nel 1979 il 59% dei catalani partecipò al referendum per lo statuto di autonomia della Catalogna nel quale la popolazione si espresse chiaramente a favore dell’autonomia. Nel 2006 solo il 49% della popolazione catalana si recò al referendum per un nuovo statuto di autonomia, la maggioranza dei votanti si espresse comunque a favore di un nuovo statuto. Su pressione del PP il nuovo statuto fu bocciato dalla Corte Costituzionale ma nel 2014 gli stessi giudici sottolinearono nel loro verdetto che “il diritto a decidere” chiesto da Catalani e Baschi sarebbe stato legittimo se supportato costituzionalmente e a tale scopo invitarono al dialogo e alla collaborazione tra governo centrale e comunità autonome. Il governo semplicemente ignorò l’invito dei giudici.

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Spagna-Catalogna: Il prezzo della democrazia

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 ottobre 2017

catalognaQuanto è accaduto in Spagna manifesta un aspetto della politica che sa tanto di arroganza, di cinismo e disprezzo dell’idea stessa di democrazia. Lungi da noi andare oltre le righe ed enfatizzare un contrasto nei rapporti tra lo stato e una sua regione per arrivare a giudizi sommari. E’ che abbiamo avvertito in questa domenica spagnola il rapporto più inquietante dell’intera faccenda: non sappiamo convivere con le idee altrui e ci arroghiamo il diritto d’esercitare un potere che è capace di sopprimere la volontà di chi la pensa diversamente. Tutto questo doveva proprio capitare in una regione che ha pagato a caro prezzo in passato l’essere stata paladina di un’idea di democrazia e di libertà subendo alla fine l’accidentato percorso della dittatura franchista.
Al cospetto di un’opinione pubblica europea sconcertata dalle scene rilanciate dai media per le strade di Barcellona e in tutta la Catalogna la domanda che ora ci poniamo se fosse stato necessario questo show muscolare della polizia calata in forze, si parla di dodicimila agenti, e che ha lasciato sul campo centinaia di feriti per impedire ad una moltitudine di persone che chiedeva solo una cosa: andare a votare pacificamente. Certo Madrid aveva il diritto dalla sua parte e lo avrebbe potuto far valere anche in seguito al voto popolare senza esacerbare gli animi. Perché non lo ha fatto? E la comunità europea perché non è intervenuta raccomandando ai governanti spagnoli moderazione? Non ci vengono a dire che non hanno inteso interferire negli affari interni di uno Stato. Altrove hanno saputo farlo molto bene, e noi italiani e greci lo sappiamo molto bene. Ora speriamo che non si arrivi ad esacerbare nuovamente gli animi negando l’evidenza di un voto e la volontà popolare che è seguita dietro a formalismi di maniera e a cercare rivalse giustizialiste come già si minaccia di voler fare nei confronti della polizia catalana rea di aver lasciato libertà di voto. Dimenticano questi signori che la polizia non è preposta per reprimere l’opinione e le libere e pacifiche scelte dei cittadini ma a difenderli contro i soprusi da qualsiasi parte provengano. (Riccardo Alfonso)

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Catalogna: quanto la democrazia è violenza

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 ottobre 2017

barcellona referendum“Quanto sta accadendo in Catalogna è sconvolgente e travalica l’essere a favore o contro l’indipendenza della zona. Una pagina triste delle democrazia spagnola in cui lo Stato ha riversato sui cittadini che si sono recati alle urne una violenza inaudita. Invece di usare la forza non sarebbe stato più opportuno mettere la politica al centro di un dibattito sul futuro della Catalogna, della Spagna e dell’Europa? Anche perché oggi si è aperta una ferita tra Stato e cittadini che sarà difficile rimarginare” Lo dichiara in una nota Vincenza Labriola, deputata di Forza Italia. ( n.r. In Catalogna lo stato centrale ha mostrato i muscoli provocando 844 feriti tra i quali alcuni gravi. E’ una violenza che non trova giustificazione anche se il governo centrale può vantare di aver agito per il rispetto della legge. Ciò che ci chiediamo è perché enfatizzare tanto una iniziativa locale se poi il capo del governo spagnolo in un comunicato alla chiusura dei contestatissimi seggi ha detto che la maggioranza assoluta dei catalani non vuole l’indipendenza. Il voto a questo punto sarebbe stata la risposta più eloquente per negare la scelta del governo locale.)

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Catalan referendum: Illegal entity

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 settembre 2017

catalanBarcelona. THE Catalan regional government of Carles Puigdemont is preparing to hold a unilateral referendum on seceding from Spain on October 1st, which it says will be legally binding. Catalans will be asked whether they want to form an independent republic. But there is a problem: Spain’s democratic constitution of 1978, which was approved by more than 90% of Catalan voters, gave wide autonomy to the regions but affirmed “the indissoluble unity of the Spanish nation”. Only the Spanish parliament can change the constitution. Mr Puigdemont’s referendum is therefore illegal, and Mariano Rajoy, Spain’s conservative prime minister, is determined to prevent it taking place.
Home to 7.5m people (16% of the total) and accounting for 19% of national GDP, Catalonia is one of Spain’s richer regions. It has formed an integral part of Spain since the 16th century (and of the Kingdom of Aragón before that), but it has its own language and culture. Until recently Catalan nationalists were content with home rule. Two things combined to increase support for independence. First, Spain’s Constitutional Tribunal rejected parts of a new statute that would have given Catalonia more autonomy. More importantly, nationalist politicians in Barcelona succeeded in deflecting against Madrid popular anger at the austerity that followed the bursting of Spain’s housing and financial bubble in 2009. Parties campaigning for independence narrowly won a regional election in 2015. Ranging from bourgeois nationalists to anti-capitalist anarchists, they are united only by the demand for a referendum, which they call “the right to decide”. Earlier this month they rushed through the Catalan parliament one law ordering the referendum and a second requiring, if the Yes vote wins and irrespective of turnout, an immediate unilateral declaration of independence. The Catalan government’s own pollster finds that while 70% want a referendum on the territory’s future, only 48% do if Spanish government doesn’t agree—which it emphatically does not. According to the same poll, support for independence is slowly declining, and now stands at 41%. Mr Rajoy is relying on the courts to stop the referendum, arguing that the rule of law is fundamental to democracy. The Constitutional Tribunal has suspended the two laws. The Civil Guard arrested 14 senior people, most of them Catalan officials, involved in organising the referendum, and has seized 9.8m ballot slips. Mr Puigdemont insists that the vote will go ahead. He is relying on popular mobilisation: tens of thousands protested against the arrests in Barcelona. But it is hard to see the vote being anything more than an unofficial consultation, similar to one held in 2014. Most supporters of “No” side won’t vote. If anything like the 2.3m alleged to have voted in 2014 were to turn out, Mr Puigdemont would claim victory.Behind the confrontations lies a deadlock. Mr Puigdemont does not have enough popular or external support to impose independence. But Mr Rajoy’s bet that time and economic recovery would calm Catalonia has proven to be mistaken. A majority of Catalans remain unhappy with the status quo. Their discontent demands a political, rather than merely legal, response. After October 1st, a fresh regional election is likely to follow in Catalonia. And the Spanish government has accepted that it will have to discuss constitutional and other changes to try to anchor Catalonia more firmly in Spain. Dialogue is essential, but in a climate inflamed by confrontation, it will be neither quick nor easy. (foto: catalan) (by The Economist)

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Referendum Alitalia: netta vittoria del NO con circa il 70%

Posted by fidest press agency su martedì, 25 aprile 2017

alitaliaL’esito dello spoglio della consultazione sulla pre-intesa sottoscritta al Ministero dello Sviluppo Economico lo scorso 14 aprile ha visto la netta vittoria del NO con circa il 70 % su una partecipazione che raggiunge quasi il 90% degli aventi diritto al voto. I lavoratori dopo 20 anni di sacrifici dicono NO al governo, all’azienda e a Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Anpac e Anpav. Un dato eccezionale sotto tutti i punti di vista. USB è stata l’unica Organizzazione Sindacale che ha partecipato alle trattative ad assumersi la responsabilità di non sottoscrivere l’intesa proprio perché ritenuta insostenibile in molti dei suoi contenuti, manchevole rispetto i problema delle centinaia di precari espulsi e dell’avvio dell’indispensabile confronto sulle regole di sistema per l’intero settore, oltre che basata su un Piano Industriale giudicato da tutti gli esperti come sbagliato e insufficiente.La bocciatura della pre-intesa conferma appieno la nostra linea politica e, pertanto, ribadiamo al Governo la nostra ferma richiesta di continuare i negoziati che, per quanto ci riguarda e a ragione, non avevano raggiunto un esito soddisfacente.La scelta della consultazione fatta da Camusso, Furlan e Barbagallo era la via di uscita per scaricare le proprie responsabilità sui lavoratori. Responsabilità di un negoziato condotto in modo sbagliato perché fondato su un terreno minato, spacciando la scelta politica del Governo di non accettare alternative a quel piano industriale come fosse un dogma indiscutibile.Per questi motivi USB ha sempre definito questa consultazione un ricatto inaccettabile, condizionato da un contesto profondamente sbagliato, gestito in maniera pessima, sospetta, senza la minima e corretta informazione (alcuni ancora affermano che il taglio sui salari dei naviganti sia solo dell’8% quando complessivamente è oltre il 25%) e delegando soprattutto alla compagine governativa il ruolo di maggiore sostenitrice del SI.Adesso si rispetti la volontà dei lavoratori che non solo non si sono fatti condizionare dalle minacce di Gentiloni, Delrio e Calenda, respingendo un’intesa sbagliata, ma hanno bocciato il paradigma stesso delle privatizzazioni, di manager strapagati e incapaci e del pressapochismo di un Governo che non vuole assumersi le proprie responsabilità.Per questo lanciamo un appello a tutte le forze politiche e sociali di questo Paese affinché si percorrano tutte le ipotesi, senza escludere l’intervento diretto dello stato e la nazionalizzazione prevista dalla Costituzione italiana (art. 43).
Alcune istituzioni locali, come la Regione Lazio e il Comune di Fiumicino, si sono già espresse sulla necessità di nuove ipotesi finalizzate al vero rilancio della Compagnia ed a ridare un futuro all’intero settore.Se poi qualcuno avesse già previsto fin dall’inizio che l’esito scontato della consultazione, il NO, sarebbe stato utilizzato come alibi per determinare il commissariamento di Alitalia, il suo ridimensionamento, la costruzione di una nuova bad company dove scaricare esuberi e debiti e in definitiva la distruzione della compagnia, allora USB sarà come sempre in prima fila, con tutti gli strumenti a disposizione, per impedire la rovina di quest’azienda e dei suoi lavoratori.Siamo altrettanto convinti che Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Anpac e Anpav non abbiano fatto il loro dovere e che debbano essere delegittimati definitivamente. E’ indispensabile costruire un’alternativa concreta che si opponga a questo accordo e ad una gestione sindacale che non ha più nulla da dire alle lavoratrici e ai lavoratori di Alitalia.

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Alitalia: I lavoratori dicono No

Posted by fidest press agency su martedì, 25 aprile 2017

OLYMPUS DIGITAL CAMERAI risultati della consultazione in Alitalia non sono ancora definitivi ma si è quasi arrivati al 50% dei NO e quindi l’esito è ormai scontato.
I lavoratori hanno espresso un forte NO alla pre-intesa sottoscritta in sede ministeriale dall’Alitalia e da Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Anpac e Anpav, sindacati che escono da questa prova assolutamente delegittimati.
USB ribadisce che il giusto e sacrosanto NO dei lavoratori dopo decenni di crisi e di tagli all’occupazione deve portare alla riapertura immediata della trattativa.
L’alternativa al commissariamento minacciato dal governo e dall’azienda esiste ed è rappresentata dall’intervento diretto dello stato, sino alla nazionalizzazione di Alitalia, a prescindere da ciò che afferma ideologicamente il Ministro Delrio.

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Alitalia e referendum: A carico dei contribuenti?

Posted by fidest press agency su domenica, 23 aprile 2017

alitaliaE’ iniziato il referendum sull’accordo, tra sindacati e azienda, per il “rilancio” dell’Alitalia. L’iniziativa coinvolge i 12.300 dipendenti della compagnia aerea. L’accordo prevede il taglio dei costi e del personale e interventi di ricapitalizzazione. Se vincesse il SI scatterebbe l’attuazione dell’accordo, l’intervento delle banche e il fondo di garanzia pubblica di circa 300 milioni (soldi del contribuente); se vincesse il NO la compagnia si avvierebbe al commissariamento e i costi del fallimento (gestione o liquidazione), circa un miliardo, finirebbero sulle spalle dello Stato (cioe’ del contribuente), dichiara il ministro allo Sviluppo Economico, Carlo Calenda. Non sappiamo come abbia fatto i calcoli il ministro Calenda ma abbiamo dei dubbi.
In 40 anni l’Alitalia e’ costata al contribuente qualcosa come 7,4 miliardi di euro. Un pozzo senza fondo che continua a inghiottire i soldi del contribuente. E’ ora di dire basta a questo sperpero di denaro. Bisogna commissariare l’Alitalia, liquidarla e iniziare una nuova era, se necessario. D’altronde, sono fallite la PanAm, la TWA, la Sabena e la Swissair ma si continua a volare. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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National Referendums on EU Issues: from Clarification to Frustration/L’UE et les référendums nationaux : de la clarification à la frustration

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 aprile 2017

European UnionThe recent succession of referendums that led to people saying “no to Europe” are leading to a radicalisation of political debate over the articulation between national democratic choices and belonging to the European Union. Often this debate leads to a challenge being made to “denials of democracy” which are said to result when national referendum results are not taken into account; this Policy Paper by Yves Bertoncini, our director, brings claims like this into perspective.The progressive shift from conciliation to contradiction, then from contradiction to confrontation, should prompt us to highlight which political conditions enable a better juncture between national referendums and European integration, not only to guarantee the smooth functioning of our democracies, but also the European Union’s ability to act effectively and legitimately.
1. National referendums on European issues reflect an often harmonious conciliation
2. Negative referendums on “indivisible” European issues reflect a structural contradiction between national democracies
3. The referendums of the “third type” are hopeless tools of confrontation between the EU member states.
La succession récente de référendums ayant conduit à dire « non à l’Europe » contribue à radicaliser le débat sur l’articulation entre les choix démocratiques nationaux et l’appartenance à l’Union européenne. Il est fréquent que ce débat débouche sur la mise en cause des « dénis de démocratie » qui découleraient de la non-prise en compte des verdicts référendaires nationaux : ce Policy Paper de Yves Bertoncini, notre directeur, met en perspective une telle assertion.
Les glissements progressifs de la conciliation à la contradiction, puis de la contradiction à la confrontation, doivent inciter à mieux souligner dans quelles conditions politiques il est possible de bien articuler référendums nationaux et construction européenne, aussi bien pour garantir le fonctionnement effectif de nos démocraties que pour conforter la capacité de l’UE à agir de manière efficace et légitime.
1. Les référendums nationaux sur les enjeux européens traduisent une conciliation plutôt harmonieuse
2. Les référendums négatifs sur des enjeux européens « indivisibles » traduisent une contradiction structurelle entre démocraties nationales
3. Les « référendums du 3e type » sont les outils d’une confrontation sans issue entre les États membres de l’UE

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“Marijuana rulez! Le vittorie referendarie negli USA”

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 febbraio 2017

droga cannabis-vicinoRoma Giovedì 16 febbraio alle ore 10.00, a Roma presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati (via della Missione, 4) si terrà la presentazione del volume “Marijuana rulez! Le vittorie referendarie negli USA” (ed. Reality Book).
Insieme all’autore Luca Marola interverranno il segretario di Radicali Italiani Riccardo Magi e Giuseppe Civati, segretario di Possibile e membro dell’Intergruppo “Cannabis Legale”.Da feroce baluardo della War on Drugs, gli Stati Uniti d’America sono diventati terreno di sperimentazione delle più avanzate politiche di legalizzazione e regolamentazione della cannabis.A colpi di consultazioni referendarie, nel 2012 in Colorado e Washington, nel 2014 in Oregon, Alaska e Washington D.C. e nel 2016, in California, Maine, Nevada e Massachusetts, i cittadini americani stanno spingendo la marijuana fuori dal mercato nero, fuori dal monopolio della criminalità con indubbi vantaggi collettivi sotto il profilo economico, occupazionale, sanitario, fiscale, di giustizia e di welfare. Marijuana rulez, le vittorie referendarie negli USA è un viaggio al centro dibattito pubblico sulla cannabis, al centro delle campagne referendarie appena conclusesi, al centro della “Rivoluzione Verde” che sta impetuosamente affermandosi negli Stati Uniti. Con l’auspicio che le buone pratiche qui raccontate siano una guida per gli attivisti ed i legislatori italiani.
Luca Marola (1977), autore per Reality Book di Marijuana in salotto, guida alla coltivazione fai da te e Legalizzare con successo, l’esperienza americana sulla cannabis, è ideatore e gestore di uno dei più antichi grow shop italiani, il Canapaio Ducale di Parma, fondato nel 2002. Da sempre impegnato nelle campagne antiproibizioniste per la normalizzazione e la legalizzazione della cannabis, è autore e conduttore della trasmissione radiofonica Non Solo Skunk.

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“La prova del No. Il sistema politico italiano dopo il referendum costituzionale”

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 febbraio 2017

la-prova-del-noA cura di Andrea Pritoni, Marco Valorizzi e Rinaldo Vignati. Il volume raccoglie le analisi e i commenti di: Ilvo Diamanti, Gianfranco Baldini, Gianfranco Pasquino, Salvatore Vassallo, Fabio Bordignon, Luigi Ceccarini, Francesco Marangoni, Luca Pinto, Andrea Pritoni, Marta Regalla, Filippo Tronconi, Marco Valbruzzi, Davide Vampa, Luca Verzichelli, Rinaldo Vignati, Andrea Pedrazzani Secondo Renzi, la sconfitta al referendum del 4 dicembre fu una sorta di voto di protesta per la situazione economica e sociale di giovani e degli abitanti del Sud, ma analizzando il profilo degli elettori che hanno votato “No” emerge un quadro diverso.
A votare “No” sono stati in maggioranza uomini, lavoratori autonomi e con un titolo di studio elevato. È quanto emerge dall’interessante contributo di Ilvo Diamanti, Fabio Bordignon e Luca Ceccarini al volume “La prova del No. Il sistema politico italiano dopo il referendum costituzionale”, edito da Rubbettino (in questi giorni in libreria) e nato dall’attività di ricerca sul tema dell’Istituto Cattaneo che proprio all’analisi dell’elettorato hanno dedicato un’analisi ricca di spunti molto fecondi per la riflessione.
Il referendum, scrivono inoltre i tre ricercatori, ha presto assunto le sembianze di una recall election come quelle in uso in altri sistemi politici e che si usa per revocare il mandato a un governatore eletto o per «mandare a casa» un politico. Tuttavia il significato di questo voto non è stato pienamente politico, come qualcuno vorrebbe, perché mancava un competitor. Se ci fosse stato, annotano i ricercatori, forse le percentuali sarebbero state diverse. Già! Se ci fosse stato… perché questo libro che fa ampio ricorso ai “se” e ai “ma” aiuta a comprendere a fondo direzioni e alternative, strade percorse e strade possibili. E se avesse vinto il “Sì”, come sarebbe stato oggi il nostro Paese e quali saranno gli scenari possibili vista la vittoria del “No”? A queste e ad altre domande rispondono le analisi e i commenti pubblicati nel volume, opera di affermati studiosi e profondi conoscitori della politica italiana da Salvatore Vassallo a Gianfranco Pasquino, ma anche di giovani ricercatori. Tanti i temi trattati, dai cambiamenti del sistema politico che si profilano dopo la sconfitta alle urne alle possibili alleanze che si verranno a configurare all’interno del Parlamento e della società, dalla straordinaria partecipazione elettorale all’esito differenziato del voto tra le regioni italiane, passando per il profilo politico e socio-demografico degli elettori. Accantonati i toni «accesi» e i discorsi faziosi tipici della campagna elettorale, gli autori di questo volume offrono analisi precise e puntuali di tutti gli aspetti più rilevanti del referendum. Con una diversità di approcci e una grande ricchezza di dati, i vari contributi permettono di analizzare le molteplici sfumature di un voto che, oltre alle conseguenze che ha già prodotto sul governo e la leadership di Matteo Renzi, promette di avere un impatto duraturo sul futuro del sistema politico italiano. (foto: la prova del no)

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E’ venuto il momento che Gentiloni parli al Paese

Posted by fidest press agency su martedì, 24 gennaio 2017

gentiloniAvviso ai naviganti: se dopo aver buttato via il 2016 per colpa del referendum, ora l’Italia dovesse far rotta nel mare periglioso e inquinato di una lotta politica basata sul ritorno o meno di Matteo Renzi, e relativa guerra interna al Pd, dividendosi su legge elettorale – la prossima settimana dovrebbe arrivare il giudizio della Corte Costituzionale sull’Italicum – e data delle elezioni, si può star certi che finiremo violentemente contro gli scogli. Anche perché si sta profilando una nuova stagione di delegittimazione – questa volta con le banche, e in parte le imprese, nel mirino, o se si vuole contro i luoghi e le modalità di generazione e detenzione di ricchezza, stipendi (alti) compresi – che rischia di far riprecipitare il Paese nel clima del 1992-94, con tutto quello che significa per la tenuta del sistema politico-istituzionale e di quello economico. Con la conseguenza di consegnare ai grillini un warrant elettorale che le urne si incaricheranno di trasformare in un biglietto d’accesso a Palazzo Chigi, magari in compagnia di Matteo Salvini.
Sia chiaro, è più che comprensibile, oltre che probabile, che l’ex presidente del Consiglio tenti di tornare al centro della scena, così come che nel Pd si scateni una battaglia politica – se poi fosse sulle idee, magari sarebbe meglio – e va da sé che tra le forze politiche si debba aprire una discussione sul sistema elettorale da scegliere (anche qui, se già che ci siamo si riuscisse a rendere omogenei i meccanismi non solo tra Camera e Senato ma anche per gli enti locali, sarebbe tanto di guadagnato). L’importante, però, è che agli italiani non sia data in pasto solo questa roba. Perché il rigetto sarebbe totale e assoluto. Psicologicamente, il Paese sta messo peggio di quanto già non fosse dopo la lunga recessione. Renzi è stato una droga – all’epoca delle primarie e poi nella prima parte del suo esecutivo, ha riacceso speranze sopite – che però ha generato la depressione che compare quando la sostanza stupefacente smette i suoi effetti. Ora Gentiloni ha riportato normalità, ed è un gran bene. E Mattarella è apparso ai più come un solido ancoraggio. Ma è evidente che non basta. Anche perché tanto lo scenario geopolitico – l’incognita dell’era Trump, le dinamiche russo-turche, Brexit, Libia e Siria – quanto quello economico – si pensi solo alla sempre più probabile e ravvicinata fine della stagione dei tassi zero – sono in grande fermento e proiettano forti e ansiogene incertezze. Occorre dunque un salto di qualità. Prima di tutto nell’analisi, che necessariamente va aggiornata e anche (ri)portata su un livello strategico da cui da tempo è scesa. E poi nelle decisioni di governo.
Il nostro suggerimento a Gentiloni è quello di provare ad andare oltre il pur apprezzabile ritorno alla collegialità nell’esecutivo. Crei un gruppo di lavoro di personalità esterne al governo, politiche e non, ed elabori un piano da poter attuare di qui fino alla fine della legislatura, che deve essere il suo orizzonte temporale. Inoltre cominci a parlare agli italiani, dicendo loro parole di verità sulla situazione in cui siamo e sulle difficoltà ma anche le possibilità che abbiamo di aggredire i problemi e invertire la curva del nostro più che ventennale declino strutturale. Sarebbe già molto, sia in termini di metodo che di merito. Lo sappiamo, questa non può essere, non fosse altro che per ragioni temporali, una stagione politica nuova. Ma una nuova fase sì. Il cui significato politico più profondo deve essere quello della lotta al populismo dilagante.
Da dove partire? Sicuramente non dal vuoto pneumatico dell’intervista, pur preannunciata come epocale, di Renzi ad Ezio Mauro. Le parole che abbiamo letto su Repubblica erano una finta autocritica, la descrizione di sé come di un “combattente solitario” che ha perso, per ragioni di cattiva comunicazione, una battaglia ma che è pronto a riprendere e vincere la guerra. Analisi politica, economica e del sentire collettivo, zero.
Invece, diciamo che i tre punti – ambiziosi – indicati dal ministro Calenda da quando è tornato libero di potersi esprimere (Renzi considerava ogni sua uscita, come quelle di Delrio e di altri ministri troppo poco ortodossi per i suoi gusti, come un delitto di lesa maestà) paiono un buon punto di partenza: messa in sicurezza del Paese con un piano straordinario di interventi; rilanciare l’economia attraverso investimenti strategici, tutelando in modo più netto gli interessi nazionali; avviare una vera politica di inclusione sociale. Anche prendendo tutti gli spazi di bilancio che servono. Noi aggiungeremmo una postilla a quest’ultimo punto – più deficit per investimenti in conto capitale assolutamente sì, ma piano per una riduzione del debito attraverso l’uso del patrimonio pubblico – e un ulteriore punto: la necessità di cominciare a dare qualche segnale di inversione di tendenza a favore del garantismo e a scapito della giustizia sommaria. Non fosse altro per fermare la deriva della guerra sociale strisciante e l’insopportabile ulteriore decadimento della credibilità della politica e delle istituzioni pubbliche.Bisogna assolutamente che al più presto Gentiloni dia il segno di una discontinuità nella politica economica. Va dato all’Europa, che sembra essere – anche in vista degli appuntamenti elettorali tedeschi e francesi – molto meno disposta alla benevolenza di fronte all’ennesimo sforamento della legge di bilancio 2017 sugli obiettivi precedenti. E va dato sia alle imprese, che devono tornare ad investire e fermare l’emorragia di cessioni (a stranieri e soggetti finanziari), sia ai lavoratori, cui chiedere più produttività in cambio di più salari. Industria 4.0 non può essere uno slogan buono per i convegni, ma deve assumere centralità nell’agenda del governo. Infine si affronti con decisione il tema delle banche – modesta proposta: perché non affidare ad Atlante, magari attraverso la forma del prestito obbligazionario, i 20 miliardi stanziati ad hoc? – prima che la marea montante dello scandalismo prenda il sopravvento.La possibilità che le prossime elezioni, al di là della data, non aprano la porta di palazzo Chigi ai colleghi di Virginia Raggi è tutta nelle mani di Gentiloni e di una scelta finalmente lungimirante del Parlamento sulla legge elettorale, non di Renzi e della sua agognata rivincita. (Enrico Cisnetto direttore Terza Repubblica quotidiano online di Società Aperta)

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“Sparare sul governo è come sparare sulla croce rossa”

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 dicembre 2016

palazzo chigi“E’ un governo inconsistente che nasce sulle macerie di Renzi e del renzismo, non ha la forza e la capacità di staccarsi in nulla. Ci sono le stesse persone, le stesse facce fallite del governo Renzi. Gli italiani si sono espressi con il referendum e a questo punto prima si approva la nuova legge elettorale meglio è così poi possiamo andare voto. Per quanto ci riguarda ieri abbiamo fatto un primo incontro di tutte le forze del centrodestra, 7-8 soggetti politici a partire da Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia, Fitto, Quagliariello, Mario Mauro, Rotondi, tutte le forze del centrodestra che hanno dichiarato di voler concorrere per trovare un modello di legge elettorale unitario con cui ci presenteremo in Parlamento. In tutto questo aspettiamo quello che vorrà fare il padrone del Partito Democratico Renzi, si fa il congresso, non si fa, primarie sì, primarie no. Aspettiamo anche il giorno in cui lui staccherà la spina al Senato, perché ormai questa è la vulgata che prima o poi, anzi più prima che poi, Renzi staccherà la spina sempre per il suo personale disegno di potere. Ma gli italiani hanno in serbo per lui grandi delusioni, la sua stagione è finita, il suo PD è finito. Il centrodestra ora deve proporsi agli adesso agli italiani come area politica vincente, con un programma vincente e con una classe dirigente vincente. La stagione del Pd, che ci ha regalato tre Presidenti del Consiglio in 4 anni, che ha prodotto disastri, macerie, egemonismi è finita ed è solo grazie solo referendum che abbiamo salvato l’Italia dal renzismo e dalla deriva autoritaria.” Così Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia, parlando con i giornalisti in sala stampa a Montecitorio.

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Referendum: deputati FI, Berlusconi guida coalizione cdx

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 dicembre 2016

camera deputati“Dall’esito referendario emergono prioritariamente che: Il voto dell’elettorato giovanile è quello che maggiormente ha premiato il NO; i giovani hanno inteso bocciare sia la riforma sia un Governo che evidentemente, con la sua azione, non ha saputo dare garanzie e prospettive. Parimenti la popolazione sopra i 55 anni è quella nella quale il messaggio renziano ha fatto breccia limitando il distacco con il NO. Infine, le regioni del centro sud hanno premiato maggiormente il NO, da una lato bocciando i mille giorni di Governo Renzi dall’altro le ragioni del NO hanno trovato rappresentati più credibili. A questo punto è dunque opportuno andare a nuove elezioni, ma non senza aver prima definito in modo serio ed inclusivo una nuova legge elettorale che coniughi rappresentanza, governabilità e sovranità popolare. Mai come in questo momento dunque per il centrodestra e Forza Italia è importante che il Presidente Berlusconi riassuma il ruolo di guidare la coalizione che necessariamente dovrà trovare la maniera di includere tutte le forze moderate alternative al centrosinistra al fine di poter esprimere quanto prima uno strumento elettorale per il ritorno alle urne e conseguentemente una candidatura moderata e condivisa. A tal proposito, la settimana prossima daremo nuovamente vita ad un momento di riflessione per dare un nostro contributo ad una proposta di legge elettorale e di un percorso per arrivare a questi obiettivi.”Lo dichiarano in una nota i deputati di Forza Italia Alberto Giorgetti, Basilio Catanoso, Fabrizio Di Stefano, Paolo Russo, Pietro Laffranco, Roberto Occhiuto.

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Referendum: La vittoria del No era preannunciata anche dalle App.

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 dicembre 2016

SmartphoneOgury, piattaforma di mobile data che permette di conoscere l’uso reale dell’intero dispositivo mobile di oltre 300 milioni di utenti nel mondo e 9 milioni di utenti in Italia, ha valutato i download delle app sul referendum, anticipando una possibile vittoria del No. L’applicazione “Costituendum” per il Sì è stata la più scaricata rispetto alle concorrenti “Io voto no” e “Comitato per il no”. Ma la “retention”, ossia per quanto tempo gli utenti hanno tenuto le app sul proprio smartphone, è stata migliore per quelle del No (72% di “Io Voto no” contro il 59% di “Costituendum”). L’app del Sì, infatti, proponeva domande sul referendum come fossero un gioco a punteggi con tanto di classifica finale. Però, una volta finito di giocare, veniva disinstallata. Al contrario, le App per il No erano di tipo più informativo, rivelandosi più utili per il cittadino simpatizzante del No.
“Non siamo esperti di politica” dichiara Francesca Lerario, Managing Director di Ogury Italia. “Ma abbiamo deciso di portare avanti questa analisi per dimostrare la nostra abilità nel capire con precisione ciò che le persone fanno con i propri smartphone. La nostra utenza infatti è ultra profilata” spiega Lerario, “e origina un network all’interno del quale siamo in grado di muoverci con totale precisione per assicurare i migliori risultati in termini sia di advertising, sia, come in questo caso, di ricerche”, conclude Lerario.

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Riflessioni sul referendum e il voto popolare

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 dicembre 2016

referendum“Ciò che ha sorpreso tutti, ma proprio tutti, in questo Referendum è stata da un lato la partecipazione convinta degli italiani, come non si vedeva più da molte elezioni, e dall’altro la forbice decisa che separa i No dai Si, senza possibilità di equivoci. Senza che si possano invocare brogli, manipolazioni, voti all’estero, matite che scrivono più o meno: tutto contribuisce a rendere il dato indiscutibile. Gli italiani hanno vinto l’inerzia delle ultime tornate elettorali per andare a dire un no chiaro e secco alla riforma costituzionale, ad un certo modo di governare di tipo più semipresidenziale che parlamentare, a tante promesse che non trovavano riscontro nei fatti sperimentati nella vita di ogni giorno. Nell’ovvio spaesamento di cui tutti portano traccia nel loro vissuto di queste prime ore, è chiaro che il risultato del referendum impone una pausa di riflessione a tutti prima di prendere decisioni che impegnino in modo sostanziale il futuro del paese. A questo dovrà servire l’anno che manca alla fine della legislatura e che mi auguro davvero che non venga ridotto, da chi spera di lucrare in fretta risultati brillanti per se e per il proprio partito. La vittoria del NO ha davvero tanti padri, che non hanno nessuna possibilità di trovare un punto di convergenza in vista di una possibile elezione. E’ assolutamente improbabile che Berlusconi possa trovare un accordo con i comunisti della sinistra italiana, avendo lui costruito il suo profilo politico proprio in antitesi a loro. Altrettanto difficile è immaginare che Grillo e Salvini possano trovare un accordo concreto su di un possibile governo da condividere. Ma se è vero che la Meloni e Salvini possono invocare le primarie del centrodestra, ipotizzando ognuno di loro di poter mettere mano al pacchetto di voti berlusconiani, è altrettanto improbabile che il vecchio leader lasci giocare la partita a loro due, senza intervenire nel suo classico modo divisivo”. Lo afferma l’onorevole Paola Binetti di Area popolare.
“Tutti nel centro destra sanno quanto Berlusconi sia abile a difendere la sua, e solo la sua, leadership, rimandando alle calende greche la scelta del suo successore. La lista dei potenziali delfini travolti dal suo attaccamento strutturale alla carica di Capo unico ed indiscusso del centrodestra è sempre più lunga e soprattutto non se ne vede la fine. Anche questa volta sembrava finito, ed è riemerso alla grande, ma è difficile immaginare che possa riuscire nella disperata impresa di coagulare ancora una volta il popolo dei moderati del centrodestra. Ma al No, occorre ricordarlo, ha contribuito anche in modo tutt’altro che irrilevante il famoso popolo del Family day che ha con Renzi un contenzioso ancora aperto. Quindi, se per votare No è stato facile coagulare le forze del dissenso, dire Si ad un progetto comune sembra radicalmente impossibile. Ed è questa la pausa di riflessione che serve a tutti: occorre rifare la legge elettorale, riorganizzare la vita interna dei vari partiti e movimenti, immaginare possibili coalizioni, in vista di un premio di maggioranza alla coalizione e non al partito, come prevede ora l’Italicum. Serve tempo per pensare – prosegue Binetti -, per tornare a dialogare con un popolo che si è risvegliato dal lungo sonno dell’assenteismo, per progettare il futuro, ma anche per concludere alcune cose buone avviate in Parlamento e rimaste per ora in sospeso. E per questo tutti ci affidiamo a Mattarella perché sia davvero il garante del futuro del paese in questa delicata fase di transizione, in cui la crisi, checché se ne dica, tocca ancora molto sul vivo famiglie e imprese e tutti hanno bisogno di tornare a crescere”, conclude.

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Referendum: Fu vera gloria?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 dicembre 2016

palazzo chigiIl risultato delle votazioni per la riforma costituzionale, non lascia adito a interpretazioni di parte, a meno che non si riesca a entrare nel cuore delle elezioni e guardare, con una certa obiettività, i risultati, analizzandone il vero significato.
I numeri sono impietosi 60% i NO e 40% i SI, ben 20 punti di distacco.
Ma per ottenere il 60% per il NO, si son dovuti riunire i voti delle Destra estrema di Salvini, quindi quelli della Destra inutile della Meloni, nonché quelli della Destra di Berlusconi.
Non basta, si è aggregata anche la sinistra del PD, la sinistra estrema dei nostalgici del comunismo reale, che hanno scelto di andare a braccetto con i neo-fascisti delle destre.
Il 40% raccolto dagli elettori per il SI, fa apparire Renzi come un gigante sconfitto dalle forze soverchianti, con l’aggravante del sostegno della ministra Maria Elena Boschi che faceva ricordare, anche ai più distratti, l’immane errore politico di Renzi, quando, per salvare le terga ai dirigenti della Banca Etruria, tra i quali il paparino della Boschi, sottrasse ai piccoli risparmiatori ingannati e truffati dalla Banca in questione, i proventi di una vita di risparmio e sacrifici.
A condannare Renzi alla sconfitta è stato anche il tradimento a coloro che lo votarono per le primarie, convinti dalla sua solenne affermazione “Mai più larghe intese”, affermazione che si impantano nei trucchi del Nazareno con Berlusconi.
Malgrado tutto ciò, ho votato SI, ma non per fiducia a Renzi, verso il quale tale fiducia naviga intorno allo 0, ma per non dare a Berlusconi l’alea di farsi “padre nobile” del governo Renzi, garantendo il suo appoggio, in cambio di una politica liberista in grado di riprendere i temi tanto cari al pregiudicato, come il falso in bilancio e il conflitto di interessi.
Ora il cerino acceso è nelle mani del Presidente della Repubblica Mattarella, cosa deciderà di fare ?
L’Italia è nel caos, gli avventurieri si scagliano verso le poltrone rimaste libere, per raccogliere i resti del pasto interrotto. Verdini ha esaurito il compito affidatogli da Berlusconi e non trova una nuova e credibile collocazione; Alfano sa bene di non valere più del 3% dei consensi, tant’è che gli aspiranti rieletti transumano presso altri lidi, non ultimo rivolgendosi alla Lega ottenendo garanzie di candidatura. Avrei accettato le dichiarazioni esaltate di vittoria, ove i NO avessero raggiunto, almeno, l’80% dei consensi, ma con il 60% possono solo esibire una “vittoria di Pirro”. (Rosario Amico Roxas)

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Giochi: lo scenario post referendum

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 dicembre 2016

slot machines«Si vedrà dopo il referendum»: la formula, ripetuta come un mantra, ha accompagnato nelle ultime settimane le previsioni sul futuro del settore giochi, tema di una delicata trattativa tra Governo ed Enti locali in Conferenza Unificata. Ora che il referendum ha spazzato via la riforma e messo in crisi l’esecutivo di Renzi, l’incertezza sull’evoluzione a breve termine non può che crescere.A rischio c’è l’intera architettura governativa di riordino del comparto, riassunta nella proposta che Pier Paolo Baretta, sottosegretario all’Economia, ha presentato agli enti locali una ventina di giorni fa. Punti focali, ricorda Agipronews, la riduzione del 33% delle slot sul territorio nazionale entro un anno e il drastico calo dei punti vendita abilitati all’installazione delle macchine, a spese soprattutto di bar e tabacchi. Una proposta che da una parte aveva parzialmente ammorbidito l’intransigenza degli enti locali, tesi a proteggere le limitazioni al gioco stabilite dai loro regolamenti; dall’altra, era stata digerita, seppure a fatica, anche all’interno del settore. Tanto che nei giorni scorsi, lo stesso Baretta aveva annunciato l’inserimento della riduzione slot come emendamento governativo nella Legge di Bilancio.E ora? Tutto dipende da come si evolverà la crisi: un prolungamento del Governo Renzi per l’ordinaria amministrazione potrebbe consentire a Baretta di mandare in porto il progetto in extremis. Stesso dicasi per un esecutivo a guida “renziana”, vedi Padoan. Tutte le ipotesi che prefigurano una rottura netta con l’ultimo Governo potrebbero invece condurre la proposta-Baretta su un binario morto.Al riguardo, fra gli operatori del settore convivono umori differenti: per un verso, lo “spiaggiamento” del progetto governativo rimanderebbe sine die la temuta “fase due”, vale a dire la programmata, parziale o totale eliminazione delle slot da bar e tabacchi, di cui si parla esplicitamente nel testo di Baretta. Per altri versi, però, l’attuale situazione di “vacatio legis”, prosegue Agipronews, darebbe sempre di più mano libera a comuni e regioni, i cui regolamenti limitano fortemente il gioco sia dal punto di vista della collocazione (i “distanziometri”) che degli orari di apertura, e aumentare la confusione sul territorio.Più chiara la situazione relativa la legge di Bilancio, che contiene due provvedimenti riguardanti i giochi: il nuovo bando per il Superenalotto e la lotteria dello scontrino. Il testo, spiega Agipronews, ha già passato il vaglio della Camera e al Senato la maggioranza per l’approvazione definitiva non dovrebbe mancare. Ma bisognerà fare tutto molto in fretta, vista la situazione precaria dell’esecutivo, e sarà difficile condurre eventuali emendamenti a buon fine. Tradotto: l’inserimento della riduzione delle slot nella legge di Bilancio potrebbe trovare la porta sbarrata. MF/Agipro

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