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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 250

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Le Regioni dicono sì all’infermiere di famiglia

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 luglio 2020

I nuovi infermieri di famiglia e comunità previsti nel decreto Rilancio dovranno avere un ruolo di governo nell’ambito dei servizi infermieristici distrettuali.E fino a fine anno le Regioni possono, “in relazione ai modelli organizzativi regionali, procedere, anche in deroga ai vincoli previsti dalla legislazione vigente, ad assumere con contratti di lavoro subordinato, con decorrenza successiva al 14 maggio 2020 e fino al 31 dicembre 2020, o, in deroga all’articolo 7 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, ad acquisire prestazioni di lavoro autonomo, anche di collaborazione coordinata e continuativa, con decorrenza successiva al 14 maggio 2020 e fino al 31 dicembre 2020” infermieri che, come dice già il decreto non si trovino in costanza di rapporto di lavoro subordinato con strutture sanitarie e socio-sanitarie pubbliche e private accreditate, in numero non superiore a otto unità infermieristiche ogni 50.000 abitanti.Poi dal 2021 le aziende e gli enti del Ssn possono procedere al reclutamento di infermieri in numero non superiore ad 8 unità ogni 50.000 abitanti, attraverso assunzioni.È questa la proposta di emendamento al Dl Rilancio messa a punto dalla Commissione salute delle Regioni che attende solo il via libera all’accordo sui finanziamenti per essere consegnata a Governo e Parlamento. Per l’esigenza – come spiegano le stesse Regioni – di privilegiare le assunzioni con rapporto di lavoro subordinato rispetto ai contratti di lavoro autonomo, in linea con quanto previsto dal decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165.Un ulteriore passo positivo non solo per il reintegro di parte degli organici che nonostante la perdita di 12mila unità in dieci anni e la carenza rispetto a tutti gli standard di almeno 53mila unità, diminuiscono dell’1,7% in soli tre anni, dai 269.151 nel 2014 a 264.703 nel 2017 con riduzioni più marcate in Abruzzo, Liguria, Friuli-Venezia Giulia e Molise, come ha evidenziato il recentissimo rapporto dell’Università Cattolica Osservasalute.E Osservasalute sottolinea che la scelta di privilegiare risparmi di spesa di cui il taglio al personale è uno degli effetti maggiori, ha dimostrato il suo effetto negativo durante la pandemia.“Ci auguriamo che Parlamento e Governo ascoltino le Regioni che sul territorio sono i veri gestori e organizzatori del sistema sanitario – conclude – riguardo alla centralità dei servizi infermieristici e dell’infermiere di famiglia e di comunità all’interno del distretto. Bene le assunzioni a partire dal 2021, che devono essere a tempo indeterminato per il rafforzamento e il rilancio del servizio sanitario pubblico e per andare incontro ai veri bisogni dei cittadini. Secondo la recente ricerca Fnopi-Censis, il 91,4% degli italiani (il 95,1% delle persone con patologie croniche, il 92,6% dei cittadini nel Sud) ritiene l’infermiere di famiglia o di comunità una soluzione per potenziare le terapie domiciliari e riabilitative e la sanità di territorio, fornendo così l’assistenza necessaria alle persone non autosufficienti e con malattie croniche”.

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Prezzi: Unc, la classifica delle città e delle regioni dove il cibo è più caro

Posted by fidest press agency su mercoledì, 24 giugno 2020

L’Unione Nazionale Consumatori ha stilato la classifica delle città e delle regioni che hanno registrato i maggiori rincari annui per quanto riguarda i prodotti alimentari, gli unici che durante l’emergenza Covid sono stati effettivamente venduti, subendo pesanti rincari.Insomma, mentre l’Italia, per via del lockdown, è teoricamente in deflazione, con un’inflazione pari nel mese di maggio a -0,2%, il cibo, il solo realmente acquistabile anche prima della riapertura generale dei negozi, subisce rincari pesanti del 2,6%, con una maggior spesa annua di 145 euro per una famiglia media, 195 per una coppia con 2 figli, 175 per una coppia con 1 figlio, 95 per un pensionato con più di 65 anni.Anche nel territorio, solo 4 regioni (Campania +0,5%, Umbria +0,2%, Trentino +0,1% e Sicilia +0,1%) e 13 città sulle 70 monitorate registrano un’inflazione positiva, per quanto molto bassa (record per Grosseto, con +0,8%, seguita da Napoli con +0,7%). Ma per il cibo i rincari sono decisamente molto più alti, oltre che differenti a seconda della città.Ecco perché l’Unione Nazionale Consumatori ha stilato la classifica delle città e delle regioni più care d’Italia dove il cibo (prodotti alimentari e bevande analcoliche) è più rincarato, elaborando i dati Istat dell’inflazione di maggio.
Ebbene, la città con i maggiori rincari alimentari (tabella n. 1) è Caltanissetta, +6,4% su base annua, due volte e mezzo la media italiana, pari a +2,6%, città già in testa alla classifica di aprile con +5,7%. Al secondo posto, come lo scorso mese, Trieste, (+5,1%, era +5,3%) e al terzo Avellino e Trapani (+4,7% per entrambe). Le più risparmiose Siena, +0,2%, la città più virtuosa anche in aprile, a pari merito con Arezzo e Modena (+0,2%), segue al secondo posto Bologna (+0,3%) e al terzo Reggio Emilia (+0,4%).Per quanto riguarda le regioni (tabella n. 2), il cibo più caro, in termini di aumento dei prezzi, si trova in Basilicata, +3,9%. Seguono Umbria, Lazio e Calabria (+3,4% per tutte), al terzo posto Campania e Sicilia (+3,3%). La regione migliore, l’Emilia Romagna, con un rialzo dei prodotti alimentari dello 0,9 per cento, poi Valle d’Aosta (+1,5%) e al terzo posto Veneto (+1,9%).”Le disparità così ampie tra una città e l’altra, da +6,4% a +0,2%, in alcuni anche all’interno della stessa regione, possono avere varie motivazioni, ma la spiegazione più probabile è che, approfittando della ridotta mobilità del consumatore e, quindi, della minore possibilità di scelta, molti esercizi hanno alzato i prezzi e questo è stato maggiormente possibile in quelle città dove c’è minore concorrenza e non ci sono abbastanza forme distributive. Laddove il consumatore, invece, ha più alternative, tra ipermercati, supermercati, discount, negozi di vicinato, mercati, i rialzi, mediamente, sono stati più contenuti. Non è un caso se l’Antitrust proprio sui prezzi alimentari ha aperto un’indagine preistruttoria” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.

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Lombardia: Migliorare la qualità del coordinamento tra Governo e Regioni

Posted by fidest press agency su lunedì, 1 giugno 2020

Lombardia ritiene urgente un incremento dell’intensità e della qualità del coordinamento istituzionale, il più possibile scevro dai pur fisiologici riflessi della battaglia politica, tra Governo e Regioni, specialmente in materia di regole per il contenimento dei contagi nella gestione delle riaperture e di monitoraggio dell’andamento epidemiologico. “Certe incomprensioni” afferma Stefano Binda, Segretario generale CNA Lombardia, “danneggiano tutti e lacerano la fiducia necessaria alla ripartenza”.Il Presidente di CNA Lombardia, Daniele Parolo, avanza invece un elemento di seria preoccupazione: “Un prolungamento del divieto di spostamento tra Regioni, specie se a carico della sola Lombardia, rischierebbe seriamente di compromettere la reputazione del territorio, la sua attrattività, le sue chances di un rilancio a breve termine, con gravissimi danni all’economia del Paese e ai complessivi equilibri contabili italiani, anche alla luce del gettito erariale proveniente dalla locomotiva lombarda”

Il Governo, chiede CNA Lombardia, deve fidarsi dei lombardi. E sempre sul tema della fiducia tra Stato ed imprese, e sulla fiducia come fattore di rilancio, appare incentrata un’altra preoccupazione molto forte del Presidente degli artigiani lombardi: “E’ indispensabile un chiarimento definitivo sul tema del contagio da Covid 19 e le responsabilità datoriali, eventualmente penali. L’incertezza e i timori suscitati dalla classificazione del contagio da Covid 19 come infortunio sul lavoro rappresenta un vulnus fortissimo alla fiducia dei nostri imprenditori, che dopo una sospensione prolungata delle attività vivono questa fase con uno sforzo eroico ma con il bisogno di una forte iniezione di fiducia. Se lo Stato chiede alle piccole imprese di fidarsi delle istituzioni, le istituzioni dimostrino la propria fiducia nelle imprese. Al netto dei primi, rassicuranti chiarimenti, resta inaggirabile, vista tale classificazione, che in ogni caso il datore di lavoro si troverebbe molto probabilmente coinvolto in vicende processuali comunque costose in termini temporali, economici, psicologici.”

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Le città e le regioni hanno bisogno di finanziamenti diretti dell’UE per un patto sul clima

Posted by fidest press agency su domenica, 31 maggio 2020

Nell’intervista che segue Rafał Trzaskowski, sindaco di Varsavia e candidato Presidente della Polonia, condivide le sue opinioni in merito al patto europeo per il clima , l’iniziativa della Commissione europea volta a promuovere l’impegno dei cittadini per il Green Deal europeo e il percorso verso la neutralità climatica. Un questionario al riguardo è attualmente compilabile nel quadro dello studio del CdR sul tema “Rafforzare la capacità degli enti regionali e locali di attuare il Green Deal: uno strumentario per il patto per il clima”.Mi sembra evidente e molto semplice: senza le comunità locali, l’ambizioso obiettivo della neutralità climatica stabilito dal Green Deal europeo non potrà mai realizzarsi. Siamo noi ad attuare il 70 % di tutta la legislazione dell’UE, e rappresentiamo un terzo della spesa pubblica e due terzi degli investimenti pubblici nell’UE. Per quanto riguarda i cambiamenti climatici, siamo responsabili dell’attuazione del 90 % delle misure di adattamento e del 70 % delle azioni di mitigazione. È quindi evidente che il nostro ruolo e il nostro impegno sono fondamentali. Per realizzare la neutralità climatica occorre il contributo di tutti: dei governi nazionali, degli enti locali e regionali e, più importante di tutti, dei cittadini. Essi devono capire perché valga la pena compiere questo sforzo, percepire chiaramente i benefici che la transizione climatica può apportare alla loro salute, al loro benessere e anche al loro portafoglio. A tale proposito, considero che gli enti locali abbiano un ruolo speciale: siamo i più vicini ai cittadini e rappresentiamo il livello di amministrazione nel quale essi nutrono maggiore fiducia. Per questo sostengo e incoraggio una stretta collaborazione tra la Commissione europea e il Comitato europeo delle regioni al fine di realizzare il nostro obiettivo comune, ossia rendere l’UE climaticamente neutra.Ritengo che oggi sia ancora più importante di quanto non fosse prima della pandemia di Covid-19. Ancora una volta, la pandemia ha dimostrato come i governi locali siano fondamentali, poiché combattono in prima linea e rispondono direttamente alle esigenze e alle paure dei cittadini. Nel contesto del Green Deal, gli enti locali e regionali devono essere dotati di una serie concreta di strumenti che consentano loro di operare un autentico cambiamento sul terreno, un cambiamento di cui le persone possano effettivamente rendersi conto. In caso contrario, l’idea di neutralità climatica rimarrà solo una promessa, e neppure molto popolare, a maggior ragione con la crisi economica che ci attende. Ci troviamo oggi dinnanzi ad un bivio, ed è importante prendere le giuste decisioni, orientandoci verso un’economia più sostenibile per le persone e che sia incentrata proprio su di loro.Innanzitutto, sto cercando di comprendere come la pandemia abbia cambiato la percezione della politica climatica nelle comunità locali. Per quelle che la consideravano una priorità, rimarrà tale? Dobbiamo essere consapevoli che la pandemia e le perturbazioni economiche che ne derivano colpiscono gravemente le comunità locali. Gli enti locali e regionali, come Varsavia, hanno già subito un enorme calo delle entrate nei rispettivi bilanci. Saranno ancora pronti a investire in una transizione verde, oppure – come sembra più appropriato dire oggi – in una ripresa verde? Vorrei sapere con precisione di che cosa abbiano bisogno per intraprendere questo percorso.A causa della pandemia, le nostre società ed economie si trovano oggi in un territorio inesplorato. Personalmente, ritengo che l’unica via percorribile sia una ripresa fondata sulla forza e sulle opportunità offerte dall’Unione europea. Tuttavia, temo che vi siano altre voci che sostengono il contrario. Suggerirei quindi alla Commissione europea di imparare la lezione e di restare il più vicino possibile ai cittadini. La Commissione europea può contare su forti alleati tra di noi, governi locali e regionali. Siamo disposti a contribuire alla realizzazione degli obiettivi che condividiamo, tra cui la neutralità climatica. Insisto: siamo impegnati a sostenere una ripresa verde, ma se vogliamo realizzarla abbiamo bisogno di risorse finanziarie adeguate per accelerare il processo. Le città di tutta l’UE, come Varsavia, dovrebbero ricevere finanziamenti diretti dell’Unione, poiché noi sappiamo dove e come utilizzarli in modo efficiente, affinché i cittadini possano vedere chiaramente i risultati di tali investimenti nella loro vita quotidiana.

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Libera professione intramoenia bloccata in molte Regioni

Posted by fidest press agency su domenica, 24 maggio 2020

Prenotato a maggio con il servizio sanitario per un controllo importante programmato, che però è “saltato per Covid”. Cosa deve fare il paziente? Le aziende sanitarie stanno riprendendo l’attività no covid e negli ospedali arriva il carico dei cronici “dimenticati” durante la pandemia. In tutta Italia si acuiscono le tensioni tra medici dipendenti ed assessori. A partire dalla Toscana dove l’ordinanza 49 del 3 maggio ha chiesto ai medici di recuperare l’attività istituzionale trascurata a “tappe forzate” con orari da 12 ore ogni giorno. I sindacati hanno manifestato alla regione il rischio di sforare i limiti della direttiva europea 88/2003, e la volontà di reagire al blocco di un’attività libero professionale già sospesa negli ultimi 2-3 mesi. Si è arrivati a un accordo che dovrebbe portare all’apertura formale della libera professione intramoenia dal 15 giugno. Da lunedì ogni Asl garantisce almeno il 60% delle prestazioni svolte nel pre-Covid, allungando gli orari al pomeriggio o di sabato. Si ricontattano tutti i pazienti che hanno prenotato con Ssn, per verificare se hanno fruito della prestazione o se serva nuovo appuntamento. Cimo Fesmed non è contenta del principio utilizzato e ora diffida Regioni e aziende dal bloccare una libera professione il cui esercizio individuale «rimane un diritto stabilito da specifiche norme: non esiste, nell’ordinamento, che il suo blocco sia la prima e unica soluzione per fronteggiare la ripresa dell’attività istituzionale».Stefano Bracelli della segreteria del Sindacato nazionale Radiologi-Fassid, ha operato una ricognizione tra le regioni sulla ripresa dell’intramoenia, scoprendo che se in Abruzzo è ripartita l’11 maggio, in Basilicata e Veneto lunedì 18, e pure in Lombardia ma a volumi ridotti (fino al 70% delle prestazioni), nel Lazio, in Emilia Romagna e nelle Marche si parte con giugno. Nelle altre realtà, Toscana a parte, non si sa ancora niente. In genere è bloccata pure l’extramoenia. «La ricognizione evidenzia le incongruenze e incoerenze comportamentali di coloro che dovrebbero far funzionare gli eserciti cui hanno affidato le nostre vite», commenta Corrado Bibbolino, segretario Snr Fassid. «È evidente: l’intramoenia è peccato e si sa il medico dev’essere il peccatore. Bloccare l’intramoenia e parlarne male è bello, popolare, facile». Per l’avvocato Giovanni Pasceri, esperto in diritto sanitario e docente in corsi di master ed accademici, nelle ordinanze che vincolano o bloccano l’intramoenia per tenere elevati i volumi di attività istituzionale oltre all’abuso si prefigura un illegittimo esercizio del potere amministrativo con danno erariale. La libera professione è un diritto soggettivo del dirigente medico e non solo è illegittimo continuare a bloccarla ma non avrebbe mai dovuto essere sospesa. L’istituto della attività libero professionale intramoenia non è assimilabile alla pura libera professione: va fatta nell’ospedale da cui si dipende a meno che vi manchino i locali idonei; la prestazione deve essere in linea con quella istituzionale, le tariffe non sono determinate dal professionista, ma dall’azienda sanitaria; non si applica l’Irap; il medico risponde alla Corte dei Conti. Tra le finalità dichiarate per legge non esiste solo quella di accelerare le liste di attesa ma anche quella di garantire efficienza e risorse al Ssn. Se un’azienda sanitaria sospende l’attività istituzionale per fronteggiare l’emergenza Covid, non può sospendere l’attività intra-moenia in quanto non direttamente correlata. L’attività, inoltre, è svolta per garantire il diritto alla salute di tutta la collettività ai sensi delle Circolari Agenzia delle Entrate 362/E del Dicembre 1997; 69/E del 25 Marzo 1999 e 83/E del 28 settembre 2001. «L’eventuale sospensione non giustificata dalla mancanza dei presupposti e delle condizioni previste dalla legge determina un chiaro abuso oltre a determinare un illegittimo esercizio del potere amministrativo e danno erariale», scrive Pasceri. «E determinerà un danno patrimoniale e non ai dirigenti medici con rivalsa nei confronti delle strutture che impediscono il legittimo svolgimento dei loro diritti soggettivi». A poco vale l’obiezione che, se non si può contrarre l’attività libero professionale pagata con risorse del cittadino, possono risentirne gli orari dell’attività istituzionale coperta economicamente dal Servizio sanitario a tutela per lo più delle fasce deboli, in quanto quest’ultima viene erogata fuori dall’orario di lavoro istituzionale. «Se è vero che in emergenza si possono superare i vincoli sugli orari di lavoro della legge 66 che applica la direttiva Ue, è altresì vero che quell’emergenza non può durare per sempre, ma va prevista, in quanto connaturata al rischio organizzativo. La pandemia, come il terremoto, è un evento prevedibile – spiega Pasceri a DoctorNews- e, allo stesso tempo, è un fenomeno inevitabile. Analogamente al terremoto non si può avere certezza del “quando” avverrà e della “gravità” dei suoi effetti ma questo non giustifica una impreparazione organizzativa aziendale o il costruire case senza rispettare le norme antisismiche. Così le strutture, proprio in ragione dell’a regionalizzazione del sistema sanitario e della sua aziendalizzazione non possono più trincerarsi dietro al fatto della carenza di personale o di mezzi né tantomeno la carenza di mezzi di protezione individuale». In altri termini, afferma Pasceri «la libera professione oltre a costituire un diritto soggettivo, non è correlata alla prestazione professionale ed è sempre eseguita sempre fuori dall’attività istituzionale». (by Mauro Miserendino – fonte Doctor33)

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Classifica delle città e delle regioni dove il cibo è più caro

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 maggio 2020

L’Istat ha reso noti oggi i dati dell’inflazione di aprile, sulla base dei quali l’Unione Nazionale Consumatori ha stilato la classifica delle città e delle regioni che hanno registrato i maggiori rincari annui per quanto riguarda i soli prodotti alimentari.Il dato dell’inflazione generale di oggi, infatti, è falsato dall’effetto Coronavirus. In Italia si registra una variazione nulla dei prezzi, e anche nel territorio è sempre prossima allo zero. Sei regioni sono addirittura in deflazione, così come 10 delle 29 città sopra i 150 mila abitanti monitorate in aprile dall’Istat. Solo che si tratta della solita media del pollo di Trilussa. Mentre il calo della voce Trasporti (-2,5% in media nazionale) non produce alcuna riduzione di spesa reale per le famiglie costrette a stare a casa dal lockdown, il rialzo dei prodotti alimentari (+2,8% in media nazionale) produce una maggior spesa di 155 euro per una famiglia media, 213 per una coppia con 2 figli, 187 per una coppia con 1 figlio.Ecco perché l’Unione Nazionale Consumatori non ha stilato l’ormai tradizionale classifica delle città e delle regioni più care d’Italia, in termini di aumento del costo della vita complessivo, ma, eccezionalmente, quella dei maggiori rincari registrati per gli acquisti alimentari (prodotti alimentari e bevande analcoliche), l’unica voce che durante l’emergenza Coronavirus non ha subito riduzioni delle vendite, come dimostrano i dati Istat sul commercio al dettaglio.Inoltre è proprio su questa divisione che si sono registrate le maggiori speculazioni sui prezzi, tanto che l’Antitrust ha avviato un’indagine preistruttoria sull’andamento dei prezzi di generi alimentari di prima necessità, oltre che su detergenti, disinfettanti e guanti, basandosi proprio sui dati Istat emersi a marzo. Nella nostra classifica, i nuovi dati tendenziali di aprile. Ebbene, la città con i maggiori rincari alimentari è Caltanissetta, +5,7% su base annua, più del doppio rispetto alla media italiana, pari a +2,8%. Al secondo posto Trieste (+5,3%) e al terzo Palermo (+4,8%). Le più virtuose Siena, +0,6%, Macerata (+0,9%) e Arezzo e Pistoia (entrambe +1,4%). Per quanto riguarda le regioni, il cibo più caro, in termini di aumento dei prezzi, si trova in Friuli, +4,1%. Seguono Liguria e Umbria (+3,6% per ambedue), al terzo la Sicilia (+3,4%). La regione migliore, le Marche, con un rialzo dei prodotti alimentari del 2,1 per cento.

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Covid-19: La sfida delle regioni nella Fase 2

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 maggio 2020

Ripartenza e rilancio: la Fase 2 si presenta come una sfida per il Paese, in particolare per le singole Regioni che si sono trovate ad affrontare il periodo più intenso della pandemia con situazioni epidemiologiche differenti. Fondamentale il potenziamento delle reti sul territorio e la tecnoassistenza. Se n’è parlato oggi nel webinar “Fase 2: come le Regioni la stanno affrontando” promosso dal Centro Studi Americani in media partnership con Edra e moderato dall’Onorevole Beatrice Lorenzin.
L’esperienza dei mesi passati si intreccia con il timore dell’esplosione di nuovi contagi. “In Campania abbiamo fatto ‘scelte di guerra’ impegnative, raddoppiando i posti in terapia intensiva; dopo 10 giorni dall’inizio della pandemia avevamo già ospedali dedicati al Covid-19 e separati dagli altri – ha precisato il governatore della Campania Vincenzo De Luca -. Ora stiamo continuando a lavorare per creare una rete territoriale di qualità. Però ho una grandissima preoccupazione: ho l’impressione netta che ci sia stato in Italia un crollo psicologico e istituzionale. È come se non avessimo retto più la linea del rigore dopo il 4 maggio. In Campania vogliamo aprire tutto ma per sempre, non vogliamo essere costretti a chiudere ancora. Per ottobre ho i brividi: teniamo gli occhi aperti e lavoriamo con prudenza perché il problema non è risolto: noi ci stiamo preparando”.
Il professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche ‘Mario Negri’ Irccs ha commentato: “La riapertura è una questione di salute per cercare di contrastare povertà e conflitti che sono le due principali cause di malattia”. Poi ha aggiunto alcune considerazioni sul modello si sanità lombardo: “Il modello di sanità della Lombardia non poteva essere ‘il modello’ di sanità pubblica. Abbiamo visto come nell’emergenza è mancato un servizio di prevenzione e di cure sul territorio. Questa battaglia si vince nelle case dei malati, con unità mobili con cui i medici vanno a casa dei pazienti”.
“Vinceremo sul territorio questa sfida contro il virus – ha aggiunto l’assessore alle Politiche per la Salute della regione Emilia-Romagna, Raffaele Donnini -. Al momento siamo arrivati a 253mila tamponi da inizio epidemia; da 5mila al giorno arriveremo a 10mila per fine maggio e a 15mila entro estate. C’è una fase 2 anche nella Medicina: sono ripartite le prestazioni sanitarie che erano ferme, come le vaccinazioni per infanzia o gli screening per il tumore alla mammella. Oggi abbiamo dati che da un lato ci confortano, dall’altro non ci devono fard dimenticare quel che abbiamo passato”.
“Questa emergenza – ha aggiunto il professor Roberto Bernabei, direttore del Dipartimento Scienza dell’invecchiamento della Fondazione Policlinico Gemelli Irccs di Roma e componente del Comitato tecnico scientifico (Cts) della Protezione Civile per l’emergenza coronavirus – ci insegna che il territorio va riempito di competenze, di intelligenze e di tecnoassistenza”.
“Bisogna iniziare a guardare il territorio in maniera diversa – ha commentato Silvestro Scotti, Segretario Generale Nazionale, Fimmg -. Troppo comodo dire che il territorio non c’è stato: spesso non c’è stato chi doveva gestire il territorio. Il territorio ha fatto tutto quello che poteva fare con le sue forze”.
Ha chiuso l’Onorevole Beatrice Lorenzin: “Il Decreto Rilancio è un provvedimento gigantesco: se affrontato nel modo giusto e costruttivo ha ampi margini di lavoro, soprattutto perché ci sono degli impianti strutturali che possono essere migliorati attraverso il confronto con le filiere e le categorie. Dovremo inoltre immaginare dei Lea Covid, cioè un aggiornamento dei nostri Livelli Essenziali di Assistenza in base alle nostre esigenze pre e post Covid; la situazione ci chiede un’azione di riforma e l’impiego delle risorse verso un grande progetto di cambiamento”.

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Regioni, posticipare i saldi estivi al primo agosto

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 maggio 2020

La Conferenza delle Regioni ha stabilito di posticipare i saldi estivi al primo agosto 2020.”Decisione prematura. I saldi sono il periodo di vendite più importante per i commercianti, quindi, per risollevare il settore in crisi, andrebbero al limite anticipati, non posticipati” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Ovviamente non possono iniziare fino a che ci sono limitazioni così consistenti negli spostamenti e nelle aperture dei negozi. Quindi è chiaro che se a luglio ci troveremo in questa grave situazione, sarà opportuno rinviarli ad agosto, magari persino a settembre” prosegue Dona.”Ma questa è una decisione che non può essere presa con due mesi di anticipo rispetto al tradizionale periodo di apertura dei saldi. Bisogna attendere ancora per capire quando si potrà passare ad una fase 3. Nessuno può sapere oggi che situazione ci sarà a luglio” conclude Dona. (by Mauro Antonelli)

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“Povertà aumentata in tutte le Regioni, anche in quelle più ricche”

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 maggio 2020

Le persone non hanno più i soldi per fare la spesa, soprattutto quei lavoratori precari che non possono godere degli ammortizzatori sociali”. Lo afferma Flavio Ronzi, Segretario generale della Croce Rossa italiana, a Focus economia su Radio24.: “Abbiamo assistito più di 15mila famiglie” – continua il segretario Cri a Radio 24 – Siamo passati da un emergenza sanitaria a domicilio a fare la spesa , a comprare le cose e a fare delle raccolte di beni di prima necessità per le persone che non hanno realmente neanche più i soldi. Specialmente a persone come i collaboratori o quei lavoratori precari saltuari che in quelle condizioni tra l’altro non riescono ad accedere a una serie di ammortizzatori. Oggi forniamo anche buoni spesa, abbiamo investito in questo strumento 2 milioni di euro”. E sui I dati sono in aumento “Abbiamo avuto un incremento di richieste in tutte le regioni, anche in quelle più ricche dove l’impatto dell’emergenza Covid è stato maggiore”.

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Fase2: Serracchiani, no battaglia Regioni contro Governo

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 aprile 2020

“Non è accettabile questa battaglia scatenata dalle Regioni al Governo. E’ necessario dirlo con chiarezza: il problema non è aprire, è l’aumento non controllabile della mobilità delle persone. Se si apre senza criterio le persone si muovono in massa, e così il rischio di nuovi focolai di contagi è altissimo. Se qualche presidente di Regione, per fini di mero consenso, vuole cavalcare il conflitto si assuma esplicitamente la responsabilità ora e tra tre settimane”. Lo afferma la vicepresidente del Pd Debora Serracchiani, in merito alle richieste dei governatori di centrodestra al Governo, per avere maggiori competenze.
Per Serracchiani “qui non siamo di fronte a una questione di ‘cornice generale’ e nello specifico è evidentemente assurdo che il Comitato Tecnico scientifico sia credibile solo se asseconda le pulsioni del centrodestra, e se non lo fa diventa strumento di regime”.

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Danno economico per le 3 Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna

Posted by fidest press agency su lunedì, 27 aprile 2020

Le CNA di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna pubblicano i primi dati dell’Osservatorio economia e territorio realizzato questa volta sull’impatto economico delle misure di contrasto all’epidemia da Covid19. Ad elaborarlo come di consueto il Centro Studi Sintesi di Mestre (VE) che ha messo in luce, oltre a una comparazione dei dati tra le tre Regioni che da sole producono il 40 per cento del PIL nazionale, i focus regione per regione. Dalla visione complessiva delle tre regioni emerge chiaramente come la somma delle sospensioni, il 34 per cento delle imprese italiane, abbia portato alla compromissione di 114 miliardi di euro di fatturato e alla messa a rischio di 171,3 miliardi di euro di export, pari al 50 per cento di tutte le perdite nazionali nei passati 2 mesi. Lo stop ha determinato, sempre nelle tre regioni, la sospensione dal lavoro per oltre 3milioni e 910mila lavoratori di cui oltre 1milione e 435mila impiegati nel manifatturiero. “Appare chiaro – dicono i tre Presidenti di Veneto, Alessandro Conte, Emilia-Romagna Dario Costantini e Lombardia Daniele Parolo – come sia necessario avviare quanto prima la Fase 2. Crediamo inoltre che la riapertura in sicurezza debba tener conto delle specificità del comparto artigiano. L’attivazione di protocolli di sicurezza specifici regionali deve essere inserita in un quadro chiaro nazionale al fine di evitare ulteriore confusione. Riteniamo inoltre – spiegano i Presidenti – che questa indagine, sviluppata su tre regioni che da due mesi sono in prima linea per affrontare l’emergenza covid19, possa rappresentare uno strumento utile per gli amministratori regionali che saranno chiamati ad intervenire con misure di sostegno strutturali in base alle specificità dei territori”. Con riferimento specifico alla situazione della Lombardia, il Presidente di CNA Lombardia Daniele Parolo è netto: “Non abbiamo più tempo. Le nostre imprese devono poter ripartire in sicurezza o il conto economico che il Covid 19 ci presenterà sarà salato, forse paragonabile a quello in termini di vite umane per i suoi effetti sociali di medio e lungo periodo. La società globale va ripensata, i Governi nazionali e la governance europea possono e devono riservare maggiore attenzione al sistema diffuso e capillare delle produzioni manifatturiere dei territori. Di questi giorni è la fuga in avanti di alcune ATS territoriali sulle regole per la gestione in sicurezza della fase – 2. E’ una deriva pericolosa, serve unità, così come chiediamo tempestività e lealtà al sistema creditizio nell’attuazione del Decreto Liquidità.”
Il Segretario di CNA Lombardia, Stefano Binda, aggiunge: “La Regione Lombardia faccia buon uso delle sue competenze e della sua forza istituzionale: alle nostre imprese non servono fughe in avanti sul terreno delle regole per la riapertura, ci occorre invece in queste ore un autorevole azione di coordinamento con il Governo e un incremento del peso economico delle pur apprezzabili misure di supporto già annunciate nei giorni scorsi. Misure di supporto capillare in conto capitale, anche con piccoli importi, di 5-10 mila euro, per singola impresa, costituirebbero un segnale apprezzabile e un’iniezione di fiducia.”

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Il futuro degli infermieri nelle sette richieste della FNOPI a Governo e Regioni

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 aprile 2020

La “fase 2” per gli infermieri – quando inizierà – comincia con una lettera inviata dalla Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche a Giuseppe Conte, presidente del Consiglio, Roberto Speranza, ministro della Salute e Stefano Bonaccini, presidente delle Regioni. Ed ecco le sette richieste degli infermieri per un futuro – come promesso – migliore, ma anche per poter assistere da domani, quando l’emergenza sarà passata, chi ne ha bisogno, nel modo più professionale e intenso possibile. Soprattutto sul territorio. Senza mai, come stanno già facendo durante COVID-19 – lasciare solo nessuno.
1. Un‘area contrattuale infermieristica che riconosca peculiarità, competenza e indispensabilità ormai evidenti di una categoria che rappresenta oltre il 41% delle forze del Servizio sanitario nazionale e oltre il 61% degli organici delle professioni sanitarie.
2. Una indennità infermieristica che, al pari di quella già riconosciuta per altre professioni sanitarie della dirigenza, sia parte del trattamento economico fondamentale, non una “una tantum” e riconosca e valorizzi sul piano economico le profonde differenze rispetto alle altre professioni, sempre esistite, ma rese evidenti proprio da COVID-19.
3. Garanzie sull’adeguamento dei fondi contrattuali e possibilità di un loro utilizzo per un’indennità specifica e dignitosa per tutti i professionisti che assistono pazienti con un rischio infettivo.
4. Garanzie di un adeguamento della normativa sul riconoscimento della malattia professionale in caso di infezione con o senza esiti temporanei o permanenti.
5. Immediato adeguamento delle dotazioni organiche con l’aggiornamento altrettanto immediato della programmazione degli accessi universitari: gli infermieri non bastano, ne mancano 53mila ma gli Atenei puntano ogni anno al ribasso.
6. Aggiornamento della normativa sull’accesso alla direzione delle aziende di servizi alla persona: siamo sul territorio, dove l’emergenza ha dimostrato che non è possibile prescindere da una competenza sanitaria di tipo assistenziale a garanzia degli ospiti. Come nelle RSA ad esempio dove si stanno destinando proprio infermieri, quelli del contingente dei 500 volontari scelti dalla Protezione civile, ma anche a domicilio con cronici, anziani, non autosufficienti e così via.
7. E per questo – è la settima richiesta – dare anche agli infermieri pubblici – superando il vincolo di esclusività, un’intramoenia infermieristica già scritta anche in alcuni Ddl fermi in Parlamento che gli consenta di prestare attività professionale a favore di strutture sociosanitarie (RSA, case di riposo, strutture residenziali, riabilitative…), per far fronte alla gravissima carenza di personale infermieristico di queste strutture. Applicando anche nel caso la legge 1 del 2002) di 18 anni fa quindi) che prevedeva prestazioni aggiuntive e possibilità che altro non sono se non il richiamo in servizio di pensionati e contratti a tempo determinato utilizzati una tantum (ma indispensabili a quanto pare) per COVID-19.

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Il Presidente del CdR chiede un nuovo meccanismo dell’UE

Posted by fidest press agency su martedì, 24 marzo 2020

Per le emergenze sanitarie a sostegno delle regioni e delle città. Dichiarazione del Presidente del Comitato europeo delle regioni Apostolos Tzitzikostas
Ogni giorno, in tutta Europa, migliaia di leader locali e regionali sono in prima linea nella battaglia per limitare la diffusione del virus e gestirne l’impatto sul territorio. In qualità di Presidente del Comitato europeo delle regioni e presidente della regione Macedonia centrale, posso testimoniare della professionalità, della dedizione e del coraggio di tutti coloro che stanno guidando la lotta contro il COVID-19. Stiamo mobilitando le nostre comunità per proteggere i cittadini più deboli e garantire la massima continuità possibile alle nostre economie.Vorrei rendere omaggio a tutti gli enti locali e regionali in prima linea, e in particolare a coloro che, di persona, stanno pagando a caro prezzo il loro impegno. L’Europa può contare su di noi. Può contare sui suoi sindaci, presidenti di regione e membri di assemblee regionali e locali per guidare la lotta contro la pandemia. Al tempo stesso, in un momento in cui le nostre comunità locali hanno più che mai bisogno dell’Europa, l’UE deve essere al loro fianco, mettendo urgentemente a disposizione il proprio bilancio e la propria capacità di intervento per aiutare i nostri cittadini e le nostre imprese.Gli sforzi messi in atto dalla Commissione europea e dal Consiglio dell’UE vanno nella giusta direzione. È fondamentale assicurare la flessibilità del patto di stabilità e crescita, come pure delle norme in materia di aiuti di Stato, in quanto ciò renderà più semplice e rapido l’utilizzo dei finanziamenti della politica di coesione. Anche la mobilitazione della Banca europea per gli investimenti e di strumenti importanti come il Fondo europeo di solidarietà e il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione può dare un aiuto alle nostre comunità locali. Tuttavia, alla luce della mia esperienza diretta e dei riscontri che ho ricevuto dai miei colleghi e membri del CdR, ritengo che l’Unione debba fare ancora di più, lanciando un meccanismo dell’UE per le emergenze sanitarie volto a dare un sostegno più efficace alle migliaia di leader locali e regionali che cercano, con tutti i mezzi a loro disposizione, di assicurare i servizi sanitari a livello locale.Tale meccanismo dovrebbe aiutare le città e le regioni di tutta Europa ad assumere urgentemente personale medico supplementare, ad acquistare più dispositivi medici, a sostenere i servizi di terapia intensiva e a fornire strumenti e materiale di igienizzazione per ospedali e scuole. Il meccanismo dovrebbe semplificare e rendere più rapido l’accesso, per i servizi sanitari pubblici, a risorse finanziarie provenienti dai bilanci regionali, nazionali e dell’UE. Dobbiamo investire di più, per salvare delle vite oggi e aumentare la nostra resilienza domani. Il meccanismo dovrebbe essere finanziato attraverso risorse nazionali e regionali esistenti, finanziamenti disponibili dei Fondi strutturali e di investimento dell’UE riorientati alle necessità urgenti, e nuove risorse, fino a 10 miliardi di euro, sbloccate dai margini attuali del bilancio dell’UE.È anche necessario che la Commissione europea estenda e semplifichi ulteriormente l’accesso alle risorse disponibili nel quadro della politica di coesione dell’UE, al fine di accelerare l’utilizzo dei fondi da parte delle comunità locali che lottano, con tutte le loro forze, per affrontare la pandemia. Ancora una volta, i fondi della politica di coesione si stanno dimostrando un’ancora di salvezza essenziale per coloro che si trovano a dover affrontare sul campo queste sfide senza precedenti. La coesione rimane lo strumento di investimento più potente dell’UE, grazie al quale l’Unione e i soggetti nazionali, regionali e locali possono lavorare insieme e reagire in tempi di crisi.Il futuro che ci attende è incerto, e oggi le comunità hanno urgentemente bisogno di aiuto non solo per salvare delle vite, ma anche per la ricostruzione che seguirà. In tutta Europa dobbiamo essere in grado di lavorare in partenariato e condividere equamente le responsabilità. L’Unione europea deve offrire sostegno e solidarietà a chi ne ha più bisogno: questo non è mai stato così vero come oggi, nel pieno della crisi dovuta alla pandemia. Le regioni e le città continueranno ad essere in prima linea nella lotta contro il virus. In questi tempi difficili, il nostro primo dovere di leader politici è nei confronti dei nostri cittadini, e, per proteggerli, dobbiamo unire le forze a livello locale, regionale, nazionale ed europeo. Credo fermamente che la democrazia sia più forte di un virus e che, grazie ai nostri sforzi congiunti, con il tempo usciremo ancora più forti dalla crisi del COVID-19.

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Il Comitato delle regioni dell’UE rinvia la sessione plenaria di marzo

Posted by fidest press agency su domenica, 15 marzo 2020

“Dopo attenta deliberazione, ho preso la decisione di rinviare la sessione plenaria del Comitato europeo delle regioni, prevista per il 25-26 marzo prossimi, come contributo agli sforzi volti a prevenire e controllare l’ulteriore diffusione della pandemia di coronavirus. Questa linea d’azione rispecchia le misure già messe in atto da molte autorità locali, regionali, nazionali e dell’UE. Questa decisione è già stata comunicata a tutti i membri del Comitato, al personale e alle altre istituzioni dell’UE e ai nostri partner, con cui siamo in stretto contatto.

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Inflazione: la classifica delle regioni e città più care

Posted by fidest press agency su martedì, 25 febbraio 2020

Secondo i dati definitivi di gennaio resi noti oggi dall’Istat, l’inflazione registra un aumento dello 05% su base annua, come a dicembre.”Bene, l’inflazione rimane stabile come a dicembre. Nessuna risalita dei prezzi come risultava invece nel dato preliminare. Unica preoccupazione il rincaro dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto, che passano dall’1% di dicembre all’1,3% di gennaio” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Per una coppia con due figli, la famiglia tradizionale di una volta, l’inflazione a +0,5% significa avere una maggior spesa annua complessiva di 145 euro, con un rialzo di 162 euro per i trasporti ed un ribasso di 110 euro per l’abitazione, 58 euro per il solo carrello della spesa e ben 122 per i beni ad alta frequenza di acquisto” prosegue Dona.”Per la coppia con 1 figlio, la tipologia di nucleo familiare ora più diffusa in Italia, il rialzo è di 118 euro nei dodici mesi, 52 euro per le compere di tutti i giorni e 106 per i beni ad alta frequenza di acquisto, mentre per l’inesistente famiglia tipo, l’incremento dei prezzi si traduce in un aumento del costo della vita di 66 euro, 43 per le spese obbligate del carrello della spesa” conclude Dona.Rese noti solo oggi, invece, i dati dell’inflazione delle regioni e dei capoluoghi di regione e comuni con più di 150 mila abitanti, in base ai quali l’Unione Nazionale Consumatori ha stilato l’ormai tradizionale classifica delle città e delle regioni più care d’Italia, in termini di aumento del costo della vita, non solo rispetto all’inesistente famiglia tipo, da 2,4 componenti, ma anche per la famiglia di 3 persone, la tipologia di nucleo familiare ora più diffusa in Italia.Secondo lo studio dell’associazione di consumatori, in testa alla classifica dei capoluoghi e delle città con più di 150 mila abitanti più care in termini di rincari, si conferma Bolzano che, con un’inflazione dell’1,3%, ha la maggior spesa aggiuntiva, equivalente, per una famiglia di 3 persone, a 451 euro (392 per una famiglia tipo). Al secondo posto Bari, dove il rialzo dei prezzi dell’1,1% determina un aggravio annuo di spesa, per la famiglia di 3 componenti, pari a 284 euro (229 per la famiglia tipo), terza Napoli, dove l’inflazione a +1,1% comporta una spesa supplementare pari a 271 euro (238 per una famiglia tipo).Le città più convenienti sono, invece, Aosta, dove l’abbassamento dei prezzi dello 0,1% genera un risparmio annuo di 29 euro per una famiglia media. Al secondo posto Reggio Emilia (+0,1%, pari a +28 euro) e al terzo Potenza: +0,2%, pari +43 euro.In testa alla classifica delle regioni più costose in termini di maggior spesa, svetta il Trentino Alto Adige che, con l’inflazione più alta, +1%, registra, per una famiglia di 3 componenti, una batosta pari a 313 euro su base annua (264 euro per la famiglia tipo). Segue il Veneto, dove l’incremento dei prezzi pari allo 0,6%, implica un’impennata del costo della vita pari a 194 euro (151 per fam. tipo), terzo l’Abruzzo, dove per via dell’inflazione a +0,8%, si ha un salasso annuo, per la famiglia di 3 persone, di 192 euro (per la famiglia tipo l’Abruzzo si colloca però al secondo posto, con 164 euro).Il record del risparmio per la Valle d’Aosta, che non registra aumenti dei prezzi, seguita dalla Basilicata, con un’inflazione dello 0,2% ed una maggior spesa di 49 euro per una famiglia di 3 componenti. Al terzo posto, la Sardegna: +0,4% e +90 euro.

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Sottoscritto Patto per la salute tra Governo e Regioni

Posted by fidest press agency su sabato, 21 dicembre 2019

Sottoscritto in Conferenza Stato-Regioni il Patto per la salute, che tra i suoi punti annovera un Programma nazionale per la mobilità sanitaria. «Siamo molto soddisfatti del Patto per la salute siglato fra il Governo centrale e le Regioni – commenta Annamaria Mancuso, Presidente di Salute Donna onlus e coordinatrice del progetto “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere” – la mobilità sanitaria è un male assoluto di questo Paese e la metodologia descritta nel Patto potrebbe andare nella direzione giusta per arginare questo fenomeno, che coinvolge centinaia di migliaia di pazienti oncologici e onco-ematologici e da sempre è una delle priorità del nostro progetto».Secondo il Censis (Rapporto Rbm-Censis 2018) sono circa 750.000 l’anno i ricoveri in mobilità ospedaliera interregionale. Il 25 per cento di questi pazienti si allontana di non oltre cento chilometri da casa, mentre il 23 per cento si allontana oltre quattrocento chilometri. Gran parte di loro sono persone che lottano contro un tumore.«La nostra volontà – continua Annamaria Mancuso – è da una parte quella di aiutare le Istituzioni a combattere il fenomeno della mobilità sanitaria, dall’altra vigilare affinché le statuizioni contenute nel Patto per la salute siano effettivamente osservate da parte degli Enti preposti. È importante che ci sia una condivisione di questi aspetti con tutti gli attori, gli stakeholder del settore, e bene ha fatto il Patto per la salute a riferirsi anche ai cittadini, spesso vittime di poca trasparenza nell’erogazione dei processi sanitari. Anche su questo punto il nostro progetto farà in modo che il paziente oncologico sia sempre più tutelato nel processo di presa in carico».
Il Patto per la salute, oltre al tema della mobilità sanitaria, tocca altri punti chiave come l’ampliamento delle fasce d’età dello screening mammografico e l’estensione dell’attività del Comitato che verifica l’aderenza da parte delle Regioni all’erogazione dei Livelli Essenziali d’Assistenza, manifestando la volontà da parte di Governo e Regioni di migliorare l’accesso alle prestazioni sanitarie per i pazienti oncologici.Il progetto “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere” accoglie dunque con positività il Patto per la salute, augurandosi che possa fattivamente contribuire a migliorare l’assistenza e la presa in carico dei pazienti e vigilando affinché gli intenti siano rispettati e tramutati in interventi utili e concreti, anche attraverso il coinvolgimento attivo delle Associazioni.

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Le Regioni incontrano la Federazione nazionale degli ordini degli infermieri

Posted by fidest press agency su domenica, 27 ottobre 2019

Prosegue il lavoro di confronto tra le Regioni e il mondo delle professioni, mediche e sanitarie, che sono assi portanti del Servizio Sanitario Nazionale. Dopo l’incontro con la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici il 16 ottobre scorso, oggi Luigi Genesio Icardi (Assessore alla Salute della Regione Piemonte), coordinatore della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome e Sergio Venturi (Assessore alla Salute della Regione Emilia-Romagna), presidente del Comitato di Settore Regioni-Sanità, hanno incontrato Tonino Aceti, portavoce della Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche (Fnopi) e Franco Vallicella del Comitato Centrale della Fnopi.Il confronto odierno rappresenta l’avvio del Tavolo previsto dal protocollo siglato dalla Fnopi e dalla Conferenza delle Regioni il 20 dicembre scorso. Sono stati affrontati i principali temi relativi allo sviluppo della professione infermieristica alla luce del futuro Patto per la Salute.Sotto questo profilo si è concordato un percorso che possa portare a una definizione puntuale della funzione e del ruolo dell’infermiere di famiglia. Una figura che si intende proporre nella stesura definitiva del nuovo Patto.Quello odierno è un metodo innovativo di confronto che si inserisce in un più ampio contesto che intende coinvolgere insieme tutte le professioni che a vario titolo lavorano e concorrono allo sviluppo del Servizio Sanitario.
Un metodo che ha portato alla proposta di una Conferenza Nazionale sulla Salute. Idea che ha già incontrato la valutazione positiva del Ministro della Salute, Roberto Speranza. Una Conferenza che vuole essere anche il progetto di una grande alleanza fra le istituzioni statali e regionali e le professioni, mediche e sanitarie, con l’obiettivo di rilanciare e valorizzare la Sanità pubblica italiana.

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Rivedere le norme sul commissariamento delle regioni

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 settembre 2019

«Occorre rivedere al più presto le norme sul commissariamento delle regioni in piano di rientro dal disavanzo sanitario regionale». Lo afferma, in una nota, il deputato M5S Francesco Sapia, della commissione Sanità, che spiega: «Nel programma del nuovo governo è previsto il rilancio del Sud, che deve partire dalla riorganizzazione dei servizi sanitari sul territorio. Tutte le regioni meridionali, ad eccezione della Basilicata, sono da tempo sottoposte a piano di rientro dal disavanzo sanitario. Molise, Campania e Calabria restano a riguardo commissariate e con gravi, crescenti criticità. Nelle ultime due regioni la situazione è ancora più drammatica, intanto perché lì il controllo politico della sanità ha finora rappresentato uno strumento, il principale, di formazione del consenso elettorale, con conseguenze pesantissime che il dato sui Lea non può esprimere: clientelismo sfacciato, aumento vertiginoso dell’emigrazione sanitaria e della relativa spesa, disservizi continui, carenze spaventose di personale, scarsissima prevenzione, difficoltà enormi nell’emergenza-urgenza, ritardi impressionanti nelle diagnosi e, in un simile contesto, l’apertura di altri spazi per le infiltrazioni criminali». «È dunque urgente – prosegue il parlamentare del Movimento 5 Stelle – un confronto politico maturo su come modificare, già nell’ambito della prossima legge di bilancio, l’istituto del commissariamento delle regioni obbligate al piano di rientro. Infatti il Fondo sanitario è ancora ripartito sulla base di criteri che, a dispetto della Costituzione e dell’unità del Paese, avvantaggiano le regioni del Nord e le loro strutture sanitarie. Questi criteri prescindono del tutto dai dati epidemiologici e dai corrispondenti fabbisogni di cure nelle singole aree dell’Italia. Di fatto i disavanzi sanitari dipendono in primo luogo dai minori trasferimenti ricevuti dalle regioni del Mezzogiorno, cui mancano i soldi per la gestione ordinaria. Attenzione, parliamo di miliardi di euro dal ’99 ad oggi». «I cittadini meridionali si aspettano molto dal nuovo governo giallo-rosso. Perciò – conclude Sapia – dovremo alla svelta individuare soluzioni definitive, al fine, iniziando dalla modifica dei criteri di ripartizione delle risorse statali, di ridurre le diseguaglianze tra la sanità del Sud e quella del Nord. In proposito chiederò il coinvolgimento diretto del ministro della Salute, Roberto Speranza, e del capo politico del Movimento 5 Stelle, il ministro Luigi Di Maio».

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Miss Italia: con il solo Televoto penalizzate le concorrenti delle regioni più piccole

Posted by fidest press agency su domenica, 1 settembre 2019

Sarà lo strumento del televoto, distribuito in quattro fasi di selezione e una finale, a decidere quale concorrente, tra le 80 in gara, sarà la vincitrice di “Miss Italia 2019”, la cui serata finale andrà in onda venerdì 6 settembre su Raiuno. Un meccanismo che sta provocando un’alzata di scudi nelle regioni più piccole e meno abitate, le cui concorrenti rischiano di venire estromesse già nelle prime fasi di selezione proprio perché supportate da un bacino potenziale di consensi quantitativamente più povero.A manifestare perplessità sul meccanismo adottato ed ormai abbastanza oliato è “Forche Caudine”, la storica associazione di rappresentanza dei molisani sparsi per il mondo. Non a caso proprio le tre regioni con meno residenti, cioè Valle d’Aosta, Molise e Basilicata, sono quelle che non hanno mai avuto una vincitrice negli ottant’anni di storia della manifestazione. Mentre regioni più grandi – Sicilia, Lazio, Lombardia e Veneto – hanno dato i natali a ben 37 miss complessive sulle 80 totali.Gabriele Di Nucci, segretario del sodalizio che ha oltre trent’anni di storia, conta oltre duemila associati e ha sede centrale a Roma, parla con cognizione di causa, avendo lavorato in passato proprio per il popolare concorso della famiglia Mirigliani.
“Nelle ottanta edizioni del concorso sono proprio le regioni più piccole a mancare nel palmares, non certo per penuria di concorrenti, ma, specie negli ultimi decenni, per il discutibile meccanismo del televoto, che quest’anno muove 0,51 centesimi di euro per ogni voto espresso – spiega. “L’impostazione della manifestazione è fortemente territoriale, con le varie miss regionali che approdano alla selezione finale. Per questo una parte rilevante degli imponenti flussi di voti telefonici premia una candidata del proprio territorio. Spesso a livello locale si organizzano vere e proprie reti per sostenere una ‘bellezza’ locale ed ovviamente i numeri dei residenti fanno la differenza – racconta Di Nucci.
Il peso del televoto è sempre rilevante, in genere affiancato a quello di una giuria tecnica. L’invito a modificare il meccanismo, che l’associazione “Forche Caudine” rivolge ai promotori del concorso, è legato ad un articolo specifico del regolamento, dove è scritto che “produzione e Rai si riservano comunque la facoltà di modificare per insindacabili esigenze editoriali la modalità delle prove… variando il numero, la struttura, il meccanismo e le modalità di votazione e dandone idonea e preventiva comunicazione al pubblico”. Affiancare al televoto meccanismi compensativi potrebbe garantire pari opportunità a tutte le concorrenti. Molisane comprese.

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Istat prezzi: la classifica completa delle città e delle regioni più care

Posted by fidest press agency su giovedì, 18 luglio 2019

L’Istat non conferma i dati preliminari dell’inflazione di giugno, che scende dal +0,8% della stima preliminare a +0,7%. “Ottima notizia l’ulteriore raffreddamento dell’inflazione, in particolare la frenata del carrello della spesa, che sale solo dello 0,2% su base annua” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Unica nota stonata è che, purtroppo, ci sono già i primi segnali indicatori della prossima stangata sulle vacanze degli italiani, attesa, come tradizione vuole, per luglio. Salgono, infatti, su base mensile, sia i pacchetti vacanza, +1,7%, che i villaggi vacanze, addirittura del 13,2 per cento” prosegue Dona.”Per una coppia con due figli, la famiglia tradizionale di una volta, l’inflazione a +0,7% significa avere una maggior spesa annua complessiva di 208 euro, 112 euro per i beni ad alta frequenza di acquisto, ma solo 34 euro per il carrello della spesa, ossia per gli acquisti quotidiani” aggiunge Dona.
“Per la coppia con 1 figlio, la tipologia di nucleo familiare ora più diffusa in Italia, il rialzo complessivo è di 205 euro su base annua, 104 per i beni acquistati più frequentemente, ma solo 31 euro se ne vanno per le compere di tutti i giorni, mentre per l’inesistente famiglia tipo, l’incremento dei prezzi si traduce in un aumento del costo della vita di 172 euro in più nei dodici mesi, 25 per il carrello della spesa. Per un pensionato con più di 65 anni, il rincaro annuo è pari a 107 euro, 165 euro per un single con meno di 35 anni” conclude Dona. Rese noti solo oggi, invece, i dati dell’inflazione delle regioni e dei capoluoghi di regione e comuni con più di 150 mila abitanti, in base ai quali l’Unione Nazionale Consumatori ha stilato la classifica delle città e delle regioni più care d’Italia, in termini di aumento del costo della vita.Secondo lo studio dell’associazione di consumatori, in testa alla classifica dei capoluoghi e delle città con più di 150 mila abitanti più care in termini di rincari, si conferma Bolzano che, pur non avendo l’inflazione più alta, +1,4% (il record appartiene per la seconda volta consecutiva a Bari: +1,7%), ha la maggior spesa aggiuntiva, equivalente, per una famiglia tipo, a 422 euro su base annua. Al secondo posto Verona, dove il rialzo dei prezzi dell’1,5% determina un aggravio annuo di spesa, per una famiglia media, pari a 389 euro, terza Bari, dove l’inflazione a +1,7%, il primato di giugno, comporta una spesa supplementare pari a 354 euro.La città più conveniente, in termini di minori rincari, è, invece, Perugia, addirittura in deflazione, dove l’abbassamento dei prezzi dello 0,1% genera un risparmio annuo di 23 euro. Al secondo posto Ancona (+0,1%, pari a 22 euro) e al terzo Cagliari, +0,2%, con un aumento del costo della vita pari ad appena 42 euro.
In testa alla classifica delle regioni più costose in termini di maggior spesa, la Liguria che, con l’inflazione a +1,3, registra, per una famiglia tipo, una batosta pari a 299 euro su base annua. Segue il Trentino, dove l’incremento dei prezzi pari all’1,1%, implica un’impennata del costo della vita pari a 291 euro, terza la Puglia, dove per via dell’inflazione all’1,2%, si ha un salasso annuo di 234 euro.L’Umbria si conferma la regione con meno rincari, con un’inflazione dello 0,1% che si traduce in una spesa aggiuntiva annua di soli 22 euro.

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