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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 338

Posts Tagged ‘regioni’

Scuola Azzolina: con Regioni ed Enti locali servono soluzioni condivise

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 novembre 2020

C’è un pericolo di eccesso di autonomia delle Regioni che nel corso dell’attuale emergenza Covid19 sovrasta sempre non di rado il volere del Governo? Se ne è parlato oggi alla Camera, durante un question time della ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina che ha risposto all’on. Alessandro Fusacchia di +Europa. La ministra ha detto di avere “già avviato con molte regioni un serrato confronto, rappresentando formalmente la necessità che ogni decisione sia preceduta, in un’ottica di leale cooperazione, quantomeno da scambi informativi completi”, rendendo pubblici i dati scientifici sui contagi, “attraverso i quali si possa pervenire alla condivisione di soluzioni rispettose del dettato costituzionale, delle prerogative di Stato, Regioni ed Enti locali, del principio cardine di proporzionalità e adeguatezza delle misure da adottare, nonché dell’autonomia delle istituzioni scolastiche esplicitamente richiamata dall’articolo 117 della Costituzione”.L’amministrazione si dice pronta a trovare un punto d’incontro sulle diversità di idee con gli Enti Locali a proposito dell’opportunità o meno di chiudere le attività scolastiche in presenza, a causa della seconda ondata di coronavirus che sta attraversando il Paese. La ministra Lucia Azzolina ha ricordato che l’attivazione di “riunioni di coordinamento regionale e locale, previste nel cosiddetto ‘Piano scuola’, condiviso e approvato da Regioni ed Enti locali, su cui si è favorevolmente espressa anche la Conferenza Unificata”.“Proprio per comprendere la ratio dei provvedimenti e per spingere Regioni ed Enti locali a programmare a stretto giro la ripresa delle attività in presenza – ha detto Azzolina – ho invitato a condividere con il Ministero dell’istruzione i dati scientifici che hanno motivato le loro decisioni, a far conoscere gli interventi compiuti da parte delle autorità sanitarie locali competenti per un’adeguata organizzazione complessiva del nuovo anno scolastico, a rappresentare anche quali iniziative siano state poste in essere e saranno attivate per garantire modalità efficienti di organizzazione del trasporto locale, secondo una programmazione sollecita e ben definita, viste anche le correlate risorse stanziate dal Governo”. Tutto ciò, ha concluso durante il question time tenuto alla Camera, per giungere al vero unico interesse di chi governa la scuola: “quello di tutelare il diritto all’istruzione delle alunne e degli alunni, nel pieno rispetto della salute di tutti i cittadini”, ha concluso Azzolina.

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Covid, Gelli “Non c’è più tempo da perdere, servono chiusure più decise per invertire rotta”

Posted by fidest press agency su martedì, 10 novembre 2020

“Non possiamo più aspettare. Le chiusure prese con l’ordinanza della scorsa settimana fanno riferimento a dati fermi alla fine di ottobre. La situazione sta quotidianamente e progressivamente peggiorando in tutta Italia. In molte Regioni le terapie intensive, così come i pronto soccorso ed i ricoveri di area medica hanno sfondato da tempo la soglia critica. Si rischia di non riuscire più a curare non solo i pazienti Covid, ma anche quelli affetti da altre patologie. Rischiamo così dover vedere nei prossimi mesi un picco di mortalità anche per altre patologie. Dobbiamo invertire subito la rotta. Servono chiusure ben più decise in tutto il Paese, non lasciamo inascoltato l’appello della FNOMCEO”. Così Federico Gelli, presidente della Fondazione Italia in Salute, commentando l’attuale sitauzione epidemiologica. “Con questo ritmo di crescita dei contagi e dei ricoveri, non solo saltà totalmente il sistema di tracciamento, ma il nostro Servizio sanitario nazionale rischia a breve di non riuscire a reggere l’onda d’urto. Non possiamo permetterci di mandare in tilt gli ospedali. Servono immediatamente misure più rigorose che coinvolgano l’intero Paese, prima che sia troppo tardi”, conclude Gelli. (fonte: http://www.gallitorrini.com)

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Governo e Regioni: Coronavirus e scaricabarile

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 novembre 2020

Circa tre quarti dei bilanci delle regioni riguardano le spese sanitarie. Se la sanità regionale non funziona, la responsabilità è di chi governa le regioni che devono organizzare i relativi servizi. La spesa sanitaria nazionale è passata da circa 67 miliardi del 2000 a 118 miliardi del 2019 (pre Coronavirus). Incremento notevole, nonostante le proteste sui tagli alla spesa sanitaria ma, evidentemente, più che di risorse c’è un problema organizzativo e di collocazione ottimale delle risorse stesse. In questi giorni abbiamo assistito alle accuse delle regioni al Governo per essere state classificate pandemicamente “rosse”. Probabilmente, hanno dimenticato la partecipazione alla definizione dei criteri di classificazione, firmando un protocollo di intesa. Insomma, ci si mette d’accordo sulle regole, poi le regioni contestano i provvedimenti che scaturiscono dall’applicazione delle regole stesse. Comodo, no? Tra le regioni spicca la Lombardia, definita per anni come l’eccellenza in campo sanitario, ma alla prova dei fatti ha dimostrato tutta la sua incapacità a gestire la fase pandemica. Il silenzio del presidente della Regione, Attilio Fontana, sarebbe d’obbligo, ma a scaricare le responsabilità, quando occorre assumerle, non ci pensa proprio.Sarebbe opportuno, invece, che pensasse alle proprie dimissioni. Primo Mastrantoni, segretario Aduc

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«Invitare Regioni a programmare forniture farmaci per l’emergenza Covid»

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 novembre 2020

Roma. Le terapie intensive sono di nuovo sotto pressione e scatta l’allerta anche da parte delle industrie farmaceutiche chiamate come nella prima ondata della pandemia a garantire continuità nella fornitura dei medicinali necessari sia nella prima linea ospedaliera che nella seconda linea domiciliare per i casi meno gravi.A segnalare i rischi derivanti dalla mancata programmazione dei fabbisogni da parte delle Regioni, in una lettera inviata venerdì al ministro della Salute, Roberto Speranza e al direttore generale dell’AIFA, Nicola Magrini, è il presidente EGUALIA, (già Assogenerici), Enrique Häusermann.«Sin dallo scorso Marzo le associazioni di categoria dell’industria del farmaco in Italia sono incessantemente al lavoro con l’Unità di Crisi costituita presso l’AIFA, per garantire adeguate scorte di medicinali utilizzati per la gestione dei pazienti trattati, dentro e fuori le terapie intensive, per la malattia da SARS COV-2. – scrive Häusermann -. Da allora la collaborazione istituzionale non si è mai interrotta». «In queste ultime settimane – prosegue il presidente EGUALIA – di fronte al progredire della diffusione del virus, attraverso la suddetta Unità di crisi abbiamo aumentato il livello di attenzione per la necessità di stoccaggio preventivo dei farmaci essenziali in particolare per le terapie intensive. Da circa 4 mesi è attivo un dialogo costante con le Regioni per un progetto di quantificazione dei fabbisogni, in grado di garantire per il futuro un’adeguata fornitura dei medicinali necessari. Ma i segnali di risposta a questo progetto da parte delle autorità regionali sono ancora parziali». Di qui l’esplicita richiesta a Ministero della Salute ed Aifa di «sensibilizzare le Regioni affinché procedano nella quantificazione dei fabbisogni di sicurezza e provvedano agli acquisti delle quantità di medicinali necessari, consentendo all’Unità di Crisi di rispondere efficacemente ad ogni possibile scenario».L’effetto della mancata programmazione preoccupa l’industria farmaceutica, che opera attraverso una catena di approvvigionamento globale chiamata a rispondere alle esigenze di tutti i continenti coinvolti nella pandemia. «Se dovessimo andare di nuovo incontro ad una massiccia domanda di medicinali per le terapie intensive senza adeguata programmazione e senza la previsione di specifici stock di sicurezza, l’attivazione della catena produttiva non potrà avvenire con la velocità attesa – conclude Häusermann – E tale scenario non potrebbe, peraltro, nemmeno essere mitigato da eventuali giacenze di stock a livello regionale che invece di essere state mantenute dopo la fase più critica, sono state rimandate indietro alle aziende farmaceutiche attraverso procedure di reso o annullamento degli ordini già inviati».

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Alle Regioni chiediamo di consentire la vendita dei libri nelle grandi strutture di vendita il week end

Posted by fidest press agency su venerdì, 30 ottobre 2020

“Dopo le librerie chiuse nei week end all’interno dei centri commerciali, adesso in molte Regioni anche gli scaffali dei libri dei supermercati e delle grandi strutture di vendita sono interdetti ai cittadini il sabato e la domenica. Torniamo a rivolgere il nostro appello a tutte le istituzioni: il libro è un bene essenziale e tale deve essere considerato nei provvedimenti delle Regioni”. Lo dichiara il presidente dell’Associazione Italiana Editori (AIE) Ricardo Franco Levi.A seguito dei provvedimenti restrittivi assunti da diverse Regioni, infatti, le grandi catene, su indicazione delle istituzioni stesse, stanno transennando gli scaffali e vietando le vendite dei prodotti non acquistabili nel week end, tra cui sono ricompresi i libri. “Ribadiamo – conclude Levi – che il libro non può essere considerato alla stregua di un semplice oggetto di consumo il cui acquisto è rinviabile, ma va considerato un bene essenziale, come già aveva indicato il governo nei decreti di aprile. Facciamo appello alle Regioni perché intervengano immediatamente consentendo la vendita di libri nel week end”.

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La scuola è iniziata nella maggior parte delle regioni da ormai un mese e mezzo

Posted by fidest press agency su martedì, 27 ottobre 2020

Eppure, tanti posti da docente non sono ancora stati assegnati: rimangono vuoti oppure sono stati coscienziosamente assegnati, in via del tutto temporana, a dei precari consapevoli che avrebbero lasciato la mano. Considerando le province di tutta Italia, si stima che sono migliaia i supplenti annuali ancora da nominare. Con molti istituti scolastici costretti, per questo motivo, a praticare l’orario settimanale provvisorio ridotto. La situazione peggiore, come da tradizione italica, è quella del sostegno agli alunni disabili. In pratica, anche cambiando regione il risultato rimane immutato: per assegnare una supplenza annuale, con scadenza 30 giugno 2021 o 31 agosto 2021, occorre convocare dieci precari regolarmente collocati in quelle graduatorie. Ma perché è avvenuto questo? Prova a rispondere il leader dell’Anief, Marcello Pacifico: “I motivi dell’alto numero di defezioni – dice il sindacalista autonomo – dipendono quest’anno anche dal fatto che, evidentemente, tanti docenti precari non se la sono sentita di lasciare i loro affetti, la loro terra e le loro sicurezze proprio nei giorni di piena ascesa dei casi di contagio Covid19. Di suo, va aggiunto, l’amministrazione ha determinato un’organizzazione delle graduatorie davvero pessima, che trova l’apice nella Legge 128/2013, la quale giustifica l’assegnazione di una cattedra di sostegno su tre ai docenti supplenti. Ma poi nel computo va messa anche la carenza di docenti specializzati nell’insegnamento ai disabili, per combattere la quale il Governo ha indicato la necessità di investire oltre un miliardo della prossima Legge di Bilancio per assumere 25 mila nuovi docenti di sostegno”.Dopo le mancate immissioni in ruolo è arrivato il turno delle mancate supplenze. Secondo l’ex numero uno del ministero dell’Istruzione, Marco Bussetti, quando convocati dall’Ust di Milano, da lui diretto, “numerosi docenti” avrebbero “rinunciato o si sono dichiarati assenti. Tanto è vero che complessivamente sono state inoltrate “112.000 domande e oltre 11.000 nomine”.

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Acquisti farmaci da parte delle regioni

Posted by fidest press agency su domenica, 25 ottobre 2020

Al 30 settembre 2020, gli acquisti di farmaci da parte delle Regioni sul “Sistema-Consip” (attraverso lo SDAPA – Sistema Dinamico di Acquisizione della PA) sono più che raddoppiati rispetto all’intero 2019.Nei primi 9 mesi del 2020 (gen-set) sono state 42 le gare dalla PA (c.d. appalti specifici) per un totale di 6.475 lotti (+53% rispetto a 4.026 lotti dell’intero 2019) e un valore di oltre 4 miliardi di euro (+135% rispetto a 1,7 miliardi dell’intero 2019).Lo Sdapa Farmaci di Consip – che ad oggi permette di scegliere tra oltre 6.400 combinazioni tra principio attivo, forma farmaceutica e dosaggio – offre alle amministrazioni la possibilità di negoziare tutti i farmaci presenti sul mercato e autorizzati da AIFA.Tra le diverse specialità farmaceutiche oggetto di acquisto, si segnala il dato di: Farmaci antivirali. Nei primi 9 mesi del 2020 sono stati acquistati oltre 21,2 milioni di unità di prodotto tra compresse, fiale e flaconi (+231% rispetto a oltre 6,4 milioni di unità dell’intero 2019) Vaccini antinfluenzali. Negli ultimi cinque mesi (maggio-settembre 2020) sono state acquisite oltre 2 milioni di dosi di vaccino per il fabbisogno di 6 Regioni, Abruzzo, Basilicata, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Molise, Umbria (+25% rispetto a oltre 1,6 milioni di dosi dell’intero 2019) I dati evidenziano l’apprezzamento della PA verso il Sistema Dinamico di Acquisizione, che consente di negoziare in autonomia gare sopra e sottosoglia comunitaria in maniera rapida e semplificata, attraverso modelli di negoziazione già predisposti, gestione efficiente delle fasi di valutazione e aggiudicazione, formulazione automatica della graduatoria di merito. Dal 12 ottobre 2020, inoltre, è stata ulteriormente arricchita l’offerta per l’emergenza Covid: le Stazioni Appaltanti possono avviare appalti specifici anche per l’acquisto di test di tipo molecolare, antigenico e sierologico.

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Scuola. Covid, i contagi in crescita obbligano le Regioni a ricorrere alla dad: ma il concorso è partito

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 ottobre 2020

I contagi di Covid sono in forte salita: nelle ultime 24 ore sono 15.199 i casi positivi con 177.848 tamponi e 127 deceduti. Le scuole, è inutile negarlo, sono molto condizionate da questo andamento: diverse Regioni – Lombardia, Piemonte, Campania, Liguria e Lazio – hanno deciso di prendere provvedimenti, con ordinanze che contengono misure ancora più restrittive di quelle contenute nell’ultimo Dpcm di domenica scorsa. Dopo mesi di polemiche, oggi sono iniziate le prove scritte, che termineranno il 16 novembre, del concorso straordinario della secondaria per 32 mila posti, con 64.563 candidati. “Nella prima giornata – fa sapere il ministero dell’Istruzione confermando l’avvio della procedura – sono attesi 1.645 partecipanti su tutto il territorio nazionale”. Previsto un rigido protocollo di sicurezza con misurazione della temperatura all’ingresso, obbligo di indossare sempre e correttamente la mascherina, nessun assembramento, rispetto della distanza di sicurezza. Anief sostiene che i protocolli adottati nelle scuole stanno funzionando: “l’aumento dei contagi – spiega il suo presidente nazionale Marcello Pacifico – potrebbe invece arrivare dagli assembramenti che si vengono a creare al di fuori e dalla mancata implementazione delle corse di corriere, bus e metropolitane. Considerando aree urbane ed extraurbane, come territori ad alto rischio ed altri dove i pericoli del contagio sono minori. Il problema è che in queste condizioni, spesso difficili, la scuola continua a pagare il prezzo del troppo alto numero di alunni per classe, dovuto a scellerate logiche di dimensionamento e di spending review che hanno prevalso su diritto allo studio, organici adeguati, mantenimento delle sedi scolastiche, numero adeguato degli alunni per classe e stabilizzazioni dei precari. Sul concorso iniziato oggi – dice ancora il presidente Anief – continuiamo ad essere convinti che doveva essere sostituito da una procedura per soli titoli e comunque, visto che è partito, non può discriminare migliaia di esclusi per cause di forza maggiore, come l’essere sottoposti alla quarantena per via del Covid. In questo modo, si sarebbe data una risposta anche al giudizio del Consiglio d’Europa sul reclamo collettivo da noi presentato, con cui chiediamo di stabilizzare i precari con 36 mesi di lavoro”.

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Le regioni e le città dell’UE chiedono ai governi nazionali ‎ di rafforzare il pacchetto dell’UE sulla salute

Posted by fidest press agency su martedì, 20 ottobre 2020

I governi nazionali dovrebbero concordare un più ampio pacchetto di sostegno finanziario ai sistemi sanitari dell’Unione europea, ha affermato il Comitato europeo delle regioni il 14 ottobre. L’invito è contenuto in una serie di tre raccomandazioni, in cui le regioni e le città dell’UE indicano come colmare le lacune nei sistemi sanitari locali che sono state evidenziate dalla pandemia di Covid-19. Anche la Cancelliera tedesca Angela Merkel è stata ospite del Comitato per un dibattito. Il 13 ottobre ha dichiarato ai 329 presidenti di regione, sindaci e consiglieri del CdR che la disponibilità di alcune regioni a prestare assistenza a pazienti provenienti da regioni di altri paesi dovrebbe costituire un “punto di riferimento per le sfide future”. La Cancelliera Merkel, che ha dichiarato di “guardare con grande preoccupazione al nuovo aumento del numero di infezioni quasi in ogni parte d’Europa”, ha parlato in qualità di leader del paese che detiene la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea. Nel parere sul pacchetto di sostegno ai sistemi sanitari già annunciato dalla Commissione europea, il programma EU4Health , il Comitato europeo delle regioni ha criticato i governi nazionali per aver ridotto il bilancio proposto. Il Comitato ha sottolineato che i servizi sanitari, che vengono gestiti a livello locale e regionale in molti Stati membri dell’UE, hanno bisogno di investimenti e di innovazione per ridurre le disuguaglianze sanitarie e far fronte all’invecchiamento della popolazione. Quest’estate gli Stati membri dell’UE hanno ridotto a 1,7 miliardi di euro l’importo di 9,4 miliardi di euro proposto dalla Commissione europea per il periodo 2021-2027. L’ammontare finale sarà stabilito nel quadro dei negoziati con il Parlamento europeo.La relatrice del CdR Nathalie Sarrabezolles (FR/PSE), presidente del consiglio dipartimentale del Finistère, ha dichiarato: “Riducendo dell’82 % il nuovo programma dell’UE per la salute EU4Health, gli Stati membri hanno purtroppo perso di vista la portata della crisi. Garantire a tutti un’assistenza sanitaria di qualità è la migliore espressione di solidarietà e un elemento essenziale per rafforzare la coesione nella nostra Unione. Possiamo e dobbiamo fare di meglio per rafforzare i nostri sistemi sanitari. Sebbene le regioni e le città continuino a lavorare quotidianamente per raggiungere questo obiettivo, esse hanno tuttavia bisogno di un notevole sostegno da parte dell’UE”.Un secondo parere si concentra sulle caratteristiche necessarie di un meccanismo europeo di emergenza sanitaria che potrebbe essere attivato in future pandemie. Il documento sottolinea l’esigenza che l’UE sviluppi, acquisti, trasporti e distribuisca materiali diagnostici e dispositivi di protezione importati dall’estero o fabbricati nella stessa UE. Chiede inoltre specificamente lo sviluppo, ad esempio, di una tessera di vaccinazione comune dell’UE e di un registro virtuale europeo che fornisca informazioni sulle scorte di vaccini. Secondo un sondaggio commissionato dal Comitato europeo delle regioni, il 67 % degli europei vorrebbe che gli enti locali e regionali avessero maggiore influenza sulle decisioni adottate a livello dell’UE. Di questi, il 45 % ha menzionato la salute tra i settori in cui le regioni e le città dovrebbero avere più voce in capitolo.Il sondaggio è stato condotto da Kantar nella prima metà di settembre, e i risultati sono stati presentati alla sessione plenaria del CdR del 12-14 ottobre. Il sondaggio ha anche rilevato che, sia in generale che in termini di risposte alla pandemia, gli europei confidano maggiormente nelle amministrazioni locali e regionali che nei governi nazionali o nell’UE. La maggioranza assoluta, il 52 %, ha fiducia nei rispettivi enti regionali e locali, mentre il 47 % ha fiducia nell’UE e il 43 % nei governi nazionali.

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I nuovi rischi di un federalismo competitivo fra regioni ricche e povere

Posted by fidest press agency su giovedì, 1 ottobre 2020

Di Giuseppe Bianchi. Non è nella tradizione delle Note Isril intervenire su fatti contingenti, anche se politicamente rilevanti come il referendum e le elezioni amministrative. Se ciò avviene è per esprimere una perplessità sulle interpretazioni che vengono date sui risultati di queste elezioni in termini di individuazione dei partiti che hanno vinto o hanno perso. Tale perplessità è sostenuta dal convincimento che si è assistito a un ulteriore accelerazione della crisi dei partiti: di tutti i partiti, al di là dell’esito del voto. Le prove? I veri vincitori sono i Governatori eletti con maggioranze quasi bulgare (Veneto, Campania, Puglia), che escono rafforzati nella rappresentanza degli interessi territoriali da far valere nei confronti di un governo fragile nella sua coesione partitica. Questa novità va collocata nel momento difficile di un Paese, stremato dalla pandemia, impegnato in un progetto interno di ricostruzione sostenuto da risorse europee, per lo più a debito. Una ricostruzione che sani le croniche inefficienze e superi i tradizionali divari per reimmettere il sistema Paese in un nuovo circuito di sviluppo.Questa partita decisiva per il futuro del Paese quanto sarà influenzata dal nuovo potere politico acquisito dai Governatori, in nome di una autonomia regionale rafforzata promessa ai propri elettori?Quale ruolo assumerà la Conferenza Stato-Regioni nel percorso istituzionale delle decisioni con cui si definiranno i progetti e gli investimenti da attuare? Si sta configurando una nuova Camera para-legislativa i cui compromessi prevarranno sulle prerogative del Parlamento e del Senato, depositari, in declino, della volontà popolare? Non ci si può esprimere sulle cose da fare, quelle previste dal futuro Piano di Ricostruzione, senza indicare le istituzioni che le devono realizzare.L’Italia è un Paese molto territorialmente differenziato in termini di accumulazione dei fattori di sviluppo. Ha bisogno di politiche generali ma, nello stesso tempo, di politiche territorialmente differenziate. Di istituzioni politiche centralizzate ma, nello stesso tempo, di istituzioni politiche periferiche che realizzino le vocazioni dei territori e i bisogni dei cittadini.L’estraneità di questo tema dai commenti politici rischia di non far emergere i rischi di un potenziale conflitto istituzionale tra Stato e Regioni di cui c’è evidente anticipazione nei risultati di questa tornata elettorale giocata all’insegna di un federalismo competitivo che rischia di creare nuove incomprensioni fra regioni ricche e povere. Assumere la conoscenza di questo rischio è la condizione preliminare per scongiurarlo. (fonte: http://www.isril.it)

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Fondo per una transizione giusta: sostegno a regioni per transizione energetica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 settembre 2020

Bruxelles. I deputati europei hanno approvato la posizione negoziale del PE sulla proposta della Commissione relativa al JTF, con 417 voti favorevoli, 141 contrari e 138 astenuti.Il Parlamento ha insistito per un sostanziale aumento delle risorse del JTF dal bilancio UE per il periodo 2021-2027 (25 miliardi di euro a prezzi 2018, rispetto agli 11 miliardi proposti dalla Commissione e alla riduzione a 7.5 miliardi di euro concordata dal Consiglio europeo). Questo importo dovrebbe essere integrato da ulteriori 32 miliardi, a prezzi correnti, come proposto dallo Fondo UE per la ripresa.Inoltre, i deputati hanno confermato le disposizioni fondamentali delineate dalla commissione per lo sviluppo regionale nei suoi progetti di raccomandazione:
• fornire sostegno alle persone, all’economia e all’ambiente;
• creare un “meccanismo di ricompensa ecologica” che permetta l’assegnazione del 18% del totale delle risorse del Fondo ai Paesi UE che riducono le emissioni di gas serra più rapidamente;
• una quota dell’1% della somma totale assegnata alle isole e un altro 1% alle regioni ultraperiferiche;
• un tasso di cofinanziamento fino all’85% dei costi per i progetti ammissibili in tutta l’UE;
• la possibilità di trasferire le risorse da altri fondi di coesione su base volontaria;
• l’ampiamento dell’ambito di applicazione per includere: microimprese, turismo sostenibile, infrastrutture sociali, università e istituti di ricerca pubblici, tecnologie per lo stoccaggio di energia, teleriscaldamento a basse emissioni, mobilità intelligente e sostenibile, innovazione digitale, comprese l’agricoltura digitale e di precisione, progetti per la lotta alla povertà energetica, nonché cultura, istruzione e sviluppo delle comunità;
• una deroga per gli investimenti in attività collegate al gas naturale per le regioni che dipendono fortemente dall’estrazione e dalla combustione di carbone, lignite, scisto bituminoso o torba, posto che possano considerarsi “ecosostenibili” a norma del regolamento in materia di tassonomia e che rispettino sei condizioni cumulative aggiuntive.

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Medico scolastico, la proposta fa discutere ma in alcune Regioni è realtà

Posted by fidest press agency su domenica, 13 settembre 2020

Fino agli anni Ottanta si trovava ancora. Misurava peso altezza e pressione ai bambini, poi ricompariva per il controllo dei pidocchi (magari al suo posto c’era la vigilatrice d’infanzia) o per il test della vista. Nelle scuole, il medico era una rassicurante presenza. Di solito aveva la convenzione “dei servizi” e magari faceva anche il pediatra da un’altra parte. Poi – in realtà ben prima dell’introduzione dei bilanci di salute nella convenzione dei pediatri del territorio – molti suoi compiti divennero doppioni e lo stato ne consentì la soppressione. Oggi l’esigenza di identificare un caso di Covid a scuola e di mettere in pratica le norme per contenere i contagi ripropone il medico scolastico. E, se a livello nazionale c’è dibattito, le regioni fanno da sole.In particolare, la Toscana ha invitato le Asl entro questo mese ad arruolare sia medici attivi, sia specializzandi e pensionati con contratti libero professionali fino a giugno 2021. I compiti? Far rete con l’azienda sanitaria e con il referente Covid individuato dalla scuola per isolare i casi sospetti e gestirli. E ancora, valutare se le misure di prevenzione messe in campo dall’Istituto superiore di sanità tra i banchi funzionano, e se sono fatte rispettare, fare valutazioni epidemiologiche, effettuare interventi diagnostici in scenari infettivologici e non. L’ordinanza ha provocato la reazione dei pediatri del sindacato Fimp. «Abbiamo abbandonato la figura del medico scolastico con l’istituzione del Servizio sanitario nazionale, oltre 40 anni fa. Non torniamo indietro e soprattutto non creiamo confusione di ruoli a scapito di bambini e genitori. Dentro quelle classi ci sono i nostri pazienti ed è impensabile affidare ad altre figure professionali non specialistiche compiti che si collocano tra le nostre responsabilità. Non c’è bisogno di un altro medico», dice il presidente Fimp Paolo Biasci, che ha dato la disponibilità dei pediatri di famiglia a fare da interfaccia tra Ssn e Scuola e sistema educativo in generale. Da Biasci arriva poi l’appoggio all’infermiere di comunità come figura di raccordo tra Dipartimenti di Prevenzione Asl, Pediatra e Scuola. Il riferimento è alla proposta della Federazione Fnopi, che con la presidente Barbara Mangiacavalli chiede un infermiere di riferimento “con ruolo proattivo” nei 9 mila plessi scolastici italiani. Dunque, la scuola come “base” dell’infermiere di famiglia, il quale verifica la corretta applicazione delle misure anti-Covid, ma anche la salute e i bisogni assistenziali non-Covid di alunni e docenti, allertando in caso di necessità il medico del dipartimento di prevenzione dell’Asl di riferimento. Fnopi ricorda come l’infermiere scolastico sia figura chiave a scuola in Spagna negli Usa ed altri paesi europei, e come lo stesso Istituto superiore di sanità indichi per i compiti di sorveglianza Covid assistenti sanitari ed infermieri al pari dei medici dei dipartimenti di prevenzione.
Ma i medici sull’infermiere scolastico non sono tutti d’accordo. Il presidente Cisl Medici lombardo Danilo Mazzacane, specialista ambulatoriale, invoca la priorità del medico scolastico da prevedersi attingendo ai circa 15 mila “camici grigi” (non specializzati-non medici di famiglia) sia in funzione anti-Covid sia come anello della rete sanitaria territoriale. «Si richiedono competenze per insegnare norme igieniche, alimentari e di comportamento, ma anche come figure “amiche” in prima istanza per ogni necessità in supporto e collaborazione con gli altri medici del territorio». Per Mazzacane, «ad affiancare il medico -addetto in primis all’attività di screening a favore degli studenti-non dovrebbe essere necessariamente l’infermiere ma, a seconda dei compiti, un professionista sanitario diverso (ortottista per lo screening oculistico, igienista dentale per quello odontoiatrico)». La via toscana non è peraltro l’unica. L’Emilia Romagna ha assegnato il medico competente per la gestione del Covid in ogni scuola. Il Lazio sta organizzando in ogni Asl unità anti-Covid per le scuole coordinate dai referenti dei Servizi di igiene delle Asl e, dopo quello a docenti e non docenti, punta sullo screening agli studenti. Per l’inserimento comunque di un medico di supporto è comunque il segretario Sumai Antonio Magi. Quest’ultimo prevede un grosso lavoro per il medico scolastico, che va al di là dei compiti del referente Covid. «Gli istituti vanno messi in sicurezza, i ragazzi vanno screenati all’ingresso con la misurazione della febbre, e ove vi fossero problemi è necessario un intervento immediato del medico scolastico». Poi partirebbe la tracciatura sul territorio. Con lo screening non solo per tutti i compagni dell’alunno positivo, ma dei familiari, dei fratelli alunni di altre scuole, e via a cascata. (Fonte Doctor33)

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Definire meglio le attribuzioni legislative tra Regioni e Stato

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 agosto 2020

“Concordo in pieno con le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella sulla necessità di definire meglio le attribuzioni legislative tra Regioni e Stato. Il cinquantesimo anniversario della loro istituzione, che cade proprio in una fase di protagonismo conflittuale con lo Stato centrale a causa della gestione della pandemia, non ci deve obbligare ai rituali autocelebrativi. Con la riforma del Titolo Quinto, che ha aumentato a dismisura il braccio di ferro tra lo Stato e le amministrazioni territoriali e complicato ancora di più il quadro amministrativo e la giustizia, l’attuale Pd si trova a gestire i frutti avvelenati di quella che fu la sua riforma per antonomasia. La peggiore della storia repubblicana a detta di tutti. Troviamo pertanto stucchevoli le celebrazioni di oggi che nascondono in realtà una belligeranza tra governatori e tra governatori e interesse nazionale teoricamente, ma non realmente, attribuibile al Governo centrale. Alcune materie, tra cui il turismo, devono tornare allo Stato. Infine, la riforma delle riforme: il ruolo di Roma Capitale. Ruolo che oggi è soltanto apparentemente riconosciuto ma privo di reale efficacia. Nei vari decreti legislativi fatti da quello iniziale, il 61 del 2012, i governi si sono ‘dimenticati’ di destinare alla Capitale d’Italia i necessari fondi e poteri per l’espletamento delle sue funzioni. Funzioni nazionali esclusive”. E’ quanto dichiara il vicepresidente della Camera dei deputati Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia.

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“La maledizione” delle regioni a statuto speciale: La Sicilia

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 agosto 2020

Su “Il fatto quotidiano” è apparsa tempo fa un’intera pagina scritta da Pierangelo Buttafuoco dal titolo: “Cari catalani, non riducetevi come la Sicilia” e con l’annuncio che si prepara a condurre nell’isola una sua personale campagna “lettorale”, per sostenere la tesi del suo nuovo libro: “Strabuttanissima Sicilia”. Per un osservatore occasionale, quale sono, ho la netta impressione che ci troviamo al cospetto di una comunità dominata dal fatalismo e non solo di caratura siciliana. Credo in proposito che è stato significativo quanto l’autore del Gattopardo fece dire al principe Salina a commento dell’arrivo dei garibaldini, e dei piemontesi al seguito, per consolidare la presenza del regno sabaudo: “tutto cambiare per nulla cambiare”.
E da allora ad oggi in questa perla del Mediterraneo c’è molto da recriminare anche se non soprattutto nei riguardi di una classe dirigente siciliana che vive di “aurea mediocritas” se vogliamo essere benevoli e non usare parole o espressioni più crude e severe.
E dire che in chiave politica gli elettori siciliani hanno dato qualche timida prova cercando di mutare gli assetti politici rispetto alla leadership nazionale. Si è passati dalla Democrazia Cristiana al Berlusconismo e persino alla fiducia nel nascente movimento pentastellato anche se non abbastanza per consentirgli di andare al governo della Regione. E ora pensano persino alla Lega di Salvini volendo dimenticare che è l’espressione degli interessi economici e clientelari del Nord. Nel frattempo siamo ritornati al Centro destra sotto la guida di Nello Musumeci. E anche lui li sta deludendo. Ma c’è di più. Lo ricorda Buttafuoco allorché nella chiusa del suo articolo scrive: “Chiunque vinca alle elezioni regionali non potrà reggere l’urto di realtà. Il buco di bilancio, la disoccupazione ai livelli massimi, il Pil regionale inferiore a quello del dopoguerra, senza dimenticare il disagio che dilaga in sempre più ampi strati della popolazione”. (Riccardo Alfonso)

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Le Regioni dicono sì all’infermiere di famiglia

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 luglio 2020

I nuovi infermieri di famiglia e comunità previsti nel decreto Rilancio dovranno avere un ruolo di governo nell’ambito dei servizi infermieristici distrettuali.E fino a fine anno le Regioni possono, “in relazione ai modelli organizzativi regionali, procedere, anche in deroga ai vincoli previsti dalla legislazione vigente, ad assumere con contratti di lavoro subordinato, con decorrenza successiva al 14 maggio 2020 e fino al 31 dicembre 2020, o, in deroga all’articolo 7 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, ad acquisire prestazioni di lavoro autonomo, anche di collaborazione coordinata e continuativa, con decorrenza successiva al 14 maggio 2020 e fino al 31 dicembre 2020” infermieri che, come dice già il decreto non si trovino in costanza di rapporto di lavoro subordinato con strutture sanitarie e socio-sanitarie pubbliche e private accreditate, in numero non superiore a otto unità infermieristiche ogni 50.000 abitanti.Poi dal 2021 le aziende e gli enti del Ssn possono procedere al reclutamento di infermieri in numero non superiore ad 8 unità ogni 50.000 abitanti, attraverso assunzioni.È questa la proposta di emendamento al Dl Rilancio messa a punto dalla Commissione salute delle Regioni che attende solo il via libera all’accordo sui finanziamenti per essere consegnata a Governo e Parlamento. Per l’esigenza – come spiegano le stesse Regioni – di privilegiare le assunzioni con rapporto di lavoro subordinato rispetto ai contratti di lavoro autonomo, in linea con quanto previsto dal decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165.Un ulteriore passo positivo non solo per il reintegro di parte degli organici che nonostante la perdita di 12mila unità in dieci anni e la carenza rispetto a tutti gli standard di almeno 53mila unità, diminuiscono dell’1,7% in soli tre anni, dai 269.151 nel 2014 a 264.703 nel 2017 con riduzioni più marcate in Abruzzo, Liguria, Friuli-Venezia Giulia e Molise, come ha evidenziato il recentissimo rapporto dell’Università Cattolica Osservasalute.E Osservasalute sottolinea che la scelta di privilegiare risparmi di spesa di cui il taglio al personale è uno degli effetti maggiori, ha dimostrato il suo effetto negativo durante la pandemia.“Ci auguriamo che Parlamento e Governo ascoltino le Regioni che sul territorio sono i veri gestori e organizzatori del sistema sanitario – conclude – riguardo alla centralità dei servizi infermieristici e dell’infermiere di famiglia e di comunità all’interno del distretto. Bene le assunzioni a partire dal 2021, che devono essere a tempo indeterminato per il rafforzamento e il rilancio del servizio sanitario pubblico e per andare incontro ai veri bisogni dei cittadini. Secondo la recente ricerca Fnopi-Censis, il 91,4% degli italiani (il 95,1% delle persone con patologie croniche, il 92,6% dei cittadini nel Sud) ritiene l’infermiere di famiglia o di comunità una soluzione per potenziare le terapie domiciliari e riabilitative e la sanità di territorio, fornendo così l’assistenza necessaria alle persone non autosufficienti e con malattie croniche”.

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Prezzi: Unc, la classifica delle città e delle regioni dove il cibo è più caro

Posted by fidest press agency su mercoledì, 24 giugno 2020

L’Unione Nazionale Consumatori ha stilato la classifica delle città e delle regioni che hanno registrato i maggiori rincari annui per quanto riguarda i prodotti alimentari, gli unici che durante l’emergenza Covid sono stati effettivamente venduti, subendo pesanti rincari.Insomma, mentre l’Italia, per via del lockdown, è teoricamente in deflazione, con un’inflazione pari nel mese di maggio a -0,2%, il cibo, il solo realmente acquistabile anche prima della riapertura generale dei negozi, subisce rincari pesanti del 2,6%, con una maggior spesa annua di 145 euro per una famiglia media, 195 per una coppia con 2 figli, 175 per una coppia con 1 figlio, 95 per un pensionato con più di 65 anni.Anche nel territorio, solo 4 regioni (Campania +0,5%, Umbria +0,2%, Trentino +0,1% e Sicilia +0,1%) e 13 città sulle 70 monitorate registrano un’inflazione positiva, per quanto molto bassa (record per Grosseto, con +0,8%, seguita da Napoli con +0,7%). Ma per il cibo i rincari sono decisamente molto più alti, oltre che differenti a seconda della città.Ecco perché l’Unione Nazionale Consumatori ha stilato la classifica delle città e delle regioni più care d’Italia dove il cibo (prodotti alimentari e bevande analcoliche) è più rincarato, elaborando i dati Istat dell’inflazione di maggio.
Ebbene, la città con i maggiori rincari alimentari (tabella n. 1) è Caltanissetta, +6,4% su base annua, due volte e mezzo la media italiana, pari a +2,6%, città già in testa alla classifica di aprile con +5,7%. Al secondo posto, come lo scorso mese, Trieste, (+5,1%, era +5,3%) e al terzo Avellino e Trapani (+4,7% per entrambe). Le più risparmiose Siena, +0,2%, la città più virtuosa anche in aprile, a pari merito con Arezzo e Modena (+0,2%), segue al secondo posto Bologna (+0,3%) e al terzo Reggio Emilia (+0,4%).Per quanto riguarda le regioni (tabella n. 2), il cibo più caro, in termini di aumento dei prezzi, si trova in Basilicata, +3,9%. Seguono Umbria, Lazio e Calabria (+3,4% per tutte), al terzo posto Campania e Sicilia (+3,3%). La regione migliore, l’Emilia Romagna, con un rialzo dei prodotti alimentari dello 0,9 per cento, poi Valle d’Aosta (+1,5%) e al terzo posto Veneto (+1,9%).”Le disparità così ampie tra una città e l’altra, da +6,4% a +0,2%, in alcuni anche all’interno della stessa regione, possono avere varie motivazioni, ma la spiegazione più probabile è che, approfittando della ridotta mobilità del consumatore e, quindi, della minore possibilità di scelta, molti esercizi hanno alzato i prezzi e questo è stato maggiormente possibile in quelle città dove c’è minore concorrenza e non ci sono abbastanza forme distributive. Laddove il consumatore, invece, ha più alternative, tra ipermercati, supermercati, discount, negozi di vicinato, mercati, i rialzi, mediamente, sono stati più contenuti. Non è un caso se l’Antitrust proprio sui prezzi alimentari ha aperto un’indagine preistruttoria” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.

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Lombardia: Migliorare la qualità del coordinamento tra Governo e Regioni

Posted by fidest press agency su lunedì, 1 giugno 2020

Lombardia ritiene urgente un incremento dell’intensità e della qualità del coordinamento istituzionale, il più possibile scevro dai pur fisiologici riflessi della battaglia politica, tra Governo e Regioni, specialmente in materia di regole per il contenimento dei contagi nella gestione delle riaperture e di monitoraggio dell’andamento epidemiologico. “Certe incomprensioni” afferma Stefano Binda, Segretario generale CNA Lombardia, “danneggiano tutti e lacerano la fiducia necessaria alla ripartenza”.Il Presidente di CNA Lombardia, Daniele Parolo, avanza invece un elemento di seria preoccupazione: “Un prolungamento del divieto di spostamento tra Regioni, specie se a carico della sola Lombardia, rischierebbe seriamente di compromettere la reputazione del territorio, la sua attrattività, le sue chances di un rilancio a breve termine, con gravissimi danni all’economia del Paese e ai complessivi equilibri contabili italiani, anche alla luce del gettito erariale proveniente dalla locomotiva lombarda”

Il Governo, chiede CNA Lombardia, deve fidarsi dei lombardi. E sempre sul tema della fiducia tra Stato ed imprese, e sulla fiducia come fattore di rilancio, appare incentrata un’altra preoccupazione molto forte del Presidente degli artigiani lombardi: “E’ indispensabile un chiarimento definitivo sul tema del contagio da Covid 19 e le responsabilità datoriali, eventualmente penali. L’incertezza e i timori suscitati dalla classificazione del contagio da Covid 19 come infortunio sul lavoro rappresenta un vulnus fortissimo alla fiducia dei nostri imprenditori, che dopo una sospensione prolungata delle attività vivono questa fase con uno sforzo eroico ma con il bisogno di una forte iniezione di fiducia. Se lo Stato chiede alle piccole imprese di fidarsi delle istituzioni, le istituzioni dimostrino la propria fiducia nelle imprese. Al netto dei primi, rassicuranti chiarimenti, resta inaggirabile, vista tale classificazione, che in ogni caso il datore di lavoro si troverebbe molto probabilmente coinvolto in vicende processuali comunque costose in termini temporali, economici, psicologici.”

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Le città e le regioni hanno bisogno di finanziamenti diretti dell’UE per un patto sul clima

Posted by fidest press agency su domenica, 31 maggio 2020

Nell’intervista che segue Rafał Trzaskowski, sindaco di Varsavia e candidato Presidente della Polonia, condivide le sue opinioni in merito al patto europeo per il clima , l’iniziativa della Commissione europea volta a promuovere l’impegno dei cittadini per il Green Deal europeo e il percorso verso la neutralità climatica. Un questionario al riguardo è attualmente compilabile nel quadro dello studio del CdR sul tema “Rafforzare la capacità degli enti regionali e locali di attuare il Green Deal: uno strumentario per il patto per il clima”.Mi sembra evidente e molto semplice: senza le comunità locali, l’ambizioso obiettivo della neutralità climatica stabilito dal Green Deal europeo non potrà mai realizzarsi. Siamo noi ad attuare il 70 % di tutta la legislazione dell’UE, e rappresentiamo un terzo della spesa pubblica e due terzi degli investimenti pubblici nell’UE. Per quanto riguarda i cambiamenti climatici, siamo responsabili dell’attuazione del 90 % delle misure di adattamento e del 70 % delle azioni di mitigazione. È quindi evidente che il nostro ruolo e il nostro impegno sono fondamentali. Per realizzare la neutralità climatica occorre il contributo di tutti: dei governi nazionali, degli enti locali e regionali e, più importante di tutti, dei cittadini. Essi devono capire perché valga la pena compiere questo sforzo, percepire chiaramente i benefici che la transizione climatica può apportare alla loro salute, al loro benessere e anche al loro portafoglio. A tale proposito, considero che gli enti locali abbiano un ruolo speciale: siamo i più vicini ai cittadini e rappresentiamo il livello di amministrazione nel quale essi nutrono maggiore fiducia. Per questo sostengo e incoraggio una stretta collaborazione tra la Commissione europea e il Comitato europeo delle regioni al fine di realizzare il nostro obiettivo comune, ossia rendere l’UE climaticamente neutra.Ritengo che oggi sia ancora più importante di quanto non fosse prima della pandemia di Covid-19. Ancora una volta, la pandemia ha dimostrato come i governi locali siano fondamentali, poiché combattono in prima linea e rispondono direttamente alle esigenze e alle paure dei cittadini. Nel contesto del Green Deal, gli enti locali e regionali devono essere dotati di una serie concreta di strumenti che consentano loro di operare un autentico cambiamento sul terreno, un cambiamento di cui le persone possano effettivamente rendersi conto. In caso contrario, l’idea di neutralità climatica rimarrà solo una promessa, e neppure molto popolare, a maggior ragione con la crisi economica che ci attende. Ci troviamo oggi dinnanzi ad un bivio, ed è importante prendere le giuste decisioni, orientandoci verso un’economia più sostenibile per le persone e che sia incentrata proprio su di loro.Innanzitutto, sto cercando di comprendere come la pandemia abbia cambiato la percezione della politica climatica nelle comunità locali. Per quelle che la consideravano una priorità, rimarrà tale? Dobbiamo essere consapevoli che la pandemia e le perturbazioni economiche che ne derivano colpiscono gravemente le comunità locali. Gli enti locali e regionali, come Varsavia, hanno già subito un enorme calo delle entrate nei rispettivi bilanci. Saranno ancora pronti a investire in una transizione verde, oppure – come sembra più appropriato dire oggi – in una ripresa verde? Vorrei sapere con precisione di che cosa abbiano bisogno per intraprendere questo percorso.A causa della pandemia, le nostre società ed economie si trovano oggi in un territorio inesplorato. Personalmente, ritengo che l’unica via percorribile sia una ripresa fondata sulla forza e sulle opportunità offerte dall’Unione europea. Tuttavia, temo che vi siano altre voci che sostengono il contrario. Suggerirei quindi alla Commissione europea di imparare la lezione e di restare il più vicino possibile ai cittadini. La Commissione europea può contare su forti alleati tra di noi, governi locali e regionali. Siamo disposti a contribuire alla realizzazione degli obiettivi che condividiamo, tra cui la neutralità climatica. Insisto: siamo impegnati a sostenere una ripresa verde, ma se vogliamo realizzarla abbiamo bisogno di risorse finanziarie adeguate per accelerare il processo. Le città di tutta l’UE, come Varsavia, dovrebbero ricevere finanziamenti diretti dell’Unione, poiché noi sappiamo dove e come utilizzarli in modo efficiente, affinché i cittadini possano vedere chiaramente i risultati di tali investimenti nella loro vita quotidiana.

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Libera professione intramoenia bloccata in molte Regioni

Posted by fidest press agency su domenica, 24 maggio 2020

Prenotato a maggio con il servizio sanitario per un controllo importante programmato, che però è “saltato per Covid”. Cosa deve fare il paziente? Le aziende sanitarie stanno riprendendo l’attività no covid e negli ospedali arriva il carico dei cronici “dimenticati” durante la pandemia. In tutta Italia si acuiscono le tensioni tra medici dipendenti ed assessori. A partire dalla Toscana dove l’ordinanza 49 del 3 maggio ha chiesto ai medici di recuperare l’attività istituzionale trascurata a “tappe forzate” con orari da 12 ore ogni giorno. I sindacati hanno manifestato alla regione il rischio di sforare i limiti della direttiva europea 88/2003, e la volontà di reagire al blocco di un’attività libero professionale già sospesa negli ultimi 2-3 mesi. Si è arrivati a un accordo che dovrebbe portare all’apertura formale della libera professione intramoenia dal 15 giugno. Da lunedì ogni Asl garantisce almeno il 60% delle prestazioni svolte nel pre-Covid, allungando gli orari al pomeriggio o di sabato. Si ricontattano tutti i pazienti che hanno prenotato con Ssn, per verificare se hanno fruito della prestazione o se serva nuovo appuntamento. Cimo Fesmed non è contenta del principio utilizzato e ora diffida Regioni e aziende dal bloccare una libera professione il cui esercizio individuale «rimane un diritto stabilito da specifiche norme: non esiste, nell’ordinamento, che il suo blocco sia la prima e unica soluzione per fronteggiare la ripresa dell’attività istituzionale».Stefano Bracelli della segreteria del Sindacato nazionale Radiologi-Fassid, ha operato una ricognizione tra le regioni sulla ripresa dell’intramoenia, scoprendo che se in Abruzzo è ripartita l’11 maggio, in Basilicata e Veneto lunedì 18, e pure in Lombardia ma a volumi ridotti (fino al 70% delle prestazioni), nel Lazio, in Emilia Romagna e nelle Marche si parte con giugno. Nelle altre realtà, Toscana a parte, non si sa ancora niente. In genere è bloccata pure l’extramoenia. «La ricognizione evidenzia le incongruenze e incoerenze comportamentali di coloro che dovrebbero far funzionare gli eserciti cui hanno affidato le nostre vite», commenta Corrado Bibbolino, segretario Snr Fassid. «È evidente: l’intramoenia è peccato e si sa il medico dev’essere il peccatore. Bloccare l’intramoenia e parlarne male è bello, popolare, facile». Per l’avvocato Giovanni Pasceri, esperto in diritto sanitario e docente in corsi di master ed accademici, nelle ordinanze che vincolano o bloccano l’intramoenia per tenere elevati i volumi di attività istituzionale oltre all’abuso si prefigura un illegittimo esercizio del potere amministrativo con danno erariale. La libera professione è un diritto soggettivo del dirigente medico e non solo è illegittimo continuare a bloccarla ma non avrebbe mai dovuto essere sospesa. L’istituto della attività libero professionale intramoenia non è assimilabile alla pura libera professione: va fatta nell’ospedale da cui si dipende a meno che vi manchino i locali idonei; la prestazione deve essere in linea con quella istituzionale, le tariffe non sono determinate dal professionista, ma dall’azienda sanitaria; non si applica l’Irap; il medico risponde alla Corte dei Conti. Tra le finalità dichiarate per legge non esiste solo quella di accelerare le liste di attesa ma anche quella di garantire efficienza e risorse al Ssn. Se un’azienda sanitaria sospende l’attività istituzionale per fronteggiare l’emergenza Covid, non può sospendere l’attività intra-moenia in quanto non direttamente correlata. L’attività, inoltre, è svolta per garantire il diritto alla salute di tutta la collettività ai sensi delle Circolari Agenzia delle Entrate 362/E del Dicembre 1997; 69/E del 25 Marzo 1999 e 83/E del 28 settembre 2001. «L’eventuale sospensione non giustificata dalla mancanza dei presupposti e delle condizioni previste dalla legge determina un chiaro abuso oltre a determinare un illegittimo esercizio del potere amministrativo e danno erariale», scrive Pasceri. «E determinerà un danno patrimoniale e non ai dirigenti medici con rivalsa nei confronti delle strutture che impediscono il legittimo svolgimento dei loro diritti soggettivi». A poco vale l’obiezione che, se non si può contrarre l’attività libero professionale pagata con risorse del cittadino, possono risentirne gli orari dell’attività istituzionale coperta economicamente dal Servizio sanitario a tutela per lo più delle fasce deboli, in quanto quest’ultima viene erogata fuori dall’orario di lavoro istituzionale. «Se è vero che in emergenza si possono superare i vincoli sugli orari di lavoro della legge 66 che applica la direttiva Ue, è altresì vero che quell’emergenza non può durare per sempre, ma va prevista, in quanto connaturata al rischio organizzativo. La pandemia, come il terremoto, è un evento prevedibile – spiega Pasceri a DoctorNews- e, allo stesso tempo, è un fenomeno inevitabile. Analogamente al terremoto non si può avere certezza del “quando” avverrà e della “gravità” dei suoi effetti ma questo non giustifica una impreparazione organizzativa aziendale o il costruire case senza rispettare le norme antisismiche. Così le strutture, proprio in ragione dell’a regionalizzazione del sistema sanitario e della sua aziendalizzazione non possono più trincerarsi dietro al fatto della carenza di personale o di mezzi né tantomeno la carenza di mezzi di protezione individuale». In altri termini, afferma Pasceri «la libera professione oltre a costituire un diritto soggettivo, non è correlata alla prestazione professionale ed è sempre eseguita sempre fuori dall’attività istituzionale». (by Mauro Miserendino – fonte Doctor33)

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Classifica delle città e delle regioni dove il cibo è più caro

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 maggio 2020

L’Istat ha reso noti oggi i dati dell’inflazione di aprile, sulla base dei quali l’Unione Nazionale Consumatori ha stilato la classifica delle città e delle regioni che hanno registrato i maggiori rincari annui per quanto riguarda i soli prodotti alimentari.Il dato dell’inflazione generale di oggi, infatti, è falsato dall’effetto Coronavirus. In Italia si registra una variazione nulla dei prezzi, e anche nel territorio è sempre prossima allo zero. Sei regioni sono addirittura in deflazione, così come 10 delle 29 città sopra i 150 mila abitanti monitorate in aprile dall’Istat. Solo che si tratta della solita media del pollo di Trilussa. Mentre il calo della voce Trasporti (-2,5% in media nazionale) non produce alcuna riduzione di spesa reale per le famiglie costrette a stare a casa dal lockdown, il rialzo dei prodotti alimentari (+2,8% in media nazionale) produce una maggior spesa di 155 euro per una famiglia media, 213 per una coppia con 2 figli, 187 per una coppia con 1 figlio.Ecco perché l’Unione Nazionale Consumatori non ha stilato l’ormai tradizionale classifica delle città e delle regioni più care d’Italia, in termini di aumento del costo della vita complessivo, ma, eccezionalmente, quella dei maggiori rincari registrati per gli acquisti alimentari (prodotti alimentari e bevande analcoliche), l’unica voce che durante l’emergenza Coronavirus non ha subito riduzioni delle vendite, come dimostrano i dati Istat sul commercio al dettaglio.Inoltre è proprio su questa divisione che si sono registrate le maggiori speculazioni sui prezzi, tanto che l’Antitrust ha avviato un’indagine preistruttoria sull’andamento dei prezzi di generi alimentari di prima necessità, oltre che su detergenti, disinfettanti e guanti, basandosi proprio sui dati Istat emersi a marzo. Nella nostra classifica, i nuovi dati tendenziali di aprile. Ebbene, la città con i maggiori rincari alimentari è Caltanissetta, +5,7% su base annua, più del doppio rispetto alla media italiana, pari a +2,8%. Al secondo posto Trieste (+5,3%) e al terzo Palermo (+4,8%). Le più virtuose Siena, +0,6%, Macerata (+0,9%) e Arezzo e Pistoia (entrambe +1,4%). Per quanto riguarda le regioni, il cibo più caro, in termini di aumento dei prezzi, si trova in Friuli, +4,1%. Seguono Liguria e Umbria (+3,6% per ambedue), al terzo la Sicilia (+3,4%). La regione migliore, le Marche, con un rialzo dei prodotti alimentari del 2,1 per cento.

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