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Posts Tagged ‘referendum’

Referendum per la privatizzazione del trasporto pubblico di Roma

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 novembre 2018

Roma. Hanno vinto le ragioni del NO nonostante abbia prevalso il SI al referendum consultivo sul trasporto pubblico locale. Con un’affluenza alle urne che non supera neppure il 50% del quorum richiesto, con solo il 16% dei votanti su oltre 2 mln 367 mila aventi diritto, i cittadini hanno scelto l’astensione per rispedire al mittente un referendum che tradisce la volontà popolare, quella espressa già nel 2011 quando il 98% dei cittadini italiani votarono a favore del mantenimento della gestione pubblica dei servizi essenziali.Ma il dato rivelatore del fatto che i romani non si siano bevuti la storiella del “privato è meglio” è stato l’alto astensionismo registrato in quasi tutte le periferie. Di certo ciò non è un caso, visto che è proprio nelle periferie di Roma che il servizio di trasporto è gestito dai privati ed è proprio in periferia che si registrano i maggiori disagi e le interminabili attese alle fermate.Prevalgono le ragioni del NO, nonostante il ridotto spazio che ci hanno dedicato gli organi di stampa, nonostante la campagna diffamatoria nei confronti dei lavoratori, nonostante i potenti mezzi economici del Partito Radicale. Perché noi, utenti e lavoratori, nelle periferie ci viviamo e ci lavoriamo, per questo sappiamo discernere il grande inganno delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni. Tornare alla completa gestione pubblica di tutti i servizi primari, a partire dal trasporto, continuerà ad essere la nostra priorità anche dopo che le luci dei riflettori del referendum si spegneranno, perché un bene pubblico è un bene di tutti e non un privilegio per pochi.

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Usb: referendum flop, fallito a Roma il tentativo di privatizzare il trasporto locale

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 novembre 2018

Bocciato il referendum consultivo promosso dai radicali sulla privatizzazione del trasporto pubblico pubblico di Roma. Un vero e proprio fallimento di partecipazione: per tutta la giornata si sono registrati bassi livelli di affluenza, tanto che il quorum del 33% richiesto per convalidare il referendum è stato un miraggio fin dalla rilevazione delle ore 12, quando aveva votato il 4% degli aventi diritto, saliti alle 16 all’8,95%. Un segno inequivocabile che il referendum è stato respinto e con esso la volontà dei radicali di strumentalizzare il malcontento dei cittadini.È tempo adesso che l’amministrazione comunale faccia la sua parte, chiedendo alla Regione Lazio e al Governo finanziamenti adeguati e lavorando seriamente ad un progetto di ripubblicizzazione al 100% di tutto il trasporto pubblico romano, che preveda la reinternalizzazione di tutte le attività e di tutti i lavoratori. (fonte Usb)

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Legambiente sul Referendum cittadino Atac di Roma

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 novembre 2018

Roma. L’11 novembre 2018 si svolgerà nella Capitale il referendum consultivo, con due 2 quesiti: Il primo è: “Volete voi che Roma Capitale affidi tutti i servizi relativi al trasporto pubblico locale di superficie e sotterraneo ovvero su gomma e rotaia mediante gare pubbliche, anche ad una pluralità di gestori e garantendo forme di concorrenza comparativa, nel rispetto della disciplina vigente a tutela della salvaguardia e della ricollocazione dei lavoratori nella fase di ristrutturazione del servizio?”.
Il secondo quesito: “Volete voi che Roma Capitale, fermi restando i servizi relativi al trasporto pubblico locale di superficie e sotterraneo ovvero su gomma e rotaia comunque affidati, favorisca e promuova altresì l’esercizio di trasporti collettivi non di linea in ambito locale a imprese operanti in concorrenza?”.
Il quorum del 33% appare molto alto e il suo raggiungimento non sembra di certo scontato, ma è importante avviare una fase di studio e ristrutturazione, proprio a partire dagli esiti referendari, per garantire un servizio TPL futuro, migliore dell’attuale. Sarà cruciale la costruzione di un percorso che, qualunque sia l’esito del referendum, avvii tali modifiche anche radicali, poiché una vittoria del SI non dovrebbe comunque portare allo smantellamento della più grande azienda di trasporto locale d’Italia e una vittoria del NO non significherebbe di certo che ai cittadini piace lo stato del servizio. A fronte di tali elementi, sono fondamentali alcune garanzie: che il controllo sul servizio resti pubblico e di Roma Capitale; che sia assicurata l’accessibilità per ciascuno al servizio senza seguire le sole logiche di mercato, garantendo il servizio pubblico alla collettività, anche nelle zone meno remunerative e ad un costo accessibile a tutti; che alle aziende di trasporto rimangano, o confluiscano, le categorie operative e la gestione del parco macchine, siano esse l’Atac con ditte private che già operano su tratte periferiche o aziende vincitrici di eventuali bandi, inclusa Atac stessa. “Senza alcuna posizione ideologica sosteniamo che la che la vittoria del SI può e deve essere occasione importante per avviare le modifiche suddette, in un quadro di visione a lungo termine che ponga al centro il diritto a muoversi senza l’uso dell’auto privata – dichiara Roberto Scacchi presidente di Legambiente Lazio-. Con una maggioranza di NO si dovrebbe comunque aprire un’ampia discussione per migliorare il servizio di un’azienda in drammatiche difficoltà finanziarie e funzionali. Ci auguriamo pertanto che alla tornata referendaria, seppur consultiva, i cittadini partecipino numerosi, sancendo un indirizzo di rinnovamento e ammodernamento dei trasporti pubblici romani”.

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Roma Capitale: L’Atac e il referendum

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 ottobre 2018

Possiamo riassumere così la situazione dell’Atac, l’azienda comunale dei trasporti di Roma Capitale: “Non rispetta i contratti di servizio; non effettua le corse come da programmazione del Comune; ammette di non rispettare i requisiti di manutenzione dei veicoli e costa il doppio di quello che dovrebbe costare. In cambio, continua ad essere finanziata dai contribuenti, compresi i non romani, continua a non pagare i propri debiti, continua a peggiorare il servizio. Nell’ultimo biennio, ogni giorno che passa, l’azienda di trasporto pubblico romana ha perso circa 2,1 milioni di euro, Negli ultimi 9 anni l’azienda pubblica è costata al contribuente circa 7 miliardi di euro tra sussidi e perdite.”
Cosa farebbe una persona di buon senso? Direbbe che la situazione non è sostenibile, che il servizio di trasporto pubblico è fallimentare e fallito, che occorre trovare una soluzione perché il servizio di trasporto deve essere rivolto al pubblico e non necessariamente di proprietà pubblica.Occorre evitare, direbbe sempre la persona di buon senso, che i disservizi e gli addebiti siano accollati sull’utente. Già due anni fa, in un convegno, analizzavamo i bilanci di Atac, e la gestione del trasporto, rilevandone il disastro. La situazione è peggiorata perché la sindaca Virginia Raggi, si ostina a non tener conto della realtà che è sotto i suoi occhi.Per tentare di risolvere il problema e offrire una opportunità ai cittadini di poter usufruire di un sevizio di trasporto degno di questo nome, i Radicali Italiani hanno promosso un referendum consultivo sull’Atac che si terrà l’11 novembre prossimo.
Chi voterà SI al referendum chiederà al Comune di bandire gare tra più aziende, per lo svolgimento del servizio di trasporto pubblico in città, senza affidarlo automaticamente all’ATAC. Ovviamente l’ATAC potrà essere uno dei partecipanti alla gara, gli altri partecipanti potranno essere privati ma anche pubblici. Quindi, il referendum non mira a privatizzare il servizio pubblico, ma a consentire al Comune di poter scegliere i soggetti che sono in grado di offrire il servizio migliore.
Del referendum non se ne parla e il M5S, sostenitore a parole della democrazia popolare, osteggia la consultazione. Sarebbe opportuno che i romani si svegliassero dal torpore nel quale sono caduti da un po’ di tempo. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc) (n.r. A nostro avviso non crediamo che basti togliere la gestione del servizio all’Atac quanto la necessità di migliorare la circolazione dei mezzi pubblici e privati facendo rispettare le regole, punendo severamente chi parcheggia in seconda fila, chi non rispetta i divieti di sosta e regolamentando la consegna delle merci veicolando il servizio in determinate fasce orarie. Il fine è quello di aumentare la media oraria dei transiti dei bus oltre ad un loro più intelligente servizio. Non giriamoci tanto intorno: i romani non sono contrari all’utilizzo dei mezzi pubblici se rispettassero la regolarità dei transiti, se fossero più frequenti e riducessero i tempi di percorrenza. Se la circolazione attuale resta com’è, senza i correttivi citati, non ha proprio senso votare si o no al prossimo referendum. Anche il nuovo gestore si troverebbe ad affrontare gran parte delle difficoltà che oggi imputiamo all’Atac e i mali attuali sarebbero condannati a perpetuarsi.)

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La febbre elettorale attraversa l’America Latina

Posted by fidest press agency su sabato, 19 maggio 2018

Commento di Vivienne Taberer, Portfolio Manager, Emerging Market Fixed Income di Investec Asset Management. I risultati delle molte elezioni di quest’anno in America Latina plasmeranno la politica del prossimo decennio. Gli appuntamenti sono numerosi: il calendario prevede sei elezioni presidenziali, un referendum e molte elezioni legislative.Il Cile e l’Honduras hanno avuto le loro elezioni nel 2017. Le elezioni legislative e il primo turno di quelle presidenziali in Costa Rica, insieme al referendum in Ecuador, hanno aperto a febbraio il calendario elettorale del 2018. A marzo sono seguite le elezioni legislative in Colombia e a El Salvador.Sebbene anche Paraguay e Venezuela abbiano entrambi elezioni programmate per la prima metà dell’anno, il mercato si focalizzerà soprattutto su Brasile, Colombia e Messico.
La corruzione e la mancanza di sicurezza sono alcuni dei temi chiave che interessano gli elettori rispetto a uno scenario economico in generale più favorevole. Tutto ciò ha portato all’affermazione di un atteggiamento anti-establishment più forte di quanto sarebbe in altre circostanze emerso, indebolendo l’affidabilità dei sondaggi nel prevedere l’esito delle varie elezioni.La Costa Rica ne è un esempio: qui si sono infatti osservate ampie oscillazioni nei sondaggi e un’elevata percentuale di elettori indecisi nel momento in cui i valori conservatori diventavano un tema fondamentale. Tutto ciò prima che gli elettori rieleggessero il candidato del partito di governo, a dispetto di quanto previsto dagli ultimi sondaggi, che invece non lo davano come favorito.
Quest’anno sono previste tre elezioni presidenziali in tre dei maggiori mercati, un’occasione che si presenta una volta ogni dodici anni: in Colombia, Messico e Brasile.
Il primo turno elettorale in Colombia sarà il 27 maggio, cui seguirà eventualmente un ballottaggio il 17 giugno in caso nessun candidato ottenga la maggioranza assoluta. Il candidato di centro-destra, Ivan Duque, è passato avanti nei sondaggi fin dalle primarie. Pare improbabile una sua vittoria già al primo turno, ma gli attuali sondaggi lo danno al momento ben posizionato. Il suo principale rivale pare essere Gustavo Petro, l’ex-sindaco di sinistra di Bogota. I mercati hanno registrato un forte rally dalle primarie, fiduciosi del fatto che prevarrà un candidato di centro-destra apprezzato dal mercato e che la direzione politica intrapresa più di recente non verrà rivoluzionata.
Nonostante la buona performance dei prezzi degli asset registrata recentemente, i mercati colombiani sembrano ancora ben posizionati per un rialzo nel caso Duque vinca al ballottaggio. L’orientamento di centro-destra nel Paese sembra solido e per questo motivo il nostro scenario di base va nella direzione di una vittoria di Duque, anche se Petro facesse meglio di quanto prevediamo nel primo turno. Considerata la nostra view positiva, siamo sovrappesati sul peso e sui bond in valuta locale.
I mercati sono sempre più convinti sull’esito delle elezioni presidenziali in Messico dell’1 luglio.Sebbene prevediamo che vi sarà solo un impatto modesto sullo scenario di investimento, la direzione politica dovrebbe spostarsi verso sinistra, una dinamica legata soprattutto alle preoccupazioni degli elettori rispetto al tema della corruzione.Il candidato di sinistra Andrés Manuel López Obrador, di solito indicato come “AMLO”, continua a essere ben posizionato nei sondaggi, ben davanti ai candidati dell’Institutional Revolutionary Party (PRI) e del National Action Party (PAN) Ricardo Anaya e Jose Antonio Meade. Senza un secondo turno in Messico, è probabile che il vincitore sia Obrador e nulla lascia ipotizzare il consolidamento di un ampio voto anti-AMLO sostenuto da uno dei suoi due rivali politici.
Il mercato sembra rassegnato a una vittoria quasi sicura di Obrador, pertanto occorre riflettere su quale sarà l’impatto di quel risultato. Finora, la politica proposta da quest’ultimo sembra concepita per rassicurare gli investitori e non prevede posizioni economiche radicali. Inoltre è molto improbabile che il suo partito, Morena, ottenga la maggioranza in Parlamento, perciò sarà comunque difficile apportare cambiamenti drastici. Pertanto, sebbene la direzione futura non sembri esaltante sotto una presidenza di AMLO e vi siano rischi di lungo periodo, nel breve termine prevediamo rischi di ribasso relativamente limitati sui mercati qualora prevalesse l’orientamento a sinistra come previsto. Qualora invece un candidato PAN o PRI rovesciasse la situazione si presenterebbero ovviamente potenziali significativi di rialzo.Molti elettori sono indecisi e i dibattiti presidenziali potrebbero essere determinanti nel decidere il ritorno verso destra dello scenario politico. Sia Anaya che Meade dovrebbero secondo le previsioni condurre dibattiti positivi e Obrador dovrà evitare gli errori che ha commesso nelle due elezioni precedenti. Siamo posizionati in modo neutro sulla valuta e abbiamo portato la nostra allocazione verso bond di lunga scadenza sul mercato locale. Ci saranno probabilmente opportunità di investimento con la maggiore volatilità che si potrebbe presentare a ridosso delle elezioni.
In Brasile la partita è ancora molto aperta. Vi è una diffusa incertezza di fondo, sebbene permanga l’aspettativa che il centro-destra si consolidi dietro a un singolo candidato eleggibile. Il primo turno è previsto il 7 ottobre, con un ballottaggio il 28 dello stesso mese. A sinistra, l’ex Presidente Luiz Inacio Lula da Silva (Lula) resta avanti nei sondaggi nonostante il suo arresto e l’elevata probabilità che non potrà correre alle elezioni, mentre anche il populista Jair Bolsonaro è ben messo nei sondaggi, collocandosi al secondo posto nelle preferenze degli elettori. Le registrazioni dei partiti si sono da poco concluse: il numero di candidati del centro resta alto e con un sostegno molto frammentato. Alckmin, il governatore di San Paolo, è il preferito dai mercati tra questi candidati ma non è ben posizionato nei sondaggi. Marina da Silva è invece salita nei sondaggi recentemente e sembra potrà utilizzare a suo vantaggio la situazione che riguarda Lula.
La situazione in Brasile resta molto incerta e continuerà in tal modo fino a quando il centro-destra non si consoliderà dietro un suo candidato. Sebbene molti analisti siano convinti che questo candidato alla fine emergerà e vincerà, i rischi sono troppi perché questo diventi al momento lo scenario di base. I prezzi degli asset continueranno a reagire probabilmente a questa incertezza, soprattutto per la grande disaffezione dell’elettorato verso l’establishment politico. Una cosa però è chiara: la pressione per le riforme sarà forte per qualsiasi candidato. La maggior parte di essi sottolinea l’importanza di una riforma del sistema di previdenza sociale, per questo motivo le opportunità offerte dal rapporto rischio-rendimento ci hanno resi positivi sull’estremità lunga della curva. Per quanto riguarda la valuta, riteniamo non vi sia sufficiente valore al momento e ci aspettiamo che vi saranno migliori opportunità per aumentare l’esposizione con l’aumento della volatilità illustrato prima.Nonostante ci si attenda una certa volatilità sui mercati dell’America Latina, sembra improbabile che assisteremo un ampio deterioramento del quadro politico complessivo. Paesi come il Venezuela sono l’eccezione più che la regola. Siamo pertanto positivi sulla regione, soprattutto visto il recente rafforzamento della crescita economica globale. I mercati quasi sicuramente offriranno interessanti opportunità di investimento.

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Un referendum sui Trattati europei, anche in Italia

Posted by fidest press agency su giovedì, 5 aprile 2018

Roma venerdì 6 aprile alle ore 11.00 davanti alla Corte di Cassazione in piazza Cavour appuntamento con i giornalisti. Nella stessa mattinata verrà depositata in Corte di Cassazione a Roma, la Proposta di Legge costituzionale di iniziativa popolare per chiedere che in Italia – come avvenuto in altri 9 paesi in Europa – si possa celebrare un referendum sull’adesione ai Trattati europei. A presentarla per conto della Piattaforma Eurostop saranno Giorgio Cremaschi, Franco Russo (autore della proposta di legge), sindacalisti dell’Usb come Pierpaolo Leonardi e Paola Palmieri, attivisti di Eurostop come Mauro Casadio, Sergio Cararo, Michele Franco, Franco Bartolomei ed altri. Ci saranno sei mesi di tempo per raccoglierne almeno cinquantamila firme da presentare alla Camera dei Deputati – oggi con una maggioranza non più “euroentusiasta” – che ha l’obbligo di discutere le leggi di iniziativa popolare entro i tre mesi dalla conclusione della raccolta delle firme.Una prima giornata nazionale la raccolta delle firme in tutte le città, insieme a quelle sulla legge di iniziativa popolare sulla abrogazione/riscrizione dell’art.81 introdotto in Costituzione nel 2012 (obbligo di pareggio di bilancio prevista dal Fiscal Compact), è prevista per venerdì 20 aprile.

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Costituzione, premier, elezioni

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 novembre 2017

respect-costituzioneLa nostra è la Costituzione più bella del mondo, sosteneva un noto comico (Benigni, 2012), tant’è che quando ci hanno messo mano hanno fatto danni (governo Amato e successivo referendum confermativo, 1991). Il popolo, convocato, di nuovo, per esprimere un parere sulle modifiche costituzionali, proposte del governo Berlusconi, 2005-2006, e dal governo Renzi, 2014-2016, ha sancito che la Costituzione va bene così.
Sembra, però, che alcuni esponenti politici non conoscono la nostra Costituzione e si incaponiscono a chiamarsi “candidato premier” e fare appello al Presidente della Repubblica affinchè sciolga anticipatamente le Camere (Senato e Camera dei Deputati).
Il “candidato premier” o il “premier indicato” non esistono nella nostra Costituzione perché è il Presidente della Repubblica che nomina il “premier”, cioè il Presidente del Consiglio (art. 92 della Costituzione).
Il Presidente della Repubblica può sciogliere anticipatamente le Camere se il Presidente del Consiglio si dimette per mancata approvazione della fiducia, sentiti i Presidenti delle due Camere (art.88 della Costituzione). Se prosegue la fiducia nei confronti di provvedimenti governativi, le Camere non si possono sciogliere anticipatamente.
Ma, tant’è, si continua a blaterare di premierati e di elezioni anticipate. Il tutto senza che nessuno ponga, al loquace di turno, la domanda: conosce la Costituzione? (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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Referendum Lombardo-Veneto: L’autarchia lascia il tempo che trova

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 ottobre 2017

regione lombardiaA leggere i dati sul surplus tra entrate e uscite del Nord, del centro e del Sud si capiscono i risultati del referendum che si sono svolti ieri in Lombardia e Veneto. Il Nord ha un attivo di 93 miliardi, il Centro di 8 miliardi, invece il Sud ha un disavanzo di 63 miliardi. Le cifre parlano da sole. Teniamoci i nostri soldi, non vogliamo svenarci con un Sud che, da decenni, non riesce a decollare, nonostante massicci investimenti effettuati dal dopoguerra ai giorni nostri, è il motivo principale delle proteste, specialmente dei veneti. Ragionare sui fatti serve a chiarire. Lo scandalo finanziario della Banca Veneta e Banca Popolare di Vicenza, che ha colpito i veneti, ha rafforzato le convinzioni di chi si sente trascurato dallo Stato centrale che non è intervenuto in maniera tempestiva. Già, ma lo scandalo è nato nel Veneto, da banche locali. I veneti ricordano lo scandalo Mose? Insomma, l’idea che l’onestà e l’operosità appartenga, in via esclusiva, a determinate aree geografiche lascia il tempo che trova. Le stesse norme istitutive dei referendum regionali pongono alcuni dubbi sulla capacità delle Regioni di legiferare in modo lineare: in Lombardia non c’è quorum, in Veneto sì. Inoltre, le Regioni hanno sistemi elettorali diversi e, financo, i calendari scolastici sono diversi in Regioni contigue, simili dal punto di vista geografico (si veda Abruzzo e Molise). L’attribuzione di competenze di promozione turistica alle Regioni ha comportato la frammentazione degli investimenti e l’incapacità di presentarsi come sistema Paese, non a caso siamo scesi al quinto posto nella graduatoria delle presenze turistiche. Per di più, fa sorridere la richiesta di attribuzioni nel campo della politica industriale e della ricerca, a fronte dei processi di globalizzazione che prevedono fusioni di gruppi industriali e di investimenti plurimiliardari.L’autarchia lascia il tempo che trova. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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Referendum Lombardo-Veneto

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 ottobre 2017

zaia“Grande soddisfazione per i referendum lombardo-veneti sull’autonomia, sull’applicazione dell’articolo 116 della Costituzione, sul regionalismo differenziato. E’ talmente tanta la soddisfazione che Forza Italia intende proporre gli stessi referendum, sulla base degli articoli 119 e 120 della Costituzione, Titolo V, anche per il resto d’Italia”.Lo ha detto Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia, parlando con i giornalisti in sala stampa a Montecitorio. “Occorre avere su tutto il territorio nazionale un federalismo responsabile, a partire dal Sud. Come abbiamo sempre detto ‘meno Stato invadente al Nord, più Stato efficiente al Sud’: questa è la nostra linea.Quindi, grande soddisfazione anche perché, lo dico con molta chiarezza e un po’ di orgoglio, il quesito referendario del Veneto ha nome Pdl-Forza Italia. Perché quello sul quale si è votato ieri non era il quesito della Lega, che fu bocciato dalla Corte costituzionale, ma è il quesito di Forza Italia-Pdl, che invece venne giudicato legittimo. Quindi, particolare soddisfazione per il Veneto perché il referendum che è passato è il nostro referendum, non quello della lega. Però noi siamo buoni e quindi evviva il centrodestra, evviva il centrodestra unito”.
“Grande soddisfazione per la consultazione referendaria, che nasce dall’iniziativa legislativa regionale di Pdl-Forza Italia, un successo per i veneti e per il nostro partito. Abbiamo parlato alle persone, spiegando loro le ragioni del sì e la gente ha risposto positivamente perché ha capito che si tratta di un passo importante per il futuro del Veneto. Un risultato, raggiunto grazie al costante lavoro sul territorio, che è anche linfa vitale per il partito in vista delle prossime elezioni politiche”. Lo dichiara la deputata di Forza Italia Lorena Milanato.

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Referendum in Catalogna: il governo usa la violenza

Posted by fidest press agency su martedì, 3 ottobre 2017

barcellona referendumBarcellona. L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) accusa il governo della Spagna di aver usato metodi da dittatura militare contro i Catalani intenzionati a votare al referendum sull’indipendenza. Il massiccio schieramento della Guardia Civil in Catalogna e la violenza esercitata da questa contro persone inermi non parla certo a favore della democrazia spagnola e ha sicuramente contribuito a rafforzare il desiderio di indipendenza di molti Catalani. Le persone più anziane ricordano ancora la violenza della Guardia Civil durante la dittatura fascista di Francisco Franco, durante la quale proprio la Guardia Civil, tristemente famosa anche per le torture commesse, costituiva il maggiore strumento di repressione.Il governo conservatore di Madrid ha finora rifiutato ogni forma di dialogo ed è anche l’unico responsabile delle violenze commesse ieri durante le operazioni di voto al referendum per l’indipendenza catalana. La storia del partito popolare spagnolo PP, attualmente al governo di Madrid, è peraltro strettamente legata alla storia della Guardia Civil poiché furono proprio simpatizzanti del regime dittatoriale di Francisco Franco a fondare il partito.Il governo spagnolo ha definito il referendum una farsa illegale e non conforme alle regole. Per bloccare il voto, il governo ha inviato la polizia militare a sequestrare schede e urne elettorali e a chiudere i locali di voto. Il referendum è stato preceduto da anni di stasi sul piano delle politiche di autonomia a causa della totale chiusura del governo centrale sostenuto dai suoi rappresentanti alla Corte Costituzionale. Non a caso infatti le comunità autonome della Catalogna e dei Paesi Baschi chiedono da tempo di avere una propria rappresentanza alla Corte Costituzionale.Nel 1979 il 59% dei catalani partecipò al referendum per lo statuto di autonomia della Catalogna nel quale la popolazione si espresse chiaramente a favore dell’autonomia. Nel 2006 solo il 49% della popolazione catalana si recò al referendum per un nuovo statuto di autonomia, la maggioranza dei votanti si espresse comunque a favore di un nuovo statuto. Su pressione del PP il nuovo statuto fu bocciato dalla Corte Costituzionale ma nel 2014 gli stessi giudici sottolinearono nel loro verdetto che “il diritto a decidere” chiesto da Catalani e Baschi sarebbe stato legittimo se supportato costituzionalmente e a tale scopo invitarono al dialogo e alla collaborazione tra governo centrale e comunità autonome. Il governo semplicemente ignorò l’invito dei giudici.

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Spagna-Catalogna: Il prezzo della democrazia

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 ottobre 2017

catalognaQuanto è accaduto in Spagna manifesta un aspetto della politica che sa tanto di arroganza, di cinismo e disprezzo dell’idea stessa di democrazia. Lungi da noi andare oltre le righe ed enfatizzare un contrasto nei rapporti tra lo stato e una sua regione per arrivare a giudizi sommari. E’ che abbiamo avvertito in questa domenica spagnola il rapporto più inquietante dell’intera faccenda: non sappiamo convivere con le idee altrui e ci arroghiamo il diritto d’esercitare un potere che è capace di sopprimere la volontà di chi la pensa diversamente. Tutto questo doveva proprio capitare in una regione che ha pagato a caro prezzo in passato l’essere stata paladina di un’idea di democrazia e di libertà subendo alla fine l’accidentato percorso della dittatura franchista.
Al cospetto di un’opinione pubblica europea sconcertata dalle scene rilanciate dai media per le strade di Barcellona e in tutta la Catalogna la domanda che ora ci poniamo se fosse stato necessario questo show muscolare della polizia calata in forze, si parla di dodicimila agenti, e che ha lasciato sul campo centinaia di feriti per impedire ad una moltitudine di persone che chiedeva solo una cosa: andare a votare pacificamente. Certo Madrid aveva il diritto dalla sua parte e lo avrebbe potuto far valere anche in seguito al voto popolare senza esacerbare gli animi. Perché non lo ha fatto? E la comunità europea perché non è intervenuta raccomandando ai governanti spagnoli moderazione? Non ci vengono a dire che non hanno inteso interferire negli affari interni di uno Stato. Altrove hanno saputo farlo molto bene, e noi italiani e greci lo sappiamo molto bene. Ora speriamo che non si arrivi ad esacerbare nuovamente gli animi negando l’evidenza di un voto e la volontà popolare che è seguita dietro a formalismi di maniera e a cercare rivalse giustizialiste come già si minaccia di voler fare nei confronti della polizia catalana rea di aver lasciato libertà di voto. Dimenticano questi signori che la polizia non è preposta per reprimere l’opinione e le libere e pacifiche scelte dei cittadini ma a difenderli contro i soprusi da qualsiasi parte provengano. (Riccardo Alfonso)

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Catalogna: quanto la democrazia è violenza

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 ottobre 2017

barcellona referendum“Quanto sta accadendo in Catalogna è sconvolgente e travalica l’essere a favore o contro l’indipendenza della zona. Una pagina triste delle democrazia spagnola in cui lo Stato ha riversato sui cittadini che si sono recati alle urne una violenza inaudita. Invece di usare la forza non sarebbe stato più opportuno mettere la politica al centro di un dibattito sul futuro della Catalogna, della Spagna e dell’Europa? Anche perché oggi si è aperta una ferita tra Stato e cittadini che sarà difficile rimarginare” Lo dichiara in una nota Vincenza Labriola, deputata di Forza Italia. ( n.r. In Catalogna lo stato centrale ha mostrato i muscoli provocando 844 feriti tra i quali alcuni gravi. E’ una violenza che non trova giustificazione anche se il governo centrale può vantare di aver agito per il rispetto della legge. Ciò che ci chiediamo è perché enfatizzare tanto una iniziativa locale se poi il capo del governo spagnolo in un comunicato alla chiusura dei contestatissimi seggi ha detto che la maggioranza assoluta dei catalani non vuole l’indipendenza. Il voto a questo punto sarebbe stata la risposta più eloquente per negare la scelta del governo locale.)

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Catalan referendum: Illegal entity

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 settembre 2017

catalanBarcelona. THE Catalan regional government of Carles Puigdemont is preparing to hold a unilateral referendum on seceding from Spain on October 1st, which it says will be legally binding. Catalans will be asked whether they want to form an independent republic. But there is a problem: Spain’s democratic constitution of 1978, which was approved by more than 90% of Catalan voters, gave wide autonomy to the regions but affirmed “the indissoluble unity of the Spanish nation”. Only the Spanish parliament can change the constitution. Mr Puigdemont’s referendum is therefore illegal, and Mariano Rajoy, Spain’s conservative prime minister, is determined to prevent it taking place.
Home to 7.5m people (16% of the total) and accounting for 19% of national GDP, Catalonia is one of Spain’s richer regions. It has formed an integral part of Spain since the 16th century (and of the Kingdom of Aragón before that), but it has its own language and culture. Until recently Catalan nationalists were content with home rule. Two things combined to increase support for independence. First, Spain’s Constitutional Tribunal rejected parts of a new statute that would have given Catalonia more autonomy. More importantly, nationalist politicians in Barcelona succeeded in deflecting against Madrid popular anger at the austerity that followed the bursting of Spain’s housing and financial bubble in 2009. Parties campaigning for independence narrowly won a regional election in 2015. Ranging from bourgeois nationalists to anti-capitalist anarchists, they are united only by the demand for a referendum, which they call “the right to decide”. Earlier this month they rushed through the Catalan parliament one law ordering the referendum and a second requiring, if the Yes vote wins and irrespective of turnout, an immediate unilateral declaration of independence. The Catalan government’s own pollster finds that while 70% want a referendum on the territory’s future, only 48% do if Spanish government doesn’t agree—which it emphatically does not. According to the same poll, support for independence is slowly declining, and now stands at 41%. Mr Rajoy is relying on the courts to stop the referendum, arguing that the rule of law is fundamental to democracy. The Constitutional Tribunal has suspended the two laws. The Civil Guard arrested 14 senior people, most of them Catalan officials, involved in organising the referendum, and has seized 9.8m ballot slips. Mr Puigdemont insists that the vote will go ahead. He is relying on popular mobilisation: tens of thousands protested against the arrests in Barcelona. But it is hard to see the vote being anything more than an unofficial consultation, similar to one held in 2014. Most supporters of “No” side won’t vote. If anything like the 2.3m alleged to have voted in 2014 were to turn out, Mr Puigdemont would claim victory.Behind the confrontations lies a deadlock. Mr Puigdemont does not have enough popular or external support to impose independence. But Mr Rajoy’s bet that time and economic recovery would calm Catalonia has proven to be mistaken. A majority of Catalans remain unhappy with the status quo. Their discontent demands a political, rather than merely legal, response. After October 1st, a fresh regional election is likely to follow in Catalonia. And the Spanish government has accepted that it will have to discuss constitutional and other changes to try to anchor Catalonia more firmly in Spain. Dialogue is essential, but in a climate inflamed by confrontation, it will be neither quick nor easy. (foto: catalan) (by The Economist)

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Referendum Alitalia: netta vittoria del NO con circa il 70%

Posted by fidest press agency su martedì, 25 aprile 2017

alitaliaL’esito dello spoglio della consultazione sulla pre-intesa sottoscritta al Ministero dello Sviluppo Economico lo scorso 14 aprile ha visto la netta vittoria del NO con circa il 70 % su una partecipazione che raggiunge quasi il 90% degli aventi diritto al voto. I lavoratori dopo 20 anni di sacrifici dicono NO al governo, all’azienda e a Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Anpac e Anpav. Un dato eccezionale sotto tutti i punti di vista. USB è stata l’unica Organizzazione Sindacale che ha partecipato alle trattative ad assumersi la responsabilità di non sottoscrivere l’intesa proprio perché ritenuta insostenibile in molti dei suoi contenuti, manchevole rispetto i problema delle centinaia di precari espulsi e dell’avvio dell’indispensabile confronto sulle regole di sistema per l’intero settore, oltre che basata su un Piano Industriale giudicato da tutti gli esperti come sbagliato e insufficiente.La bocciatura della pre-intesa conferma appieno la nostra linea politica e, pertanto, ribadiamo al Governo la nostra ferma richiesta di continuare i negoziati che, per quanto ci riguarda e a ragione, non avevano raggiunto un esito soddisfacente.La scelta della consultazione fatta da Camusso, Furlan e Barbagallo era la via di uscita per scaricare le proprie responsabilità sui lavoratori. Responsabilità di un negoziato condotto in modo sbagliato perché fondato su un terreno minato, spacciando la scelta politica del Governo di non accettare alternative a quel piano industriale come fosse un dogma indiscutibile.Per questi motivi USB ha sempre definito questa consultazione un ricatto inaccettabile, condizionato da un contesto profondamente sbagliato, gestito in maniera pessima, sospetta, senza la minima e corretta informazione (alcuni ancora affermano che il taglio sui salari dei naviganti sia solo dell’8% quando complessivamente è oltre il 25%) e delegando soprattutto alla compagine governativa il ruolo di maggiore sostenitrice del SI.Adesso si rispetti la volontà dei lavoratori che non solo non si sono fatti condizionare dalle minacce di Gentiloni, Delrio e Calenda, respingendo un’intesa sbagliata, ma hanno bocciato il paradigma stesso delle privatizzazioni, di manager strapagati e incapaci e del pressapochismo di un Governo che non vuole assumersi le proprie responsabilità.Per questo lanciamo un appello a tutte le forze politiche e sociali di questo Paese affinché si percorrano tutte le ipotesi, senza escludere l’intervento diretto dello stato e la nazionalizzazione prevista dalla Costituzione italiana (art. 43).
Alcune istituzioni locali, come la Regione Lazio e il Comune di Fiumicino, si sono già espresse sulla necessità di nuove ipotesi finalizzate al vero rilancio della Compagnia ed a ridare un futuro all’intero settore.Se poi qualcuno avesse già previsto fin dall’inizio che l’esito scontato della consultazione, il NO, sarebbe stato utilizzato come alibi per determinare il commissariamento di Alitalia, il suo ridimensionamento, la costruzione di una nuova bad company dove scaricare esuberi e debiti e in definitiva la distruzione della compagnia, allora USB sarà come sempre in prima fila, con tutti gli strumenti a disposizione, per impedire la rovina di quest’azienda e dei suoi lavoratori.Siamo altrettanto convinti che Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Anpac e Anpav non abbiano fatto il loro dovere e che debbano essere delegittimati definitivamente. E’ indispensabile costruire un’alternativa concreta che si opponga a questo accordo e ad una gestione sindacale che non ha più nulla da dire alle lavoratrici e ai lavoratori di Alitalia.

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Alitalia: I lavoratori dicono No

Posted by fidest press agency su martedì, 25 aprile 2017

OLYMPUS DIGITAL CAMERAI risultati della consultazione in Alitalia non sono ancora definitivi ma si è quasi arrivati al 50% dei NO e quindi l’esito è ormai scontato.
I lavoratori hanno espresso un forte NO alla pre-intesa sottoscritta in sede ministeriale dall’Alitalia e da Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Anpac e Anpav, sindacati che escono da questa prova assolutamente delegittimati.
USB ribadisce che il giusto e sacrosanto NO dei lavoratori dopo decenni di crisi e di tagli all’occupazione deve portare alla riapertura immediata della trattativa.
L’alternativa al commissariamento minacciato dal governo e dall’azienda esiste ed è rappresentata dall’intervento diretto dello stato, sino alla nazionalizzazione di Alitalia, a prescindere da ciò che afferma ideologicamente il Ministro Delrio.

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Alitalia e referendum: A carico dei contribuenti?

Posted by fidest press agency su domenica, 23 aprile 2017

alitaliaE’ iniziato il referendum sull’accordo, tra sindacati e azienda, per il “rilancio” dell’Alitalia. L’iniziativa coinvolge i 12.300 dipendenti della compagnia aerea. L’accordo prevede il taglio dei costi e del personale e interventi di ricapitalizzazione. Se vincesse il SI scatterebbe l’attuazione dell’accordo, l’intervento delle banche e il fondo di garanzia pubblica di circa 300 milioni (soldi del contribuente); se vincesse il NO la compagnia si avvierebbe al commissariamento e i costi del fallimento (gestione o liquidazione), circa un miliardo, finirebbero sulle spalle dello Stato (cioe’ del contribuente), dichiara il ministro allo Sviluppo Economico, Carlo Calenda. Non sappiamo come abbia fatto i calcoli il ministro Calenda ma abbiamo dei dubbi.
In 40 anni l’Alitalia e’ costata al contribuente qualcosa come 7,4 miliardi di euro. Un pozzo senza fondo che continua a inghiottire i soldi del contribuente. E’ ora di dire basta a questo sperpero di denaro. Bisogna commissariare l’Alitalia, liquidarla e iniziare una nuova era, se necessario. D’altronde, sono fallite la PanAm, la TWA, la Sabena e la Swissair ma si continua a volare. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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National Referendums on EU Issues: from Clarification to Frustration/L’UE et les référendums nationaux : de la clarification à la frustration

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 aprile 2017

European UnionThe recent succession of referendums that led to people saying “no to Europe” are leading to a radicalisation of political debate over the articulation between national democratic choices and belonging to the European Union. Often this debate leads to a challenge being made to “denials of democracy” which are said to result when national referendum results are not taken into account; this Policy Paper by Yves Bertoncini, our director, brings claims like this into perspective.The progressive shift from conciliation to contradiction, then from contradiction to confrontation, should prompt us to highlight which political conditions enable a better juncture between national referendums and European integration, not only to guarantee the smooth functioning of our democracies, but also the European Union’s ability to act effectively and legitimately.
1. National referendums on European issues reflect an often harmonious conciliation
2. Negative referendums on “indivisible” European issues reflect a structural contradiction between national democracies
3. The referendums of the “third type” are hopeless tools of confrontation between the EU member states.
La succession récente de référendums ayant conduit à dire « non à l’Europe » contribue à radicaliser le débat sur l’articulation entre les choix démocratiques nationaux et l’appartenance à l’Union européenne. Il est fréquent que ce débat débouche sur la mise en cause des « dénis de démocratie » qui découleraient de la non-prise en compte des verdicts référendaires nationaux : ce Policy Paper de Yves Bertoncini, notre directeur, met en perspective une telle assertion.
Les glissements progressifs de la conciliation à la contradiction, puis de la contradiction à la confrontation, doivent inciter à mieux souligner dans quelles conditions politiques il est possible de bien articuler référendums nationaux et construction européenne, aussi bien pour garantir le fonctionnement effectif de nos démocraties que pour conforter la capacité de l’UE à agir de manière efficace et légitime.
1. Les référendums nationaux sur les enjeux européens traduisent une conciliation plutôt harmonieuse
2. Les référendums négatifs sur des enjeux européens « indivisibles » traduisent une contradiction structurelle entre démocraties nationales
3. Les « référendums du 3e type » sont les outils d’une confrontation sans issue entre les États membres de l’UE

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“Marijuana rulez! Le vittorie referendarie negli USA”

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 febbraio 2017

droga cannabis-vicinoRoma Giovedì 16 febbraio alle ore 10.00, a Roma presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati (via della Missione, 4) si terrà la presentazione del volume “Marijuana rulez! Le vittorie referendarie negli USA” (ed. Reality Book).
Insieme all’autore Luca Marola interverranno il segretario di Radicali Italiani Riccardo Magi e Giuseppe Civati, segretario di Possibile e membro dell’Intergruppo “Cannabis Legale”.Da feroce baluardo della War on Drugs, gli Stati Uniti d’America sono diventati terreno di sperimentazione delle più avanzate politiche di legalizzazione e regolamentazione della cannabis.A colpi di consultazioni referendarie, nel 2012 in Colorado e Washington, nel 2014 in Oregon, Alaska e Washington D.C. e nel 2016, in California, Maine, Nevada e Massachusetts, i cittadini americani stanno spingendo la marijuana fuori dal mercato nero, fuori dal monopolio della criminalità con indubbi vantaggi collettivi sotto il profilo economico, occupazionale, sanitario, fiscale, di giustizia e di welfare. Marijuana rulez, le vittorie referendarie negli USA è un viaggio al centro dibattito pubblico sulla cannabis, al centro delle campagne referendarie appena conclusesi, al centro della “Rivoluzione Verde” che sta impetuosamente affermandosi negli Stati Uniti. Con l’auspicio che le buone pratiche qui raccontate siano una guida per gli attivisti ed i legislatori italiani.
Luca Marola (1977), autore per Reality Book di Marijuana in salotto, guida alla coltivazione fai da te e Legalizzare con successo, l’esperienza americana sulla cannabis, è ideatore e gestore di uno dei più antichi grow shop italiani, il Canapaio Ducale di Parma, fondato nel 2002. Da sempre impegnato nelle campagne antiproibizioniste per la normalizzazione e la legalizzazione della cannabis, è autore e conduttore della trasmissione radiofonica Non Solo Skunk.

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“La prova del No. Il sistema politico italiano dopo il referendum costituzionale”

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 febbraio 2017

la-prova-del-noA cura di Andrea Pritoni, Marco Valorizzi e Rinaldo Vignati. Il volume raccoglie le analisi e i commenti di: Ilvo Diamanti, Gianfranco Baldini, Gianfranco Pasquino, Salvatore Vassallo, Fabio Bordignon, Luigi Ceccarini, Francesco Marangoni, Luca Pinto, Andrea Pritoni, Marta Regalla, Filippo Tronconi, Marco Valbruzzi, Davide Vampa, Luca Verzichelli, Rinaldo Vignati, Andrea Pedrazzani Secondo Renzi, la sconfitta al referendum del 4 dicembre fu una sorta di voto di protesta per la situazione economica e sociale di giovani e degli abitanti del Sud, ma analizzando il profilo degli elettori che hanno votato “No” emerge un quadro diverso.
A votare “No” sono stati in maggioranza uomini, lavoratori autonomi e con un titolo di studio elevato. È quanto emerge dall’interessante contributo di Ilvo Diamanti, Fabio Bordignon e Luca Ceccarini al volume “La prova del No. Il sistema politico italiano dopo il referendum costituzionale”, edito da Rubbettino (in questi giorni in libreria) e nato dall’attività di ricerca sul tema dell’Istituto Cattaneo che proprio all’analisi dell’elettorato hanno dedicato un’analisi ricca di spunti molto fecondi per la riflessione.
Il referendum, scrivono inoltre i tre ricercatori, ha presto assunto le sembianze di una recall election come quelle in uso in altri sistemi politici e che si usa per revocare il mandato a un governatore eletto o per «mandare a casa» un politico. Tuttavia il significato di questo voto non è stato pienamente politico, come qualcuno vorrebbe, perché mancava un competitor. Se ci fosse stato, annotano i ricercatori, forse le percentuali sarebbero state diverse. Già! Se ci fosse stato… perché questo libro che fa ampio ricorso ai “se” e ai “ma” aiuta a comprendere a fondo direzioni e alternative, strade percorse e strade possibili. E se avesse vinto il “Sì”, come sarebbe stato oggi il nostro Paese e quali saranno gli scenari possibili vista la vittoria del “No”? A queste e ad altre domande rispondono le analisi e i commenti pubblicati nel volume, opera di affermati studiosi e profondi conoscitori della politica italiana da Salvatore Vassallo a Gianfranco Pasquino, ma anche di giovani ricercatori. Tanti i temi trattati, dai cambiamenti del sistema politico che si profilano dopo la sconfitta alle urne alle possibili alleanze che si verranno a configurare all’interno del Parlamento e della società, dalla straordinaria partecipazione elettorale all’esito differenziato del voto tra le regioni italiane, passando per il profilo politico e socio-demografico degli elettori. Accantonati i toni «accesi» e i discorsi faziosi tipici della campagna elettorale, gli autori di questo volume offrono analisi precise e puntuali di tutti gli aspetti più rilevanti del referendum. Con una diversità di approcci e una grande ricchezza di dati, i vari contributi permettono di analizzare le molteplici sfumature di un voto che, oltre alle conseguenze che ha già prodotto sul governo e la leadership di Matteo Renzi, promette di avere un impatto duraturo sul futuro del sistema politico italiano. (foto: la prova del no)

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E’ venuto il momento che Gentiloni parli al Paese

Posted by fidest press agency su martedì, 24 gennaio 2017

gentiloniAvviso ai naviganti: se dopo aver buttato via il 2016 per colpa del referendum, ora l’Italia dovesse far rotta nel mare periglioso e inquinato di una lotta politica basata sul ritorno o meno di Matteo Renzi, e relativa guerra interna al Pd, dividendosi su legge elettorale – la prossima settimana dovrebbe arrivare il giudizio della Corte Costituzionale sull’Italicum – e data delle elezioni, si può star certi che finiremo violentemente contro gli scogli. Anche perché si sta profilando una nuova stagione di delegittimazione – questa volta con le banche, e in parte le imprese, nel mirino, o se si vuole contro i luoghi e le modalità di generazione e detenzione di ricchezza, stipendi (alti) compresi – che rischia di far riprecipitare il Paese nel clima del 1992-94, con tutto quello che significa per la tenuta del sistema politico-istituzionale e di quello economico. Con la conseguenza di consegnare ai grillini un warrant elettorale che le urne si incaricheranno di trasformare in un biglietto d’accesso a Palazzo Chigi, magari in compagnia di Matteo Salvini.
Sia chiaro, è più che comprensibile, oltre che probabile, che l’ex presidente del Consiglio tenti di tornare al centro della scena, così come che nel Pd si scateni una battaglia politica – se poi fosse sulle idee, magari sarebbe meglio – e va da sé che tra le forze politiche si debba aprire una discussione sul sistema elettorale da scegliere (anche qui, se già che ci siamo si riuscisse a rendere omogenei i meccanismi non solo tra Camera e Senato ma anche per gli enti locali, sarebbe tanto di guadagnato). L’importante, però, è che agli italiani non sia data in pasto solo questa roba. Perché il rigetto sarebbe totale e assoluto. Psicologicamente, il Paese sta messo peggio di quanto già non fosse dopo la lunga recessione. Renzi è stato una droga – all’epoca delle primarie e poi nella prima parte del suo esecutivo, ha riacceso speranze sopite – che però ha generato la depressione che compare quando la sostanza stupefacente smette i suoi effetti. Ora Gentiloni ha riportato normalità, ed è un gran bene. E Mattarella è apparso ai più come un solido ancoraggio. Ma è evidente che non basta. Anche perché tanto lo scenario geopolitico – l’incognita dell’era Trump, le dinamiche russo-turche, Brexit, Libia e Siria – quanto quello economico – si pensi solo alla sempre più probabile e ravvicinata fine della stagione dei tassi zero – sono in grande fermento e proiettano forti e ansiogene incertezze. Occorre dunque un salto di qualità. Prima di tutto nell’analisi, che necessariamente va aggiornata e anche (ri)portata su un livello strategico da cui da tempo è scesa. E poi nelle decisioni di governo.
Il nostro suggerimento a Gentiloni è quello di provare ad andare oltre il pur apprezzabile ritorno alla collegialità nell’esecutivo. Crei un gruppo di lavoro di personalità esterne al governo, politiche e non, ed elabori un piano da poter attuare di qui fino alla fine della legislatura, che deve essere il suo orizzonte temporale. Inoltre cominci a parlare agli italiani, dicendo loro parole di verità sulla situazione in cui siamo e sulle difficoltà ma anche le possibilità che abbiamo di aggredire i problemi e invertire la curva del nostro più che ventennale declino strutturale. Sarebbe già molto, sia in termini di metodo che di merito. Lo sappiamo, questa non può essere, non fosse altro che per ragioni temporali, una stagione politica nuova. Ma una nuova fase sì. Il cui significato politico più profondo deve essere quello della lotta al populismo dilagante.
Da dove partire? Sicuramente non dal vuoto pneumatico dell’intervista, pur preannunciata come epocale, di Renzi ad Ezio Mauro. Le parole che abbiamo letto su Repubblica erano una finta autocritica, la descrizione di sé come di un “combattente solitario” che ha perso, per ragioni di cattiva comunicazione, una battaglia ma che è pronto a riprendere e vincere la guerra. Analisi politica, economica e del sentire collettivo, zero.
Invece, diciamo che i tre punti – ambiziosi – indicati dal ministro Calenda da quando è tornato libero di potersi esprimere (Renzi considerava ogni sua uscita, come quelle di Delrio e di altri ministri troppo poco ortodossi per i suoi gusti, come un delitto di lesa maestà) paiono un buon punto di partenza: messa in sicurezza del Paese con un piano straordinario di interventi; rilanciare l’economia attraverso investimenti strategici, tutelando in modo più netto gli interessi nazionali; avviare una vera politica di inclusione sociale. Anche prendendo tutti gli spazi di bilancio che servono. Noi aggiungeremmo una postilla a quest’ultimo punto – più deficit per investimenti in conto capitale assolutamente sì, ma piano per una riduzione del debito attraverso l’uso del patrimonio pubblico – e un ulteriore punto: la necessità di cominciare a dare qualche segnale di inversione di tendenza a favore del garantismo e a scapito della giustizia sommaria. Non fosse altro per fermare la deriva della guerra sociale strisciante e l’insopportabile ulteriore decadimento della credibilità della politica e delle istituzioni pubbliche.Bisogna assolutamente che al più presto Gentiloni dia il segno di una discontinuità nella politica economica. Va dato all’Europa, che sembra essere – anche in vista degli appuntamenti elettorali tedeschi e francesi – molto meno disposta alla benevolenza di fronte all’ennesimo sforamento della legge di bilancio 2017 sugli obiettivi precedenti. E va dato sia alle imprese, che devono tornare ad investire e fermare l’emorragia di cessioni (a stranieri e soggetti finanziari), sia ai lavoratori, cui chiedere più produttività in cambio di più salari. Industria 4.0 non può essere uno slogan buono per i convegni, ma deve assumere centralità nell’agenda del governo. Infine si affronti con decisione il tema delle banche – modesta proposta: perché non affidare ad Atlante, magari attraverso la forma del prestito obbligazionario, i 20 miliardi stanziati ad hoc? – prima che la marea montante dello scandalismo prenda il sopravvento.La possibilità che le prossime elezioni, al di là della data, non aprano la porta di palazzo Chigi ai colleghi di Virginia Raggi è tutta nelle mani di Gentiloni e di una scelta finalmente lungimirante del Parlamento sulla legge elettorale, non di Renzi e della sua agognata rivincita. (Enrico Cisnetto direttore Terza Repubblica quotidiano online di Società Aperta)

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